Il 18 dicembre 2024 c’è stato un ennesimo incidente su un cantiere nella DOIT di Bologna (per DOIT si intende il perimetro territoriale attribuito, per gestione e responsabilità, alla città di riferimento. Di solito coincide con la regione, ma in alcuni casi i confini possono essere anche più ampi). Capiremo di preciso cosa è accaduto, ma è evidente che la responsabilità di quanto è successo è da ricercarsi nelle condizioni in cui i lavoratori, siano essi dipendenti di ditte appaltatrici o ferrovieri, sono costretti ad operare.
Ormai da quando è partito il processo riorganizzativo ogni limite è stato superato; l’impunità garantita ad RFI sta producendo quello che da un anno denunciamo e ci chiediamo come mai sia così difficile, per l’informazione, gli organi di controllo e chi dovrebbe essere preposto a garantire un sistema ferroviario sicuro per lavoratori e utenti, fare quanto serve perché ciò abbia la dovuta attenzione.
In questo caso le condizioni climatiche hanno sicuramente avuto un ruolo determinante; eseguire manovre con una fittissima nebbia che impedisce la visibilità getta le basi perché incidenti come questi avvengano.
Iconico l’incidente avvenuto a S. Giorgio di Piano dove, in quel caso, un lavoratore è morto durante un’attività effettuata sotto un diluvio.
Questo tipo di lavori non può essere fatto con condizioni ambientali avverse perché il rischio aumenta a dismisura.
Tutti lo sanno e chi lo permette lo fa con leggerezza perchè nella “repubblica delle banane” non si paga mai un prezzo; la colpa è sempre di chi si fa male e se muore è anche più facile sostenerlo: della responsabilità oggettiva di chi ti mette in quelle condizioni a lavorare nessuno ne parla, e conseguentemente anche la ricerca del contesto in cui si generano i possibili errori è, quando va bene, superficiale, altrimenti viene addirittura anche ignorato del tutto.
La strafottenza che la dirigenza dimostra è palese a chi vuole vederla. Sempre nella stessa DOIT, siamo al punto che non solo l’azienda obbliga lavoratori a lavorare anche due turni consecutivi per un totale di circa 16 ore, ma rifiuta pure il cambio turno quando un lavoratore alla 12esima ora di fila senza nemmeno una pausa pasto (usanza oramai abolita per i manutentori) prova a chiederlo essendo esausto.
Inoltre se quel lavoratore, al rientro dal doppio turno, va a sbattere su un guard rail, non provoca nemmeno la condizione per cui il direttore della DOIT debba almeno chiarire come mai ciò sia accaduto e quali provvedimenti abbia intenzione di prendere perché una cosa simile non debba più ripetersi.
Siamo al paradosso che, sollecitato dall’RLS a confrontarsi sugli avvenimenti qui descritti, il dirigente può permettersi di ignorare il confronto e sottrarsi alle proprie responsabilità. Ci chiediamo, e lo chiediamo anche ai media, agli organi di controllo e al ministro dei trasporti, quanto ancora dovrà essere devastato il sistema manutentivo della rete ferroviaria, quanti incidenti ancora dovremo sopportare e quanti morti volete che vi offriamo per soddisfare gli interessi di chi dirige questa “baracca”.
Chiediamo inoltre al Ministro dei Trasporti Salvini cosa aspetti a precettare RFI; con questa riorganizzazione sta negando il diritto alla mobilità a tutto il paese dato che, aldilà di favole, PNRR, chiodi vari, etc., i ritardi dei treni sono da attribuire in gran parte, dal 3 giugno 2024, alla riorganizzazione che l’azienda ci ha imposto. Ed è sempre da attribuire ad RFI questa ulteriore spregiudicatezza nell’imporre condizioni di lavoro che producono gli incidenti come sopra descritti.
Non ci interessa concorrere alla ricerca della dinamica di questo incidente sul lavoro, perché a monte sappiamo che le responsabilità sono altrove e ci teniamo a ribadire che chi può fare qualcosa, qualsiasi cosa, ma giri la testa dall’altra parte, condivide la responsabilità di quanto accade, tragedie incluse.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/12/2024
10/05/2020
“Così combattiamo la Covid sul territorio”. Testimonianza da Reggio Emilia
Si è detto più volte, in questi mesi di pandemia, che era stato stupido smantellare il sistema della medicina territoriale, l’unico che può registrare in tempo quasi reale se in una determinata popolazione si stanno diffondendo patologie inconsuete o in misura anomala.
Questa testimonianza, del segretario dei medici di medicina generale di Reggio Emilia, dimostra che non solo era stupido, ma è anche criminale. Perché il sistema fondato sull’ospedalizzazione, anziché sulla prevenzione, ha portato in molte regioni all’intasamento delle strutture ospedaliere e, contemporaneamente, alla morte di decine di medici di base mandati in guerra a mani nude. Ossia senza efficaci sistemi di protezione individuale dal coronavirus.
Ma i medici di Reggio Emilia non esprimono soltanto una sacrosanta critica verso chi, privatizzando la sanità, ha teso a farne un business inefficace – anzi, dannoso – in caso di epidemia. Hanno anche messo in piedi un sistema alternativo di monitoraggio dell’epidemia, costituendo “squadre mobili” in grado di accertare la presenza di contagiati già nelle prime fasi della malattia, curarli efficacemente in casa e quindi evitare che si riversasse sulle strutture ospedaliere una massa di malati eccedente le disponibilità.
Non solo. Con questo sistema hanno potuto anche concentrare i relativamente pochi “dispositivi di protezione individuali” per le squadre mobili, riducendo così a zero il numero dei contagiati tra medici e infermieri.
Questione di organizzazione razionale delle risorse in base alle necessità oggettive sul campo.
Ci si aspetterebbe che un sistema simile venisse assunto in proprio dal Servizio sanitario nazionale, consigliato a tutte le regioni, ecc. Invece nulla. Silenzio, quasi fastidio.
A voi, intanto, la lettera del dott. Euro Grassi, pubblicato un mese fa dal Quotidiano sanità. Seguiranno approfondimenti...
Gentile Direttore *,
le segnalo la diversa organizzazione delle cure primarie territoriali nella provincia di Reggio Emilia che sta ben rispondendo all’emergenza Covid, detendendo l’accesso a PS ed Ospedali, riducendo la necessità di posti in rianimazione e dando una risposta diretta dei Medici di Medicina Generale ai cittadini sospetti o colpiti da Covid-19, ma non da ospedalizzare.
Se questa modalità fosse estesa nelle zone colpite, avrebbe un grosso impatto ed è per questo che chiediamo che in spirito di servizio sia divulgata.
A Reggio Emilia, da circa 10 giorni (ad inizio aprile, ndr), FIMMG (1) Reggio Emilia ed il Dipartimento Cure Primarie dell’Ausl Reggio Emilia hanno prodotto e firmato degli accordi che prevedono:
a) i MMG (2) fanno triage telefonico sui loro assistiti e danno terapie sintomatiche ai casi lievi, secondo indicazioni clinico-terapeutiche concordate anche con gli infettivologi;
b) i MMG inviano ad Ambulatori Covid i casi da non inviare ai Pronto Soccorso, ma con sintomi persistenti. Sono stati istituiti in 12 sedi AUSL sparse nella provincia per dare una risposta vicino ai MMG ed ai cittadini, ove lavorano a turno MMG e MCA (3) volontari, bardati come nei reparti infettivi, coperti per le chiamate urgenti e le visite ambulatoriali dei loro assistiti dagli altri MMG delle medicine di rete e di gruppo;
c) negli Ambulatori Covid il MMG-MCA visita, controlla la saturazione di ossigeno, può fare eseguire il tampone diagnostico, dare il Plaquenil che funziona benissimo contro il Covid-19, specialmente se dato precocemente, presto anche una eco fast polmonare, od inviare a RX TAC con percorso diretto i casi da accertare meglio, oppure chiama direttamente il 118 per i casi gravi da portare in PS – Ricovero;
d) per i casi di famiglie completamente allettate, pazienti non trasportabili negli ambulatori Covid o per controllare pazienti dimessi dai PS o dai reparti ospedalieri, sono attivate le USCA Unità Speciali di Continuità Assistenziale (previste a livello nazionale dal DPCM), troppo onerose in termini di impiego di medici e mezzi rispetto al numero di cittadini colpiti da assistere, se utilizzate da sole, da noi composte non solo da Medici di Continuità assistenziale, ma anche da Medici di Medicina Generale.
Anche in questo caso, il MMG-MCA, in massima protezione, visita, consegna Plaquenil e prescrive terapie ed accertamenti urgenti. Il modello complessivo, che è complementare, funziona benissimo.
In questo modo, gli studi dei MMG sono liberati dalle patologie infettive ed i MMG possono riprendere a lavorare per appuntamento per le altre patologie, i cittadini Covid-19 hanno una risposta sul territorio sia ambulatoriale che domiciliare, non intasano i PS ed essendo terapizzati precocemente, non virano verso la polmonite interstiziale e non solo vanno meno in terapia intensiva, ma hanno anche una precoce eradicazione del virus.
Questa organizzazione permette anche di concentrare i DPI FFP2 FFP3, davvero troppo scarsi per i MMG, laddove servono maggiormente.
La cosa molto grave, infatti, e che da un lato ha “ingessato e virtualizzato” le cure primarie e dall’altro ha portato a così tanti MMG morti sul territorio, è l’applicazione da parte di Regioni e Ministero delle pessime istruzioni ISS – OMS, che affermavano che per i MMG erano sufficienti le mascherine chirurgiche: le mascherine chirurgiche invece non proteggono affatto il medico dal paziente e non sono brevettate per questa indicazione, mentre occorrono almeno le FFP2.
Ora, da quattro giorni, lo dice anche l’ISS che sono necessarie le mascherine FFP2... con oltre due mesi di ritardo e circa 32 Medici di assistenza primaria morti... quasi la metà esatta di tutti i medici deceduti! (5)
Ma la Ragioneria di Stato, recentemente, ha espresso parere negativo scellerato all’estensione della fornitura dei dispositivi di protezione individuale ai Medici di Medicina Generale, ai Pediatri di libera scelta e ai Farmacisti!
Confidiamo non nella prossima immunità, ma in veloci inchieste penali verso chi aveva la responsabilità di proteggere i Medici di famiglia, i cui studi sono presidi del SSN, e non l’ha fatto, condannandoli a morte certa.
A Reggio Emilia abbiamo anche un protocollo Clinico Terapeutico, a cui fare riferimento, per gli ospiti delle CRA (4) con sintomatologia sospetta COVID per i Medici con incarico di Diagnosi e Cura o di Coordinamento delle CRA, anche di quelle con solo posti privati e non convenzionati, anche per tutti i MMG che hanno propri assistiti all’interno delle strutture per anziani.
Si stanno valutando ulteriori ipotesi di assistenza da parte di MMG, MCA presso una Lungodegenza decentrata per Covid positivi, sempre a bassa intensità assistenziale, e l’assistenza in struttura residenziale per pazienti Covid positivi paucisintomatici, che non possono rientrare al proprio domicilio per motivi legati alle caratteristiche della loro abitazione e o del nucleo familiare (OSCO presso un Ospedale?, Albergo?).
L’organizzazione delle cure primarie territoriali e la tutela dei MMG-MCA con DPI adatti per affrontare e vincere l’epidemia Covid-19, sono la cosa più importante e meno applicata in tutte le Regioni.
Non ci saranno mai Ospedali e letti di terapie intensive sufficienti, se non si attiva il filtro delle cure primarie territoriali!
Tutte le Ausl e le Regioni debbono fare tesoro della collaborazione progettuale ed organizzativa integrata esistente da anni a Reggio Emilia fra l’Ausl e FIMMG e prevedere sempre almeno un MMG nelle unità di crisi, per avere una reale percezione della situazione sui territorio.
È importante diffondere quanto sopra per aiutare velocemente tutte le altre provincie, specialmente ora che si va verso la fase di deospedalizzazione di tanti ricoverati negli ospedali e che dovranno essere seguiti al loro domicilio.
Dott. Euro Grassi
Segretario Generale Provinciale FIMMG Reggio Emilia
Medico Incaricato DPCA Ausl Reggio Emilia
Note:
* La lettera è stata originariamente inviata al Quotidiano Sanità
** Documenti: Usca Emilia Romagna – dati – Modif con Ambu Covid
(1) Federazione italiana medici di medicina generale
(2) Medici di medicina generale
(3) Medici di Continuità Assistenziale
(4) Case di riposo
(5) Sono ad oggi 151.
Fonte
Questa testimonianza, del segretario dei medici di medicina generale di Reggio Emilia, dimostra che non solo era stupido, ma è anche criminale. Perché il sistema fondato sull’ospedalizzazione, anziché sulla prevenzione, ha portato in molte regioni all’intasamento delle strutture ospedaliere e, contemporaneamente, alla morte di decine di medici di base mandati in guerra a mani nude. Ossia senza efficaci sistemi di protezione individuale dal coronavirus.
Ma i medici di Reggio Emilia non esprimono soltanto una sacrosanta critica verso chi, privatizzando la sanità, ha teso a farne un business inefficace – anzi, dannoso – in caso di epidemia. Hanno anche messo in piedi un sistema alternativo di monitoraggio dell’epidemia, costituendo “squadre mobili” in grado di accertare la presenza di contagiati già nelle prime fasi della malattia, curarli efficacemente in casa e quindi evitare che si riversasse sulle strutture ospedaliere una massa di malati eccedente le disponibilità.
Non solo. Con questo sistema hanno potuto anche concentrare i relativamente pochi “dispositivi di protezione individuali” per le squadre mobili, riducendo così a zero il numero dei contagiati tra medici e infermieri.
Questione di organizzazione razionale delle risorse in base alle necessità oggettive sul campo.
Ci si aspetterebbe che un sistema simile venisse assunto in proprio dal Servizio sanitario nazionale, consigliato a tutte le regioni, ecc. Invece nulla. Silenzio, quasi fastidio.
A voi, intanto, la lettera del dott. Euro Grassi, pubblicato un mese fa dal Quotidiano sanità. Seguiranno approfondimenti...
*****
Gentile Direttore *,
le segnalo la diversa organizzazione delle cure primarie territoriali nella provincia di Reggio Emilia che sta ben rispondendo all’emergenza Covid, detendendo l’accesso a PS ed Ospedali, riducendo la necessità di posti in rianimazione e dando una risposta diretta dei Medici di Medicina Generale ai cittadini sospetti o colpiti da Covid-19, ma non da ospedalizzare.
Se questa modalità fosse estesa nelle zone colpite, avrebbe un grosso impatto ed è per questo che chiediamo che in spirito di servizio sia divulgata.
A Reggio Emilia, da circa 10 giorni (ad inizio aprile, ndr), FIMMG (1) Reggio Emilia ed il Dipartimento Cure Primarie dell’Ausl Reggio Emilia hanno prodotto e firmato degli accordi che prevedono:
a) i MMG (2) fanno triage telefonico sui loro assistiti e danno terapie sintomatiche ai casi lievi, secondo indicazioni clinico-terapeutiche concordate anche con gli infettivologi;
b) i MMG inviano ad Ambulatori Covid i casi da non inviare ai Pronto Soccorso, ma con sintomi persistenti. Sono stati istituiti in 12 sedi AUSL sparse nella provincia per dare una risposta vicino ai MMG ed ai cittadini, ove lavorano a turno MMG e MCA (3) volontari, bardati come nei reparti infettivi, coperti per le chiamate urgenti e le visite ambulatoriali dei loro assistiti dagli altri MMG delle medicine di rete e di gruppo;
c) negli Ambulatori Covid il MMG-MCA visita, controlla la saturazione di ossigeno, può fare eseguire il tampone diagnostico, dare il Plaquenil che funziona benissimo contro il Covid-19, specialmente se dato precocemente, presto anche una eco fast polmonare, od inviare a RX TAC con percorso diretto i casi da accertare meglio, oppure chiama direttamente il 118 per i casi gravi da portare in PS – Ricovero;
d) per i casi di famiglie completamente allettate, pazienti non trasportabili negli ambulatori Covid o per controllare pazienti dimessi dai PS o dai reparti ospedalieri, sono attivate le USCA Unità Speciali di Continuità Assistenziale (previste a livello nazionale dal DPCM), troppo onerose in termini di impiego di medici e mezzi rispetto al numero di cittadini colpiti da assistere, se utilizzate da sole, da noi composte non solo da Medici di Continuità assistenziale, ma anche da Medici di Medicina Generale.
Anche in questo caso, il MMG-MCA, in massima protezione, visita, consegna Plaquenil e prescrive terapie ed accertamenti urgenti. Il modello complessivo, che è complementare, funziona benissimo.
In questo modo, gli studi dei MMG sono liberati dalle patologie infettive ed i MMG possono riprendere a lavorare per appuntamento per le altre patologie, i cittadini Covid-19 hanno una risposta sul territorio sia ambulatoriale che domiciliare, non intasano i PS ed essendo terapizzati precocemente, non virano verso la polmonite interstiziale e non solo vanno meno in terapia intensiva, ma hanno anche una precoce eradicazione del virus.
Questa organizzazione permette anche di concentrare i DPI FFP2 FFP3, davvero troppo scarsi per i MMG, laddove servono maggiormente.
La cosa molto grave, infatti, e che da un lato ha “ingessato e virtualizzato” le cure primarie e dall’altro ha portato a così tanti MMG morti sul territorio, è l’applicazione da parte di Regioni e Ministero delle pessime istruzioni ISS – OMS, che affermavano che per i MMG erano sufficienti le mascherine chirurgiche: le mascherine chirurgiche invece non proteggono affatto il medico dal paziente e non sono brevettate per questa indicazione, mentre occorrono almeno le FFP2.
Ora, da quattro giorni, lo dice anche l’ISS che sono necessarie le mascherine FFP2... con oltre due mesi di ritardo e circa 32 Medici di assistenza primaria morti... quasi la metà esatta di tutti i medici deceduti! (5)
Ma la Ragioneria di Stato, recentemente, ha espresso parere negativo scellerato all’estensione della fornitura dei dispositivi di protezione individuale ai Medici di Medicina Generale, ai Pediatri di libera scelta e ai Farmacisti!
Confidiamo non nella prossima immunità, ma in veloci inchieste penali verso chi aveva la responsabilità di proteggere i Medici di famiglia, i cui studi sono presidi del SSN, e non l’ha fatto, condannandoli a morte certa.
A Reggio Emilia abbiamo anche un protocollo Clinico Terapeutico, a cui fare riferimento, per gli ospiti delle CRA (4) con sintomatologia sospetta COVID per i Medici con incarico di Diagnosi e Cura o di Coordinamento delle CRA, anche di quelle con solo posti privati e non convenzionati, anche per tutti i MMG che hanno propri assistiti all’interno delle strutture per anziani.
Si stanno valutando ulteriori ipotesi di assistenza da parte di MMG, MCA presso una Lungodegenza decentrata per Covid positivi, sempre a bassa intensità assistenziale, e l’assistenza in struttura residenziale per pazienti Covid positivi paucisintomatici, che non possono rientrare al proprio domicilio per motivi legati alle caratteristiche della loro abitazione e o del nucleo familiare (OSCO presso un Ospedale?, Albergo?).
L’organizzazione delle cure primarie territoriali e la tutela dei MMG-MCA con DPI adatti per affrontare e vincere l’epidemia Covid-19, sono la cosa più importante e meno applicata in tutte le Regioni.
Non ci saranno mai Ospedali e letti di terapie intensive sufficienti, se non si attiva il filtro delle cure primarie territoriali!
Tutte le Ausl e le Regioni debbono fare tesoro della collaborazione progettuale ed organizzativa integrata esistente da anni a Reggio Emilia fra l’Ausl e FIMMG e prevedere sempre almeno un MMG nelle unità di crisi, per avere una reale percezione della situazione sui territorio.
È importante diffondere quanto sopra per aiutare velocemente tutte le altre provincie, specialmente ora che si va verso la fase di deospedalizzazione di tanti ricoverati negli ospedali e che dovranno essere seguiti al loro domicilio.
Dott. Euro Grassi
Segretario Generale Provinciale FIMMG Reggio Emilia
Medico Incaricato DPCA Ausl Reggio Emilia
Note:
* La lettera è stata originariamente inviata al Quotidiano Sanità
** Documenti: Usca Emilia Romagna – dati – Modif con Ambu Covid
(1) Federazione italiana medici di medicina generale
(2) Medici di medicina generale
(3) Medici di Continuità Assistenziale
(4) Case di riposo
(5) Sono ad oggi 151.
Fonte
25/04/2019
Reggio Emilia. A Casa Cervi sventata celebrazione 25 aprile con i fascisti ucraini
Nei giorni scorsi è emersa la notizia che per le celebrazioni del 25 aprile a Casa Cervi era stata invitata a parlare un’associazione vicina a gruppi nazisti ucraini.
Un’associazione che non si fa scrupolo a pubblicare sulle proprie pagine i ritratti di macellai nazisti che durante la Seconda Guerra Mondiale si resero responsabili di orribili massacri. Un associazione che si vanta di aver raccolto aiuti per i battaglioni punitivi. In definitiva un’associazione in cui ritroviamo i soliti noti, personaggi ambigui che da 5 anni fanno da megafono alla propaganda del Governo di Kiev.
In brevissimo tempo moltissimi antifascisti da ogni parte d’Italia hanno mostrato il proprio sdegno per questa surreale vicenda. Hanno fatto sentire la propria voce in maniera ferma e determinata. Alla fine gli amministratori di Casa Cervi sono dovuti tornare sui propri passi e annullare l’invito.
Tanti anni fa i fascisti sono già stati a Casa Cervi e non ci torneranno, noi continuiamo a difenderla.
Questa vicenda è l’esito evidente di una percezione distorta e annacquata dell’antifascismo. Un antifascismo che nel migliore dei casi è piegato al tatticismo. Infatti, già nel 2015 era stata posta in dubbio l’opportunità d’ospitare Gianni Pittella a Casa Cervi (sempre per il 25 aprile), dato che egli l’anno precedente era stato a Kiev a tenere un comizio di fronte ad una folla che sventolava vessilli nazisti. In quella occasione gli antifascisti evitarono di montare un caso pubblico, presentando le proprie perplessità agli amministratori di Casa Cervi. Ma queste vennero ignorate e l’evento con Pittella si svolse indisturbato. Memori di quella esperienza, questa volta gli antifascisti hanno deciso di far sentire in coro la propria voce: e le cose sono andate diversamente, è stato ritirato l’invito a chi sta con i fascisti. Per questo respingiamo tutte le accuse sul metodo adoperato per fermare questo scempio.
Questa vittoria ci gratifica per due motivi. Il primo è che nonostante le avversità in questi 5 anni è stato da più parti fatto un egregio lavoro d’informazione e sensibilizzazione sulle vicende ucraine. Si è riusciti a dare testimonianza di quello che i media mainstream cercano di nascondere, cioè che ci sia una guerra in Europa in cui si combatte contro il fascismo. Il secondo motivo è che tutti insieme abbiamo dato una magnifica dimostrazione di forza. Mobilitandoci in maniera unita e determinata siamo riusciti nel nostro intento. La nostra forza è nell’unità.
Noi non nutriamo alcun astio verso i compagni e gli amici che hanno commesso degli errori di valutazione, ma questa esperienza ci deve spronare ad andare avanti nel nostro lavoro. Per questo lanciamo un invito all’Istituto Cervi e a tutti gli antifascisti per approfondire le vicende ucraine e la dura Resistenza antifascista del Donbass. Noi da parte nostra diamo piena disponibilità a portare la testimonianza di quello che abbiamo visto e di quello che abbiamo fatto.
Di fronte al fascismo “non un passo indietro”, lo dobbiamo ai nostri morti e alle generazioni future.
Fonte
07/07/2017
7 luglio 1960. Cinque assassinati dalla polizia a Reggio Emilia
7 Luglio 1960- 7 Luglio 2017 – Strage di Reggio Emilia
“Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli, e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli dovremo tutti quanti aver d’ora in avanti voialtri al nostro fianco per non sentirci soli. Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!”
Questa vicenda accaduta allora, mi tocca profondamente e sapete, io mi vergogno,leggendo di queste morti assurde, di come è ridotta la nostra Italia. Loro sono morti anche per noi, per difendere i diritti dei lavoratori, in una manifestazione pacifica, uccisi da colpi di arma da fuoco da un Governo con profonde matrici fasciste. No, non si può morire così. Se vi guardate bene intorno, la situazione è la stessa. Bisogna fare qualcosa, bisogna fermare questo fascismo dilagante!
Ovidio Franchi, il più giovane, 19 anni. La testimonianza di suo fratello:
“Ma lo posso dire che non si può morire in piazza a 19 anni? Sì, lo posso dire? Allora lo voglio urlare.
Io Ovidio Franchi, di anni 19, apprendista, segretario della FGCI del Circolo “La Cirenaica” lo urlo. Non si può! Non si può andare in piazza e morire. Come non si può che nessuno abbia mai pagato. Non è giusto, non è morale. Non può succedere in una democrazia.
E’ da quella giornata di luglio che mi gira in testa questo urlo. Mi esce dal cuore, mi esce dai polmoni, ma non ho più voce. Ci ha pensato una pallottola a spegnerla. Una pallottola sparata da chi doveva garantire l’ordine pubblico.
E, invece, si sono messi a fare tiro a segno. In una piazza dove la gente dovrebbe parlare, cantare, baciarsi, passeggiare, sognare, guardare le nuvole. Reggio Emilia, il 7 luglio 1960.
Ero andato lì con mio fratello. E con noi tantissimi altri giovani. Troppi per chi ci vuole schiavi della paura e della noia. La storia la sapete. La racconta anche una canzone. “Sangue del nostro sangue, nervi di nostri nervi... ” La cantano tutti gli anni. Voi, però, questa volta non cantate. Urlate. Perché non si può. Non si può!
Aveva ragione, NON SI PUO’!
Nell’immagine il suo funerale.
I cinque comunisti caduti:
Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino.
Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti.
Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli.
Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, è il quinto di otto fratelli.
Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.
Da un post Facebook di Miria Pergetti, che ringraziamo.
Fonte
25/10/2015
Le radici del Pd si vedono alla Coop: vendono Mussolini
Veniamo da lontano e andiamo lontano, dicevano una volta quelli del Pci. E in effetti ci sono ancora nostalgici del "partitone" convinti che ci sia un legame almeno "culturale" tra la vecchia casa di Togliatti-ecc e il guscio vuoto scalato dal duo massonico Renzi-Verdini.
Specie nell'"Emilia rossa", dicono. E nel cuore più rosso dell'Emilia, nel cuore di quello che fu il "triangolo delle Bermude" per i fascisti anche molto tempo dopo la fine della guerra, il vecchio carrozzone che portava soldi al Pci - la Coop fino a due anni fa presieduta da Poletti - ha deciso di far vedere che le radici sono cambiate. Ma ci sono.
Peccato che siano quelle del fascismo italico, con grave scorno dei clienti dell'ipermercato di Reggio Emilia (ramo Nord-Est della holding). Negli espositori che accolgono i clienti, proprio all'ingresso, insieme a tanti calendari 2016 diversi - la fine dell'anno si avvicina, i gusti del pubblico sono differenziati - fa pessima mostra di sé il "calendario del duce".
Le prime proteste, scritte, non si sono fatte attendere: «In barba a tutti i principi fondatori della Coop! Come socio, sono disgustato!», scrive il povero Milo Rozzi, evidentemente memore della storia anche politica di quella che ora è solo una multinazionale della distribuzione e tra i peggiori esempi di sfruttamento della manodopera (non deve essere per un caso che l'ex presidente è diventato ministro del lavoro e dunque padre del Jobs Act).
Una mancanza di tatto troppo grossa, specie nella città dei Fratelli Cervi e della rivolta del 1960. E infatti nel pomeriggio il duce era stato rimosso dal suo trono di latta.
Ma non si tratta di un "disguido" imputabile a qualche "giovane dirigente dell'ufficio commerciale". A oltre cento chilometri di distanza, a Firenze - altra città medaglia d'oro al valore militare nella Resistenza antifascista - identica scena, con qualche piccola ma più grave differenza.
Questa mattina, infatti, i soci e gli utenti della Coop di piazza Leopoldo a Firenze hanno avuto la sgradita sorpresa di vedere un’associazione neofascista all’interno della struttura commerciale, con tanto di cartellone, tavolo informativo e volantinaggio. La campagna, promossa da un sedicente Progetto Firenze Dinamo, sostiene di voler aiutare i fiorentini ed il popolo italiano, ovviamente senza “alcuna finalità discriminatoria” ma solo per “un profondo senso di giustizia”. Nel volantinano un testo in cui si annunciano iniziative che studiano “la protezione del patrimonio artistico italiano nella Repubblica Sociale Italiana” e si denunciano le “infamie” scritte dall’Unità nell’immediato secondo dopoguerra.
Alcuni clienti antifascisti meditano per un attimo di far parlare le mani, ma vince il cosiddetto "senso della responsabilità" e prendono carta e penna per denunciare la presenza dei fascisti autorizzati dalla direzione della Coop. La quale, tempestata di telefonate, pensa bene di ammutolire il centralino.
Le radici sono riconosciute, insomma, ma ancora non hanno il coraggio di rivendicarle...
Fonte
Specie nell'"Emilia rossa", dicono. E nel cuore più rosso dell'Emilia, nel cuore di quello che fu il "triangolo delle Bermude" per i fascisti anche molto tempo dopo la fine della guerra, il vecchio carrozzone che portava soldi al Pci - la Coop fino a due anni fa presieduta da Poletti - ha deciso di far vedere che le radici sono cambiate. Ma ci sono.
Peccato che siano quelle del fascismo italico, con grave scorno dei clienti dell'ipermercato di Reggio Emilia (ramo Nord-Est della holding). Negli espositori che accolgono i clienti, proprio all'ingresso, insieme a tanti calendari 2016 diversi - la fine dell'anno si avvicina, i gusti del pubblico sono differenziati - fa pessima mostra di sé il "calendario del duce".
Le prime proteste, scritte, non si sono fatte attendere: «In barba a tutti i principi fondatori della Coop! Come socio, sono disgustato!», scrive il povero Milo Rozzi, evidentemente memore della storia anche politica di quella che ora è solo una multinazionale della distribuzione e tra i peggiori esempi di sfruttamento della manodopera (non deve essere per un caso che l'ex presidente è diventato ministro del lavoro e dunque padre del Jobs Act).
Una mancanza di tatto troppo grossa, specie nella città dei Fratelli Cervi e della rivolta del 1960. E infatti nel pomeriggio il duce era stato rimosso dal suo trono di latta.
Ma non si tratta di un "disguido" imputabile a qualche "giovane dirigente dell'ufficio commerciale". A oltre cento chilometri di distanza, a Firenze - altra città medaglia d'oro al valore militare nella Resistenza antifascista - identica scena, con qualche piccola ma più grave differenza.
Questa mattina, infatti, i soci e gli utenti della Coop di piazza Leopoldo a Firenze hanno avuto la sgradita sorpresa di vedere un’associazione neofascista all’interno della struttura commerciale, con tanto di cartellone, tavolo informativo e volantinaggio. La campagna, promossa da un sedicente Progetto Firenze Dinamo, sostiene di voler aiutare i fiorentini ed il popolo italiano, ovviamente senza “alcuna finalità discriminatoria” ma solo per “un profondo senso di giustizia”. Nel volantinano un testo in cui si annunciano iniziative che studiano “la protezione del patrimonio artistico italiano nella Repubblica Sociale Italiana” e si denunciano le “infamie” scritte dall’Unità nell’immediato secondo dopoguerra.
Alcuni clienti antifascisti meditano per un attimo di far parlare le mani, ma vince il cosiddetto "senso della responsabilità" e prendono carta e penna per denunciare la presenza dei fascisti autorizzati dalla direzione della Coop. La quale, tempestata di telefonate, pensa bene di ammutolire il centralino.
Le radici sono riconosciute, insomma, ma ancora non hanno il coraggio di rivendicarle...
Fonte
01/07/2015
Luglio 1960: la vittoria della democrazia
Sono passati cinquantacinque anni e non è possibile far trascorrere questa ricorrenza nel silenzio e nell’oblio.
Era l'Italia del 1960. Il Paese si trovava in pieno miracolo economico, ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni politiche e sociali.
Si stava provando, con fatica, a uscire dagli anni '50 e a far nascere il centrosinistra.
Un giovane democristiano, Fernando Tambroni esponente della corrente del presidente della Repubblica Gronchi, assumeva la Presidenza del Consiglio sostenuto da una maggioranza comprendente il partito neofascista, l'MSI.
Quell'MSI che stava tornando alla ribalta con la sua ideologia e la sua iniziativa: quell'MSI che decise, alla fine del mese di Giugno, di tenere il suo congresso a Genova, Città medaglia d'oro della Resistenza.
L'antifascismo, vecchio e nuovo, disse di no.
Comparvero sulle piazze i giovani dalle magliette a strisce, i portuali, i partigiani.
La Resistenza riuscì a sconfiggere il rigurgito fascista.
Ma si trattò di una vittoria amara, a Reggio Emilia e in altre città la polizia sparò sulla folla causando numerose vittime.
Questi i fatti, accaduti in quell'intenso e drammatico inizio d'estate di cinquantacinque anni fa: è necessario, però, tornarvi sopra per riflettere, partendo da un dato.
Non si trattò semplicemente di un moto di piazza, di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica come quella compiuta dall'MSI di convocare il proprio congresso a Genova e di annunciare anche come quell'assise sarebbe stata presieduta da Basile, soltanto quindici anni prima, protagonista nella stessa Città di torture e massacri verso i partigiani e la popolazione.
Si trattò, invece, di un punto di vero e proprio snodo della storia sociale e politica d'Italia.
Erano ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel 1945, ed è sempre necessario considerare come quei fatti si inserissero dentro una crisi gravissima degli equilibri politici una crisi inserita anche in un mutamento profondo dello scenario internazionale, nel quale si muovevano i primi passi del processo di distensione ed era in atto il fenomeno della "decolonizzazione", in particolare, in Africa, con la nascita del movimento dei "non allineati".
Prima ancora, però, dovrebbe essere valutato un elemento, a nostro avviso, di fondamentale importanza: abbiamo già accennato all'entrata in scena di quella che fu definita la generazione "dalle magliette a strisce", i giovani che per motivi d'età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirato l'aria entrando in fabbrica o studiando all'Università accanto ai fratelli maggiori; giovani che avevano vissuto il passaggio dall'Italia arretrata degli anni'40-'50 all'Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale.
Allora i moti del Luglio '60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra le generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici.
Un punto di analisi, questo, non ricordato di frequente: al riguardo del quale abbiamo pensato di presentare un testo, a nostro giudizio illuminante, scritto da Raniero Panzieri e apparso, il 25 Luglio del 1960 proprio nel momento in cui i nuovi equilibri politici si andavano formando (il governo Tambroni si era dimesso e Amintore Fanfani si apprestava a varare quel ministero che Aldo Moro avrebbe definito delle "convergenze parallele": per la prima volta, infatti, il PSI si sarebbe astenuto, come i Monarchici, sull'altro versante. Si trattava del prodromo del governo organico di centrosinistra che poi lo stesso Moro avrebbe presieduto nel Dicembre del 1963).
L'articolo di Panzieri (che non aveva ancora aperto la serie dei "Quaderni Rossi") uscì sulla rivista della federazione torinese del PSI, "La Città" e ne riportiamo di seguito uno stralcio particolarmente significativo:
"E' dunque necessario conquistare, al livello delle forze politiche organizzate, una consapevolezza precisa e seria del movimento reale del Paese. E per questo occorre, innanzi tutto, riconoscere i tratti del processo democratico che da lungo tempo è andato maturando nella nostra società, al di fuori, in gran parte, dalle linee e dagli obiettivi perseguiti dai partiti di sinistra. Ciò che è caratteristico di questo processo è che, nonostante la sua estraneità ai partiti, non ha per nulla i connotati tipici della "spontaneità": il suo grado di coscienza è fortemente sottolineato dalla capacità delle giovani leve operaie di "servirsi" del sindacato unitario (soprattutto) e anche dei partiti di classe, nella stretta misura in cui la partecipazione e il sostegno delle organizzazioni operaie esistenti è necessario all'affermazione di uno schieramento unitario di classe. perciò l'estraneità organizzativa ai partiti di decine di migliaia di giovani operai, che sono state la punta avanzata del movimento, deve essere valutata come un rapporto di spinta, di azione critica esercitata da forze consapevoli, ora in modo chiaro, ora in forme incerte e travagliate, di rappresentare esigenze e scopi di lotta più complessi e più avanzati di quelli offerti dalle organizzazioni e di dover esercitare con la loro autonomia una pressione perché queste si adeguino ai rapporti di classe...Fin qui lo stralcio dell'articolo di Raniero Panzieri: un Panzieri quasi profetico a indicare temi che poi sarebbero stati alla base delle lotte operaie del decennio, fino a sfociare nell' "Autunno caldo" del 1969, nell'unità e nel sindacato dei "Consigli" (stava già, forse, nell'articolo citato quell'interrogativo suscitato da qualcuno, proprio a proposito del Luglio '60: ultimo episodio della Resistenza o primo vagito del '68?).
...Ma questi elementi possono prendere rilievo e consistenza durevole soltanto in una prospettiva politica generale. E proprio questa prospettiva è presente nell'azione dei partiti solo assai parzialmente e in modo deformato. Essa dovrebbe concretarsi nella rivendicazione di un mutamento profondo nelle strutture economiche e sociali, nella individuazione dei processi totalitari del potere, che dalla grande fabbrica si estendono a tutti i livelli del Paese, in un rifiuto del divario che l'azione capitalistica provoca e aggrava di continuo tra la realtà dei rapporti politici e le istituzioni..."
E, ancora, quanto vale oggi il richiamo di Panzieri nella drammaticità del momento storico che stiamo vivendo?
Interrogativi che rimandiamo all'attualità: una complessa e difficile attualità.
In quel Luglio '60, da non considerare - ripetiamo - soltanto per i fatti accaduti in quei giorni, ma nel complesso di una fase di cambiamento della società e della politica, si aprì, ancora, a sinistra, una discussione sulla natura della DC, fino a quel momento perno fondamentale del sistema politico italiano.
Molti si chiesero, a quel momento, se dentro la DC covasse il "vero fascismo" italiano: non quello rumoroso e un poco patetico del MSI, ma quello vero; quello che poteva considerarsi il vero referente dei ceti dominanti, capace di portare al blocco sociale di potere l'apporto della piccola e media borghesia.
Il partito democristiano appariva, dunque, a una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (ricordiamolo ancora una volta: eravamo a soli quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico-sociale-repressivo-autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista.
L'analisi sviluppata dal PCI togliattiano fu diversa.
Nonostante le asprezze della polemica quotidiana il PCI aveva assunto come stella polare di tutta la sua strategia l'intesa con le masse cattoliche, da sottrarre al predominio moderato prevalente dal '47 in poi (grazie alla "guerra fredda") al vertice della DC.
Ma la prospettiva non era così ingenua: essa comportava il proposito di far emergere le forze presenti all'interno della DC, anche al vertice del partito.
In quel Luglio '60 il PCI cercò di operare in quella direzione, e il successo dello sciopero generale, pur macchiato di sangue, si rivelò efficace e significativo anche perché dall'interno della DC si aprì finalmente un varco a quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell'esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella che abbiamo già richiamato delle "convergenze parallele" e, successivamente, del centrosinistra "organico".
Oggi, a cinquantacinque anni di distanza, possiamo meglio valutare l'esito di quei fatti: le contraddizioni che ne seguirono, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice (a partire dal "tintinnar di sciabole" dell'estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana), l'assunzione, in particolare da parte del PSI, via, via, di una vocazione "governista" sfociata nel decisionismo craxiano, i limiti di puro politicismo insiti nella strategia berlingueriana del “compromesso storico”, nello sviluppo abnorme di quella che già dagli anni’50 Maranini aveva definito come partitocrazia (con il contributo di un complessivo "consociativismo" allargato all'intero arco parlamentare) e, infine, nella "questione morale" che segnò, all'inizio degli anni '90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo in coincidenza con la caduta del muro di Berlino (sulla quale furono commessi errori di valutazione enormi) e con l’avvio, con il trattato di Maastricht, della logica monetarista anti-democratica di gestione dell’Unione Europea sul modello reaganian-tachteriano della crescita delle diseguaglianze economiche e sociali.
Ebbene, proprio in quella situazione, all’inizio degli anni ’90, complice anche il cedimento alla logica della “governabilità” in luogo del tipo di rappresentanza politica insito nella Costituzione Repubblicana avvenuto attraverso l’adozione del sistema maggioritario, l'implosione della DC consentì di verificare la giustezza di certe analisi: le masse DC, la gran parte dell'elettorato democristiano, in quel momento di trasformazione del sistema politico trovarono, infatti, sede politica e dirigenti in cui affidarsi in Alleanza Nazionale (l'ex-MSI diventato ormai vero e proprio soggetto di massa) e in Forza Italia (diventato subito il maggior partito italiano, dal punto di vista dei risultati elettorali).
Il che induce a pensare, anche oggi, come una analisi della DC di tipo "azionista" non risultasse del tutto errata: certo era schematica perché leggeva il presente di allora, quello degli anni '60, con le categorie del passato conosciuto negli anni '30 - '40 (il fascismo).
Però introduceva un elemento che non andrebbe mai trascurato e che ci riporta all'attualità: la sinistra non ha saputo rimanere tale, almeno nelle sue connotazioni di fondo, ed ha via via introiettato elementi importanti dell’identità della desta.
Forse il luglio ’60 rappresentò uno degli ultimi passaggi utili per contrastare radicalmente questo processo di involuzione e riproporre alcune radici di fondo della prospettiva resistenziale.
Non è questa la sede per una analisi approfondita, ma non crediamo di errare dicendo che quel "vero fascismo" che aveva tentato di emergere nel luglio '60 rappresentava un agglomerato di interessi-pregiudizi-istinti che continua ad esistere e che, al dissolversi del "grande ombrello" DC dopo aver trovato albergo anche in una destra populista e razzista tenuta assieme da un personalismo di infima categoria come quello berlusconiano, oggi trova oggettivamente spazio nella logica, retta anch’essa da una forte spinta di carattere personalistico e gerarchico, del “potere per il potere” che caratterizza parte preponderante del PD.
Una situazione ormai non più fronteggiata da una sinistra coerente con i suoi principi fondativi, disorientata e smarrita, incapace di affrontare fino in fondo il tema dell’organizzazione politica.
Una sinistra che lascia anch’essa spazio all’improvvisazione contestatrice di soggetti che presentano caratteristiche del tutto interne al sistema sostanzialmente ossequiandolo, con una idea confusa delle “masse” come soggetto indistinto di una “moltitudine” il cui fine dovrebbe essere quella del “movimento per il movimento” agito abilmente dall’alto per preservare “l’autonomia del politico” dalla confusa “autonomia delle masse”.
Sono cambiate troppe cose da cinquantacinque anni a questa parte, mentre si presenta durissimo e in forme inedite l’attacco capitalistico alla pace, al sistema di relazioni internazionali, alle condizioni di vita materiali dei ceti subalterni, al lavoro, allo stato sociale, alla democrazia rappresentativa.
Resta l’interrogativo di fondo lanciato allora: nel Luglio '60 vinse la democrazia.
E adesso?
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