Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/02/2020

“Il Truce” fa marcia indietro: “meglio non essere processato”

Se vogliamo misurare il tasso di fetenzia della “classe politica” italiana si possono usare molti parametri. Ma quello della “coerenza” dovrebbe essere sempre il principale. Difficile da usare, visto che la memoria del discorso pubblico è minore di quella dei pesci rossi, ma comunque qualcosa si può fare.

Ricordate quella di Matteo Salvini che diceva ai suoi parlamentari «Votate per mandarmi a processo e la chiariamo una volta per tutte. Portatemi in Tribunale e sarà un processo contro il popolo italiano, e ci portino tutti in Tribunale. Così la decidiamo una volta per tutte se difendere i confini dell’Italia, la sicurezza e l’onore dell’Italia è un crimine oppure se è un dovere di un buon ministro»?

Non è passato poi troppo tempo, solo 20 giorni; siamo sicuri che ve lo ricordate bene. Pancia in fuori, petto in dentro, il Truce si mostrava fiero e coraggioso, certo delle sue ragioni nel vietare per giorni ad una nave militare italiana con qualche decina di naufraghi a bordo di attraccare in un porto italiano. Nessun giornalista mainstream, va aggiunto, gli ha mai chiesto: “scusi, ma che c’entra la ‘difesa dei confini’ con il divieto di attracco ad una propria nave militare?” Ma fa niente... la qualità del giornalismo italico fa il paio esatto con lo spappolamento della qualità della classe politica.

Però ora quegli stessi giornalisti una domanda normale potrebbero fargliela: “scusi, ma perché ora ha deciso di non farsi processare?”

Già il prode Matteo Secondo è passato a più miti consigli e ha dato ordine ai suoi senatori di votare contro l’autorizzazione a procedere, rovesciando quanto fatto in Commissione.

Il testa-coda è ufficiale, ma affidato alle parole di Giulia Bongiorno – ex avvocato di Andreotti al processo di Palermo, ex parlamentare di Alleanza Nazionale con Fini, ora senatrice con la Lega nonché avvocato del Truce – in una intervista al Corriere.

“Spero davvero che Matteo Salvini decida di non avallare la linea dell’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Il mio timore non è l’esito del processo ma i tempi. L’idea che un uomo possa rimanere per anni e anni a processo non dovrebbe piacere a nessuno. E questo certamente lo farò presente a Matteo Salvini. Lui pensa di andare in aula e dimostrare davanti a tutti in tempi brevi che ha ragione. Però, questo rischia di non succedere. I tempi potrebbero essere lunghissimi e c’è il problema di restare bloccati per anni, ostaggi del processo”.

Insomma, la valutazione sarebbe soltanto politica: stare lì a fare l’imputato per anni non sarebbe un buon viatico per chi sta in campagna elettorale permanente e non sembra neanche capace di far altro.

Quindi, argomenta il suo avvocato, “io ribadirò a Salvini che deve essere orgoglioso di quello che ha fatto e capisco che lui voglia dimostrare che non scappa dal processo. Ma deve tutelare il dovere del ministro di difendere i confini. La strada giusta non è rinunciare alla valutazione sull’interesse pubblico: compete solo al Senato”.

“Resto convinta dell’insussistenza del sequestro di persona. Non significa che si tratterà di un processo che si risolverà in breve né è possibile prevederne l’esito. Il mio maestro, il professor Coppi, mi ha insegnato che la legge è uguale per tutti, ma i giudici no”.

Per quanto la si voglia buttare in caciara, però, non sfugge a nessuno che l’avvocato Bongiorno è prima di tutto un avvocato di esperienza. E che quindi, prima delle preoccupazioni politiche, dia ascolto a quelle giuridiche. Le quali, per chi ha letto le carte messe insieme dalla magistratura, consiglierebbero la “massima prudenza” sull’esito del processo.

Insomma: se si riesce a convincere il Senato a votare contro ed evitare di andare in Tribunale, è meglio. Non sarà eroico, non sarà in linea con la barzelletta dell’“uomo solo al comando” che chiede “i pieni poteri”. Ma è meglio schivare il giudizio.

Però, magari, i senatori potrebbero avere un moto d’orgoglio e mandarlo a processo egualmente, così impara a “scoattare” davanti alle telecamere e a fuggire quando si spengono...

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25/06/2018

Il lavoro in galera

La ministra della funzione pubblica Bongiorno, che ha come massimo lustro della sua carriera la prescrizione di Andreotti, ha proposto la schedatura dei dipendenti pubblici, con impronte digitali e biometriche. Come i rom e i sinti, che devono essere censiti perché rubacchiano, i pubblici devono essere controllati come in un carcere, perché tra di essi si annidano i furbetti del cartellino.

È la società del sospetto del sopruso e della ferocia che mette tutto il lavoro in galera, senza distinzioni tra padrone pubblico e padrone privato.

La maestra Flavia Cassaro di Torino, che dopo essere stata sottoposta alle cure degli idranti e delle cariche della polizia ha inveito contro di essa, è stata licenziata. Da tutte le scuole del Regno verrebbe da dire.

L’operaio Mimmo Mignano, che insieme a altri quattro compagni ha protestato contro i suicidi dei lavoratori FIAT emarginati e bullizzati dall’azienda, ha visto il licenziamento confermato dalla Cassazione. E ora padrone e giudici vogliono indietro gli stipendi che gli operai hanno ricevuto.

La ferocia quotidiana del potere non colpisce solo poveri e migranti, ma sempre di più anche quel mondo del lavoro che una volta aveva diritti e potere. Anzi si può tranquillamente affermare che la violenza economica e di stato contro gli ultimi, costituisce solo la leva per colpire i penultimi.

È la schiavitù che avanza, presentata sempre come necessità oggettiva, banale persino, di affermare regole. Bongiorno, Salvini e Marchionne vogliono tutti affermare lo stesso principio: ordine e disciplina per Dio!

Naturalmente il potere autoritario che toglie ogni libertà al lavoro ha anche le sue preferenze ed i suoi protetti. Il carabiniere che ha detto la verità sui suoi colleghi responsabili della morte Cucchi è perseguitato dai vertici dell’Arma, mentre gli autori del crimine sono ancora tutti al lavoro. Ricchi e potenti sono blanditi, oggetto di regali, assolti preventivamente. Il potere autoritario in Italia ha sempre i tratti del potere mafioso. Che non a caso è scomparso dai proclami legge ed ordine di Salvini e compagnia.

Ogni giorno che passa veniamo abituati a considerare normale qualche orrore in più, dopo le impronte digitali ci potrebbero essere magari le tute arancioni per chi viola le regole, naturalmente solo per poterli distinguere, che diamine.

I governi precedenti nel nome del mercato hanno distrutto i diritti e il senso stesso della dignità del lavoro. Quello attuale su queste macerie vuole ricostruire il potere dell’autorità sulle persone, di ogni autorità, pubblica o privata che sia.

È come se ci sia stata una divisione dei compiti. Uno ha distrutto in basso, l’altro ricostruisce in alto. Tra governi vecchi e governo nuovo si passa il testimone di un potere ogni giorno più feroce.

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