Il 41 bis è tortura. Il suo rinnovo contro Alfredo Cospito è una scelta politica punitiva che conferma il carcere come strumento di annientamento.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha deciso di rinnovare il 41 bis ad Alfredo Cospito. Il provvedimento, atteso entro il 4 maggio, è stato notificato al difensore Flavio Rossi Albertini e conferma la linea più dura possibile: nessun arretramento, nessuna revisione, nessun dubbio. Non è un atto tecnico. Non è routine amministrativa. È una scelta politica deliberata che va chiamata con il suo nome: vendetta.
Il 41 bis non è una semplice misura restrittiva. È isolamento prolungato, privazione dei contatti, compressione della parola, rarefazione della vita sociale fino al limite della sopportazione. È un regime che svuota la persona, che riduce l’esistenza a sopravvivenza controllata. Per questo, da anni, giuristi, osservatori e organizzazioni lo indicano come una forma di tortura. Non una metafora: una descrizione.
Il caso di Alfredo Cospito ha costretto il Paese a guardare dentro questo dispositivo. Sei mesi di sciopero della fame, tra il 2022 e il 2023, hanno rotto il silenzio. Hanno mostrato cosa significa vivere sotto quel regime: isolamento quasi totale, relazioni ridotte al minimo, controllo continuo. Hanno posto una domanda semplice e radicale: può uno Stato costituzionale infliggere tutto questo? La risposta di Nordio è stata altrettanto semplice: sì, e ancora.
Eppure il dato resta lì, inchiodato alla realtà. Cospito è sottoposto al massimo regime carcerario per un attentato – quello del 2006 a Fossano – che non ha provocato morti né feriti. La sproporzione non è un dettaglio: è il cuore del problema. Perché il 41 bis, qui, non serve a impedire collegamenti operativi. Serve a lanciare un messaggio. A dimostrare che lo Stato non arretra. A usare il corpo di un detenuto come terreno di affermazione del potere.
Non è giustizia. È esemplarità punitiva. Nel 41 bis l’uscita non è un percorso rieducativo. È una resa. È la collaborazione, la dissociazione, la rinuncia a sé. Questo è il meccanismo reale: non correggere, ma piegare. Non reinserire, ma spezzare.
E mentre si rinnova questo regime, si aggiungono ulteriori privazioni. A Cospito viene negata perfino la possibilità di leggere liberamente o ascoltare musica. Anche il pensiero, anche l’immaginazione, anche lo spazio interiore diventano oggetto di controllo. È la logica dell’annientamento che si fa totale.
Tutto questo collide frontalmente con l’Articolo 27 della Costituzione italiana. Non come formula astratta, ma come principio concreto: la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione. È difficile sostenere che un regime fondato sull’isolamento prolungato e sulla compressione sistematica delle relazioni possa avere una funzione rieducativa.
La verità è che il caso Cospito è diventato un banco di prova. E il governo ha scelto da che parte stare. Nordio sta difendendo e rafforzando il 41bis. Sta dicendo che questo modello di carcere non solo è legittimo, ma è necessario. Sta spostando il confine di ciò che è accettabile, rendendo normale ciò che normale non dovrebbe essere.
Il punto non è più solo Cospito. Il punto è lo Stato che usa la pena per annientare, che risponde al dissenso con l’isolamento estremo, che confonde sicurezza e vendetta, sta già scivolando fuori dal perimetro costituzionale. E quando questo accade, non è il detenuto a essere sotto processo. È il sistema.
Il rinnovo del 41 bis non chiude nulla. Conferma tutto. Conferma che il carcere duro, in Italia, non è uno strumento eccezionale. È diventato un linguaggio politico. Un messaggio. Un avvertimento. E questo, in uno Stato di diritto, dovrebbe essere inaccettabile.
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