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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/05/2026

Vendetta di Stato. Nordio rinnova il 41bis a Cospito

Il 41 bis è tortura. Il suo rinnovo contro Alfredo Cospito è una scelta politica punitiva che conferma il carcere come strumento di annientamento.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha deciso di rinnovare il 41 bis ad Alfredo Cospito. Il provvedimento, atteso entro il 4 maggio, è stato notificato al difensore Flavio Rossi Albertini e conferma la linea più dura possibile: nessun arretramento, nessuna revisione, nessun dubbio. Non è un atto tecnico. Non è routine amministrativa. È una scelta politica deliberata che va chiamata con il suo nome: vendetta.

Il 41 bis non è una semplice misura restrittiva. È isolamento prolungato, privazione dei contatti, compressione della parola, rarefazione della vita sociale fino al limite della sopportazione. È un regime che svuota la persona, che riduce l’esistenza a sopravvivenza controllata. Per questo, da anni, giuristi, osservatori e organizzazioni lo indicano come una forma di tortura. Non una metafora: una descrizione.

Il caso di Alfredo Cospito ha costretto il Paese a guardare dentro questo dispositivo. Sei mesi di sciopero della fame, tra il 2022 e il 2023, hanno rotto il silenzio. Hanno mostrato cosa significa vivere sotto quel regime: isolamento quasi totale, relazioni ridotte al minimo, controllo continuo. Hanno posto una domanda semplice e radicale: può uno Stato costituzionale infliggere tutto questo? La risposta di Nordio è stata altrettanto semplice: sì, e ancora.

Eppure il dato resta lì, inchiodato alla realtà. Cospito è sottoposto al massimo regime carcerario per un attentato – quello del 2006 a Fossano – che non ha provocato morti né feriti. La sproporzione non è un dettaglio: è il cuore del problema. Perché il 41 bis, qui, non serve a impedire collegamenti operativi. Serve a lanciare un messaggio. A dimostrare che lo Stato non arretra. A usare il corpo di un detenuto come terreno di affermazione del potere.

Non è giustizia. È esemplarità punitiva. Nel 41 bis l’uscita non è un percorso rieducativo. È una resa. È la collaborazione, la dissociazione, la rinuncia a sé. Questo è il meccanismo reale: non correggere, ma piegare. Non reinserire, ma spezzare.

E mentre si rinnova questo regime, si aggiungono ulteriori privazioni. A Cospito viene negata perfino la possibilità di leggere liberamente o ascoltare musica. Anche il pensiero, anche l’immaginazione, anche lo spazio interiore diventano oggetto di controllo. È la logica dell’annientamento che si fa totale.

Tutto questo collide frontalmente con l’Articolo 27 della Costituzione italiana. Non come formula astratta, ma come principio concreto: la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione. È difficile sostenere che un regime fondato sull’isolamento prolungato e sulla compressione sistematica delle relazioni possa avere una funzione rieducativa.

La verità è che il caso Cospito è diventato un banco di prova. E il governo ha scelto da che parte stare. Nordio sta difendendo e rafforzando il 41bis. Sta dicendo che questo modello di carcere non solo è legittimo, ma è necessario. Sta spostando il confine di ciò che è accettabile, rendendo normale ciò che normale non dovrebbe essere.

Il punto non è più solo Cospito. Il punto è lo Stato che usa la pena per annientare, che risponde al dissenso con l’isolamento estremo, che confonde sicurezza e vendetta, sta già scivolando fuori dal perimetro costituzionale. E quando questo accade, non è il detenuto a essere sotto processo. È il sistema.

Il rinnovo del 41 bis non chiude nulla. Conferma tutto. Conferma che il carcere duro, in Italia, non è uno strumento eccezionale. È diventato un linguaggio politico. Un messaggio. Un avvertimento. E questo, in uno Stato di diritto, dovrebbe essere inaccettabile.

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25/03/2026

Smottamenti nel governo Meloni. Saltano le prime teste ma manca il bersaglio grosso

Prima il sottosegretario Andrea Del Mastro, poi la capo di gabinetto del ministero di Giustizia Giusi Bartolozzi. Infine c’è il “benservito” per la ministra Santanchè.

Il day after del referendum sulla controriforma costituzionale vede saltare le prime teste nel governo ma non ancora quella del ministro Nordio, che pure è stato il protagonista dello scontro referendario e del suo esito negativo per la maggioranza. Mentre un velo di pudore e inibizione politica circonda ancora la richiesta di dimissioni della stessa Meloni.

La fretta con cui sono arrivate le dimissioni di Del Mastro e della Bartolozzi, si spiega però con il fatto che queste arrivano alla vigilia del question time di Nordio previsto per oggi alla Camera, dove deve rispondere proprio sulla vicenda del sottosegretario e della capo di gabinetto. A pesare sul caso ci sarebbe anche l’eventualità di nuove rivelazioni audio e intercettazioni sulla vicenda che potrebbero essere portate in commissione Antimafia.

Insomma per Nordio, con Del Mastro e Bartolozzi ancora al loro posto, oggi in Parlamento sarebbe stato un bagno di sangue che la Meloni sta cercando di evitare togliendo di mezzo due personaggi imbarazzanti per il suo governo.

Possiamo tranquillamente affermare che Del Mastro ha fatto decisamente di tutto per complicare la vita politica e la credibilità del governo Meloni, ma anche che è un pessimo personaggio di cui nessuno sentirà la mancanza.

La notorietà se l’è costruita facendo professione di sadismo sui detenuti (“Sui nostri mezzi non li facciamo respirare”), come anche col passaggio sottobanco di documenti “riservati” al suo collega nonché coinquilino Donzelli per fargli fare una provocatoria interrogazione parlamentare sui presunti rapporti tra deputati PD e l’anarchico Cospito al 41bis.

Del resto questa maggioranza aveva messo come sottosegretario alla Giustizia un tipetto vendicativo che andava in estasi di fronte alle sofferenze dei detenuti o degli arrestati. La fantasia corre veloce nell’immaginare la sua esistenza qualora dovesse finire a sua volta in galera.

A complicare le cose per la Meloni è arrivata poi la sua richiesta di farsi da parte per un altro personaggio imbarazzante e ingombrante per l’esecutivo, ossia la ministra Santanchè con i suoi guai giudiziari.

La premier ha chiesto alla ministra di mostrare “sensibilità istituzionale” (un modo felpato per dirle che se ne deve andare) ma la Santanchè – coerente con il suo stile – sta tirando i calci, con il rischio di innescare una crisi istituzionale dentro il governo simile a quella che nel 1995 fece traballare il governo Dini nello scontro con il suo ministro (della Giustizia anche in quel caso, ndr) Mancuso. Dini gli chiese di dimettersi e il ministro si rifiutò avviando un braccio di ferro devastante risoltosi con una mozione di sfiducia parlamentare.

Quest’ultimo scenario, se la Santanchè non si dimettesse di propria volontà, sarebbe decisamente pesante per il governo Meloni.

Era inevitabile che dopo il risultato del referendum ci sarebbero state un po’ di rese dei conti all’interno della maggioranza. Al momento stanno volando stracci di medio livello, ma si sono avviati degli smottamenti nell’area di governo dagli esiti imprevedibili.

Per la Meloni sembra essere finita la festa. Si era abituata troppo bene a vincere facile con una opposizione parlamentare pasticciona e inadeguata alla posta in gioco (lo scenario vede infatti guerre, recessione economica, involuzioni autoritarie, insomma mica robetta da poco), e adesso il rischio di bollire in pentola per l’anno che manca alla elezioni di fine mandato, potrebbe non essere una prospettiva allettante.

Anche perché ha verificato che “la squadra” di cui dispone o dimostra manifesta incompetenza o ha troppi scheletri nell’armadio in una fase storica estremamente critica. E il paese se ne è accorto, soprattutto i più giovani. Per questo c’è urgenza nel pensare e dispiegare una alternativa politica e sociale “di sostanza”.

Ultim’ora. La ministra Daniela Santanchè si è dimessa. Dopo il braccio di ferro con la premier la titolare del Turismo ha ceduto alle pressioni e ha lasciato l’incarico. Non ne sentiremo la mancanza.

Fonte

20/11/2025

Spudoratamente Nordio

L’Italia è un Paese dove la memoria evapora in fretta: la gente fatica persino a ricordare il giorno prima. Un Paese senza storia viva.

Lo si capisce quando un ministro arriva a dire spudoratamente che, se un’idea di Licio Gelli era “giusta”, non ci sarebbe nulla di strano nel seguirla. Parole pronunciate dal Guardasigilli Carlo Nordio, nel rispondere a chi ha ricordato che la riforma della giustizia assomiglia parecchio al progetto scritto dalla loggia P2.

Come se il nome non pesasse. Come se dietro quel nome non ci fosse un archivio di sangue, colpi di stato, bancarotte pilotate, depistaggi e relazioni oscene che hanno attraversato la Repubblica come una febbre gialla.

Gelli e la sua rete Massona sono entrati praticamente in tutto le porcherie architettate da un élite cospirativa: servizi segreti, ministeri, giornali, banche, televisioni, Guardia di Finanza, Esercito, Polizia e Carabinieri. Uomini piazzati nei punti chiave. Un elenco di 962 nomi che, nel 1981, fece tremare i palazzi. E non perché qualcuno scoprì un complotto; ma perché quel complotto era già in corso da anni.

Dietro c’era il “Piano di rinascita democratica”: addomesticare l’Italia, spingere verso un sistema bipolare rigido, limitare la stampa, ridisegnare i poteri delle Camere, rimettere la magistratura sotto controllo. Tutto nero su bianco. Un’agenda politica pronta all’uso. E poi gli episodi. Uno dopo l’altro, come una catena.

Il caso Moro.

Durante i 55 giorni, i vertici dei servizi erano occupati da iscritti alla loggia. C’è chi sostiene che il “venerabile” abbia agito per impedire la liberazione di Moro [traduzione a scanso di equivoci: “impedire che lo Stato trattasse con le BR”, ndr].

La strage di Bologna.

Ottantacinque morti. Nel 1994 Gelli è condannato per aver depistato le indagini: confonde le acque, sposta piste, protegge interessi. Una inchiesta più recente della Procura Generale di Bologna ipotizza che Gelli, insieme ad altri, sia tra i mandanti-finanziatori della strage. Ma Gelli deceduto, non può essere processato per queste nuove accuse.

Il Banco Ambrosiano.

Una bancarotta che travolge tutto. Gelli condannato per frode. L’ombra sulla morte di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra. Una scia di denaro, ricatti e poteri paralleli che si muove tra Roma, Milano, Londra e Città del Vaticano.

Tangentopoli.

Spunta il “conto protezione”: soldi dal Banco Ambrosiano al PSI. Un altro tassello, un’altra vena scoperta del sistema.
E mentre tutto questo accadeva, il capo della loggia faceva quello che fanno gli uomini abituati a muoversi fuori dalla legge: scappava.

La fuga.

Arrestato in Svizzera nel 1982, rinchiuso a Champ-Dollon, evade, guarda un po’, un anno dopo. Riappare in Sudamerica, tra Venezuela e Argentina. Si consegna di nuovo, ricompare a Ginevra, viene estradato, rimesso in libertà provvisoria. Un filo spezzato e riallacciato cento volte, sempre con una facilità che dice più di mille sentenze.

La dittatura argentina.

E qui si apre un capitolo che da solo basterebbe a raccontare un’epoca. Rapporti stretti con Roberto Eduardo Viola e con l’ammiraglio Emilio Massera, uno degli uomini chiave della giunta militare fascista. Trentamila desaparecidos, torture sistematiche, volti cancellati per sempre. In quel contesto, Gelli riceve lettere di encomio. Gli argentini gli concedono persino un passaporto diplomatico.
Un italiano che ottiene protezione da una delle dittature più sanguinarie del Novecento. Un dettaglio che basterebbe a riportare alla realtà chiunque non sia deciso a dimenticare.

E invece, oggi, nel 2025, si può parlare di Licio Gelli come di un signore qualsiasi dotato di “opinioni”. Si può dire che, se una sua idea era “giusta”, allora non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Succede perché l’Italia non ricorda.

Succede perché il passato dura 24 ore.

Succede perché ci si abitua a tutto, anche all’orrore, se nessuno lo racconta più.

Fonte

07/11/2025

Almasri arrestato in Libia. Una serie di responsabilità politiche da ricostruire

Il generale libico Osama Almasri, a capo della milizia denominata Rada, è stato arrestato il 5 novembre dalle autorità libiche, con l’accusa di tortura verso dieci migranti detenuti in un lager (perché di questo si tratta) sotto il suo comando, e dell’omicidio di uno di essi. Il militare era stato al centro di una lunga diatriba riguardante il governo italiano e la Corte Penale Internazionale (CPI).

Per quanto l’arresto risponda a un minimo criterio di giustizia, è necessario ricostruire la vicenda e anche le problematiche annesse all’azione delle autorità libiche. Insieme all’opacità promossa dai vertici governativi italiani, si delinea un quadro di responsabilità politiche, giocate sul filo – e oltre – della legalità, che rimandano alla connivenza con le violenze tipicamente annesse all’esternalizzazione delle frontiere UE.

Prima di tutto i fatti, messi secondo un ordine ‘logico’. Almasri era stato arrestato il 19 gennaio a Torino, sulla base di un mandato di cattura della CPI emesso il giorno precedente: le accuse spaziavano dagli omicidi alle torture, fino agli stupri. Il capo di Gabinetto di Nordio era stato avvisato già il 19 gennaio della necessità che il ministro della Giustizia firmasse un atto urgente, per osservare il mandato di cattura emanato dall’Aja.

Nonostante questo, il 21 gennaio Almasri fu liberato e rimpatriato in Libia con un volo di stato. Da allora, il governo, e anche l’ambasciatore italiano nei Paesi Bassi, Augusto Massari, hanno presentato una serie di dichiarazioni e versioni contraddittorie, nessuna davvero convincente e, soprattutto, nessuna che spiegasse come mai i doveri verso la CPI non erano stati rispettati.

Tutto questo fino a quando, alla fine di ottobre, non è arrivata in Giunta per le autorizzazioni della Camera l’archiviazione del procedimento nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano. Le ipotesi di reato a loro carico erano omissione d’atti d’ufficio, peculato e favoreggiamento.

Dopo appena una settimana, Almasri è stato arrestato, e poche ore dopo il governo ha diramato una nota informale nella quale ha affermato che era a conoscenza delle indagini su Almasri. E che sulla base di un particolare combinato disposto di comunicazioni libiche ha infine deciso di non dare seguito al mandato della CPI.

“L’esecutivo italiano era bene a conoscenza dell’esistenza di un mandato di cattura emesso dalla Procura Generale di Tripoli a carico del libico Almasri già dal 20 gennaio 2025”, e la Farnesina aveva ricevuto “pressoché contestualmente con l’emissione del mandato di cattura internazionale della Procura presso la Corte Penale Internazionale dell’Aja, una richiesta di estradizione da parte dell’Autorità giudiziaria libica”.

Questo riporta Sky Tg24, sulla base di fonti governative. Allo stesso tempo, però, Adnkronos ha visionato una nota riservata, inviata alla Corte d’Appello di Roma dal Procuratore generale libico, risalente al 20 gennaio 2025. Nel testo si chiede di non procedere al fermo e all’estradizione di Almasri sulla base del mandato della CPI, sostenendo che tali reati rientrassero nella giurisdizione nazionale della Libia.

Nel paese al di là del Mediterraneo, infatti, sarebbero state già in corso indagini sulle torture e sugli omicidi dei migranti in custodia. La CPI non avrebbe mai comunicato formalmente con la magistratura libica e non ne avrebbe richiesto la cooperazione giudiziaria. Dunque, “la gestione da parte della Corte Penale Internazionale dei fatti contestati ha violato il principio di complementarità tra la Corte e le giurisdizioni penali nazionali”, scrive il Procuratore generale libico.

Insomma, delle due l’una: o c’era una richiesta di estradizione, o le autorità libiche hanno chiesto di lasciar andare Almasri. Considerato che il militare è poi rientrato trionfante nel suo paese, la versione del governo italiano sembra la meno attendibile. E i tribunali libici facevano in realtà i conti con rapporti di forza interni e con la necessità di raccogliere ulteriori prove.

Sono poi le stesse fonti italiane a far emergere come il quadro Almasri sia cambiato effettivamente solo per eventi politici, e prettamente militari. Già da mesi, gli equilibri al di là del mare, intorno alle forze della Rada di cui Almasri era elemento di spicco, e che avevano avuto una collaborazione stretta con i servizi segreti italiani, stava cambiando. Il punto di svolta era poi arrivato a maggio, quando a Tripoli pesanti scontri hanno materialmente indebolito le forze di Almasri.

Il suo arresto, dunque, era ormai non solo fattibile in termini di sicurezza, ma anche funzionale con nuovi obiettivi politici. Non si può ignorare il fatto che le milizie accordatesi con Italia e UE per chiudere i migranti nei lager abbiano subito pesanti sconfitte, mentre da mesi è andata avanti un’opera di dialogo con funzionari provenienti sia dal governo di Tripoli che da quello di Bengasi. Un cambiamento non di poco conto in uno scenario in cui Roma e Bruxelles, palesemente, non hanno più il pallino del gioco e si affidano agli eventi.

Eventi che potrebbero rimanere in casa libica. Infatti, il 12 maggio il primo ministro Dbeibah aveva dichiarato di accettare la giurisdizione della CPI, seppure il suo paese non aderisca allo Statuto di Roma che la regola. Le accuse mosse contro di lui in patria, però, sono ridotte rispetto a quelle dell’Aja (che prevedevano anche stupro, riduzione in schiavitù, esecuzione sommarie e altri crimini).

Ma come afferma il comunicato libico diffuso dopo l’arresto del generale, “in presenza di prove sufficienti per procedere con l’accusa, la Procura ha rinviato a giudizio al tribunale competente l’accusato, che è attualmente in custodia cautelare”. Ovvero, sarà un tribunale libico a giudicarlo, precludendo, sembrerebbe, l’affidamento alla giustizia internazionale.

Tiriamo le somme della vicenda, almeno per ciò che è indubbio. Il governo italiano non ha rispettato gli obblighi che aveva verso la CPI. Fosse anche vero che c’erano già delle indagini in corso in Libia, era impossibile sapere da Palazzo Chigi che Almasri sarebbe stato arrestato, cosa che invece doveva avvenire secondo lo Statuto di Roma (e il guardasigilli aveva tutte le informazioni per far sì che accadesse).

A riprova di tutto ciò, il generale libico non è stato estradato, sulla base di capi d’accusa formulati al di là del Mediterraneo, ma è stato semplicemente espulso, su di un volo di stato, a volte affermando “perché pericoloso”. Ma il militare era pericoloso in Libia, tra le sue milizie, non in un carcere a Torino. E dai suoi uomini è stato accolto trionfante una volta sfuggito alla CPI.

L’unico motivo per cui oggi Almasri è stato arrestato è che i suoi servigi nel puzzle di scontri e guerra libico non erano più graditi, e lui aveva perso molto del suo potere militare. L’Italia – e la UE per estensione, dato che si parla di esternalizzazione delle frontiere europee – ha semplicemente lasciato che la questione venisse risolta ‘in casa’, attendendo di vedere a quale milizia doversi affidare per mandare avanti i lager per i migranti.

E in casa verrà probabilmente giudicato Almasri, a meno che altri equilibri interni non suggeriscano di spedirlo all’Aja (ma ciò renderebbe probabilmente più rischioso l’allargarsi delle indagini, mettendo in pericolo autorità libiche e anche italiane). Intanto, il governo nostrano dimostra ancora una volta che “il diritto conta fino a un certo punto”, come ebbe a dire Tajani. Quel punto è finché non si mette nel mezzo degli interessi imperialistici europei.

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01/08/2025

L’ultima supercazzola del governo sul caso Almasri

L’ambasciatore italiano nei Paesi Bassi, Augusto Massari, ha consegnato una memoria integrativa di una quindicina di pagine alla Corte Penale Internazionale, per cercare di evitare il deferimento dell’Italia a causa delle inadempienze sul caso Almasri. E anche per evitare a Nordio di doversi mostrare come inadeguato, o come connivente coi trafficanti di esseri umani. O entrambe le cose.

Intanto, Roma deve dimostrare la buona fede nei provvedimenti presi per Almasri. Ma la memoria inquina ancora di più le acque con una serie di indicazioni che sono contorte, poco credibili, a volte facilmente smentibili. Innanzitutto, perché il ministro Nordio ha saputo tutto per tempo sul caso, e ha agito proprio consapevole di tutte le sue responsabilità.

Per questo, il tentativo di Massari – in passato consigliere diplomatico di Nordio – di attribuire ogni responsabilità ai giudici sulla vicenda, con il ministro che si è limitato a rispettare la divisione dei poteri, fa acqua. È un principio che va bene se si rimane nella teoria, va bene per la normale amministrazione, ma nella pratica di un ricercato per crimini contro l’umanità la questione cambia.

Basterebbe il fatto che, effettivamente, il ministro può e deve intervenire in situazioni del genere, per richiamare le responsabilità politiche non assolte. Basterebbe ricordare, in generale, che esistono provvedimenti di grazia, o anche che lo stesso governo sta ora promuovendo una riforma della giustizia che da molti viene criticata per porre i PM sotto il controllo dell’esecutivo, per smontare questa posizione.

La politica conta, altrimenti che ci sta a fare un ministro della giustizia? Un altro punto che palesa solo un’ulteriore ‘arrampicata’ sugli specchi è quello dell’estradizione. Roma avrebbe preso atto della richiesta di estradizione fatta dalla Libia: una paginetta appena, che però sarebbe stata sufficiente a rendere il quadro intorno Almasri ancora più complesso.

E qui, di nuovo, risalta l’inadeguatezza e anche l’abbandono di qualsiasi ruolo politico da parte di un ministro. Il puzzle del caso avrebbe “impedito al governo italiano di completare le proprie valutazioni prima dell’adozione da parte della Corte d’Appello di Roma della sua decisione”. Insomma, non c’era abbastanza tempo per farsi un’opinione.

Dunque, un intero ministero, per quanto sia stato informato in sostanza in tempo reale, non ha abbastanza risorse e abdica a qualsiasi decisione politica. Ripetiamo: e allora a che serve avere un ministro della giustizia? E questo nonostante gli fosse stato trasmesso, anche questo per tempo (anche se poi dicono che la notifica sia stata controllata in ritardo...), il mandato di cattura da parte della CPI.

Qualcuno ricordi a Nordio che anche l’adesione a questo organo internazionale è stato un atto politico. Il governo può decidere di non farne più parte, tanto è abbastanza evidente che il diritto internazionale non gli interessa. Ma finché Roma sarà legata alla CPI, allora i mandati di cattura vanno eseguiti, ed è responsabilità politica del ministro fare in modo che succeda.

Inoltre, Almasri è stato rimpatriato. Non estradato. E non nel paese di provenienza (Almasri aveva un passaporto dominicano), ma in quello d’origine. La separazione dei poteri, sì, ma su tutto il resto si chiude un occhio. L’unica cosa credibile nella memoria presentata all’Aja è la ribadita motivazione di ordine pubblico e sicurezza nazionale.

Ovvero, consegnare Almasri alla giustizia avrebbe significato rompere i patti con i trafficanti di esseri umani che tengono nei lager libici i migranti che la UE non vuole, perché ad ora non utili nel mercato del lavoro. È questa la sicurezza nazionale di cui parla la memoria.

Fonte

14/07/2025

Nordio sapeva tutto per tempo sul caso Almasri

Il ministero della Giustizia era stato informato per tempo di un atto urgente da firmare per evitare l’inefficacia dell’arresto di Osama Almasri, criminale libico ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità come carceriere di migranti. Ora la situazione del governo si complica.

Con la fine delle indagini del Tribunale dei ministri di Roma emergono nuove informazioni che smontano la ricostruzione dei fatti offerta inizialmente dal guardasigilli Carlo Nordio. Nella sua informativa al Parlamento, lo scorso febbraio, il ministro aveva sostenuto di essere stato avvisato solo lunedì 20 gennaio dell’arresto di Almasri, quando ormai il generale libico era stato rispedito oltre il Mediterraneo.

Invece, il capo del Dipartimento affari di giustizia Luigi Birritteri ha scritto al capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi il pomeriggio del 19 gennaio, segnalando la necessità che Nordio mettesse la firma su un atto urgente, per osservare il mandato di cattura emanato dall’Aja e porre rimedio all’errore procedurale segnalato dalla Corte di appello di Roma nell’arresto di Almasri.

C’è una mail delle 15:28 del 19 gennaio in cui Bartolazzi informa Birritteri di essere già informata dell’accaduto, e la sua preoccupazione è quella di raccomandare il massimo riserbo, aggiungendo che preferisce una comunicazione chat su Signal piuttosto che l’uso di protocolli e mail. Un ottimo modo per cercare di nascondere quanto più possibile le proprie azioni.

Il ministero della Giustizia afferma che una mail precedente, delle 14:35, già dimostrerebbe come Birritteri aveva informato Bartolazzi, ma in essa veniva scritto che la vicenda, irrituale nella sua procedura, non vedeva coinvolto il dicastero in maniera diretta come autorità competente. “Domani faremo le nostre valutazioni – era scritto nel messaggio – sulla base della documentazione che ci verrà eventualmente trasmessa”.

Tanto basta a Nordio e al suo staff per discolparsi, perché dimostrerebbe che non avevano ancora abbastanza elementi per agire. Eppure, il magistrato di collegamento presso l’ambasciata italiana in Olanda, per quell’ora, aveva già inviato sulla piattaforma Prisma l’atto di accusa dei giudici dell’Aja.

Bartolazzi ha detto di aver aperto la piattaforma solo il 20 gennaio, quando ormai era troppo tardi per intervenire. Come se si trattasse della chat di gruppo con gli amici, che ignori qualche ora per rispondere poi la mattina successiva, e non ci fosse in gioco l’arresto di un criminale internazionale. Quindi, al di là di tutte le ‘irritualità’, c’erano tutti gli elementi per assicurare Almasri alla giustizia.

È evidente che la scelta di lasciare libero il generale libico è stata tutta politica, rispetto agli accordi coi trafficanti di esseri umani che il nostro paese ha stipulato con le autorità al di là del Mediterraneo. Del resto, nelle mail si legge esplicitamente che il caso poteva avere “una possibile valenza politica di non trascurabile entità trattandosi di questione inerente lo scenario nord-africano”.

Inoltre, si conferma che il responsabile del ministero della Giustizia ha dunque mentito al Parlamento. Non che questo sorprenda, non che questo non sia successo in passato. Eppure, non va sottovalutata la gravità di un atto del genere. Senza considerare che ciò avviene mentre Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano sono indagati per i fatti.

Un terremoto giudiziario che avviene sul terreno della complicità di Palazzo Chigi con la sistematica violazione dei diritti umani. Anche in questo caso, non una novità, soprattutto dopo due anni di genocidio dei palestinesi in diretta TV. È però un segnale evidente di una crisi irreversibile di cui è partecipe tutta la classe dirigente, che a fasi alterne si è resa responsabile, tutta insieme, delle stesse azioni.

Fonte

07/02/2025

Nordio seppellisce la credibilità di Meloni

In questi giorni intensi, in cui viene giù l’architettura dell’“ordine internazionale” fondato nel secondo dopoguerra, tra pulsioni genocide ad ampio spettro e “pensate immobiliariste” per mettere a valore anche i cimiteri, doversi occupare della miseria politica italiana provoca sommovimenti intestini insopportabili.

Ci muniamo di pazienza e proviamo a dire cosa ha dimostrato l’indegna sceneggiata parlamentare di ieri.

Com’è noto, il governo doveva spiegare perché ha mancato di rispettare un ordine di cattura emesso dalla Corte Internazionale de L’Aja, riportando a casa con un aereo dei servizi segreti il capo degli scafisti libici di Tripoli, Almasri, che è anche alla guida dei lager di quella parte di Paese.

Va ricordato che l’Italia è non solo paese membro della Corte Internazionale, ma che quella è stata fondata proprio a Roma, nel 2002, al termine di un lungo processo evolutivo che partiva dal processo di Norimberga, per istituire un organismo “terzo e neutrale” incaricato di perseguire mostruosità come il il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra.

Non che il comportamento di quella Corte sia stato irreprensibile. Un po’ perché non vi hanno aderito Stati che comunque sarebbe stato difficile perseguire (Usa, Russia, Cina, lo stesso Israele come “51° stato Usa”). Un po’ perché, anche per questo, la sua azione è stata “strabica”. Sì al processo contro Slobodan Milosevic – poi assolto dopo che era già morto in carcere – o contro capi-fazione in Ruanda, Costa d’Avorio e altri paesi africani. Silenzio totale sui massacri in Iraq, Afghanistan, territori occupati palestinesi, ecc.

Almeno fino a quando il genocidio a Gaza non è balzato anche ai suoi occhi facendo scattare il mandato di cattura per Netanyahu e l’ex ministro della difesa Gallant (quello che aveva definito i palestinesi “animali umani”, quindi da mandare al mattatoio). E con questi due mandati si è giocato la “tolleranza” da parte dell’Occidente neoliberista, costitutivamente genocida... Da allora solo sputi in faccia e pernacchie, niente più omaggi al “diritto internazionale”.

Però se si costruisce davvero un “ordine internazionale basato su regole che valgono per tutti”, sulla falsariga dei codici penali nazionali, si può naturalmente criticarne le singole decisioni, ma non far finta che quelle decisioni sono solo carta straccia.

Altrimenti si esce da quell’“ordine” e ci si adatta alla guerra di tutti contro tutti, sulla base del puro esercizio della forza. Di cui l’Italia dispone in misura quasi irrilevante, sul piano mondiale.

Sulla vicenda Almasri tutti – governo e opposizione parlamentare – hanno dato la prova della propria pochezza. Anche se ovviamente l’opposizione, almeno in questo caso, ha fatto la propria parte dicendo qualcosa (di solito non fa nulla o peggio converge con il governo, ad esempio sull’invio di armi in Ucraina).

Il ministro della giustizia Nordio, primo bersaglio di un impiccio che è nato anche dal suo comportamento omissivo, si è presentato in aula con una nuovissima versione dei fatti che è sembrata sagomata sull’esigenza – completamente diversa – di assestare un altro colpo alla magistratura. A prescindere da quel che fa e solo perché ne esiste una (pessima e servile, peraltro).

Fino a ieri si era trincerato dietro la formula “stavo valutando” cosa fare con Almasri, mentre intanto un aereo dei servizi (per evidente decisione del sottosegretario con delega, Alfredo Mantovano, d’accordo con il presidente del consiglio) aspettava all’aeroporto di Torino che il tagliagole tripolino venisse scarcerato.

Un impiccio che però segnalava un possibile malfunzionamento interno al governo – il ministro competente tace mentre “studia” e intanto un altro ministero agisce motu proprio. Per cancellare anche questa “macchietta” sulla splendida autorevolezza di un esecutivo ridicolo, Nordio ha scelto perciò una versione più “muscolare” e meno fantozziana.

Facendo un disastro.

Nota Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera (non certo un organo antipatizzante con il governo, anche se preferirebbe un tono generale più “istituzionale” e meno “pesciarolo”): «Il ministro non è un passacarte», rivendica il Guardasigilli Carlo Nordio. E spiega che nel suo ruolo di «organo politico» ha il «potere-dovere di interloquire con altri organi dello Stato, laddove se ne presenti la necessità, che in questo caso si presentava eccome».

Dunque il ministro della Giustizia che ha di fatto disapplicato il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale contro il generale libico Najeem Osama Almasri, determinando la scarcerazione del detenuto, ha discusso con i colleghi di governo. Con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, c’è da presumere, ma anche con il sottosegretario delegato alla sicurezza nazionale Alfredo Mantovano e, verosimilmente, con la stessa premier Giorgia Meloni.

Cioè i quattro indagati la cui posizione è al vaglio del Tribunale dei ministri, dopo la trasmissione degli atti da parte del procuratore di Roma.”

La logica è ferrea. O sei – in materia di mandati di cattura internazionali emessi da un Corte non italiana – un semplice “passacarte” che rispetta i trattati e i regolamenti in materia, senza entrare nel merito, oppure sei uno che può decidere per conto proprio se e quando un mandato di cattura “terzo” (contro cittadini di un altro paese, nemmeno italiani) deve essere eseguito oppure no, dopo esserselo frettolosamente letto (“48 ore, 40 pagine in inglese con allegati in arabo”, ecc.) e stabilito che “se sò sbajati...”.

E se Almasri è stato riportato a casa... allora è colpa tua. L’hai deciso tu (insieme al resto del governo, ovvio).

Detto questo, il realismo politico più cinico avrebbe richiesto la banale necessità di ammettere che “non si poteva fare altro” visti gli accordi immondi esistenti tra lo Stato italiano e gli scafisti di Tripoli – sottoscritti dal piddino Marco Minniti, peraltro, quando era ministro dell’interno – che obbligano a garantire l’impunità per quanto lì avviene, “nel nostro interesse”.

Insomma: bastava invocare il “segreto di Stato” per chiudere la vicenda, certo con una pessima figura morale per una presidente del consiglio “madre e cristiana” (tra le vittime di Almasri ci sono innumerevoli donne e bambini).

E invece no. Nemmeno questo. Il governo, via Nordio, voleva uscirne con un rafforzamento della propria traballante immagine morale (basta guardarli schierati, in effetti...).

Così ha dovuto abborracciare una “nuova versione” dei fatti – la terza – che ne cancella definitivamente ogni credibilità, sia sua che della stessa Meloni. Se, infatti, dici cose sempre diverse anche nel ricostruire quel che hai fatto nel prendere una decisione tra quattro o cinque ministri, figuriamoci quante balle puoi raccontare su questioni sicuramente più complicate come la politica economica e fiscale, l’uso dei fondi del PNRR, le alleanze internazionali, ecc.

Si potrebbe chiudere qui, limitandosi alla sola citazione del penoso intervento di Piantedosi, che nell’arzigolo questurese consegnato agli archivi si è limitato a ripetere la necessità di espellere «un soggetto pericoloso per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico». Delle due l’una: o Almasri è un alleato dell’Italia, per quanto puzzolente e impresentabile, e allora il riportarlo a casa è spiegabile (con la copertura del segreto di Stato, certo). Oppure è un “potenziale pericolo”, e allora sarebbe stato meglio consegnarlo in catene alla Corte de L’Aja.

In fondo lui è solo un poliziotto di mestiere, non avrebbe necessità di usare scioglilingua da azzeccagarbugli che non fanno neanche ridere...

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23/10/2024

Lager albanesi e chiusura dei porti: il governo di pericolosi incompetenti scopre la magistratura

I membri dell’infausto e nocivo governo Meloni hanno scoperto, di recente, l’esistenza della legge e della magistratura, due diaboliche forze sovversive che minacciano di impedire i loro insulsi show, indegni teatrini coi quali cercano di propinare le loro false e disastrose soluzioni a un popolo sempre più povero e demoralizzato.

Lo show si svolge su di un terreno che, istruiti da spin doctor del calibro di Musk o poco meno, ritengono particolarmente propizio per mettere in azione le loro armi di distrazione di massa, destinate a distogliere l’attenzione dai loro continui fallimenti e dalla loro “politiche” meschinamente reazionarie e filopadronali.

Mi riferisco ovviamente al tema delle migrazioni, trasformato in minaccia esistenziale per la nostra società che invece sono loro a disgregare ogni giorno di più colla loro proverbiale inettitudine e l’esasperata coltivazione del “particulare” proprio e delle loro famiglie allargate.

“Non passa lo straniero” è lo slogan lanciato da lorsignori con esilarante rievocazione delle vicende del Piave, mettendo al posto delle armate austroungariche gli esseri umani espulsi dai loro contesti originari dalle politiche di guerra, devastazione ambientale, oppressione sociale e rapina delle risorse che l’Occidente neocoloniale continua a promuovere in tutto il mondo, anche se fortunatamente con sempre minore successo.

Meloni, fra le sue numerose sparate pre-elettorali, aveva promesso il blocco navale per impedire l’invasione. Di fronte all’evidente impraticabilità di questa misura, aveva ripiegato, oltre che sugli ostacoli ai salvataggi, sulla spedizione dei migranti in Albania.

Senonché il suo geniale progetto si è infranto proprio sulla legge europea. Cifre esorbitanti sono state spese per una passeggiata marittima ben poco rilassante di sedici migranti fino alle coste albanesi e ritorno.

Il secondo esempio, del pari illuminante è costituito dalle imprese di Salvini, convinto all’epoca che indossando le vesti di strenuo difensore dei confini patrii avrebbe guadagnato qualche consenso colla chiusura dei porti.

Per sfortuna loro e fortuna del popolo italiano l’Italia non è ancora il Regno di Pulcinella ed esiste sempre e comunque una magistratura non disposta a farsi intimidire e che costituisce oggi a ben vedere una delle poche risorse istituzionali e sociali di cui siamo ancora dotati, tanto è vero che l’uomo col busto del Duce sul comodino, autentico cervello giuridico della squalificata congrega, la vuole fare fuori come potere autonomo per trasformarla in mero ammennicolo del potere.

In preda a comprensibile disappunto e indignazione degna di migliori cause essi rivolgono quindi oggi i propri strali contro i giudici, che vorrebbero proni ai loro voleri anticostituzionali, obbedienti e servili.

Con involontario umorismo il ministro Nordio parla di giudici “che esondano” quasi si trattasse dei corsi d’acqua che a causa di cambiamento climatico, tradizionale incuria del territorio, paralisi burocratica e insensibilità politica, stanno facendo da tempo danni e vittime crescenti in Italia.

E si propone di metterli a posto lui, quasi ignorasse le guarentigie costituzionali di cui la magistratura è circondata e che costituiscono elemento fondamentale e irrinunciabile di ogni Stato di diritto degno di questo nome.

Analoghe minacce e intimidazioni, sia di stampo governativo che criminale diffuso, sono state rivolte contro i giudici di Palermo che nei prossimi giorni potrebbero condannare Salvini per il suo comportamento illegittimo e ingiustificabile.

Vero è che i migranti costituiscono oggi parte integrante e sempre più importante di coloro che, col loro ingrato e faticoso lavoro quotidiano, specie nei settori dove vige il padronato più selvaggio, come l’agricoltura e la logistica, portano sulle loro spalle l’Italia.

Il razzismo istituzionale sfoggiato e messo in pratica da lorsignori serve anche a mantenerli in uno stato di privazione dei diritti frantumando l’unità di classe e colpendo al cuore il principio di eguaglianza formale e sostanziale che costituisce l’architrave della Costituzione repubblicana.

Del resto lo Stato costituzionale di diritto è minacciato fortemente in Italia anche da tanti altri punti di vista, come la foga bellicista antirussa in spregio all’art. 11, il sostegno al genocidio dei Palestinesi, la cosiddetta autonomia differenziata che fa a pezzi l’unità nazionale, il cosiddetto premierato che mina gli equilibri istituzionali previsti dalla Costituzione, l’atteggiamento permissivo nei confronti di evasione fiscale, corruzione e altre illegalità della classe dominante che emerge dal tentativo di smantellare l’opera di contrasto di questi fenomeni che dilagano oggi in Italia insieme a povertà e degrado ambientale e sociale, mentre i governanti falliti continuano ad allestire i loro fallimentari spettacoli con sempre minor gradimento di critica e di pubblico.

Che ci possono propinare impuniti solo per la perdurante assenza di un’opposizione politica e sociale che sia degna di questo nome, come dimostrano soprattutto le poco edificanti vicende del PD.

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07/09/2023

La repressione che comincia a quattordici anni

La repressione comincia a 14 anni? Oggi arriva in consiglio dei ministri un provvedimento sul “disagio giovanile”, che intende introdurre nuove disposizioni per contrastare il fenomeno delle baby gang e nuovi provvedimenti in materia di accesso ai siti pornografici.

L’esecutivo vorrebbe unire in un unico testo, che si vorrebbe dedicato alle problematiche dei ragazzi, le misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, e un provvedimento ad hoc per mettere un freno all’abuso del porno online da parte dei minori.

Da quanto si apprende, le modifiche che si vogliono introdurre sarebbero tutte nel senso di aggravamenti – anche molto pesanti – di pena per alcuni reati e di misure restrittive, quali il Daspo urbano anche per i minorenni di 14 anni di età.

Le proposte, gravide di minaccia, erano state sia pure confusamente anticipate in interviste ed interventi di vari esponenti del Governo e della maggioranza nei quali si è anche proposto di portare il limite della imputabilità penale sotto i 14 anni. Un limite questo previsto sin dal Codice penale Rocco del 1930 e che si rifà ad un principio minimo di civiltà giuridica.

Tutta l’evoluzione del diritto minorile in Italia, dagli anni Sessanta in poi, è caratterizzato dal tentativo di dare ai minori che commettono reati la possibilità di uscire dal circuito repressivo, nel senso di risocializzazione indicato dall’art. 27 della Costituzione. Quella che ora si manifesta appare invece una decisa inversione di rotta in senso marcatamente repressivo.

In particolare l’introduzione di un Daspo specifico per i minori quattordicenni appare misura amministrativa ma di chiara impronta punitiva e senza che le esigenze del minore, di ogni minore, specie se deprivato dei minimi diritti, vengano prese in considerazione.

Già la disciplina del Daspo vigente per i maggiorenni, pur se “salvata” dalla Corte costituzionale, dà adito a molti dubbi di legittimità, stante l’affidamento ad autorità amministrative di penetranti poteri limitativi di libertà costituzionali.

Ma prevedere tali poteri anche nei confronti dei minorenni quattordicenni, soggetti alla potestà dei genitori, privi di capacità di agire per la legge civile ed amministrativa, sembra davvero troppo.

Modificare tanto radicalmente un ordinamento, quale quello penale minorile, sulla sola base della emozione creata da delitti certamente gravissimi, ma senza alcun dibattito e confronto sui dati reali della delinquenza giovanile, appare operazione di facciata e pericolosa.

Vogliamo sperare che queste proposte tali rimangano e non si traducano in nuove disposizioni legislative. Inasprire le pene non serve a nulla così come a nulla servirebbe diminuire l’età della imputabilità penale.

La violenza oggi in prima pagina è il frutto di decenni di abbandono della scuola, del sostegno sociosanitario, della vivibilità dei quartieri. Questi sono i problemi e qui occorre iniziare a lavorare, senza tintinnio di manette.

Invece contro l’abbandono scolastico si pensa ad un ridicolo aumento delle pene per i genitori, per lo sport a Caivano si pensa ad un centro sportivo gestito dalle Fiamme Oro, cioè dalla Polizia.

Salvo errore, il Ministro della giustizia che si definiva un garantista per ora tace su queste misure liberticide e disumane e il suo interesse sembra concentrarsi sulla abolizione dell’abuso di ufficio e sulla separazione delle carriere dei magistrati.

I casi allora sono due: o garantista Nordio non è mai stato, o il suo peso nel Governo è ben poca cosa.

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15/08/2023

Carcere assassino

Susan John ed Azzurra Campari. Due donne unite da un comune destino: morte in un carcere italiano a poche ore l’una dall’altra. Lo stesso carcere.

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In carcere si muore e non è solo una metafora per dire la non-vita di quel non-luogo: si muore concretamente, suicidati dal carcere.

Susan, quarantatré anni, deceduta nella notte di ieri, dopo un mese di digiuno durante il quale chiedeva invano di poter rivedere il piccolo figlio.

Azzurra, 28 anni, affetta da problemi psichiatrici, trovata impiccata in cella, ieri pomeriggio.

Entrambe erano recluse al Lorusso Cutugno di Torino, una da poco più di un mese, l’altra da alcuni giorni. Con loro il numero dei suicidi nelle carceri italiane nei primi otto mesi del 2023 sale a quarantatré, sedici tra giugno e agosto.

Occupavano due celle di quello che viene pomposamente definito “Reparto di articolazione tutela salute mentale”. In realtà si tratta di due squallide celle, le prime della sezione Nuove Giunte, che differiscono dalle altre solo perché più disadorne, illuminate giorno e notte, sotto l’occhio insonne della telecamera.

Di tutela della salute mentale non c’è neanche l’ombra... caso mai è vero il contrario: non solo non esiste personale specializzato, ma, rispetto al resto della sezione, aumenta l’isolamento, l’impossibilità di socializzare, il controllo poliziesco, il vuoto pesante di un tempo che non passa mai e l’angoscia che sale con la precarietà del futuro.

Il carcere non solo non cura la malattia mentale, ma la crea e la alimenta.

La notizia di queste morti rimbalza sui giornali e mette in moto il rimpallo delle responsabilità, insieme alle dichiarazioni di impotenza. I sindacati delle guardie carcerarie chiedono più agenti, la direzione si giustifica col sovraffollamento e la precarietà delle strutture.

Quanto ai garanti dei diritti dei detenuti, la garante comunale si lagna che “Nessuno ci aveva informati”. E il garante regionale è ancor più sintetico...

In realtà, nella maggior parte dei casi, a garantire il rispetto minimo dei diritti e ad ottenere qualche miglioramento della condizione carceraria sono, come sempre, le lotte dei detenuti, mentre i garanti, più che una presenza concreta, sono un ufficio del palazzo comunale e regionale...

Ieri, insieme al ministro della Giustizia Nordio, giunto in visita alle Vallette, c’erano tutti. Il succo dei colloqui è stato esposto in conferenza stampa. Promesse generiche di risolvere il problema del sovraffollamento carcerario, con progetti fumosi, nel cui orizzonte non entrano indulti né amnistie, caso mai la separazione tra detenuti più e meno pericolosi con l’utilizzo di strutture quali le caserme dismesse: dunque non l’alternativa al carcere, ma il carcere diffuso...

Se c’era qualche timore di inchieste, il ministro ha contribuito a fugare le preoccupazioni dei responsabili. “La mia non è un’ispezione, ma una manifestazione di vicinanza del ministro e del suo staff in questo momento di dolore, ma anche di vicinanza alla direzione e alla polizia penitenziaria...”.

Loro, le vere vittime, i dannati della terra e le ragioni per cui qui “si vive o si muore per un sì o per un no” sono rinchiusi più in là, nei gironi interni della prigione.

Mentre negli uffici della direzione si scattano le fotografie di rito, ai blocchi di detenzione si alza la protesta: fischi, grida, battitura delle sbarre e dei blindi... L’umanità reclusa urla rabbia e dolore, l’invivibilità delle celle sovraffollate, la sete d’aria libera, il sopruso quotidiano di un mondo senza giustizia, il bisogno di dignità e l’angoscia del dopo, di un fuori che si preannuncia come ostile e inospitale.

Sono loro la voce di Susan, Azzurra, Graziana, Antonio, Denys...

Il carcere uccide anche la speranza.

Eppure la soluzione opposta al carcere esiste ed è la giustizia sociale, quella che renderebbe il mondo più bello, più vivibile per tutti.

Questo non è il sogno. È la meta.

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17/05/2023

Un nuovo sciopero della fame nel 41bis

Da oltre due mesi è in sciopero della fame Domenico Porcelli, detenuto in custodia cautelare al 41bis nel carcere sardo di Bancali. Ha 49 anni e ha deciso, come altri ristretti che però sono nel frattempo morti, di seguire la strada dell’anarchico Alfredo Cospito.

Il motivo della sua protesta è stata la proroga del regime speciale che considera priva di presupposti. Le sue legali, Maria Teresa Pintus e Livia Lauria, hanno già presentato reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Roma per chiedere l’annullamento del decreto di 41 bis prorogato dall’attuale ministro della Giustizia.

Come riferisce a Il Dubbio l’avvocata Pintus del foro di Sassari, Porcelli ha iniziato uno sciopero della fame il 28 febbraio 2023 per far sentire la sua voce e attirare l’attenzione sulla sua difficile situazione. Durante questo periodo, ha perso ben 13 kg di peso, segno tangibile del suo impegno e della sua determinazione.

Tuttavia, la sua condizione è andata deteriorandosi nel corso delle settimane. A causa delle sue condizioni precarie, Porcelli ha dovuto affidarsi alle flebo per mantenere un minimo di forza. Ma purtroppo, da due sabati a questa parte, l’avvocata Pintus denuncia che gli sarebbe stato negato questo supporto vitale. Questo ha reso la sua situazione ancora più difficile e ha messo in luce una mancanza di attenzione nei confronti del suo diritto alla salute.

Durante il suo sciopero, Porcelli ha manifestato disestesie alla mano destra e dolore all’avambraccio destro. Fortunatamente, questi sintomi sembrano essere spariti nel corso del tempo. Tuttavia, il dolore persiste al piede.

Ma la sua vicenda, come quella dei due detenuti morti recentemente nel carcere siciliano di Augusta, non risulta attenzionata da nessun parlamentare, né tantomeno dal ministero della Giustizia, nonostante i numerosi solleciti.

Della vicenda è stato attenzionato anche il garante nazionale delle persone private della libertà. L’avvocata Pintus chiosa a Il Dubbio: «Esistono detenuti di serie A e detenuti di serie B anche all’interno del regime detentivo speciale del 41 bis, ma il diritto alla salute non è garantito per nessuno!».

Va detto che Porcelli si trova attualmente in custodia cautelare, avendo subito una condanna di primo grado lo scorso giugno a 26 anni e mezzo di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma la proroga del 41 bis nei suoi confronti è legittima o no? Il reclamo per chiedere l’annullamento presenta delle argomentazioni interessanti.

L’applicazione e il rinnovamento del regime detentivo speciale del 41 bis comportano la sospensione di alcune normali regole di trattamento e istituti previsti dall’ordinamento penitenziario. Questo regime richiede che la presunta pericolosità del detenuto sia dimostrata come attuale, concreta e tale da giustificare la violazione delle garanzie costituzionali e penitenziarie.

Tuttavia, nel caso di Porcelli, ricordiamo attualmente in custodia cautelare (in attesa di un processo e quindi “innocente fino a prova contraria”, ndr) e sottoposto a tale regime, non è mai stato dimostrato che abbia ripreso i contatti con alcuna organizzazione criminale.

Inoltre, nel frattempo non sono emerse nuove emergenze investigative che potessero confermare l’originaria valutazione sulla sua pericolosità elevata.

Questo dato è di estrema importanza, poiché la sottoposizione al cosiddetto “carcere duro” comporta una totale trasparenza dei rapporti del detenuto con l’esterno, attraverso la registrazione video e audio dei colloqui con i familiari e la censura della corrispondenza in entrata e in uscita.

Se è vero che, negli ultimi anni di detenzione, Porcelli non ha mai subito censure durante i colloqui con i familiari, lo stesso non si può dire per il diritto all’informazione e alla cultura. Il 41 bis impone il divieto per il detenuto di leggere i giornali della sua regione di appartenenza e, purtroppo, anche la censura della corrispondenza e dei mezzi di integrazione culturale, come tv, radio, libri e giornali.

Per quanto riguarda quest’ultimi, l’addetto alla censura deve verificare il contenuto degli articoli di giornale presenti nei quotidiani mensili o settimanali e, se ritiene che la lettura sia “sconveniente” per il detenuto, sottoporla alla valutazione del Magistrato di Sorveglianza competente.

Secondo il reclamo, nonostante la logica e la chiara giurisprudenza in merito, il Ministro non avrebbe compiuto lo sforzo richiesto in relazione ai parametri previsti dal 41 bis e ha prorogato la misura nei confronti di Porcelli.

Tuttavia, l’analisi puntuale dei parametri normativi pertinenti porta a insistere per la revoca di tale provvedimento. Il tempo trascorso sotto il regime di 41 bis, nel caso specifico, è solo uno degli elementi su cui si basa la richiesta di revoca.

La motivazione fornita per la proroga del regime detentivo speciale, secondo i legali di Porcelli, sarebbe illegittima e meriterebbe una severa censura, specialmente alla luce della recentissima giurisprudenza di legittimità.

Tale giurisprudenza ha sottolineato che ogni provvedimento di proroga deve contenere una motivazione specifica e autonoma sulla persistenza del pericolo per l’ordine e la sicurezza, senza utilizzare formule stereotipate che giustifichino automatismi inammissibili o basarsi su giudizi presuntivi.

Secondo il reclamo, il decreto impugnato non ha indicato alcun elemento recente che possa dimostrare l’attualità dei collegamenti del detenuto con l’organizzazione criminale, né la sua capacità di mantenere legami associativi all’interno dell’ambiente carcerario.

Pertanto, alla luce dei principi derivanti dalle norme di diritto, dalla giurisprudenza e dall’interpretazione dottrinale, per gli avvocati si deve concludere che il decreto ministeriale oggetto del reclamo è illegittimo e deve essere disapplicato poiché è stato emesso in violazione di legge, mancando i presupposti per la sua applicazione.

È essenziale sottolineare che il regime del 41 bis è una misura eccezionale che richiede una rigorosa valutazione della pericolosità del detenuto e una giustificazione chiara e motivata per la violazione delle normali garanzie costituzionali e penitenziarie. Non può essere utilizzato in maniera arbitraria o come strumento punitivo senza una valida base giuridica.

La difesa di Porcelli ha cercato di dimostrare che non esistono elementi concreti che giustifichino la sua permanenza sotto questo regime restrittivo. La mancanza di contatti con l’ambiente criminale e l’assenza di nuove emergenze investigative ne testimonierebbero la situazione attuale. Pertanto, la richiesta di revoca del regime del 41 bis per Porcelli si basa su elementi importanti.

E ancora una volta, si riaccende il focus su un regime speciale approvato sull’onda emotiva delle stragi, soprattutto dopo quella di Via D’Amelio. Misura nata in un contesto emergenziale, quando la mafia di Riina aveva deciso di fare una guerra allo Stato. L’ha persa, tutti gli stragisti sono stati arrestati. Sono passati più di 30 anni, la mafia ha scelto da tempo la “sommersione”. Ma il 41 bis rimane intatto. Usato anche come strumento preventivo nel caso di Porcelli.

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17/04/2023

La “beffa” di Uss

Artem Uss, uomo d’affari e rampollo del governatore russo di Krasnoyarsk, era stato fermato il 17 ottobre 2022 allo scalo milanese di Malpensa mentre stava per imbarcarsi su un volo per Istanbul, e poi arrestato sulla base di un mandato di cattura emesso dagli Stati Uniti.

La guerra in Ucraina era ormai in corso da otto mesi e così le sanzioni emesse contro la Russia da parte degli Usa e dell’Unione Europea.

Negli Stati Uniti, Artem Uss è accusato di reati con una forte connessione con vicende politiche internazionali. I legali di Uss hanno suggerito che il suo arresto e la sua estradizione sarebbero stati finalizzati a uno “scambio di prigionieri”, in quanto gli Stati Uniti erano interessati a ottenere da Mosca la liberazione di Paul Whelan, un uomo d’affari americano condannato nel 2020 a 16 anni in carcere in Russia.

I pubblici ministeri statunitensi lo scorso anno infatti hanno accusato Uss e altri quattro cittadini russi di aver spedito tecnologia militare acquistata da produttori statunitensi ad acquirenti russi, alcuni dei quali sono finiti sul campo di battaglia in Ucraina. Uss è anche accusato di aver spedito petrolio dal Venezuela alla Russia in violazione delle sanzioni.

Le accuse e gli elementi a suo carico erano stati però giudicati credibili dalla Corte d’Appello di Milano, anche se la natura “politica” delle accuse avrebbe richiesto maggiore autonomia della magistratura italiana dai diktat statunitensi. I magistrati milanesi avevano quindi preso in esame la richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti.

Dalla relazione inviata dalla Corte d’Appello di Milano al ministero della Giustizia, viene rilevato che il ministro Carlo Nordio non inviò alla Corte d’appello di Milano la nota del Dipartimento Usa della Giustizia che chiedeva di far tornare in carcere Artem Uss, a cui erano stati concessi nel frattempo gli arresti domiciliari.

Ai giudici milanesi, il ministro si limitò a girare il 9 dicembre la risposta che lui stesso aveva dato a quella nota 3 giorni prima con cui spiegava che la competenza a decidere sul carcere è dell’autorità giudiziaria e che la misura degli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico, è equiparabile alla custodia in carcere.

L’11 novembre dagli Stati Uniti era arrivata la richiesta di estradizione, alla quale Uss ovviamente non presta consenso, quindi viene avviato il normale iter giudiziario che prevede che siano prima la Corte d’Appello e poi la Cassazione (che nelle prossime settimane dovrà valutare il ricorso della difesa di Uss) a verificare se esistano le basi giuridiche per concedere l’estradizione. Quest’ultima per diventare esecutiva, deve per legge passare dalla scelta di responsabilità squisitamente politiche e quindi del governo, che può negarla anche se i giudici l’abbiano ritenuta ammissibile.

La Corte d’Appello il 21 marzo aveva fatto il primo passaggio dando il via libera all’estradizione (sulla quale però devono pronunciarsi anche la Cassazione e il governo), ma nelle stesse ore Uss ha rotto il braccialetto elettronico e si è dileguato dall’alloggio dove era agli arresti domiciliari. Da qui, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe raggiunto il confine di Trieste e poi la Russia, con il sostegno di “alcuni amici”, non specificando ovviamente se si tratta di amici italiani o stranieri.

“Il tribunale italiano, sulla cui imparzialità inizialmente contavo, ha rivelato di avere motivazioni politiche. Purtroppo è pronta a piegarsi alla volontà delle autorità americane”, ha dichiarato Artem Uss all’agenzia russa Ria-Novosti.

Insomma le operazioni rocambolesche in territori ostili non le sa fare solo la Cia. Giova però ricordare che, al contrario, le richieste di estradizione in Italia degli agenti della Cia coinvolti a Milano nel sequestro di Abu Omar (reato commesso sul territorio italiano per il quale gli agenti della Cia sono stati condannati), rimasero del tutto senza risposta da parte delle autorità statunitensi per poi essere sanate con la grazia concessa agli agenti della Cia prima da Napolitano e poi da Mattarella. Una bruttissima e vergognosa pagina della nostra storia recente.

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16/02/2023

Nordio non arretra sul 41bis a Cospito

Si è riunito per la prima volta alla Camera il giurì d’onore costituito chiesto dal PD dopo le affermazioni di Giovanni Donzelli in Aula sul caso Cospito.

Martedì prossimo saranno ascoltati sia Donzelli che gli esponenti PD da lui attaccati – Orlando, Lai e Serracchiani – attraverso la citazioni di atti riservati del Dap ricevuti da un altro esponente FdI, il sottosegretario Del Mastro. La decisione sulla procedibilità o meno contro Donzelli arriverà il 10 marzo

Già oggi intanto alla Camera l’informativa di Nordio proprio sulle rivelazioni inerenti al caso Cospito riferite da Donzelli a Delmastro. Un appuntamento in cui Nordio non ha aggiunto nulla di particolare rispetto a quanto già dichiarato.

Cospito resta così in 41 bis nell’Ospedale San Paolo di Milano, dove ha ricominciato ad assumere integratori per essere lucido e presente all’appuntamento sul ricorso presentato il 24 febbraio in Cassazione, con la Procura generale che si è già detta d’accordo de facto con la richiesta di revocare il 41 bis per Cospito.

Intanto le iniziative in solidarietà al militante anarchico, contro il 41 bis ed ergastolo ostativo proseguono: a Berlino rivendicato l’incendio di un escavatore, mentre a Brescia venerdì alle 18:30 presidio solidale per Cospito e contro il 41 bis in piazza Rovetta. Sempre venerdì presidio sotto il Comune di Milano, città dove ogni mattina si tiene un sit in con volantinaggio fuori dall’ospedale San Paolo.

Ne parla a Radio Onda d’Urto una compagna dell’assemblea contro il 41bis e l’ergastolo di Milano.

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12/02/2023

Alfredo Cospito in ospedale. Il Pg della Cassazione: “togliamogli il 41 bis”

Il sostituto procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta ha chiesto la revoca del 41 bis per l’anarchico in sciopero della fame ormai da oltre 110 giorni.

Una richiesta che cambia le carte in tavola e che potrebbe portare ad una soluzione della situazione il 24 febbraio prossimo, quando l’anarchico e i suoi legali si troveranno davanti la Corte di Cassazione, che dovrà esprimersi sulla richiesta di revoca del carcere duro.

Secondo il Pg una misura così restrittiva non è più necessaria. E la strada potrebbe essere quella indicata dal capo della Dna Giovanni Melillo nel suo parere: l’alta sorveglianza con censura, misura sufficiente a contenere un “eventuale pericolo”.

Intanto Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo Cospito, ha scritto al carcere di Opera per avere conferma del trasferimento del suo assistito all’ospedale San Paolo dal momento che «sono venuto a conoscenza della notizia non dall’istituto bensì dai giornalisti che l’hanno appresa da una nota ministeriale».

Una riprova, insomma, che “gli atti” della magistratura milanese vengono “depositati in redazione”, invece che nelle sedi istituzionali.

La risposta dal carcere è stata una “conferma” alla notizia con l’informazione che il sostituto processuale potrà visitarlo lunedì 13 febbraio in ospedale e che anche il medico di parte potrà vederlo con modalità concordate con la Direzione del carcere e con l’ospedale.

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Alfredo Cospito, in sciopero della fame da 115 giorni, è stato trasferito ieri pomeriggio dal carcere di Opera all’ospedale San Paolo di Milano, in una delle stanze riservate ai detenuti in 41 bis.

Alfredo sembrerebbe essere stato ricoverato nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale milanese su indicazione dei medici. Secondo il medico di parte rischia un edema celebrale.

Le critiche condizioni di salute di Alfredo Cospito erano state già segnalate da Andrea Crosignani, medico di parte che lo aveva visitato sabato mattina nel carcere di Opera. “Pesa 71 chili ed è a rischio di edema cerebrale e aritmie cardiache potenzialmente fatali”. È quanto ha riferito Crosignani all’avvocato Flavio Rossi Albertini dopo la visita effettuata ieri.

Ma Alfredo “è determinato ad andare avanti con la protesta. È lucido e cammina sulle proprie gambe. Anche se ho cercato di convincerlo a riprendere il potassio per ridurre il rischio di queste aritmie. I parametri tengono ma basta poco perché la situazione precipiti senza dei segni particolari di allarme”.

Da Radio Onda Rossa le parole di Andrea Crosignani, medico di parte, dopo la visita in mattinata ad Alfredo Cospito. Ascolta o Scarica.

Intanto sempre a Milano centinaia di persone sono partite in corteo da piazza XXIV Maggio per sostenere Alfredo Cospito, l’esponente anarchico detenuto nel carcere milanese di Opera in regime di 41 bis, in sciopero della fame ormai da 115 giorni. Si sono verificati momenti di tensione con la polizia, con almeno quattro cariche.

A mantenere accesa la protesta anche la linea dura da parte del Ministro della Giustizia Nordio. Sono state rese note le motivazioni del rigetto alla revoca del 41 bis firmato dal Ministro della giustizia. Nordio ha sostenuto nel suo diniego che lo sciopero della fame di Cospito sia una forma di protesta violenta perchè ha detto ‘il corpo è la mia arma’.

“Il corpo di Alfredo Cospito è divenuto il catalizzatore che serviva all’azione strategica del detenuto che chiedeva unità di intenti e obiettivi pur lasciando a ciascuna formazione la libertà e l’autodeterminazione in relazione alla tipologia di atti da compiere”, ha sostenuto Nordio aggiungendo che “le condizioni di salute di Cospito non sono tali da incidere in maniera significativa sulla sua rilevante pericolosità sociale e non sono idonee a giustificare l’adozione del domandato provvedimento di revoca anticipata del regime differenziato previsto dal 41 bis”.

Il collegamento di Radio Onda d’Urto dalla manifestazione con una compagna dell’assemblea contro il 41 bis e l’ergastolo. Ascolta o Scarica.

Fonte

11/02/2023

La vita di Alfredo Cospito è a gravissimo rischio

Ultim’ora. Alfredo Cospito è stato trasferito all’ospedale San Paolo di Milano a causa della precipitazione delle sue condizioni di salute

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Il prigioniero politico Alfredo Cospito rischia aritmie “potenzialmente fatali”. L’elettrocardiogramma cui è stato sottoposto in carcere dal medico nominato dai legali che oggi lo ha visitato, mostra delle alterazioni importanti.

Da quando, nell’ottobre scorso, ha intrapreso lo sciopero della fame per ottenere l’abolizione del 41 bis, Cospito pesa ormai 71 chili e secondo il medico rischia un edema cerebrale, ma “è determinato ad andare avanti con la protesta. È lucido e cammina sulle proprie gambe”.

Durante la visita del medico dell’Ospedale San Paolo, è emerso che i parametri vitali tengono ma “la situazione è seria e ci vuole poco perché precipiti senza che ci siano segnali evidenti di particolare allarme”.

Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia Nordio ha respinto la revoca del regime di 41bis a cui Alfredo Cospito è sottoposto da mesi e contro il quale è in sciopero della fame. La motivazione addotta dal Ministro è perché “Permane immutata la capacità del detenuto di orientare le iniziative di lotta della galassia anarco insurrezionalista verso strategie e obiettivi sempre più rilevanti”.

Le aspettative della difesa di Alfredo Cospito sono adesso rivolte alla decisione della Corte di Cassazione fissate per il 24 febbraio, nella quale dovrà decidere se il Tribunale di Sorveglianza avesse ragione o meno quando ha confermato il 41bis per il prigioniero politico anarchico.

Alfredo Cospito ha deciso di andare fino in fondo perché ritiene di essere stato sepolto in un sarcofago di cemento, ma un’eventuale alimentazione forzata, alla luce delle disposizioni da lui stesso affidate ai legali della difesa, può essere decisa e disposta solo dai medici. Ed è “molto difficile” pensare che i sanitari lo facciano vista la volontà del prigioniero in sciopero della fame a Opera.

C’è poi l’ipotesi del trattamento sanitario obbligatorio. “A deciderlo sono il sindaco (in questo caso dovrebbe essere quello di Opera, Comune alle porte di Milano, ndr) e i medici ma anche in questo caso è una decisione che non pare probabile dal momento che non c’è una valutazione psichiatrica acclarata che induca un intervento dall’esterno” affermano fonti del Tribunale di Sorveglianza sentite dall’agenzia Agi.

Alfredo Cospito appare consapevole di quello che sta facendo e delle sue conseguenze. Il suo sciopero della fame è per l’abolizione del 41 bis, un intento chiaro e più volte esplicitato, una battaglia politica, dice, per sé e per gli altri nelle sue condizioni. E se il cuore dovesse cedere, eventualità non improbabile quando questo muscolo non ha più ‘benzina’?

“Qui si apre un interrogativo delicato dal momento che non ci sono precedenti”, è il ragionamento negli ambienti giudiziari milanesi nei quali si osserva che si è arrivati a questo punto per una “gestione disordinata” della vicenda, sotto più punti di vista.

Una gestione tanto “disordinata” (e vendicativa, ndr) che dal ministero della Giustizia è stata inviata nei giorni scorsi fa una lettera al Comitato nazionale di bioetica per avere chiarimenti su come comportarsi sulle disposizioni anticipate di trattamento nel caso in cui queste siano state firmate da un detenuto – come Cospito – “che in modo volontario abbia deciso di porsi in una condizione di rischio per la salute e che indichi il rifiuto o la rinuncia ad interventi sanitari anche salvavita”.

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09/02/2023

Nordio condanna a morte Alfredo Cospito

L’anarchico Alfredo Cospito, in sciopero della fame da oltre 100 giorni, deve restare al 41 bis, il regime del carcere duro.

Lo ha stabilito il ministro della Giustizia Carlo Nordio, evidentemente ritenendo ancora sussistente la sua “pericolosità sociale”.

Il ministro ha respinto l’istanza di revoca avanzata dall’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore del detenuto, che ha ricevuto una comunicazione dal ministero.

Il 41 bis era stato disposto il 4 maggio dell’anno scorso dall’allora Guardasigilli Marta Cartabia per quattro anni. Vale la pena ricordare che questa decisione è arrivata dopo che Alfredo era in carcere già da 10 anni, e che nessun nuovo reato poteva essergli contestato.

Quella decisione derivava “soltanto” dalla scelta della Cassazione di trasformare l’imputazione relativa alla bomba piazzata a Fossano nel 2006 – un’esplosione senza morti né feriti – in “strage politica” volta «ad attentare alla sicurezza dello Stato». Un reato mai contestato, neanche per Piazza Fontana o per la Stazione di Bologna, che certo ebbero ben altre conseguenze dell’irrilevante “petardone” nella notte di Fossano.

La difesa di Alfredo Cospito annuncia che ricorrerà contro la decisione del ministro della Giustizia.

“Cospito ha perso 47 chili e non prende più gli integratori. Aspettiamo la giornata di sabato quando il nostro medico di parte gli farà visita in istituto, riuscirà a vedere le cartelle cliniche quindi a farsi un’idea del suo effettivo stato di salute”.

Lo dice l’avvocato di Alfredo Cospito, Flavio Rossi Albertini, all’uscita dal carcere di Opera dove questa mattina ha avuto un colloquio con il suo assistito durato oltre due ore. “Andrà avanti fino alle estreme conseguenze – prosegue il legale – se è giunto fino ad oggi non ho ragione per dubitare che sia determinato ad arrivare alle estreme conseguenze, fino a morire“.

Ci sembra chiaro che il governo punta alla morte di Alfredo nella sciagurata “speranza” che, trasformandolo in martire, si inneschino reazioni accese, politicamente poco significative ma sfruttabili per accentuare la spirale repressiva su ogni tipo di opposizione sociale e politica in questo paese.

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26/10/2022

Se la giustizia viene affidata a un algoritmo…

Il neoministro della giustizia Carlo Nordio, in un rapido scambio di battute con i giornalisti dopo il suo insediamento, ha accennato all’introduzione di un sistema algoritmico nel sistema giudiziario per “accelerare” i tempi della giustizia.

Ai più attenti un brivido è corso lungo la schiena, i più ignavi e servili neanche se ne sono accorti e forse sono rimasti affascinanti da un meccanismo matematico che “fa perdere meno tempo”.. anche nell’esercizio della giustizia, ovvero uno dei fattori più decisivi di una società e di un sistema democratico.

Ma il ministro Nordio quando ha parlato di un algoritmo con la toga non stava affatto sfarfallando.

L’Estonia ha deciso di iniziare a sperimentare un progetto di erogazione delle sentenze per le piccole cause legali, sfruttando un sistema di intelligenza artificiale che avrà il compito di confrontare i dati sottoposti dalle parti e giungere a una conclusione non solo di legittimità ma anche – e soprattutto – di merito nelle controversie.

In caso di opposizione di una delle parti si potrà poi procedere a un eventuale giudizio con un “operatore umano”, cioè un giudice in carne ed ossa.

La Cina sta sperimentando un algoritmo per esaminare oltre 17mila casi giudiziari avvenuti nel periodo 2015-2020 e con una precisione che può avvicinarsi al 97%, ossia con una percentuale di errore molto bassa.

L’algoritmo “impara” dalle cause di tribunale già chiuse e riesce ad formare un proprio “criterio di giudizio”. Una sorta di intelligenza artificiale, che impara dai giudizi umani e li replica, raggiungendo un proprio metro “medio” per stabilire chi ha torto e chi ha ragione.

Il software al momento elaborato è oggi in grado di formulare un’accusa formale per oltre 8 diversi tipi di reato: frodi con carte di credito, gestione di un’operazione di gioco d’azzardo, guida pericolosa, lesioni intenzionali, intralcio ai doveri d’ufficio, furto, frode e scelte di litigi, provocazione di guai.

In Olanda è però esploso il “caso Syri”, dove l’algoritmo aveva rilevato 20 mila casi di frodi nell’utilizzo di sussidi, che in realtà sono risultati un “falso positivo”, dovuto a problemi di discriminazione razziale nell’input. Il caso è esploso in modo così clamoroso che ha portato alle dimissioni del governo in carica.

La rivista Fatto & Diritto segnala come Stati Uniti e Germania stiano già utilizzando sistemi di Predictive o Big Data Policing, cioè algoritmi intelligenti che forniscono agli organi statali potenti strumenti di contrasto alla criminalità sfruttando i dati già immessi nelle banche dati delle Forze di Polizia.

L’idea di fondo è affidare ad algoritmi predittivi le decisioni sull’imposizione della carcerazione preventiva per il fondato rischio di reiterazione di altri reati, sulla liberazione anticipata e su misure alternative, grazie ad una prognosi positiva di risocializzazione, sulla commisurazione della pena (nei Paesi in cui ciò avviene in uno step logico-giuridico diverso e successivo alla pronuncia della sentenza di colpevolezza).

Questi sistemi di intelligenza artificiale prendono una decisione sulla base di una valutazione algoritmica dei rischi (algorithmic risk assessment).

Ma nei sistemi penali di paesi (teoricamente) fondati sulla democrazia ciò entra direttamente in conflitto con il principio costituzionale dell’indipendenza della Magistratura.

“Si fa presto a dire Intelligenza artificiale. E magari pensare di risolvere in questo modo gli incancreniti problemi della giustizia, prima di tutto la lentezza dei processi e la non prevedibilità delle sentenze”, scrive il giornale economico Italia Oggi.

“Che ci vuole? È sufficiente disporre di una buona banca dati (input) e di un algoritmo in grado di mettere in rapporto il caso concreto con casi analoghi già giudicati in precedenza (metodo induttivo) e il gioco è fatto, la sentenza che ne uscirà in modo quasi automatico sarà la sintesi (output) o la media dei dati inseriti in precedenza e opportunamente valutati dal sistema di intelligenza artificiale. Oppure il sistema potrebbe essere strutturato per mettere in relazione la fattispecie concreta con il dettato normativo di riferimento (metodo deduttivo) per ricavarne, anche qui in modo automatico, la sentenza”.

Ovviamente le cose non sono così semplici, anzi. Tanto che nell’ultimo congresso dell’Ordine degli avvocati a questo è stata dedicata una tavola rotonda.

Avendo a che fare con delle persone e non con delle cose, la giustizia non è riducibile in modo deterministico. Anche perché verrebbe altrimenti impedita la funzione di adattamento delle norme giuridiche in senso evolutivo e il processo si limiterebbe a una monotona ripetizione e applicazione di regole morte e sempre più staccate dalla vita della collettività.

E poi c’è il problema della qualità dei dati che vengono utilizzati. Nei pochi casi di utilizzo dell’intelligenza artificiale legati al mondo della giustizia già registrati a livello mondiale, questo problema si è evidenziato in modo drammatico.

Negli Usa, per esempio, il sistema algoritmico per la prognosi di recidiva del condannato è stato messo sotto accusa perché la qualità dei dati inseriti non era in grado di evitare problemi di discriminazione razziale.

In Italia, al momento, sono in corso, a livello sperimentale, numerosi progetti che puntano all’utilizzo dell’intelligenza artificiale come ausilio dell’attività giurisdizionale.

Quello che si annuncia il più operativo nella pratica, al momento, è il programma Prodigit, portato avanti congiuntamente dal ministero dell’Economia e dal Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, che si propone di elaborare il primo algoritmo predittivo in ambito fiscale, che opererà sulla base di un milione di sentenze delle commissioni tributarie previamente inserite e dovrebbe consentire ai professionisti e ai contribuenti di conoscere il probabile esito di una data causa nel giudizio di merito.

Gli avvocati tributaristi sono intervenuti chiedendo che il progetto sia realizzato in modo trasparente e conoscibile, anche per quanto riguarda il contenuto del database e le modalità di funzionamento dell’algoritmo, che dovrebbe peraltro essere messo in grado di operare non solo in base ai precedenti giurisprudenziali, ma anche sulla base delle argomentazioni delle parti (Agenzia delle entrate e difensore del contribuente).

“Questo per evitare di ritrovarsi con un sorta di algoritmo-poliziotto” che, secondo gli avvocati, sarebbe “quanto di più ripugnante possa essere escogitato”, scrive Italia Oggi.

Insomma un robot che giudica al posto di un uomo di legge è quanto di più distopico e “conservatore” si riesca oggi ad immaginare. Certo i margini di discrezionalità dei giudici che spesso lasciano interdetti, e talvolta furiosi, potrebbero uscirne azzerati; ma sulla base di una calcolo matematico che spazzerebbe via ogni contestualizzazione dei reati e ogni attenuante o aggravante che da questa derivano.

Soprattutto, questo modo di “amministrare le condanne” è per definizione a-storico. Non evolve, insomma, insieme alla società, le sue culture e subculture, che come sempre impongono cambiamenti nella legislazione esistente in base ad una serie di eventi che segnalano come certi comportamenti considerati fino ad un certo punto “reati” sono diventati normalità condivisa da larga parte o addirittura la maggior parte della popolazione. E viceversa, naturalmente (fatti “normali” che diventano ad un certo punto intollerabili e dunque “reati”).

Potremmo fare innumerevoli esempi riguardanti i “costumi” (uccidere la moglie per “motivi d’onore” era considerato un reato “meritevole” di forti sconti di pena, o addirittura dell’assoluzione, fino a 50 anni fa), ma basta pensare alla complessità dei problemi che sorgono affrontando il conflitto sociale e politico per rendersi conto che in moltissimi casi la “legge” (e gli algoritmi che dovrebbero quantificare ogni violazione) è il contrario della giustizia.

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