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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/10/2022

Se la giustizia viene affidata a un algoritmo…

Il neoministro della giustizia Carlo Nordio, in un rapido scambio di battute con i giornalisti dopo il suo insediamento, ha accennato all’introduzione di un sistema algoritmico nel sistema giudiziario per “accelerare” i tempi della giustizia.

Ai più attenti un brivido è corso lungo la schiena, i più ignavi e servili neanche se ne sono accorti e forse sono rimasti affascinanti da un meccanismo matematico che “fa perdere meno tempo”.. anche nell’esercizio della giustizia, ovvero uno dei fattori più decisivi di una società e di un sistema democratico.

Ma il ministro Nordio quando ha parlato di un algoritmo con la toga non stava affatto sfarfallando.

L’Estonia ha deciso di iniziare a sperimentare un progetto di erogazione delle sentenze per le piccole cause legali, sfruttando un sistema di intelligenza artificiale che avrà il compito di confrontare i dati sottoposti dalle parti e giungere a una conclusione non solo di legittimità ma anche – e soprattutto – di merito nelle controversie.

In caso di opposizione di una delle parti si potrà poi procedere a un eventuale giudizio con un “operatore umano”, cioè un giudice in carne ed ossa.

La Cina sta sperimentando un algoritmo per esaminare oltre 17mila casi giudiziari avvenuti nel periodo 2015-2020 e con una precisione che può avvicinarsi al 97%, ossia con una percentuale di errore molto bassa.

L’algoritmo “impara” dalle cause di tribunale già chiuse e riesce ad formare un proprio “criterio di giudizio”. Una sorta di intelligenza artificiale, che impara dai giudizi umani e li replica, raggiungendo un proprio metro “medio” per stabilire chi ha torto e chi ha ragione.

Il software al momento elaborato è oggi in grado di formulare un’accusa formale per oltre 8 diversi tipi di reato: frodi con carte di credito, gestione di un’operazione di gioco d’azzardo, guida pericolosa, lesioni intenzionali, intralcio ai doveri d’ufficio, furto, frode e scelte di litigi, provocazione di guai.

In Olanda è però esploso il “caso Syri”, dove l’algoritmo aveva rilevato 20 mila casi di frodi nell’utilizzo di sussidi, che in realtà sono risultati un “falso positivo”, dovuto a problemi di discriminazione razziale nell’input. Il caso è esploso in modo così clamoroso che ha portato alle dimissioni del governo in carica.

La rivista Fatto & Diritto segnala come Stati Uniti e Germania stiano già utilizzando sistemi di Predictive o Big Data Policing, cioè algoritmi intelligenti che forniscono agli organi statali potenti strumenti di contrasto alla criminalità sfruttando i dati già immessi nelle banche dati delle Forze di Polizia.

L’idea di fondo è affidare ad algoritmi predittivi le decisioni sull’imposizione della carcerazione preventiva per il fondato rischio di reiterazione di altri reati, sulla liberazione anticipata e su misure alternative, grazie ad una prognosi positiva di risocializzazione, sulla commisurazione della pena (nei Paesi in cui ciò avviene in uno step logico-giuridico diverso e successivo alla pronuncia della sentenza di colpevolezza).

Questi sistemi di intelligenza artificiale prendono una decisione sulla base di una valutazione algoritmica dei rischi (algorithmic risk assessment).

Ma nei sistemi penali di paesi (teoricamente) fondati sulla democrazia ciò entra direttamente in conflitto con il principio costituzionale dell’indipendenza della Magistratura.

“Si fa presto a dire Intelligenza artificiale. E magari pensare di risolvere in questo modo gli incancreniti problemi della giustizia, prima di tutto la lentezza dei processi e la non prevedibilità delle sentenze”, scrive il giornale economico Italia Oggi.

“Che ci vuole? È sufficiente disporre di una buona banca dati (input) e di un algoritmo in grado di mettere in rapporto il caso concreto con casi analoghi già giudicati in precedenza (metodo induttivo) e il gioco è fatto, la sentenza che ne uscirà in modo quasi automatico sarà la sintesi (output) o la media dei dati inseriti in precedenza e opportunamente valutati dal sistema di intelligenza artificiale. Oppure il sistema potrebbe essere strutturato per mettere in relazione la fattispecie concreta con il dettato normativo di riferimento (metodo deduttivo) per ricavarne, anche qui in modo automatico, la sentenza”.

Ovviamente le cose non sono così semplici, anzi. Tanto che nell’ultimo congresso dell’Ordine degli avvocati a questo è stata dedicata una tavola rotonda.

Avendo a che fare con delle persone e non con delle cose, la giustizia non è riducibile in modo deterministico. Anche perché verrebbe altrimenti impedita la funzione di adattamento delle norme giuridiche in senso evolutivo e il processo si limiterebbe a una monotona ripetizione e applicazione di regole morte e sempre più staccate dalla vita della collettività.

E poi c’è il problema della qualità dei dati che vengono utilizzati. Nei pochi casi di utilizzo dell’intelligenza artificiale legati al mondo della giustizia già registrati a livello mondiale, questo problema si è evidenziato in modo drammatico.

Negli Usa, per esempio, il sistema algoritmico per la prognosi di recidiva del condannato è stato messo sotto accusa perché la qualità dei dati inseriti non era in grado di evitare problemi di discriminazione razziale.

In Italia, al momento, sono in corso, a livello sperimentale, numerosi progetti che puntano all’utilizzo dell’intelligenza artificiale come ausilio dell’attività giurisdizionale.

Quello che si annuncia il più operativo nella pratica, al momento, è il programma Prodigit, portato avanti congiuntamente dal ministero dell’Economia e dal Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, che si propone di elaborare il primo algoritmo predittivo in ambito fiscale, che opererà sulla base di un milione di sentenze delle commissioni tributarie previamente inserite e dovrebbe consentire ai professionisti e ai contribuenti di conoscere il probabile esito di una data causa nel giudizio di merito.

Gli avvocati tributaristi sono intervenuti chiedendo che il progetto sia realizzato in modo trasparente e conoscibile, anche per quanto riguarda il contenuto del database e le modalità di funzionamento dell’algoritmo, che dovrebbe peraltro essere messo in grado di operare non solo in base ai precedenti giurisprudenziali, ma anche sulla base delle argomentazioni delle parti (Agenzia delle entrate e difensore del contribuente).

“Questo per evitare di ritrovarsi con un sorta di algoritmo-poliziotto” che, secondo gli avvocati, sarebbe “quanto di più ripugnante possa essere escogitato”, scrive Italia Oggi.

Insomma un robot che giudica al posto di un uomo di legge è quanto di più distopico e “conservatore” si riesca oggi ad immaginare. Certo i margini di discrezionalità dei giudici che spesso lasciano interdetti, e talvolta furiosi, potrebbero uscirne azzerati; ma sulla base di una calcolo matematico che spazzerebbe via ogni contestualizzazione dei reati e ogni attenuante o aggravante che da questa derivano.

Soprattutto, questo modo di “amministrare le condanne” è per definizione a-storico. Non evolve, insomma, insieme alla società, le sue culture e subculture, che come sempre impongono cambiamenti nella legislazione esistente in base ad una serie di eventi che segnalano come certi comportamenti considerati fino ad un certo punto “reati” sono diventati normalità condivisa da larga parte o addirittura la maggior parte della popolazione. E viceversa, naturalmente (fatti “normali” che diventano ad un certo punto intollerabili e dunque “reati”).

Potremmo fare innumerevoli esempi riguardanti i “costumi” (uccidere la moglie per “motivi d’onore” era considerato un reato “meritevole” di forti sconti di pena, o addirittura dell’assoluzione, fino a 50 anni fa), ma basta pensare alla complessità dei problemi che sorgono affrontando il conflitto sociale e politico per rendersi conto che in moltissimi casi la “legge” (e gli algoritmi che dovrebbero quantificare ogni violazione) è il contrario della giustizia.

Fonte

12/09/2019

Egidio. Morto a causa della legge, non della giustizia

La storia di Egidio Tiraborrelli, pensionato di 82, ex operaio saldatore morto in carcere, è una sassata contro chi continua a confondere la legge con la giustizia.

L’anziano era stato portato in carcere a Parma in quanto condannato nel 2017 a tre anni e mezzo dal Tribunale di Ancona per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel 2012, avevano trovato un uomo dentro a un baule legato sopra al suo furgone, sbarcato con un traghetto dalla Grecia all’Italia. “Dopo essere stato denunciato, il mio assistito non ha più ricevuto notizie di quel procedimento perché ha cambiato domicilio dimenticandosi di comunicarlo alla magistratura”.

L’uomo è morto a 82 anni dopo avere trascorso ben 9 mesi nel carcere di Parma in compagnia di un cancro. Sembra che solo il giorno prima della sua morte, avvenuta il 6 settembre, il magistrato di Sorveglianza avesse autorizzato la detenzione domiciliare in ospedale.

Quando hanno arrestato Egidio, il suo avvocato non ha potuto che prenderne atto perché il reato per cui è stato condannato è ostativo e quindi non permetteva di evitare il carcere salvo gravi problemi di salute. Dunque il condannato viene condotto subito in carcere e le istanze per chiedere misure alternative vengono esaminate solo a qualche mese di distanza. Il suo legale l’ha presentata a maggio. Intanto ad Egidio, in quanto condannato, era stato tolto anche l’assegno assistenziale a integrazione della modesta pensione.

Ai primi di settembre, il giudice di Sorveglianza di Reggio Emilia ha scritto alla difesa che avrebbe concesso la detenzione domiciliare solo dopo le dimissioni dall’ospedale in cui era stato ricoverato. Nei giorni seguenti, dal carcere è arrivata al magistrato la comunicazione che il ricovero si sarebbe protratto vista la gravità del quadro clinico. Il 5 settembre sono stati firmati finalmente i domiciliari, in ospedale. Il suo errore è stato non avere comunicato il cambio di residenza. Se l’avesse fatto, un legale avrebbe potuto chiedere di patteggiare una pena che non comportava il carcere, vista l’età e i lunghi periodi passati in ospedale a causa del tumore. O quantomeno presentare appello, fermando così l’esecuzione della pena.

Tutte preoccupazioni che non hanno sfiorato la magistratura, prima di emettere – in automatico – l’ordine di esecuzione. Mandare in carcere, fino a morirne, un uomo di 82 malato di cancro, non è cosa che possa trovare trovare giustificazioni nascondendosi dietro norme rigide e che rivelano una ottusità burocratica, questa sì, ostativa di ogni giustizia o quantomeno di buonsenso.

“È la legge” risponderanno in tanti. Ma anche in questo caso chi doveva incontrare giustizia ha incontrato, purtroppo, solo la legge.

Fonte

25/07/2014

Se il responsabile economia Pd dice a Sky: “la prossima manovra finanziaria sarà impegnativa”

È ormai evidente che l’attenzione politica interna delle prossime settimane, salvo cataclismi, sarà condizionata dalla vicenda della riforma del Senato. Vicenda che viene rappresentata un po’ come il formato fiction del viaggio della Costa Concordia: massima attenzione ai particolari minuti ed inutili, alle battute da buffet e piena genericità sulle questioni robuste e strutturali. Mentre sullo scenario incombe, qui in piena differenza con la rappresentazione della Concordia, l’imperativo del “fare presto”. E qui vedremo se verrà fuori una forma istituzionale altamente difettosa, come può nascere dal voto alle camere, oppure uno strumento di accelerazione dei processi di decisione politica. Al netto del fatto se questi processi possano avere senso o meno. Oppure se abbiano un rapporto con una qualche procedura democratica o no, visto che le “riforme” si stanno profilando come la preda del vincitore. Non una ristrutturazione sistemica ma un premio a favore della cordata, di volta in volta, dominante.

Eliminare, su alcune materie, una camera e restringere il numero dei parlamentari non resterà infatti senza conseguenze. Specie se passerà l’innalzamento del quorum per i referendum, e per le leggi di iniziativa popolare, il disegno della riforma del senato apparirà chiarissimo: portare quanti più nodi decisionali possibili nelle mani dell’esecutivo togliendoli al potere legislativo e a quello giudiziario (di cui si manifestano propositi di riforma sia nel Pd che, ovviamente, in Forza Italia). Certo, il risultato reale, quello dopo il voto alle camere, parlerà del fatto se queste intenzioni rimarranno sulla carta o meno.

Quelle che non sembrano proprio solo intenzioni vengono, invece, dai segnali sulla prossima legge finanziaria, che oggi si chiama legge di stabilità in omaggio ad un rigorismo contabile da zombie economics. E qui si noti che, quando vogliono, i media riescono a far filtrare le intenzioni del governo. Specie quando i dibattiti si rivolgono ad un pubblico di nicchia o di professionisti che deve decodificare o ordinare il diluvio di notizie, anche contradditorie, che lo riguarda. E così a Sky-Tg economia ospite Taddei, responsabile economia del PD, è andata in onda una trasmissione dove, prima di tutto, si è parlato dei tagli possibili nella prossima legge di stabilità. Questo, mentre a livello di dichiarazioni governative si nega ancora la possibilità di una finanziaria fatta di tagli o, comunque, di problemi riguardanti il bilancio del paese. Quando nel dibattito era ormai palese che le prossime scadenze finanziarie italiane non saranno una passeggiata, dopo che è stato chiesto a Taddei se avesse un’idea dei numeri a disposizione del governo, il responsabile economia Pd ha detto testualmente: “la prossima manovra finanziaria sarà impegnativa”. Senza smentire nessuno e lasciando in termini vaghi l’altra questione che circola da tempo: il problema dell’impatto del fiscal compact europeo sui beni pubblici italiani (impatto che ha stime che vanno dai 5-7 miliardi di euro annui, per un ventennio, fino ai 50 passando dai 20. E non si parla di manovra ma solo della voce “riduzione del debito”). La “manovra impegnativa” di Taddei, a parte la cosmesi contabile, che ci sarà, con qualche sgradita sorpresa, magari ridotta apparentemente al minimo da un governo attento all’immagine, non potrà che riguardare tre voci: investimenti, spesa corrente, spesa sociale (distinguendo qui tra spesa per l’amministrazione e spesa per le prestazioni sociali per capirsi sul fatto che, per colpire la seconda, il governo cercherà di fare tanta retorica sugli “sprechi” della prima).

Il governo, nelle trattative con l’”Europa” per la “flessibilità” di bilancio, cercherà di strappare qualche fondo europeo. Magari sperando di controbilanciare una riduzione degli investimenti pubblici in linea con i parametri europei quindi forte. E che non ci si debba aspettare grandi investimenti dal mitico privato, sanatoria di tutti i discorsi ideologici che non tornano anche nella sinistra social-liberista, lo si capisce dallo stesso Renzi. Il quale, dal Mozambico, ha redatto di persona la stima del Pil raggiungibile dopo i 1000 giorni di riforme da lui preventivati: 1,9 per cento, si presume annuo. Ora, per ripartire (compensare gli investimenti pubblici persi negli anni scorsi, puntare su una crescita centrata sul reddito, ricostruire i servizi, diffondere tecnologie) l’Italia avrebbe bisogno, ci teniamo bassi tenendo a memoria una serie di studi dedicati, almeno del triplo in questi mille giorni e del doppio annuale previsto da Renzi. Tassi di crescita che non esistono nelle economie capitalistiche contemporanee. Un po’ poco per attirare davvero investimenti privati in economia ma sappiamo che Renzi parla per le borse, e non per il paese, e l’1,9 dichiarato a Piazzaffari andrebbe benissimo. Peccato, nel giro di 48 ore dalle serate mozambicane del presidente del consiglio, l’obiettivo di Renzi sia già stato smentito dalle previsioni di crescita dell’economia americana. La fragorosa riduzione di un punto di crescita della stima del Pil americano da parte del FMI rende già da oggi, visto il persistente ruolo di locomotiva mondiale degli Usa, impossibile questo 1,9 per cento. A prescindere dal fatto che le riforme entrino o meno a regime. Si capisce quindi il perché di una manovra “impegnativa”: il Def, documento economico finanziario, approvato ad aprile dal governo in vista della manovra successiva prevedeva una, diciamo, vivace crescita mondiale.

La necessità della revisione al ribasso delle stime, ufficialmente iscritte nel Def, della crescita globale comporterà invece tagli ai beni pubblici. Visto che l’Europa non farà sconti e che si apre la stagione del fiscal compact, si comprende che la manovra rischia, se non interviene una qualche efficace tattica dilatoria, di essere davvero impegnativa. Non proprio una ripartenza folgorante, col governo Renzi come fulcro, dopo un periodo di alternanza tra stagnazione e recessione in Italia. La solita differenza tra marketing e realtà, insomma. Peccato sia a spese di un intero paese.

Dopo anni di crisi naturalmente si cercano soluzioni. Ma sono molto lontane dal vedere la luce. Bastasin sul Sole 24 ore parla testualmente di necessità di un piano di investimenti europeo, di spessore continentale ed epocale, guidato dalla Germania. Ma la Germania ha queste intenzioni? Nei primi anni del dopo Lehman l’export perso nel continente nella compressione del Pil europeo, causato proprio dall’austerità voluta da Berlino, è stato compensato per la Germania dalle esportazioni verso i verso Brics. Mentre die Welt già si lamenta per l’euro sotto 1,35: è un segnale che nella maggioranza Merkel si punta ancora al binomio moneta forte-primato dell’export competitivo grazie ai livelli di produttività, tecnologia e logistica raggiunti dalla Germania. “Prestare da banche tedesche per far acquistare merci tedesche”, la solita legge che porta il resto dell’Europa verso i margini, come si è visto nell’ultimo lustro. Il resto è retorica da cerimoniali sull’Europa, sul continente di pace, sul futuro in comune e tutto il consueto abuso di credulità popolare esercitato in materia. In realtà l’Ue è un campo di forza dove i paesi più ricchi vampirizzano le risorse degli altri per mantenersi vivi in un periodo di paralisi dell’economia mondiale. Tra una bolla finanziaria e l’altra. E’ già accaduto, bolle finanziarie comprese, in scala più piccola nel rapporto tra regioni ricche e regioni povere dell’Italia tra il periodo unitario e la prima guerra mondiale. Avremmo quindi l’esempio sul campo già pronto se non fosse che la retorica risorgimentale ha sepolto la memoria storica del periodo.

Insomma, sarà la solita legge di stabilità pro-ciclica (di una ciclicità fatta di depressione-tagli-nuova depressione-nuovi tagli) magari stavolta venduta, a reti unificate, assieme alla legge sul senato e a inviti, magari nemmeno tanto velati, alla Germania “a fare la sua parte visto che l’Italia ha fatto la sua”. Solo che il capitalismo tedesco la “sua parte” continuerà a farla come sa: in quanto nodo produttivo e finanziario dell’Europa continentale in egemonia e autonomia dal resto dell’Ue. Non c’è niente di peggio di un governo che cade vittima della propria propaganda. A volte il governo Renzi sembra proprio credere, almeno per la comunicazione che dà di sé, che la Germania si pensi, prima di tutto ed in ultima istanza, come membro dell’Ue. E che i rapporti con gli stati dell’Ue, o con la commissione di Bruxelles, contino sempre di più di quelli con Cina, Russia o anche Brasile. Forse è vero che far assumere la propaganda agli altri come una droga, alla fine, ti porta a rimanerne intossicato. Eppure, una volta tanto, se il responsabile economia del Pd comincia a parlare di manovra impegnativa esce dalla propaganda. Resta da capire se, al di là delle trasmissioni di nicchia, arriverà il messaggio che il governo Renzi non ha reali soluzioni di fronte ad una crisi che dura già da anni. Sempre se non ci si accontenta di discutere della riforma del senato. I blog degli opinionisti di sinistra, cimiteri della presa di posizione pubblica, sono già pieni di queste discussioni. Il genere è quello del camposanto delle belle intenzioni, ragionamenti digitali sui quali si può piantare solo una luminosa croce bianca. Il resto è per chi si occupa, e fa, politica. Allora qui l’orecchio si tende: ecco una frase sibillina “manovra impegnativa”, sottile e fortemente rivelatrice.

Per Senza Soste, nique la police

24 luglio 2014