«Alla concentrazione del potere economico in poche mani fa riscontro il progressivo svuotamento degli istituti tradizionali della democrazia rappresentativa, ridotti a camere di compensazione di interessi lobbistici. I cittadini sono consapevoli che le loro scelte elettorali non hanno più alcun peso nel determinare le proprie condizioni di vita per cui tendono a rifiutare in blocco la politica». E’ quanto afferma Carlo Formenti in una recentissima intervista pubblicata dalla rivista online Vita [1].
Già molti anni prima, Franco Fortini, cioè colui che forse può essere indicato come l’ultimo degli intellettuali visionari di questo paese, con un taglio ed una formazione decisamente diversi da quelli di Formenti, aveva “visto”un “fascismo democratico” che stava per sostituirsi a quello autoritario. Perché di questo si tratta: permangono, è vero, le istituzioni democratiche ma solo dopo essere state svuotate da da ogni raccordo con il demos e da ogni potere reale perchè quel potere, ormai, è allocato altrove: BCE, UE, FMI, Goldman Sachs, Black Rock, multinazionali del settore energetico, industrie di armamenti, cioè, tutti quegli organismi che fanno parte di una sorta di supersocietà globale che non ha né Stato, né confini. Una cupola che ha come unico obiettivo la massimizzazione del profitto e l’innalzamento del valore dei dividendi che finiscono nelle tasche dell’1% circa della popolazione mondiale, che ha in mano il sistema mediatico mondiale e che ha allineato tutti i sistemi politici occidentali alle proprie dipendenze ed alle proprie esigenze, sia contingenti sia strategiche.
E dunque, al contrario di quanto sostiene Marco Minniti, il fascismo non è morto perché il fascismo, ormai, è “mainstream”, secondo la definizione che ne dà Annalisa Daniele in un’analisi pubblicata sul periodico Carmilla-on-line di qualche giorno fa con cui l’autrice del pezzo ci invita a riflettere su un dato che ancora troppi ignorano o fanno finta di non vedere: “quel che Salvini dice, Minniti fa.”[2] Salvini e Minniti, ovvero, le due facce del modernissimo fascismo mainstream.
In questo senso, la crescita mediatica e territoriale delle formazioni neofasciste Casa Pound Italia e Forza Nuova non è altro che l’epifenomeno di una deriva autoritaria complessiva che sta investendo l’Europa intera secondo uno schema che si ripete pari pari in altri paesi europei. Una deriva autoritaria che ha trovato nel nuovo uomo forte, Marco Minniti, il perfetto interprete, tanto sul piano interno, con la messa in atto di una stretta repressiva e poliziesca nei confronti di qualsiasi opposizione sociale, quanto nei confronti della fantomatica immaginaria “invasione” evocata tutti i giorni a reti unificate da Salvini, con la stipula del famigerato accordo italo-libico del febbraio 2017 che ha affidato alle cupole mafiose che si sono impossessate della Libia, dopo la deposizione violenta di Muammar Gheddafi, il compito di tenere nei propri lager i migranti in fuga da quelle guerre, dittature e carestie fomentate proprio da quegli stessi paesi che ora li respingono.
D’altronde lo sdoganamento del fascismo in Italia è un fenomeno in atto da quasi un ventennio, cioè da quando Carlo Azeglio Ciampi (che da Governatore della Banca d’Italia scisse la Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro in nome dell’autonomia dell’economia e della finanza da qualsiasi controllo politico) disse che “i giovani di Salò sbagliarono ma lo fecero credendo di servire ugualmente l’onore della propria patria, animati da un sentimento di «unità» nazionale.” Gli fecero eco, subito dopo, Oscar Luigi Scalfaro «Dobbiamo ricordare tutti quelli che hanno pagato quell’alto prezzo. Anche quelli che si batterono per ideali che non condividiamo. Solo il leale rispetto della verità può essere la base di una vera pacificazione» e Luciano Violante “Bisogna sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per cui migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto si schierarono dalla parte di Salò e non di quella dei diritti e delle libertà”.
Quanto all’attività editoriale di becero revisionismo di un Giampaolo Pansa – i cui scritti, ad ogni nuova uscita, vengono sistematicamente e puntualmente pubblicizzati e celebrati dal circuito mediatico mainstream – ci basterà ricordare ciò che disse di lui Giorgio Bocca: “Un pazzo, un mascalzone, un falsario, un mentitore” censurandone indignato “Il sangue dei vinti“, libro “vergognoso di un voltagabbana”. Quel Pansa che non essendo mai stato né uno storico né, tanto meno, un giornalista, continua a fare quel che ha sempre fatto: il polemista. Solo che in vecchiaia si dedica al mestiere di sfornare veline antiresistenziali a raffica. Pansa, l’ex di sinistra, specchio perfetto del trasformismo dell’arcitaliano, per dirla ancora con Bocca.
Salvini arriva, dunque, all’apice di questo percorso che ha rilegittimato fascismo e razzismo e senza questo formidabile tappeto rosso steso da figure molto più autorevoli di lui non sarebbe mai riuscito nell’impresa di sostituire il federalismo bossiano con la difesa della razza, cioè, qualcosa che appena un decennio fa ci sarebbe apparsa impensabile. Salvini che, di certo, non farà la marcia su Roma, ma porterà il voto fascista in dote al governo delle larghe intese che sarà, vedrete, di “salvezza nazionale”.
Un governo che, sotto il ricatto di una nuova crisi dello spread, continuerà a prendere ordini da Bruxelles esattamente come i precedenti in ossequio a quei #TrattatiUE che, obbligandoci a tagliare 50 miliardi di spesa pubblica per i prossimi 20 anni, ci porteranno velocemente verso la definitiva distruzione del welfare e la generalizzazione della condizione di povertà relativa ed assoluta a strati sempre più ampi di popolazione sapendo, peraltro, di poter contare sulla perfetta complicità delle grandi centrali sindacali, ormai totalmente asservite al gioco degli interessi di banche, assicurazioni e capitani coraggiosi di turno. Una condizione ideale per chi punta ad avere un esercito salariale di riserva sconfinato.
Impossibile che anche D’Alema&Co possano resistere al richiamo di un gran governo Gentiloni aperto a tutti i contributi, diciamo così, “responsabili”. D’altronde, “Liberi ed Uguali”, si sa, è nata perché quelli della ex minoranza del Partito Democratico sapevano benissimo che Renzi non avrebbe fatto prigionieri. Preparatevi, dunque, al prossimo “monocolore”[3], ovvero, a quel teatrino che altro non è che un simulacro della democrazia in cui ognuno recita una parte mentre il copione lo scrive qualcun altro.
Anche per questo è necessario attrezzarsi e continuare a lavorare alla crescita di un vasto fronte per arginare la deriva autoritaria in atto, ben sapendo che sarà una battaglia di lunga durata che andrà ben oltre le elezioni e quale che sia il risultato che verrà fuori dalle urne.
Note
[1] “Populismo e crisi del sociale” intervista di Filippo Romeo a Carlo Formenti, 19 febbraio 2018 su www.vita.it
[2] “Monocolore” pubblicato il 18 febbraio 2018 in Schegge taglienti di Alessandra Daniele su www.carmillaonline.com
[3] Ibidem
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/02/2018
03/11/2014
Stato-mafia. Indagine sulla trattativa (seconda parte)
E' il 3 novembre del 1993 quando il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro pronuncia il suo “Non ci sto!” . Scalfaro in quel discorso parla di “gioco al massacro” e denuncia come quelle accuse fossero una “rappresaglia” della classe politica travolta da Tangentopoli. E' una denuncia pubblica dello scontro frontale ormai in corso nel paese tra poteri forti, quelli che andavano declinando, quelli che venivano affermandosi e all'interno di entrambi.
Alcuni mesi prima, a maggio, erano esplose le bombe a Roma e Milano. Altre ne esploderanno a luglio di nuovo a Roma e a Firenze. Le massime autorità dello Stato – Ciampi premier, Spadolini presidente del Senato, Napolitano presidente della Camera – concordano nel ritenere che le bombe (e i morti) hanno un carattere ricattatorio e che la matrice sia mafiosa. Eppure tutti e tre, anzi quattro con Scalfaro, quantomeno “intuiscono” che non può essere solo la componente corleonese della mafia ad avere organizzato una operazione di queste dimensioni e sul piano nazionale. Nelle memorie di Campi e, in modo più sfumato, nella deposizione di Napolitano ai giudici di Palermo si accenna alla preoccupazione per un colpo di stato. Ma potevano essere solo delle azioni dei clan mafiosi corleonesi a far parlare di colpo di stato? Oppure, con maggiore probabilità, dentro e non parallelamente allo Stato era iniziato un processo di profonda scomposizione e ristrutturazione del suo apparato?
Una nota del Sismi del 29 luglio ’93 (il giorno dopo le stragi di Milano e Roma), segnalava che: “Tra il 16 ed il 20 agosto ci sarà un attentato che non sarà portato a monumenti o a teatri, ma a persone. A livello grosso. Una strage. Poi si faranno ad uno grosso (inteso in senso di personalità politica). Spadolini e Napolitano, uno vale l’altro. Gli autori sono sempre i soliti: quelli là (riferito ai corleonesi?) d’accordo coi grossi (riferito ai politici) e coi massoni”.
Il 6 agosto ’93, ci fu un vertice del Cesis (il comitato di coordinamento dei servizi segreti militare e civile). Oltre ai capi dei servizi sono presenti il capo della polizia Parisi, il capo della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) Gianni De Gennaro, il vicecomandante del Ros dei carabinieri Mori e il vicecapo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio. Le conclusioni sull'analisi degli attentati sono piuttosto generiche, molto generiche: si va dalla matrice mafiosa, al terrorismo serbo, o palestinese, al narcotraffico internazionale. Nebbia e depistaggio totale dunque. Formalmente nessuno evoca il pressing delle organizzazioni mafiose per la revoca del 41bis nelle carceri. Ma, segnala giustamente Marco Travaglio, perchè mai alla riunione c'era anche il vicecapo del Dap Di Maggio se la questione del 41bis non era tra le piste prese in esame? Non solo. A giugno, il superiore di Di Maggio, Capriotti aveva scritto al ministro della Giustizia Conso sollecitando un taglio delle misure di 41bis per “dare un segnale di distensione nelle carceri”. Quattro giorno dopo il vertice al Cesis, è il 10 agosto, il capo della Dia, Gianni De Gennaro firma un rapporto della Dia, destinato a Mancino e a Violante, che metteva nero su bianco la pista mafioso-trattativista delle bombe e invitava il governo a non cedere sul 41bis: “È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale... del 41bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”. La parola “trattativa” comincia però a comparire negli atti ufficiali. E' un rapporto del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato (guidato allora da Antonio Manganelli, deceduto non molto tempo fa) e destinato alla Commissione Antimafia presieduta da Violante a scrivere: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’... Creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali”. Il 5 novembre, due giorni dopo il “non ci sto” di Scalfaro, il ministro della Giustizia Conso (con una decisione che afferma di aver preso tutta da solo) non rinnova le misure di 41bis a 334 detenuti di mafia nelle carceri italiane.
Sul piano politico, a novembre del 1993 ci furono le prime elezioni dirette per i sindaci a Roma, Napoli e Milano. Al ballottaggio, il 3 dicembre, per la prima volta, vanno due fascisti: Fini a Roma, la Mussolini a Napoli. Berlusconi annuncia che voterebbe per i due candidati sindaci fascisti per “fermare la sinistra”. I candidati sindaci del centro-sinistra vincono i ballottaggi evocando la possibilità che il Pds possa essere il partito in grado di "capitalizzare" politicamente la crisi emersa con Tangentopoli. L'operazione Forza Italia comincia a palesarsi per bloccare tale scenario.
Se a Roma una buona parte della vecchia Dc si schiera con Fini, a Napoli, secondo il pentito di camorra Domenico Bidognetti (fratello del boss Francesco), i clan giocano trasversali. Da una parte c’erano i Casalesi che appoggiavano Alessandra Mussolini, dall’altra i Moccia, che invece erano per Antonio Bassolino, il quale uscì vincente al turno di ballottaggio.
I giochi politici e le vecchie alleanze vengono dunque completamente rimescolate. Il biennio 1992-1993, con la crisi politica conosciuta come Tangentopoli, riscrive lo scenario delle classi dominanti e ridisegna la geografia politica del paese. I blocchi di potere consolidatisi dal dopoguerra agli anni Ottanta si dividono e si ricompongono sulla base della nuova situazione internazionale (fine della guerra fredda con l'Urss, varo del Trattato di Maastricht e accelerazione nel processo che porta all'Unione Europea) e in un contesto in cui in Italia esplode la prima crisi del debito pubblico (1992) che spiana la strada alle “terapie d'urto” (la stangata del governo Amato) e ai governi “tecnici” (Ciampi). Il Pds, il principale partito sorto dallo scioglimento del Pci, dovrebbe approfittare della situazione ed invece dà la netta idea di “camminare sulle uova”, anzi di adeguarsi completamente al nuovo contesto. C'entrano qualcosa in questo atteggiamento gli "accordi indicibili"? (fine seconda parte)
vedi: Indagine su una trattativa al di sopra di ogni sospetto (prima parte)
Fonte
Alcuni mesi prima, a maggio, erano esplose le bombe a Roma e Milano. Altre ne esploderanno a luglio di nuovo a Roma e a Firenze. Le massime autorità dello Stato – Ciampi premier, Spadolini presidente del Senato, Napolitano presidente della Camera – concordano nel ritenere che le bombe (e i morti) hanno un carattere ricattatorio e che la matrice sia mafiosa. Eppure tutti e tre, anzi quattro con Scalfaro, quantomeno “intuiscono” che non può essere solo la componente corleonese della mafia ad avere organizzato una operazione di queste dimensioni e sul piano nazionale. Nelle memorie di Campi e, in modo più sfumato, nella deposizione di Napolitano ai giudici di Palermo si accenna alla preoccupazione per un colpo di stato. Ma potevano essere solo delle azioni dei clan mafiosi corleonesi a far parlare di colpo di stato? Oppure, con maggiore probabilità, dentro e non parallelamente allo Stato era iniziato un processo di profonda scomposizione e ristrutturazione del suo apparato?
Una nota del Sismi del 29 luglio ’93 (il giorno dopo le stragi di Milano e Roma), segnalava che: “Tra il 16 ed il 20 agosto ci sarà un attentato che non sarà portato a monumenti o a teatri, ma a persone. A livello grosso. Una strage. Poi si faranno ad uno grosso (inteso in senso di personalità politica). Spadolini e Napolitano, uno vale l’altro. Gli autori sono sempre i soliti: quelli là (riferito ai corleonesi?) d’accordo coi grossi (riferito ai politici) e coi massoni”.
Il 6 agosto ’93, ci fu un vertice del Cesis (il comitato di coordinamento dei servizi segreti militare e civile). Oltre ai capi dei servizi sono presenti il capo della polizia Parisi, il capo della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) Gianni De Gennaro, il vicecomandante del Ros dei carabinieri Mori e il vicecapo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio. Le conclusioni sull'analisi degli attentati sono piuttosto generiche, molto generiche: si va dalla matrice mafiosa, al terrorismo serbo, o palestinese, al narcotraffico internazionale. Nebbia e depistaggio totale dunque. Formalmente nessuno evoca il pressing delle organizzazioni mafiose per la revoca del 41bis nelle carceri. Ma, segnala giustamente Marco Travaglio, perchè mai alla riunione c'era anche il vicecapo del Dap Di Maggio se la questione del 41bis non era tra le piste prese in esame? Non solo. A giugno, il superiore di Di Maggio, Capriotti aveva scritto al ministro della Giustizia Conso sollecitando un taglio delle misure di 41bis per “dare un segnale di distensione nelle carceri”. Quattro giorno dopo il vertice al Cesis, è il 10 agosto, il capo della Dia, Gianni De Gennaro firma un rapporto della Dia, destinato a Mancino e a Violante, che metteva nero su bianco la pista mafioso-trattativista delle bombe e invitava il governo a non cedere sul 41bis: “È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale... del 41bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”. La parola “trattativa” comincia però a comparire negli atti ufficiali. E' un rapporto del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato (guidato allora da Antonio Manganelli, deceduto non molto tempo fa) e destinato alla Commissione Antimafia presieduta da Violante a scrivere: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’... Creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali”. Il 5 novembre, due giorni dopo il “non ci sto” di Scalfaro, il ministro della Giustizia Conso (con una decisione che afferma di aver preso tutta da solo) non rinnova le misure di 41bis a 334 detenuti di mafia nelle carceri italiane.
Sul piano politico, a novembre del 1993 ci furono le prime elezioni dirette per i sindaci a Roma, Napoli e Milano. Al ballottaggio, il 3 dicembre, per la prima volta, vanno due fascisti: Fini a Roma, la Mussolini a Napoli. Berlusconi annuncia che voterebbe per i due candidati sindaci fascisti per “fermare la sinistra”. I candidati sindaci del centro-sinistra vincono i ballottaggi evocando la possibilità che il Pds possa essere il partito in grado di "capitalizzare" politicamente la crisi emersa con Tangentopoli. L'operazione Forza Italia comincia a palesarsi per bloccare tale scenario.
Se a Roma una buona parte della vecchia Dc si schiera con Fini, a Napoli, secondo il pentito di camorra Domenico Bidognetti (fratello del boss Francesco), i clan giocano trasversali. Da una parte c’erano i Casalesi che appoggiavano Alessandra Mussolini, dall’altra i Moccia, che invece erano per Antonio Bassolino, il quale uscì vincente al turno di ballottaggio.
I giochi politici e le vecchie alleanze vengono dunque completamente rimescolate. Il biennio 1992-1993, con la crisi politica conosciuta come Tangentopoli, riscrive lo scenario delle classi dominanti e ridisegna la geografia politica del paese. I blocchi di potere consolidatisi dal dopoguerra agli anni Ottanta si dividono e si ricompongono sulla base della nuova situazione internazionale (fine della guerra fredda con l'Urss, varo del Trattato di Maastricht e accelerazione nel processo che porta all'Unione Europea) e in un contesto in cui in Italia esplode la prima crisi del debito pubblico (1992) che spiana la strada alle “terapie d'urto” (la stangata del governo Amato) e ai governi “tecnici” (Ciampi). Il Pds, il principale partito sorto dallo scioglimento del Pci, dovrebbe approfittare della situazione ed invece dà la netta idea di “camminare sulle uova”, anzi di adeguarsi completamente al nuovo contesto. C'entrano qualcosa in questo atteggiamento gli "accordi indicibili"? (fine seconda parte)
vedi: Indagine su una trattativa al di sopra di ogni sospetto (prima parte)
Fonte
30/01/2012
23/09/2011
Quando il bue dice cornuto all'asino.
“Se il Parlamento è vivo la democrazia è certa, se il Parlamento è
povero o pezzente, come oggi, allora c’è da dubitare molto che ci sia
democrazia”. L’analisi impietosa è di Oscar Luigi Scalfaro ed è un passaggio della videointervista che è stata realizzata da Stefano Rodotà e trasmessa questa sera per la prima giornata del Festival del Diritto, a Piacenza fino a domenica.
“Chi ha fatto parte dell’Assemblea Costituente ha mantenuto nella carne viva il marchio della Costituzione – ha detto ancora l’ex presidente della Repubblica – noi avevamo, vorrei dire quasi naturalmente, per essere stati all’Assemblea Costituente il senso del Parlamento, della democrazia parlamentare. La Dc ebbe il culto del Parlamento. Il Parlamento come marchio di fabbrica di una democrazia, indice di quanto la democrazia è entrata dentro il Paese, starei per dire di come la democrazia si è incarnata nelle persone. Oggi guardare il Parlamento è una desolazione gravissima. Oggi purtroppo si può sostenere che la democrazia è defunta e defunta malamente”.
E rispondendo a una domanda sullo stato della moralità pubblica, Scalfaro ha rincarato: “Leggendo le cronache dei giornali, sembra che ogni giorno nascano a centinaia i nuovi profittatori, i nuovi ladri, le persone che nel momento in cui si avvicinano a un incarico, a una responsabilità, pensano per prima cosa a rubare, a tradire. Una cosa che fa spavento. La corruzione dilaga come una peste bubbonica”.
A commentare la video intervista, durante la tavola rotonda “I valori della Costituzione”, anche Rosy Bindi: “Siamo in una situazione molto complicata perché questo è un Parlamento di nominati sottoposto alla dittatura della maggioranza”. Una maggioranza che, prosegue la Democratica, “impone numeri e con i numeri decide anche contro il rispetto fondamentale delle regole. C’ è un parlamentare che ha approfittato dell’istituto dell’immunità per assicurarsi impunità e questa è una ulteriore prova che c’è qualcuno meno uguale degli altri davanti alla legge”.
Fonte.
Mancava giusto Scalfaro sul palco del teatrino di vacche sacre bollite che fanno invettive sulla democrazia dopo aver contribuito a sfasciarla.
Assistere all'esaltazione di un 90enne che rivendica il culto del Parlamento da parte della DC e sputa sentenza su ladri e approfittatori avendo alle spalle un decennale carriera politica a fianco dei peggiori personaggi della prima repubblica (Andreotti e Craxi) va oltre lo spavento, fa proprio vomitare!
Auspico anche per Scalfaro un fulmineo trapasso, prima va a far compagnia a Cossiga meglio sarà per tutti.
“Chi ha fatto parte dell’Assemblea Costituente ha mantenuto nella carne viva il marchio della Costituzione – ha detto ancora l’ex presidente della Repubblica – noi avevamo, vorrei dire quasi naturalmente, per essere stati all’Assemblea Costituente il senso del Parlamento, della democrazia parlamentare. La Dc ebbe il culto del Parlamento. Il Parlamento come marchio di fabbrica di una democrazia, indice di quanto la democrazia è entrata dentro il Paese, starei per dire di come la democrazia si è incarnata nelle persone. Oggi guardare il Parlamento è una desolazione gravissima. Oggi purtroppo si può sostenere che la democrazia è defunta e defunta malamente”.
E rispondendo a una domanda sullo stato della moralità pubblica, Scalfaro ha rincarato: “Leggendo le cronache dei giornali, sembra che ogni giorno nascano a centinaia i nuovi profittatori, i nuovi ladri, le persone che nel momento in cui si avvicinano a un incarico, a una responsabilità, pensano per prima cosa a rubare, a tradire. Una cosa che fa spavento. La corruzione dilaga come una peste bubbonica”.
A commentare la video intervista, durante la tavola rotonda “I valori della Costituzione”, anche Rosy Bindi: “Siamo in una situazione molto complicata perché questo è un Parlamento di nominati sottoposto alla dittatura della maggioranza”. Una maggioranza che, prosegue la Democratica, “impone numeri e con i numeri decide anche contro il rispetto fondamentale delle regole. C’ è un parlamentare che ha approfittato dell’istituto dell’immunità per assicurarsi impunità e questa è una ulteriore prova che c’è qualcuno meno uguale degli altri davanti alla legge”.
Fonte.
Mancava giusto Scalfaro sul palco del teatrino di vacche sacre bollite che fanno invettive sulla democrazia dopo aver contribuito a sfasciarla.
Assistere all'esaltazione di un 90enne che rivendica il culto del Parlamento da parte della DC e sputa sentenza su ladri e approfittatori avendo alle spalle un decennale carriera politica a fianco dei peggiori personaggi della prima repubblica (Andreotti e Craxi) va oltre lo spavento, fa proprio vomitare!
Auspico anche per Scalfaro un fulmineo trapasso, prima va a far compagnia a Cossiga meglio sarà per tutti.
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