Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/01/2020

Pansa, la sconcertante santificazione di un falsario

di Tomaso Montanari

La santificazione a testate unificate di Giampaolo Pansa lascia sconcertati.

È naturalmente comprensibile il lutto degli amici e degli ammiratori, così come è lodevole la gratitudine dei più giovani giornalisti che ripensano ai loro debiti verso quello che fu, fino a un punto preciso della sua vita, un maestro del nostro italianissimo giornalismo. Ma il silenzio sulla scelta revisionista di Pansa (una scelta che assorbe, portandolo di male in peggio, quasi gli ultimi vent’anni della sua vita), o peggio i tentativi di liquidarla con accenni a un suo gusto per le questioni «controverse», al suo essere «bastian contrario» o «sempre contro», sono invece inaccettabili. E nemmeno il combinato disposto dell’intollerabile ipocrisia italica e borghese del «de mortuis nihil nisi bonum» e del corporativismo giornalistico possono giustificare questa corale opera di depistaggio.

È esattamente questa coltre di silenzio che obbliga a prendere la parola proprio ora, a caldo: perché ci sia almeno qualche voce che contraddica la canonizzazione, e instilli dubbi proprio nel momento in cui il nuovo santo viene innalzato sugli altari, a riflettori ancora accesi.

E il punto non è solo che Pansa è stato uno dei più efficaci autori dell’equiparazione sostanziale fascismo-antifascismo, cioè uno dei responsabili culturali della deriva che conduce allo sdoganamento dello schieramento che va da Fratelli d’Italia alla Lega di Salvini, passando per Casa Pound. Già, perché con Pansa, «la pubblicistica fascista sulla “guerra civile” italiana e la sterminata memorialistica dei reduci di Salò, che per un cinquantennio non erano riusciti a incrociare la strada del grande pubblico per la loro inconsistenza storiografica, hanno trovato un megafono di successo, uno sbocco nella grande editoria e nel grande schermo» (Vedi qui). E i fascisti ringraziarono, come fece per esempio il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, parlando in tv nel 2008: «in generale l’Italia sta cambiando e sta iniziando a valutare quel periodo in modo più sereno. C’è stato un Pansa di mezzo in questi due anni. C’è stato un sano “revisionismo storico”».

Basterebbe questo a renderne la memoria esecrabile: almeno per chi crede davvero nei valori della nostra Costituzione. Ma se almeno la qualità giornalistica del lavoro di Pansa fosse indiscutibile, potrei faticosamente arrivare a comprendere (mai ad accettare, né tantomeno ad approvare) la celebrazione corporativa della grande firma. È quello che avvenne per la Fallaci: e se trovo mostruoso che le si dedichino vie o strade, perché oggi sarebbe condannata per istigazione all’odio razziale, posso capire che le si riconoscano qualità di scrittura e di inchiesta (che personalmente, tuttavia, giudico al contrario assai modeste).

Ma i peana per il giornalismo di Pansa rivelano in chi li eleva una ben curiosa idea di giornalismo. Il punto, infatti, è che i libri di Pansa dal 2003 (l’anno in cui esce il Sangue dei vinti) consistono in una continua, abile, suggestiva manipolazione dei fatti che mira a costruire, nella percezione del pubblico, un sostanziale falso storico. Pansa era stato uno storico: si era laureato in storia con uno dei migliori storici della Resistenza, e aveva praticato egli stesso la ricerca storica con ottimi risultati. Ma quando decise di ribaltare il tavolo e sostenere le tesi opposte a quelle in cui aveva sempre creduto – quando, cioè, decide di costruire l’apologia di chi uccise e morì per la Repubblica di Salò – non adottò il metodo storico, ma scrisse una serie di testi narrativi in cui la memorialistica e il romanzo sfumano l’una nell’altro. Una affabulazione senza nessun apparato di documenti e di note: e dunque inverificabile per il lettore.

Sono testi, i suoi, che non hanno nulla a che fare con la storiografia: ma nemmeno col giornalismo, per quanto estesa possa essere l’idea di quest’ultimo. Perché sono testi in cui è inutile chiedersi se le cose narrate siano vere o meno: ed è inutile perché è impossibile rispondere. Ciò nonostante, moltissimi storici professionisti (a partire da Giovanni De Luna) hanno chiarito in molte occasioni (si leggano per esempio questo e questo) come si tratti di testi privi di qualunque valore cognitivo, irti di coscienti omissioni, falsificazioni, disonestà intellettuali di ogni tipo. Carta straccia che racconta una storia falsa: fiction ideologica, dalla parte dei fascisti.

Nonostante questo – e con un metodo ben calcolato – l’abilissimo Pansa e un’ampia corte di giornalisti (quelli fascisti, quelli di destra, quelli che semplicemente non leggevano nulla e quelli troppo ignoranti per porsi il problema) a ogni uscita di libro hanno trasformato la percezione di quei romanzi nel racconto di una nuova storiografia di riscoperta, di revisione, di rovesciamento della verità stabilità dai vincitori antifascisti. Cosicché, nel discorso pubblico, Pansa oggi non è (come dovrebbe) l’autore di romanzetti curiosamente filofascisti, ma è il giornalista antifascista che ha svelato – dimostrando la coraggiosa capacità di andar contro ‘la sua parte’ – il lato oscuro della Resistenza. Una clamorosa distorsione della verità: una lunghissima, perversa ambiguità che non solo ha eroso, di libro in libro, il consenso alla Repubblica antifascista, ma che contestualmente ha mandato in vacca ogni idea di giornalismo, ledendo programmaticamente il primo essenziale patto che lega chi scrive e chi legge, perché «la prima cosa che chiediamo a uno scrittore è che non dica bugie» (George Orwell).

Una risposta efficace era quella di Giorgio Bocca, un giornalista che aveva eguale udienza presso i media, e che definiva Pansa, semplicemente, «un falsario».

Invece, contro questa mistificazione gli storici veri hanno avuto più difficoltà a rispondere: perché come disse (con straordinario cinismo) lo stesso Pansa allo storico Angelo D’Orsi, che lo rimproverava di non mettere nessuna nota nei suoi libri: «Tu vendi 2.000 copie e io 400.000... vuoi anche le note?». La stessa situazione, a me ben nota, in cui si trova lo storico dell’arte che voglia smontare le bufale di Dan Brown su Leonardo, o anche solo l’ennesima attribuzione farlocca a Caravaggio sparata in prima pagina dal redattore orbo di turno.

Come si possa salutare oggi, dando fiato senza risparmio a tutte le trombe della retorica, un ‘maestro di giornalismo’ è veramente un mistero doloroso del rosario di fake news, falsi storici, manipolazioni o semplici sciocchezze che si snocciola ogni santo giorno sui media italiani. Per fortuna, in queste ore non sono mancate lucide voci contro: per esempio quelle del collettivo Nicoletta Bourbaki, rilanciate dai Wu Ming, o quella di Luca Casarotti su Jacobin Italia. Ma sulla carta stampata non si è trovato davvero nessun antidoto (salvo un timido cenno sul Manifesto): e non per caso anche queste righe non appaiono su un giornale, ma su un sito felicemente eretico.

La triste morale è che è inutile, ipocrita, e in ultima analisi intollerabile, inondarci di retorica sull’insegnamento della storia nelle scuole e difendere sdegnati la libertà di stampa e i giornali indipendenti, se poi è la nostra idea di giornalismo (e dunque di democrazia) a esser così gracile, ipocrita, superficiale.

(15 gennaio 2020)

15/01/2020

La morte di un revisionista. Ovvero: dietro ogni scemo c’è un villaggio

Quando uscì “Il sangue dei vinti” tutti ne parlavano. Giampaolo Pansa imperversava ogni secondo su giornali, talk show e similia. Poi è diventato ripetitivo. Ma i danni li aveva già fatti.

Nella storia, così come nella cronaca più becera (è di questa seconda cosa che parliamo, ma è sostanzialmente l’unica cosa di cui si parla in politica da almeno trent’anni), agiscono elementi soggettivi che hanno però bisogno, per esprimersi appieno, di situazioni che, oggettivamente, lo permettano. Il primo libro fascista e revisionista del defunto giornalista esce nel 2003. Il muro di Berlino veniva abbattuto più di dieci anni prima. Il PCI non esisteva già più. Nel 1996 Luciano Violante, ex comunista storico, si era insediato alla Presidenza della Camera dei Deputati: decise di inserire nel discorso di investitura un pensiero alle ragioni e agli ideali dei ragazzi di Salò.

Un giorno decido di approfittare di un centro commerciale dove nessuno mi nota, prendo il libro e lo sfoglio. Mi imprimo nella mente poche righe riguardanti un episodio accaduto nella mia città. Chiudo il libro, lo rimetto nello scaffale dove è in grande evidenza ed esco. Il supermercato è un Ipercoop. Qualche giorno dopo mi presento davanti al magazzino di un vecchio partigiano del mio quartiere. Sta mettendo in ordine degli attrezzi. Mi avvicino e gli chiedo se sa qualcosa di ciò che ho letto. Mi risponde che il fatto è reale, mi spiega come è andata, mi parla dei responsabili e della loro storia. Mi dice della vittima. Cioè mi racconta come è andata. Apparentemente è come dice Pansa, in realtà il contesto che mi viene raccontato mette il tutto in una luce diversa.

Si è detto già molto sul fatto che quella di Pansa non è storia. Ma un frullare di episodi senza contesto, senza fonti, una miscela di verità, travisamenti, vere e proprie invenzioni. Tutto vero direi. Si è insistito sulla assoluta mancanza di contesto e del fatto che la Storia in questo modo è solo propaganda. Su questo non esiste altro da aggiungere.

Ma c’è qualcosa che manca.

Il giornalista che fu dell’Espresso e di Repubblica ha scritto molti libri. Di lui ci si ricorda perché improvvisamente diventa il giornalista di sinistra che sputa fango sulla Resistenza. Ovviamente lui ci marcia, diventa un simbolo perché improvvisamente ricorda cose non scontate. I fascisti e i neofascisti ringraziano. Bruno Vespa lo ospita, i librai lo mettono in vetrina perché si vendono i libri di cui tutti parlano. Ma Pansa cambia davvero campo? Lo sua produzione giornalistica e storica è enorme, non è facile districarsi.

Mi ricordo un libro che presi in una biblioteca anni fa. Non ricordo il titolo, e non voglio neppure cercarlo. Parlava di “terrorismo” in Italia. Allora Pansa era universalmente riconosciuto di sinistra. Scriveva sui giornali di sinistra. Non che mi aspettassi chissà quale condivisione di ideali, tutt’altro. Ma quello che colpiva era la totale distorsione di ogni ragionamento ideale e storico. I rivoluzionari venivano ritratti come dei puri delinquenti. Non sbagliavano né politicamente né ideologicamente, perché per il giornalista erano semplicemente dei criminali. Tutto il resto era evidentemente considerabile roba per sociologi in odore di fiancheggiamento dell’eversione. Penso che per una certa cultura di sinistra quello era, allora, ciò che definiamo parlare chiaro. Pansa allora era considerabile come uno storico? O già allora era un pennivendolo? Forse Pansa è sempre stato lo stesso ma, a un certo punto, ha solo cambiato padrone.

Ebbe, effettivamente, una intuizione geniale. Che si manifestò perché capiva benissimo quale opportunità poteva sfruttare.

Conosceva le questioni. Sapeva che della Resistenza si era detto molto ma si era detto male. Sapeva che i suoi potenziali avversari non avevano nessuna voglia o intenzione di ribattere nulla.

Quando andavo a scuola, sono nato nel 1969, il maestro elementare ci parlava molto della Resistenza. Lui aveva partecipato. I libri scolastici trattavano l’argomento, ci facevano vedere dei film con i buoni e i cattivi, i partigiani dell’ANPI venivano a scuola per spiegarci. Più tardi lessi Pavese ma della “Luna e i falò” mi colpirono cose collaterali legate ai misteri o al paesaggio, delle questioni della lotta partigiana capivo la metà di ciò che trovavo scritto. Sui giornali leggevo che Pavese non era proprio ben visto dagli intellettuali di sinistra ma non capivo esattamente il motivo. Nel libro c’era scritto che dai boschi delle Langhe risalivano i morti della guerra e il prete ne parlava in chiesa per attaccare i comunisti. I vecchi partigiani tenevano il silenzio perché era meglio così. In altre letture, Fenoglio raccontava che ad Alba, quando i partigiani passavano per la città, i residenti chiudevano le finestre. Non c’era nessuna festa in città per la momentanea liberazione.

Evidentemente qualcosa non tornava. Qualcosa era stato rimosso.

Su quella rimozione si poteva in effetti agire in due modi. Raccontando la verità o inventando nuove menzogne di segno opposto. Pansa capì che la seconda via era molto meglio per lui. Poteva guadagnarci di più.

Quando, in questi tanti, troppi anni, Pansa imperversava raccontando macabre operazioni di guerra, vendette ed eccidi compiuti dai partigiani, spesso si trovava a contraddittorio con storici cosiddetti di sinistra. Che balbettavano. Mentre lui imperversava e parlava chiaro. D’altronde, i suoi cosiddetti avversari non potevano fare nulla. Avevano fatto silenzio e regalato il libro di Claudio Pavone “Una guerra civile, saggio sulla moralità della Resistenza in Italia” alla cultura di destra perché il solo parlare di guerra civile era considerato un obbrobrio.

E poi si vergognavano di loro stessi impegnati come erano a prendere la distanze dal loro passato e dalla loro storia. Pansa gli ricordava che avevano ucciso un prete e loro rispondevano che bisognava capire bene e che non doveva più succedere che quelle erano ideologie del passato. Pansa vinceva, loro perdevano. Il problema è che perdevamo tutti. Per molto tempo ci siamo immaginati che potesse succedere un mezzo miracolo: improvvisamente uno storico o un politico si stufava di subire e rispondeva che se era stato ucciso quel prete magari era perché aveva fatto qualcosa di sbagliato. O forse no, magari non avevano fatto bene ma erano vent’anni che quelli come lui collaboravano con i fascisti, benedicevano le guerre e i soldati che combattevano con Hitler. E che forse, ci sarà stato pure qualche errore, ma dopo due anni al freddo in montagna braccati a vivere nei fossi sotto la neve non si poteva ne doveva andare per il sottile.

E poi magari concludere che qualche vendetta magari ci stava visto che metà di quelli che si erano in teoria riciclati ce li eravamo ritrovati a distanza di anni a dirigere polizia e carabinieri, a sparare nelle piazze e a mettere bombe sui treni e nelle piazze.

E invece no. Niente.

“Va e vedi” del regista sovietico Elem Klimov è uno dei migliori film sulla seconda guerra mondiale che siano mai stati girati. All’inizio si vede un gruppo di partigiani che entrano in un villaggio. Trovano un ragazzo e la madre. Il villaggio è deserto. Prendono il ragazzo e lo portano via, gli danno un fucile, la madre urla contro i partigiani. Fuori ci sono montagne di cadaveri sulla neve. Il ragazzo impazzisce, spara contro i tedeschi che bruciano i villaggi. La madre non gradiva che ci fossero i partigiani in giro. I corpi accatastati degli abitanti del villaggio non contavano: il ragazzo gli serviva perché dovevano mangiare e se il ragazzo andava con i partigiani era un problema. I partigiani non erano uomini migliori di altri. Ma erano dalla parte giusta della Storia. E alla fine sconfiggono i nazisti. Sono più eroi in questo film o nella propaganda che li dipinge in modo edulcorato? I partigiani in Italia fucilavano le spie. Colpivano i nemici, effettuavano controrappresaglie. Era una guerra. Civile. E la maggior parte della gente, come sempre, stava nel mezzo pensava a campare, magari male. Ma era una lotta rivoluzionaria, armata. Cominciata da pochi isolati combattenti. Con morti da entrambe le parti. Con chi aveva ragione e chi torto. Prima della guerra l’Italia era divisa in classi sociali, come lo è stata dopo e come lo è ancora. I padroni, i potenti, i preti hanno avuto, per anni, grandi benefici dal fascismo. Gli operai e i proletari no. I primi avevano tutto l’interesse a tenersi i fascisti, gli altri a sconfiggerli. La Resistenza è stata anche lotta di classe. La lotta di una parte contro l’altra. Raccontata così era meno eroica? O era solo più sovversiva?

Pansa ci faceva schifo da vivo. Continuerà a farci schifo da morto.

Ma da solo non sarebbe riuscito a fare niente. Non lo rimpiangiamo ma non è tutta colpa sua.

Dietro ogni scemo infatti, c’è un villaggio.

Collettivo Comunista Genova City Strike-NST

Fonte

13/01/2020

In morte di Giampaolo Pansa

In Italia, negli ultimi vent’anni circa, il mainstream ha sdoganato e amplificato una grande quantità di bufale storiche e leggende d’odio antipartigiane che a lungo erano rimaste confinate nelle cerchie neofasciste.

La legittimazione e l’imprimatur da parte dei grandi media e della politica hanno incoraggiato i neofascisti a inventare sempre nuove bufale, ancora e ancora. Dalla fine degli anni Novanta, li abbiamo visti coniare storie di «eccidi partigiani» dei quali mai si era parlato, o aggiungere a storie vecchie dettagli sempre più macabri assenti dalle precedenti ricostruzioni. Inutile dire che tali aggiunte erano prive di pezze d’appoggio documentali: in queste storie, le fonti latitano e ci si affida alla «storiografia del nonno»: «Mio nonno raccontava che...»

L’avvento dei social media ha impresso a questo processo un’accelerazione fortissima: oggi una bufala storica antipartigiana può nascere e diffondersi in poche ore.

Su Facebook, ad esempio, prosperano pagine dove si sparano a casaccio cifre iperboliche — ovviamente prive del benché minimo riscontro — su presunti stupri compiuti da partigiani. Cifre implausibilmente precise, per farle sembrare basate su ricerche in realtà inesistenti: 3245, oppure 4768. Ebbene, la diffamazione dei partigiani fondata su accuse di violenza sessuale è un fenomeno divenuto popolare tra i neofascisti soltanto di recente, queste presunte «migliaia» di stupri sono assenti dalla stessa memorialistica e pseudo-storiografia di estrema destra pubblicata nel XX secolo.

La manipolazione di Wikipedia da parte di milieux neofascisti — o comunque anti-antifascisti — organizzati ha fornito pezze d’appoggio per queste operazioni: centinaia di pagine della Wikipedia italiana dedicate a fascismo, seconda guerra mondiale e Resistenza sono inquinate dalla propaganda di cui sopra. Ce ne siamo occupate molte volte.

Veniamo al punto: uno dei massimi responsabili di tutto questo è stato Giampaolo Pansa. Nel 2003, il suo bestseller Il sangue dei vinti — che, come ha fatto notare Wu Ming 1 in Predappio Toxic Waste Blues, conteneva una menzogna già nel titolo — inaugurò una produzione di «oggetti narrativi male identificati» che usavano come fonti la memorialistica repubblichina sulla guerra civile, ne accettavano le ricostruzioni piene di buchi e aporie, e riempivano i buchi ricorrendo a tecniche letterarie ed espedienti vari.

Tecniche ed espedienti prese più volte in esame: ne hanno scritto Ilenia Rossini nel suo L’uso pubblico della Resistenza: il «caso Pansa» tra vecchie e nuove polemiche (pdf qui) e Gino Candreva nel suo La storiografia à la carte di Giampaolo Pansa (pdf qui).

Al principio, la fama dell’autore, il suo essere «di sinistra» e l’uso strumentale e ambiguo di certi caveat e disclaimer — della serie «Io sono antifascista ma», «la Resistenza fu un fenomeno nobile ma» — ha reso subdola l’operazione. Oggi, certi caveat non c’è più bisogno di usarli: i romanzi-spacciati-per-inchieste che si inseriscono nel solco scavato da Pansa, come quelli di Gianfranco Stella, stanno platealmente, sguaiatamente, dalla parte di Salò (cioè, ricordiamolo sempre, di Hitler).

Chi si occupa di questo revisionismo non può che imbattersi in Pansa girando ogni angolo. È capitato più volte anche a noi, mentre smontavamo bufale di estrema destra alla cui circolazione l’ex-vicedirettore di Repubblica aveva dato un contributo fondamentale. In quelle occasioni, abbiamo mostrato come Pansa avesse dato dignità di fonti ai libri di pubblicisti di estrema destra come Pisanò, Pirina o Serena, o di improvvisati “storici” locali, “abbellendo” quelle storie con ulteriori dettagli e svolazzi.

Qui si possono trovare le inchieste dove abbiamo parlato (anche) di lui, unitamente ad alcuni scritti di Wu Ming, come il già citato Predappio Toxic Waste Blues, dove si smontano le retoriche pansiane.

Oggi che la morte di Pansa suscita uno scontato cordoglio bipartisan e il suo nome sta per essere accolto nel canone della «memoria condivisa», noi vogliamo ricordare i danni gravissimi che i suoi libri e i polveroni mediatici che si compiaceva di suscitare hanno arrecato alla cultura storica e alla memoria pubblica in Italia.

Pansa è morto, ma il pansismo resterà con noi a lungo, purtroppo.

Fonte

“Ciao” Giampi... No R.I.P.

Ieri è morto Giampaolo Pansa e questa mattina le pagine dei giornali si sono riempite dei consueti “coccodrilli” e dei ricordi commossi dei suoi colleghi. Sulle pagine del Corriere della Sera Valter Veltroni, chiamandolo confidenzialmente “Giampaolo”, lo definisce un “narratore col binocolo”, un “meraviglioso raccontatore”, “un giornalista onesto, benché aspro”.

Basterebbe forse quest’ossequioso ricordo da parte del fondatore del PD, quello che oggi viene spacciato come partito di sinistra, per comprendere alcune delle ragioni dello stato in cui siamo ridotti e la ripugnanza che questo termine, “sinistra”, oggi provoca in larghi strati delle classi popolari.

Noi, dal canto nostro, non ci uniamo al coro né tantomeno, come talvolta si usa in questi casi, sentiamo il bisogno di rendere l’onore delle armi al nemico caduto, anzi, oggi per i comunisti è un giorno un po’ meno di merda del solito e forse non a caso il sole splende alto.

Giampaolo Pansa era e resta un revisionista della peggior specie, uno che si è reso protagonista consapevole dell’attacco alla storia dei comunisti  e della lotta di classe di questo paese, e che lo ha fatto perchè prezzolato, per il proprio tornaconto personale, vendendo il suo pedigree di giornalista e storico “di sinistra” che finalmente rompeva il silenzio per dire “la verità”.

Quindi oggi il nostro ricordo non può che andare al 16 ottobre di quattordici anni fa, quando partimmo da Roma per contestarlo e dirgli che quella storia che lui avrebbe voluto macchiare noi invece ce la rivendicavamo tutta, in ogni suo aspetto, in ogni sua contraddizione.

Uno dei piccoli meriti che ci possiamo riconoscere come collettivo fu proprio quello di essere riusciti, con quell’azione, a infrangere l’immagine di Pansa come “storico super partes” riportando la questione dell’uso della memoria sul piano dello scontro politico.

Da quel giorno Pansa divenne di fatto lo “storico” della destra e questa cosa probabilmente non ce l’ha mai perdonata visto che in ogni libro che ha scritto dopo “La grande bugia” non ha perso occasione per ricordare e condannare la nostra contestazione.

Per quello che vale siamo felici di essere stati la tua ossessione, “ciao” Giampi... No R.I.P.


Fonte

23/02/2018

Il fascismo non è morto, il fascismo è mainstream

«Alla concentrazione del potere economico in poche mani fa riscontro il progressivo svuotamento degli istituti tradizionali della democrazia rappresentativa, ridotti a camere di compensazione di interessi lobbistici. I cittadini sono consapevoli che le loro scelte elettorali non hanno più alcun peso nel determinare le proprie condizioni di vita per cui tendono a rifiutare in blocco la politica». E’ quanto afferma Carlo Formenti in una recentissima intervista pubblicata dalla rivista online Vita [1].

Già molti anni prima, Franco Fortini, cioè colui che forse può essere indicato come l’ultimo degli intellettuali visionari di questo paese, con un taglio ed una formazione decisamente diversi da quelli di Formenti, aveva “visto”un “fascismo democratico” che stava per sostituirsi a quello autoritario. Perché di questo si tratta: permangono, è vero, le istituzioni democratiche ma solo dopo essere state svuotate da da ogni raccordo con il demos e da ogni potere reale perchè quel potere, ormai, è allocato altrove: BCE, UE, FMI, Goldman Sachs, Black Rock, multinazionali del settore energetico, industrie di armamenti, cioè, tutti quegli organismi che fanno parte di una sorta di supersocietà globale che non ha né Stato, né confini. Una cupola che ha come unico obiettivo la massimizzazione del profitto e l’innalzamento del valore dei dividendi che finiscono nelle tasche dell’1% circa della popolazione mondiale, che ha in mano il sistema mediatico mondiale e che ha allineato tutti i sistemi politici occidentali alle proprie dipendenze ed alle proprie esigenze, sia contingenti sia strategiche.

E dunque, al contrario di quanto sostiene Marco Minniti, il fascismo non è morto perché il fascismo, ormai, è “mainstream”, secondo la definizione che ne dà Annalisa Daniele in un’analisi pubblicata sul periodico Carmilla-on-line di qualche giorno fa con cui l’autrice del pezzo ci invita a riflettere su un dato che ancora troppi ignorano o fanno finta di non vedere: “quel che Salvini dice, Minniti fa.”[2] Salvini e Minniti, ovvero, le due facce del modernissimo fascismo mainstream.

In questo senso, la crescita mediatica e territoriale delle formazioni neofasciste Casa Pound Italia e Forza Nuova non è altro che l’epifenomeno di una deriva autoritaria complessiva che sta investendo l’Europa intera secondo uno schema che si ripete pari pari in altri paesi europei. Una deriva autoritaria che ha trovato nel nuovo uomo forte, Marco Minniti, il perfetto interprete, tanto sul piano interno, con la messa in atto di una stretta repressiva e poliziesca nei confronti di qualsiasi opposizione sociale, quanto nei confronti della fantomatica immaginaria “invasione” evocata tutti i giorni a reti unificate da Salvini, con la stipula del famigerato accordo italo-libico del febbraio 2017 che ha affidato alle cupole mafiose che si sono impossessate della Libia, dopo la deposizione violenta di Muammar Gheddafi, il compito di tenere nei propri lager i migranti in fuga da quelle guerre, dittature e carestie fomentate proprio da quegli stessi paesi che ora li respingono.

D’altronde lo sdoganamento del fascismo in Italia è un fenomeno in atto da quasi un ventennio, cioè da quando Carlo Azeglio Ciampi (che da Governatore della Banca d’Italia scisse la Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro in nome dell’autonomia dell’economia e della finanza da qualsiasi controllo politico) disse che “i giovani di Salò sbagliarono ma lo fecero credendo di servire ugualmente l’onore della propria patria, animati da un sentimento di «unità» nazionale.” Gli fecero eco, subito dopo, Oscar Luigi Scalfaro «Dobbiamo ricordare tutti quelli che hanno pagato quell’alto prezzo. Anche quelli che si batterono per ideali che non condividiamo. Solo il leale rispetto della verità può essere la base di una vera pacificazione» e Luciano Violante “Bisogna sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per cui migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto si schierarono dalla parte di Salò e non di quella dei diritti e delle libertà”.

Quanto all’attività editoriale di becero revisionismo di un Giampaolo Pansa – i cui scritti, ad ogni nuova uscita, vengono sistematicamente e puntualmente pubblicizzati e celebrati dal circuito mediatico mainstream – ci basterà ricordare ciò che disse di lui Giorgio Bocca: “Un pazzo, un mascalzone, un falsario, un mentitore” censurandone indignato “Il sangue dei vinti“, libro “vergognoso di un voltagabbana”. Quel Pansa che non essendo mai stato né uno storico né, tanto meno, un giornalista, continua a fare quel che ha sempre fatto: il polemista. Solo che in vecchiaia si dedica al mestiere di sfornare veline antiresistenziali a raffica. Pansa, l’ex di sinistra, specchio perfetto del trasformismo dell’arcitaliano, per dirla ancora con Bocca.

Salvini arriva, dunque, all’apice di questo percorso che ha rilegittimato fascismo e razzismo e senza questo formidabile tappeto rosso steso da figure molto più autorevoli di lui non sarebbe mai riuscito nell’impresa di sostituire il federalismo bossiano con la difesa della razza, cioè, qualcosa che appena un decennio fa ci sarebbe apparsa impensabile. Salvini che, di certo, non farà la marcia su Roma, ma porterà il voto fascista in dote al governo delle larghe intese che sarà, vedrete, di “salvezza nazionale”.

Un governo che, sotto il ricatto di una nuova crisi dello spread, continuerà a prendere ordini da Bruxelles esattamente come i precedenti in ossequio a quei #TrattatiUE che, obbligandoci a tagliare 50 miliardi di spesa pubblica per i prossimi 20 anni, ci porteranno velocemente verso la definitiva distruzione del welfare e la generalizzazione della condizione di povertà relativa ed assoluta a strati sempre più ampi di popolazione sapendo, peraltro, di poter contare sulla perfetta complicità delle grandi centrali sindacali, ormai totalmente asservite al gioco degli interessi di banche, assicurazioni e capitani coraggiosi di turno. Una condizione ideale per chi punta ad avere un esercito salariale di riserva sconfinato.

Impossibile che anche D’Alema&Co possano resistere al richiamo di un gran governo Gentiloni aperto a tutti i contributi, diciamo così, “responsabili”. D’altronde, “Liberi ed Uguali”, si sa, è nata perché quelli della ex minoranza del Partito Democratico sapevano benissimo che Renzi non avrebbe fatto prigionieri. Preparatevi, dunque, al prossimo “monocolore”[3], ovvero, a quel teatrino che altro non è che un simulacro della democrazia in cui ognuno recita una parte mentre il copione lo scrive qualcun altro.

Anche per questo è necessario attrezzarsi e continuare a lavorare alla crescita di un vasto fronte per arginare la deriva autoritaria in atto, ben sapendo che sarà una battaglia di lunga durata che andrà ben oltre le elezioni e quale che sia il risultato che verrà fuori dalle urne.

Note
[1] “Populismo e crisi del sociale” intervista di Filippo Romeo a Carlo Formenti, 19 febbraio 2018 su www.vita.it

[2]Monocolore” pubblicato il 18 febbraio 2018 in Schegge taglienti di Alessandra Daniele su www.carmillaonline.com

[3] Ibidem

Fonte