Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/01/2025
La guerra della verità
La diffamazione dei social si è fatta così enorme, a cominciare dai tempi del Covid, che prima o poi doveva venire qualcuno e chiedere: ma chi controlla i controllori?
Che bisogno c’è di una Congregazione del Sant’Uffizio che concede imprimatur preventivi e davanti a cui occorre inginocchiarsi, con la scusa che gli utenti cadrebbero così facilmente in tentazione?
Gli utenti sono appaiati agli elettori: se non votano come vogliamo noi, devono avere un baco nel cervello.
La battaglia dei verificatori contro la disinformazione ha i suoi siti internet, e i suoi sponsor e finanziatori. Bbc Verify, a esempio, ha rapporti stretti con l’Istituto di Studi Strategici della Nato e non solo verifica ma fa propaganda e censura.
Chiunque critichi la politica occidentale sulla guerra in Ucraina o sullo sterminio perpetrato da Israele a Gaza diventa bersaglio delle campagne contro la disinformazione.
I verificatori sono numerosi ovunque.
Una delle principali collaborazioni italiane di Meta è stato per anni Open, il sito di fact checking fondato da Enrico Mentana nel 2018.
È stato anche il più controverso, nella guerra di Ucraina.
È noto per aver più volte diramato false notizie diffuse dai fedeli di Zelenskij e per aver demonizzato Putin, ignorando le preoccupazioni del Cremlino fin dai primi allargamenti a Est della Nato.
Le Congregazioni di fact checking scoprono certo notizie false, ma ne producono anche in proprio, come quando accusano giornalisti indipendenti, professori universitari e intellettuali di essere di volta in volta filo-putiniani o antisemiti.
Oggi la situazione è diversa e peggiore.
I grandi giornali e le principali reti Tv non hanno più soldi per pagare inviati di guerra come ai tempi del Vietnam.
A ciò si aggiunga, non meno grave, l’impossibilità di raccogliere notizie su tutti gli Stati combattenti.
Difficile sapere quel che si pensa e si dice in Russia sul conflitto in Ucraina e a Kursk, dopo l’oscuramento in Europa delle Tv russe.
Impossibile scrivere reportage su Gaza perché l’ingresso dei giornalisti nella Striscia è proibito da Israele, che anche in questo caso viola il diritto internazionale.
Ogni servizio Tv su Gaza e Cisgiordania dovrebbe ricordare il divieto, e ringraziare i giornalisti palestinesi e Al Jazeera per i loro reportage e per i pericoli mortali che corrono (più di 220 uccisi a Gaza).
Se si vogliono notizie è solo ai social che ci si può rivolgere: in particolare a Telegram, per quanto riguarda sia l’Ucraina sia Gaza e Cisgiordania.
E anche quando i media tradizionali hanno notizie più approfondite, meno rozze, c’è un muro che ostacola l’accesso online, un paywall: è il prezzo proibitivo dell’abbonamento annuale.
A questo punto si capisce come mai i media tradizionali siano i primi a esercitare pressioni perché resti in piedi, almeno in Europa e in Italia, il fact checking che Elon Musk e Mark Zuckerberg hanno abolito (tranne per specifici reati).
Ne va della sopravvivenza dell’establishment giornalistico, e del suo bisogno di proteggersi dalla marea spesso indistinta, ma gratuita, dei social.
Fonte
20/03/2024
In tempi di IA, ogni contenuto informativo è re
Qualche giorno fa, commentando l’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa (in particolare l’arrivo di Sora, il modello text-to-video di OpenAI) e riportando alcune riflessioni di ricercatori e giornalisti che lavorano con internet e le fonti aperte su come affrontare l’ondata di testi, foto, video sintetici, avevo proposto di rovesciare il paradigma.
Invece di preoccuparci solo e tanto di tracciare la filiera dell’IA, pensare semmai di tracciare quella delle informazioni autentiche / verificate / contestualizzate.
Costituire una filiera dell’informazione
“Bisogna investire nel verificare e contestualizzare tutto quello che viene immesso in circolo dai media o da chiunque voglia fare informazione”, scrivevo nella newsletter Guerre di Rete.
“Ricostruire e mettere a disposizione tutta la filiera non solo dell’IA, ma dei contenuti autentici. Permettere a tutti di risalire la corrente del flusso informativo a ritroso. I lettori come salmoni, esatto. Ogni artefatto informativo per quanto minuscolo non dovrebbe essere una monade slegata dal resto, ma dovrebbe avere una serie di connessioni che permettano di capire da dove arriva, che percorso ha fatto, assieme a chi o cosa altro stava, come è mutato, come è stato tagliato o modificato”.
Siccome quelle poche righe hanno attratto un certo interesse, vorrei approfondire la riflessione per spiegare meglio che cosa intendo. Dunque immaginiamo di essere una testata che pubblica diversi contenuti informativi su varie piattaforme: articolo sul suo sito, post Facebook, Instagram, Twitter, ecc.
Poniamo che uno stesso tema o evento, come spesso accade, sia sviscerato in diversi formati: video reportage, foto gallery, articolo lungo, breve, che poi diventano a loro volta post con diversi formati per Facebook, Instagram ecc.
Poniamo, ma solo per facilità di comprensione, che il tema sia la guerra in Pincopallistan. O le elezioni in Regionalistan. Quello che si vuole.
Oggi avremo un contenuto che riporterà una serie di fatti che il lettore deve prendere per buoni. Se il giornalista scrive che la linea del fronte è avanzata di tot, se riporta una dichiarazione fatta da un politico, se si mette una foto, il lettore dovrà prendere tutte queste cose al loro face value, come dicono gli inglesi, accettando quello che viene detto senza farsi domande.
Ogni contenuto informativo è re
Che cosa succederebbe invece se mettessimo un segnaposto, un cartello stradale, a ogni micro-contenuto informativo?
A volte la cosa è molto banale, basta mettere un link alla fonte. Altre volte questo non è possibile, o non è sufficiente, o il percorso è più accidentato, quindi bisogna ingegnarsi, oltre che aggiungere note di contesto. Attenzione però: non sto proponendo una facile soluzione tecnologica, sto parlando di metodo, approccio, che è anche quello su cui chi fa informazione ha più controllo. E comunque le possibili tecnologie seguono il metodo.
Esempio.
Se sono una testata e pubblico una dichiarazione di un politico, di una sua breve frase (la posso pubblicare sul sito o sui social, vale uguale) devo trovare il modo di linkarla a un repository del mio sito dove ci sarà: quando e dove è stata detta la frase; se è stata tagliata, leggermente modificata, da una frase più articolata, e quale era quella più lunga; la possibilità di consultare il resto del discorso, magari in forma testuale; il link al video o audio del discorso; se il video o audio del discorso è stato registrato direttamente dal giornalista della testata, da un’altra testata o da chi.
Se è stato preso dai social invece, allora dove è stato caricato originariamente e da quale utente; quando; da quale profilo; un link diretto o archiviato se possibile; quali verifiche sono state fatte dalla testata; se esistono smentite di quel politico e suffragate da quali elementi.
Un centro sulla trasparenza delle fonti
In pratica, immagino una sezione dei media con un centro sulla trasparenza delle fonti, o se preferite un source transparency hub.
Dove si potrebbero mettere contenuti molto diversi, come quello sopra ma anche, a mero titolo di esempio, i profili dei fotoreporter a cui si attribuiscono specifiche foto. Sono loro stessi a garantire di avere scattato una certa foto, e magari possono aggiungere note a quelle stesse immagini.
Ma il punto è che, se si inserisce in circolo un’immagine o un contenuto di altro tipo, ci deve essere il modo per i lettori che lo vogliano di andare a ricavare facilmente molte più informazioni sull’origine e le sue circostanze. Che possano ripetere e ripercorrere autonomamente il percorso fatto.
Se ci sono contesti in cui non c’è chiarezza sui fatti, o la situazione è confusa, chi fa informazione dovrebbe spiegare la metodologia con cui si è arrivati a una certa conclusione, e sottolineare quello che non si sa. E ovviamente rettificare in modo trasparente.
Il metodo di lavoro non è più un segreto industriale o professionale, chiamiamolo così, ma parte del processo informativo, anzi parte dell’informazione. (Che il metodo giornalistico di lavoro sia ciò che caratterizza il giornalismo è qualcosa che Mario Tedeschini-Lalli dice da tempo).
Vale sempre la protezione delle fonti che devono avere l’anonimato, ma il lettore dovrebbe essere sempre informato di elementi di contesto per capire la natura di queste fonti e ovviamente avere altri elementi per valutarle, ma questo credo che già oggi dovrebbe essere prassi.
Trasparenza come fattore educativo e formativo
La trasparenza non è la panacea di tutti i mali, e secondo un articolo pubblicato ad agosto dal Reuters Institute non ci sarebbe una relazione diretta fra aumento della trasparenza e aumento della fiducia. Ma anche senza mitizzare la trasparenza, il fatto di adottarla come metodologia aiuterebbe tutti a fare un’informazione migliore (perché gli stessi operatori del settore costruirebbero su basi più solide, messe anche da altri).
Inoltre costituirebbe un fattore educativo, uno strumento di alfabetizzazione mediatica, di media literacy, perché i lettori fin da giovani sarebbero abituati ad avere a disposizione (e ad andarsi a vedere) una serie di elementi e di informazioni di contorno e di tracciamento.
Non è che si stia inventando nulla, ci sono già oggi media, singoli giornalisti e ricercatori che adottano queste metodologie. Pensiamo a Forensic Architecture o Bellingcat. Questi ultimi nelle loro norme editoriali scrivono: “Cercheremo sempre di essere aperti (chiari, trasparenti, ndr) sui metodi e gli strumenti che utilizziamo e sulle fonti delle nostre informazioni. Dato il nostro impegno per la trasparenza, in genere evitiamo l’uso di fonti anonime. Tuttavia, ci possono essere occasioni isolate in cui ciò è accettabile (...) Tutte le informazioni provenienti da fonti anonime saranno rigorosamente verificate attraverso prove di fonti aperte e altri dati”.
Dalle pratiche open source e investigative alla trasparenza su tutte le informazioni
Questa modalità, che si è rafforzata negli ultimi anni con la diffusione delle pratiche open source, è anche un’apertura a forme di collaborazione, se non di citazione, e quindi “interrompe la tradizionale esclusività giornalistica, promuovendo un insieme di competenze e una metodologia che possono essere utilizzate dal grande pubblico”, scriveva nel 2022 il Nieman Reports, pubblicazione pluripremiata sugli standard del giornalismo.
In questo contesto, come hanno scritto nel 2021 Nina Müller e Jenny Wiik, ricercatrici dell’Università di Göteborg, i giornalisti non sono più “gatekeepers” (custodi dell’informazione), ma “gate-openers” (coloro che abilitano e favoriscono l’accesso alle informazioni).
Ma questa riflessione finora è stata soprattutto relegata ad alcune buone pratiche e circoli di una parte del giornalismo investigativo. Ora invece si tratterebbe di estendere quelle modalità a ogni elemento informativo, dando pari dignità giornalistica a tutti i contenuti, nella consapevolezza che oggi ogni artefatto informativo, per quanto apparentemente insignificante, può improvvisamente acquistare un ruolo diverso, può essere armato o può depotenziare altri artefatti informativi.
Dunque, tornando alla proposta iniziale, l’idea è di strutturare e integrare l’idea di trasparenza, di apertura, di tracciabilità e di applicazione del metodo giornalistico in tutti i processi dei media, e di chi in generale fa informazione. In tutti i prodotti e formati informativi, dall’inchiesta transnazionale su crimini di guerra al post sui social con la notizia su un cantante.
Era da fare almeno venti anni fa. Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa potrebbe essere la volta buona per metterci la testa.
Approfondimenti
Guerre di Rete a settembre ha pubblicato un ebook multiautore sull’intelligenza artificiale generativa e il suo impatto sulla politica e società. Si intitola Generazione AI e lo si può scaricare gratuitamente da qua.
Fonte
21/02/2023
06/04/2022
La guerra di propaganda fa un’altra vittima eccellente: il giornalismo
Undici storici corrispondenti di guerra italiani, firme note della carta stampate e delle televisioni, nessuno di “estrema sinistra” né di estrema destra, tutti al servizio per decenni di testate molto istituzionali (Corriere, Repubblica, Ansa, Sole 24 Ore, Tg5, Il Tempo), segnalano che questa volta il “sistema mediatico” è finito decisamente fuoristrada.
Sottolineiamo che la loro lettera aperta è stata scritta e pubblicata prima che esplodesse la storia della “strage di Bucha”, cui dedichiamo un’analisi che riporta numerosi dubbi.
Nel nostro piccolo, siamo d’accordo con loro e proviamo – fin dal primo giorno di questa ennesima guerra – a indicare le falle più clamorose, la serialità ottundente, i falsi palesi, ciò che puzza di operazioni “psyop” di matrice Nato (esistono fior di documenti militari originali sull’uso dell’informazione in guerra).
E perché solo di quelle Nato? Perché quelle ci vengono ammannite da questo lato del fronte. Ai russi ne vengono raccontate altre, altrettanto false, certo. Ma non per questo le menzogne e il falso giornalismo che dominano sui nostri schermi (e quotidiani) allora diventano un po’ più “veri”.
Due torti non fanno una ragione, due propagande contrapposte non fanno una verità. E nessuno, meglio degli inviati di guerra per professione ed esperienza diretta, lo capisce al volo.
Buona lettura.
Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male.
Noi siamo o siamo stati corrispondenti di guerra nei Paesi più disparati, siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti durante i conflitti, eravamo vicini a gente dilaniata dalle esplosioni, abbiamo raccolto i feriti e assistito alla distruzione di città e villaggi.
Abbiamo fotografato moltitudini in fuga, visto bambini straziati dalle mine antiuomo. Abbiamo recuperato foto di figli stipate nel portafogli di qualche soldato morto ammazzato. Qualcuno di noi è stato rapito, qualcun altro si è salvato a mala pena uscendo dalla sua auto qualche secondo prima che venisse disintegrata da una bomba.
Ecco, noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro.
Proprio per questo non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata.
Siamo inondati di notizie ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico.
Inondati di notizie, dicevamo, ma nessuno verifica queste notizie. I media hanno dato grande risalto alla strage nel teatro di Mariupol ma nessuno ha potuto accertare cosa sia realmente accaduto. Nei giorni successivi lo stesso sindaco della città ha dichiarato che era a conoscenza di una sola vittima. Altre fonti hanno parlato di due morti e di alcuni feriti. Ma la carneficina al teatro, data per certa dai media ha colpito l’opinione pubblica al cuore e allo stomaco.
La propaganda ha una sola vittima il giornalismo.
Chiariamo subito: qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: ma è l’unico responsabile?
I media ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a un’inevitabile corsa verso una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il 2 per cento del PIL.
Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione.
L’emergenza guerra sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre. Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina.
Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin.
Notiamo purtroppo che manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo.
Questo non perché si debba scagionare le Russia e il dittatore Vladimir Putin dalle loro responsabilità ma perché solo capendo e analizzando in profondità questa terribile guerra si può evitare che un conflitto di questo genere accada ancora in futuro.
Massimo Alberizzi – ex Corriere della Sera
Remigio Benni – ex Ansa
Giampaolo Cadalanu – Repubblica
Tony Capuozzo – ex TG 5
Renzo Cianfanelli – ex Panorama
Cristano Laruffa – Fotoreporter
Alberto Negri – ex Sole 24 Ore
Giovanni Porzio – ex Panorama
Amedeo Ricucci – RAI
Claudia Svampa – ex Il Tempo
Vanna Vannuccini – Ex Repubblica
Angela Virdò – ex Ansa
Chi vuole può aderire con un sms o un whatsapp al numero 345 211 73 43
Fonte
05/04/2022
Quel “giornalismo di guerra” che non aiuta a comprendere il conflitto
I manuali di giornalismo indicano chiaramente la via: informare verificando ogni notizia, scansando la propaganda; contribuire a un dibattito serio e approfondito, che colga e valuti ogni aspetto del conflitto in corso.
In attesa di analisi più articolate e scientificamente fondate, possiamo già dire qualcosa sul giornalismo italiano osservato nei giorni successivi all’aggressione militare.
La prima impressione è netta: il nostro sistema mediatico – quello mainstream, diciamo i tre quotidiani più diffusi, i principali network tele e radiofonici – ha mostrato enormi difficoltà a seguire tale via maestra. L’informazione è stata tempestiva e abbondante, coi fatti seguiti ora per ora, con numerosi corrispondenti dai luoghi del conflitto, ma si è ceduto rapidamente, secondo abitudini consolidate, a un registro prevalentemente emotivo, nei canoni sperimentati dalla cosiddetta “tv del dolore” (e della paura).
Molto cuore, molta commozione, ma scarsa attitudine a proporre analisi, prospettiva storica, pluralità di punti di vista. Scarsa attitudine, soprattutto, a stimolare una discussione profonda prima di compiere scelte delicate, come, ad esempio, il sostegno militare all’Ucraina.
Sono sette i Paesi europei dove sono dislocate testate nucleari. Oltre a Francia e Gran Bretagna (che ne hanno di proprie) si trovano anche nelle basi Nato in Olanda, Belgio, Germania, Italia e Turchia.
Il governo italiano ha preso le sue decisioni – le forniture di “armi letali” e lo stato d’emergenza – senza esplicitare davvero né le motivazioni né i possibili effetti di tali scelte. Non si è nemmeno chiarito se l’invio di materiali bellici sia compatibile con l’articolo 11 della Costituzione sul ripudio della guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali e con la legge 185 sul commercio di armi. Né si è stabilito se l’Italia debba considerarsi o no, dopo tale scelta, co-belligerante, come alcuni giuristi ed ex generali hanno subito affermato.
I principali commentatori ed editorialisti hanno immediatamente assunto una postura che potremmo definire “interventista”, in sintonia con governo e Parlamento, in un clima di sovraeccitazione, tanto da far correre il pensiero al fervore del “maggio radioso” di oltre un secolo fa, quando una travolgente campagna politica e mediatica spinse l’Italia nella Grande guerra.
La logica di schieramento ha preso il sopravvento sul bisogno di riflessione.
Le voci dissonanti (chi ha paventato un’estensione del conflitto, chi si è impegnato a ricostruire il ruolo della Nato dopo la fine dell’Urss con la sua discutibile espansione verso Est, chi ha fatto notare la discrepanza fra gli interessi della Nato a guida Usa e l’Unione europea, chi ha chiesto alla Ue di assumere un ruolo di mediazione anziché di parte in causa nel conflitto, chi ha parlato di resistenza civile da preferire a quella armata) sono state escluse dal dibattito, o relegate ai suoi margini.
O, peggio ancora, è stato indicato come “amico di Putin”.
La stessa manifestazione contro la guerra del 5 marzo è stata mal sopportata e quindi mal raccontata e poi espressamente attaccata (si è affermato nei media e in politica un esplicito antipacifismo). Un comodo “giornalismo di guerra” sembra avere preso il posto di un più difficile, ma necessario, “giornalismo nella guerra”.
Comunque vada a finire, sarà difficile recuperare la credibilità perduta.
Fonte
23/04/2021
Memoria conflittuale e merda nel ventilatore
Non ci piace – è noto – perdere il nostro tempo a inseguire le calunnie altrui. Per come è ridotta “la sinistra” in Italia, non resterebbe tempo di fare altro.
Però non possiamo ammettere neanche che si infanghi la serietà del nostro impegno politico e del nostro lavoro. Né accettare qualsiasi insulto.
Dunque, eccoci qui costretti a rimandare al mittente l’accusa infamante rivolta a uno dei nostri collaboratori, Achille Lollo, esperto di Brasile per esserci vissuto a lungo da esule – uno delle centinaia prodotte dal conflitto degli anni ‘70.
Pochi giorni fa, sulla sua pagina Facebook, Enrico Galmozzi, ex dirigente di Prima Linea e ora – scrivono – “grossista di scatole per gioielli a Milano” nonché “scrittore di libri sull’impresa fiumana di D’Annunzio”, ha postato poche frasi che non possono restare “venticello” che continua a circolare.
Il testo: “16 aprile 1973: Primavalle. Come ti riciclo un pirla. Uno dei condannati per il rogo, Achille Lollo, dopo una lunga latitanza, nel 2011, a condanna prescritta torna in Italia e per prima cosa va dai giudici e fa i nomi dei complici fra cui tre mai indagati. Diventa uno dei promotori e “firma” dell’Antidiplomatico e scrive regolarmente su Contropiano, portavoce degli stalin sovranisti di sinistra.”
Galmozzi ha scontato una pena ridotta – 13 anni effettivi sui 27 comminati in sentenza – usufruendo della legge sulla dissociazione (legge 18 febbraio 1987, n. 34, Misure a favore di chi si dissocia dal terrorismo). Per lo stesso tipo di reati, altri prigionieri politici hanno ricevuto e scontato l’ergastolo che, anche quando non era “ostativo”, è pena assai più impegnativa.
Ognuno può pensarla come vuole, ma a noi – militanti comunisti “semplici” – non piace chi scambia identità politica con sconti di pena. E ancor meno, naturalmente, chi collabora con “il nemico” e fa arrestare i suoi compagni di lotta.
Galmozzi ha anche una lunga abitudine al protagonismo social, spesso prendendosela con ex prigionieri di altre organizzazioni (specie se non pentiti né dissociati), altre volte sfruttando qualche clamore mediatico occasionale (una presunta busta con proiettili indirizzata a Salvini, l’omicidio del carabiniere Cerciello Rega, ecc.). Ma ognuno si diverte come può e sa...
L’accusa ad Achille di essere “un infame”, e di aver fatto “i nomi dei complici fra cui tre mai indagati” non è però di quelle su cui fare spallucce. Perché poi magari qualche anima candida ci crede e “condivide”...
Come sa chiunque abbia un briciolo di esperienza in vicende simili, le “voci” si possono dividere sommariamente in due campi.
Il campo oggettivamente più scivoloso è quello in cui si parla di possibili infiltrati o informatori. Figure che sono sempre esistite nella lotta di classe e sempre esisteranno, che è bene saper riconoscere e tener lontane. Però, in questi casi, è difficile poter ottenere ed esibire “prove”. Si possono inanellare episodi sospetti, frequentazioni oscure, comportamenti inspiegabili, stili di vita incongruenti, ecc.
“Indizi”, insomma, che possono consigliare prudenza e interruzione dei rapporti. Ma non “prove documentali”. Perché gli agenti dei servizi o gli informatori (“collaboratori a progetto” dei servizi, per capirci) non vanno certo in giro sventolando il tesserino e presentandosi come tali.
Cosa del tutto diversa è invece la “chiamata di correo”, ossia il coinvolgimento di altri – fin lì ignoti agli inquirenti – nelle azioni o reati per cui si è imputati.
In questo caso ci sono verbali firmati davanti a un giudice o a ufficiali di polizia (o carabinieri, ecc.). Materiali che fanno sviluppare altre indagini, producono “avvisi di reato”, interrogatori, eventualmente arresti, processi e relative condanne.
Dunque, in casi come quello che stiamo affrontando, o si possono esibire i verbali – sono atti giudiziari depositati, non segreti di stato – oppure sono solo parole di merda buttate nel ventilatore. Nella speranza che diventino “seminali”...
Per la parte che ci riguarda direttamente – “Contropiano, portavoce degli stalin sovranisti di sinistra” – si può solo sorridere davanti all’ignoranza di chi, in tutta evidenza, cavalca i luoghi comuni del mainstream più svaccato.
Per la parte che riguarda Achille, invece, lasciamo ovviamente la parola al diretto interessato.
Un linciaggio mediatico dietrologico praticato per 45 anni
Achille Lollo
È vero: come altri compagni degli anni '70, anche Achille Lollo, in termini professionali, è un giornalista che per più di quarant’anni ha esercitato la professione in vari paesi e in diversi organi di informazione. Per questo forse do fastidio, anche e quando scrivo solo sul Brasile. Forse do fastidio, innanzitutto, perché nella Costituzione non è contemplata la pena di morte.
In secondo luogo perché con i miei 70 anni continuo a scrivere, a filmare ed a pubblicare analisi di politica internazionale che molti non vorrebbero che siano scritte, non solo sui giornali o televisioni legate al sistema, ma anche sui nostri giornali. Infatti, mi sembra che sia sempre in voga l’ordine di proibire, con un nuovo linciaggio mediatico, quello che scrivo su un giornale web come CONTROPIANO che ha, ancora, il coraggio di qualificarsi comunista.
Per questo motivo, dopo aver letto – solo il 19/04/2021 – quello che il “dissociato” di Prima Linea, Chicco Galmozzi ha pubblicato su Facebook, vorrei precisare ciò che segue:
1) Gli unici miei due complici (Marino Clavo e Manlio Grillo), riusciti a fuggire dopo il mio arresto, sono stati indagati nel 1973 e poi condannati tutti insieme nel 1994, sia nel processo penale e poi in quello civile.
2) Al mio ritorno in Italia, nel 2010, a causa di una mia intervista sul Corriere della Sera, con Rocco Cotroneo, sono stato nuovamente indagato. Però davanti al giudice, e alla presenza dell’avvocato Tommaso Mancini, il 17/01/2011, mi sono rifiutato di rispondere al PM Tescaroli e di confermare quello che era stato pubblicato dal suddetto giornale.
3) Di conseguenza e non risultando altri elementi “probanti” il giudice ha chiuso quell’istruttoria senza rinviare a giudizio altri possibili indagati.
4) Non ho mai accettato la dissociazione e tanto meno il “pentimento”. Soprattutto non ho voluto capitalizzare la mia personale autocritica politica per ottenere benefici editoriali o riconoscenze dai “servizi” e rispettivi associati.
5) A questo proposito ricordo al “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi che nel 1985 rifiutai l’offerta dell’ambasciatore Giorgio Vecchi, in Angola, relativa alla possibilità di “...risoluzione definitiva della situazione giuridica...” se avessi collaborato con i servizi italiani, visto che all’epoca ero molto impegnato nelle attività del Ministero della Difesa e del Ministero del Petrolio/SADCC Energia angolani!
6) Sappia, il “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi che: a) non sono mai stato stalinista, continuando a mantenermi legato all’ideologia del marxismo leninismo. Tanto è vero che nel 2005, uscendo dal PT (Partido dos Trabalhadores) firmai il documento per la formazione del nuovo partito PSOL (Partido Socialismo e Liberdade), di cui la maggior parte dei 109 firmatari erano ex-militanti del PT legati a correnti trozkiste.
7) A questo proposito suggerisco al “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi e ai suoi informatori che, prima di promuovere il linciaggio mediatico con l’etichetta di “stalinista sovranista”, andassero a sfogliare le riviste brasiliane “Nação Brasil, Conjuntura Internacional e Critica Social” — di cui sono stato direttore dal 2004 al 2010 — in cui James Petras, Ricardo Antunes, Mario Maestri, José Luis Fiori e Michel Chossudovsky, Robert Kurtz, e Michel Lowy erano stretti collaboratori.
8) Lo stesso dicasi del cosiddetto “sovranismo”, visto che mi sono sempre considerato e comportato come un militante comunista internazionalista, che ha dedicato la sua vita a lavorare con il MPLA, la SWAPO, l’ANC, il FRETILIN, Il PT (Força Socialista, corrente interna petista), il PSOL e infine con il ELN colombiano. In Italia non ho aderito a nessun movimento o gruppetto sovranista.
Considerazioni personali sull’iniziativa mediatica di Chicco Galmozzi
Non è più una casualità, ma tutte le volte che scrivo qualcosa di “pesante”, che critica e mette in discussione la legittimità di un governo o degli ambienti associati a questi, immediatamente spunta fuori qualcuno dal nulla che, ricorrendo alla dietrologia più efferata, rievoca il passato per silenziare la mia attività di analista di politica internazionale, cercando anche di infangare la mia militanza politica con una ben orchestrata operazione di linciaggio mediatico.
Un’operazione che il “dissociato” di Prima Linea, Enrico (Chicco) Galmozzi, ha già tentato in passato con altri compagni e non certo per una sua pseudo-geniale iniziativa di deontologia giornalistica!
In realtà si tratta di una diffamazione in cui salta fuori il solito “dossier informativo” che le differenti antenne dei servizi — attualmente presenti nella rete, oltre che, indirettamente nei vari organi informativi — forniscono ai vari “addetti ai lavori”!
Approfitto per citare alcune operazioni di linciaggio mediatico dietrologico, realizzate nei miei confronti, dai “servizi” e dalle rispettive antenne destroidi, con l’evidente obbiettivo di censurare qualsiasi mia attività giornalistica, soprattutto quando questa attività cominciava a moltiplicare i suoi followers. Ma possono risultare istruttive in senso più generale.
– LA STAMPA 08 Novembre 2016 – Per sputtanare il Movimento 5 Stelle e soprattutto per squalificare l’allora deputato Alessandro Di Battista, il giornale LA STAMPA ricorre alla dietrologia del 1973 per creare un link organico tra il M5S e Achille Lollo con il titolo “L’Antidiplomatico, così un sito divulga la linea filo-russa del M5S”, con sottotitolo “Tra i collaboratori spunta Achille Lollo”. Infatti Jacopo Jacoboni, a pagina 13, dopo aver citato gli incontri che i deputati Di Battista e Di Stefano avrebbero avuto a Mosca “...con personaggi chiave del partito di Putin, uno dei quali assai discusso. È in questa fase che diventa di riferimento, nel divulgare la linea, un sito l’ANTIDIPLOMATICO...”. Per poi concludere “...In questo milieu matura il sito che in questi mesi sta vedendo lievitare i suoi accessi, e l’influenza tra i parlamentari cinque stelle che si occupano di geopolitica...”.
– IL MESSAGGERO 09 Novembre 2016 – Apre la prima pagina con il titolo “M5S arruola Achille Lollo”, poi Claudio Marincola e Stefania Piras aprono la pagina 47 con il titolo “Lollo consulente del M5S”, e con sottotitolo “...Anche quando si rifugiò in Angola collaborò con le TV, oggi purtroppo lo fa da uomo libero...”; per attaccare logicamente il M5S e il sito L’ANTIDIPLOMATICO, i due giornalisti sottolineano nelle prime righe della pagina il seguente: “Libero di suggerire analisi, divulgare pensieri, dispensare consigli. Se non fosse che le sue riflessioni pubblicate su un sito frequentato dall’intellighenzia grillina stanno ispirando la politica estera del M5S. Lui è Achille Lollo...”. E infine ricordare di nuovo “...Lollo dispensa pillole di politica estera apprezzate nell’ambiente pentastellato...”.
– IL TEMPO 09 Novembre 2016 – Sempre per attaccare l’ex-deputato Di Battista e il M5S, Antonio Rapisarda così titola il suo articolo a pagina 9: “Lollo scrive sul sito L’ANTIDIPLOMATICO – Così lo staff di Battista lavora con l’assassino dei fratelli Mattei”. Per poi far capire che Achille Lollo non può, in assoluto, fare il giornalista, soprattutto se quello che scrive ha credito.
– Infatti Rapisarda sottolinea “...Il punto è che ad occuparsi di Brasile ed America del Sud, con servizi dove abbonda il gergo vetero-anni '70 è proprio Achille Lollo del quale, tra le altre cose, l’ANTIDIPLMATICO ha anche ripreso un’intervista fatta direttamente a Di Battista due anni fa su governo Renzi, Trip, Tsipras e questioni migranti...”. All’epoca ero stato in effetti nominato ufficialmente dal giornale brasiliano “Brasil De Fato” come corrispondente estero alla Camera, al Senato, al Ministero degli Esteri e al Vaticano. Che è poi il motivo per cui fu realizzata l’intervista al deputato Alessandro Di Battista.
È evidente che nei miei confronti esiste da parte dei “servizi” o dei cosiddetti “addetti ai lavori” un monitoraggio sistematico su quello che scrivo, per poi usare il tutto nell’operazione di il linciaggio mediatico in forma diretta o indiretta. E dico questo poiché anche in passato, sia in Angola che in Brasile, è successo più di una volta. Per esempio:
1) Nel 1978, i servizi dell’ambasciata italiana in Angola (che all’epoca rappresentava anche gli Stati Uniti), dopo aver organizzato la fuga dell’alto funzionario del Ministero della Sicurezza Nazionale, Victor Jetoeira, gestirono il suo accomodamento in Italia permettendogli prima lo smercio di quel mezzo chilo di diamanti grezzi che aveva trafugato, per poi ricevere le foto del campo di addestramento della SWAPO, che il Ministero della Difesa aveva organizzato in Funda, dove io, nel 1976 mi occupavo della preparazione politica dei combattenti namibiani. In proposito IL MESSAGGERO scrisse una mezza pagina molto nebulosa.
Invece fu la rivista PANORAMA che – sulla base delle dichiarazioni dell’ex-agente della Sicurezza angolana – confezionò la tesi secondo cui Stefano De Stefani ed Achille Lollo stavano organizzando in Angola una “sezione dell’Internazionale Rossa”. A partire da quel momento per le antenne dei servizi italiani, e non solo, qualsiasi cosa io facessi divenne “top secret”, anche perché in quell’anno il Ministro della Difesa, Henrique Teles Carrera, mi incaricò, insieme ad altri due ufficiali angolani, di creare una redazione per poi pubblicare la “REVISTA MILITAR” (organo delle FAPLA, Forze Armate Popolare di Liberazione dell’Angola). In questa rivista firmavo gli articoli come “Germano”.
2) Nel 1980, passai a coordinare la redazione internazionale del “JORNAL DE ANGOLA” ed in seguito, con l’invasione sudafricana nel sud del paese, divenni anche inviato speciale nelle zone di guerra, realizzando molti reportage esclusivi, grazie alla mia relazione politica con le Forze Armate. Nello stesso tempo, firmando con pseudonimo, divenni collaboratore di AFRIQUE ASIE e di LE MATIN DE PARIS, oltre a scrivere alcuni articoli per l’AVANTI, il MANIFESTO, così come per la commissione dell’ONU contro l’Apartheid.
Quindi fu proprio in questo periodo di maggior attività giornalistica (1983) che Lolò Neto, il consigliere politico del presidente angolano Eduardo Dos Santos, ricevette un “dossier informale” dall’ambasciata italiana in cui mi si accusava di star organizzando una cellula delle Brigate Rosse a Luanda, visto che avevo aiutato il medico Sergio Adamoli – all’epoca ricercato dall’Interpol – e la sua giovane compagna a rimanere in Angola, lavorando (lui) presso l’Ospedale Militare e lei come insegnante, con la qualifica di “cooperanti”.
3) Nel 1984, essendo stato incaricato dal Ministro del Petrolio di coordinare – con la funzione di “editor” – la creazione delle riviste “SADCC ENERGY” e “SADCC ENERGIA” (organi bilingue della Commissione di Energia del SADCC, presieduta dall’Angola) e quindi di integrare le delegazioni angolane alle riunioni regionali di tecnici, ministri e presidenti, il corrispondente di FRANCE PRESS, Alain Port, ricevette un “dossier Informativo” in cui, per giustificare il preteso coinvolgimento della Repubblica Popolare di Angola con le Brigate Rosse e nella presunta “Internazionale Rossa del Terrorismo”, si diceva che io, approfittando del viaggio della delegazione angolana alla 12° Conferenza Mondiale sull’Energia (18-23/Settembre/1983) a New Delhi, in India, con scalo a Beirut, mi sarei incontrato con elementi responsabili del FPLP, a cui, per assurdo, avrei anche portato delle missive di alcuni dirigenti del MPLA.
Alain Port non pubblicò questo “scoop” perché, fortunosamente, lui si ricordava che in quella settimana io gli avevo chiesto una chromdioxid video-cassette broadcast (BASF KCA609) per fare le copie dell’intervista che avrei realizzato a Bruxelles con il Commissario della Comunità Europea, Edgar Pisani e del programma tv in cui ero stato invitato.
4) 1986: varie fonti legate all’ambasciata italiana riferivano al ministro degli esteri angolano, Paulo Jorge, che in caso di condanna e con l’aggravante di essere legato alle Brigate Rosse, il governo italiano avrebbe modificato le relazioni di cooperazione in caso di mancata estradizione.
Questo terrorismo diplomatico non impressionò il ministro che, a sua volta, mi informò dell’accaduto, oltre a garantirmi l’asilo, ricordando inoltre che tra Italia e Angola non esistevano accordi sull’estradizione.
Nonostante ciò e non volendo creare problemi all’Angola e al MPLA, che ho sempre considerato la mia seconda patria ed il mio secondo partito rivoluzionario, decisi di trasferirmi in Brasile.
5) 1991: subito dopo la mia condanna in appello, il mio avvocato brasiliano, Técio Lins e Silva, mi avvisò che gli uomini dei servizi italiani avevano presentato alla Polizia Federale brasiliana l’istanza di estradizione. Per cui, alcuni giorni dopo, quando alle 7:30 ricevetti una stranissima telefonata di alcuni italiani che, proclamandosi “...compagni italiani della Magliana mi invitavano nella stanza 702 dell’Hotel Intercontinental per stare con le ragazze...”, capii che era meglio avvisare l’avvocato ed attendere l’arrivo della Polizia Federale, che giunse alle 11:30.
In seguito, un ispettore mi confidò di essermi salvato, poiché se fossi andato a quell’appuntamento, sarei stato arrestato da una volante della Policia Militar con l’accusa di “aver trovato mezzo chilo di cocaina nella mia macchina...”.
In questo caso sarei stato arrestato come narco-trafficante e quindi immediatamente estradato in Italia con la stessa equipe dei servizi che aveva programmato la mia cattura davanti all’Hotel Intercontinental con la volante della Policia Militar!
6) 2004: dopo aver consolidato la pubblicazione da parte di Edizioni ADIA di tre riviste (Nação Brasil, Conjuntura Internacional e Critica Social) e iniziato la collaborazione con TVCRJ (TV Comunitaria do Rio) una deputata del MSI-AN e il rappresentante di questo partito in São Paulo, tal Di Marchesin, finanziò l’affissione di giganteschi poster in tutta la città di Rio de Janeiro in cui, qualificandomi come un “pericoloso terrorista”, richiedeva la mia estradizione, nonostante il Tribunale Superiore Federale l’avesse negata.
La stessa campagna di linciaggio dietrologico si allargava, con lettere a parlamentari, artisti, intellettuali e sindacalisti di sinistra che rappresentavano la maggioranza degli abbonati delle nostre riviste. In seguito il Tribunale Civile di Rio de Janeiro condannò ad una multa l’agenzia di pubblicità che aveva elaborato i poster.
7) 2008: dopo aver realizzato prima con Bernardo e poi, soprattutto con Milton Hernandez, della Commissione Internazionale dell’ELN colombiano, due progetti di video sul conflitto colombiano realizzati da TV ADIA, oltre a costruire nei sindacati, università e con alcuni parlamentari, una rete di solidarietà con il ELN in Brasile, a partire da Rio de Janeiro, con la divulgazione di documenti, interviste e conferenze con lo stesso Milton, la Polizia Federale mi convocò a Brasilia per rispondere ad alcuni “questionamentos” (domande informative) formulate da alcuni settori dell’Interpol.
Infatti, alla Polizia Federale erano state presentate alcune “note informative” secondo cui “...viaggiando clandestinamente in Colombia stavo per mettere in piedi, insieme al narcotrafficante Escadinha, una struttura per il commercio delle armi in favore delle FARC...”!!! Oltre a ciò le fonti occulte supponevano che il pagamento da parte delle FARC era con la cocaina.
Per mia fortuna avevo conservato “las papeletas de entrada y de saida” del posto di frontiera venezuelano di Santa Elena de Uairén e quelle dell’ingresso brasiliano di Pacaraina, mostrando poi allo stupefatto ispettore i dvd di tutte le interviste fatte in Colombia da me e da Gustavo, in cui i soggetti filmati erano, soprattutto avvocati, sindacalisti, gente del popolo e alcuni responsabili del Polo Democratico. Mentre le immagini di combattimenti, realizzate direttamente dal ELN, ci erano state fornite anteriormente da Milton Hernandez.
Quindi, la storia del traffico di armi con le FARC, che, oltretutto, all’epoca, occupavano aree e regioni differenti da quelle in cui operava il ELN, decadde. Cioè, nessuna traccia di traffici occulti ma, unicamente, le solite puttanesche supposizioni dei servizi, questa volta mascherati dietro l’etichetta dell’Interpol.
8) 2017: insieme ad alcuni compagni abbiamo scritto un libro sulla storia di un paese sudamericano, però a causa del probabile linciaggio mediatico l’editore mi chiese di usare uno pseudonimo!!!
Achille Lollo
Fonte
02/11/2020
Robert Fisk, giornalista fuori dal coro
Se ne è andato Robert Fisk, maestro di giornalismo e di umanità, indipendenza di giudizio e sguardo disincantato sul Potere, ma in forte empatia col mondo degli ultimi che descriveva da inviato di guerra.
In effetti, guardando ai gazzettieri che popolano l’informazione mainstream, usare il termine di “giornalista” per definirlo suona quasi un insulto.
Più sotto, abbiamo tradotto il ricordo che gli dedica oggi il suo giornale, The Indipendent, una delle poche voci fuori dal coro nel mondo anglosassone che sia anche internazionalmente nota.
Ci sembra questa l’occasione per ricordare un aneddoto narratoci da Stefano Chiarini, altro impavido cronista di guerra, per il manifesto di altri tempi, altrettanto attento al Medio Oriente e alle sue guerre infinite, per proprio conto e per procura.
In una delle tante “campagne di guerra” afghane, Stefano entrava attraversando il Kyber Pass, al confine con il Pakistan. Ovviamente vestito da “locale”, accompagnato da una guida, e con molta circospezione.
Su una roccia, subito dopo aver attraversato il passo, c’erano nota tre “afghani” seduti su una roccia. Cammina facendo finta di nulla, poi uno dei tre parla: “Ciao Stefano!”.
Era Robert Fisk. L’altro, se la memoria non ci inganno, era Alberto Negri. Niente a che vedere con i passacarte embedded che seguono le truppe di invasione e amano farsi riprendere con uniforme, elmetto e giubbotto antiproiettile...
Ecco: questi sono giornalisti di cui è fondamentale leggere quel che scrivono. Per farsi un’opinione informata, non per farsela consegnare maldigerita.
Qui il ricordo di Alberto Negri, uno dei pochi alla sua altezza, nel panorama internazionale.
Baghdad era in fiamme e anche la sua biblioteca: vidi Robert Fisk raccogliere dei manoscritti per terra mentre altri fogli volavano nell’aria, li inseguivamo come se cercassimo di impedire la distruzione sotto i nostri occhi.
A un certo punto mi fermai mentre Robert continuava instancabile ad afferrare pezzi di carta per terra e nell’aria.
Quello che mi pareva già un gesto vano e inutile per lui era quello che si doveva fare in quel momento.
Robert Fisk ha sempre cercato la verità anche quando a molti di noi sembrava uno sforzo inutile.
È morto Robert Fisk, inviato in Medio Oriente di The Independent
Robert Fisk, corrispondente per il Medio Oriente di The Independent e il più celebre giornalista della sua epoca, è morto a seguito di una malattia. Aveva 74 anni.
Fisk era famoso per il suo coraggio nel mettere in discussione i racconti ufficiali dei governi e nel pubblicare ciò che aveva scoperto in prosa spesso brillante.
Entrato a far parte di The Independent nel 1989 dal Times, è diventato rapidamente il suo scrittore più riconoscibile e la sua firma più ricercata. Ha continuato a scrivere per The Independent fino alla sua morte a Dublino.
Christian Broughton, direttore di The Independent fino alla settimana scorsa e ora amministratore delegato, ha detto: “Impavido, senza compromessi, determinato e totalmente impegnato a scoprire la verità e la realtà a tutti i costi, Robert Fisk è stato il più grande giornalista della sua generazione. Il fuoco che ha acceso all’Independent brucerà”.
Molto di ciò che Fisk scrisse era controverso, qualcosa che sembrava assaporare. Nel 2003, mentre gli Stati Uniti e il Regno Unito si preparavano all’invasione dell’Iraq, Fisk si è recato alle Nazioni Unite a New York, dove ha visto l’allora segretario di Stato Colin Powell fare un esempio insignificante di guerra.
“C’è stata un’apertura quasi macabra quando il generale Powell è arrivato al Consiglio di sicurezza, baciando i delegati e avvolgendo le sue grandi braccia intorno a loro”, ha scritto. “Jack Straw era abbastanza legato per il suo grande abbraccio americano”.
Fisk, che è nato nel Kent e ha studiato alla Lancaster University, ha iniziato la sua carriera a Fleet Street al Sunday Express. Ha continuato a lavorare per il Times, dove aveva sede in Irlanda del Nord, Portogallo e Medio Oriente.
Per decenni ha fatto base nella città libanese di Beirut, e ha occupato un appartamento situato sulla sua famosa Cornice. Viveva e lavorava lì, mentre la nazione veniva dilaniata da una guerra civile, e diversi giornalisti cadevano vittima di rapimenti.
Fisk, che ha ricevuto numerosi premi, tra cui quelli di Amnesty International e del British Press Awards, ha scritto diversi libri, tra cui Pity the Nation: Il Libano in guerra e La grande guerra per la civiltà: La conquista del Medio Oriente. Ha conseguito il dottorato di ricerca al Trinity college e ha avuto una casa a Dalkey, a Dublino.
Ha intervistato Osama Bin Laden due volte. Dopo gli attacchi dell’11 settembre e la successiva invasione dell’Iraq da parte di Stati Uniti e Regno Unito, si è recato al confine tra Pakistan e Afghanistan, dove è stato attaccato da un gruppo di rifugiati afghani, furioso per l’uccisione dei loro connazionali da parte delle forze occidentali.
Ha notoriamente trasformato l’incidente in un reportage da prima pagina, completo di un’immagine del suo volto malconcio.
Scrisse: “Mi sono reso conto – mi sono reso conto – che c’erano tutti gli uomini e i ragazzi afghani che mi avevano attaccato e che non avrebbero mai dovuto farlo, ma la cui brutalità era tutta opera di altri, di noi – di noi che avevamo armato la loro lotta contro i russi e ignorato il loro dolore e deriso la loro guerra civile per poi armarli e pagarli di nuovo per la ‘Guerra per la civiltà’ a pochi chilometri di distanza e poi bombardare le loro case e fare a pezzi le loro famiglie e chiamarli ‘danni collaterali‘”.
Fisk, che ha preso la cittadinanza irlandese, è stato elogiato dal presidente irlandese, Michael Higgins.
“Ho appreso con grande tristezza della morte di Robert Fisk”, ha scritto in una dichiarazione.
“Con la sua scomparsa, il mondo del giornalismo e del commento informato sul Medio Oriente ha perso uno dei suoi migliori commentatori”.
“Generazioni, non solo di irlandesi ma di tutto il mondo, si sono affidate a lui per una visione critica e informata di ciò che stava accadendo nelle zone di conflitto del mondo e, cosa ancora più importante, delle influenze che erano forse all’origine del conflitto”.
Fonte
02/09/2020
Giorgio Bocca e la pistola del gioielliere Torregiani
L’iniziativa del sito Insorgenze.net fornisce un ottimo esempio relativo ad un episodio “minore” di quegli anni (“minore” per portata politica, non certo per gravità). Rispetto a quanto si è detto e scritto recentemente, in merito all’arresto di Cesare Battisti, la distanza è abissale. Vi invitiamo a leggere con attenzione le pagine fotografate, più ancora che la nostra introduzione e quella di Insorgenze.
In occasione del centenario dalla sua nascita (28 agosto 1920), Giorgio Bocca, tra i principali protagonisti del giornalismo italiano, è stato ricordato sui media con articoli e iniziative editoriali. Inviato dell‘Europeo, il Giorno (quotidiano finanziato dall’Eni di Enrico Mattei), poi di Repubblica, mentre su L’Espresso per anni curò una rubrica, “L’antitaliano”, che faceva il verso a l’arcitaliano di Curzio Malaparte, Bocca è stato un «Interprete», per dirla con Oreste Scalzone, della religione civile negli anni della prima Repubblica.
Esponente della borghesia laica e azionista, anche se era stato fascista prima di passare alla Resistenza, col suo stile ruvido ha narrato le trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra, gli anni del boom economico, delle lotte operaie e della lotta armata negli anni 70, fino all’avvento della Lega e poi del berlusconismo a cavallo tra i due secoli.
Fu anche un saggista brillante, biografo di Togliatti, si occupò della Resistenza e della Lotta armata (Storia dell’Italia partigiana, 1966; Il terrorismo italiano 1970-1978, 1978).
Insorgenze lo ricorda riproponendo un suo articolo apparso su la Repubblica del 24 gennaio 1979: la cronaca a caldo delle gesta del gioielliere Pierluigi Torreggiani che in una pizzeria di Porta Venezia a Milano fu il protagonista di una furibonda sparatoria.
Per questo episodio che vide la morte di un rapinatore (Orazio Daidone) alquanto sprovveduto e il ferimento di tre clienti del locale, Torreggiani fu ucciso per rappresaglia nemmeno un mese dopo (il 16 febbraio 1979) da un gruppo di militanti di estrema sinistra – i Pac, Proletari armati per il comunismo – formazione sui generis della galassia armata di sinistra dedita ad una sorta di legge del “contrappasso giustizialista”.
Nel corso dell’attentato che gli costò la vita, Torreggiani non smentì la sua fama di pistolero poco accorto: nel tentativo di rispondere al fuoco degli attentatori i suoi proiettili colpirono gravemente il figlio Alberto, da allora costretto su una sedia a rotelle.
La cronaca di Bocca colpisce a distanza di oltre 40 anni dai fatti e consente di misurare il mutamento d’epoca e di paradigmi intervenuti, la diversa percezione degli eventi scevra da vittimismi e legalitarismi, la sottile ironia sociologica che accomuna le due sponde dell’economia, legale e illegale legate da inconfessabili transazioni monetarie in nero.
Fonte
10/08/2020
Giornalismo, l’impatto di robotica e IA che toccherà la politica
Cosa sta accadendo nel giornalismo? Di certo stanno continuando processi che già conosciamo: fusioni, acquisizioni, dismissioni, forte ridimensionamento delle edizioni cartacee, ristrutturazione dei punti vendita fisici, precariato, riduzione degli organici, organizzazione del lavoro più aggressiva.
Ma ci sono altri processi, per altro sviluppati, che stanno per emergere anche dalle nostre parti. Si guardi ad esempio l’immagine di questo articolo. Riguarda Xin Xiaomeng la prima giornalista non umana prodotta per i notiziari dell’Agenzia Nuova Cina, la maggiore e più antica della due agenzie di stampa ufficiali della Repubblica popolare cinese. Xin Xiaomeng e Qui Hao, il successivo giornalista maschio prodotto per l’agenzia Nuova Cina, sono serviti da modelli per ulteriori versioni prototipali di giornalisti-robot.
Il modello umano, sul quale è stato elaborato quello non umano, lo si può vedere a sinistra di questa foto.
Quasi inutile sottolineare le profonde mutazioni nell’organizzazione del lavoro, nella formazione professionale, nella struttura del salario, nella scomparsa di vecchie professionalità e nell’apparizione di nuove, introdotte da una rivoluzione del genere una volta a regime: sono enormi. Per non parlare delle mutazioni linguistiche, simboliche, di organizzazione del senso in una società dove la comunicazione delle notizie è una complessa, estesa infrastruttura materiale. Naturalmente tutto questo cambia il rapporto tra media e politica, la vera struttura chiave del potere nazionale e globale degli ultimi decenni. Se i media si ristrutturano, con componenti non umane sempre più decisive nell’organizzazione interna, qualcosa di serio cambierà anche nella politica.
Per capire come, effetti spettacolari a parte, questo cambiamento sia già nell’organizzazione del lavoro dei grandi media basta ricordare l’uso dell’intelligenza artificiale nei programmi di scrittura. Bloomberg, la principale agenzia di informazione finanziaria, usa Cyborg , programma da migliaia di storie l’anno che trasforma i dati finanziari in storie finanziarie, narrazioni da reporter. Forbes, invece usa Bertie, un programma che assiste i reporter umani nella costruzione di bozze per elaborare articoli. Il Washington Post usa Heliograf che, a suo tempo, ha fatto vincere alla testata della capitale federale un premio di eccellenza per i giornalismo artificiale per il modo con il quale ha coperto le elezioni presidenziali del 2016: qui il tema dell’influenza di questi articoli, assieme a quello della loro modalità produttiva, durante le elezioni politiche emerge di prepotenza.
Robotica e intelligenza artificiale non emergono quindi solo nella produzione, nella logistica, nell’entertainment , nei servizi sanitari. Ma anche in un settore delicatissimo, quello dell’informazione, e in quello ancora più delicato delle mutazioni del rapporto sullo snodo chiave, per l’equilibrio di ogni società, tra comunicazione e politica. Come si intuiva un paio di anni fa, la vicenda Cambridge Analytica ha rivelato solo un aspetto, per quanto profondo, delle mutazioni nel comportamento elettorale e nel funzionamento delle democrazie.
Fonte
14/07/2020
Silvestro Montanaro, un giornalista scomodo che amò l’Africa
La RAI non gli ha tributato che qualche secondo: la vendetta post-mortem contro Silvestro Montanaro per quelle inchieste scomode sull’Africa e il neocolonialismo, che la Rai mandava in onda sempre a notte fonda (“C’era una volta”), e per le quali era stato messo fuori dall’azienda radiotelevisiva pubblica 10 anni fa.
Al suo posto i soliti pappagalli embedded, con le loro narrazioni sui popoli del mondo opportunamente depurate da ogni riferimento ai veri responsabili di guerre e di stermini di massa, di traffici di ogni genere, di deprivazione di risorse naturali e dei diritti politici e civili: i governi occidentali e le multinazionali che sostengono e foraggiano ancora oggi – e lautamente – dittatori e governi-fantoccio.
Silvestro Montanaro se n’è andato ieri, a 66 anni. Aveva iniziato la sua carriera come corrispondente di Paese Sera e dell’Unità, per poi andare alla Voce della Campania. Lì si occupò di inchieste su mafia e camorra, e sugli intrecci tra cosche, politici ed imprenditori.
Montanaro, poi, dal 1989, fu nella squadra di Michele Santoro in Samarcanda, e da lì proseguì la collaborazione in Rai nelle trasmissioni Il Rosso e il Nero e Tempo Reale, diventandone coautore. Sempre in Rai fu autore del programma giornalistico C’era una volta, in onda su Rai3, e Dagli Appennini alle Ande.
Poi, 10 anni fa, la Rai, lo mise fuori la porta. Evidentemente i suoi reportage avevano innervosito troppo quei potenti del nostro e di altri paesi, che avevano ed hanno corposi interessi in quel continente che fu uno degli argomenti principali dei suoi documentari: la sua amata Africa.
Grazie a Silvestro abbiamo conosciuto a fondo una delle più grandi figure di rivoluzionari del novecento: Thomas Sankara, il Che Guevara africano diventato nel 1983 presidente rivoluzionario del poverissimo Alto Volta, rinominato Burkina Faso ovvero, «paese degli integri».
Sankara fu ucciso a soli 38 anni in un colpo di stato cruento. Interessi interni di risicati ceti privilegiati saldati a quelli di poteri regionali ma, soprattutto, internazionali, ebbero la meglio su un’esperienza scomoda e potenzialmente contagiosa, ma al tempo stesso ancora solitaria, perciò debole. Era il 15 ottobre 1987.
Con Silvestro abbiamo conosciuto tante storie e tanti esseri umani invisibili ai quali ha restituito voce e dignità. In Col cuore coperto di neve, un libro pubblicato nel 2016, Silvestro, raccontò l’orrore dell’abuso e della prostituzione forzata di tante donne, soprattutto bambine e bambini. Tante storie raccolte da Montanaro durante le sue coraggiose inchieste in America Latina, in Asia, in Africa e persino nella “civilissima” Italia.
Se ne va un giornalista vero lasciandoci più soli in mezzo a un desolante deserto fatto di conformismo e mediocrità mentre aumenta inesorabilmente la concentrazione dei grandi mezzi di comunicazione nelle mani di sempre più pochi – ma sempre più potenti – padroni e padrini.
Fonte
16/01/2020
Pansa, la sconcertante santificazione di un falsario
Ma i peana per il giornalismo di Pansa rivelano in chi li eleva una ben curiosa idea di giornalismo. Il punto, infatti, è che i libri di Pansa dal 2003 (l’anno in cui esce il Sangue dei vinti) consistono in una continua, abile, suggestiva manipolazione dei fatti che mira a costruire, nella percezione del pubblico, un sostanziale falso storico. Pansa era stato uno storico: si era laureato in storia con uno dei migliori storici della Resistenza, e aveva praticato egli stesso la ricerca storica con ottimi risultati. Ma quando decise di ribaltare il tavolo e sostenere le tesi opposte a quelle in cui aveva sempre creduto – quando, cioè, decide di costruire l’apologia di chi uccise e morì per la Repubblica di Salò – non adottò il metodo storico, ma scrisse una serie di testi narrativi in cui la memorialistica e il romanzo sfumano l’una nell’altro. Una affabulazione senza nessun apparato di documenti e di note: e dunque inverificabile per il lettore.
(15 gennaio 2020)
09/12/2019
Se l’intervista è ad Assad, la Rai censura anche se stessa
Maggioni, ora amministratore delegato di RaiCom, aveva proposto il servizio al direttore di RaiNews24, Antonio Di Bella, nientepopodimeno che un’intervista a Bashar Assad, presidente della Siria rimasto tale nonostante otto anni di guerra (prima per procura, tra rivolte popolari in parte pilotate e jihadisti al servizio dell’Arabia Saudita – prima – e poi anche della Turchia).
Il direttore, ricostruisce l’agenzia Agi – controllata dall’Eni, dunque con entrature molto buone in Medio Oriente – l’avrebbe ritenuta interessante, tanto da attivare la redazione esteri del canale ‘all news’ per uno speciale da mandare il lunedì sera nel corso della rubrica Checkpoint, prevedendo un collegamento con la corrispondente da Istanbul, Lucia Goracci (altra embedded filo-Nato di sicura fede), e con in studio a Roma il professor Francesco Strazzari, professore associato di Relazioni Internazionali alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
In pratica un “pool” preparato per smontare qualsiasi cosa Assad avrebbe detto, in modo da ridurre al minimo – o peggio – il possibile “danno” della sua apparizione in vesti meno orribili di quelle ogni giorno raccontate.
Lunedì pomeriggio però, mentre Strazzari è in viaggio per Roma, apprende l’AGI, questa parte di Checkpoint viene annullata, ovvero l’intervista al presidente siriano non andrà in onda.
L’intervista, scrive in una nota l’ad della Rai, Fabrizio Salini, “non è stata effettuata su commissione di alcuna testata Rai. Pertanto non poteva venire concordata a priori una data di messa in onda”.
Il governo di Damasco reagisce nel modo più semplice, mostrandosi più “trasparente” dei media occidentali che lo criminalizzano da anni.
E dunque pubblicherà stasera alle 21 (ora siriana, le 20 in Italia) l’intervista sui social media siriani in versione completa.
Non si finisce mai di imparare quanto possono essere servi i media mainstream...
President #Assad #interview with #RaiNews24 will be broadcasted in full, on all our Social Media accounts, tomorrow at 9pm Damascus time. pic.twitter.com/u9kUhrOCKLFonte
— Syrian Presidency (@Presidency_Sy) December 8, 2019
21/09/2019
Bruno Vespa, che schifo!
«Signora, se avesse voluto ucciderla l’avrebbe fatto». L’affermazione, con un mezzo sorriso, è di un professionista del servizio pubblico televisivo, Bruno Vespa. La signora a cui si rivolge nel suo salotto è Lucia Panigalli, che ogni volta che esce di casa deve avvisare i carabinieri che la scortano anche per andare a prendere un gelato, vive blindata circondata da telecamere e allarmi e ha dichiarato più volte di sentirsi come «una malata terminale», da quando Mauro Fabbri, condannato per il suo tentato omicidio a otto anni di carcere, grazie ai benefici di legge è già in libertà e vive a quattro chilometri da casa sua, nel ferrarese.
Il copione è il solito: tra Panigalli e Fabbri c’era stata una breve relazione, poi lei l’aveva lasciato e lui ha voluto fargliela pagare. Ma non è finita. Durante la carcerazione per il primo tentato omicidio, avvenuto 9 anni fa, Fabbri ha commissionato l’omicidio della Panigalli al suo compagno di cella, un bulgaro, in cambio di 75mila euro e un trattore. Il sicario ha intascato la ricompensa ma non aveva nessuna intenzione di commettere il delitto e ha denunciato Fabbri. Il secondo processo si è concluso con un’assoluzione perché aver pianificato un delitto senza che si sia verificato poi l’atto non configura un reato.
Nonostante il secondo processo, al di là della conclusione, l’uomo è uscito prima dal carcere per buona condotta. Lucia Panigalli è da Vespa per denunciare tutto questo e per promuovere una proposta di legge presentata con la senatrice Laura Boldrini che permetta di modificare l’articolo 115 del codice penale e di punire il mandante di un tentato omicidio. Ma a Vespa di questo interessa poco. Gli interessa di più, come è nello stile della trasmissione, riallestire un secondo processo e procedere ad un interrogatorio incalzante della sua ospite che sembra tutto mirato a minarne la credibilità, a ridimensionare l’allarme, a giustificare l’assassino.
Perde l’aria grave e rispettosa che aveva poco prima intervistando il potente di turno, Matteo Renzi e assume un’aria scanzonata e rilassata. Se ne frega che ci sia una sentenza che ha mandato in galera Fabbri per il primo tentato omicidio. Per lui non voleva ucciderla e lo dice interrompendo la donna mentre racconta il primo agguato: l’uomo con il passamontagna che l’aspetta sotto casa e la prende a coltellate, il coltello si spezza e quindi passa ai calci, lei che si divincola e riesce a vederlo in faccia e miracolosamente a scappare. Guardando la foto del volto tumefatto Vespa commenta: «In effetti l’aveva ridotta piuttosto male».
La interrompe spesso con domande del tipo «Posso chiederle di che cosa si era innamorata?», che di solito sottintende che è anche un po’ colpa sua se si è scelta un tipo così. E insiste: «18 mesi sono un bel flirtino però…». Vespa in tutti i modi prova a minimizzare tra sogghigni e battutine. «A differenza di tante altre donne è protetta. Non corre rischi». Il clou nella frase incredibile: «Quindi lui era così follemente innamorato di lei da non volerla dividere se non con la morte, finché morte non vi separi come si dice». Risata mentre Lucia rabbrividisce e gli risponde che non si può associare la parola amore a quello che le è successo.
Vespa attua in modo scrupoloso quella vittimizzazione secondaria della sopravvissuta ad un tentato femminicidio che viola oltre alla decenza tutte le carte dei doveri del giornalismo, compreso il manifesto di Venezia promosso da noi di GiULiA, dalla Cpo della Fnsi e anche dal sindacato dell’azienda per cui lavora, l’Usigrai. Lucia Panigalli durante tutta la trasmissione ha mantenuto un sangue freddo ammirevole, ma suo malgrado è stata costretta a controbattere, a difendersi, mentre era lì non per sentirsi vittima ma per affermare un’azione positiva, una modifica legislativa del codice penale che il servizio pubblico avrebbe dovuto approfondire.
In queste settimane di discussioni roventi su come si fa cronaca nera sui femminicidi e in certi casi giustamente si sono stigmatizzati alcuni racconti del delitto di Elisa Pomarelli in cui si sono usate espressioni inappropriate e troppo empatiche nei confronti dell’assassino, qui facciamo un bel passo oltre: di fronte ad una verità giudiziaria, passata in giudicato e inoppugnabile, sbranare di nuovo la vittima per dare in pasto ai telespettatori ogni brandello di carne utile all’audience.
Cito alcuni dei punti del Manifesto di Venezia fatti a pezzi a cominciare da quanto scritto nella premessa: 1 «Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. “Ogni giornalista è tenuto al “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo».
E poi più o meno tutto il punto 10: «Nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:
a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;
b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;
c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”;
d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via.
e) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona».
La buona notizia è che, a dispetto di Vespa, il cambiamento è in corso, non solo nel ristretto circuito delle associazioni di donne. Un post su Facebook del giornalista Lorenzo Tosa, che cura il blog sul giornalismo Generazione Antigone, in cui si racconta e si condanna con parole ineccepibili l’orrenda intervista di Vespa a Lucia Panigalli, ha ricevuto in poche ore migliaia di condivisioni. Da leggere.
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28/07/2019
Minculpop 2.0 - Il giornalismo secondo il Viminale
Oggi tutti i media provano a “correggere il tiro”, a seconda dell’interesse immediato del capetto politico e imprenditoriale di riferimento. I giornalacci fascisti lo fanno a modo loro, più schifoso della media. Volete una breve lista di titoli? Eccovela:
– “Carabiniere ucciso, ecco cosa non torna. Il giallo della chat”, Il Giornale, che “sobriamente” fa un titolo a tutta pagina – “Tutti i trucchi delle Ong” – per NON parlare della nave militare italiana bloccata a largo del porto di Catania dal solito ukaze di Salvini;
– “Perché il carabiniere non ha sparato”; catenaccio: “I militari erano armati ma le leggi tutelano i delinquenti più di loro”, il che supera anche la fantasia più macabra, dopo ben due “decreti sicurezza” in pochi mesi che consentono alle guardie, in pratica, di ammazzare chi vogliono.
I giornali “seri”, invece, provano a giocare fuori tempo massimo il ruolo che avrebbero dovuto coprire fin dal primo minuto: cosa non quadra nella storia. “Un morto, troppe ombre” titola Repubblica, forse consapevole di aver fatto nell’immediato un altro immenso regalo a Salvini. Sulla stessa falsariga La Stampa, il Corriere, ecc.
Il presidente della Federazione della stampa, Beppe Giulietti, ex parlamentare democratico, si straccia le vesti a nome di tutta la categoria: «La caccia all’immigrato di venerdì sera non può essere archiviata senza una discussione autocritica anche al nostro interno».
Ma la situazione appare ormai irrecuperabile, anche ai suoi occhi, perché “venerdì da alcuni siti, attribuiti anche a persone delle forze dell’ordine, parte la notizia che l’omicidio è stato compiuta da «immigrati nordafricani». Da questo, a prescindere da qualsiasi verifica, in rete si scatena un meccanismo da ku klux klan. Si somma una serie di nodi. Il primo è lo spirito dei tempi: giornali, nelle testate online, giornalisti e singoli cittadini, partono. Il vicepremier Salvini parla di ‘bastardi’ da ‘buttare in galera’, ‘ai lavori forzati’”.
Un sistema informativo, insomma, fuori controllo, quanto a professionalità (zero). Anzi: sotto il pieno controllo di chi gestisce l’origine di ogni informazione di “cronaca nera”: le forze di polizia (carabinieri e finanzieri compresi). Quindi, di questi tempi, al servizio di Salvini, che li ha contraccambiate con “decreti” che garantiscono piena discrezionalità operativa e assoluta impunibilità.
Senza che nessun giornalista di grido sollevasse almeno un sopracciglio...
Di cose che non tornano, comunque, in questa vicenda ce ne sono molte. Si era parlato di una signora scippata (ne avevamo parlato inizialmente anche noi, non disponendo di fonti alternative) ed invece si tratta di un pusher che aveva tirato una “sòla” ai due ragazzini americani, dandogli aspirina tritata invece che cocaina.
Da qui la sequela di “stranezze”. Lo spacciatore è anche un informatore delle “forze dell’ordine”, come tutti i suoi “colleghi”, che altrimenti non riuscirebbero ad esercitare il loro infame mestiere (vi pare logico che gli spacciatori siano quotidianamente rintracciabili dai tossici e mai dalle guardie?).
I due carabinieri in borghese si presentano all’appuntamento fissato dagli “scippatori” col pusher, altre macchine dell’Arma sarebbero state in zona (a pochi metri dal luogo del delitto – in via Pietro Cossa – c’è il Comando della stazione Prati e San Pietro). Il contesto descritto è quello classico di una trappola. Che però non scatta.
I due carabinieri sono armati, vengono presi di sorpresa e non sparano. I loro colleghi non si muovono in tempo per fermare i due ragazzi yankee, peraltro due “assassini per caso”, non certo dei professionisti del crimine. Che fuggono... rientrando nell’albergo, anch’esso a pochi metri dal teatro del delitto.
Il resto è ancora più stupefacente. I due carabinieri colpiti dalle coltellate vengono soccorsi, quello ferito solo lievemente descrive gli aggressori, ne comunica anche la probabile nazionalità (americani o inglesi, certamente bianchi)... ma esce fuori la “voce” che si tratterebbe invece di “nordafricani”.
Uno dei pochi giornalisti che si è mosso professionalmente già nelle prime ore, Simone Fontana di Wired, ricostruisce con precisione l’origine del depistaggio; “La falsa notizia della cattura di quattro nordafricani in relazione all’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega è stata pubblicata da un collega della vittima e diffusa da un agente della Guardia di Finanza, che ha esposto le foto dei presunti colpevoli sulla sua pagina Facebook da oltre 6mila follower, incitando i suoi seguaci al linciaggio”.
Tutto alla luce del sole, senza alcuna maschera. Ma nessun “professionista” sembra accorgersene, presi come sono dal rincorrersi a vicenda nello sparare la stessa falsa notizia, senza neanche chiedersi se sia vera o provare a fare la classica “verifica”. “La pagina Facebook Puntato, L’App degli Operatori di Polizia annuncia la cattura di quattro nordafricani, ‘tre cittadini di origini marocchine e uno di origini algerine’, con tanto di foto segnaletiche e occhi coperti per tutelarne la privacy. Si tratta naturalmente di una bufala, che resta online per un lasso limitato di tempo, ma tanto basta a scatenare il web.”
Perché nessuno si fa domande? “La pagina di Puntato è ritenuta una fonte piuttosto affidabile, non solo perché è l’account ufficiale di una app privata ma agganciata al sito della Polizia e dunque utilizzata dalle forze dell’ordine per, citando il sito web ufficiale dell’azienda, ‘fare controlli speditivi del veicolo e redigere verbali’, ma soprattutto perché è amministrata da due carabinieri attualmente in servizio.”
È il punto centrale. I carabinieri sono quelli che certamente sanno chi debbono cercare, perché il loro collega leggermente ferito ha descritto gli aggressori (due bianchi, non quattro magrebini). Eppure è un loro megafono mediatico considerato “affidabile” a metter in giro la “pista nordafricana”. Sono loro, o agenti di polizia, incredibilmente, a dimostrare zero rispetto per il loro collega ucciso, usandolo come uno straccio da agitare per una caccia all’uomo razzista.
Non ci interessa la dietrologia e quindi non ci mettiamo a fantasticare sui “perché?”. Sappiamo per esperienza e conoscenza che numerosi “tutori dell’ordine” sono di formazione politica apertamente fascista – non si contano più le segnalazioni di uffici delle “forze dell’ordine” in cui campeggiano foto o busti del Duce o bandiere nazifasciste – e abbiamo visto anche noi, su molte pagine Fb, guardie esaltate dall’arrivo di Matteo Salvini (“uno di noi”) al Viminale. Senza che nessun superiore prendesse mai “provvedimenti amministrativi” (accade solo per qualche insegnante, pare).
Ma noi siamo comunisti pieni di pregiudizi... I “professionisti dell’informazione”, invece, avrebbero dovuto farsela, qualche domanda, almeno dopo che sono passate più di 48 ore da quando la bufala è stata sputtanata. E invece no.
Ecco. Quello che a noi pare davvero pericoloso è il “meccanismo di trasmissione delle informazioni” che questa vicenda rivela.
Nelle faccende di cronaca nera c’è una sola fonte di informazione: le varie polizie.
I cronisti della “nera” sono vincolati a questa unica fonte in molti modi, a partire dal fatto che se non riportano esattamente quel che riportano le veline di questura (o le “indiscrezioni di siti affidabili gestiti da guardie”) non avranno in futuro accesso ad altre informazioni in tempo utile (i media mainstream si fanno concorrenza sulla velocità, non sui contenuti).
Peggio ancora. La quotidiana frequentazione di questa unica “fonte” crea una sorta di “economia circolare” per cui alcuni giornalisti si prestano a loro volta a fare da “informatori” per le “forze dell’ordine”.
Altro che “verifica della notizia” come presupposto minimo della “professionalità” di cui parla Giulietti!
Viviamo in un regime di monopolio dell’informazione su quasi tutti i temi rilevanti (provate ad indicare qualcuno che dice una cosa dissonante in politica estera...). E, per quanto riguarda i casi di “nera”, l’imprinting politico è dato dal ministro dell’interno. Che ha così resuscitato un Minculpop 2.0. In cui non è necessario sottoporre a censura gli articoli dei giornalisti. Basta dettarglieli.
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19/11/2018
Como - Due extracomunitari disarmano rapinatore e smentiscono Salvini
Eppure contiene la smentita radicale di quel “senso comune” che leghisti e fascisti stanno spargendo da anni in questo disgraziato paese.
Due extracomunitari, per di più “marocchini” (è una nazionalità, ma viene usata spesso come un insulto dai razzisti), fermano un rapinatore e lo consegnano alle forze dell’ordine. In piena Lombardia profonda...
Per di più il rapinatore è un italiano. Anzi, uno del paese, un lumbard...
Naturalmente, questo non significa che tutti gli extracomunitari siano altrettanto onesti e coraggiosi, né che tutti gli italiani siano pessima gente. Queste generalizzazioni da idioti le lasciamo volentieri al ministro dell’interno e ai suoi ghost writer.
Però ci sembra indicativo che nessun giornale mainstream, neanche quelli che gridano al fascismo governativo ogni tre per due nel tentativo di ridurre l’opposizione a semplice “europeismo”, abbia colto la rilevanza di un episodio come questo.
Si vede che al corso di giornalismo che va per la maggiore non insegnano più l’architrave logico della professione: “Quando un cane morde un uomo non fa notizia. Ma se un uomo morde un cane, quella è una notizia“.
E’ dunque evidente che i media principali non servono più a dare notizie, ma a fare propaganda.
Ecco qui di seguito l’articoletto completo sul fatto, tratto da QuiComo.
Tentata rapina a Turate nella sera dell’8 novembre 2018 ai danni di un farmacista della Farmacia Comunale che stava depositando l’incasso della giornata nella cassa continua della Banca popolare di Sondrio, tra via Volta e via Vittorio Emanuele. A soccorrerlo sono stati due extracomunitari di origine marocchina, regolarmente residenti in Italia.
Il coraggioso intervento
I due marocchini stavano transitando davanti alla banca quando hanno visto un uomo armato di pistola che con il volto parzialmente coperto minacciava il farmacista. I due extracomunitari con coraggio sono intervenuti riuscendo a disarmare l’uomo e a immobilizzarlo in attesa dell’arrivo dei carabinieri di Turate che hanno ammanettato il rapinatore e portato al carcere Bassone di Como. La somma di denaro che il farmacista aveva con sé ammontava a circa 1.770 euro.
Chi è il rapinatore
Il rapinatore è un italiano di 44 anni – M. P. le sue iniziali – residente a Turate. Ha agito con il volto parzialmente coperto da uno scaldacollo. La pistola che impugnava era una calibro 45 con matricola abrasa. Oltre al reato di tentata rtapina dovrà rispondere anche dell’accusa di porto abusivo di arma clandestina.
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19/07/2018
Notte fonda per il giornalismo, non solo italiano
Chiedo: ma solo a me la cosa del giornale online di Mentana mette una gran malinconia addosso?
Cioè, ho letto un po’ di commenti sotto al post in cui lui annuncia l’avvio delle selezioni per la nuova redazione e ho visto tanti giornalisti – giovanissimi e non – chiedere lavoro col cappello in mano, nella versione Facebook del caporalato (che, ahinoi, nel nostro settore è pratica consolidata).
Mi pare una specie di Masterchef per cronisti: aspiranti qualcosisti che sperano di diventare qualcuno grazie alla benevolenza dell’uomo delle maratone televisive, degli spettacoli ai limiti del sadomaso in cui noti chiacchieroni passano intere nottate a discutere seggio dopo seggio dei risultati elettorali facendo a gara a chi ha azzeccato di più il pronostico della vigilia, come al bar dopo la domenica di campionato, ma senza Varnelli.
È triste sperare di pendere dalle labbra della star che «blasta laggente», pratica che tra l’altro ho sempre trovato orribile, perché è anche troppo facile umiliare a parole il commentatore medio, nel senso di mediamente incolto e mediamente sgrammaticato. E più di Mentana che lo fa, mi spaventa chi si esalta nel leggerlo.
Il mio mestiere, quello del cronista, è in crisi nera: i giornali in edicola praticamente non li compra più nessuno, la credibilità di chi fa questo nella vita è al minimo storico, in molti ce l’hanno con noi, spesso e volentieri con più ragioni che torti. Il motivo è abbastanza semplice: il giornalismo – su carta, sul web, in tivvù, alla radio – si approccia alla realtà con superficialità e sciatteria (una volta sul Post ho letto il direttore Luca Sofri vantarsi di aver rifiutato il servizio di un freelance che stava a Londra durante i riot di qualche anno fa, perché sosteneva di avere una copertura migliore dell’evento, comodamente seduto in redazione a Milano...), quando non con profonda disonestà e malafede (vabbè, lasciamo perdere).
Il giornalismo sta morendo perché nessuno si preoccupa più di cercare notizie, che a conti fatti sarebbero il cuore del nostro mestiere: senza quelle, il nostro diventa un lavoro tedioso, masturbatorio e tendenzialmente inutile.
Leggiamo un giornale, accendiamo la tivvù: non c’è una notizia a pagarla oro, solo chiacchiere di chiacchiere su altre chiacchiere che corrono parallele ad ulteriori chiacchiere: prendi Salvini e non gli chiedi che fine abbiano fatto i 49 milioni di euro spariti (notizia ghiotta) ma qual è il suo parere sulla decisione dei giudici di sequestrare i conti del suo partito (chiacchiere noiose, oltre che inutili).
[Il che non vuol dire che non esistano bravi giornalisti, al contrario: le redazioni ne sono piene, tantissimi stanno ingiustamente a spasso. E non è un caso che quando ci si incontra, per lo più, si parli quasi solo di quanto siamo in mezzo alla merda]
Da un po’ di tempo a questa parte, il Washington Post ha messo una frase sotto la sua testata per spiegare al mondo (e al presidente Trump) a cosa servirebbe il giornalismo: «Democracy dies in darkness», la democrazia muore nel buio.
Non so voi cosa ne pensiate, ma qui, adesso, a me pare notte fonda.
Mario Di Vito da Facebook
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