Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/09/2020

Giorgio Bocca e la pistola del gioielliere Torregiani

Altri tempi, altri giornalisti. Tempi in cui si poteva persino essere “nemici” – di sicuro Giorgio Bocca non aveva alcuna simpatia per la lotta armata degli anni ’70 – senza alcun bisogno di ricorrere alla demonizzazione, inventarsi “dietrologie”, fabbricare “narrazioni” infamanti tanto quanto false, mantenendo uno sguardo attento anche sulle infinite pecche di chi diventava poi “vittima” e dunque non più “criticabile pubblicamente”.

L’iniziativa del sito Insorgenze.net fornisce un ottimo esempio relativo ad un episodio “minore” di quegli anni (“minore” per portata politica, non certo per gravità). Rispetto a quanto si è detto e scritto recentemente, in merito all’arresto di Cesare Battisti, la distanza è abissale. Vi invitiamo a leggere con attenzione le pagine fotografate, più ancora che la nostra introduzione e quella di Insorgenze.

*****

In occasione del centenario dalla sua nascita (28 agosto 1920), Giorgio Bocca, tra i principali protagonisti del giornalismo italiano, è stato ricordato sui media con articoli e iniziative editoriali. Inviato dell‘Europeo, il Giorno (quotidiano finanziato dall’Eni di Enrico Mattei), poi di Repubblica, mentre su L’Espresso per anni curò una rubrica, “L’antitaliano”, che faceva il verso a l’arcitaliano di Curzio Malaparte, Bocca è stato un «Interprete», per dirla con Oreste Scalzone, della religione civile negli anni della prima Repubblica.

Esponente della borghesia laica e azionista, anche se era stato fascista prima di passare alla Resistenza, col suo stile ruvido ha narrato le trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra, gli anni del boom economico, delle lotte operaie e della lotta armata negli anni 70, fino all’avvento della Lega e poi del berlusconismo a cavallo tra i due secoli.

Fu anche un saggista brillante, biografo di Togliatti, si occupò della Resistenza e della Lotta armata (Storia dell’Italia partigiana, 1966; Il terrorismo italiano 1970-1978, 1978).

Insorgenze lo ricorda riproponendo un suo articolo apparso su la Repubblica del 24 gennaio 1979: la cronaca a caldo delle gesta del gioielliere Pierluigi Torreggiani che in una pizzeria di Porta Venezia a Milano fu il protagonista di una furibonda sparatoria.

Per questo episodio che vide la morte di un rapinatore (Orazio Daidone) alquanto sprovveduto e il ferimento di tre clienti del locale, Torreggiani fu ucciso per rappresaglia nemmeno un mese dopo (il 16 febbraio 1979) da un gruppo di militanti di estrema sinistra – i Pac, Proletari armati per il comunismo – formazione sui generis della galassia armata di sinistra dedita ad una sorta di legge del “contrappasso giustizialista”.

Nel corso dell’attentato che gli costò la vita, Torreggiani non smentì la sua fama di pistolero poco accorto: nel tentativo di rispondere al fuoco degli attentatori i suoi proiettili colpirono gravemente il figlio Alberto, da allora costretto su una sedia a rotelle.

La cronaca di Bocca colpisce a distanza di oltre 40 anni dai fatti e consente di misurare il mutamento d’epoca e di paradigmi intervenuti, la diversa percezione degli eventi scevra da vittimismi e legalitarismi, la sottile ironia sociologica che accomuna le due sponde dell’economia, legale e illegale legate da inconfessabili transazioni monetarie in nero.




Fonte

31/03/2019

L’autodafé di Cesare Battisti


Durante l’Inquisizione spagnola si tenevano delle solenni cerimonie pubbliche nel corso delle quali si dava lettura delle sentenze di condanna e si celebravano le abiure. Vi partecipavano i giudici, i funzionari, gli ordini religiosi, i rei e il pubblico radunato in una piazza dove era stato eretto un palco. Gli esiti di questi autodafé potevano essere fausti o infausti, ed anche nel caso peggiore l’aver avuto salva l’anima obbligava il colpevole a dover ringraziare i propri carnefici.

L’autodafé di Cesare Battisti si è tenuto, come si conviene in tempi ultramoderni e di postdemocrazia, in una sala del tribunale di Milano davanti ad un pubblico di giornalisti e televisioni. C’erano i giudici ma mancava il reo che aveva reso confessione nel carcere di Oristano due giorni prima. Per Battisti il supplizio pubblico era già avvenuto al momento del suo arrivo in Italia. Nei processi attuali il reo entra solo nominalmente in tribunale poiché il suo luogo predestinato è la prigione, ben prima della condanna, da dove può collegarsi – se ritiene – in videoconferenza. Una residua presenza virtuale per impedire che si possa gridare alla cancellazione definitiva dei diritti della difesa. Per Battisti le cose sono state ancora più semplici: durante il processo non era presente, lo hanno condannato al massimo della pena e quarant’anni dopo ha confessato dal fondo di quel pozzo di 3 metri per 4 che è la sua cella isolata del carcere di Oristano. Così il cerchio della giustizia si è chiuso!

Lo ha scritto per Repubblica, con grande soddisfazione, il procuratore Armando Spataro, titolare alla fine degli anni '70 dell’inchiesta contro i Pac, gruppo nel quale militava Battisti, secondo cui sarebbe falso «che il sistema giudiziario non sia stato in grado di garantire i diritti degli accusati di terrorismo», tanto che «il sistema italiano è studiato come modello verso cui tendere». Quest’ultima affermazione è senza dubbio vera: la «lezione italiana», infatti, è stata un laboratorio che ha insegnato al mondo come costituzionalizzare l’eccezione, rendendola regola permanente e non più sospensione nello spazio e nel tempo della norma.

Discorso questo, ripreso anche da Laurent Joffrin, su Libération, che senza riuscire ad evitare una prosa accidentata da ossimori continui ha riconosciuto alla democrazia italiana di aver «traversato la prova senza rinunciare, nella sostanza, ai principi dello Stato di diritto. Gli appartenenti alle formazioni terroristiche sono stati perseguiti con energia, ma condannati nella gran parte dei casi alla fine di processi condotti secondo le regole». In realtà, a fronte di mantenimento delle «forme» è proprio la «sostanza» dello Stato di diritto che ha subito delle modifiche. Se è vero che non sono state introdotte giurisdizioni speciali, ma i processi, seppur divenuti “maxi”, sono stati condotti dalle normali corti d’Assise, è altresì vero che queste si sono avvalse di leggi speciali, eccezioni procedurali, criteri premiali e differenziali: insomma un ampio arsenale d’eccezione che ha raddoppiato le pene, esteso a dismisura l’uso del concorso fino a formule ellittiche come quello «morale o psichico», inesistente negli altri codici europei, e ripetutamente censurato dalle Chambres francesi, moltiplicato la custodia preventiva, capovolto l’onere della prova, eretto la parola remunerata dei pentiti a fondamento delle accuse. Senza dimenticare le torture del professor De Tormentis, ormai accertate anche dai tribunali. Ma l’ossimoro alla fine travolge la prosa del direttore di Libération che aggiunge: «La “guerra” innescata dagli attivisti dell’estrema sinistra si fondava su un’analisi giusta, ma alla fine dei conti falsa, della democrazia in Italia».

Nel 1990 fu la magistratura francese non la dottrina Mitterrand a dichiarare inestradabile Battisti

Non è vero quel che si racconta sulla stampa italo-francese: Battisti non si è dichiarato sempre innocente. Nel 1990, quando fu oggetto della prima domanda di estradizione proveniente dall’Italia, la magistratura francese ritenne irricevibile la richiesta italiana poiché il processo e la condanna nei suoi confronti, come di altri suoi coimputati, si erano tenuti in contumacia. A differenza dell’Italia, quando in Francia un imputato è stato condannato in sua assenza ha diritto ad essere riprocessato una volta presente. Fu dunque la corte d’appello di Parigi a ritenere inestradabile Battisti. Decisione giuridica che rafforzava la politica di asilo di fatto riassunta nella formula della «dottrina Mitterrand».

Per 23 anni, dal momento della sua fuga dall’Italia fino al suo secondo arresto del 2004, realizzato in violazione del ne bis in idem, Battisti non aveva mai fatto ricorso alla strategia innocentista. La svolta avviene quando, sotto la pressione di alcuni ambienti intellettuali e editoriali francesi che lo avevano adottato, decise di mollare lo studio legale De Félice-Terrel, che aveva storicamente difeso gran parte dei fuoriusciti italiani.

La campagna innocentista

Presentata come una radicale svolta dopo la scarcerazione del marzo 2004, la decisione repentina e brutale di fare ricorso alla categoria dell’innocenza venne assunta fin da subito a discapito dei suoi compagni di destino, quasi a sottolineare che la distanza frapposta con la sua vecchia comunità fosse d’improvviso divenuta un valore aggiunto. Il resto dei fuoriusciti fu accusato di averlo condizionato, addirittura imbavagliato, il tutto senza risparmiare giudizi denigratori nei confronti di altre formazioni politiche armate degli anni Settanta diverse dal suo piccolo gruppo d’appartenenza. Mentre i suoi vecchi legali e compagni di esilio lo mettevano sull’avviso, di fronte al rischio che rappresentava quella scelta, ricordandogli che la procedura d’estradizione non era un’anticipazione del giudizio processuale, né un ulteriore grado del processo, ma una sede giuridica dove le richieste provenienti dall’Italia venivano valutate sotto il profilo della conformità con le norme internazionali e interne, alcuni suoi sostenitori lasciavano intendere che la difesa di merito non era stata intrapresa in precedenza perché avrebbe potuto «nuocere alla protezione collettiva accordata senza distinzione degli atti commessi», alla «piccola comunità dei rifugiati italiani, protetta da oltre vent’anni dalla parola della Francia» (Le Monde del 23 novembre 2004). Oltre a insinuare, di fronte all’opinione pubblica, che quella dei fuoriusciti fosse una comunità di “colpevoli” che impedivano all’unico “innocente” di difendersi, veniva attribuito loro un ruolo censorio fino a designare i fuoriusciti come una combriccola di cinici inquisitori che lanciavano scomuniche.

Anche la massiccia offensiva mediatica condotta dai molti e autorevoli sostenitori della sua innocenza in punto di fatto offrì pretesti insperati e sponde oggettive ai sostenitori dell’emergenza giudiziaria, il più delle volte con argomenti impropri, superficiali e caricaturali, nonostante le procure antiterrorismo avessero solo argomenti mistificatori della realtà storica e delle vicissitudini giudiziarie di quegli anni (ricordiamo come lo stesso Spataro, contraddicendo la stesse sentenze, sostenne per lungo tempo che Battisti fosse direttamente coinvolto nell’uccisione di Torregiani).

L’esilio brasiliano

Rifugiatosi in Brasile, dopo che il governo francese aveva concesso l’estradizione, l’affaire Battisti proseguì su due binari: mentre la campagna pubblica reiterava la linea innocentista, lo scontro giuridico davanti al Tribunale supremo federale e in sede politica si incentrò sull’emergenza giudiziaria che aveva contraddistinto le inchieste e i processi in Italia e sulla pena dell’ergastolo, sanzione assente nel codice penale brasiliano, fino al rifiuto dell’estradizione firmato dal presidente Lula alla scadenza de suo mandato, il 31 dicembre 2010.

Una volta spodestata Dijlma Roussef, succeduta a Lula alla presidenza del Brasile, e dopo il golpe giudiziario del duo Moro-Bolsonaro, il primo procuratore e il secondo candidato presidenziale, concretizzatosi con l’arresto dello stesso Lula, il destino di Battisti appariva segnato. Arrestato, dopo essere riparato in Bolivia, è stato condotto in Italia nel più totale vuoto giuridico, con un puro atto di forza, senza una regolare misura di espulsione da quel Paese, come testimonia il fatto che fu inizialmente preso in consegna dalla polizia brasiliana e successivamente fermato sulle scalette dell’aereo che doveva ricondurlo a São Paulo, per essere consegnato ad una squadra italiana giunta in tutta fretta sul posto. Artificio congegnato per impedire l’applicazione della clausola di commutazione della pena dell’ergastolo a 30 anni, concordata con l’Italia nell’ottobre 2017, e indicata nel provvedimento di estradizione firmato dal presidente Michel Temer, succeduto a Dijlma Roussef.

Consegna straordinaria e reclusione speciale

Giunto in Italia, dopo l’oscena cerimonia di Ciampino, Battisti è stato sottoposto ad un regime detentivo straordinario che esula dalla stessa pena dell’isolamento diurno di sei mesi previsto in sentenza. Isolamento che la corte d’Assise di Milano, nel frattempo, non ha ritenuto prescritto, nonostante l’evidenza dei decenni trascorsi, perché – a suo dire – l’imprescrittibilità dell’ergastolo «si riverbera» sul segmento di pena autonoma dell’isolamento diurno, che – ricordiamo – non è una modalità di esecuzione della detenzione ma è ulteriore pena a tutti gli effetti.

Nonostante le sue imputazioni non rientrino per ragioni cronologiche nella fascia dei reati ostativi, Battisti è rinchiuso in una cella all’interno di una sezione del carcere di Oristano adibita per lui e di cui resterà l’unico ospite una volta terminato il periodo di isolamento diurno. Una sorta di “area riservata del 41 bis” del tutto abusiva, realizzata aggirando le norme dell’ordinamento penitenziario. Un regime detentivo concepito per estorcere dichiarazioni al pari del 41 bis ufficiale e che ha spinto Battisti a confessare dei reati senza aver mai preso parte al proprio processo.

La confessione

Nel sistema giudiziario italiano la nozione di colpa è stata stravolta dall’imponente arsenale legislativo premiale. Il discrimine essenziale è divenuto infatti il comportamento tenuto dal reo, la sua prova di sottomissione, il grado di ravvedimento o collaborazione. A parità di reato e responsabilità penale vengono emesse sentenze e offerti trattamenti penitenziari molto diversi. La logica della premialità ha modificato i confini della colpa e dell’innocenza. Si può esser colpevoli e premiati, innocenti e puniti. Conta più ciò che si è di quel che si è fatto. Battisti, purtroppo, non ha avuto la forza di battersi contro questa situazione.

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17/12/2018

Cesare Battisti, un mostro per tutte le stagioni

Cesare Battisti fra 2 giorni compirà 64 anni ed è di nuovo in fuga. Ex membro dei “Proletari armati per il comunismo” venne arrestato a Milano, nel giugno 1979. Nell’ottobre 1981, mentre stava scontando la prima condanna per banda armata, Battisti evase dal carcere di Frosinone e scappò in Francia ove gli venne concesso asilo da François Mitterrand che applicò a lui, come ad altri esuli politici italiani, la sua personale dottrina. Il presidente socialista francese durante il consiglio dei ministri del 10 novembre 1982 aveva fatto approvare una legge secondo la quale, da quel momento in poi, vi sarebbe stata la possibilità di non estradare i cittadini nel caso di richieste avanzate da Paesi «il cui sistema giudiziario non corrisponde all’idea che Parigi ha delle libertà»1 .

Francois Mitterand si opponeva fermamente alla legislazione emergenziale italiana così detta “antiterrorismo”. Una legislazione che all’epoca segnò, in Italia, una decisa svolta autoritaria ed impresse una dinamica ferocemente repressiva nel conflitto sociale in atto, allora, nel paese. Una stagione buia inaugurata dal Decreto legge n. 99 del 1974 (che allungava paurosamente i termini della carcerazione preventiva) e proseguita con l’approvazione della “Legge Reale” del 1975 (una vera e propria «licenza di uccidere» alle varie polizie che provocò 350 vittime nei primi dieci anni di applicazione e centinaia di feriti).

La legislazione d’emergenza fu l’applicazione concreta del “compromesso storico” tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista e, da quel momento in poi, tutto ciò che era considerato fuori da quell’accordo venne trattato dallo Stato e dai suoi apparati come una mera questione penale e giudiziaria. E così, mentre il quadro politico era totalmente bloccato da quell’accordo, ogni manifestazione di dissenso venne fatta oggetto di una violenta e sistematica repressione. E furono coerenti con questa direttiva: i divieti del ministro Cossiga; i carri armati a Bologna; l’uso sistematico della tortura nei confronti dei prigionieri politici (anche contro quelli non facenti parte di gruppi armati); gli agenti in borghese che sparavano ad altezza d’uomo sui manifestanti. 2

La legge Cossiga del 6 febbraio 1980 e la direttiva sui pentiti conferirono, poi, ai giudici un potere enorme che, di fatto, annullò il diritto di difesa per gli accusati di reati politici e decretò la sospensione dello Stato di diritto. Quei provvedimenti messi in fila, tutti insieme, formarono una legislazione speciale di tipo “emergenziale” e legittimarono l’attività di veri e propri tribunali speciali che si incaricarono di liquidare, comminando durissime ed esemplari condanne, tutto ciò che vi era di organizzato alla sinistra del PCI. Si trattò di una legislazione “speciale” che sollevò, da più parti, questioni di evidente incostituzionalità e che sospese ogni garanzia democratica per almeno un decennio. In quel periodo furono anche autorizzate (ma mai legiferate) le «carceri speciali», autentici lager destinati alla distruzione psicofisica dei detenuti politici.

Dagli anni ’90 Cesare Battisti si è dedicato alla letteratura, ottenendo un discreto successo con romanzi noir e d’ispirazione autobiografica la qual cosa gli è la valsa la simpatia e il sostegno da parte di molti intellettuali e scrittori tra i quali merita una menzione particolare la scrittrice Fred Vargas la quale, nel 2004, pubblica un libro documentato con puntiglio e fitto di note (Vargas è storica del Medioevo) che avvalendosi del contributi di altri storici, smonta pezzo per pezzo le accuse contro Battisti sostenute sia dalla stampa italiana che da una certa stampa francese (ad es. Le Monde)3.

Ma il libro della Vargas non si ferma al solo caso Battisti perché analizza anche in maniera spietata, la gestione dei processi in Italia nell’epoca della cosiddetta “emergenza” riportando tutte le denunce di Amnesty International al riguardo. Oltre alla scrittrice francese Fred Vargas, contro l’estradizione di Cesare Battisti si sono schierati altri noti intellettuali e scrittori quali Gabriel García Márquez, Bernard-Henri Lévy, Daniel Pennac, Tahar Ben Jelloun e molti esponenti sudamericani di Amnesty International.

La dottrina Mitterrand è stata dichiarata dal Consiglio di Stato francese priva di effetti legali nel 2003 e la Francia, passata nel frattempo al centrodestra, ha così concesso l’estradizione di Battisti. Nel 2004 Battisti viene arrestato a Parigi e, tuttavia, riesce a fuggire in Brasile dove viene riarrestato nel 2007. Lì, prima la Procura generale e poi la Corte suprema autorizzano la riconsegna all’Italia. Ma nel 2009 il ministro Tarso Genro gli concede asilo politico. E alla fine Lula ferma l’estradizione. Concesso lo status di rifugiato, poi revocato, il 31 dicembre 2010, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva annuncia il rifiuto dell’estradizione in Italia e concede a Battisti il diritto d’asilo e il visto permanente (status di “residente permanente”).

Della questione, tuttavia, fu investito il Tribunale supremo federale brasiliano, su sollecito della nuova presidente del Brasile Dilma Rousseff, che l’8 giugno 2011 negò definitivamente l’estradizione, con la motivazione che avrebbe potuto subire “persecuzioni a cause delle sue idee”. Battisti viene dunque scarcerato dopo aver scontato la pena per ingresso illegale tramite documenti falsi, e rimane in libertà fino al 12 marzo 2015, giorno in cui viene nuovamente arrestato dalle autorità brasiliane in seguito all’annullamento del permesso di soggiorno, ma viene rilasciato quasi subito. Nell’ottobre 2017 viene di nuovo tratto in arresto al confine con la Bolivia, ma scarcerato poco dopo. Nei giorni scorsi, al Brasile, l’Italia ha consegnato una nuova richiesta di estradizione per Battisti. Un’evoluzione diplomatica che ha portato di nuovo Battisti a far perdere le sue tracce.

Al di là di tutte le cose vere o presunte che si possono leggere sul suo conto, resta il fatto che Cesare Battisti fu processato per fatti avvenuti più di quarant’anni fa, in contumacia, nel 1985, proprio in base a quella legislazione speciale messa in atto nella stagione della così detta “emergenza antiterrorismo” che ha prodotto uno schiacciamento dei diritti di difesa di tutti gli imputati di reati politici ed un’ondata repressiva senza precedenti dalla caduta del fascismo in poi. Condannato in contumacia, Battisti venne giudicato responsabile di quattro omicidi e di vari altri reati. Venne anche condannato all’ergastolo con sentenza della Corte d’Assise di Milano nel 1988 (sentenza divenuta definitiva in Cassazione nel 1993), per omicidio plurimo, oltre che per reati di banda armata, rapina e detenzione di armi.

La difesa di Battisti sostiene che il proprio assistito non ha mai materialmente ucciso nessuno e che, nei suoi confronti vi è stato un abuso della incerta categoria, sotto il profilo giuridico, del “concorso morale”. Inoltre, tutte le accuse nei suoi confronti non sono altro che confessioni estorte con la violenza e, pertanto, da ritenere non attendibili dal momento che, in cambio della testimonianza contro l’assente Battisti, i pentiti che lo hanno indicato come autore degli omicidi sono stati scarcerati dopo pochi anni, nonostante fossero, a loro volta, accusati di diversi omicidi e di attività terroristica. In particolare, la difesa contesta la versione del pentito Pietro Mutti che è stata usata dall’accusa nei casi Sabbadin, Santoro e Campagna.

Testimoni secondari furono i dissociati Arrigo Cavallina e l’ex compagna giovanile di Battisti, Maria Cecilia Barbetta, le cui dichiarazioni furono confrontate con quelle del pentito. Secondo lo scrittore Valerio Evangelisti, le contraddizioni sono molte e pesanti; Mutti ha anche cambiato spesso versione in cui il ruolo di Battisti è diverso e confondendo gli omicidi Santoro e Campagna nelle interviste. Secondo Evangelisti, Battisti non ha avuto altra scelta per difendersi che fare quello che ha fatto: esercitare il proprio “diritto all’evasione”, ovvero, fuggire.

Certo è che Cesare Battisti, nel corso dei decenni, è stato trasformato in un mostro per tutte le stagioni, un simbolo che – al di là delle reali intenzioni dell’uomo e delle sue effettive responsabilità – viene tirato in ballo puntualmente da governi di varia ispirazione e tendenza. Questa volta Battisti è fatalmente incappato nel famigerato asse Salvini – Bolsonaro, ambedue a caccia di trofei. Eppure secondo la legge ancora vigente della Repubblica Federale del Brasile i crimini commessi da Battisti sono ufficialmente caduti in prescrizione nel 2013.

Battisti ha avuto un terzo figlio da una donna brasiliana nel 2013 ed è sposato con una cittadina brasiliana dal 2015, tutti fatti che impedirebbero un provvedimento di estradizione ai sensi dello Statuto dello Straniero vigente nel paese sudamericano. Ma evidentemente di scempi nei confronti del diritto, nel Brasile di questi tempi, se ne compiono a piene mani e senza alcun ritegno come dimostra tutta la incredibile vicenda giudiziaria dello stesso Luiz Inácio “Lula” da Silva incarcerato dopo un procedimento giudiziario farsa per impedirgli di diventare nuovamente presidente del suo paese.

Note

1 “ La dottrina Mitterrand, che negli anni Ottanta sistematizza la vecchia tradizione francese di offrire rifugio a chi è costretto a espatriare per motivi politici, raccontata dal suo “architetto” (Louis Joinet). Una scelta strategica, capace di “liberare” generazioni di militanti (italiani, ma anche irlandesi e baschi) rifugiatisi Oltralpe sulle orme degli esuli del Risorgimento e degli antifascisti. Abrogata di fatto – dopo i primi scricchiolii col trattato di Schengen – dalla destra tornata al potere nel 2002 e pronta ad approfittare del delitto Biagi. Fino al decreto di estradizione dei giorni scorsi per Marina Petrella” Storia della dottrina Mitterrand, Paolo Persichetti, Liberazione, 19 giugno 2008
2 “… la base dell’accordo fra i partiti dell’arco costituzionale ed è stato la condizione per la cooptazione del Pci nell’area ‘democratica’ o di governo; per la prima volta nella sua storia il Pci si è dichiarato favorevole a un massiccio restringimento delle libertà e delle garanzie costituzionali e si è impegnato in campagne ideologiche — ultima quella del “referendum” sulla legge Reale — dirette ad alimentare consenso popolare nei confronti del processo di restaurazione autoritaria” (L. Ferraioli, D. Zolo).
3 Fred Vargas – La Vérité sur Cesare Battisti, edizioni Viviane Hamy, 2004

Fonte

15/10/2017

Si chiama Battisti non Eichmann

Quando le ceneri di Adolf Eichmann furono disperse in mare, da una motovedetta della marina israeliana, il secchio che le conteneva fu accuratamente lavato in modo che nessun frammento di quella cenere, appartenente al corpo cremato dell’aguzzino nazista, potesse tornare a terra. E’ un fatto noto quanto significativo: i colpevoli di genocidio, come Eichmann, non dovevano, in alcun modo, trovare il conforto simbolico della sepoltura.

Lunga e articolata è la storia delle pene di questo tipo quanto stabile è la forza del concetto che le legittima: ci sono omicidi talmente efferati che non possono trovare sepoltura.

Il punto è che oggi, a oltre mezzo secolo dalla vicenda Eichmann, si tende a confondere il rito di elaborazione di questo genere di efferatezze, che rappresentano un’offesa irreparabile ad un popolo fatta con delitti tali da minacciarne la dignità e la stessa esistenza, con l’offesa al sovrano. Insomma si tende a confondere chi ha minacciato l’esistenza di un popolo con chi ha minacciato l’esistenza del sovrano, tendendo a legittimare, per entrambi, la stessa procedura: nessuna estinzione della persecuzione e della pena, anticipo della necessaria, per il ripristino dell’ordine sociale, impossibile sepoltura. Eichmann e Battisti tendono quindi, nell’immaginario come nei riti di persecuzione, a somigliarsi. Tanto più quando il sovrano, come nel caso di Battisti, è una repubblica che si vuole democratica, rispettosa dei diritti e del dissenso tanto più chi ne è uscito dall’ordine non può che essere ricercato, e condannato, a vita. Perché riconoscere un qualche diritto, una qualche amnistia a Battisti significa riconoscere che lo stato democratico tanto democratico, a suo tempo, non è stato. Per cui, nonostante le sue ceneri in futuro non saranno certo sparse in mare dalla guardia di finanza, Cesare Battisti deve essere perseguitato a vita come Eichmann. Non c’è amnistia, indulto o prescrizione per chi ha messo in discussione la legittimità stessa della repubblica. E tanto più questa severità viene sparsa a piene mani tanto più si prova a legittimare una repubblica la cui vita quotidiana che, altro che seria severità, potrebbe essere rappresentata in un libretto d’operetta.

E quindi utile ribadire che Cesare Battisti non è Eichmann. Non solo perché non ha materialmente e convintamente  partecipato a uno sterminio di massa. La sua partecipazione a gruppi armati, seppur provocando vittime e orrori, non è affatto riconducibile ad una attività che preludeva e preparava uno sterminio di massa. E per parlare di amnistia, o di indulto, non bisogna solo citare, anche se per il suo caso singolo sarebbe sufficiente, il rapporto di Amnesty International sulla tortura istituzionalizzata in Italia nei confronti degli oppositori politici di inizio anni ‘80. Abbiamo avuto il nostro Erdogan, insomma. Una questione rimossa che il caso Battisti aiuta a far riemergere: l’asilo che, in tempi diversi, lo scrittore de “L’ultimo sparo” ha ottenuto in Francia e in Brasile è stato legittimato anche come elemento di riparazione, usando il diritto internazionale e la difformità delle legislazioni dei singoli stati, dagli effetti collaterali di quella guerra a bassa intensità che un altro stato democratico, l’Italia, ha operato nei confronti dei propri cittadini a partire dalla strage di piazza Fontana. Sembra quasi curioso, a quasi 50 anni di distanza dalla strage della Banca dell’Agricoltura di Milano, ma ancora oggi la politica, e con lei la storiografia ufficiale negano un rapporto di causa ed effetto tra piazza Fontana e il successivo scatenamento della lotta armata di sinistra in Italia. Perché, ancora oggi si nega che lo stato democratico abbia potuto cominciare una guerra a bassa intensità che, successivamente, ha trovato risposta. Ci si ferma alla condanna dell’efferatezza della risposta negando la realtà di una guerra civile a bassa intensità, nel cui scatenamento lo stato “democratico” era parte attiva, presente nella vita politica di quegli anni. E così vere e proprie schegge di un tempo lontano - per citare alcuni casi noti come Sofri, Persichetti e Battisti - hanno continuato a produrre giuridicamente effetti in anni ben diversi dall’antico contesto di riferimento. Bastava un’amnistia a contesto storico concluso, magari a fine guerra fredda, e avrebbe fatto bene allo stesso stato italiano, e certe aberrazioni (politiche e giuridiche, per non parlare del lato umano) non si sarebbero riprodotte.

La persecuzione di Battisti, dal punto di vista della pura comparazione temporale, ha lo stesso senso che avrebbe avuto la persecuzione di un pensionato fascista, attivista di qualche banda clandestina post 25 aprile, nei primi anni ‘90. C’è una fine di contesto di riferimento così chiara, così conclamata, che la pena non ha più senso. Solo che il caso del fascista non è mai avvenuto, vista l’amnistia di Togliatti del ‘47, la persecuzione del secondo è mediatizzata come la riparazione di un torto irredimibile allo stato democratico.

Va qui anche considerato il rigor mortis delle culture di sinistra per cui la resa a quella sorta di partita doppia che la cultura liberale applica nei confronti di destra e sinistra (per la quale I danni fatti alla “democrazia” da fascisti e comunisti sono simmetrici) è stata ormai naturalizzata. Ma, proprio culturalmente parlando, l’insurrezione di destra e quella di sinistra non sono affatto simmetriche. La prima emerge per tendere a stabilire un ordine, una gerarchia, la seconda si scatena nel tentativo di liberarsi da una tirannia. E il comportamento di Battisti, senza giudicare il dettaglio di quanto accaduto, viene da quest’ultimo filone. Uccidere un gioielliere, rendendo il figlio infermo a vita, come accaduto ai Pac di Battisti, è liberarsi da un tiranno? No. Ma quello che è accaduto appartiene al filone dei comportamenti di chi ha cominciato la propria lotta contro ciò che era concepito il tiranno di allora. Non è quindi un caso che “dopo” Battisti sia diventato uno scrittore, presso Gallimard (una delle più prestigiose case editrici del mondo cosa omessa dai soliti Mentana), dimostrando una traiettoria esistenziale inassimilabile con gli Eichmann. Basta leggere le sue produzioni letterarie. Ma tutto ciò all’Italia di questi anni, dove l’imprigionamento è vissuto con piacere catartico e invocato con emozione, non interessa. Interessa solo la persecuzione infinita, il resto, compresi i danni che questo comporta al nostro vivere civile, non è neanche sullo sfondo. Non esiste. L’amnistia? Una cosa da “casta” quasi come il caso Battisti sia assimilabile a un condono fiscale.

Intendiamoci, non c’è da aspettarsi molto da un paese dove un grande storico delle eresie cristiane, che conosce bene le ragioni di chi è finito sul rogo, si è trovato a invocare pochi anni fa, sulle pagine di una grande quotidiano nazionale, la giustezza dell’estradizione di Battisti. Se il popolo gode un po’ nell’invocare la forca, gli intellettuali trovano l’enorme coraggio di pensarla pubblicamente come il sovrano. E’ un modo con il quale un paese, dopo aver perso la memoria del proprio passato, smarrisce il senso di quello che sta facendo.

In quel capolavoro che è Autunno in Germania, film dedicato ad una vicenda che ha ormai 40 anni tondi (l’uccisione dei leader della Baader Meinhof a Stammheim da parte dello stato federale tedesco allora a guida socialdemocratica) c’è una scena di censura televisiva. E quella, da parte della televisione tedesca, della messa in scena dell’Antigone I Sofocle, giudicato, nel film, troppo aderente al problema dell’epoca, quello della sepoltura dei morti odiati dal sovrano. Perché, si sa, dopo la loro morte, per i componenti delle Baader, si pose il problema del luogo della loro sepoltura. Nella televisione italiana di oggi, dinosauro mediale il cui ruolo è sgretolato dalle evoluzioni tecnologiche, non c’è certo il problema di censurare Sofocle. Tra format di ogni tipo, e la strapaesana presenza di Magalli, sia la letteratura antica che la realtà semplicemente sono state abolite. A specchio, stavolta, di una opinione pubblica che invoca la detenzione di Battisti per il piacere di invocare la prigione senza conoscere minimamente fatti, contesti, storia.

Eppure Battisti non è Eichmann. Ma mentre quest’ultimo è stato oggetto di un giudizio espresso con la drammaticità del senso della storia, il primo deve produrre quella notiziabilità da orrore che lo rende ottimo per il prime time televisivo che genera pubblicità o per alimentare l’infinita coda di odio di cui si nutrono i social.

Redazione, 14 ottobre 2017

consigliato: gli archivi di Carmilla sul caso Battisti

05/10/2017

Cesare Battisti di nuovo arrestato in Brasile

Solo una cosa, in Italia, dura a lungo: la protervia di un potere sempre in cerca di una legittimazione facile sulla pelle degli ultimi.

Ultimi degli ultimi ci sono i protagonisti della ribellione armata degli anni ‘70, sempre “utili” quando si tratta di arrestarne uno per far vedere che “lo Stato c’è”.

Ultimo tra gli ultimi è Cesare Battisti, non popolare nemmeno tra i suoi “colleghi” della lotta armata di sinistra, sia per la natura bislacca del gruppo di cui è accusato di aver fatto parte (i “Proletari armati per il comunismo”, autori di alcune azioni di difficile inquadramento politico), sia per la scarsa relazione tenuta con gli altri esuli a Parigi, finché è stato lì. E dire che si era costruito una apprezzata carriera di scrittore di libri gialli, che però sembra avergli accresciuto le antipatie anziché favorirne il “reintegro”.

Era poi rifugiato in Brasile e i governi di Lula e Dilma Roussef avevano respinto le richieste di estradizione da parte dell’Italia. Il golpe filostatunitense che ha portato alla presidenza l’ultracorrotto Temer ha invece “aperto” a questa possibilità, tanto da convincere l’ormai anziano – stiamo parlando di un ultrasessantenne – a cambiare ancora una volta aria e vita. Aveva fatto la stessa cosa quando il governo Sarkozy si preparava a rimandarlo in Italia. Ma allora la polizia francese aveva tenuto un comportamento piuttosto “diplomatico”, suggerendogli addirittura di andare via – come lui stesso ha raccontato più volte – per evitare di sollevare il tema degli esuli (un paio di centinaia, in Francia) e infiniti tira-e-molla con le istituzioni italiane.

La polizia brasiliana – molto probabilmente di concerto con i “servizi” di Minniti – lo ha invece tenuto sotto attento controllo, pedinandolo fino a che non si è presentato ad un posto di frontiera con la Bolivia. A quel punto lo ha fermato contestandogli la violazione degli obblighi formali che avevano accompagnato l’asilo politico in Brasile (l'obbligo di restare nel paese).

Le cronache suggerite dai servizi italiani e brasiliani, riportate senza alcuna esitazione dai media nostrani, parlano di un “controllo casuale”, nello stato del sudovest di Mato Grosso do Sul, su una statale percorsa spesso anche da trafficanti di droga e per questo particolarmente presidiata dalla polizia. Prima domanda: la coca viaggia dalla Bolivia al Brasile, non viceversa. Dunque perché fermare un uomo solo che va in direzione opposta?

Alla polizia avrebbe comunque presentato i suoi documenti regolari da “residente a tempo indeterminato”. Il governo Temer aveva infatti già provveduto a revocargli lo status di rifugiato politico (in quasi tutti i paesi del mondo vige infatti la regola per cui non si può essere stati condannati senza aver presenziato al processo).

Gli agenti della stradale lo avrebbero lasciato proseguire pedinandolo e lo avrebbe bloccato definitivamente soltanto quando si è presentato al posto di frontiera di Corumbà. Tutto credibile come un romanzo dello stesso Battisti.

Ora si annuncia una aspra battaglia legale in Brasile, dove ha una moglie e una figlia, e soprattutto dove non ha commesso alcun reato. Per avere un appiglio minimo, la polizia lo sta accusando di “esportazione illegale” di valuta. Ma il limite legale è di 10.000 dollari, e naturalmente Battisti aveva assai meno di quella cifra. Dunque cadrà alla prima istanza del suo avvocato.

Ma intanto è stato arrestato. Se, come tutto sembra, è un’operazione di “sequestro di persona delegato” messa in piedi dai servizi italiani – c’è il precedente di Paolo Persichetti, effettivamente preso e portato in Italia dalla Francia, di notte, senza passare neanche davanti un giudice; Matteo Renzi rivendica di “aver posto la questione” durante il suo unico incontro con Temer – c’è la possibilità che Battisti venga consegnato ai suoi cacciatori ben prima che la “giustizia” locale possa fare il suo corso con un briciolo di difesa legale.

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