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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/12/2022

Guerra in Ucraina - A Kherson gli ebrei vengono accusati da Kyev di “collaborazionismo” con i russi

Certe tragedie della storia tendono a ripetersi. Sul New York Times e il Times of Israel, stanno avendo un certo risalto le accuse di collaborazionismo che le autorità di Kyev hanno rivolto contro alcuni esponenti della comunità ebraica di Kherson recentemente riconquistata dalle truppe ucraine.

Quando a marzo le truppe russe hanno attraversato il confine ucraino, migliaia di persone sono fuggite dalle città. Ma a Kherson, la città portuale meridionale di valore strategico per i russi, il rabbino Yosef Itzhak Wolff decise di rimanere.

La sua decisione di rimanere è in linea con la filosofia del suo movimento ebraico, Chabad-Lubavitch, i cui rabbini sono soliti impegnarsi nelle città in cui sono stanziati e rimanervi nella buona e nella cattiva sorte.

Una Chabad House è un centro ebraico ed il rabbino Chabad è un rabbino pronto a offrire ospitalità e servizi. Quando vengono descritti dai media come “ultraortodossi”, in parte si risentono, ritengono infatti di essere un movimento ebraico senza etichette, e come tale vorrebbero essere riconosciuti.

Secondo quanto riportato questa settimana dal New York Times, Wolff si trova ora in Germania, preoccupato perché alcuni a Kherson lo accusano di aver collaborato con le forze russe.

Nel frattempo, un membro della sua comunità ebraica rischia l’ergastolo per le sue azioni durante i primi giorni caotici della guerra, secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense.

La Russia ha conquistato Kherson il 2 marzo. Tra coloro che vivevano nella città occupata c’era anche Yosef Itzhak Wolff, un rabbino nato in Israele e arrivato in Ucraina quasi 30 anni fa, subito dopo la caduta dell’Unione Sovietica e l’indipendenza dell’Ucraina. Negli ultimi 13 anni ha presieduto una comunità ebraica a Kherson che prima della guerra era stimata in 8.000 persone.

Nei primi giorni della guerra, il lavoro di Wolff è stato quello di fornire cibo, medicine e mantenere le attività religiose di Purim.

Durante un viaggio, riporta il quotidiano Times of Israel, Wolff ha schivato i proiettili trasportando cibo in città dal confine con la Crimea, dove anche suo fratello è rabbino. In un altro, secondo Chabad.org, è uscito a consegnare cibo mentre i carri armati russi attraversavano la città.

“Nonostante i pesanti combattimenti nelle strade di Kherson, il rabbino Yosef Wolff non ha abbandonato la sua comunità nemmeno per un momento, rimanendo nella città devastata dalla guerra e servendo la popolazione locale”, ha dichiarato all’Agenzia telegrafica ebraica il rabbino Motti Seligson, portavoce del movimento Chabad. Ha definito Wolff un “vero eroe del popolo ebraico e per le persone di buona coscienza di tutto il mondo”.

Prima delle persecuzioni razziali antiebraiche, particolarmente feroci nell’Ucraina dopo l’occupazione nazista, Kherson era un importante centro di vita ebraica, con circa 26 sinagoghe, ma ora è rimasta solo quella di Wolff. Prima della guerra, come nelle altre Chabad House in tutto il mondo serviva la comunità locale, ma era anche notoriamente accogliente per i volti sconosciuti, compresi i visitatori stranieri.

Merci acquistate con l’aiuto del rabbino capo della regione di Kherson Yosef Wolff nella Crimea controllata dai russi vengono scaricate nella sinagoga di Kherson, occupata dai russi, sul Mar Nero, il 10 marzo 2022.

L’apertura delle porte ai nuovi arrivati ha assunto una gravità maggiore dopo l’inizio della guerra e l’afflusso dei russi a Kherson. Per gran parte dell’anno non era chiaro se l’Ucraina avrebbe ripreso il controllo della città o se sarebbe diventata come la Crimea e sarebbe rimasta sotto l’occupazione russa. Il mese scorso, però, le forze armate ucraine hanno riconquistato Kherson, sospettando chiunque fosse percepito come collaboratore dell’esercito russo.

Alcuni di questi sospetti sono ricaduti anche su Wolff, che aveva permesso ai soldati russi ebrei di pregare nella sua sinagoga. Nei giorni successivi alla liberazione, Wolff ha lasciato Kherson e l’Ucraina per la Germania. Ora, con la “caccia ai collaborazionisti” in corso, ha detto al giornale che non è sicuro di quando o se tornerà.

Tra coloro che sono rimasti a Kherson c’è anche un membro di spicco della locale comunità ebraica, che ora viene perseguito per le sue scelte in mezzo alla disordinata realtà dell’occupazione.

Illia Karamalikov, proprietario di un nightclub e membro del consiglio comunale di Kherson, era vicino a Wolff e spesso permetteva al Chabad di utilizzare lo spazio del suo nightclub per eventi, ha dichiarato il rabbino al New York Times.

Nei primi giorni dell’occupazione, a Kherson l’amministrazione civile ucraina fuggì davanti alle forze russe e, dopo aver conquistato la città senza incontrare molta resistenza, la Russia si assunse poche responsabilità per la sua amministrazione, inviando invece i soldati verso altri obiettivi, come le regioni vicine di Odessa, Mykolaiv, Kryvyi Rih, Kiev.

Sono stati gli abitanti del luogo a riportare una parvenza di ordine. Karamalikov ha aiutato a organizzare una pattuglia comunitaria di 1.200 persone per far rispettare il coprifuoco e controllare i saccheggiatori.

Secondo il New York Times, fu proprio in questo ruolo che si trovò faccia a faccia con un pilota russo smarrito e confuso, che i suoi uomini avevano preso in custodia. Karamalikov tenne il prigioniero in un ripostiglio di casa sua per una notte, prima di prendere la decisione di restituirlo incolume alle forze russe.

Questo gli è valso un’accusa di 12 pagine da parte dell’Ucraina, in quanto si è scontrato con le nuove leggi promulgate allo scoppio della guerra che stabiliscono che “la cooperazione con lo Stato aggressore, le sue formazioni armate o la sua amministrazione di occupazione” sono punibili come atti di collaborazione secondo il codice penale ucraino.

Molti di coloro che hanno parlato con il New York Times hanno affermato che le leggi non tengono conto della realtà della vita sotto occupazione. “Tutte queste persone che sono scappate sono quelle che adesso ci stanno giudicando”, ha detto Wolff al giornale. “Sono tempi crudeli”.

Secondo l’accusa, Karamalikov, restituendo il soldato, avrebbe “organizzato l’ulteriore partecipazione di un militare russo all’aggressione contro l’Ucraina”.

Ma molti a Kherson non sono sicuri che avesse un’altra opzione. L’organizzazione di vigilanza della comunità di Karamalikov era una forza volontaria e non militare il cui potere limitato consisteva nel costringere i saccheggiatori a svolgere un servizio per la comunità. Se avessero fatto del male al soldato li avrebbero resi combattenti contro la Russia.

“Ci siamo chiesti in seguito: Avremmo dovuto uccidere il soldato e mantenere il segreto?”, ha dichiarato al New York Times uno dei collaboratori di Karamalikov, Andriy Skvortsov. “Ma ho deciso di no, non sarebbe stato un bene”.

“Con una vita nelle sue mani, non riesco a immaginare che Illia possa mai uccidere qualcuno”, ha detto Wolff al giornale. “Quello che ha fatto è stata la decisione più umana che potesse prendere”.

Fonte

15/10/2017

Si chiama Battisti non Eichmann

Quando le ceneri di Adolf Eichmann furono disperse in mare, da una motovedetta della marina israeliana, il secchio che le conteneva fu accuratamente lavato in modo che nessun frammento di quella cenere, appartenente al corpo cremato dell’aguzzino nazista, potesse tornare a terra. E’ un fatto noto quanto significativo: i colpevoli di genocidio, come Eichmann, non dovevano, in alcun modo, trovare il conforto simbolico della sepoltura.

Lunga e articolata è la storia delle pene di questo tipo quanto stabile è la forza del concetto che le legittima: ci sono omicidi talmente efferati che non possono trovare sepoltura.

Il punto è che oggi, a oltre mezzo secolo dalla vicenda Eichmann, si tende a confondere il rito di elaborazione di questo genere di efferatezze, che rappresentano un’offesa irreparabile ad un popolo fatta con delitti tali da minacciarne la dignità e la stessa esistenza, con l’offesa al sovrano. Insomma si tende a confondere chi ha minacciato l’esistenza di un popolo con chi ha minacciato l’esistenza del sovrano, tendendo a legittimare, per entrambi, la stessa procedura: nessuna estinzione della persecuzione e della pena, anticipo della necessaria, per il ripristino dell’ordine sociale, impossibile sepoltura. Eichmann e Battisti tendono quindi, nell’immaginario come nei riti di persecuzione, a somigliarsi. Tanto più quando il sovrano, come nel caso di Battisti, è una repubblica che si vuole democratica, rispettosa dei diritti e del dissenso tanto più chi ne è uscito dall’ordine non può che essere ricercato, e condannato, a vita. Perché riconoscere un qualche diritto, una qualche amnistia a Battisti significa riconoscere che lo stato democratico tanto democratico, a suo tempo, non è stato. Per cui, nonostante le sue ceneri in futuro non saranno certo sparse in mare dalla guardia di finanza, Cesare Battisti deve essere perseguitato a vita come Eichmann. Non c’è amnistia, indulto o prescrizione per chi ha messo in discussione la legittimità stessa della repubblica. E tanto più questa severità viene sparsa a piene mani tanto più si prova a legittimare una repubblica la cui vita quotidiana che, altro che seria severità, potrebbe essere rappresentata in un libretto d’operetta.

E quindi utile ribadire che Cesare Battisti non è Eichmann. Non solo perché non ha materialmente e convintamente  partecipato a uno sterminio di massa. La sua partecipazione a gruppi armati, seppur provocando vittime e orrori, non è affatto riconducibile ad una attività che preludeva e preparava uno sterminio di massa. E per parlare di amnistia, o di indulto, non bisogna solo citare, anche se per il suo caso singolo sarebbe sufficiente, il rapporto di Amnesty International sulla tortura istituzionalizzata in Italia nei confronti degli oppositori politici di inizio anni ‘80. Abbiamo avuto il nostro Erdogan, insomma. Una questione rimossa che il caso Battisti aiuta a far riemergere: l’asilo che, in tempi diversi, lo scrittore de “L’ultimo sparo” ha ottenuto in Francia e in Brasile è stato legittimato anche come elemento di riparazione, usando il diritto internazionale e la difformità delle legislazioni dei singoli stati, dagli effetti collaterali di quella guerra a bassa intensità che un altro stato democratico, l’Italia, ha operato nei confronti dei propri cittadini a partire dalla strage di piazza Fontana. Sembra quasi curioso, a quasi 50 anni di distanza dalla strage della Banca dell’Agricoltura di Milano, ma ancora oggi la politica, e con lei la storiografia ufficiale negano un rapporto di causa ed effetto tra piazza Fontana e il successivo scatenamento della lotta armata di sinistra in Italia. Perché, ancora oggi si nega che lo stato democratico abbia potuto cominciare una guerra a bassa intensità che, successivamente, ha trovato risposta. Ci si ferma alla condanna dell’efferatezza della risposta negando la realtà di una guerra civile a bassa intensità, nel cui scatenamento lo stato “democratico” era parte attiva, presente nella vita politica di quegli anni. E così vere e proprie schegge di un tempo lontano - per citare alcuni casi noti come Sofri, Persichetti e Battisti - hanno continuato a produrre giuridicamente effetti in anni ben diversi dall’antico contesto di riferimento. Bastava un’amnistia a contesto storico concluso, magari a fine guerra fredda, e avrebbe fatto bene allo stesso stato italiano, e certe aberrazioni (politiche e giuridiche, per non parlare del lato umano) non si sarebbero riprodotte.

La persecuzione di Battisti, dal punto di vista della pura comparazione temporale, ha lo stesso senso che avrebbe avuto la persecuzione di un pensionato fascista, attivista di qualche banda clandestina post 25 aprile, nei primi anni ‘90. C’è una fine di contesto di riferimento così chiara, così conclamata, che la pena non ha più senso. Solo che il caso del fascista non è mai avvenuto, vista l’amnistia di Togliatti del ‘47, la persecuzione del secondo è mediatizzata come la riparazione di un torto irredimibile allo stato democratico.

Va qui anche considerato il rigor mortis delle culture di sinistra per cui la resa a quella sorta di partita doppia che la cultura liberale applica nei confronti di destra e sinistra (per la quale I danni fatti alla “democrazia” da fascisti e comunisti sono simmetrici) è stata ormai naturalizzata. Ma, proprio culturalmente parlando, l’insurrezione di destra e quella di sinistra non sono affatto simmetriche. La prima emerge per tendere a stabilire un ordine, una gerarchia, la seconda si scatena nel tentativo di liberarsi da una tirannia. E il comportamento di Battisti, senza giudicare il dettaglio di quanto accaduto, viene da quest’ultimo filone. Uccidere un gioielliere, rendendo il figlio infermo a vita, come accaduto ai Pac di Battisti, è liberarsi da un tiranno? No. Ma quello che è accaduto appartiene al filone dei comportamenti di chi ha cominciato la propria lotta contro ciò che era concepito il tiranno di allora. Non è quindi un caso che “dopo” Battisti sia diventato uno scrittore, presso Gallimard (una delle più prestigiose case editrici del mondo cosa omessa dai soliti Mentana), dimostrando una traiettoria esistenziale inassimilabile con gli Eichmann. Basta leggere le sue produzioni letterarie. Ma tutto ciò all’Italia di questi anni, dove l’imprigionamento è vissuto con piacere catartico e invocato con emozione, non interessa. Interessa solo la persecuzione infinita, il resto, compresi i danni che questo comporta al nostro vivere civile, non è neanche sullo sfondo. Non esiste. L’amnistia? Una cosa da “casta” quasi come il caso Battisti sia assimilabile a un condono fiscale.

Intendiamoci, non c’è da aspettarsi molto da un paese dove un grande storico delle eresie cristiane, che conosce bene le ragioni di chi è finito sul rogo, si è trovato a invocare pochi anni fa, sulle pagine di una grande quotidiano nazionale, la giustezza dell’estradizione di Battisti. Se il popolo gode un po’ nell’invocare la forca, gli intellettuali trovano l’enorme coraggio di pensarla pubblicamente come il sovrano. E’ un modo con il quale un paese, dopo aver perso la memoria del proprio passato, smarrisce il senso di quello che sta facendo.

In quel capolavoro che è Autunno in Germania, film dedicato ad una vicenda che ha ormai 40 anni tondi (l’uccisione dei leader della Baader Meinhof a Stammheim da parte dello stato federale tedesco allora a guida socialdemocratica) c’è una scena di censura televisiva. E quella, da parte della televisione tedesca, della messa in scena dell’Antigone I Sofocle, giudicato, nel film, troppo aderente al problema dell’epoca, quello della sepoltura dei morti odiati dal sovrano. Perché, si sa, dopo la loro morte, per i componenti delle Baader, si pose il problema del luogo della loro sepoltura. Nella televisione italiana di oggi, dinosauro mediale il cui ruolo è sgretolato dalle evoluzioni tecnologiche, non c’è certo il problema di censurare Sofocle. Tra format di ogni tipo, e la strapaesana presenza di Magalli, sia la letteratura antica che la realtà semplicemente sono state abolite. A specchio, stavolta, di una opinione pubblica che invoca la detenzione di Battisti per il piacere di invocare la prigione senza conoscere minimamente fatti, contesti, storia.

Eppure Battisti non è Eichmann. Ma mentre quest’ultimo è stato oggetto di un giudizio espresso con la drammaticità del senso della storia, il primo deve produrre quella notiziabilità da orrore che lo rende ottimo per il prime time televisivo che genera pubblicità o per alimentare l’infinita coda di odio di cui si nutrono i social.

Redazione, 14 ottobre 2017

consigliato: gli archivi di Carmilla sul caso Battisti

20/09/2016

Tiziana Cantone, lapidata: non da “internet” ma da persone di merda

Su Tiziana Cantone, un commento di Patrizia.

*****

Sto leggendo i commenti sulla vicenda e non perderò tempo a indignarmi per quelli scritti da persone perfide e vigliacche che continuano a sputare merda su di lei. Mi soffermo ad analizzare il modo in cui i media stanno commentando l’accaduto. I titoli parlano di video hot, lei viene descritta come “colpevole” e come “vittima”, giusto per ricordarci che se fosse ancora in vita nessuno mai avrebbe ammesso lo scempio compiuto su di lei. Poi si attribuisce la responsabilità ai social, a internet, e non si capisce il fatto che se io perseguito e bullizzo una ragazza al telefono, per esempio, non è il telefono, non è il mezzo di comunicazione ad aver perseguitato e bullizzato, ma sono io.

C’entra l’analfabetismo funzionale, l’incapacità di gestire le comunicazioni con rispetto per la privacy di chiunque ed evitando di usare il web come un tempo si gestivano le chiacchiere, col passaparola, per rovinare la reputazione di qualcuno. Questa incapacità a mio avviso riguarda anche quelli che ora vorrebbero mettere alla forca i bulli che hanno massacrato Tiziana. Perché è il metodo di comunicazione che va cambiato, innanzitutto. Non si mette fine ad una gogna con un’altra gogna.

Ci sono, in ogni caso, troppe persone che hanno la responsabilità di quello che è successo e bisogna dirlo senza cercare alibi. Parlo del quindicenne idiota ma anche del 40enne sessista, dell’adolescente confusa o della donna incattivita. Non si tratta solo di una faccenda al maschile ma ho letto tanti commenti di donne che parlavano, con estrema convinzione, del fatto che Tiziana avesse pagato per quello che qualcuno dice sia stato “adulterio”. Pensavo fossimo in Italia e non in quei paesi in cui le donne vengono lapidate perché hanno osato fare sesso con un altro. Ma tra le tante bugie, le frasi cattive, le descrizioni fantasiose, di chi cerca ancora scuse per continuare a mortificare Tiziana anche dopo la sua morte, c’è una sola verità: in Italia una donna non è libera di fare sesso e se qualcuno, malauguratamente, ti espone e ti mette alla gogna sei ancora tu che paghi le conseguenze di una scelta fatta da uomini e donne.

Il divario di genere comincia dove si stabilisce una demarcazione tra il giudizio destinato a una donna, perché donna, e quello destinato a un uomo, perché uomo. L’uomo gode di prestigio, nel caso in cui si mostra un video in cui qualcuno gli pratica una fellatio. La donna, invece, continua ad essere giudicata sporca, perversa, troia. Lapidare una donna, virtualmente o per le strade, ovunque essa sia conosciuta, come è successo a Tiziana – perché protagonista di video che non avrebbe dovuto essere mai diffuso, perché è violazione della privacy, è grave diffamazione – linciarla per questo è violenza di genere. Dalle donne cosa ci si aspetta dunque? Castità, purezza, e non parlo solo di uomini o donne sessiste, ma anche di alcune femministe che, ricordo, in quel periodo commentarono la vicenda dicendo che lei fosse esibizionista e che non faceva bene alle donne il fatto che lei si fosse comportata così. Alla domanda “così come?” rispondevano con un balbettio in cui mischiavano pensieri contro la mercificazione delle donne, tirate d’orecchie moraliste per le giovani donne, esortazione a mantenere decoro, decenza, qualcuno la incolpo’ perfino di aver dato un cattivo esempio.

Era lei quella da mortificare e sono state poche quelle che l’hanno difesa, io tra quelle, e che per tutta risposta sono state mandate a quel paese anche da amici e parenti. In una nazione in cui persiste lo stigma della puttana contro ragazze che indossano anche solo degli shorts il vero problema non è internet ma la mentalità bigotta, moralista, misogina che condiziona le nostre vite. Io, da donna, rivendico allora il fatto di aver praticato fellatio, di aver fatto sesso con uomini che non conoscevo, non ho video a testimoniarlo ma vi assicuro che c’ero e non mi vergognerò mai per questo. Ho anche fatto sesso con più uomini, nello stesso periodo, uno alla volta, perché considero la monogamia una stronzata. Non impongo a nessuno di pensarla così ma nessuno può e deve impormi un altro stile di vita. Non esiste quindi la perdita di valori, il degrado, la sessualità vissuta senza fini riproduttivi, e il paradosso è che a dire queste cose sono poi le stesse persone che condannano i musulmani per il burkini.

Quello che esiste è la gretta mentalità di persone che usano il sessismo, lo slut shaming, come mezzo di oppressione per le donne, per farci stare al nostro posto, per ricordarci che i nostri corpi, e la nostra sessualità, appartengono a contesti in cui patriarchi e matriarche ci sorvegliano, ci controllano. Fintanto che noi tutte non rivendichiamo con forza il fatto di essere persone che amano il sesso e che ne hanno diritto tanto quanto gli uomini, senza per questo dover subire il bullismo e la persecuzione da parte di nessuno, credo che ci ritroveremo ancora a sentir parlare di brutti commenti dedicati alle donne che sono un po’ fuori dagli schemi. Capiterà di vedere lapidate modelle per un abito scollato, ragazzine in shorts, adolescenti dalla sessualità vivace, donne che vivono il sesso senza pudore, donne che usano il corpo per lavorare, pubblicizzare un prodotto, o se stesse, includendo le sex workers o le pornostar.

Infine l’ultima considerazione a proposito di commenti in cui si dice che se lei si è suicidata è perché sarebbe stata troppo debole. La debolezza vista come attenuante alla cattiveria altrui è un po’ come attribuire uno stupro a una donna spaventata che non ha saputo difendersi o che, dopo aver tentato di difendersi come poteva, ha ceduto e ha smesso di combattere. Alla donna stuprata viene imputata la “colpa” per l’abbigliamento, gli atteggiamenti, la forza o la mancanza della stessa. Alla donna lapidata viene attribuita la “colpa” di non aver resistito a lungo, fino a che il branco non fosse stato sazio dopo essersi nutrito del sangue, della paura, della resa, della sua vittima. Un po’ come quando un torturatore sadico che ama esercitare potere su una persona lamenta il fatto che essa sia morta troppo presto, prima che egli avesse finito con i suoi giochi.

La verità è che chiunque faccia commenti o pensieri ambigui contro Tiziana ha un’anima piccola, un’empatia inesistente, un maschilismo enorme e un analfabetismo emotivo e funzionale ancora più grande. E, la gente così, mi fa venire la nausea.

Ecco, spero di non essere stata troppo viscerale, perché vi assicuro che la prima cosa che avrei voluto scrivere è una serie di bestemmie. Ma penso che non servano, se non a sfogare la mia rabbia. Per rendere anche il web un posto migliore per altre ragazze, altre donne come Tiziana, serve ragionare insieme sul da farsi. Un piano di lotta culturale. Ne inventiamo uno?

ps: proprio ora leggo di una ragazza filmata dalle “amiche” mentre veniva stuprata. belle amiche, eh?

Fonte

27/01/2015

La giornata della memoria? "Non è stata istituita solo per gli ebrei"

«Il 27 gennaio sta diventando il giorno della falsa coscienza della retorica. Il limite principale, e il grande equivoco è di non aver capito, prima di tutto, che questa giornata non è stata istituita solo per gli ebrei. Il Giorno della Memoria doveva essere importante per una riflessione comune sull'Europa, sulle ragioni dello sterminio. Per rispondere alla domanda se tutto questo si è determinato per un incidente di percorso o se la degenerazione fosse iscritta nei geni dell'Europa. Parliamo della Germania ma magari ci dimentichiamo dei genocidi commessi dai fascisti italiani in Africa o della pulizia etnica nei paesi dell'ex Jugoslavia. La memoria ebraica non serve agli ebrei che lo sanno già ma dovrebbe essere un paradigma, un immenso edificio della memoria che possa servire anche agli altri».

[...] «Per questo, ripeto, la giornata deve diventare "delle Memorie" per rilanciare, attraverso l'edificio della memoria un'azione comune per portare pace, uguaglianza sociale e applicazione vera dei diritti. Una condizione universale dell'esistere dove ogni persona sia libera di circolare nel mondo senza restrizioni di diritti e di dignità»."

Moni Ovadia

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