Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/05/2022
28/05/2020
Omicidio Tobagi: fare il punto sulla verità storica
La mattina del 28 maggio 1980 il cronista del Corriere della Sera e presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti, Walter Tobagi, un uomo cattolico e di area socialista a cui nel gennaio 1979 – dopo il recupero di una valigetta attribuita ai Reparti Comunisti d’attacco – venne proposta una scorta che lui non volle, fu vittima di un attentato mortale nella città di Milano, e precisamente in via Solari.
La responsabilità dell’omicidio venne assunta da un gruppetto che, con esplicito richiamo alla data del 1980 in cui a Genova erano stati uccisi quattro brigatisti rossi, si autodefinì Brigata 28 marzo.
In questa circostanza le indagini della Procura e dei carabinieri si focalizzarono subito, in alcuni giorni, sull’area delle ex Formazioni Comuniste Combattenti, organizzazione in cui aveva militato Corrado Alunni, e su Marco Barbone, il fondatore della Brigata 28 marzo. Durarono alcuni mesi, ma soltanto allo scopo di ottenere il maggior numero possibile di prove d’accusa e informazioni.
Secondo Armando Spataro, il Pubblico Ministero del processo ai responsabili dell’omicidio Tobagi, il merito nell’individuazione della “pista giusta” sarebbe stato dell’allora capitano dei carabinieri Alessandro Ruffino.
Costui, sempre a parere di tale magistrato, avrebbe scoperto “che la particolare grafia con cui erano stati scritti gli indirizzi sulle buste spedite per la rivendicazione degli attentati a firma Guerriglia Rossa era identica (non vi fu neppure bisogno di una perizia) a quella di un documento che era stato trovato anch’esso, nel settembre 1978, nel covo di Alunni di via Negroli (…) . Fu possibile anche attribuire quella calligrafia a Marco Barbone: un campione era stato acquisito dai carabinieri nel corso delle indagini in precedenza svolte sulla sua fidanzata Caterina Rosenzweig con la quale lui viveva.” (pag. 83 di Ne valeva la pena, A. Spataro, editori Laterza, 2010)
A dire il vero, individuare l’autore di una grafia fra centinaia di possibili responsabili, e addirittura senza nemmeno una perizia, non è possibile se non ci sono delle precedenti e più precise informazioni che in qualche modo indirizzino su lui. Specie con le tecnologie d’allora…
In realtà, il capo della Brigata 28 marzo era talmente controllato dagli uomini del generale Dalla Chiesa che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a Panorama il 22 settembre 1980, giunse ad esaltare la propria tecnica di “massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell’avversario, infiltrazione”.
Negli stessi giorni, creando con ciò sconcerto nella Procura di Milano, L’Espresso pubblicò un articolo dal quale si capiva che le indagini per l’omicidio di Tobagi erano concentrate sull’area delle ex Formazioni Comuniste Combattenti.
Marco Barbone, figlio ventiduenne di un alto dirigente della casa editrice Rizzoli, costituiva il principale indagato e, per evitarne la possibile fuga, fu arrestato il 25 settembre 1980 con imputazioni che poi saranno relative ad altri reati: rapina e partecipazione a banda armata precedente e diversa rispetto alla Brigata 28 marzo.
In seguito, nella prima metà di ottobre del 1980, quel giovane confermò di essere l’omicida di Tobagi e diede inizio a un “pentimento” che ebbe l’effetto di portare in carcere prima gli altri militanti della Brigata 28 marzo e poi, nell’arco grosso modo di un anno, oltre un centinaio di persone legate ad una vasta area del sovversivismo milanese e lombardo.
A questi fatti, già di per sé molto significativi, se ne aggiunsero altri di particolare rilievo.
Caterina Rosenzweig, la fidanzata e convivente di Marco Barbone, non comparve mai al maxi processo Rosso-Tobagi. Lei non fu imputata rispetto ai reati compiuti dalla Brigata 28 marzo perché, dalle parole dei “pentiti”, non risultava che avesse fatto parte di tale organizzazione. Fu imputata a piede libero per un “esproprio proletario”, rivendicato da un altro e precedente gruppo, e poi assolta per insufficienza di prove.
Era una ragazza dell’alta borghesia che, alcuni anni prima della nascita della Brigata 28 marzo, aveva conosciuto direttamente, per motivi di lavoro, il giornalista de La Repubblica ed ex militante di Lotta Continua Guido Passalacqua e, per motivi di studio universitario, lo stesso Walter Tobagi. Il quale, oltre ad essere giornalista, era anche professore di storia moderna alla Statale di Milano. Il primo fu ferito alla gambe il 7 maggio del 1980 dalla Brigata 28 marzo e il secondo, come abbiamo detto, ucciso ventuno giorni dopo.
La sentenza di primo grado del processo Rosso-Tobagi
Il 28 novembre 1983, quando si concluse il primo grado del processo Rosso-Tobagi, il giudice Cusumano concesse a sei “pentiti” (fra cui Marco Barbone, Paolo Morandini e Rocco Ricciardi) «il beneficio della libertà provvisoria ordinandone l’immediata scarcerazione».
Nell’aula bunker di piazza Filangeri, dove mancava la scritta La legge è uguale per tutti (vedasi pag. 360 del secondo volume de “La Mappa Perduta”, casa editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 1995), solo tre ex militanti della Brigata 28 marzo ricevettero lunghe condanne detentive: Manfredi De Stefano, poi morto il 6 aprile 1984 nell’ospedale di Udine dopo una traduzione d’urgenza dal carcere in cui stava scontando la pena, Francesco Giordano, Daniele Laus.
La sentenza, considerata da Armando Spataro una “delle più equilibrate e difficili” (pag. 198 di Ne valeva la pena, A. Spataro, editori Laterza, 2010), suscitò lo sgomento di Ulderico Tobagi, padre di Walter, e una rinnovata serie di polemiche.
Qualche giorno dopo Bettino Craxi, all’epoca Presidente del Consiglio e segretario del Partito Socialista, riportò in modo approfondito una notizia da lui vagamente anticipata nel mese di giugno, in piena campagna elettorale. Si trattava dell’esistenza di un’informativa dei carabinieri di Milano, datata 13 dicembre 1979, secondo la quale un confidente aveva detto a un sottufficiale dei carabinieri che un gruppo sovversivo era operante in via Solari, dove abitava Walter Tobagi, con la probabile intenzione di sequestrare o uccidere il giornalista del Corriere della Sera.
Stando alle dichiarazioni in parlamento del 19 dicembre 1983 da parte dell’allora ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, quell’informativa esisteva effettivamente ma il Comando Generale dei carabinieri l’avrebbe considerata alla stregua di una insignificante illazione e comunque sbagliò a non comunicarla alla magistratura.
Fedele alla “linea della fermezza” il Pci continuò invece ad appoggiare la versione ufficiale fornita dalla Procura di Milano. Convinto che l’omicidio Tobagi fosse frutto di un “contesto inquinato”, come aveva suggerito il direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella (poi rivelatosi uomo della P2), il Psi continuò invece a pensare che per l’omicidio di Tobagi ci fossero dei mandanti esterni alla Brigata 28 marzo, addirittura fra i giornalisti dell’area del Pci, e che il Procuratore Spataro avesse contrattato col “pentito” Barbone allo scopo di nascondere quei presunti mandanti.
In seguito emersero fatti nuovi che precisarono meglio i contorni della vicenda. La polemica anti-Pci aveva fuorviato i craxiani, ma l’intuizione che dietro la morte di Tobagi vi fossero molti aspetti da chiarire da parte delle Istituzioni non era sbagliata.
Avvenne pure, come abbiamo già accennato, la morte dell’imputato Manfredi De Stefano.
La morte di Manfredi De Stefano
Manfredi morì il 6 aprile 1984 nell’ospedale di Udine, dopo una traduzione d’urgenza dal carcere in cui stava scontando la pena. Lui era in attesa del processo di Appello, ma cessò di vivere ben prima del suo inizio; si sentì male per motivi naturali nella cella in cui era alloggiato e, secondo la perizia ufficiale, morì per un aneurisma.
A confermare ciò c’erano cinque compagni della medesima cella e alcune persone della polizia penitenziaria.
Molti anni dopo, nel 2009, ci fu un’esternazione di Giorgio Caimmi, a suo tempo giudice istruttore nel processo Rosso-Tobagi, secondo cui Manfredi De Stefano si sarebbe suicidato (dichiarazione riportata in maniera scandalizzata da Benedetta Tobagi nel numero speciale n. 4, luglio-agosto 2009 di Ristretti Orizzonti e a pag. 281-282 del suo libro intitolato “Come mi batte forte il tuo cuore”, Einaudi, 2009), ma finora è rimasta priva di fondamento.
Passiamo perciò a vedere cosa successe alla ripresa del processo “Rosso-Tobagi”.
L’infiltrato Rocco Ricciardi e il “pentito” Marco Barbone
Nel processo di Appello “Rosso-Tobagi”, e siamo nel 1985, emerse pubblicamente che il “confidente” dei carabinieri era, per propria ammissione, il “pentito” Rocco Ricciardi, un imputato che prima di finire in carcere – fatto avvenuto nel novembre 1981, cioè dopo circa un anno dal “pentimento” di Barbone – aveva abitato nel varesotto.
Da quel momento si capì che il ruolo di questo personaggio, divenuto “confidente” dei carabinieri dopo una perquisizione ordinata nel marzo 1979 da Armando Spataro e ufficialmente all’insaputa di quest’ultimo (vedasi pag. 92 del citato Ne valeva la pena), era stato messo in secondo piano dalle chiacchiere sulla presunta spontaneità del “pentimento” di Barbone e sull’eventuale esistenza di mandanti del Pci nell’omicidio di Walter Tobagi. In realtà si trattava di un ex sovversivo e di un vero e proprio infiltrato dei carabinieri.
Il 27 maggio 1979 Rocco Ricciardi aveva un appuntamento con diversi esponenti delle Formazioni Comuniste Combattenti presso il Bar Umberto I, in piazza Matteotti, a Como. Non ci andò e fece arrestate sette persone.
Il 13 dicembre del 1979 invece lui mise al corrente un sottufficiale dei carabinieri di un colloquio avuto con Pierangelo Franzetti. Costui, allora esponente dei Reparti comunisti d’attacco (Rca), un gruppo formato nella seconda metà del 1978 da alcuni militanti usciti dalle Formazioni Comuniste Combattenti, gli avrebbe fatto cenno di un progetto d’azione armata a Milano, operativo nella zona di via Solari e ideato dai Rca.
A tale riguardo, Ricciardi fornì l’ipotesi secondo cui quel progetto avrebbe potuto essere contro Tobagi e, per meglio motivare la propria congettura, raccontò che a gennaio o a febbraio del 1978 lui stesso, Marco Barbone e Caterina Rosenzweig avevano tentato di sequestrare il cronista del Corriere della Sera. Tale azione avrebbe dovuto essere rivendicata con la sigla delle Formazioni Comuniste Combattenti, organizzazione al cui vertice c’era anche Barbone, ma fallì a causa dell’imprevista presenza di una volante della polizia.
Nel processo di Appello “Rosso-Tobagi” e nei giornali, grazie ad una serie di altri dati e riscontri, emerse anche una sottovalutata ricostruzione di alcune vicende successive al tentato sequestro di Tobagi.
Barbone fu espulso dalle Formazioni Comuniste Combattenti. Caterina Rosenzweig era stata arrestata per partecipazione a un attentato compiuto nel marzo del 1978, nel varesotto, contro la Bassani Ticino, ma lui non volle diventare clandestino a tutti gli effetti. Ebbe invece una corrispondenza postale con la fidanzata fino a maggio, allorché lei fu scarcerata e sottoposta per alcuni mesi a libertà vigilata.
Si sentiva molto sicuro del fatto suo ed ebbe modo di darne prova anche dopo il 13 settembre 1978, giorno in cui le forze dell’ordine irruppero in un appartamento di via Negroli, misero in manette il dirigente delle Formazioni Comuniste Combattenti Corrado Alunni e, fra le altre cose, rinvennero il volantino di rivendicazione dell’azione compiuta a marzo da Caterina Rosenzweig.
Pur essendo già schedato e facilmente controllabile dalle forze dell’ordine, Barbone continuò ad agire come se nulla fosse accaduto. Dapprima svolse un’attività il cui scopo era quello di formare un gruppo con idee simili alle sue; poi divenne capo di una micro-organizzazione che mise in atto e rivendicò alcuni sabotaggi ad automezzi adibiti alla distribuzione di quotidiani e contro un’agenzia pubblicitaria: quella Guerriglia Rossa in cui, dalla primavera del 1979 al 28 marzo del 1980, militarono diversi fra coloro che, assieme ad altri provenienti da esperienze diverse, andranno poi a formare la Brigata 28 marzo (vedasi pag. 240 del primo volume de “La Mappa Perduta”, casa editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 1994).
Una sostanziale linea di continuità si ebbe dunque, soprattutto per mezzo delle attività di Marco Barbone, fra il tentativo di sequestro di Tobagi del 1978, il gruppo Guerriglia Rossa e la Brigata 28 marzo.
All’Appello del processo Rosso-Tobagi Rocco Ricciardi disse poi la banale verità secondo cui nel dicembre 1979 non aveva ancora mai sentito parlare della Brigata 28 marzo, sigla nata nel 1980 dopo la strage avvenuta nella genovese via Fracchia.
Inoltre affermò che dopo la morte di Tobagi i carabinieri gli chiesero se ne sapesse qualcosa e lui avrebbe fatto queste dichiarazioni:
“Non avevo alcun elemento. Più tardi, un militante dei Reparti comunisti d’attacco, Luciano Marchettini, mi raccontò che un certo Manfredi Di Stefano aveva cercato un collegamento con la loro struttura, presentandosi come uno della “28 marzo”. Lo riferii. La notizia non fu presa sul serio. Fecero qualche accertamento. Mi mostrarono anche una fotografia e riconobbi Di Stefano che avevo conosciuto anni prima“. (La Repubblica, 14 giugno 1985)
Quasi un decennio dopo l’ex carabiniere Dario Covolo, una vecchia conoscenza di Rocco Ricciardi, ha ribadito l’ipotesi, diffusa da Craxi e dal Psi a partire dal 1983, secondo cui le autorità competenti non avrebbero fatto nulla per impedire l’omicidio di Tobagi.
Il lavoro giornalistico di Renzo Magosso sull’omicidio di Tobagi
Nell’ambito di un’intervista pubblicata sul settimanale Gente il 17 giugno 2004 e rilasciata a Renzo Magosso, Dario Covolo ha detto che nel dicembre 1979 aveva trasmesso ai propri superiori, gli allora capitani Umberto Bonaventura e Alessandro Ruffino, l’informativa di Rocco Ricciardi sull’esistenza di un gruppo che avrebbe voluto sequestrare o uccidere Walter Tobagi. Un’informativa di cui quest’ultimo – sia detto da noi oggi, per inciso – non seppe nulla.
A quell’intervista ha fatto seguito una querela per diffamazione presentata da Alessandro Ruffino, nel frattempo diventato generale dei carabinieri in pensione, e dalla sorella del generale Umberto Bonaventura, deceduto.
Il 20 settembre 2007 Renzo Magosso e l’ex direttore di Gente, Brindani, sono stati poi condannati a una pena pecuniaria dal tribunale di Monza. Il 22 settembre dello stesso anno, in un procedimento stralciato, ma sempre dal tribunale di Monza, è stato condannato allo stesso tipo di pena anche Dario Covolo.
Secondo le sentenze, confermate in Appello il 3 novembre 2009, la ricostruzione oggetto della querela era stata contestata da altre persone e questo avrebbe dovuto essere ricordato nell’intervista.
Al di là di queste decisioni della magistratura italiana, la ricostruzione dei fatti dovrebbe sempre essere basata su prove concrete e non su altro.
Di certo, la verità giudiziaria non corrisponde alla verità storica e non di rado la stessa verità giudiziaria italiana è contestata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Non a caso, il 16 gennaio 2020 la CEDU ha condannato lo Stato italiano per violazione del diritto alla libertà d’espressione nei confronti del giornalista Renzo Magosso e dell’ex direttore di Gente Brindani. (vedi qui)
Entusiasta di quest’ultima sentenza, Magosso si è poi lasciato andare ad alcune dichiarazioni, riportate dal giornale Il Dubbio del 19 gennaio 2020, fra cui queste:
“A giugno del 1980 venni contattato dal direttore del Corriere, Franco Di Bella, che mi disse: il generale Dalla Chiesa mi ha detto che ad ammazzare Tobagi è stato il figlio del nostro direttore generale Donato Barbone. Così andai a verificare con Umberto Bonaventura, che confermò la circostanza, aggiungendo di essere arrivato a Barbone tramite un manoscritto anonimo su un attentato mai avvenuto ordito dalle Fcc nel quale riconobbe la calligrafia del giovane. Non ci ho creduto, ma lui mi disse che era un’informazione sicura che veniva da Varese. Così gli chiesi di informarmi dell’arresto, cosa che fece. Su L’Occhio scrissi: preso Marco Barbone delle Br, l’informazione viene da Varese. Otto giorni prima che confessasse.”.
Queste ricostruzioni di Magosso sul caso Tobagi non risultano però corrette.
A giugno del 1980 il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (che, secondo gli atti della Commissione Anselmi sulla P2, per motivi mai chiariti, fece richiesta di iscrizione alla Loggia P2 in datata 28 ottobre 1976) potrebbe aver commesso un’imprudenza nel parlare in quel modo al direttore del Corriere della Sera, Franco Di Bella (a quel tempo già membro della Loggia P2), ma non sembra qualcosa di particolarmente strano fra chi apparteneva alla classe dirigente italiana.
La circostanza secondo cui l’allora capitano dei carabinieri Umberto Bonaventura sarebbe arrivato a Marco Barbone tramite delle analisi della calligrafia, a differenza di quanto affermato da Armando Spataro secondo cui quel merito lo avrebbe avuto Alessandro Ruffino, qui sembra realistica solo allorché si precisa che sarebbe basata su “un’informazione sicura che veniva da Varese” e quest’ultima potrebbe riferirsi all’estate del 1980, dopo la morte di Tobagi e prima dell’arresto dei militanti della Brigata 28 marzo, e nello specifico alle cose che, sulla militanza di Manfredi De Stefano nella Brigata 28 marzo, Rocco Ricciardi apprese da Luciano Marchettini.
Senza dubbio, invece, è del tutto falsa la notizia secondo cui Marco Barbone sarebbe stato un militante delle Br.
Vediamo perciò come invece stavano e stanno le cose.
Verso una più precisa verità storica
Sul piano storico, volendo solo parlare di fatti acclarati e non di polemiche trite e ritrite, abbiamo le prove inconfutabili dell’esistenza di un tentato sequestro di Tobagi nel 1978, del fidanzamento fra Marco Barbone e la pregiudicata Caterina Rosenzweig e della loro passata esperienza nelle Formazioni Comuniste Combattenti. Cioè di elementi cognitivi sufficienti alle forze di polizia per controllare meglio Barbone almeno dal 13 dicembre 1979 e soprattutto in seguito al ferimento compiuto il 7 maggio 1980, ai danni del giornalista Passalacqua e rivendicato dalla Brigata 28 marzo.
Di conseguenza, pure al di là di quali siano state eventualmente le singole responsabilità dei carabinieri e dei loro vertici, la domanda fondamentale a questo punto è: che uso si fece di tutte quelle ampie informazioni su Marco Barbone e dell’infiltrato Rocco Ricciardi?
Una risposta precisa e logica è venuta da alcuni giornalisti addetti a seguire le udienze del processo Rosso-Tobagi. In particolare da Guido Vegani che nel 1985 così scriveva: “Se si sta alla verità di Ricciardi, è legittimo pensare che i carabinieri abbiano, sbagliando, evitato di analizzare quell’abortito sequestro. Se lo avessero fatto, avrebbero automaticamente puntato gli occhi su Marco Barbone che era stato partecipe, e non come comparsa, di quel progetto e che, insieme a Mario Marano, avrebbe, nel maggio del 1980, sparato su Tobagi.
Ma la realtà più logica potrebbe essere un’ altra. L’errore dei carabinieri (lo è, anche se ci si pone nell’ottica di quegli anni di piombo, in cui mille erano i possibili “obbiettivi” del terrorismo e tante le “soffiate” basate su deduzioni) può essere stato dettato anche dalla volontà di non bruciare quel confidente su piste considerate minori, mentre lo si stava usando per tentare di accerchiare la “Brigata Walter Alasia”, la punta milanese delle Br.” (Milano, depone al processo d’appello Rocco Ricciardi, confidente dei carabinieri. “Tobagi? Dovevamo rapirlo“, La Repubblica, 18 giugno 1985).
Si può quindi leggere con una nuova e più chiara ottica cosa intendesse il generale Dalla Chiesa quando, nella citata intervista a Panorama del 22 settembre 1980, parlava della tecnica di «massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell’avversario, infiltrazione».
La “massima riservatezza” era tale che il tentato sequestro di Tobagi del 1978 rimase sconosciuto persino al diretto interessato e, per diversi anni, almeno a livello ufficiale, alla stessa magistratura. L’infiltrazione era quella di Rocco Ricciardi.
La “conoscenza anche culturale dell’avversario” significava invece che da tempo i carabinieri avevano molte informazioni a proposito di Barbone. D’altra parte fecero degli errori proprio di carattere culturale. Essendo concentrati nel portare l’attacco alle Brigate Rosse, sottovalutarono il rischio che Barbone potesse realizzare un’azione omicida.
Il cono d’ombra che ancora oggi opacizza la verità sulla morte di Walter Tobagi e sulle dinamiche del processo “Rosso-Tobagi” trova quindi la propria origine fondamentale nella strategia antiguerriglia condotta dai carabinieri, avente come obiettivo principale l’accerchiamento e la distruzione delle Brigate Rosse, e nella connessa “legislazione dell’emergenza”, entrambe avallate e sostenute soprattutto dalla Dc e dal Pci.
Se poi qualcuno pensò di controllare e usare personaggi come Marco Barbone allo scopo di giungere alla colonna milanese delle Br, fece male i conti rispetto alla cultura politica dei brigatisti rossi di quel tempo.
Agli occhi delle Br, almeno dal 1976 al 1981, radicali e socialisti, il cosiddetto “partito della trattativa”, apparivano come le forze istituzionali in grado di proporre dignitose soluzioni politiche, ad esempio nel 1978 durante il sequestro Moro e, tra la fine del 1980 e l’inizio del 1981, nel corso del sequestro D´Urso.
Nella primavera del 1978 lo stesso Walter Tobagi aveva collaborato strettamente con Giannino Guiso, avvocato a quel tempo di alcuni brigatisti rossi detenuti, e fu una delle poche persone che in Italia fece pubblicare tutte le notizie utili per una soluzione politica rispetto al sequestro di Aldo Moro. Di conseguenza, era del tutto improbabile che le Br potessero aprire spazi o varchi ad esperienze come quelle vissute da Marco Barbone.
Rocco Ricciardi continuò nel frattempo a dare informazioni all’antiguerriglia.
Ad esempio, come ha riferito l’ex carabiniere Covolo in una udienza del 11 luglio 2007 presso il Tribunale di Monza, Rocco Ricciardi “ci fece pedinare il Serafini Roberto con il Pezzoni Walter, che poi purtroppo furono oggetto di conflitto a fuoco.”
Questa affermazione, mai smentita dai carabinieri e dallo stesso Rocco Ricciardi, era senza dubbio vera e come tale bisogna considerarla anche oggi.
Serafini e Pezzoni erano i due brigatisti rossi che, dopo aver incontrato Rocco Ricciardi, furono uccisi dai carabinieri la sera dell’11 dicembre 1980, in via Varesina, a Milano. Ricciardi aveva detto che Serafini, ex militante delle Formazioni Comuniste Combattenti e suo ex amico, era un buon tiratore e per questo motivo non ci fu alcun tentativo di arresto ma una mattanza nella quale, oltre ai due brigatisti, morì pure un cane.
In pratica, la lotta dello Stato contro il sovversivismo e il brigatismo rosso a Milano e in Lombardia, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, fu condotta attraverso infiltrati come Rocco Ricciardi e il controllo di gruppetti come quelli di cui fece parte Marco Barbone dalla primavera del 1979 in poi.
L’antiguerriglia si avvalse anche delle “leggi dell’emergenza” a favore dei “pentiti”, ma se Marco Barbone ebbe un altissimo “potere di contrattazione” fu perché, come ben sapevano i vertici dei carabinieri, il “pentito” avrebbe potuto accusare subito Rocco Ricciardi, ma quest’ultimo doveva ancora dare il proprio contributo per giungere alla colonna milanese delle Br.
Fatto che avvenne nella sanguinosa giornata dell’11 dicembre del 1980.
Fonte
La responsabilità dell’omicidio venne assunta da un gruppetto che, con esplicito richiamo alla data del 1980 in cui a Genova erano stati uccisi quattro brigatisti rossi, si autodefinì Brigata 28 marzo.
In questa circostanza le indagini della Procura e dei carabinieri si focalizzarono subito, in alcuni giorni, sull’area delle ex Formazioni Comuniste Combattenti, organizzazione in cui aveva militato Corrado Alunni, e su Marco Barbone, il fondatore della Brigata 28 marzo. Durarono alcuni mesi, ma soltanto allo scopo di ottenere il maggior numero possibile di prove d’accusa e informazioni.
Secondo Armando Spataro, il Pubblico Ministero del processo ai responsabili dell’omicidio Tobagi, il merito nell’individuazione della “pista giusta” sarebbe stato dell’allora capitano dei carabinieri Alessandro Ruffino.
Costui, sempre a parere di tale magistrato, avrebbe scoperto “che la particolare grafia con cui erano stati scritti gli indirizzi sulle buste spedite per la rivendicazione degli attentati a firma Guerriglia Rossa era identica (non vi fu neppure bisogno di una perizia) a quella di un documento che era stato trovato anch’esso, nel settembre 1978, nel covo di Alunni di via Negroli (…) . Fu possibile anche attribuire quella calligrafia a Marco Barbone: un campione era stato acquisito dai carabinieri nel corso delle indagini in precedenza svolte sulla sua fidanzata Caterina Rosenzweig con la quale lui viveva.” (pag. 83 di Ne valeva la pena, A. Spataro, editori Laterza, 2010)
A dire il vero, individuare l’autore di una grafia fra centinaia di possibili responsabili, e addirittura senza nemmeno una perizia, non è possibile se non ci sono delle precedenti e più precise informazioni che in qualche modo indirizzino su lui. Specie con le tecnologie d’allora…
In realtà, il capo della Brigata 28 marzo era talmente controllato dagli uomini del generale Dalla Chiesa che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a Panorama il 22 settembre 1980, giunse ad esaltare la propria tecnica di “massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell’avversario, infiltrazione”.
Negli stessi giorni, creando con ciò sconcerto nella Procura di Milano, L’Espresso pubblicò un articolo dal quale si capiva che le indagini per l’omicidio di Tobagi erano concentrate sull’area delle ex Formazioni Comuniste Combattenti.
Marco Barbone, figlio ventiduenne di un alto dirigente della casa editrice Rizzoli, costituiva il principale indagato e, per evitarne la possibile fuga, fu arrestato il 25 settembre 1980 con imputazioni che poi saranno relative ad altri reati: rapina e partecipazione a banda armata precedente e diversa rispetto alla Brigata 28 marzo.
In seguito, nella prima metà di ottobre del 1980, quel giovane confermò di essere l’omicida di Tobagi e diede inizio a un “pentimento” che ebbe l’effetto di portare in carcere prima gli altri militanti della Brigata 28 marzo e poi, nell’arco grosso modo di un anno, oltre un centinaio di persone legate ad una vasta area del sovversivismo milanese e lombardo.
A questi fatti, già di per sé molto significativi, se ne aggiunsero altri di particolare rilievo.
Caterina Rosenzweig, la fidanzata e convivente di Marco Barbone, non comparve mai al maxi processo Rosso-Tobagi. Lei non fu imputata rispetto ai reati compiuti dalla Brigata 28 marzo perché, dalle parole dei “pentiti”, non risultava che avesse fatto parte di tale organizzazione. Fu imputata a piede libero per un “esproprio proletario”, rivendicato da un altro e precedente gruppo, e poi assolta per insufficienza di prove.
Era una ragazza dell’alta borghesia che, alcuni anni prima della nascita della Brigata 28 marzo, aveva conosciuto direttamente, per motivi di lavoro, il giornalista de La Repubblica ed ex militante di Lotta Continua Guido Passalacqua e, per motivi di studio universitario, lo stesso Walter Tobagi. Il quale, oltre ad essere giornalista, era anche professore di storia moderna alla Statale di Milano. Il primo fu ferito alla gambe il 7 maggio del 1980 dalla Brigata 28 marzo e il secondo, come abbiamo detto, ucciso ventuno giorni dopo.
La sentenza di primo grado del processo Rosso-Tobagi
Il 28 novembre 1983, quando si concluse il primo grado del processo Rosso-Tobagi, il giudice Cusumano concesse a sei “pentiti” (fra cui Marco Barbone, Paolo Morandini e Rocco Ricciardi) «il beneficio della libertà provvisoria ordinandone l’immediata scarcerazione».
Nell’aula bunker di piazza Filangeri, dove mancava la scritta La legge è uguale per tutti (vedasi pag. 360 del secondo volume de “La Mappa Perduta”, casa editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 1995), solo tre ex militanti della Brigata 28 marzo ricevettero lunghe condanne detentive: Manfredi De Stefano, poi morto il 6 aprile 1984 nell’ospedale di Udine dopo una traduzione d’urgenza dal carcere in cui stava scontando la pena, Francesco Giordano, Daniele Laus.
La sentenza, considerata da Armando Spataro una “delle più equilibrate e difficili” (pag. 198 di Ne valeva la pena, A. Spataro, editori Laterza, 2010), suscitò lo sgomento di Ulderico Tobagi, padre di Walter, e una rinnovata serie di polemiche.
Qualche giorno dopo Bettino Craxi, all’epoca Presidente del Consiglio e segretario del Partito Socialista, riportò in modo approfondito una notizia da lui vagamente anticipata nel mese di giugno, in piena campagna elettorale. Si trattava dell’esistenza di un’informativa dei carabinieri di Milano, datata 13 dicembre 1979, secondo la quale un confidente aveva detto a un sottufficiale dei carabinieri che un gruppo sovversivo era operante in via Solari, dove abitava Walter Tobagi, con la probabile intenzione di sequestrare o uccidere il giornalista del Corriere della Sera.
Stando alle dichiarazioni in parlamento del 19 dicembre 1983 da parte dell’allora ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, quell’informativa esisteva effettivamente ma il Comando Generale dei carabinieri l’avrebbe considerata alla stregua di una insignificante illazione e comunque sbagliò a non comunicarla alla magistratura.
Fedele alla “linea della fermezza” il Pci continuò invece ad appoggiare la versione ufficiale fornita dalla Procura di Milano. Convinto che l’omicidio Tobagi fosse frutto di un “contesto inquinato”, come aveva suggerito il direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella (poi rivelatosi uomo della P2), il Psi continuò invece a pensare che per l’omicidio di Tobagi ci fossero dei mandanti esterni alla Brigata 28 marzo, addirittura fra i giornalisti dell’area del Pci, e che il Procuratore Spataro avesse contrattato col “pentito” Barbone allo scopo di nascondere quei presunti mandanti.
In seguito emersero fatti nuovi che precisarono meglio i contorni della vicenda. La polemica anti-Pci aveva fuorviato i craxiani, ma l’intuizione che dietro la morte di Tobagi vi fossero molti aspetti da chiarire da parte delle Istituzioni non era sbagliata.
Avvenne pure, come abbiamo già accennato, la morte dell’imputato Manfredi De Stefano.
La morte di Manfredi De Stefano
Manfredi morì il 6 aprile 1984 nell’ospedale di Udine, dopo una traduzione d’urgenza dal carcere in cui stava scontando la pena. Lui era in attesa del processo di Appello, ma cessò di vivere ben prima del suo inizio; si sentì male per motivi naturali nella cella in cui era alloggiato e, secondo la perizia ufficiale, morì per un aneurisma.
A confermare ciò c’erano cinque compagni della medesima cella e alcune persone della polizia penitenziaria.
Molti anni dopo, nel 2009, ci fu un’esternazione di Giorgio Caimmi, a suo tempo giudice istruttore nel processo Rosso-Tobagi, secondo cui Manfredi De Stefano si sarebbe suicidato (dichiarazione riportata in maniera scandalizzata da Benedetta Tobagi nel numero speciale n. 4, luglio-agosto 2009 di Ristretti Orizzonti e a pag. 281-282 del suo libro intitolato “Come mi batte forte il tuo cuore”, Einaudi, 2009), ma finora è rimasta priva di fondamento.
Passiamo perciò a vedere cosa successe alla ripresa del processo “Rosso-Tobagi”.
L’infiltrato Rocco Ricciardi e il “pentito” Marco Barbone
Nel processo di Appello “Rosso-Tobagi”, e siamo nel 1985, emerse pubblicamente che il “confidente” dei carabinieri era, per propria ammissione, il “pentito” Rocco Ricciardi, un imputato che prima di finire in carcere – fatto avvenuto nel novembre 1981, cioè dopo circa un anno dal “pentimento” di Barbone – aveva abitato nel varesotto.
Da quel momento si capì che il ruolo di questo personaggio, divenuto “confidente” dei carabinieri dopo una perquisizione ordinata nel marzo 1979 da Armando Spataro e ufficialmente all’insaputa di quest’ultimo (vedasi pag. 92 del citato Ne valeva la pena), era stato messo in secondo piano dalle chiacchiere sulla presunta spontaneità del “pentimento” di Barbone e sull’eventuale esistenza di mandanti del Pci nell’omicidio di Walter Tobagi. In realtà si trattava di un ex sovversivo e di un vero e proprio infiltrato dei carabinieri.
Il 27 maggio 1979 Rocco Ricciardi aveva un appuntamento con diversi esponenti delle Formazioni Comuniste Combattenti presso il Bar Umberto I, in piazza Matteotti, a Como. Non ci andò e fece arrestate sette persone.
Il 13 dicembre del 1979 invece lui mise al corrente un sottufficiale dei carabinieri di un colloquio avuto con Pierangelo Franzetti. Costui, allora esponente dei Reparti comunisti d’attacco (Rca), un gruppo formato nella seconda metà del 1978 da alcuni militanti usciti dalle Formazioni Comuniste Combattenti, gli avrebbe fatto cenno di un progetto d’azione armata a Milano, operativo nella zona di via Solari e ideato dai Rca.
A tale riguardo, Ricciardi fornì l’ipotesi secondo cui quel progetto avrebbe potuto essere contro Tobagi e, per meglio motivare la propria congettura, raccontò che a gennaio o a febbraio del 1978 lui stesso, Marco Barbone e Caterina Rosenzweig avevano tentato di sequestrare il cronista del Corriere della Sera. Tale azione avrebbe dovuto essere rivendicata con la sigla delle Formazioni Comuniste Combattenti, organizzazione al cui vertice c’era anche Barbone, ma fallì a causa dell’imprevista presenza di una volante della polizia.
Nel processo di Appello “Rosso-Tobagi” e nei giornali, grazie ad una serie di altri dati e riscontri, emerse anche una sottovalutata ricostruzione di alcune vicende successive al tentato sequestro di Tobagi.
Barbone fu espulso dalle Formazioni Comuniste Combattenti. Caterina Rosenzweig era stata arrestata per partecipazione a un attentato compiuto nel marzo del 1978, nel varesotto, contro la Bassani Ticino, ma lui non volle diventare clandestino a tutti gli effetti. Ebbe invece una corrispondenza postale con la fidanzata fino a maggio, allorché lei fu scarcerata e sottoposta per alcuni mesi a libertà vigilata.
Si sentiva molto sicuro del fatto suo ed ebbe modo di darne prova anche dopo il 13 settembre 1978, giorno in cui le forze dell’ordine irruppero in un appartamento di via Negroli, misero in manette il dirigente delle Formazioni Comuniste Combattenti Corrado Alunni e, fra le altre cose, rinvennero il volantino di rivendicazione dell’azione compiuta a marzo da Caterina Rosenzweig.
Pur essendo già schedato e facilmente controllabile dalle forze dell’ordine, Barbone continuò ad agire come se nulla fosse accaduto. Dapprima svolse un’attività il cui scopo era quello di formare un gruppo con idee simili alle sue; poi divenne capo di una micro-organizzazione che mise in atto e rivendicò alcuni sabotaggi ad automezzi adibiti alla distribuzione di quotidiani e contro un’agenzia pubblicitaria: quella Guerriglia Rossa in cui, dalla primavera del 1979 al 28 marzo del 1980, militarono diversi fra coloro che, assieme ad altri provenienti da esperienze diverse, andranno poi a formare la Brigata 28 marzo (vedasi pag. 240 del primo volume de “La Mappa Perduta”, casa editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 1994).
Una sostanziale linea di continuità si ebbe dunque, soprattutto per mezzo delle attività di Marco Barbone, fra il tentativo di sequestro di Tobagi del 1978, il gruppo Guerriglia Rossa e la Brigata 28 marzo.
All’Appello del processo Rosso-Tobagi Rocco Ricciardi disse poi la banale verità secondo cui nel dicembre 1979 non aveva ancora mai sentito parlare della Brigata 28 marzo, sigla nata nel 1980 dopo la strage avvenuta nella genovese via Fracchia.
Inoltre affermò che dopo la morte di Tobagi i carabinieri gli chiesero se ne sapesse qualcosa e lui avrebbe fatto queste dichiarazioni:
“Non avevo alcun elemento. Più tardi, un militante dei Reparti comunisti d’attacco, Luciano Marchettini, mi raccontò che un certo Manfredi Di Stefano aveva cercato un collegamento con la loro struttura, presentandosi come uno della “28 marzo”. Lo riferii. La notizia non fu presa sul serio. Fecero qualche accertamento. Mi mostrarono anche una fotografia e riconobbi Di Stefano che avevo conosciuto anni prima“. (La Repubblica, 14 giugno 1985)
Quasi un decennio dopo l’ex carabiniere Dario Covolo, una vecchia conoscenza di Rocco Ricciardi, ha ribadito l’ipotesi, diffusa da Craxi e dal Psi a partire dal 1983, secondo cui le autorità competenti non avrebbero fatto nulla per impedire l’omicidio di Tobagi.
Il lavoro giornalistico di Renzo Magosso sull’omicidio di Tobagi
Nell’ambito di un’intervista pubblicata sul settimanale Gente il 17 giugno 2004 e rilasciata a Renzo Magosso, Dario Covolo ha detto che nel dicembre 1979 aveva trasmesso ai propri superiori, gli allora capitani Umberto Bonaventura e Alessandro Ruffino, l’informativa di Rocco Ricciardi sull’esistenza di un gruppo che avrebbe voluto sequestrare o uccidere Walter Tobagi. Un’informativa di cui quest’ultimo – sia detto da noi oggi, per inciso – non seppe nulla.
A quell’intervista ha fatto seguito una querela per diffamazione presentata da Alessandro Ruffino, nel frattempo diventato generale dei carabinieri in pensione, e dalla sorella del generale Umberto Bonaventura, deceduto.
Il 20 settembre 2007 Renzo Magosso e l’ex direttore di Gente, Brindani, sono stati poi condannati a una pena pecuniaria dal tribunale di Monza. Il 22 settembre dello stesso anno, in un procedimento stralciato, ma sempre dal tribunale di Monza, è stato condannato allo stesso tipo di pena anche Dario Covolo.
Secondo le sentenze, confermate in Appello il 3 novembre 2009, la ricostruzione oggetto della querela era stata contestata da altre persone e questo avrebbe dovuto essere ricordato nell’intervista.
Al di là di queste decisioni della magistratura italiana, la ricostruzione dei fatti dovrebbe sempre essere basata su prove concrete e non su altro.
Di certo, la verità giudiziaria non corrisponde alla verità storica e non di rado la stessa verità giudiziaria italiana è contestata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Non a caso, il 16 gennaio 2020 la CEDU ha condannato lo Stato italiano per violazione del diritto alla libertà d’espressione nei confronti del giornalista Renzo Magosso e dell’ex direttore di Gente Brindani. (vedi qui)
Entusiasta di quest’ultima sentenza, Magosso si è poi lasciato andare ad alcune dichiarazioni, riportate dal giornale Il Dubbio del 19 gennaio 2020, fra cui queste:
“A giugno del 1980 venni contattato dal direttore del Corriere, Franco Di Bella, che mi disse: il generale Dalla Chiesa mi ha detto che ad ammazzare Tobagi è stato il figlio del nostro direttore generale Donato Barbone. Così andai a verificare con Umberto Bonaventura, che confermò la circostanza, aggiungendo di essere arrivato a Barbone tramite un manoscritto anonimo su un attentato mai avvenuto ordito dalle Fcc nel quale riconobbe la calligrafia del giovane. Non ci ho creduto, ma lui mi disse che era un’informazione sicura che veniva da Varese. Così gli chiesi di informarmi dell’arresto, cosa che fece. Su L’Occhio scrissi: preso Marco Barbone delle Br, l’informazione viene da Varese. Otto giorni prima che confessasse.”.
Queste ricostruzioni di Magosso sul caso Tobagi non risultano però corrette.
A giugno del 1980 il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (che, secondo gli atti della Commissione Anselmi sulla P2, per motivi mai chiariti, fece richiesta di iscrizione alla Loggia P2 in datata 28 ottobre 1976) potrebbe aver commesso un’imprudenza nel parlare in quel modo al direttore del Corriere della Sera, Franco Di Bella (a quel tempo già membro della Loggia P2), ma non sembra qualcosa di particolarmente strano fra chi apparteneva alla classe dirigente italiana.
La circostanza secondo cui l’allora capitano dei carabinieri Umberto Bonaventura sarebbe arrivato a Marco Barbone tramite delle analisi della calligrafia, a differenza di quanto affermato da Armando Spataro secondo cui quel merito lo avrebbe avuto Alessandro Ruffino, qui sembra realistica solo allorché si precisa che sarebbe basata su “un’informazione sicura che veniva da Varese” e quest’ultima potrebbe riferirsi all’estate del 1980, dopo la morte di Tobagi e prima dell’arresto dei militanti della Brigata 28 marzo, e nello specifico alle cose che, sulla militanza di Manfredi De Stefano nella Brigata 28 marzo, Rocco Ricciardi apprese da Luciano Marchettini.
Senza dubbio, invece, è del tutto falsa la notizia secondo cui Marco Barbone sarebbe stato un militante delle Br.
Vediamo perciò come invece stavano e stanno le cose.
Verso una più precisa verità storica
Sul piano storico, volendo solo parlare di fatti acclarati e non di polemiche trite e ritrite, abbiamo le prove inconfutabili dell’esistenza di un tentato sequestro di Tobagi nel 1978, del fidanzamento fra Marco Barbone e la pregiudicata Caterina Rosenzweig e della loro passata esperienza nelle Formazioni Comuniste Combattenti. Cioè di elementi cognitivi sufficienti alle forze di polizia per controllare meglio Barbone almeno dal 13 dicembre 1979 e soprattutto in seguito al ferimento compiuto il 7 maggio 1980, ai danni del giornalista Passalacqua e rivendicato dalla Brigata 28 marzo.
Di conseguenza, pure al di là di quali siano state eventualmente le singole responsabilità dei carabinieri e dei loro vertici, la domanda fondamentale a questo punto è: che uso si fece di tutte quelle ampie informazioni su Marco Barbone e dell’infiltrato Rocco Ricciardi?
Una risposta precisa e logica è venuta da alcuni giornalisti addetti a seguire le udienze del processo Rosso-Tobagi. In particolare da Guido Vegani che nel 1985 così scriveva: “Se si sta alla verità di Ricciardi, è legittimo pensare che i carabinieri abbiano, sbagliando, evitato di analizzare quell’abortito sequestro. Se lo avessero fatto, avrebbero automaticamente puntato gli occhi su Marco Barbone che era stato partecipe, e non come comparsa, di quel progetto e che, insieme a Mario Marano, avrebbe, nel maggio del 1980, sparato su Tobagi.
Ma la realtà più logica potrebbe essere un’ altra. L’errore dei carabinieri (lo è, anche se ci si pone nell’ottica di quegli anni di piombo, in cui mille erano i possibili “obbiettivi” del terrorismo e tante le “soffiate” basate su deduzioni) può essere stato dettato anche dalla volontà di non bruciare quel confidente su piste considerate minori, mentre lo si stava usando per tentare di accerchiare la “Brigata Walter Alasia”, la punta milanese delle Br.” (Milano, depone al processo d’appello Rocco Ricciardi, confidente dei carabinieri. “Tobagi? Dovevamo rapirlo“, La Repubblica, 18 giugno 1985).
Si può quindi leggere con una nuova e più chiara ottica cosa intendesse il generale Dalla Chiesa quando, nella citata intervista a Panorama del 22 settembre 1980, parlava della tecnica di «massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell’avversario, infiltrazione».
La “massima riservatezza” era tale che il tentato sequestro di Tobagi del 1978 rimase sconosciuto persino al diretto interessato e, per diversi anni, almeno a livello ufficiale, alla stessa magistratura. L’infiltrazione era quella di Rocco Ricciardi.
La “conoscenza anche culturale dell’avversario” significava invece che da tempo i carabinieri avevano molte informazioni a proposito di Barbone. D’altra parte fecero degli errori proprio di carattere culturale. Essendo concentrati nel portare l’attacco alle Brigate Rosse, sottovalutarono il rischio che Barbone potesse realizzare un’azione omicida.
Il cono d’ombra che ancora oggi opacizza la verità sulla morte di Walter Tobagi e sulle dinamiche del processo “Rosso-Tobagi” trova quindi la propria origine fondamentale nella strategia antiguerriglia condotta dai carabinieri, avente come obiettivo principale l’accerchiamento e la distruzione delle Brigate Rosse, e nella connessa “legislazione dell’emergenza”, entrambe avallate e sostenute soprattutto dalla Dc e dal Pci.
Se poi qualcuno pensò di controllare e usare personaggi come Marco Barbone allo scopo di giungere alla colonna milanese delle Br, fece male i conti rispetto alla cultura politica dei brigatisti rossi di quel tempo.
Agli occhi delle Br, almeno dal 1976 al 1981, radicali e socialisti, il cosiddetto “partito della trattativa”, apparivano come le forze istituzionali in grado di proporre dignitose soluzioni politiche, ad esempio nel 1978 durante il sequestro Moro e, tra la fine del 1980 e l’inizio del 1981, nel corso del sequestro D´Urso.
Nella primavera del 1978 lo stesso Walter Tobagi aveva collaborato strettamente con Giannino Guiso, avvocato a quel tempo di alcuni brigatisti rossi detenuti, e fu una delle poche persone che in Italia fece pubblicare tutte le notizie utili per una soluzione politica rispetto al sequestro di Aldo Moro. Di conseguenza, era del tutto improbabile che le Br potessero aprire spazi o varchi ad esperienze come quelle vissute da Marco Barbone.
Rocco Ricciardi continuò nel frattempo a dare informazioni all’antiguerriglia.
Ad esempio, come ha riferito l’ex carabiniere Covolo in una udienza del 11 luglio 2007 presso il Tribunale di Monza, Rocco Ricciardi “ci fece pedinare il Serafini Roberto con il Pezzoni Walter, che poi purtroppo furono oggetto di conflitto a fuoco.”
Questa affermazione, mai smentita dai carabinieri e dallo stesso Rocco Ricciardi, era senza dubbio vera e come tale bisogna considerarla anche oggi.
Serafini e Pezzoni erano i due brigatisti rossi che, dopo aver incontrato Rocco Ricciardi, furono uccisi dai carabinieri la sera dell’11 dicembre 1980, in via Varesina, a Milano. Ricciardi aveva detto che Serafini, ex militante delle Formazioni Comuniste Combattenti e suo ex amico, era un buon tiratore e per questo motivo non ci fu alcun tentativo di arresto ma una mattanza nella quale, oltre ai due brigatisti, morì pure un cane.
In pratica, la lotta dello Stato contro il sovversivismo e il brigatismo rosso a Milano e in Lombardia, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, fu condotta attraverso infiltrati come Rocco Ricciardi e il controllo di gruppetti come quelli di cui fece parte Marco Barbone dalla primavera del 1979 in poi.
L’antiguerriglia si avvalse anche delle “leggi dell’emergenza” a favore dei “pentiti”, ma se Marco Barbone ebbe un altissimo “potere di contrattazione” fu perché, come ben sapevano i vertici dei carabinieri, il “pentito” avrebbe potuto accusare subito Rocco Ricciardi, ma quest’ultimo doveva ancora dare il proprio contributo per giungere alla colonna milanese delle Br.
Fatto che avvenne nella sanguinosa giornata dell’11 dicembre del 1980.
Fonte
31/03/2019
L’autodafé di Cesare Battisti
Durante l’Inquisizione spagnola si tenevano delle solenni cerimonie pubbliche nel corso delle quali si dava lettura delle sentenze di condanna e si celebravano le abiure. Vi partecipavano i giudici, i funzionari, gli ordini religiosi, i rei e il pubblico radunato in una piazza dove era stato eretto un palco. Gli esiti di questi autodafé potevano essere fausti o infausti, ed anche nel caso peggiore l’aver avuto salva l’anima obbligava il colpevole a dover ringraziare i propri carnefici.
L’autodafé di Cesare Battisti si è tenuto, come si conviene in tempi ultramoderni e di postdemocrazia, in una sala del tribunale di Milano davanti ad un pubblico di giornalisti e televisioni. C’erano i giudici ma mancava il reo che aveva reso confessione nel carcere di Oristano due giorni prima. Per Battisti il supplizio pubblico era già avvenuto al momento del suo arrivo in Italia. Nei processi attuali il reo entra solo nominalmente in tribunale poiché il suo luogo predestinato è la prigione, ben prima della condanna, da dove può collegarsi – se ritiene – in videoconferenza. Una residua presenza virtuale per impedire che si possa gridare alla cancellazione definitiva dei diritti della difesa. Per Battisti le cose sono state ancora più semplici: durante il processo non era presente, lo hanno condannato al massimo della pena e quarant’anni dopo ha confessato dal fondo di quel pozzo di 3 metri per 4 che è la sua cella isolata del carcere di Oristano. Così il cerchio della giustizia si è chiuso!
Lo ha scritto per Repubblica, con grande soddisfazione, il procuratore Armando Spataro, titolare alla fine degli anni '70 dell’inchiesta contro i Pac, gruppo nel quale militava Battisti, secondo cui sarebbe falso «che il sistema giudiziario non sia stato in grado di garantire i diritti degli accusati di terrorismo», tanto che «il sistema italiano è studiato come modello verso cui tendere». Quest’ultima affermazione è senza dubbio vera: la «lezione italiana», infatti, è stata un laboratorio che ha insegnato al mondo come costituzionalizzare l’eccezione, rendendola regola permanente e non più sospensione nello spazio e nel tempo della norma.
Discorso questo, ripreso anche da Laurent Joffrin, su Libération, che senza riuscire ad evitare una prosa accidentata da ossimori continui ha riconosciuto alla democrazia italiana di aver «traversato la prova senza rinunciare, nella sostanza, ai principi dello Stato di diritto. Gli appartenenti alle formazioni terroristiche sono stati perseguiti con energia, ma condannati nella gran parte dei casi alla fine di processi condotti secondo le regole». In realtà, a fronte di mantenimento delle «forme» è proprio la «sostanza» dello Stato di diritto che ha subito delle modifiche. Se è vero che non sono state introdotte giurisdizioni speciali, ma i processi, seppur divenuti “maxi”, sono stati condotti dalle normali corti d’Assise, è altresì vero che queste si sono avvalse di leggi speciali, eccezioni procedurali, criteri premiali e differenziali: insomma un ampio arsenale d’eccezione che ha raddoppiato le pene, esteso a dismisura l’uso del concorso fino a formule ellittiche come quello «morale o psichico», inesistente negli altri codici europei, e ripetutamente censurato dalle Chambres francesi, moltiplicato la custodia preventiva, capovolto l’onere della prova, eretto la parola remunerata dei pentiti a fondamento delle accuse. Senza dimenticare le torture del professor De Tormentis, ormai accertate anche dai tribunali. Ma l’ossimoro alla fine travolge la prosa del direttore di Libération che aggiunge: «La “guerra” innescata dagli attivisti dell’estrema sinistra si fondava su un’analisi giusta, ma alla fine dei conti falsa, della democrazia in Italia».
Nel 1990 fu la magistratura francese non la dottrina Mitterrand a dichiarare inestradabile Battisti
Non è vero quel che si racconta sulla stampa italo-francese: Battisti non si è dichiarato sempre innocente. Nel 1990, quando fu oggetto della prima domanda di estradizione proveniente dall’Italia, la magistratura francese ritenne irricevibile la richiesta italiana poiché il processo e la condanna nei suoi confronti, come di altri suoi coimputati, si erano tenuti in contumacia. A differenza dell’Italia, quando in Francia un imputato è stato condannato in sua assenza ha diritto ad essere riprocessato una volta presente. Fu dunque la corte d’appello di Parigi a ritenere inestradabile Battisti. Decisione giuridica che rafforzava la politica di asilo di fatto riassunta nella formula della «dottrina Mitterrand».
Per 23 anni, dal momento della sua fuga dall’Italia fino al suo secondo arresto del 2004, realizzato in violazione del ne bis in idem, Battisti non aveva mai fatto ricorso alla strategia innocentista. La svolta avviene quando, sotto la pressione di alcuni ambienti intellettuali e editoriali francesi che lo avevano adottato, decise di mollare lo studio legale De Félice-Terrel, che aveva storicamente difeso gran parte dei fuoriusciti italiani.
La campagna innocentista
Presentata come una radicale svolta dopo la scarcerazione del marzo 2004, la decisione repentina e brutale di fare ricorso alla categoria dell’innocenza venne assunta fin da subito a discapito dei suoi compagni di destino, quasi a sottolineare che la distanza frapposta con la sua vecchia comunità fosse d’improvviso divenuta un valore aggiunto. Il resto dei fuoriusciti fu accusato di averlo condizionato, addirittura imbavagliato, il tutto senza risparmiare giudizi denigratori nei confronti di altre formazioni politiche armate degli anni Settanta diverse dal suo piccolo gruppo d’appartenenza. Mentre i suoi vecchi legali e compagni di esilio lo mettevano sull’avviso, di fronte al rischio che rappresentava quella scelta, ricordandogli che la procedura d’estradizione non era un’anticipazione del giudizio processuale, né un ulteriore grado del processo, ma una sede giuridica dove le richieste provenienti dall’Italia venivano valutate sotto il profilo della conformità con le norme internazionali e interne, alcuni suoi sostenitori lasciavano intendere che la difesa di merito non era stata intrapresa in precedenza perché avrebbe potuto «nuocere alla protezione collettiva accordata senza distinzione degli atti commessi», alla «piccola comunità dei rifugiati italiani, protetta da oltre vent’anni dalla parola della Francia» (Le Monde del 23 novembre 2004). Oltre a insinuare, di fronte all’opinione pubblica, che quella dei fuoriusciti fosse una comunità di “colpevoli” che impedivano all’unico “innocente” di difendersi, veniva attribuito loro un ruolo censorio fino a designare i fuoriusciti come una combriccola di cinici inquisitori che lanciavano scomuniche.
Anche la massiccia offensiva mediatica condotta dai molti e autorevoli sostenitori della sua innocenza in punto di fatto offrì pretesti insperati e sponde oggettive ai sostenitori dell’emergenza giudiziaria, il più delle volte con argomenti impropri, superficiali e caricaturali, nonostante le procure antiterrorismo avessero solo argomenti mistificatori della realtà storica e delle vicissitudini giudiziarie di quegli anni (ricordiamo come lo stesso Spataro, contraddicendo la stesse sentenze, sostenne per lungo tempo che Battisti fosse direttamente coinvolto nell’uccisione di Torregiani).
L’esilio brasiliano
Rifugiatosi in Brasile, dopo che il governo francese aveva concesso l’estradizione, l’affaire Battisti proseguì su due binari: mentre la campagna pubblica reiterava la linea innocentista, lo scontro giuridico davanti al Tribunale supremo federale e in sede politica si incentrò sull’emergenza giudiziaria che aveva contraddistinto le inchieste e i processi in Italia e sulla pena dell’ergastolo, sanzione assente nel codice penale brasiliano, fino al rifiuto dell’estradizione firmato dal presidente Lula alla scadenza de suo mandato, il 31 dicembre 2010.
Una volta spodestata Dijlma Roussef, succeduta a Lula alla presidenza del Brasile, e dopo il golpe giudiziario del duo Moro-Bolsonaro, il primo procuratore e il secondo candidato presidenziale, concretizzatosi con l’arresto dello stesso Lula, il destino di Battisti appariva segnato. Arrestato, dopo essere riparato in Bolivia, è stato condotto in Italia nel più totale vuoto giuridico, con un puro atto di forza, senza una regolare misura di espulsione da quel Paese, come testimonia il fatto che fu inizialmente preso in consegna dalla polizia brasiliana e successivamente fermato sulle scalette dell’aereo che doveva ricondurlo a São Paulo, per essere consegnato ad una squadra italiana giunta in tutta fretta sul posto. Artificio congegnato per impedire l’applicazione della clausola di commutazione della pena dell’ergastolo a 30 anni, concordata con l’Italia nell’ottobre 2017, e indicata nel provvedimento di estradizione firmato dal presidente Michel Temer, succeduto a Dijlma Roussef.
Consegna straordinaria e reclusione speciale
Giunto in Italia, dopo l’oscena cerimonia di Ciampino, Battisti è stato sottoposto ad un regime detentivo straordinario che esula dalla stessa pena dell’isolamento diurno di sei mesi previsto in sentenza. Isolamento che la corte d’Assise di Milano, nel frattempo, non ha ritenuto prescritto, nonostante l’evidenza dei decenni trascorsi, perché – a suo dire – l’imprescrittibilità dell’ergastolo «si riverbera» sul segmento di pena autonoma dell’isolamento diurno, che – ricordiamo – non è una modalità di esecuzione della detenzione ma è ulteriore pena a tutti gli effetti.
Nonostante le sue imputazioni non rientrino per ragioni cronologiche nella fascia dei reati ostativi, Battisti è rinchiuso in una cella all’interno di una sezione del carcere di Oristano adibita per lui e di cui resterà l’unico ospite una volta terminato il periodo di isolamento diurno. Una sorta di “area riservata del 41 bis” del tutto abusiva, realizzata aggirando le norme dell’ordinamento penitenziario. Un regime detentivo concepito per estorcere dichiarazioni al pari del 41 bis ufficiale e che ha spinto Battisti a confessare dei reati senza aver mai preso parte al proprio processo.
La confessione
Nel sistema giudiziario italiano la nozione di colpa è stata stravolta dall’imponente arsenale legislativo premiale. Il discrimine essenziale è divenuto infatti il comportamento tenuto dal reo, la sua prova di sottomissione, il grado di ravvedimento o collaborazione. A parità di reato e responsabilità penale vengono emesse sentenze e offerti trattamenti penitenziari molto diversi. La logica della premialità ha modificato i confini della colpa e dell’innocenza. Si può esser colpevoli e premiati, innocenti e puniti. Conta più ciò che si è di quel che si è fatto. Battisti, purtroppo, non ha avuto la forza di battersi contro questa situazione.
Fonte
10/05/2016
L’incredibile uscita di Legnini sui magistrati ed il referendum
Non credo che nessuno possa accusarmi di
giustizialismo e di essere un fans della magistratura, che critico
molto spesso. Ed in particolare, più di una volta ho sostenuto che i
magistrati dovrebbero essere politicamente più riservati, evitando di
interferire nel dibattito politico, ma la Costituzione è un argomento nel quale i magistrati hanno pieno diritto di parola. Anzi, direi che hanno il dovere di far sentire la propria voce.
Immaginiamo che una scellerata riforma
costituzionale proponga di abrogare la Corte Costituzionale o il
Consiglio Superiore della Magistratura, mettendo i magistrati
direttamente sotto il controllo del governo. Avrebbero diritto di dire
qualcosa o no? E se la riforma stravolgesse la parte riguardante i
diritti individuali, sociali e politici dei cittadini? Direi che i
magistrati avrebbero il dovere morale, proprio in quanto tecnici del
diritto, di informare i cittadini e metterli sull’avviso. O sembra
strano?
Qui si sta per varare una riforma
costituzionale di minoranza (primo obbrobrio), che intende trasformare
in organi di parte la Presidenza della Repubblica e la Corte
Costituzionale e i magistrati dovrebbero tacere?
Ma sulla base di quale norma, di
quale principio costituzionale, si pensa di togliere la parola in tema
di Costituzione a chi, prima ancora di essere magistrato, è un cittadino
nella pienezza dei suoi diritti? E adombrando tacitamente la minaccia
di un procedimento disciplinare.
Quando si parla delle regole del gioco
tutti hanno diritto di parlare ed i tecnici del diritto prima degli
altri, o forse il diritto di parola è riservato ai soli tecnici di fede
renziana?
Il fatto è che nel Pd prevale una cultura politica di tipo plebiscitario
che è la negazione della democrazia liberale (orecchio al quale il Pci
non ha mai sentito granché, a dire il vero). Badate, non sto dicendo che
il Pd sia fascista: sarebbe una sciocchezza solenne, date le evidenti
differenze rispetto al Pnf. Non immagino neppure lontanamente che il Pd
possa organizzare l’omicidio dei suoi oppositori come Matteotti o Don
Minzoni, né penso che voglia sciogliere gli altri partiti o istituire un
tribunale speciale. Come, peraltro, penso che i fascisti avessero un
po’ più di senso dello Stato di quel comitato d’affari che va sotto il
nome di Pd. Dico soltanto che è una concezione della democrazia fra De
Gaulle e Trump, tutto qui.
Legnini interviene nella questione a gamba tesa (lui che, non fosse altro per l’immediato passaggio dai banchi del governo a quelli del Csm,
dovrebbe essere un po’ più prudente), si consente addirittura
apprezzamenti sul livello culturale delle contestazioni di Armando
Spataro. Non so a cosa si riferisca l’ultra renziano Legnini, del quale
tutti conosciamo le fondamentali opere di pensiero giuridico.
Io Spataro l’ho sentito la settimana
scorsa ed il suo intervento mi è parso rigoroso, puntuale, ricco di
riferimenti dottrinali, come peraltro Spataro è sempre. Ma forse Legnini
voleva semplicemente dire che non schierarsi contro il governo è di per
sé sintomo di scarso livello scientifico.
Vi pongo un quesito: ma come
abbiamo fatto a scendere così in basso da affidare istituzioni così
delicate a uomini che, così platealmente, non sono pari al compito?
C’è una sola cosa peggiore di Renzi e
sono i renziani. Almeno Renzi ha più senso della realtà ed arriva anche a
dire cose come il fatto che esista una questione morale nel Pd o che
non c’è nessun complotto dei magistrati contro il Pd. Ma questo divario
fra il leader ed i seguaci è un classico dei regimi plebiscitari. Si
poteva dire la stessa cosa di Peron e dei peronisti: al solito, la
servitù è sempre peggiore del padrone.
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