Lo sciopero dei magistrati è una anomalia tutta italiana, ma purtroppo ce ne dobbiamo fare una ragione anche al fine di evitare di sentire la solita cantilena dell’attacco all’indipendenza e all’autonomia di una categoria incontrollata e incontrollabile che non paga mai per i suoi errori e nemmeno per i suoi orrori.
Ma veniamo al motivo dell’astensione dal lavoro. “In difesa della Costituzione” dicono dopo averla sbandierata e squadernata alle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario per poi uscire dalle aule nel momento in cui parlava un rappresentante del ministero. Comportamenti e atteggiamenti da asilo Mariuccia da parte di funzionari dello Stato super pagati.
La domanda è una sola. Per quale Costituzione scioperano? Per quella targata 1948 e poi buttata nel cesso circa mezzo secolo fa dal regime DC-PCI e dai governi di unità nazionale? O scioperano in nome della Costituzione materiale adeguata alle leggi di emergenza pretese e ottenute dalle procure, approvate da un Parlamento di vigliacchi che aveva interamente delegato ai magistrati la questione della sovversione interna?
Parliamo delle leggi premiali che consentirono ai responsabili dei crimini più efferati di uscire dal carcere “puniti” non per quello che avevano commesso ma per ciò che pensavano di quanto avevano fatto? Le leggi della madre di tutte le emergenze restarono in vigore anche nelle emergenze successive, mafia e Mani pulite. Non ci furono tribunali speciali come nel ventennio ma uso speciale dei tribunali ordinari. Cioè il peggio del peggio, perché se avessero creato i tribunali speciali poi avrebbero dovuto a un certo punto abolirli.
Invece stanno ancora lì. Tanto è vero che siamo alla repressione senza sovversione. In corte di assise 50 anni dopo per accertare con carte false e violazioni delle regole processuali chi uccise il carabiniere ma non Mara Cagol, finita con un colpo di grazia il 5 giugno del 1975. 50 anni fa.
E stiamo con il carcere duro del 41bis applicato a oltre 700 detenuti un numero superiore a quello del periodo delle stragi di mafia. Dove sta la Costituzione del 1948? Non c’è più da tempo immemore. Ma serve all’Anm, la cupola della magistratura, per prendere in giro un paese intero in nome della “legalità” che non è mai il diritto di chi è senza diritti.
Chi è senza diritti non ha alternative al conflitto sociale oggi in verità molto debole ma per quel poco che c’è viene represso da magistrati e politici uniti nella lotta. Su questo non litigano. Come quando usarono la Costituzione come carta igienica per contrastare un tentativo di rivoluzione, il più serio nel cuore dell’Occidente.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Magistrati. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Magistrati. Mostra tutti i post
14/04/2024
Magistrati a zampa d’elefante
Deve esistere una sindrome, come un malessere, un dolore dell’anima, qualcosa di conosciuto ma non ancora studiato. La chiamiamo “nostalgia del non vissuto“. Molti compagni della mia generazione (under 60) ne sono stati affetti.
È l’afflizione tipica di chi è arrivato dentro uno scenario storico, proprio mentre esso era in via di esaurimento – pensiamo alla Resistenza o allo scontro sociale degli anni ’70. Il mancato partigiano Bembo – personaggio struggente de Il Pendolo di Eco – è un esempio letterario di tale malessere.
Fortunatamente di nostalgici di questo genere, nel “nostro” campo non ce ne sono più tanti in giro. Il tempo passa, incalza, ti costringe ad aggiornare non solo l’analisi ma anche l’immaginario, le aspettative.
Dove invece pare resistere uno zoccolo duro di rimpianto e malinconia, è in un certo settore della magistratura italiana. Questo sentimento elegiaco si è insinuato sotto la toga di alcuni giudici, proprio come una malattia dello spirito.
Alcuni di loro, evidentemente, soffrono per non essere riusciti a provare l’ebbrezza pericolosa degli anni ’70: la suggestione della linea del fronte da presidiare, del nemico da individuare, la lotta all’eversione come ragione di vita. Purtroppo per loro sono arrivati tardi in magistratura e non ce l’hanno fatta a vivere da protagonisti quella stagione.
A loro è restato il rammarico di una memoria, appunto, non vissuta; il retaggio di un passato epico, magari tramandato oralmente da nonno Caselli o da zio Spataro. Che malinconia carezzare un’epopea senza averla attraversata: sognare l’arroccamento democratico a difesa delle istituzioni, col mandato di cattura in mezzo ai denti e il vento nei capelli...
Che questa corrente nostalgica serpeggi in mezzo ad alcuni settori della magistratura, mi è venuto in mente guardando al maxi processo (così lo definisce l’Ansa) apertosi in questi giorni a Torino a carico di militanti di area antagonista.
Riproporre la suggestione del “maxi processo” – con tutti i suoi rituali anacronistici – è come cavalcare una macchina del tempo; il deja vu di un armamentario di prassi giuridiche di cui si stava perdendo traccia: il “pool antieversione” (Ansa), le parti offese “che non si costituiscono parte civile“, la “vicinanza” degli imputati a questo o quell’ambiente criminogeno.
Viene da immaginarsi certi magistrati, impegnati nella laboriosa fase istruttoria, chini sulle loro scrivanie, alle prese con chilometrici atti d’accusa – magari ascoltando gli Eagles in sottofondo e indossando jeans sdruciti a zampa d’elefante, per meglio immergersi nell’atmosfera d’antan.
Ce li figuriamo mentre ripetono a se stessi: anche noi stiamo difendendo il paese, anche noi stiamo combattendo la nostra guerra contro l’eversione. Il tempo passa, ma siamo sempre qui.
Certo, oggi i sovversivi non abbondano, non è che li trovi ad ogni angolo di strada. E ognuno ha gli eversori che si merita.
Sempre l’Ansa ci informa, infatti, che i reati contestati a questo sodalizio criminale da “maxi-processare”, si riconducono essenzialmente al tentativo, in un paio di occasioni, di entrare con un proprio spezzone, all’interno dei cortei del primo maggio; e di aver mollato “sputi, spintoni, schiaffi, calci a militanti del PD“.
Un reato – lo sputo al PD – per il quale probabilmente i difensori invocheranno le attenuanti “per aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale“.
Sembra uno scherzo fuori stagione, ma pare proprio che i crimini contestati agli eversori torinesi siano di questo genere: il “maxi processo dello spezzone sociale” – passerà alla storia così.
E pensiamo all’imbarazzo se negli stessi corridoi dell’austero Palazzo di Giustizia sabaudo, dovessero incrociarsi gli imputati No Tav con gli imputati Si Tav – quelli di matrice PD arrestati o inquisiti nell’inchiesta Echidna. Un incontro storico da cui gli “eversori” potrebbero trarre almeno qualche elemento di consolazione, rispetto alle asprezze della vita: “anche voi qua? Ma guarda se è piccolo il mondo...“
Al di là delle facili ironie, in realtà c’è poco da scherzare: sempre a Torino, si sta avviando alla conclusione il primo grado di un altro processo per “associazione a delinquere” – sempre a carico delle medesime aree politico-sociali – con imputazioni decisamente più insidiose. Si sta parlando della vita e della libertà di decine di persone, alcune delle quali, come Giorgio Rossetti, vessate in questi anni da ogni genere di persecuzione giudiziaria.
La sindrome che ho descritto all’inizio di questo articolo non è solo piemontese. Tra Piacenza e Modena altri Pm e altri Tribunali battono gli stessi insondabili sentieri. Centinaia di processi – istruiti contro facchini, operai, sindacalisti e solidali – rimandano ad uno scenario ucronico, raccontando la realtà parallela di un “clima pre-insurrezionale” che avrebbe attraversato stabilimenti e magazzini emiliani in questi anni.
Mentre molte relazioni sindacali, in alcuni settori critici, stanno finalmente mutando sotto la spinta delle lotte, vedi la logistica e l’agroalimentare, certi magistrati continuano a fare la guardia al bidone di benzina e a difendere assetti fetenti e primitivi – le peggiori degenerazioni nel mondo dei subappalti – trasformando le aule giudiziarie in tribune antisindacali.
Le anomalie di certe sedi giudiziarie sono espressione di mondi sconfitti e tempi passati. Certi processi danno l’idea del tentativo, fuori tempo massimo, di ricondurre il conflitto alle regole di un ordine sociale già traballante, insidiato dalle mille crisi del presente.
Liberiamo le dinamiche sociali dalle ipoteche giudiziarie: ricominciamo a ragionare su una stagione di amnistia per i “reati di piazza“, i quali, con cinque milioni di persone in povertà assoluta e centinaia di migliaia di posti di lavoro in evaporazione, diventeranno purtroppo il pane quotidiano di molti cittadini di questo paese.
Fonte
È l’afflizione tipica di chi è arrivato dentro uno scenario storico, proprio mentre esso era in via di esaurimento – pensiamo alla Resistenza o allo scontro sociale degli anni ’70. Il mancato partigiano Bembo – personaggio struggente de Il Pendolo di Eco – è un esempio letterario di tale malessere.
Fortunatamente di nostalgici di questo genere, nel “nostro” campo non ce ne sono più tanti in giro. Il tempo passa, incalza, ti costringe ad aggiornare non solo l’analisi ma anche l’immaginario, le aspettative.
Dove invece pare resistere uno zoccolo duro di rimpianto e malinconia, è in un certo settore della magistratura italiana. Questo sentimento elegiaco si è insinuato sotto la toga di alcuni giudici, proprio come una malattia dello spirito.
Alcuni di loro, evidentemente, soffrono per non essere riusciti a provare l’ebbrezza pericolosa degli anni ’70: la suggestione della linea del fronte da presidiare, del nemico da individuare, la lotta all’eversione come ragione di vita. Purtroppo per loro sono arrivati tardi in magistratura e non ce l’hanno fatta a vivere da protagonisti quella stagione.
A loro è restato il rammarico di una memoria, appunto, non vissuta; il retaggio di un passato epico, magari tramandato oralmente da nonno Caselli o da zio Spataro. Che malinconia carezzare un’epopea senza averla attraversata: sognare l’arroccamento democratico a difesa delle istituzioni, col mandato di cattura in mezzo ai denti e il vento nei capelli...
Che questa corrente nostalgica serpeggi in mezzo ad alcuni settori della magistratura, mi è venuto in mente guardando al maxi processo (così lo definisce l’Ansa) apertosi in questi giorni a Torino a carico di militanti di area antagonista.
Riproporre la suggestione del “maxi processo” – con tutti i suoi rituali anacronistici – è come cavalcare una macchina del tempo; il deja vu di un armamentario di prassi giuridiche di cui si stava perdendo traccia: il “pool antieversione” (Ansa), le parti offese “che non si costituiscono parte civile“, la “vicinanza” degli imputati a questo o quell’ambiente criminogeno.
Viene da immaginarsi certi magistrati, impegnati nella laboriosa fase istruttoria, chini sulle loro scrivanie, alle prese con chilometrici atti d’accusa – magari ascoltando gli Eagles in sottofondo e indossando jeans sdruciti a zampa d’elefante, per meglio immergersi nell’atmosfera d’antan.
Ce li figuriamo mentre ripetono a se stessi: anche noi stiamo difendendo il paese, anche noi stiamo combattendo la nostra guerra contro l’eversione. Il tempo passa, ma siamo sempre qui.
Certo, oggi i sovversivi non abbondano, non è che li trovi ad ogni angolo di strada. E ognuno ha gli eversori che si merita.
Sempre l’Ansa ci informa, infatti, che i reati contestati a questo sodalizio criminale da “maxi-processare”, si riconducono essenzialmente al tentativo, in un paio di occasioni, di entrare con un proprio spezzone, all’interno dei cortei del primo maggio; e di aver mollato “sputi, spintoni, schiaffi, calci a militanti del PD“.
Un reato – lo sputo al PD – per il quale probabilmente i difensori invocheranno le attenuanti “per aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale“.
Sembra uno scherzo fuori stagione, ma pare proprio che i crimini contestati agli eversori torinesi siano di questo genere: il “maxi processo dello spezzone sociale” – passerà alla storia così.
E pensiamo all’imbarazzo se negli stessi corridoi dell’austero Palazzo di Giustizia sabaudo, dovessero incrociarsi gli imputati No Tav con gli imputati Si Tav – quelli di matrice PD arrestati o inquisiti nell’inchiesta Echidna. Un incontro storico da cui gli “eversori” potrebbero trarre almeno qualche elemento di consolazione, rispetto alle asprezze della vita: “anche voi qua? Ma guarda se è piccolo il mondo...“
Al di là delle facili ironie, in realtà c’è poco da scherzare: sempre a Torino, si sta avviando alla conclusione il primo grado di un altro processo per “associazione a delinquere” – sempre a carico delle medesime aree politico-sociali – con imputazioni decisamente più insidiose. Si sta parlando della vita e della libertà di decine di persone, alcune delle quali, come Giorgio Rossetti, vessate in questi anni da ogni genere di persecuzione giudiziaria.
La sindrome che ho descritto all’inizio di questo articolo non è solo piemontese. Tra Piacenza e Modena altri Pm e altri Tribunali battono gli stessi insondabili sentieri. Centinaia di processi – istruiti contro facchini, operai, sindacalisti e solidali – rimandano ad uno scenario ucronico, raccontando la realtà parallela di un “clima pre-insurrezionale” che avrebbe attraversato stabilimenti e magazzini emiliani in questi anni.
Mentre molte relazioni sindacali, in alcuni settori critici, stanno finalmente mutando sotto la spinta delle lotte, vedi la logistica e l’agroalimentare, certi magistrati continuano a fare la guardia al bidone di benzina e a difendere assetti fetenti e primitivi – le peggiori degenerazioni nel mondo dei subappalti – trasformando le aule giudiziarie in tribune antisindacali.
Le anomalie di certe sedi giudiziarie sono espressione di mondi sconfitti e tempi passati. Certi processi danno l’idea del tentativo, fuori tempo massimo, di ricondurre il conflitto alle regole di un ordine sociale già traballante, insidiato dalle mille crisi del presente.
Liberiamo le dinamiche sociali dalle ipoteche giudiziarie: ricominciamo a ragionare su una stagione di amnistia per i “reati di piazza“, i quali, con cinque milioni di persone in povertà assoluta e centinaia di migliaia di posti di lavoro in evaporazione, diventeranno purtroppo il pane quotidiano di molti cittadini di questo paese.
Fonte
19/09/2023
In contatto con Amara anche il pg Saluzzo (caso Cospito)
Tra i magistrati interessati a incarichi direttivi che contattavano Piero Amara c’era anche il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo.
Questo tra l’altro scrive il giudice per le indagini preliminari di Perugia Angela Avila che, a distanza di un anno dalla richiesta conforme della procura retta da Raffaele Cantone, ha archiviato l’indagine sulla loggia Ungheria, nata dalle dichiarazioni rese a Milano da Piero Amara protagonista del caso Eni-Nigeria, poi finito con l’assoluzione di tutti gli imputati e una clamorosa spaccatura tra i pm del capoluogo lombardo.
”È stata accertata una rete di relazioni e rapporti di altissimo livello di Amara con persone operanti nelle istituzioni pubbliche. Aveva rapporti con magistrati, era entrato a far parte del comitato scientifico dell’Ocpo ed era considerato capace di intervenire nelle nomine per i vertici degli uffici giudiziari, tanto è vero che veniva contattato dagli stessi magistrati interessati a ricoprire incarichi direttivi.
Tra tutti Lucia Lotti, Carlo Maria Capristo, Francesco Saluzzo – scrive il gip – Amara aveva incontri con Luca Palamara per discutere di nomine e incarichi e riusciva ad avere notizie riguardo a procedimenti ancora in fase di indagine e quindi secretati, aveva rapporti con politici di primo piano come Luca Lotti, Saverio Romano, Denis Verdini”.
Il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo di recente era stato alla ribalta della cronaca per aver chiesto senza successo la condanna all’ergastolo dell’anarchico Alfredo Cospito per la vicenda dei pacchi bomba di Fossano.
Anche Saluzzo, magistrato considerato ‘inflessibile’, cercava appoggi esterni alla categoria quando si trattava di ottenere incarichi. Insomma nessuno è perfetto.
Niente di penalmente rilevante in questa storia della loggia Ungheria.
”Tuttavia, in nessuno degli episodi specifici riportati nella stessa prospettazione del dichiarante e al di là dei riscontri esterni, traspare nemmeno indirettamente un ruolo o comunque un’attività di un gruppo di persone sovrastante con vincolo di stabilità e programma criminoso comune – sono le parole del giudice – vedendo invece protagonisti anche esterni all’associazione, in ogni caso rendendo evidenti interessi personali e professionali di Piero Amara e delle singole persone a lui legate e che a lui si rivolgono”.
Per il gip si tratta di una serie di iniziative individuali non attratte nell’orbita dell’attività di una ‘associazione’, ma agevolate dalla rete di relazioni e influenze che Piero Amara è riuscito a tessere nell’arco degli anni. Non emerge invece un’azione programmata di condizionamento e interferenze di decisioni pubbliche.
Per il gip “la mancanza di struttura organizzativa esclude anche che si possa qualificare il diverso reato di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di delitti contro la pubblica amministrazione.
Restano i singoli episodi narrati da Amara che escluso il vincolo associativo meritano di per se’ una autonoma valutazione da parte dell’autorità giudiziaria competente per la verifica della sussistenza di eventuali ipotesi criminose”.
In relazione a questo conclude il gip il pm ha dato atto nella sua richiesta di aver già effettuato le relative iscrizioni.
La montagna sembra aver partorito il topolino.
Intanto sta per iniziare a Milano l’udienza preliminare in cui Amara risponde di calunnia ai danni delle persone chiamate in causa in relazione alla loggia Ungheria.
Fonte
Questo tra l’altro scrive il giudice per le indagini preliminari di Perugia Angela Avila che, a distanza di un anno dalla richiesta conforme della procura retta da Raffaele Cantone, ha archiviato l’indagine sulla loggia Ungheria, nata dalle dichiarazioni rese a Milano da Piero Amara protagonista del caso Eni-Nigeria, poi finito con l’assoluzione di tutti gli imputati e una clamorosa spaccatura tra i pm del capoluogo lombardo.
”È stata accertata una rete di relazioni e rapporti di altissimo livello di Amara con persone operanti nelle istituzioni pubbliche. Aveva rapporti con magistrati, era entrato a far parte del comitato scientifico dell’Ocpo ed era considerato capace di intervenire nelle nomine per i vertici degli uffici giudiziari, tanto è vero che veniva contattato dagli stessi magistrati interessati a ricoprire incarichi direttivi.
Tra tutti Lucia Lotti, Carlo Maria Capristo, Francesco Saluzzo – scrive il gip – Amara aveva incontri con Luca Palamara per discutere di nomine e incarichi e riusciva ad avere notizie riguardo a procedimenti ancora in fase di indagine e quindi secretati, aveva rapporti con politici di primo piano come Luca Lotti, Saverio Romano, Denis Verdini”.
Il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo di recente era stato alla ribalta della cronaca per aver chiesto senza successo la condanna all’ergastolo dell’anarchico Alfredo Cospito per la vicenda dei pacchi bomba di Fossano.
Anche Saluzzo, magistrato considerato ‘inflessibile’, cercava appoggi esterni alla categoria quando si trattava di ottenere incarichi. Insomma nessuno è perfetto.
Niente di penalmente rilevante in questa storia della loggia Ungheria.
”Tuttavia, in nessuno degli episodi specifici riportati nella stessa prospettazione del dichiarante e al di là dei riscontri esterni, traspare nemmeno indirettamente un ruolo o comunque un’attività di un gruppo di persone sovrastante con vincolo di stabilità e programma criminoso comune – sono le parole del giudice – vedendo invece protagonisti anche esterni all’associazione, in ogni caso rendendo evidenti interessi personali e professionali di Piero Amara e delle singole persone a lui legate e che a lui si rivolgono”.
Per il gip si tratta di una serie di iniziative individuali non attratte nell’orbita dell’attività di una ‘associazione’, ma agevolate dalla rete di relazioni e influenze che Piero Amara è riuscito a tessere nell’arco degli anni. Non emerge invece un’azione programmata di condizionamento e interferenze di decisioni pubbliche.
Per il gip “la mancanza di struttura organizzativa esclude anche che si possa qualificare il diverso reato di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di delitti contro la pubblica amministrazione.
Restano i singoli episodi narrati da Amara che escluso il vincolo associativo meritano di per se’ una autonoma valutazione da parte dell’autorità giudiziaria competente per la verifica della sussistenza di eventuali ipotesi criminose”.
In relazione a questo conclude il gip il pm ha dato atto nella sua richiesta di aver già effettuato le relative iscrizioni.
La montagna sembra aver partorito il topolino.
Intanto sta per iniziare a Milano l’udienza preliminare in cui Amara risponde di calunnia ai danni delle persone chiamate in causa in relazione alla loggia Ungheria.
Fonte
07/05/2021
14/11/2020
Conclusa l’inchiesta per corruzione contro il PM anti-notav Padalino
È stata notificato l’avviso di chiusura indagini da parte della Procura di Milano sulla “cricca dei favori” che ha coinvolto il PM anti-No tav, Andrea Padalino.
Le carte riferiscono di cene gratis in ristornati di lusso e weekend graziosamente offerti al magistrato e consorte nonché operazioni e visite mediche ottenute come scambio.
Secondo La Repubblica si tratta di ”tredici pagine che chiudono senza sconti, almeno sotto il profilo dell’accusa, una storia travagliata rimasta in certo modo sospesa fino a questo vaglio, dopo aver letteralmente spaccato in due la procura torinese”.
Il filone principale riguarda gli scambi di cortesie con l’ufficiale della guardia di finanza Fabio Pettinicchio. La vicenda comincia quando, con altri 13 colleghi, Pettinicchio viene condannato a 5 anni per sfruttamento della prostituzione. Gli “angeli in divisa” assicuravano protezione a una serie di locali a luci rosse sul Lago maggiore in cambio di consumazioni gratis e prestazioni sessuali. Pettinicchio, dopo il processo in primo grado, ha chiesto aiuto al PM Padalino per preparare la difesa e farla franca.
Fondamentale per la cricca il contributo dell’avv. Bertolino (oggi deceduto), altra figura ben conosciuta dai NoTav in quanto avvocato nominato costantemente dai poliziotti che si costituiscono parte civile contro i manifestanti valsusini nonché referente del sindacato di polizia salviniano SAP.
Il sostegno del PM Padalino all’ufficiale Pettinicchio si sarebbe spinto fino al prestito dell’auto con scorta assegnata al magistrato perché il finanziare potesse tornare con più agio in Piemonte da un viaggio di affari a Roma in cui si preparava la difesa per il processo di appello.
Pettinicchio ovviamente non ha mai mancato di restituire le attenzioni dell’uomo di legge con favori e regali. Tra questi, cena al bistrot Canavacciuolo, diversi soggiorni a costo zero all’Hotel San Rocco di Orta San Giulio.
Non si tratta di episodi isolati, lo schema corruttivo era consolidato e andava avanti da anni. Oltre a queste “consulenze”, prevedeva sostanzialmente che Padalino si facesse assegnare, grazie all’intervento di un appuntato dei carabinieri, i fascicoli “degli amici” che potevano così assicurarsi un esito favorevole dei procedimenti in cui erano coinvolti. Dalle carte emergono altri episodi, una cena da 590 euro mai pagata, operazioni chirurgiche gratis e così via.
“Al di là di questo quadro vergognoso riportato dai giornali, arriviamo ora all’elefante nel corridoio di cui non vediamo traccia sui giornali medesimi visto che, per poter almeno scorgerne la proboscide, servirebbe quel coraggio che ai paladini dell’informazione italiana ha fatto difetto in 30 anni di lotta di NoTav e continua a fare difetto ancora oggi” scrive in un comunicato il Movimento No Tav.
“Quando parliamo del signor Padalino non stiamo parlando di un PM qualsiasi, stiamo parlando di un PM che ha fatto carriera provando a reprimere forse il più importante e duraturo movimento sociale esistito negli ultimi anni nel nostro paese. Questa inchiesta non è un fulmine a ciel sereno. L’azione della procura di Torino è stata denunciata per oltre un decennio dal movimento No Tav, i cui attivisti stanno tutt’ora accumulando, proprio grazie alle attenzioni del PM Padalino, centinaia di anni di carcere. Una denuncia che è stata ignorata, quando non schernita da politici e giornalisti, la cui ignavia pesa oggi come un macigno. Tutti sapevano del marcio, ma, come nel miglior schema mafioso, nessuno ha detto nulla”.
Nelle carte consegnata dalla procura di Milano sulla corruzione nella procura di Torino viene scritto nero su bianco che il procedimento automatico di assegnazione delle indagini, garanzia dell’imparzialità dello svolgimento processuale, veniva costantemente violato grazie all’intervento di un semplice appuntato.
Questo non pone forse enormi dubbi su come sono state affidate negli anni decine e decine di inchieste sui No Tav “casualmente” sempre al solito PM Padalino? Ancora più importante. Dall’inchiesta non emergono singole condotte criminose ma emerge in maniera inequivocabile che la benzina che ha mosso negli anni il PM Padalino sono i favori. Quali favori e da chi ha ricevuto il procuratore torinese per portare avanti decine di procedimenti contro i No Tav?
La domanda non è “accademica”. Si sta parlando di processi che sono costati casa, lavora e libertà a chiunque ha osato alzare la testa contro la grande opera che s’ha da fare. Una di loro, Dana, si trova a oggi rinchiusa in carcere con una condanna a due anni per aver tenuto in mano un megafono durante una protesta No Tav.
Le indagini della Procura di Milano adesso sono concluse e se si andrà a processo si vedrà che cosa ne uscirà fuori.
Fonte
Le carte riferiscono di cene gratis in ristornati di lusso e weekend graziosamente offerti al magistrato e consorte nonché operazioni e visite mediche ottenute come scambio.
Secondo La Repubblica si tratta di ”tredici pagine che chiudono senza sconti, almeno sotto il profilo dell’accusa, una storia travagliata rimasta in certo modo sospesa fino a questo vaglio, dopo aver letteralmente spaccato in due la procura torinese”.
Il filone principale riguarda gli scambi di cortesie con l’ufficiale della guardia di finanza Fabio Pettinicchio. La vicenda comincia quando, con altri 13 colleghi, Pettinicchio viene condannato a 5 anni per sfruttamento della prostituzione. Gli “angeli in divisa” assicuravano protezione a una serie di locali a luci rosse sul Lago maggiore in cambio di consumazioni gratis e prestazioni sessuali. Pettinicchio, dopo il processo in primo grado, ha chiesto aiuto al PM Padalino per preparare la difesa e farla franca.
Fondamentale per la cricca il contributo dell’avv. Bertolino (oggi deceduto), altra figura ben conosciuta dai NoTav in quanto avvocato nominato costantemente dai poliziotti che si costituiscono parte civile contro i manifestanti valsusini nonché referente del sindacato di polizia salviniano SAP.
Il sostegno del PM Padalino all’ufficiale Pettinicchio si sarebbe spinto fino al prestito dell’auto con scorta assegnata al magistrato perché il finanziare potesse tornare con più agio in Piemonte da un viaggio di affari a Roma in cui si preparava la difesa per il processo di appello.
Pettinicchio ovviamente non ha mai mancato di restituire le attenzioni dell’uomo di legge con favori e regali. Tra questi, cena al bistrot Canavacciuolo, diversi soggiorni a costo zero all’Hotel San Rocco di Orta San Giulio.
Non si tratta di episodi isolati, lo schema corruttivo era consolidato e andava avanti da anni. Oltre a queste “consulenze”, prevedeva sostanzialmente che Padalino si facesse assegnare, grazie all’intervento di un appuntato dei carabinieri, i fascicoli “degli amici” che potevano così assicurarsi un esito favorevole dei procedimenti in cui erano coinvolti. Dalle carte emergono altri episodi, una cena da 590 euro mai pagata, operazioni chirurgiche gratis e così via.
“Al di là di questo quadro vergognoso riportato dai giornali, arriviamo ora all’elefante nel corridoio di cui non vediamo traccia sui giornali medesimi visto che, per poter almeno scorgerne la proboscide, servirebbe quel coraggio che ai paladini dell’informazione italiana ha fatto difetto in 30 anni di lotta di NoTav e continua a fare difetto ancora oggi” scrive in un comunicato il Movimento No Tav.
“Quando parliamo del signor Padalino non stiamo parlando di un PM qualsiasi, stiamo parlando di un PM che ha fatto carriera provando a reprimere forse il più importante e duraturo movimento sociale esistito negli ultimi anni nel nostro paese. Questa inchiesta non è un fulmine a ciel sereno. L’azione della procura di Torino è stata denunciata per oltre un decennio dal movimento No Tav, i cui attivisti stanno tutt’ora accumulando, proprio grazie alle attenzioni del PM Padalino, centinaia di anni di carcere. Una denuncia che è stata ignorata, quando non schernita da politici e giornalisti, la cui ignavia pesa oggi come un macigno. Tutti sapevano del marcio, ma, come nel miglior schema mafioso, nessuno ha detto nulla”.
Nelle carte consegnata dalla procura di Milano sulla corruzione nella procura di Torino viene scritto nero su bianco che il procedimento automatico di assegnazione delle indagini, garanzia dell’imparzialità dello svolgimento processuale, veniva costantemente violato grazie all’intervento di un semplice appuntato.
Questo non pone forse enormi dubbi su come sono state affidate negli anni decine e decine di inchieste sui No Tav “casualmente” sempre al solito PM Padalino? Ancora più importante. Dall’inchiesta non emergono singole condotte criminose ma emerge in maniera inequivocabile che la benzina che ha mosso negli anni il PM Padalino sono i favori. Quali favori e da chi ha ricevuto il procuratore torinese per portare avanti decine di procedimenti contro i No Tav?
La domanda non è “accademica”. Si sta parlando di processi che sono costati casa, lavora e libertà a chiunque ha osato alzare la testa contro la grande opera che s’ha da fare. Una di loro, Dana, si trova a oggi rinchiusa in carcere con una condanna a due anni per aver tenuto in mano un megafono durante una protesta No Tav.
Le indagini della Procura di Milano adesso sono concluse e se si andrà a processo si vedrà che cosa ne uscirà fuori.
Fonte
15/07/2020
06/06/2019
Salvini “manganella” anche i magistrati
La notizia è di quelle pesanti: il Ministero degli Interni ha avviato una attività di dossieraggio e ricorsi su alcuni magistrati che avevano prodotto sentenze, o comunque decisioni, diverse o contrarie ai diktat ministeriali.
In particolare, a far infuriare Salvini (e i sindaci e i prefetti che si erano subito adeguati alle nuove circolari degli Interni), sono stati alcuni stop dei giudici amministrativi della Toscana sulle “zone rosse” a Firenze – ritenute dai magistrati apertamente anticostituzionali – e le decisioni dei tribunali civili di Firenze, di Bologna e di Genova, che in base alle leggi oggi in vigore hanno autorizzato i richiedenti asilo ad essere iscritti all’anagrafe.
Salvini, per tutta risposta, ha annunciato il ricorso al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar di Firenze sulle “zone rosse urbane”. E ne annuncia anche altri sulle sentenze chehanno permesso l’iscrizione all’anagrafe dei migranti.
Ma la notizia più grave è soprattutto il ricorso all’Avvocatura dello Stato “per valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi, lasciando il fascicolo ad altri, per l’assunzione di posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza e difesa dei confini”.
In pratica il ministro degli Interni ritiene che i magistrati dovrebbero passare le carte ad altri qualora ritenessero di doversi pronunciare in “contrasto con le politiche del governo”.
Un vero e proprio orrore istituzionale e costituzionale su almeno tre aspetti:
- la violazione dell’autonomia del potere giudiziario dal potere esecutivo;
- il venir meno dell’obbligo dell’azione penale da parte dei magistrati davanti ai fascicoli aperti;
- infine – ma non certo per importanza – una vera e propria intimidazione da parte del governo contro i giudici che ravvedono nei provvedimenti adottati elementi di incostituzionalità.
Il Viminale, per conto del suo responsabile temporaneo (perché questo è un ministro), dovrebbe così monitorare le uscite pubbliche dei magistrati firmatari delle sentenze, e i loro rapporti di “vicinanza e collaborazione con chi difende gli immigrati contro il Viminale”. In pratica, una “inchiesta” sulla massa dei magistrati per registrarne le opinioni – giuridiche e/o politiche – e il grado di discrepanza con gli orientamenti del ministro di polizia.
La gravissima iniziativa del ministro degli Interni e leader della Lega, forse niente affatto casualmente, ha scelto un momento assai rognoso per dispiegarsi. Sono i giorni in cui dentro l’Associazione Nazionale Magistrati e lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura è in corso una velenosa resa dei conti. L’Anm ha reagito con un documento approvato all’unanimità, nel quale chiede “che il Csm effettui tutti i passaggi necessari a tutela della collega Luciana Breggia (una dei magistrati “dossierati” dal Viminale, ndr), presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione del Tribunale di Firenze, e dell’autonomia e indipendenza della giurisdizione”.
L’Anm nel documento denuncia che: “In seguito a un provvedimento collegiale che ha dichiarato inammissibile il reclamo del ministero dell’Interno, si è ipotizzato l’intento ‘politico’ del giudice diretto a disapplicare norme di legge, a fronte di un provvedimento sgradito. La critica non si è rivolta quindi al contenuto del provvedimento, ampiamente motivato, ma alle supposte ‘idee politiche del giudice’ e alla sua partecipazione a convegni, peraltro di carattere scientifico, in ragione dei partecipanti e dei relatori evidentemente loro sgraditi”.
Il documento dell’Anm richiama infine il caso di un post pubblicato su facebook dallo stesso Salvini, che “riportando un articolo de ‘Il Giornale’ nel quale sono contenuti i medesimi attacchi alla persona del giudice, è stato seguito da commenti contenenti insulti e minacce che non risultano essere stati rimossi”.
La dott.ssa Luciana Breggia, in una intervista a Famiglia Cristiana, aveva affermato che i Centri di accoglienza straordinaria sono un “limbo di insicurezza”, e che “le leggi che costituiscono il diritto non sempre vanno nella direzione della giustizia”, ricordando le leggi razziali.
Un accostamento sgradito che, come noto, era già costato una sanzione (poi revocata) all’insegnante di Palermo per non aver stroncato l’accostamento fatto da uno studente e che giungeva alle medesime conclusioni. Inoltre la giudice viene accusata di aver partecipato alla presentazione del libro “’L’attualità del male, la Libia dei lager è verità processuale”, un volume scritto dall’avvocato Maurizio Veglio, presentato insieme ad Alessandra Sciurba, portavoce della Ong Mediterranea.
Relativamente allo stop del Tar della Toscana alle “zone rosse” nel centro di Firenze, per esempio, c’era stata una sentenza favorevole al ricorso presentato dall’Aduc (una associazione di consumatori, ndr) sulla vicenda di Matteo Innocenti, attivista di Potere al Popolo denunciato per possesso di cannabis e per questo considerato “pericoloso”.
Dov’è il fattore davvero insidiosissimo in questo vero e proprio strumento di intimidazione del ministero degli Interni contro alcuni magistrati?
Nel fatto che che una volta avviato il meccanismo, in assenza di contrasto o altolà istituzionali, questo diventi una “prassi normale”. Il ministro può cambiare, ma intanto viene messa a sistema la schedatura dei magistrati per impedire che determinati fascicoli arrivino a “quelli sbagliati” (nell’opinione del ministro dell’interno).
Sarebbe interessante sapere, sul punto, cosa ne pensi ad esempio il Capo della Polizia, Gabrielli il quale, in una intervista al Corriere della Sera alcune settimane fa, ci aveva tenuto a precisare che il corpo da lui diretto “era al servizio dello Stato, nell’interesse di tutti i cittadini”.
Ma se le disposizioni di un ministro diventano diktat svincolati dal rispetto della Costituzione e dal vaglio della magistratura, quale mostro giuridico si va a produrre?
Come diciamo spesso, è sempre meglio evitare che un orrore diventi un fatto, perché poi recedere da un fatto compiuto diventa enormemente più difficile. E doloroso.
Fonte
In particolare, a far infuriare Salvini (e i sindaci e i prefetti che si erano subito adeguati alle nuove circolari degli Interni), sono stati alcuni stop dei giudici amministrativi della Toscana sulle “zone rosse” a Firenze – ritenute dai magistrati apertamente anticostituzionali – e le decisioni dei tribunali civili di Firenze, di Bologna e di Genova, che in base alle leggi oggi in vigore hanno autorizzato i richiedenti asilo ad essere iscritti all’anagrafe.
Salvini, per tutta risposta, ha annunciato il ricorso al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar di Firenze sulle “zone rosse urbane”. E ne annuncia anche altri sulle sentenze chehanno permesso l’iscrizione all’anagrafe dei migranti.
Ma la notizia più grave è soprattutto il ricorso all’Avvocatura dello Stato “per valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi, lasciando il fascicolo ad altri, per l’assunzione di posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza e difesa dei confini”.
In pratica il ministro degli Interni ritiene che i magistrati dovrebbero passare le carte ad altri qualora ritenessero di doversi pronunciare in “contrasto con le politiche del governo”.
Un vero e proprio orrore istituzionale e costituzionale su almeno tre aspetti:
- la violazione dell’autonomia del potere giudiziario dal potere esecutivo;
- il venir meno dell’obbligo dell’azione penale da parte dei magistrati davanti ai fascicoli aperti;
- infine – ma non certo per importanza – una vera e propria intimidazione da parte del governo contro i giudici che ravvedono nei provvedimenti adottati elementi di incostituzionalità.
Il Viminale, per conto del suo responsabile temporaneo (perché questo è un ministro), dovrebbe così monitorare le uscite pubbliche dei magistrati firmatari delle sentenze, e i loro rapporti di “vicinanza e collaborazione con chi difende gli immigrati contro il Viminale”. In pratica, una “inchiesta” sulla massa dei magistrati per registrarne le opinioni – giuridiche e/o politiche – e il grado di discrepanza con gli orientamenti del ministro di polizia.
La gravissima iniziativa del ministro degli Interni e leader della Lega, forse niente affatto casualmente, ha scelto un momento assai rognoso per dispiegarsi. Sono i giorni in cui dentro l’Associazione Nazionale Magistrati e lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura è in corso una velenosa resa dei conti. L’Anm ha reagito con un documento approvato all’unanimità, nel quale chiede “che il Csm effettui tutti i passaggi necessari a tutela della collega Luciana Breggia (una dei magistrati “dossierati” dal Viminale, ndr), presidente della sezione specializzata in materia di immigrazione del Tribunale di Firenze, e dell’autonomia e indipendenza della giurisdizione”.
L’Anm nel documento denuncia che: “In seguito a un provvedimento collegiale che ha dichiarato inammissibile il reclamo del ministero dell’Interno, si è ipotizzato l’intento ‘politico’ del giudice diretto a disapplicare norme di legge, a fronte di un provvedimento sgradito. La critica non si è rivolta quindi al contenuto del provvedimento, ampiamente motivato, ma alle supposte ‘idee politiche del giudice’ e alla sua partecipazione a convegni, peraltro di carattere scientifico, in ragione dei partecipanti e dei relatori evidentemente loro sgraditi”.
Il documento dell’Anm richiama infine il caso di un post pubblicato su facebook dallo stesso Salvini, che “riportando un articolo de ‘Il Giornale’ nel quale sono contenuti i medesimi attacchi alla persona del giudice, è stato seguito da commenti contenenti insulti e minacce che non risultano essere stati rimossi”.
La dott.ssa Luciana Breggia, in una intervista a Famiglia Cristiana, aveva affermato che i Centri di accoglienza straordinaria sono un “limbo di insicurezza”, e che “le leggi che costituiscono il diritto non sempre vanno nella direzione della giustizia”, ricordando le leggi razziali.
Un accostamento sgradito che, come noto, era già costato una sanzione (poi revocata) all’insegnante di Palermo per non aver stroncato l’accostamento fatto da uno studente e che giungeva alle medesime conclusioni. Inoltre la giudice viene accusata di aver partecipato alla presentazione del libro “’L’attualità del male, la Libia dei lager è verità processuale”, un volume scritto dall’avvocato Maurizio Veglio, presentato insieme ad Alessandra Sciurba, portavoce della Ong Mediterranea.
Relativamente allo stop del Tar della Toscana alle “zone rosse” nel centro di Firenze, per esempio, c’era stata una sentenza favorevole al ricorso presentato dall’Aduc (una associazione di consumatori, ndr) sulla vicenda di Matteo Innocenti, attivista di Potere al Popolo denunciato per possesso di cannabis e per questo considerato “pericoloso”.
Dov’è il fattore davvero insidiosissimo in questo vero e proprio strumento di intimidazione del ministero degli Interni contro alcuni magistrati?
Nel fatto che che una volta avviato il meccanismo, in assenza di contrasto o altolà istituzionali, questo diventi una “prassi normale”. Il ministro può cambiare, ma intanto viene messa a sistema la schedatura dei magistrati per impedire che determinati fascicoli arrivino a “quelli sbagliati” (nell’opinione del ministro dell’interno).
Sarebbe interessante sapere, sul punto, cosa ne pensi ad esempio il Capo della Polizia, Gabrielli il quale, in una intervista al Corriere della Sera alcune settimane fa, ci aveva tenuto a precisare che il corpo da lui diretto “era al servizio dello Stato, nell’interesse di tutti i cittadini”.
Ma se le disposizioni di un ministro diventano diktat svincolati dal rispetto della Costituzione e dal vaglio della magistratura, quale mostro giuridico si va a produrre?
Come diciamo spesso, è sempre meglio evitare che un orrore diventi un fatto, perché poi recedere da un fatto compiuto diventa enormemente più difficile. E doloroso.
Fonte
05/10/2018
Perché il sindaco di Riace non andava arrestato
Un’analisi “tecnica”, che è ovviamente anche politica...
*****
Dico subito che desta parecchie perplessità la lettura dell’ordinanza (132 pagine) con la quale il gip presso il Tribunale di Locri ha disposto l’arresto (domiciliare) del sindaco di Riace Domenico Lucano, noto alle cronache per il costante impegno nell’accoglienza di cittadini extracomunitari.
La richiesta di misura cautelare del pm risultava datata 6 luglio e configurava a carico del sindaco (e di altre 30 persone) una moltitudine di reati rubricati dalla lettera A alla lettera Y, e che andavano dalla associazione a delinquere al peculato, dalla truffa ai danni dello Stato per svariati milioni al falso e dall’abuso d’ufficio alla concussione.
Delitti per i quali, oltre alla misura cautelare, il medesimo pm richiedeva altresì il “sequestro preventivo per equivalente delle somme presenti sui conti degli indagati”.
Il primo dato che balza all’occhio dalla lettura dell’ordinanza è la sonora “bocciatura” della lunga indagine (18 mesi) della Guardia di Finanza e avente ad oggetto, si legge: “l’iter di ottenimento e i meccanismi di gestione di rilevanti somme di denaro pubblico ottenute per organizzare la permanenza sul territorio comunale di migranti”.
Questo perché al termine dell’esame degli atti, il gip ha ritenuto del tutto insussistenti gli indizi a sostegno di tutte le imputazioni, eccezion fatta che per le ultime due, invero minimali, e di cui si dirà.
Si legge infatti nel provvedimento di “vaghezza e genericità al capo di imputazione” e “riferimenti a collusioni e mezzi fraudolenti che si risolvono in formule vuote prive di tipicità” (pag. 37), di “impossibilità per il gip di sostituirsi al pm per individuare collusioni trattandosi di operazione impedita dai più elementari principi processual-penalistici” (pag. 38), di “considerazioni addotte a sostegno della fondatezza quantomeno laconiche” (pag. 41), di “inattendibilità del denunciante Ruga” (pag. 46), di “alcun ingiusto vantaggio arrecato dal Lucano agli enti attuatori dei servizi” (pag. 123), fino a leggersi espressamente (pag. 123), e con riferimento alla più grave accusa di associazione a delinquere, che “i programmi perseguiti dagli indagati non possono definirsi illeciti, né si sono tradotti in condotte penalmente rilevanti”, e che, per quanto riguarda le specifiche condotte attribuite al sindaco (pag. 125) le stesse “erano dal suo punto di vista finalizzate a garantire a soggetti svantaggiati la possibilità di permanere in Italia o di raggiungere il Paese per qui godere di un migliore regime di vita”.
Ciò nonostante il gip ha ugualmente applicato la medesima misura coercitiva richiesta dal pm per ben 9 reati (pag. 22), per le sole due ipotesi finali rubricate alle lettere T e Y.
La prima (T) è l’accusa (riqualificata dal GIP come art. 353 bis Cp rispetto al reato di turbativa d’asta indicato dal PM) di avere affidato il servizio di pulizia della spiaggia a due cooperative sociali prive del requisito dell’iscrizione all’albo regionale, e la seconda (Y) è quella di avere concorso nel 2017 con una cittadina etiope in un falso matrimonio con il fratello per consentire a quest’ultimo l’ingresso nel nostro paese per coniugio, fatto peraltro non verificatosi per il di lui intervenuto arresto nel paese di origine.
Sul punto si legge da pagina 69 in avanti un lungo resoconto di svariate intercettazioni che attestano il coinvolgimento del sindaco anche in altri due “matrimoni di comodo”, il primo dei quali tra tali Giosi (cittadino italiano) e Sara, e sempre per le medesime finalità.
A sostegno dell’arresto, motivato, si legge, dal concreto pericolo che il sindaco, se libero, possa reiterare analoghe condotte di reato, scrive il gip (pag. 121) di “naturalezza a trasgredire norme civili” e di “disarmante spigliatezza con la quale il Lucano, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, ammetteva pacificamente e più volte ad un nutrito gruppo di interlocutori di essersi adoperato in prima persona per consentire alla complice il matrimonio con il fratello”, stigmatizzandone (pag. 125), il “ricorso a condotte non solo penalmente, ma anche moralmente riprovevoli (per quanto dal suo punto di vista finalizzate a garantire a soggetti svantaggiati la possibilità di permanere in Italia o di raggiungere il Paese per qui godere di un migliore regime di vita)”, per concludere (pag. 126) che “l’indagato vive oltre le regole che ritiene d’altronde di poter impunemente violare nell’ottica del fine giustifica i mezzi, dimentico però che quando i mezzi sono persone il fine raggiunto tradisce tanto paradossalmente quanto inevitabilmente quegli stessi scopi umanitari che hanno sorretto le proprie azioni”.
A corollario di ciò il gip esclude (pag. 126) “tranquillamente che in sede di prevedibile condanna possa essergli concesso il beneficio della sospensione condizionale”.
Ora, non si discute sulla ritenuta sussistenza indiziaria di quegli unici addebiti usciti “superstiti” dalla falcidia del gip, ma è proprio questo dato che avrebbe dovuto indurre detto gip a considerare che una misura cautelare richiesta per chi si sarebbe, in ipotesi, reso responsabile di tutti (o quasi) i reati ricompresi nell’intero codice penale, non dovrebbe trovare uguale attuazione anche per chi invece può avere al massimo violato alcune regole per finalità umanitarie.
Ovviamente sarà il processo di merito a stabilire da quale parte stanno i torti e le ragioni e se il predetto sindaco in caso di condanna dovrà o meno finire in carcere, né questa è la sede per disquisire su ipotesi di disobbedienza civile o per difendere scelte politiche e sociali di un sindaco impegnato in prima linea in un territorio a dir poco “difficile” (scelte che peraltro, io condivido in pieno), ma la lettura di quella ordinanza e di alcune considerazioni soggettive che non dovrebbero competere a un giudice penale, quali “moralmente riprovevoli” o “tradimento di scopi umanitari”, non può non destare allo stato, e lo si ripete, parecchie perplessità negli addetti ai lavori.
Fonte
06/04/2018
Torino. La procura insiste: chiesta “una misura restrittiva” per Lavinia
Implacabili con i deboli, certi magistrati sembrano animati da un sacro furore classista.
La procura di Torino ha chiesto ieri una non specificata “misura restrittiva” per Lavinia Flavia Cassaro, l’insegnante di scuola elementare indagata per avere insultato i poliziotti durante un corteo antifascista lo scorso 22 febbraio.
La notizia è trapelata dal tribunale del capoluogo piemontese: la prima richiesta era stata respinta da un giudice, ma i pubblici ministeri hanno presentato un appello al riesame, che ha fissato un’udienza per la discussione del provvedimento.
In pratica quel tribunale dovrà decidere se accettare o no la “proposta” dei pm.
Bontà loro, ci spiega l’Ansa, “non si tratta comunque di un ordine di custodia cautelare in carcere”. Anche perché i reati contestati (con molta fantasia) nel fascicolo aperto dalla procura – istigazione a delinquere, minacce e oltraggio a pubblico ufficiale – la custodia in carcere dipende comunque dai “riscontri obiettivi” relativi alla “istigazione a delinquere”.
E un normale insegnante di scuola media (ops...) potrebbe agevolmente spiegare ai suoi fanciulli che augurare la morte a qualcuno può certamente esser considerata una frase poco gentile, ma da qui all’“istigazione a delinquere” (il reato più grave ipotizzato) corrono alcuni anni luce.
Fonte
La procura di Torino ha chiesto ieri una non specificata “misura restrittiva” per Lavinia Flavia Cassaro, l’insegnante di scuola elementare indagata per avere insultato i poliziotti durante un corteo antifascista lo scorso 22 febbraio.
La notizia è trapelata dal tribunale del capoluogo piemontese: la prima richiesta era stata respinta da un giudice, ma i pubblici ministeri hanno presentato un appello al riesame, che ha fissato un’udienza per la discussione del provvedimento.
In pratica quel tribunale dovrà decidere se accettare o no la “proposta” dei pm.
Bontà loro, ci spiega l’Ansa, “non si tratta comunque di un ordine di custodia cautelare in carcere”. Anche perché i reati contestati (con molta fantasia) nel fascicolo aperto dalla procura – istigazione a delinquere, minacce e oltraggio a pubblico ufficiale – la custodia in carcere dipende comunque dai “riscontri obiettivi” relativi alla “istigazione a delinquere”.
E un normale insegnante di scuola media (ops...) potrebbe agevolmente spiegare ai suoi fanciulli che augurare la morte a qualcuno può certamente esser considerata una frase poco gentile, ma da qui all’“istigazione a delinquere” (il reato più grave ipotizzato) corrono alcuni anni luce.
Fonte
10/05/2016
L’incredibile uscita di Legnini sui magistrati ed il referendum
Non credo che nessuno possa accusarmi di
giustizialismo e di essere un fans della magistratura, che critico
molto spesso. Ed in particolare, più di una volta ho sostenuto che i
magistrati dovrebbero essere politicamente più riservati, evitando di
interferire nel dibattito politico, ma la Costituzione è un argomento nel quale i magistrati hanno pieno diritto di parola. Anzi, direi che hanno il dovere di far sentire la propria voce.
Immaginiamo che una scellerata riforma
costituzionale proponga di abrogare la Corte Costituzionale o il
Consiglio Superiore della Magistratura, mettendo i magistrati
direttamente sotto il controllo del governo. Avrebbero diritto di dire
qualcosa o no? E se la riforma stravolgesse la parte riguardante i
diritti individuali, sociali e politici dei cittadini? Direi che i
magistrati avrebbero il dovere morale, proprio in quanto tecnici del
diritto, di informare i cittadini e metterli sull’avviso. O sembra
strano?
Qui si sta per varare una riforma
costituzionale di minoranza (primo obbrobrio), che intende trasformare
in organi di parte la Presidenza della Repubblica e la Corte
Costituzionale e i magistrati dovrebbero tacere?
Ma sulla base di quale norma, di
quale principio costituzionale, si pensa di togliere la parola in tema
di Costituzione a chi, prima ancora di essere magistrato, è un cittadino
nella pienezza dei suoi diritti? E adombrando tacitamente la minaccia
di un procedimento disciplinare.
Quando si parla delle regole del gioco
tutti hanno diritto di parlare ed i tecnici del diritto prima degli
altri, o forse il diritto di parola è riservato ai soli tecnici di fede
renziana?
Il fatto è che nel Pd prevale una cultura politica di tipo plebiscitario
che è la negazione della democrazia liberale (orecchio al quale il Pci
non ha mai sentito granché, a dire il vero). Badate, non sto dicendo che
il Pd sia fascista: sarebbe una sciocchezza solenne, date le evidenti
differenze rispetto al Pnf. Non immagino neppure lontanamente che il Pd
possa organizzare l’omicidio dei suoi oppositori come Matteotti o Don
Minzoni, né penso che voglia sciogliere gli altri partiti o istituire un
tribunale speciale. Come, peraltro, penso che i fascisti avessero un
po’ più di senso dello Stato di quel comitato d’affari che va sotto il
nome di Pd. Dico soltanto che è una concezione della democrazia fra De
Gaulle e Trump, tutto qui.
Legnini interviene nella questione a gamba tesa (lui che, non fosse altro per l’immediato passaggio dai banchi del governo a quelli del Csm,
dovrebbe essere un po’ più prudente), si consente addirittura
apprezzamenti sul livello culturale delle contestazioni di Armando
Spataro. Non so a cosa si riferisca l’ultra renziano Legnini, del quale
tutti conosciamo le fondamentali opere di pensiero giuridico.
Io Spataro l’ho sentito la settimana
scorsa ed il suo intervento mi è parso rigoroso, puntuale, ricco di
riferimenti dottrinali, come peraltro Spataro è sempre. Ma forse Legnini
voleva semplicemente dire che non schierarsi contro il governo è di per
sé sintomo di scarso livello scientifico.
Vi pongo un quesito: ma come
abbiamo fatto a scendere così in basso da affidare istituzioni così
delicate a uomini che, così platealmente, non sono pari al compito?
C’è una sola cosa peggiore di Renzi e
sono i renziani. Almeno Renzi ha più senso della realtà ed arriva anche a
dire cose come il fatto che esista una questione morale nel Pd o che
non c’è nessun complotto dei magistrati contro il Pd. Ma questo divario
fra il leader ed i seguaci è un classico dei regimi plebiscitari. Si
poteva dire la stessa cosa di Peron e dei peronisti: al solito, la
servitù è sempre peggiore del padrone.
Iscriviti a:
Post (Atom)