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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/04/2024

Magistrati a zampa d’elefante

Deve esistere una sindrome, come un malessere, un dolore dell’anima, qualcosa di conosciuto ma non ancora studiato. La chiamiamo “nostalgia del non vissuto“. Molti compagni della mia generazione (under 60) ne sono stati affetti.

È l’afflizione tipica di chi è arrivato dentro uno scenario storico, proprio mentre esso era in via di esaurimento – pensiamo alla Resistenza o allo scontro sociale degli anni ’70. Il mancato partigiano Bembo – personaggio struggente de Il Pendolo di Eco – è un esempio letterario di tale malessere.

Fortunatamente di nostalgici di questo genere, nel “nostro” campo non ce ne sono più tanti in giro. Il tempo passa, incalza, ti costringe ad aggiornare non solo l’analisi ma anche l’immaginario, le aspettative.

Dove invece pare resistere uno zoccolo duro di rimpianto e malinconia, è in un certo settore della magistratura italiana. Questo sentimento elegiaco si è insinuato sotto la toga di alcuni giudici, proprio come una malattia dello spirito.

Alcuni di loro, evidentemente, soffrono per non essere riusciti a provare l’ebbrezza pericolosa degli anni ’70: la suggestione della linea del fronte da presidiare, del nemico da individuare, la lotta all’eversione come ragione di vita. Purtroppo per loro sono arrivati tardi in magistratura e non ce l’hanno fatta a vivere da protagonisti quella stagione.

A loro è restato il rammarico di una memoria, appunto, non vissuta; il retaggio di un passato epico, magari tramandato oralmente da nonno Caselli o da zio Spataro. Che malinconia carezzare un’epopea senza averla attraversata: sognare l’arroccamento democratico a difesa delle istituzioni, col mandato di cattura in mezzo ai denti e il vento nei capelli...

Che questa corrente nostalgica serpeggi in mezzo ad alcuni settori della magistratura, mi è venuto in mente guardando al maxi processo (così lo definisce l’Ansa) apertosi in questi giorni a Torino a carico di militanti di area antagonista.

Riproporre la suggestione del “maxi processo” – con tutti i suoi rituali anacronistici – è come cavalcare una macchina del tempo; il deja vu di un armamentario di prassi giuridiche di cui si stava perdendo traccia: il “pool antieversione” (Ansa), le parti offese “che non si costituiscono parte civile“, la “vicinanza” degli imputati a questo o quell’ambiente criminogeno.

Viene da immaginarsi certi magistrati, impegnati nella laboriosa fase istruttoria, chini sulle loro scrivanie, alle prese con chilometrici atti d’accusa – magari ascoltando gli Eagles in sottofondo e indossando jeans sdruciti a zampa d’elefante, per meglio immergersi nell’atmosfera d’antan.

Ce li figuriamo mentre ripetono a se stessi: anche noi stiamo difendendo il paese, anche noi stiamo combattendo la nostra guerra contro l’eversione. Il tempo passa, ma siamo sempre qui.

Certo, oggi i sovversivi non abbondano, non è che li trovi ad ogni angolo di strada. E ognuno ha gli eversori che si merita.

Sempre l’Ansa ci informa, infatti, che i reati contestati a questo sodalizio criminale da “maxi-processare”, si riconducono essenzialmente al tentativo, in un paio di occasioni, di entrare con un proprio spezzone, all’interno dei cortei del primo maggio; e di aver mollato “sputi, spintoni, schiaffi, calci a militanti del PD“.

Un reato – lo sputo al PD – per il quale probabilmente i difensori invocheranno le attenuanti “per aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale“.

Sembra uno scherzo fuori stagione, ma pare proprio che i crimini contestati agli eversori torinesi siano di questo genere: il “maxi processo dello spezzone sociale” – passerà alla storia così.

E pensiamo all’imbarazzo se negli stessi corridoi dell’austero Palazzo di Giustizia sabaudo, dovessero incrociarsi gli imputati No Tav con gli imputati Si Tav – quelli di matrice PD arrestati o inquisiti nell’inchiesta Echidna. Un incontro storico da cui gli “eversori” potrebbero trarre almeno qualche elemento di consolazione, rispetto alle asprezze della vita: “anche voi qua? Ma guarda se è piccolo il mondo...“

Al di là delle facili ironie, in realtà c’è poco da scherzare: sempre a Torino, si sta avviando alla conclusione il primo grado di un altro processo per “associazione a delinquere” – sempre a carico delle medesime aree politico-sociali – con imputazioni decisamente più insidiose. Si sta parlando della vita e della libertà di decine di persone, alcune delle quali, come Giorgio Rossetti, vessate in questi anni da ogni genere di persecuzione giudiziaria.

La sindrome che ho descritto all’inizio di questo articolo non è solo piemontese. Tra Piacenza e Modena altri Pm e altri Tribunali battono gli stessi insondabili sentieri. Centinaia di processi – istruiti contro facchini, operai, sindacalisti e solidali – rimandano ad uno scenario ucronico, raccontando la realtà parallela di un “clima pre-insurrezionale” che avrebbe attraversato stabilimenti e magazzini emiliani in questi anni.

Mentre molte relazioni sindacali, in alcuni settori critici, stanno finalmente mutando sotto la spinta delle lotte, vedi la logistica e l’agroalimentare, certi magistrati continuano a fare la guardia al bidone di benzina e a difendere assetti fetenti e primitivi – le peggiori degenerazioni nel mondo dei subappalti – trasformando le aule giudiziarie in tribune antisindacali.

Le anomalie di certe sedi giudiziarie sono espressione di mondi sconfitti e tempi passati. Certi processi danno l’idea del tentativo, fuori tempo massimo, di ricondurre il conflitto alle regole di un ordine sociale già traballante, insidiato dalle mille crisi del presente.

Liberiamo le dinamiche sociali dalle ipoteche giudiziarie: ricominciamo a ragionare su una stagione di amnistia per i “reati di piazza“, i quali, con cinque milioni di persone in povertà assoluta e centinaia di migliaia di posti di lavoro in evaporazione, diventeranno purtroppo il pane quotidiano di molti cittadini di questo paese.

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30/11/2023

“Né l’amnistia né l’Europa ci salveranno”

Dalla prigione catalana di Ponent, dove da due anni e mezzo sconta una pena per ingiurie alla corona e apologia del terrorismo, Pablo Hasel ha scritto una breve e tagliente lettera che tocca diversi temi oggi al centro del dibattito politico iberico: l’accordo tra i partiti indipendentisti e il PSOE, all’origine dalla riconferma di Pedro Sánchez alla Moncloa; la reale portata dell’amnistia; il ruolo delle istituzioni europee sullo scacchiere internazionale.

La lettera riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di Hasel che, dopo aver suscitato lo sdegno e le proteste di migliaia di giovani dentro e fuori lo stato spagnolo, sembra quasi dimenticato.

Conviene ricordare che il musicista di Lleida è finito in carcere a causa di diverse sentenze di condanna tra cui una per i testi delle proprie canzoni, un’altra per una supposta aggressione e infine per alcune opinioni che sono state tacciate di inneggiare al terrorismo.

Proprio quest’ultima accusa merita una riflessione preliminare: è oggi più che mai evidente l’uso politico del termine “terrorista“, impiegato con disinvoltura dagli Stati per condannare senza appello quello che considerano “il nemico”. Con i suoi messaggi, cantati e non, Hasel ha toccato un nervo scoperto dello stato spagnolo tanto da guadagnarsi l’accusa di “apologia del terrorismo“.

Ma ricordare le torture della poliza inflitte ai membri di ETA o a quelli dei GRAPO, un’organizzazione armata marxista-leninista attiva durante e dopo la transizione, è fare apologia del terrorismo?

Sostenere, riferendosi ai GRAPO, che «le prigioniere e i prigionieri politici sono un esempio di resistenza» è fare apologia del terrorismo o un legittimo esercizio di difesa della memoria storica?

La denuncia dei legami della monarchia spagnola con quella saudita, oggetto peraltro delle indagini della magistratura, dev’essere considerata un’ingiuria? Difendere un giovane che affiggeva manifesti a favore dell’autodeterminazione da un provocatore che lo stava aggredendo è un reato?

Evidentemente per lo Stato spagnolo uscito dalla transizione, è ancora oggi difficile tollerare la critica alla mancata trasformazione delle strutture repressive statali (così come la critica alla conservazione nelle mani delle elite franchiste del potere economico e la critica all’unità dello stato).

Su questi temi esiste un settore sociale conservatore, imbevuto della cultura politica franchista, pronto a mobilitarsi, come è accaduto con le proteste seguite all’annuncio dell’amnistia e scatenatesi nelle piazze di Madrid.

Con questo settore i socialisti di Pedro Sánchez hanno condiviso tra l’altro la gestione dell’immigrazione, il sostegno alla NATO, l’adesione al nazionalismo spagnolo e la repressione dei movimenti indipendentisti.

Ed è improbabile che la recente amnistia rappresenti un vero punto di svolta: nel caso di Pablo Hasel (e di molti altri detenuti politici) sembra infatti imporsi una interpretazione restrittiva del provvedimento che, con il beneplacito del nuovo governo, lascerà il rapper comunista in carcere fino al 2027.

Bisogna sottolineare anche che la Corte Europea di Strasburgo ha rifiutato il ricorso presentato da Hasel e ha giudicato corretta la pena comminata dai giudici spagnoli.

Si tratta senza dubbio di una sconfitta giuridica che però ha un risvolto imprevisto: la decisione del tribunale contribuisce a smontare l’opinione, assai diffusa nell’indipendentismo catalano (fatta eccezione per la CUP), secondo la quale l’Unione Europea “rispetterebbe i principi democratici” più di quanto faccia lo Stato spagnolo. Su questo tema, la lettera del rapper è molto chiara.

Seppure alcuni giudizi di Hasel, soprattutto quelli sui partiti spagnoli e catalani, possano talvolta prestarsi all’accusa di un certo massimalismo, bisogna riconoscere che non fanno sconti a nessuno, investendo tanto i socialisti quanto gli indipendentisti.

Anche perciò vale la pena ascoltare il suo punto di vista, non foss’altro che per dare voce a un rapper comunista silenziato, divenuto un detenuto politico, che rivendica la propria appartenenza ideologica.

Qui di seguito la lettera di Pablo Hasel apparsa il 16 novembre sulla stampa catalana.
«Ancora una volta, numerosi partiti hanno raggiunto un accordo sulla fiducia al governo, il cui contenuto suppone la violazione reiterata dei diritti civili e politici. In nome del progressismo, torneranno a mettere in campo politiche all’insegna dello sfruttamento, della miseria, della repressione e dell’imperialismo. Tutto ciò sostenendo un regime profondamente antidemocratico, nemico dei nostri interessi, sia come popolo che come classe.

L’amnistia sulla quale si sono accordati – e vedremo se questa amnistia davvero mantiene ciò che promette – non arriva neppure a includere tutti gli indagati e condannati in Catalunya. Perché la repressione va molto oltre il processo indipendentista: ci sono migliaia di perseguitati per le lotte sul lavoro, le lotte studentesche, quelle per la casa, contro il maschilismo, il razzismo, l’omofobia e contro la repressione.

Inoltre in ambito statale ci sono molti altri prigionieri politici che non sono neppure menzionati perché si vogliono nascondere. E non possiamo permetterlo perché questi prigionieri hanno difeso la nostra dignità. Soprattutto i prigionieri politici sequestrati da decenni, che sono l’esempio di lotta più coerente per i diritti civili, sociali e politici, inclusa l’autodeterminazione.

Perciò dobbiamo rivendicare l’amnistia totale, dovunque sia possibile, e organizzare la solidarietà per far fronte alla repressione presente e a quella futura. L’ampliamento delle leggi repressive approvate dai falsi progressisti dice chiaramente che non ci sarà tregua.

Con altrettanta chiarezza, le nefaste condizioni di vita ci dicono che è necessario intensificare la lotta (che sarà repressa). Il regime non ha bisogno del Partido Popular e di Vox al governo per imporre questo fascismo occulto: se ne incarica il PSOE-Sumar e i loro collaboratori, che perpetuano ogni tipo di atrocità.

Il progressismo e alcuni settori della “sinistra” addomesticata hanno ripetuto spesso che l’Europa non lo permetterebbe, idealizzando l’UE. La realtà ha dimostrato ripetutamente che dicevano una menzogna.

Un recente esempio è la condanna che ho ricevuto per aver denunciato fatti oggettivi, ratificati dal tribunale di Strasburgo. Una condanna incomprensibile, dato che in precedenza lo stato spagnolo era stato condannato per la pratica della tortura, considerata invece nella mia sentenza un’“ingiuria”.

Il fatto che a volte la Corte Europea o l’ONU ammoniscano o condannino lo stato spagnolo per la grossolana repressione non significa che lo facciano sempre, né che riescano a fermarlo. Cosa che non sorprende perché anche l'Unione Europea reprime, e questa evidenza non è inficiata dal fatto che alcuni stati membri dell’unione siano più rispettosi delle libertà rispetto a quello spagnolo.

L’Europa che partecipa alle invasioni imperialiste della NATO, che trasforma il Mediterraneo in una fossa comune per i migranti, che aiuta il sionismo a occupare la Palestina e a portare a termine un genocidio, che equipara nazismo e comunismo, che culla le multinazionali responsabili dello sfruttamento e del saccheggio selvaggio di numerosi paesi, che ha sostenuto il jihadismo in Siria e che arma i nazisti ucraini, non ci salverà.

Non esiste altra soluzione che aumentare gli sforzi per far crescere le lotte nelle piazze. Soltanto rafforzando l’organizzazione rivoluzionaria conquisteremo i diritti e la libertà che ci strappano di mano con la violenza.

È sempre più urgente sviluppare l’unità attorno alla solidarietà e alla lotta per un programma veramente democratico-popolare, che includa l’uscita da questa Unione Europea sfruttatrice, repressiva e imperialista. Altrettanto necessario è denunciare come sotto questo “nuovo” governo continueremo ad essere ugualmente oppressi in tutti i sensi.

Rovesciamo il regime monarchico-fascista! Visca la resistenza! Amnistia totale!»
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16/11/2023

Spagna. L’“esquerra independentista”: con l’amnistia il PSOE vuole seppellire la repubblica catalana

Se qualcuno si aspettava una autocritica del PSOE riguardo ai fatti accaduti prima e dopo il referendum del primo ottobre, viene chiaramente smentito dalla lettura del provvedimento d’amnistia presentato questa settimana dai socialisti.

Sia la proposta d’amnistia redatta dai partiti indipendentisti nel 2021 (di cui il PSOE non permise neppure la discussione in aula) che il testo elaborato da Sumar nelle scorse settimane, sottolineavano la sproporzione dell’intervento repressivo dello stato contro il movimento indipendentista: le dure condanne di prigione, la destituzione d’autorità del governo della Generalitat e lo scioglimento della camera catalana con l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione.

Il testo a suo tempo presentato da Esquerra, Junts e la CUP ricordava inoltre la necessità del rispetto della volontà politica maggioritaria dell’elettorato catalano. Nel testo del PSOE si parla invece di una generica tensione sociale e di uno scollamento tra l’elettorato catalano e le istituzioni statali ai quali l’amnistia dovrebbe porre rimedio, al fine di consolidare la convivenza.

La reale portata dell’amnistia non è inoltre ancora chiara. Secondo molti osservatori, ci sono seri dubbi che sia i militanti dei CDR accusati di terrorismo, che gli indagati di Tsunami Democràtic, possano beneficiare del provvedimento.

Non solo: il PSOE ha parlato di poche centinaia di amnistiati ma Alerta Solidaria, l’organizzazione contro la repressione dell’esquerra independentista, stima gli imputati per i fatti connessi al referendum e alle mobilitazioni successive in più di 4.000 persone. Evidentemente i conti non tornano.

A questi dubbi si aggiunge la beffa: alcune decine di agenti delle forze dell’ordine, indagati per reati commessi durante la repressione delle manifestazioni, sono inclusi nell’amnistia. Una possibilità che i CDR avevano già paventato nelle scorse settimane e che l’ex deputato della CUP e avvocato di molti processati, Benet Salellas, aveva definito una sciocchezza monumentale.

Davanti alla stampa Salellas aveva spiegato che se è vero che l’amnistia può beneficiare anche coloro i quali hanno compiuto dei reati nel segno del nazionalismo spagnolo, è altrettanto vero che è invece contrario al diritto internazionale amnistiare «i delitti commessi da funzionari pubblici contro beni individuali come l’integrità morale e l’integrità fisica, ovvero atti che possono essere considerati di tortura, come specialmente le cariche poliziesche del primo ottobre».

Certo è che i socialisti hanno confezionato il provvedimento con due obbiettivi nel mirino. Nell’immediato, la conferma di Pedro Sánchez alla guida dell’esecutivo spagnolo; nel medio e lungo periodo la smobilitazione definitiva del movimento indipendentista.

Dopo l’indulto concesso ai leader del primo ottobre, l’amnistia rappresenta nelle intenzioni del PSOE un vero e proprio funerale alla domanda di trasformazione istituzionale e sociale rappresentata dalle varie anime del movimento per la repubblica catalana.

Bisogna inoltre segnalare che già prima di conoscerne il testo, cinque sindacati della Guardia Civil, tra cui il sindacato maggioritario del settore, hanno firmato un comunicato in cui denunciano l’accordo tra Sánchez e Puigdemont e la legge d’amnistia come un attacco all’indipendenza dei giudici e allo stato di diritto.

La presa di posizione della Guardia Civil rappresenta una vera e propria invasione di campo nell’area della politica, a margine della quale dovrebbe invece mantenersi ogni corpo militare. Anche la più grande associazione dei fiscales spagnoli (una figura equivalente al pubblico ministero) ha condannato senza mezzi termini qualsiasi legge d’amnistia, anche in questo caso già prima di conoscere il contenuto del provvedimento.

I fiscales ritengono che l’amnistia sia un attacco al potere giudiziario e conduca alla fine dello stato di diritto. Quasi contemporaneamente la CEOE, la principale associazione degli imprenditori spagnoli, si è a sua volta schierata nettamente contro l’accordo Sanchez-Puigdemont e contro l’amnistia, che a suo dire rappresentano un ostacolo alla crescita economica e una minaccia per la sicurezza giuridica.

Queste prese di posizione dei poteri forti e di parti significative dell’apparato statale illustrano bene l’attualità e la fondatezza della critica alla transizione spagnola formulata dall’esquerra independentista: la transizione non soltanto non ha tagliato le radici fasciste degli apparati repressivi dello stato ma ha anche traghettato nella cosiddetta democrazia le elite politiche e economiche del franchismo, perpetuandone il potere finanziario e garantendone la sopravvivenza della cultura politica.

La portavoce della CUP, Laia Estrada, ha denunciato il fatto che la legge d’amnistia riproponga il rispetto della cornice costituzionale spagnola, mentre Poble Lliure (organizzazione interna alla CUP) ha sostenuto che l’amnistia dovrebbe servire per «acuire la crisi dello stato e indebolirlo, per delegittimare (sia all’esterno che all’interno) la sua strategia repressiva, non certo per dimostrarne la clemenza, per compiere un nuovo passo in avanti verso la rottura che vogliamo, non verso una nuova transizione».

Ma la critica più netta è arrivata da Endavant, l’altra importante componente della coalizione indipendentista e anticapitalista.

Riferendosi all’amnistia e all’accordo Sánchez-Puigdemont, Endavant ha affermato in un comunicato che «questo è un patto che servirà per rilegittimare e rafforzare il regime. Per fare una seconda transizione riproducendo la democrazia depotenziata del regime del ’78 e consolidando lo stato neoliberale e patriarcale che opprime le classi popolari.

L’amnistia sarà utilizzata come un elemento di pacificazione e di smobilitazione della lotta della società catalana per l’autodeterminazione e l’indipendenza.

L’accordo tra Junts per Catalunya, ERC, PSOE e Sumar non si propone in chiave di avanzamento del processo di liberazione nazionale e emancipazione sociale dei Països, Catalans bensì come la chiusura definitiva di un ciclo di lotta»
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16/01/2023

Brasile - Perché i bolsonaristi non dovrebbero ottenere l’amnistia

Tra tutte le grida eccitate che sono riecheggiate nella marea rossa che ha invaso Brasília durante l’insediamento di Luiz Inácio Lula da Silva come presidente brasiliano il 1° gennaio 2023, la più significativa – e impegnativa, soprattutto dal punto di vista istituzionale del nuovo governo – è stata la richiesta di “nessuna amnistia!“.

La folla che scandiva queste parole si riferiva ai crimini perpetrati dalla dittatura militare in Brasile dal 1964 al 1985 e ancora impuniti. Lula ha fatto una pausa nel suo discorso, per far sentire le voci, e ha proseguito con un messaggio forte ma moderato sulla responsabilità.

La moderazione di Lula dimostra il suo rispetto per i limiti civici dell’esecutivo, in netto contrasto con la nozione di statalismo dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro. Dopotutto, una delle caratteristiche che ci permettono di qualificare correttamente il “bolsonarismo” come fascismo è la deliberata fusione tra l’esercizio istituzionale del potere e la militanza contro-istituzionale.

Come presidente, Bolsonaro è andato oltre la commistione di questi ruoli; ha occupato lo Stato in costante opposizione allo Stato stesso. Ha costantemente attribuito la sua inettitudine come leader alle restrizioni imposte dalle istituzioni democratiche della Repubblica.

Mentre Bolsonaro proiettava un’immagine di uomo forte davanti alle telecamere, che alla fine lo ha aiutato a scalare il potere, ha mantenuto un basso profilo nel Congresso e il suo mandato congressuale lungo tre decenni è una testimonianza della sua irrilevanza politica e amministrativa.

Il suo debole esercizio del potere ha rivelato la sua inadeguatezza come leader quando ha finalmente assunto la carica di presidente. Bolsonaro ha raggiunto la notorietà quando ha votato per l’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff nel 2016.

Prima di votare, Bolsonaro ha colto l’occasione per rendere omaggio al colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, “condannato per tortura” durante la dittatura militare, che ha scherzosamente definito “il terrore di Dilma Rousseff!“.

Ustra era stato responsabile della tortura sistematica dell’ex capo di Stato quando lei, allora giovane guerrigliera marxista, era imprigionata dalla dittatura.

Da quel giorno fino all’ultima apparizione pubblica di Bolsonaro – dopo la quale è fuggito dal Paese per dirigersi a Orlando, in Florida, prima dell’insediamento di Lula – l’unica opportunità che ha avuto di mettere in scena il suo personaggio elettorale è stata quella di istigare i suoi sostenitori con discorsi incendiari.

Questa combinazione ha portato a un governo impotente, gestito da qualcuno che ha incoraggiato i suoi sostenitori a fare il tifo per lui usando il ridicolo soprannome macho “Imbrochável“, che si traduce in “imperturbabile“.

Appoggiando la necessità di responsabilità, rispettando la solennità della presidenza e consentendo ai cittadini di chiedere “nessuna amnistia“, Lula ripristina una certa normalità nella dicotomia esistente tra rappresentante e rappresentato nel quadro di una democrazia liberale borghese.

Un piccolo gesto, ma che contribuirà a stabilire la fiducia istituzionale necessaria affinché il fascismo possa essere esaminato. Ora la palla è nel campo della sinistra organizzata; l’urgenza e la radicalità della responsabilità dipendono dalla sua capacità di consustanziare teoricamente e politicamente lo slogan “nessuna amnistia“.

Nessuna amnistia per chi? E per cosa? Che tipo di giustizia dovrebbe essere servita ai nemici della classe operaia?

All’ex ministro della Sanità che, dichiarandosi esperto di logistica, ha trasformato Manaus, la capitale di Amazonas, in un “laboratorio di test sull’immunità di gregge” per far fronte al collasso del sistema sanitario durante il picco dell’epidemia di COVID in Brasile.

All’ex ministro dell’Ambiente che ha sancito la brutale colonizzazione delle terre indigene modificando la legislazione ambientale.

A un governo che ha sostenuto l’espansione dell’accesso dei civili ad armi di livello militare; al produttore nazionale di armi che ha avallato tale aberrazione politica e promosso la vendita di armi; alla compagnia di assicurazione sanitaria che ha condotto test antidroga non autorizzati su cittadini anziani, sposando il motto “la morte è una forma di scarico“.

Allo stesso Bolsonaro che, tra i tanti crimini, ha deciso di negare ripetutamente la scienza e di pubblicizzare l’idrossiclorochina e l’azitromicina come cure per il COVID-19.

Al cancelliere che ha usato l’Itamaraty (l’equivalente brasiliano del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti) per marginalizzareare intenzionalmente il Brasile nella comunità internazionale.

Ai proprietari dei media che hanno avallato o tollerato tutta quella misantropia, sbiancando la retorica fascista e offrendo un megafono per amplificare il razzismo, il sessismo, la fobia per gli LGBT e, alla base di tutto, il brutale classismo.

L’elenco potrebbe continuare. Ci sono così tanti crimini, così tanti individui e società delinquenti e così tante vittime – a partire dalla morte di persone innocenti a causa del COVID e dal trauma subito dalle loro famiglie, per poi estendersi a tutte le popolazioni vulnerabili: indigeni, popolazione nera, maroons e LGBTQIA+ – che è necessaria un’agenzia dedicata che indaghi e persegua tutti.

Forse la sostanza che dobbiamo iniettare nel grido “niente amnistia” è l’istituzione di un tribunale speciale. Come suggerito dal professor Lincoln Secco, dovrebbe essere il Tribunale di Manaus, dal nome della città che è stata usata come terreno di prova per la propaganda no-vax di Bolsonaro, dove i pazienti sono stati lasciati morire al culmine della pandemia COVID.

E si spera che il Tribunale di Manaus, osservando tutti i riti, tutta la civiltà e tutti i requisiti legali, sia in grado di portare al risultato storico che l’Assemblea costituzionale del 1988 non è riuscita a raggiungere: chiudere le porte delle istituzioni brasiliane al fascismo, per sempre.

di Gabriel Rocha Gaspar, attivista e giornalista marxista brasiliano, con un master in letteratura conseguito presso l’Università Sorbonne Nouvelle Paris 3. Per cinque anni è stato reporter e ha lavorato in Brasile. Per cinque anni è stato reporter della radio pubblica francese RFI e ha lavorato come corrispondente per gli affari esteri per diversi media brasiliani. Attualmente è editorialista di Mídia Ninja.

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09/07/2021

Cile - Si apre la discussione sull'amnistia

María Rivera* è uno dei volti femminili della Plaza Dignidad, avvocatessa dei “primera línea”, difensore di prigionieri politici ed è stata una di coloro che hanno querelato Piñera per delitti di lesa umanità commessi dopo il 18 Ottobre. Imprigionata e torturata in dittatura, esiliata in Argentina. Non ha mai cessato di lottare contro detenzione e tortura. Militante della lega Internazionale dei lavoratori.

È stata eletta come Costituente tra gli Indipendenti nella Lista del Pueblo. Ed in questa vesta ha presentato lunedì scorso alla presidenza della Convenzione Costituzionale la seguente Mozione per l’Amnistia a tutti i progionier* politic*, cileni e mapuche.

*****

Signora Elisa Loncon Antileo
Presidenza Convenzione Costituzionale

Signor Jaime Bassa Mercado
Vicepresidenza Convenzione Costituzionale

Oggetto: Mozione della Signora Convenzionale María Magdalena Rivera Iribarren. Amnistia prigionieri e prigioniere politici cileni e mapuche dello Stato del Cile.

Santiago, 5 Luglio 2021.

1 – Lo Stato del Cile ha in regime di prigionia politica, in qualità di condannati o come misura cautelare di detenzione preventiva, centinaia di combattenti sociali cileni e mapuche. Il regime di democrazia controllata sorto dalla Transizione ha mantenuto l’essenza del modello economico e della Costituzione del 1980. In Cile nel 2021, questo è messo in discussione dalla maggioranza della popolazione.

2 – Per la continuità del modello economico e sociale, quel Regime si è basato sulla repressione del popolo mapuche e dei movimenti sociali, avvalendosi del carcere politico come arma fondamentale per cercare di fermare la resistenza del popolo mapuche e le lotte del popolo cileno. Questi meccanismi di repressione e violazione dei diritti umani sono stati estesi ad ampi settori della popolazione del Paese a partire dall’esplosione sociale del 18 ottobre, con una politica sistematica di detenzioni arbitrarie, vittime di torture da parte di agenti statali e perdita parziale o totale della vista. Anche la riparazione e la giustizia dovranno essere affrontate nelle prossime discussioni di questa Convenzione.

3 – La transizione concordata con la dittatura non solo ha garantito che Pinochet rimanesse come Senatore a vita e Comandante in Capo dell’Esercito, ma ha aperto le porte all’impunità per molti dei responsabili della sistematica violazione dei diritti umani durante la dittatura e la politica di persecuzione contro gli oppositori della dittatura e della transizione concordata.

4 – In relazione alla causa Mapuche. Da 500 anni il popolo Mapuche combatte in difesa del proprio territorio, scontrandosi, in tempi diversi, con lo Stato cileno e le compagnie che occupano le loro terre. A partire dalla dittatura, il regime militare si è reso responsabile dell’usurpazione di centinaia di migliaia di ettari di terra al popolo Mapuche e ha favorito apertamente la formazione di grandi monopoli forestali a partire dall’attuazione del decreto legge 701 del 1974. Così, alcuni gruppi economici si sono appropriati di terre e foreste ancestrali per la produzione forestale, allargando il conflitto con il popolo originario, legittimo proprietario di quelle terre. La protezione statale, dal 1973 ad oggi, ai proprietari delle grandi aziende forestali ha avuto enormi conseguenze per il popolo-nazione mapuche. Una di queste conseguenze è il carcere politico di decine di membri delle comunità.

5 – Definizione di Prigioniero Politico: Comunemente, prigioniero politico è chiamato una persona che è privata della libertà per non aver commesso alcun crimine, ma semplicemente per avere determinate idee politiche. Tuttavia, queste idee devono sempre raggiungere una manifestazione nel mondo esterno, si concretizzano attraverso azioni. Pertanto, il fattore determinante per tale definizione è la motivazione dell’atto che lo stato del Cile punisce penalmente. In questo senso, i prigionieri politici sono coloro che hanno commesso “crimini” di ispirazione politica e sono repressi da agenti statali. Ai fini della presente mozione, quando si parla di prigionieri politici si fa riferimento a qualsiasi persona privata della libertà, sia in virtù di una sentenza di condanna, sia in virtù di una misura cautelare restrittiva della libertà, perché la loro partecipazione, in qualsiasi suo grado, è imputata ad atti di connotazione politica.

6 – In questo senso, la Convenzione adotterà la seguente risoluzione:

a) Richiedere al Congresso e al Potere Esecutivo l’immediata approvazione del “Progetto d’Indulto Generale” presentato al Congresso.

b) Richiedere l’amnistia per tutti i prigionieri/e politici, prima e dopo dell’esplosione sociale. Non saranno considerati prigionieri politici i condannati per violazioni dei Diritti Umani da parte di agenti dello Stato o collaboratori civili.

c) Stabilire un termine imperativo di 15 giorni di calendario dalla data della presente risoluzione convenzionale, affinché il Congresso Nazionale e il Potere Esecutivo adottino le misure richieste.

In caso di rifiuto del Congresso Nazionale e dell’Esecutivo, nell’esercizio del potere costituente originario, la presente Convenzione adotterà come provvedimento il voto di un decreto di indulto e di Amnistia nei termini precedentemente richiesti. Allo stesso modo, farà appello alla mobilitazione popolare per sostenere l’esercizio del potere costituente originario basato sulla sovranità dei popoli

7 – Parte di questa mozione è l’apertura immediata di un ampio processo democratico di discussione delle udienze pubbliche e del lavoro delle commissioni con parenti di prigionieri dell’esplosione sociale, condannati in virtù della Legge Antiterrorismo, parenti e organizzazioni legate ai prigionieri mapuche e chi altro la presente Convenzione ritenga necessario.

8 – Questa convenzione conferma che non possiamo iniziare a scrivere la legge più importante che ci guiderà per i prossimi anni o decenni con prigionieri politici del precedente regime nelle carceri.

II – Allegato: Estratto di un documento preparato dalla Commissione Generale di Amnistia per i Prigionieri/e Politici

L’amnistia è la figura appropriata per decretare la libertà dei prigionieri/e politici in modo totale, senza esclusioni e senza condizioni. L’Amnistia è uno dei modi per estinguere la responsabilità penale delle persone stabilita nella nostra legislazione, precisamente nel codice penale all’articolo 93, numero tre.

Lo stesso articolo precisa che si estinguono sia la pena che tutti i suoi effetti, a differenza dell’indulto, che si limita a rimettere o commutare la pena, ma non toglie ai beneficiari il carattere di condannati, né, di conseguenza, quello di recidivi per detta eventualità.

Altro carattere benefico dell’amnistia è che questa figura è applicabile ai processati, anche non ancora condannati, mentre l’indulto è possibile solo nei confronti di persone condannate. L’importanza di ciò risiede nel fatto che per accedere al beneficio non è necessario attendere la condanna, ma essa opererebbe subito dopo la promulgazione.

La necessità che gli imputati perdano la qualità di condannati è anche di rilevanza politica, principalmente cerca di evitare la neutralizzazione assoluta di queste persone, dato l’alto grado di vulnerabilità davanti al sistema penale che comporta l’onere della recidiva di fronte a un futuro eventuale arresto.

Per tutto quanto sopra, è necessario menzionare le ragioni e le richieste per ottenere la libertà di tutti i prigionieri politici nel corso della storia del Cile, mediante un’Amnistia totale e incondizionata, che fornisca una soluzione definitiva, per abusi sistematici e violazioni dei Diritti Umani che sono andati avanti dalla dittatura militare del 1973.

Accumulando così 48 anni di impunità e prigionia politica nel Paese, possiamo citare la Commissione Valech che ha ricevuto 36.035 testimonianze e il suo primo rapporto, dove si riconoscono 27.255 persone vittime di carcerazione politica e torture durante la dittatura militare, e nel suo secondo rapporto la Commissione Valech II, ha riconosciuto un totale di 40.018 vittime, di cui 3.065 morte o scomparse.

Purtroppo, quella non fu la fine del regime, poiché per perseguire la transizione alla democrazia, è stata applicata un’amnistia ai militari implicati in crimini contro l’umanità durante la dittatura militare, impedendo così, un processo per i colpevoli o una riparazione per le vittime, inoltre Augusto Pinochet in totale impunità consegna la presidenza, ma rimane per altri 8 anni come Comandante in Capo dell’Esercito.

Ciò è fondamentale poiché è continuata la persecuzione politica e giudiziaria degli oppositori del regime, creando così i primi prigionieri politici della democrazia negli anni ’90, alcuni addirittura processati e condannati da una procura militare.

Per la maggior parte giovani membri di gruppi popolari che hanno combattuto contro la dittatura, come il Movimento Giovanile Lautaro, il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria o il Fronte Patriottico Manuel Rodríguez, tra gli altri, sono stati perseguitati, imprigionati e condannati negli anni ’90 per il loro rapporto con questi gruppi. Questo è il caso di Mauricio Hernández Norambuena, Ricardo Palma Salamanca, Galvarino Apablaza, Raúl Escobar, Patricio Ortiz, Pablo Muñoz Hoffmann, tra molti altri.

Ma per comprendere l’attuale contesto sociale in Cile, dobbiamo tenere presente che durante i 17 anni di dittatura, un modello imprenditoriale e capitalista neoliberista è stato impiantato a ferro e fuoco, così come la costituzione del 1980 che ci governa ad oggi. Con questa affermazione, intendiamo che ogni lotta per cambiare il sistema che ci hanno imposto è una lotta per porre fine all’eredità lasciata dalla dittatura militare.

Dobbiamo anche menzionare i compagni sovversivi che chiedono la nullità delle condanne emesse negli anni ’90 dai pubblici ministeri militari di Pinochet e che sono tuttora in vigore, nei casi di Marcelo Villarroel Sepúlveda, Juan Aliste Vega e Freddy Fuentevilla, nonché l’abrogazione delle modifiche del DL-321 e la non applicazione della Legge N° 18.314 o “Legge Antiterrorismo ”, creata durante la dittatura e utilizzata per la repressione delle minoranze che vanno all’offensiva contro il sistema capitalista lasciatoci dal regime, come i compagni Joaquín García Chanks, Juan Flores Riquelme, Pablo Bahamondes Ortiz, Alejandro Centoncio, Tamara Sol, Mónica Caballero e Francisco Solar.

Allo stesso modo, è necessario menzionare la violazione sistematica dei diritti umani nelle comunità indigene, come il saccheggio di acqua e risorse naturali nelle terre ancestrali, poiché, come accadeva nella dittatura, imprenditori privati ​​o stranieri hanno il controllo in queste terre per sostenere l’attività delle imprese forestali.

Questo è un conflitto politico, poiché il popolo Nazione Mapuche esige la restituzione delle proprie terre e il rispetto della Convenzione ONU 169 sui popoli indigeni e tribali.

Durante gli anni 2000, molti Mapuche sono stati imprigionati con l’accusa di terrorismo nel quadro del conflitto per le terre, il caso più noto è stato quello del 2003 in cui otto Mapuche furono imprigionati e accusati in base alla Legge Antiterrorismo, Norín Catrimán, Pascual Huentequeo Pichún, Florencio Marileo Saravia, Juan Marileo Saravia, José Huenchunao Mariñán, Juan Millacheo Lican, Patricia Troncoso Robles e Victor Ancalaf Llaupe.

Dal momento che non c’erano prove contro di loro nel 2014 la Corte Interamericana dei Diritti Umani CIDH, ha condannato lo stato del Cile per aver violato il Principio di Presunzione di Innocenza, e gli ha proibito di applicare tale legge nei conflitti di rivendicazioni sociali, prova inconfutabile che è stata utilizzata politicamente e arbitrariamente contro le comunità indigene.

Ma il carcere politico mapuche è continuato e viene applicato nelle carceri con i lavori forzati come nella “schiavitù”, dice il Machi Celestino Córdova, unico condannato per la morte della coppia Luchsinger Mackay, nonostante non ci siano prove scientifiche contro di lui, che il proiettile che lo ha ferito non fosse del fucile di Wener Luchsinger, e che, oltretutto, si trovava a kilometri di distanza dagli accadimenti, è stato condannato a 18 anni di carcere.

Ma Machi Celestino Córdova non fu l’unico mapuche accusato e imprigionato in questo caso, gli altri 11 accusati furono assolti Francisca Linconao Huircapan, Aurelio Catrilaf Parra, Eliseo Catrilaf Romero, Hernán Catrilaf Llaupe, Sabino Catrilaf Quidel, Sergio Catrilaf Marilef T, Jose Cánsiórdo Tr Jose Manuel Peralino Huinca, Jose Tralcal Coche, Juan Tralcal Quidel e Luis Tralcal Quidel.

Ma ci sono ancora molti altri privati della libertà con accuse simili. Testimonianze di Carabineros e prove insufficienti sono l’argomento per tenere più di 26 Mapuche in carcere ad oggi.

Infine, vanno ricordati gli oltre 4.771 condannati riconosciuti dalla Procura, dal 18 ottobre 2019 ad oggi, dove si è registrato un netto aumento delle detenzioni arbitrarie, montaggi e detenzioni preventive come una sentenza anticipata mai vista.

Prima c’era la Legge Antiterrorismo, ora si applica la Legge n. 12.927 o Legge sulla Sicurezza Interna dello Stato. Va notato che tutti gli accusati da questa legge sono stati assolti, poiché né la polizia, né i pubblici ministeri, né i tribunali hanno potuto dimostrare quell’accusa.

Ma anche così i giovani sono stati condannati per altri capi d’accusa, come c’è stato anche un aumento delle procedure abbreviate, lasciando l’unica via d’uscita dal carcere l’accettazione di un’accusa, riconoscersi colpevoli per poter uscire di carcere.

In una procedura abbreviata, gli avvocati non solo spingono a dichiararsi colpevole, ma insistono anche a prendere le distanze dal carcere politico, sperando di ottenere un processo equo, riconoscendo così che i criteri e la punizione per essere un prigioniero politico sono più severi.

Le famiglie e gli avvocati dei giovani detenuti dalla rivolta sociale del 2019 denunciano la violazione del Diritto al Giusto Processo, la violazione del Principio di Presunzione di Innocenza e il completo ignorare l’inesistenza di Precedenti.

Questi tre punti sono stati fondamentali per identificare e denunciare che in Cile esiste un carcere politico,

Si deve dire che l’accusa riconosce anche 127 persone assolte dopo la rivolta, alcune delle quali sono state incarcerate per più di un anno e senza prove. Uno dei casi più rilevanti e che è stata esposta all’opinione pubblica è quella di Mauricio Cheuque, accusato dalla polizia di portare una molotov, solo per avere un cognome mapuche, mettendo in chiaro la discriminazione che esiste nella polizia contro i mapuche.

C’è anche il caso di Mauricio Allende che è stato accusato di porto d’arma da fuoco, arma che secondo il numero di serie è stata dichiarata rubata da una stazione di polizia, quest’arma è scomparsa nelle indagini r non è rientrata nella catena di custodia, fatto per il quale Mauricio è stato finalmente assolto dopo quasi un anno e mezzo di carcere senza prove.

Allo stesso modo, dobbiamo parlare del caso di Cristian Cayupán che è stato colpito da pallottole dei carabineros e poi accusato di tentato omicidio, accusa per la quale è stato condannato a scontare 15 anni di carcere. Come nel caso di Felipe Santana imprigionato a Puerto Montt accusato di aver bruciato una panchina in una barricata, ma imputato per l’incendio doloso di una chiesa.

Detta chiesa è ancora in piedi, non è stata bruciata, ma, anche così, Felipe è stato condannato a 7 anni di carcere effettivo. O il caso di Jordano Santander a San Antonio, che è stato condannato per tentato omicidio, per la dichiarazione di un PDI che ha detto “di aver visto negli occhi di Jordano un’intenzione omicida“, nonostante l’assenza di qualsiasi prova scientifica contro di lui ed essendo stato assolto dalle 3 accuse, è stato comunque condannato a quasi 7 anni di carcere, per la dichiarazione di un PDI ministro della fede.

Purtroppo questi casi non sono isolati, né vi sono errori del sistema, abbiamo visto ripetere gli schemi degli agenti dello Stato come testimoni nelle condanne dei giovani detenuti della rivolta, e così come loro ci sono molti più condannati, tanto per citare alcuni: Cristian Briones 3 anni, Danilo Valderrama 4 anni, Cesar Marín 5 anni, Francisco Hernández 5 anni, Jesus Zenteno 6 anni, Benjamín Espinoza 5 anni, Matías Rojas 6 anni, tra molti altri, oltre alle centinaia di condannati in procedure abbreviate per 5 anni di libertà vigilata intensiva, che hanno accettato di firmare sotto pressione come unica via d’uscita dal carcere, esposti ad essere condannati senza prove in un processo orale come nei casi precedenti, più le centinaia di formalizzati in attesa di giudizio o condanna, sia in detenzione preventiva sia agli arresti domiciliari totali.

Santiago, giugno 2021

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10/05/2021

La retata di Parigi. Intervista con Enzo Traverso

Viste le reazioni scomposte che hanno accompagnato l’indegna retata parigina del 28 aprile 2021 abbiamo chiesto a Enzo Traverso – tra i massimi storici del mondo contemporanea – di ragionare insieme sulla «stagione della conflittualità» tra storia, memoria, politica e giustizia.

Tra questi termini il grande convitato di pietra è infatti la Storia, cioè il lavoro di comprensione degli eventi del passato. In che senso l’arresto di un pugno di uomini e donne dai capelli bianchi aiuterebbe l’Italia a «fare i conti con la Storia» – se non proprio col Novecento – come hanno scritto alcuni?

Da una parte questi ex militanti politici sono trattati come criminali comuni secondo i dettami di un’ideologia presentista tra le più becere e ignoranti. Dall’altra è convocata (impropriamente) tutta la panoplia dei memory studies per imporre una narrazione del trauma, fondata sul paradigma vittimario.

In base a che cosa si dice che nella società italiana ci sarebbe una ferita aperta rispetto agli anni Settanta? Come in Francia per l’occupazione dell’Algeria, sembra piuttosto che si tratti di esplicito uso politico della storia, che niente ha a che fare con i processi sociali reali di elaborazione della memoria.

Intorno a questi temi, a partire dalla ‘retata parigina’, abbiamo intervistato Enzo Traverso per tentare di andare oltre il monologo collettivo che imperversa nel dibattito pubblico.

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Donne e uomini coi capelli grigi, tra i 60 e i 78 anni, tradotti in manette, all’alba, nelle camere di sicurezza dell’antiterrorismo. «Ombre rosse» è il nome scelto per la retata con cui, il 28 aprile 2021, sono stati arrestati 7 ex militanti della sinistra rivoluzionaria rifugiati in Francia da anni e accusati dalla giustizia italiana di una serie di delitti che vanno dall’associazione sovversiva all’omicidio commessi, secondo l’accusa, tra il 1972 e il 1982. Si tratta di «chiudere con il Novecento», come scrive «la Repubblica»?

Il Novecento è chiuso dal lontano 1989, quando cadde il muro di Berlino e finì la guerra fredda. Da allora il mondo è cambiato e con lui l’Italia, che non è più quella di trentadue anni fa. Sotto molti aspetti è ben peggiore: quelle che i media definiscono abitualmente la “seconda” e la “terza” repubblica ci fanno rimpiangere la prima, creata da uomini e donne che avevano combattuto il fascismo e creato un paese nuovo.

L’eredità del Novecento rimane tuttavia soverchiante e molti mali strutturali continuano ad affliggere il nostro paese. Basti pensare alla mafia, alla questione meridionale, al razzismo, alla corruzione. Alcuni si sono aggravati, se pensiamo alla disoccupazione giovanile e al razzismo postcoloniale, molto più forte da quando il paese è diventato terra di immigrazione.

Durante la seconda metà del Novecento, l’Italia era entrata a far parte del mondo occidentale più ricco; da trent’anni a questa parte se ne sta allontanando: conosce un costante declino demografico ma non vuole integrare gli immigrati, non concedendo la cittadinanza neppure a quelli di seconda generazione; le sue élite invecchiano, ma i giovani rimangono esclusi, e la penisola conosce una diaspora intellettuale impressionante, simile a quella dei paesi del Sud; le élite economiche si sono enormemente arricchite senza produrre sviluppo.

Di queste élite, «Repubblica» è uno degli specchi più fedeli, poiché ormai è l’amministratore delegato della Fiat che annuncia pubblicamente la nomina dei direttori di questo quotidiano. “Chiudere con il Novecento” significa affrontare questo nodo di problemi. Per «Repubblica» pare invece che significhi l’estradizione di Marina Petrella, Giorgio Pietrostefani e qualche altro rifugiato.

Nel panorama della politica istituzionale così come nella stampa italiana le reazioni sono state senza sorprese unanimi: «Il dovere di fare i conti con la storia» (Ezio Mauro) «dopo ferite particolarmente dolorose» (Marta Cartabia), ecc. Ti occupi ormai da molti anni del rapporto tra storia, memoria, giustizia e politica (utilissimo il tuo Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, pubblicato in italiano da Ombre corte nel 2006). Cosa pensi di questo linguaggio e questo uso della memoria? C’è davvero una ferita da rimarginare?

Per chi appartiene alla mia generazione e ha vissuto quegli anni, non c’è dubbio che si tratti di ferite dolorose che non si sono ancora rimarginate. Gli esuli arrestati in Francia sono i primi a riconoscerlo. Il problema è come fare i conti con la storia. Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato nel 1972, ha dichiarato che la notizia dell’arresto di Giorgio Pietrostefani non ha suscitato in lui nessun sentimento di sollievo, soddisfazione, riparazione o giustizia, soltanto pena e imbarazzo.

In Italia, i media e la cultura ufficiale – quelli che Althusser chiamava gli “apparati ideologici di Stato” – non hanno saputo e soprattutto non hanno voluto elaborare la memoria degli anni di piombo. Hanno soltanto accompagnato ondate successive di leggi speciali e arresti, dipingendo come mostri i “nemici dello Stato”. I pentiti hanno ovviamente svolto il loro ruolo in questo dispositivo.

Gli ex terroristi, insieme a pochi storici, tra i quali vorrei ricordare Giovanni De Luna, sono probabilmente tra i pochi che hanno dato un vero contributo alla conoscenza, alla comprensione e alla costruzione di una memoria critica di quegli anni. Gli ex brigatisti hanno ammesso i loro delitti, talvolta i loro crimini, hanno riflettuto sui loro errori, hanno cercato di capire e spiegare le ragioni delle loro scelte.

L’intervista di Rossana Rossanda e Carla Mosca a Mario Moretti (1994) è molto più utile, sotto questo aspetto, di tutti gli articoli pubblicati da «Repubblica» e «Il Corriere della Sera» durante mezzo secolo. Non ho letto l’articolo di Ezio Mauro, ma chi possiede un minimo di onestà intellettuale dovrebbe riconoscere che “il dovere di fare i conti col passato” significa ben altra cosa di una repressione a scoppio ritardato, a oltre due generazioni di distanza dai fatti avvenuti.

In questi giorni si commemora l’anniversario della Comune di Parigi. La mia impressione è che i media e il mondo politico, in Italia, continuino, a cinquant’anni di distanza, a esorcizzare il terrorismo come la cultura francese fece nei confronti della Comune negli anni settanta dell’Ottocento.

La Comune non era una rivoluzione né il prodotto di una crisi sociale e politica, era un’epidemia, la propagazione di un virus contagioso che bisognava sconfiggere con i metodi più drastici. I comunardi non avevano un progetto politico, erano “licantropi”, bestie feroci, pazzi assetati di sangue, nemici della civiltà, piromani eccitati dall’alcol.

La repressione fu brutale, ma dieci anni dopo la Terza Repubblica decretò un’amnistia e i comunardi rientrarono dall’esilio e dalla deportazione. La Comune venne addirittura rivendicata come un’esperienza fondatrice della Repubblica. Mi sembra che in Italia il terrorismo e la violenza politica degli anni settanta continuino a essere visti con lo stesso sguardo miope e vendicativo di cinquant’anni fa.

I terroristi sono mostri che devono pagare il loro debito con la giustizia. Se questo è il messaggio che si vuole trasmettere a chi non ha vissuto quegli anni, si tratta a mio avviso del modo peggiore di assolvere al “dovere di fare i conti col passato”.

Un altro capitolo di quel tuo saggio su storia, memoria, politica è dedicato al rapporto tra «verità e giustizia». La ‘giuridicizzazione del passato’ (Henry Rousso) è un fenomeno inversamente proporzionale al collasso dell’orizzonte d’attesa, alla canzonetta sulla ‘fine delle ideologie’ che è l’architrave teorico su cui si fonda il ‘realismo capitalista’ di cui parla Mark Fisher. È questa la chiave con cui leggere la retata parigina?

Pensare di poter rispondere oggi, sul piano giuridico, all’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta e a quello del commissario Calabresi, mettendo in carcere gli ultimi esuli, è espressione innanzi tutto della cecità e dell’incomprensione di cui ho appena parlato. Ma questa cecità e questa incomprensione non sono ovviamente frutto di ingenuità, sono state perseguite per decenni.

È anacronistico pensare di poter rispondere nel 2021, sul piano giudiziario, a fatti avvenuti negli anni settanta. Se si accetta il principio della loro imprescrittibilità, assimilando di conseguenza questi fatti a crimini contro l’umanità, si entra in un groviglio di contraddizioni indistricabili. Pietrostefani e Petrella = Eichmann?

Nel 1946, Palmiro Togliatti, ministro di grazia e giustizia del primo governo repubblicano, promulgò un’amnistia nei confronti di chi si era macchiato dei peggiori crimini fascisti durante la guerra civile. Come giustificare l’accanimento persecutorio, a decenni di distanza, nei confronti dei protagonisti degli anni di piombo che si sono rifugiati in Francia?

Dai tempi antichi – pensiamo alle guerre del Peloponneso – l’amnistia ha sempre concluso le guerre civili e le crisi politiche segnate dalla violenza. La legge di amnistia promulgata da Togliatti nel 1946 si inscriveva in una tendenza generale e aveva equivalenti in tutta Europa. Collaborazionisti ed ex fascisti riempivano prefetture, questure e uffici governativi di tutto il continente fino agli anni settanta.

In Italia, ha sottolineato Paul Ginsborg (1989), all’inizio degli anni sessanta, la totalità dei prefetti erano stati alti funzionari del regime fascista. In Spagna, durante la transizione alla democrazia, l’amnistia riguardò sia gli esuli antifascisti sia i responsabili del regime franchista.

La fine del Novecento ha visto nascere, in Sudafrica, uno sguardo nuovo, diverso, per cercare di “fare i conti col passato” e rimarginarne le ferite. Dopo la fine dell’Apartheid, questo paese ha creato commissioni di verità e giustizia che escludevano inchieste giudiziarie e condanne penali in cambio dell’accertamento della verità. L’esempio sudafricano è stato seguito da molti paesi, soprattutto in America latina, dal Perù alla Colombia.

Si tratta ovviamente di esperienze storiche non sovrapponibili, ma il principio rimane fruttuoso per uscire da una crisi e “fare i conti col passato”. In Italia, questo principio non è mai stato discusso.

Il paradosso italiano è che i soli ad aver raccontato la loro esperienza sono gli ex brigatisti, non i loro nemici. Lo Stato non ha fatto nulla o quasi per chiarire le trame golpiste, le infiltrazioni neofasciste, le “deviazioni” dei servizi segreti, la messa in atto della “strategia della tensione”, le violenze neofasciste che beneficiavano di coperture in seno agli apparati statali e che hanno fatto molte più vittime del terrorismo di sinistra.

Nessuno ha mai chiesto allo Stato di spiegare le centinaia di morti (militanti, giovani, studenti, operai) uccisi in quegli anni dalle forze di polizia. Chi rivendica “il dovere di fare i conti col passato” dovrebbe porsi queste domande.

Questa “patologia” italiana ha tuttavia una spiegazione. Lo Stato è inflessibile contro i suoi nemici, molto accomodante o compiacente nei confronti delle violenze messe in atto dai propri agenti e rappresentanti. Le trame golpiste e la collusione degli apparati dello Stato con i gruppi neofascisti che mettono le bombe nei treni vanno nascoste; la persecuzione dei terroristi di sinistra rafforza invece la solidità delle istituzioni.

Questo non vale soltanto per l’Italia. Molti studi hanno messo in luce come, nella Repubblica federale tedesca, le condanne inflitte ai membri della Raf superino di gran lunga quelle emesse tra il 1949 e il 1979 nei confronti degli ex nazisti.

Quando parliamo di “memoria” semplifichiamo sempre: la memoria è complessa, eterogenea, divisa. C’è la memoria degli ex terroristi e delle loro vittime (e la “post-memoria” dei loro figli); c’è la memoria collettiva dei movimenti sociali, ormai sopita o estinta; c’è la memoria culturale che plasma la sfera pubblica; e c’è anche la memoria delle istituzioni, la memoria dello Stato, che in tutta questa vicenda è probabilmente la più reticente.

Ciò spiega anche perché chi si è rifugiato in Francia, alcuni decenni fa, non si voleva consegnare a una giustizia che non nascondeva la sua volontà persecutoria ma offriva ben poche garanzie di imparzialità.

Una giustizia che non appariva credibile, come ha dimostrato Carlo Ginzburg in un famoso saggio sul processo Sofri (1991). Basti pensare al ruolo svolto dai pentiti in tanti processi. Non credo si possa dire semplicemente che i rifugiati si sono “sottratti alla giustizia”.

Nelle ultime righe dell’introduzione di un altro tuo saggio fondamentale (2007) rievochi brevemente la tua esperienza di ‘militante rivoluzionario’ del secondo Novecento quando il mondo vi sembrava attraversato da una nuova ‘guerra civile’. Nella narrazione intonata in coro alla notizia degli arresti, non manca l’altra parte, il contesto? Contro chi e perché combattevano questi uomini e queste donne?

Sì, manca il contesto: si sta discutendo di vicende che risalgono a più di quarant’anni fa, ossia due generazioni, ma che non sono ancora “storicizzate”. Esse non sono depositate in un passato di cui si conosca il profilo e al quale, soprattutto, si riesca ad attribuire un senso.

I rifugiati hanno ricostruito, fra molte difficoltà, la loro esistenza; hanno riflettuto sulla loro esperienza; continuano a fare i conti con la loro coscienza. Le vittime e le loro famiglie sono rimaste con il loro dolore. Ma la storicizzazione – l’elaborazione del passato per farlo entrare nella storia – significa appunto andare oltre i sentimenti.

È questa la condizione perché questi stessi sentimenti possano trovare accoglienza in uno spazio collettivo, dentro una coscienza storica, dentro la consapevolezza che un ciclo è finito.

La mia impressione è che in Italia la giustizia sia stata un ostacolo a questa elaborazione del lutto, a un processo di ricostruzione del passato che permetta finalmente di possederne una coscienza storica.

La violenza politica degli anni Settanta era parte di una stagione politica che si è conclusa con una sconfitta della sinistra, del movimento operaio, dei movimenti alternativi. Questa sconfitta non è mai stata elaborata. Questo passato è stato rimosso.

Ad alcuni decenni di distanza, il congresso con il quale il Pci decise di cambiare nome non appare come la sua “Bad Godesberg” ma piuttosto come una cerimonia di esorcismo. Potremmo parlare, in termini psicoanalitici, di “rimozione”. Gli anni di piombo sono stati inghiottiti da questa rimozione e sono entrati nelle cronache (e in archivi incompleti o inesplorati), non nella nostra coscienza storica.

Non voglio schivare la domanda personale, per quanto del tutto secondaria. Ricordo bene gli anni settanta, che sono gli anni della mia giovinezza. Ho partecipato alla mia prima manifestazione nel 1973, quando avevo sedici anni. Non ho mai avuto la tentazione del terrorismo e ho sempre criticato la scelta della lotta armata, non per ragioni di principio ma perché mi sembrava strategicamente e tatticamente sbagliata.

A partire dal 1979, buona parte della mia attività politica consisteva nel partecipare ad assemblee e manifestazioni contro la repressione. Non mi piaceva lo slogan “né con le Br né con lo Stato” perché stabiliva un’equazione tra due entità incommensurabili che non potevano essere combattute con gli stessi metodi.

Retrospettivamente, credo sia evidente non soltanto che la scelta della lotta armata fu nefasta e suicida, ma anche che contribuì largamente ad affossare i movimenti di protesta e a congelare una conflittualità politica diffusa. Le Br erano nate in una stagione di lotte come uno spezzone del movimento operaio, un gruppo che si considerava un’“avanguardia” e praticava l’“azione esemplare” o la “propaganda del fatto” per radicalizzare lo scontro sociale. Tendenze simili erano già apparse da almeno un secolo in diversi paesi, soprattutto in seno all’anarchismo. Uno storico come Mike Davis ne ha fornito un repertorio impressionante (2007).

In Italia queste pratiche sono passate al setaccio della memoria della Resistenza e della cultura comunista, ed è per questo che le Brigate rosse non facevano esplodere bombe ma selezionavano i loro bersagli. A poco a poco, per sfuggire alla repressione poliziesca, quindi per ragioni pratiche che furono teorizzate soltanto a posteriori, le Br si trasformarono in un’organizzazione clandestina, separata dai movimenti, che conduceva da sola la sua guerra contro lo Stato. È così rimasta risucchiata da una spirale il cui esito non poteva essere che il suo annientamento da parte dello Stato.

Una parte della sinistra radicale si illuse di poter “cavalcare” o “usare” il terrorismo: le Br scardinavano lo Stato, bisognava tenersi pronti alle sollevazioni che ne sarebbero seguite. Questi calcoli erano sbagliati e il prezzo di questi errori è stato molto alto. Ma questa è saggezza retrospettiva.

Io ero trotskista, ossia facevo parte di un movimento che criticava la lotta armata. A differenza di altri paesi, il trotskismo era minoritario in Italia, dove rimaneva intellettualmente insignificante rispetto alla creatività teorica dell’operaismo e politicamente marginale rispetto a movimenti che sperimentavano pratiche nuove, come Lotta continua. Il trotskismo possedeva tuttavia una coscienza storica più profonda che metteva in guardia contro alcuni rischi, come una sorta di vaccino.

Ma dire questo non significa vantare dei meriti. In quegli anni, l’adesione a un gruppo politico non era soltanto il frutto di una scelta ideologica, dipendeva da mille circostanze, spesso non immediatamente ideologiche (le emozioni e le forme della socializzazione svolgono un ruolo molto importante nella politica) e talvolta puramente casuali.

Non ho difficoltà ad ammettere che, in circostanze diverse ma perfettamente possibili, mi sarei ritrovato non soltanto con un casco durante una manifestazione ma anche con una pistola nella borsa. Perciò non posso sentirmi estraneo a questa vicenda e credo che, facendo prova di un minimo di onestà intellettuale, lo stesso debbano dire alcune decine di migliaia di persone che appartengono alla mia generazione.

Hai vissuto per molti anni in Francia prima di emigrare di nuovo, questa volta negli Stati Uniti. La retata del 28 aprile ha più a che fare con le prossime elezioni presidenziali francesi oppure si inscrive in logiche interne alla politica italiana?

Credo che i rifugiati italiani in Francia siano oggetto di un mercanteggio politico assai meschino. Draghi vuole legittimarsi come statista e provare che in poche settimane è riuscito a ottenere ciò che i governi italiani chiedevano da anni. In vista di una sua futura elezione alla presidenza della Repubblica, la mossa è astuta.

Macron vuole fornire un’ulteriore conferma della svolta autoritaria che lo induce oggi, in vista di una possibile rielezione, a mostrarsi più repressivo della destra e perfino dell’estrema destra. Nessuna indulgenza nei confronti dei “terroristi”, anche quelli che hanno cessato di esserlo da oltre quarant’anni, che non si sono mai nascosti, che rispettano le leggi della Francia, il paese in cui vivono legalmente da decenni, dove hanno messo le loro radici, e dove avevano ricevuto ospitalità.

Nessuno, neppure Marine Le Pen, gli chiedeva di estradare i rifugiati italiani. Probabilmente pensava, con questa misura, di rendere più credibile la sua lotta contro l’“islamo-gauchisme”.

Come la stragrande maggioranza dei politici che ci governano, Macron si preoccupa dei sondaggi d’opinione, non certo di “fare i conti col passato”. Per vincere le elezioni, sarebbe disposto a qualunque “politica della memoria”.

Bibliografia

Davis, M. (2007) Breve storia dell’autobomba: dal 1920 all’Iraq di oggi. Un secolo di esplosioni, Einaudi, Torino [I ed. London 2007]

Fisher, M. (2018) Realismo capitalista, Nero Editions, Roma [I ed. Ropley 2009]

Ginsborg, P. (1989) Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Einaudi, Torino

Ginzburg, C. (1991) Il giudice e lo storico: considerazioni a margine del processo Sofri, Einaudi, Torino

Moretti, M., Mosca, C., Rossanda, R. (1994) Brigate rosse una storia italiana, Anabasi, Milano

Rousso H. (1998) La hantise du passé. Entretien avec Philippe Petit, Textuel, Paris

Traverso, E. (2006) Il passato: istruzioni per l’uso: storia, memoria e politica, Ombre corte, Verona [I. ed. Paris 2005] (2007) A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, il Mulino, Bologna

Fonte

29/04/2021

L’Unione Europea è la tomba del diritto. No all’estradizione dei compagni/e arrestati/e in Francia!

La stretta collaborazione italo-francese che ha portato all’arresto di sette compagni e compagne da tempo residenti in Francia è l’ennesimo salto nel baratro della civiltà giuridica europea.

È l’affermazione della cancellazione delle residuali garanzie del diritto dei singoli Paesi che appartengono all’Unione.

Un salto di qualità che avevamo già visto all’opera con la votazione a Bruxelles per togliere l’immunità parlamentare agli eurodeputati catalani esuli in differenti Paesi europei coinvolti nella lotta indipendentista; nel silenzio complice delle istituzioni continentali durante lo sciopero della fame e della sete del prigioniero politico Dimitris Koufodinas in Grecia (privato dei suoi elementari diritti di detenuto); e nella pervicace volontà proprio della Francia di non concedere la libertà, nonostante ce ne siano da tempo tutti i prerequisiti, a George Ibrahim Abdallah, detenuto palestinese cresciuto in Libano, uno dei più anziani prigionieri politici detenuti nell’Esagono.

Non ultimo l’atteggiamento sostanzialmente pavido, nonostante l’indignazione di facciata, della UE nei confronti del regime turco, che tra l’altro vuole rendere illegale il maggiore partito politico d’opposizione, l’HDP.

L’Unione Europea è pronta ad agitare il tema dei diritti umani strumentalmente ai propri fini di politica estera, ma è incapace di rispettarli all’interno dei suoi confini.

Appare chiaro, anche ai più scettici, che il processo di integrazione europea ha fatto assumere al Continente sempre più il duplice profilo di un Leviatano dal punto di vista giuridico e di un tecnocrate dal punto di vista politico.

Un Giano bifronte che ha la sensibilità del Boia per la giustizia umana ed il cinismo di quei “tagliatori di teste” che mettono il profitto prima della vita delle persone, come dimostra la criminale gestione del contenimento del Covid-19 e la genuflessione agli interessi delle grandi case farmaceutiche, per ciò che concerne i vaccini.

In questo contesto la volontà di vendetta dello Stato italiano è stata fino ad ora soddisfatta con i 10 mandati di cattura dell’Operazione “Ombre Rosse”, per reati, tra l’altro, prossimi alla prescrizione.

Macron vuole stralciare l’impegno preso dall’ex Presidente francese Mitterrand nel 1985, e fino a qui garantito dai governi che si sono succeduti, di non estradare i militanti italiani condannati in processi che non rispettavano i minimi requisiti della civiltà giuridica, risultato di una guerra a bassa intensità che lo Stato italiano ha combattuto contro il movimento di classe e rivoluzionario nel nostro Paese.

Una vera e propria guerra “a bassa intensità” che non ha disdegnato fin dall’inizio la strategia stragista, la micidiale violenza poliziesca contro i manifestanti, l’uso sistematico della tortura nella sua stagione più buia, la detenzione in carceri speciali e processi costruiti anche sui teoremi giudiziari frutto di “pentiti” con condanne in contumacia.

Chi invoca oggi la forca, e si fa forza sulla vittime della violenza politica maturata in quel contesto, deve ricordare la lunga scia di sangue che già dal dopoguerra ha caratterizzato l’operato dei vari apparati dello Stato in un Paese dove le più elementari conquiste politiche, sociali e civili si sono ottenute al prezzo di un ecatombe.

L’ingombrante arsenale legislativo e il mastodontico apparato repressivo ereditato dal fascismo dalla nostra Repubblica, implementato grazie alle varie legislazioni emergenziali negli Anni Settanta, non è mai stato dismesso – anzi è stato implementato – ed anche oggi chi si oppone in vario modo allo stato di cose presenti ne sperimenta il fardello in un contesto in cui il conflitto sociale è divenuto un crimine tout court.

Siamo consci che una ampia amnistia per i reati politici e sociali è il viatico per rompere quella gabbia del “diritto del nemico” in cui si sono imprigionati gli Anni Settanta e si vuole tutt’ora detenere la lotta di classe nel nostro Paese.

Entro 48 ore dal loro arresto la Corte d’Appello di Parigi dovrà decidere sulla loro permanenza in carcere o sulla concessione della libertà sotto controllo giudiziario, il tempo dell’esame della giustizia francese sulla richieste di estradizione italiana.

L’avvocatessa Irène Terrel, che ha seguito per lungo tempo la situazione, parla esplicitamente di “tradimento” della Francia che aveva loro concesso l’asilo. E non possiamo che essere d’accordo.

NO ALL’ESTRADIZIONE DEI COMPAGNI/E ARRESTATI!

AMNISTIA PER I REATI POLITICI E SOCIALI!

LOTTARE INSIEME!

Rete dei Comunisti, 28 aprile 2021

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08/03/2020

Coronavirus nelle carceri. Appello per la sospensione pene a detenuti malati e anziani

Un appello al Presidente della Repubblica, ai ministri della Giustizia e della Sanità, al responsabile del Dap, al Garante dei detenuti, ai deputati e ai senatori della Repubblica.

“Vista la drammatica emergenza sanitaria che sta colpendo la popolazione tutta riteniamo che le misure di prevenzione adottate rispetto alla popolazione detenuta siano assolutamente inadeguate a fronteggiare i rischi connessi ad un contagio che metterebbe a rischio oltre 61.000 persone.

Va tenuto conto che tra la popolazione detenuta il 50% circa ha una età compresa tra i 40 e gli 80 anni, oltre il 70% presenta almeno una malattia cronica e il sistema immunitario compromesso.

È del tutto evidente che la diffusione del virus all’interno delle carceri assumerebbe dimensioni catastrofiche. Limitare o proibire i colloqui familiari, l’accesso dei volontari e i permessi di uscita non mette al riparo dal rischio contagio.

Quello che si è creato, e che va crescendo di ora in ora, è un clima di paura e insicurezza tra la popolazione detenuta, i familiari e il personale penitenziario che comunque è obbligato a garantire il servizio.

Gli istituti penitenziari sono a tutti gli effetti luoghi pubblici, sovraffollati e promiscui con un via vai continuo di personale e fornitori che potrebbero diventare veicolo di contagio e scatenare una vera epidemia, pertanto non bisogna dimenticare che la popolazione detenuta, al pari del resto della popolazione, è tutelata dalla Costituzione e dalle carte internazionali dei diritti umani.

Chiediamo che si intervenga con un provvedimento immediato di sospensione della pena per tutte le persone detenute ammalate ed anziane; chiediamo che il Parlamento vari una amnistia urgente per la rimanente popolazione detenuta”.

4 marzo 2020

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04/01/2019

Libertà per Eric e amnistia per i Gilets gialli

Mercoledì 2 gennaio circa cinquanta Gilets Jaunes si sono incontrati per accendere delle candele a Place de la Concorde a Parigi, in ricordo delle 10 persone morte e dei numerosi feriti – alcuni gravi – dall’inizio del movimento dei Gilet Gialli, il 17 novembre.

È intervenuta la polizia che ha messo in stato di fermo, interrogato e posto in “guarde à vue” Eric Drouet, uno delle persone di maggior spicco della proteste a cui recentemente il leader della France Insoumise ha ringraziato con un post dal suo profilo.

È il suo secondo arresto. Il primo era avvenuto alcune settimane fa, con tre differenti accuse, durante una giornata di protesta in tutta la Francia. Per questo verrà processato in giugno.

Si tratta dell’ennesimo atto intimidatorio contro il movimento ed i suoi esponenti, denunciato da più parti.

Oramai il diritto di manifestazione in Francia si è notevolmente ridotto, come ha denunciato a più riprese anche Amnesty Internationale, ed il diritto di cronaca di chi cerca di documentare le violenze della polizia viene fortemente messo in discussione, come denunciato da un numero incalcolabile di operatori dell’informazione e da associazioni di categoria; e questo anche senza parlare delle violenze poliziesche, ormai all’ordine del giorno.

Il composito movimento in Francia esprime con forza la necessità di una maggiore giustizia sociale e il bisogno di radicali trasformazioni politiche e coinvolge – con proprie rivendicazioni – studenti delle medie superiori e dell’università, nonché parti importanti del sindacalismo combattivo.

È una boccata d’ossigeno in questa UE sempre più incline alla politica di austerity e alla xenofobia.

Per questo chiediamo la liberazione di Eric e l’amnistia – come chiesto anche un deputato del PCF – per i gilets gialli, cui vengono sempre più spesso comminate pene assurde per la partecipazione al movimento.

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19/03/2018

Bravi compagni

Nel 1965, vent’anni dopo la fine di Mussolini, Renzo De Felice, iniziando la sua nota biografia del “duce”, tiene a precisare: non può essere che politica. “Dove, ben s’intende, per «politica» non intendiamo […] «fascista» o «antifascista» che […] vorrebbe dire cercare di riportare artificiosamente in vita una realtà definitivamente morta”.

Non sarò io, più di cinquantanni dopo il mio antico maestro, a tentare di leggere un movimento politico contemporaneo secondo categorie valide per un passato storicamente concluso. Niente fascismo e antifascismo, quindi. Proverò, questo sì, a ricordare quanta sinistra ci fosse nel movimento dell’ex socialista Mussolini nel ’19.

Ricordare – talvolta è necessario quasi quanto respirare – per capire in che senso e mediante quali strumenti il “duce” e i suoi interpretarono e deformarono una indistinta necessità di rinnovarsi, reagire, far qualcosa; necessità che, di fronte alla crisi del dopoguerra, spinse verso i Fasci di Combattimento la disperata insofferenza per il presente dei disoccupati, degli artigiani, dei contadini e degli operai. Gente che spesso proveniva da una sinistra che prima li aveva illusi e poi delusi.

Una insofferenza che Mussolini condusse fino alle estreme conseguenze, ad un punto – per intenderci – che non aveva più nulla da spartire con i valori della sinistra che pure quelle masse si portavano dentro. Un modo di pensare che non gli apparteneva, “le tradizionali forme” che, per dirla con Cantimori, erano delle destre: “patriottiche e di odio contro qualsiasi straniero e forestiero”.

In fondo non sono meccanismi straordinari, ma le vie ordinarie di fuga, quando la disperazione incalza e la memoria storica è diventata corta. Certo, erano stati rivoluzionari, ma rinunziavano solo a un po’ della loro rivoluzione; erano stati socialisti, ma sacrificavano solo qualcosa del loro ideale per un “progresso generale” e una modernizzazione dell’antica fede. Così come inconsapevolmente si è poi passati da Marx a Keynes e si è giunti al neoliberismo. Lo specchietto per le allodole funziona bene: basta lotte e polemiche, basta divisioni ideologiche e che mai sarà? Destra e sinistra non sono forse categorie superate dalla Storia?

Fermiamoci a riflettere, al di là della morte del fascismo storico. Da un punto di vista “tecnico” o, se volete, “comunicativo”, nel programma di San Sepolcro non era forse questo il messaggio dell’uomo di Forlì, del rivoluzionario in cerca del reazionario? Non poté contare su una significativa presenza di socialisti, anarchici, sindacalisti e repubblicani? “Chi scorra i nomi degli intervenuti alla riunione milanese del marzo 1919 e al primo congresso dei Fasci di combattimento dell’ottobre successivo a Firenze e li confronti con quelli che presero parte al congresso […] napoletano dell’imminente vigilia della «marcia su Roma»”, scrive non a torto De Felice, “non può non notare come il gruppo dirigente pareva si fosse trasformato radicalmente e non […] per l’immissione di nomi nuovi […]. Nelle due serie di nomi è già sintetizzato tutta l’evoluzione – involuzione del fascismo”.

Si era partiti però da un inno alla libertà e da una presa di posizione contro l’imperialismo. Definitisi giudici nel “processo alla vita politica di questi ultimi anni” – ecco una scelta incredibilmente attuale – e rifiutato il ruolo di “parafulmini” della borghesia, gli uomini del nuovo movimento si dichiaravano favorevoli alle istanze dei lavoratori: otto ore e persino sei, pensioni di invalidità e vecchiaia, ruoli dirigenti per i lavoratori, a patto – ecco il tarlo che scaverà – di rispettare “la realtà della produzione e quella della nazione”. Via così, articolo su articolo, sino alla minaccia per gli “industriali che non si rinnovano dal punto di vista tecnico” e al rifiuto “di ogni forma di dittatura”.

Origini di sinistra e uomini di sinistra: l’ex segretario della Camera del Lavoro di Napoli, Michele Bianchi, quadrumviro della «marcia su Roma», Edmondo Rossoni, dirigente della Camera del Lavoro di Piacenza, per l’approdo corporativo di Palazzo Vidoni e uomini come Nicola Bombacci, uno dei fondatori del PCdI, a fare da garanti.

In quanti erano convinti? Tanti e a qualcuno va reso persino l’onore delle armi: Bombacci, passato da Lenin a Mussolini, non tradì e si fece ammazzare a Piazzale Loreto. E non basta. Sulla scorta di un’equivoca contiguità tra destra e sinistra, dopo la seconda guerra mondiale, i fascisti ridotti in clandestinità, si rivolsero al PCI: il fascismo ci ingannò, sostennero, noi volevamo la rivoluzione. Non commettete lo stesso errore, non respingeteci nuovamente a destra, tra liberali, qualunquisti e democristiani pronti a difendere la nostra causa. Togliatti si orientò per l’amnistia e ce li trovammo in Parlamento.

Dovremmo aver imparato la lezione. In questi giorni, invece, non si contano gli intellettuali, i militanti e i finti tonti che consegnano cambiali firmate in bianco a Casaleggio e a Luigi Di Maio: destra? Per carità, sono bravi compagni.

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08/10/2017

Cattive memorie. A margine del “caso Battisti”


Era passato poco più di un anno dalla fine del regime quando Togliatti amnistiò i criminali fascisti. Quasi quarant’anni dopo qui ancora si parla di mandare in galera Cesare Battisti.

La risposta è in un articolo di Giorgio Agamben, uscito sul manifesto del 23 dicembre 1997.

Cattive memorie

La classe politica italiana rifiutando l’ipotesi dell’amnistia per i reati degli anni di piombo si condanna al risentimento: ciò che dovrebbe essere oggetto di indagine storica viene trattato come un problema politico di oggi.

Come molte categorie e istituzioni delle democrazie moderne, anche l’amnistia risale alla democrazia ateniese. Nel 403 avanti Cristo, infatti, dopo aver abbattuto la sanguinosa oligarchia dei Trenta, il partito democratico vincitore prestò un giuramento in cui si impegnava a “deporre il risentimento” (me mnesikakein, letteralmente “non ricordare i mali, non aver cattivi ricordi”) nei confronti dei suoi avversari. Così facendo, i democratici riconoscevano che vi era stata una stasis, una guerra civile e che era ora necessario un momento di non-memoria, di “amnistia” per riconciliare la città. Malgrado l’opposizione dei più faziosi, che, come Lisia, esigevano la punizione dei Trenta, il giuramento fu efficace e gli ateniesi non dimenticarono l’accaduto, ma sospesero i loro “cattivi ricordi”, lasciarono cadere il risentimento. Non si trattava tanto, a ben guardare, di memoria e di dimenticanza, quanto di saper distinguere i momenti del loro esercizio.

Rimozioni

Perché oggi in Italia è così difficile parlare di amnistia? Perché la classe politica italiana, a tanti anni di distanza dagli anni di piombo, continua a vivere nel risentimento, a mnesikakein? Che cosa impedisce al paese di liberarsi dai suoi “cattivi ricordi”? Le ragioni di questo disagio sono complesse, ma credo si possa rischiare una risposta.

La classe politica italiana, salvo alcune eccezioni, non ha mai ammesso apertamente che vi sia stata in Italia qualcosa come una guerra civile, né ha concesso che il conflitto degli “anni di piombo” avesse un carattere genuinamente politico. I delitti che sono stati commessi in quegli anni erano quindi e restano reati comuni. Questa tesi, certamente discutibile sul piano storico, sarebbe, tuttavia, pur sempre legittima se non fosse smentita da una contraddizione evidente. Poiché, per reprimere quei reati comuni, quella stessa classe politica ha fatto ricorso a una serie di leggi eccezionali che limitavano gravemente le libertà costituzionali e introducevano nell’ordinamento giuridico principi che erano sempre stati considerati a esso estranei. Quasi tutti coloro che sono stati condannati, sono stati inquisiti e processati in base a quelle leggi speciali. Ma la cosa più incredibile è che quelle leggi sono tuttora in vigore e gettano un’ombra sinistra sulla vita delle nostre istituzioni democratiche. Noi viviamo in un paese che si pretende “normale”, nel quale chiunque ospiti in casa propria un amico senza denunciarne la presenza alla polizia è passibile di gravi sanzioni penali.

Lo stato di eccezione larvato in cui il paese vive da quasi vent’anni (ora 40, ndr) ha così profondamente corrotto la coscienza civile degli italiani, che, invece di protestare e resistere, essi preferiscono contare sull’inerzia della polizia e sull’omertà dei vicini. Sia lecito ricordare – senza voler con questo stabilire nient’altro che un’analogia formale – che la Verordnung zum Schutz von Volk und Staat, emanato dal governo nazista il 28 febbraio 1933, che sospendeva gli articoli della costituzione tedesca che concernevano la libertà personale, la libertà di riunione, l’inviolabilità del domicilio e il segreto epistolare e telefonico, restò in vigore fino alla fine del Terzo Reich, cioè per tredici anni; le nostre leggi eccezionali e le disposizioni di polizia con esse connesse hanno largamente superato questo limite.

Risentimento

Non sorprende, allora, che la nostra classe politica non possa pensare l’amnistia, non possa deporre i propri “cattivi ricordi”. Essa è condannata al risentimento, perché in Italia l’eccezione è veramente divenuta la regola e paese “normale” e paese eccezionale, storia passata e realtà presente sono diventati indiscernibili. Di conseguenza, ciò che dovrebbe essere oggetto di memoria e di indagine storica, viene trattato come un problema politico presente (autorizzando il mantenimento delle leggi speciali e della cultura dell’emergenza) e ciò che dovrebbe essere oggetto di una decisione politica (l’amnistia) viene invece trattato come un problema di memoria storica. L’incapacità di pensare che sembra oggi affliggere la classe politica italiana e, con essa, l’intero paese, dipende anche da questa maligna congiunzione di una cattiva dimenticanza e di una cattiva memoria, per cui si cerca di dimenticare quando si dovrebbe ricordare e si è costretti a ricordare quando si dovrebbe saper dimenticare. In ogni caso, amnistia e abrogazione delle leggi speciali sono le due facce di un’unica realtà e non potranno essere pensate se non insieme. Ma per questo sarà necessario che gli italiani riapprendano il buon uso della memoria e dell’oblio.

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21/08/2017

Il latte nero del terrore


Breve storia della “guerra sporca” anticomunista in Italia (1945-'73)

Il clima politico-sociale che la cura Minniti sta imponendo al Paese ha precise ripercussioni nello scontro di classe, inasprendo le rappresaglie padronali contro esponenti del mondo del lavoro e dell’attivismo politico-sociale rei di non essersi piegati al “grado zero del conflitto” che la lotta di classe dall’alto vorrebbe imporre alle classi subalterne.

Occorre allora riprendere in mano la storia della “guerra sporca” così come si è articolata strutturalmente nel nostro Paese, per capirne i passaggi di fase che ha attraversato e la sua sostanziale riproposizione in chiave aggiornata. Il blocco sociale dominante non dismette mai il suo ingombrante apparato repressivo, così come non cessa di perfezionarlo.

Non si tratta solo di ragionare delle armi in mano al nemico e del carattere sistemico dell’offensiva, ma di come muoversi in maniera cosciente sul terreno non facile della lotta di classe nell’attuale contesto di rapporti di forza, comprendendo che l’accumulazione di forze, la sedimentazione organizzativa e la formazione di “quadri” non permettono alcuna facile scorciatoia.

Per capire la fase che attraversiamo bisogna fare i conti con il “passato che non passa”.

Questo contributo, a cui ne seguiranno altri, si inserisce nella discussione riguardante la costruzione di una campagna nazionale contro le Leggi Minniti e Minniti-Orlando e contro la repressione politico-sociale in generale lanciate dalla Piattaforma politico-sociale Eurostop a fine giugno.

Vari recenti avvenimenti in agosto hanno confermato la centralità di questa campagna, improcrastinabile nell’agenda politica odierna.

DOPO IL 25 APRILE...

Tu vuoi fare degli attentati, – disse Alvaro. – A che scopo? Ti piace sentire il fragore dell’esplosione? O leggere sui giornali che per te, una sede comunista ha preso fuoco? Politicamente è idiota e soggettivamente è solo un gioco. Tu non colpisci a morte un avversario, gli fai il solletico. Metti invece la dinamite in un cinema o in un locale pubblico, o in una piazza affollata. È così che centri il cuore del nemico – Mi guardò con ironia e soggiunse: – il sangue ti fa paura? […]
Non avrei paura, ma non ammazzo per divertimento o senza una causa giusta e valida.

Non sempre la logica guida le azioni umane – intervenne Ciancicone. – Spesso ho eseguito degli attentati solo per il gusto di farli.

Per te la dinamite è una fissazione, – scherzò Alvaro.

Autobiografia di un picchiatore fascista,
Giulio Salerno, Einaudi, 1976

Iniziamo dal dopo guerra.

La mancata epurazione del personale fascista, la non riforma degli apparati del regime, il persistere di codici legislativi promulgati nel Ventennio, insieme alla continuità dell’azione squadristica delle bande repubblichine anche dopo il 25 aprile del ‘45, hanno posto subito una seria ipoteca sulla possibile discontinuità dell’Italia Repubblicana e frustrato gli aneliti di riscossa politico-sociale propugnati da chi ha animato una parte consistente dei ranghi della Resistenza armata al nazi-fascismo.

Basta dare una occhiata alle statistiche giudiziarie sugli amnistiati politici e si può scoprire che al 31 luglio 1946 gli amnistiati politici in base agli articoli uno e due (reati con pene non superiori a cinque anni e reati post-liberazione) erano 7.061 di cui solo 153 partigiani e ben 4.127 fascisti ed 804 vari; inoltre quelli amnistiati per l’articolo tre (sanzioni contro il fascismo) erano 2.979.

La pioggia di amnistie era stata amministrata da 18 Corti di Assise straordinarie che secondo i dati pubblicati nel ‘47 dalla rivista «Il Ponte», al 31 luglio del ‘47, avevano esaurito 37.335 denunce su 37.800 i.

Bisogna soffermarsi un attimo su questo aspetto: la funzione anti-operaia della magistratura, assolutamente legittimata dal potere politico, attraverso – tra l’altro – l’azione del più illustre rappresentante del Partito Comunista, Palmiro Togliatti, Guardasigilli dal 1945 al 1946, prima dell’estromissione del PCI dal governo.

I fascisti hanno potuto quindi riorganizzarsi e continuare la propria attività squadristica contro esponenti del movimento operaio, sedi politiche e sindacali, cooperative, ecc. già prima della fondazione del Movimento Sociale Italiano, avvenuta il 26 dicembre del ‘46.

I futuri quadri missini pensavano che avrebbero dovuto affrontare una fase in cui non gli sarebbe stato possibile organizzarsi politicamente in maniera legale alla luce del sole, preparandosi quindi ad operare nella clandestinità, ma i dettami costituzionali non vennero rispettati azzoppando subito lo spirito con cui i costituenti avevano concepito l’impossibilità di ricostruzione del dissolto partito fascista.

Uno degli episodi più cruenti rimane l’assalto dell’11 giugno alla federazione del PCI di Napoli da parte di un gruppo neo-fascista fornito di bombe, fusti di benzina e revolver, che causò sette morti e cinquanta feriti.

Un altro episodio significativo, per la capacità di contrastare l’azione delle squadracce fasciste avviene a fine agosto alla Casa del popolo di Lambrate a Milano, luogo di incontro tra l’altro della “Volante Rossa” che riesce a sventare l’attentato delle Squadre di Azione Mussolini. Queste avevano progettato una vera e propria carneficina la sera di una importante assemblea generale di tutti i quadri del Pci, a cui presenziavano rappresentanti della federazione del PCI e di altri partiti e organizzazioni antifasciste locali.

Grazie alle informazioni ricevute da un informatore della Volante, infiltrato nelle file dei fascisti, riescono a far si che l’ordigno collocato all’interno dell’edificio esplodesse senza fare danni a persone, traendo d’inganno i fascisti che volevano liquidare i superstiti all’esplosione a colpi di mitraglia, ma che vennero accolti dalle raffiche di mitra dei compagni.

L’attività della “Volante” dimostrerà tra l’altro come la base del PCI – i compagni di Lambrate diverranno il servizio d’ordine ufficiale del PCI a Milano sfilando con i loro giubbotti da aviatore in corteo e prendendosi cura dei maggiori esponenti del comunismo internazionale che giungevano per iniziative politiche nella città – procedesse alla legittima epurazione dei fascisti, di cui l’ultima azione fu la liquidazione dell’assassinio di Eugenio Curiel ii.

Il capitalismo italiano per il suo rilancio economico, oltre che dei finanziamenti statunitensi arrivati grazie al Piano Marshall ha bisogno di disfarsi di quei quadri operai comunisti con alle spalle l’esperienza della lotta clandestina e armata che costituiscono la vera ossatura del movimento operaio organizzato nel “triangolo industriale”.

Lo stesso discorso si può fare riguardo ai braccianti per ciò che concerne il contesto rurale, e i quartieri popolari delle realtà urbane più importanti del centro-sud.

Forgiati dalla lotta armata nelle formazioni partigiane che sono il modello organizzativo di riferimento, ancora largamente in possesso delle armi non consegnate nonostante gli appelli della dirigenza del PCI, convinti che la liberazione dal nazi-fascismo fosse una tappa intermedia e necessaria nella liberazione del proletariato per via insurrezionale (almeno fino all’attentato a Togliatti), questo corpo di militanti costituivano la spina nel fianco ai progetti di ristrutturazione del grande capitale.

L’organizzazione capitalista del lavoro doveva essere al più presto rigidamente ripristinata per avere mano libera per licenziare, imporre nuovamente una ferrea disciplina lì dove le varie figure preposte al controllo in fabbrica erano state desautorate, per assicurare quel mix di alta produttività e bassi salari funzionali al futuro “miracolo economico”.

Per questo i militanti politici dovevano essere espulsi dalle fabbriche, l’organizzazione sindacale di classe doveva essere fortemente ridimensionata, le lotte dei lavoratori dovevano avere come risposta il piombo delle forze dell’ordine e delle bande fasciste e/o malavitose ingaggiate per questi scopi.

Basti ricordare che i morti uccisi durante le manifestazioni politiche dalla polizia e dai suoi sgherri dal ‘46 al ‘50 sono più di 120!iii

Inoltre bisognava dare pene esemplari a coloro che non si erano piegati al nuovo corso politico sociale dopo il ‘25 aprile, di cui il caso più eclatante riamane la vicenda giudiziaria della Volante Rossa. Così mentre sempre più ex-partigiani tornano in carcere sempre più fascisti tornano alle loro cariche nelle fabbriche, nella pubblica amministrazione e in politica.

In Lombardia, più che in ogni altra regione, i tribunali furono impegnati nel processare i partigiani per azioni compiute durante la lotta di Resistenza. Non esiste una statistica dettagliata ma le varie associazioni partigiane hanno fatto sapere che almeno il 10 per cento dei quadri dirigenti delle formazioni partigiane, e soprattutto le formazioni di sinistra, sono stati sottoposti ad inchiesta giudiziaria ed in parecchi casi condannati iv.

Sarebbe lungo fare un elenco degli alti burocrati del regime mussoliniano riciclati dalla Repubblica, che testimoniano della sostanziale “continuità dello stato”, si può sceglierne uno a mo’ di esempio: Gaetano Azzariti.

Azzariti era stato il Presidente del Tribunale della razza presso il dipartimento di demografia e razza del ministro degli interni, aveva cioè il potere decisionale nei confronti di coloro che dovevano essere considerati, secondo l’espressione di Primo Levi, sommersi o salvati, cioè essere destinati o meno alla spoliazione di ogni più elementare diritto e deportati in un campo di concentramento.

Arriva il 25 luglio e Badoglio lo sceglie come ministro di Grazia e giustizia, nel ‘45 e ‘46 Palmiro Togliatti, segretario del PCI e Guardasigilli nel ministero Parri e nel primo ministero De Gaspari, lo scelse come consulente per l’epurazione, nel ‘55 fu designato giudice costituzionale e infine nel ‘57 ne divenne presidente.

Da presidente di una delle più nefaste istituzione del regime a presidente di un organo che dovrebbe decidere cosa è all’interno o fuori della costituzione della repubblica “nata dalla Resistenza”!

Giulio Salerno, in Autobiografia di un picchiatore fascista, ci ha lasciato tra l’altro la testimonianza delle attività di un giovane camerata nella Roma del dopoguerra, che sogna di uccidere il colonnello Valerio per vendicare Mussolini, la cui passione di soldato politico è sapientemente utilizzata nel contesto della Guerra Fredda per fare la guerra sporca ai “rossi”. Attività in cui l’addestramento paramilitare è funzionale alle future tentazioni golpiste di una parte della classe dirigente, e che svela i prodromi di quella che sarà la strategia stragista e la funzione di sicariato politico che avrà l’estrema destra in Italia.

Ed è bene ricordare che dietro il revisionismo storico nei confronti del neo-fascismo degli anni ’60 e ’70 non c’è solo il desiderio di riscrittura della storia ma di sdoganamento per l’azione politica attuale.

Abbiamo così a lungo accennato ai neo-fascisti, alla continuità del regime fascista con quello democratico e agli interessi padronali perché sono fondamentali elementi di comprensione per le pratiche che caratterizzeranno “la guerra sporca” contro i proletari sui luoghi di lavoro.

Bisogna tenere presente altri fattori come l’aiuto determinante dell’imperialismo nord-americano attraverso le sue varie istituzioni per stroncare le istanze più avanzate del movimento operaio in cui il contributo dell’operazione Stay Behind della NATO è del tutto rilevante.

*****

LA FIAT DI VALLETTA, LO SCIENZIATO DELLA PROVOCAZIONE CAVALLO E IL PARTIGIANO GOLPISTA SOGNO

Il dramma vero, secondo me, la cosa che non riesci a comunicare, è quella paura. Quella paura lì è inconcepibile oggi. Non puoi spiegarla. Uscire dal reparto per lo sciopero da solo. E gli altri non sono contro di te. Vedi che ti guardano, sono con te, sono per lo sciopero, ma continuano a lavorare. Ecco, è questo: il patrimonio della paura. Una volta negli spogliatoi mi ferma un anziano. Mi dice che ha avuto un colloquio con l’ingegnere: se dichiari che Pacifico ha diffuso volantini, noi assumiamo tuo figlio. Aveva il figlio perito, che aveva fatto domanda. Questo poveraccio si mette a piangere: tu non mi conosci, ma sono un socialista, ho paura a dirlo ma la carognata non la faccio.
Otello Pacifico,
ex-operaio della Fiat Ferriere

Dovevi agire nella clandestinità. Nel senso del modo come raccoglievi le quote sindacali, distribuivi la propaganda, facevi il tesseramento. Allora: i volantini, in generale, si distribuivano fuori. Dentro si esponevano solo i compagni dell’apparato, quelli che non avevano più niente da perdere. Passavi i bollini delle tessere dentro una scatola di cerini, o al cesso. Anche per le informazioni, le direttive, scambiavi tre parole al cesso. O li cercavi a casa. O li cercavi al caffè.

Emilio Pugno,
sindacalista della CGIL


Due personaggi di spicco dell’attività anti-operaia sin dagli anni ‘50 sono Edgardo Sogno e Luigi Cavallo, entrambi defunti e oggi riabilitati in chiave anti-comunista.

La loro attività è particolarmente significativa per gli ingenti mezzi impiegati grazie all’appoggio dei centri di potere politico-economico anche statunitensi. Vennero smascherati ad opera dei compagni che si occuparono in maniera militante dell’inchiesta sulle provocazioni padronali. In questo caso venne preceduta l’opera della magistratura, superandone i limiti d’iniziativa – nonostante l’azione coraggiosa di qualche pretore sinceramente democratico – e vennero trovati i livelli di organizzazione adeguata ad affrontare la situazione.

Per ciò che riguarda l’azione giudiziaria postuma, quando ci fu, causata dalla pressione operaia scaturita dal ciclo di lotta iniziato negli anni ’60, va ricordato che l’emersione di un sistema di controllo che andava ben oltre i limiti legislativi e di una rete di potere che ne era il motore non produsse praticamente alcuna condanna.

La FIAT di Valletta sarà il teatro della transitoria sconfitta delle istanze di emancipazione scaturite dal movimento operaio con la lotta di liberazione del ’43-‘45, coadiuvato dalle tecniche di provocazione imparate nelle centrali internazionali della provocazione made in USA.

Sarà proprio Valletta ad accreditarsi come bastione dell’anticomunismo in Italia. Nel resoconto di un incontro – pubblicato nell’aprile del ’74 – avvenuto a Roma il 4 febbraio del 1954 presso l’ambasciata americana con la diplomatica statunitense Clare Luce, si può leggere la descrizione dettagliata dell’attività vallettiana coadiuvata naturalmente dall’autorità politica, per ridurre al lumicino l’influenza dei comunisti.

Alla Fiat la lotta nei confronti di tali attivisti comunisti per la rigenerazione, oltre che dell’insieme dell’azienda, dei quadri e degli operai, è appunto iniziata col 1946 ed è continuata da allora ininterrottamente fino ai giorni nostri dichiarerà il presidente della Fiat per fugare i dubbi dell’ambasciatrice rispetto all’immagine data dalla stampa USA per cui: A lato di larghi sacrifici fatti dagli USA (oltre un miliardo di dollari), la situazione del comunismo in Italia in luogo di retrocedere parrebbe in continuo progresso v.

E dalla primavera del ‘52 che la casa automobilistica torinese darà il via alla prima ondata di licenziamenti di attivisti del PCI e della FIOM: quattrocento licenziamenti nel ‘52, di cui 35 politici.

In Inchiesta alla Fiat, pubblicata sulla rivista «Nuovi Argomenti» nel 1958, Giovanni Carocci scrive: tiriamo le somme: 1930 lavoratori di sinistra sono stati estromessi dalla FIAT dal dicembre del 1954 ad oggi per mezzo di licenziamenti collettivi. [...] Con i licenziamenti collettivi il monopolio si è costantemente proposto un duplice scopo: da una parte estromettere dagli stabilimenti i nuclei più combattivi di dirigenti, attivisti del movimento operaio (a formare questi operai fedeli ai motivi di classe hanno concorso tutta la tradizione del movimento operaio torinese, anni di resistenza al fascismo, la guerra partigiana e le grandi lotte del dopoguerra), dall’altra intimorire le maestranze ed orientare il loro voto in occasione del rinnovo delle Commissioni Interne.

In qualche hanno dal ‘55 al ‘57 la FIOM avrà un vero e proprio tracollo passando da un risultato già inferiore a quello precedente pari al 63,2 % per giungere al 21,4 %, così come crollano drasticamente gli iscritti al PCI nella provincia di Torino: da 54.000 nel ‘54 a 30.000 nel ‘59; se si fa riferimento agli operai, da 44.000 a 18.000.

Come è stato possibile questo? Sogno e soprattutto Cavallo non hanno avuto un ruolo secondario.

La storia di quest’ultimo è di difficile ricostruzione, ma lo ritroviamo in tutte le vicende politiche del paese fino alla fine degli anni ’70. Alberto Papuzzi, nel ‘76 gli dedicò un libro dal significativo titolo di “Il provocatore”, che inizia con il suo arresto, insieme a quello di Sogno, il 5 maggio del ‘76 su mandato di cattura firmato dal giudice istruttore Luciano Violante vi.

A noi interessa in questo contributo mettere in luce la sua attività specificatamente anti-operaia, agita principalmente tra Milano e Torino, e che rappresenta un modello che si è esteso anziché estinguersi vii.

Cavallo torna in Italia dagli USA nel ‘54 e si unisce a doppio filo con Edgardo Sogno, che nel ’53 ha aperto una centrale italiana dell’organizzazione anticomunista “Paix et Liberté” sorta a Parigi per iniziativa di un ex funzionario della NATO Jean Paul David.

Sogno, ex-partigiano monarchico e diplomatico italiano del Partito Monarchico Italiano, ha già lavorato per una struttura della NATO a Londra e giunge a Parigi per seguire i corsi del Nato Defense College, ha ottimi rapporti con A. Dulles capo dell’OSS (da cui nasce la Cia), ed è stato il comproprietario di un quotidiano edito dagli Alleati.

Nella sua lunga intervista con Aldo Cazzullo, Testamento di un anti-comunista, Edgardo Sogno dice chiaramente di avere ricevuto da Valletta venti milioni al mese, insieme con il gruppo ristretto della Confindustria, che era la stessa quota che spettava inizialmente alle altre organizzazioni finanziate dal padronato: DC, PNM e partito liberale, per poi rivolgersi direttamente a Dulles che finanziò con dieci milioni al mese l’attività di Pace e Libertà fino alla sua fine nel ’58 viii.

Milano, Torino e Genova erano i principali teatri di questa centrale della provocazione.

La sezione italiana dell’organizzazione, secondo una nota del Sifar: disporrebbe di rilevanti mezzi finanziari forniti da industriali di Lodi, Codogno, Legnano e Monza, e da esponenti dell’alta finanza di Torino, oltre che dalla Nato.

Non avendo trovato l’appoggio di politici del PNM si rivolge ad ambienti del neo-fascismo missino, potendo contare su altre relazioni importanti con i servizi segreti americani e inglesi, l’ambasciatrice USA a Roma e l’ex presidente del consiglio e ministro dell’Interno dal 10 marzo 1954 Mario Scelba, feroce repressore delle manifestazioni operaie.

Cavallo stringe rapporti con Renzo Rocca, allora capo della sezione Reparto Economico Industriale del Sifar e poi dipendente della Fiat dal ‘65, morto in circostanze oscure nel ’68 in un ufficio romano dell’azienda di Agnelli.

Secondo una testimonianza processuale di un subordinato del Rocca, Vittorio Avallone: Il Rocca appoggiava Cavallo presso le industrie da cui Pace e Libertà veniva finanziato.

Dopo avere litigato con Sogno si trasferisce a Torino all’inizio del ’55 e diventa consigliere politico e sindacale di Valletta.

Attraverso una campagna martellante di opuscoli, manifesti, riviste, scritte murali, volantini, lettere personalizzate ai lavoratori e alle famiglie proletarie, Cavallo attacca le organizzazioni e gli uomini della FIOM e del PCI.

Campagne di raccolta firma per la messa fuori legge del PCI, campagne diffamatorie con attacchi personali rispetto ai trascorsi poco cristallini, corruzione, malcostume, ecc. tutto fa brodo per screditare il personale politico comunista agli occhi della base.

Le fonti di “Pace e Libertà”, ce le racconta Sogno stesso nel citato testamento: il ministero degli Interni: attraverso l’ufficio affari riservati, arrivavano per disposizione di Scelba le carte dell’Ovra, la polizia politica fascista. Poi c’era l’archivio di Cavallo, con tutte le carte del partito. Altro materiale arrivava dal socialista Matteo Matteotti e da Giuseppe Saragat, attraverso il suo capo di gabinetto Baratta.

Nel ’55 iniziano le pubblicazioni di “Pace e Lavoro” (in seguito “Fronte del Lavoro”) che è l’organo principale della provocazione.

Insieme a Cavallo lavorano un futuro senatore missino, un socialista che curerà la campagna elettorale per il futuro sindaco socialista di Milano, e Fulvio Bellini, un esponente della dissidenza comunista, co-autore insieme a Giorgio Galli di una storia del Pci data alle stampe negli anni ’50, poi ripubblicata negli anni ’70 con il solo nome di Galli.

La tecnica giornalistica è impeccabile: dichiara di combattere i principi ai quali in realtà si ispira.

Uno dei capolavori di L. Cavallo è un opuscolo inviato a casa di migliaia di attivisti e simpatizzanti alla vigilia delle elezioni delle commissioni interne del 1958 nella formula di lettera aperta e anonima, con un linguaggio para-comunista, con una collocazione da sinistra, attaccando con calunnie dirigenti della CGIL, della FIOM e del PCI: Perché non mi presento né come candidato né come scrutatore FIOM alle elezioni di commissione interna Fiat.

Articolare una scelta qualunquista attraverso la serrata critica della linea politica comunista e del sindacato, speculando sulla paura del licenziamento in caso di esposizione...

A volte sullo stesso numero ci sono articoli che si contraddicono l’un l’altro, così come articoli che si contraddicono da un numero all’altro: tutto è teso a disorientare lo spirito critico del lettore, per orientarlo a disinteressarsi della politica.

Intorno al ’56-’57 si fa strada la tendenza a scindere sempre più i termini “socialista” e “comunista” contrapponendo e privilegiando il primo al secondo, secondo una ipotesi socialdemocratica che spacchi la sinistra, gradita agli USA e lautamente finanziata dalle centrali sindacali corporative statunitensi ix.

L’attività di Cavallo è assai prolifica: nel ’57 fonda a Milano un’altra rivista “Ordine Nuovo”, prendendo il nome dal giornale torinese diretto da Antonio Gramsci, pubblica una storia del PCI romanzata e a fumetti, uno studio delle ingerenze del PCI sul PSI, rinfocola le polemiche contro la sinistra socialista...

Buoni fonti informative all’interno della sinistra, il coordinamento con le industrie locali e le associazioni industriali per un monitoraggio dei “rossi”, in particolare di coloro che non hanno trovato lavoro o l’hanno perso perché comunisti, regolari contatti e scambi con l’ufficio politico della questura, un servizio anagrafico che si appoggia all’anagrafe comunale per l’aggiornamento degli indirizzi, permettono di recapitare a casa, prima dell’era della televisione, la propaganda di Cavallo & Co.

La coscienza dell’efficacia della strategia della paura era ben chiara in Cavallo come emerge in un documento a lui sequestrato e utilizzato nel processo:
Se un militante comunista non viene assunto, né promosso, né avrà facilitazioni a causa della sua appartenenza al Pci, esso sarà profondamente disturbato dal regolare recapito a domicilio dell’ “Ordine Nuovo”[...] Il militante comunista, quando si sente individuato, perde la propria sicurezza, diventa più guardingo, incomincia a rifiutare gli ordini dell’apparato, non diffonde più l’Unità, non raccoglie più bollini, non vende più tessere. Casi di questo genere si contano a decine di migliaia. Abbiamo saputo di migliaia di litigi di famiglia, parecchi con percosse. Mogli che non sapevano che il marito fosse comunista, lo hanno affrontato e gli hanno impedito di frequentare la sezione del PCI. Figli che litigano col padre perché temono di non essere assunti in certe fabbriche importanti.

Cavallo si assumerà il compito di costruire il sindacato “giallo” SIDA e nel 1962 fonda il giornale “Tribuna Operaia” i cui obiettivi sono spiegati in un rapporto riservato del SIFAR. Cavallo si incontrerà in quel periodo con il col. Renzo Rocca e su incarico di Agnelli getterà le basi della schedatura e del controllo degli operai alla FIAT in collaborazione con i servizi segreti. Così è scritto in un rapporto riservato del SIFAR, datato 4 luglio 1964 sul giornale Tribuna Operaia: Il giornale mensile anticomunista “Tribuna Operaia” (direttore responsabile: dott. Luigi Cavallo) viene stampato a Milano. L. 50 a copia. La funzione del giornale è quella di controbattere la propaganda della stampa comunista tra le masse operaie. E’ diretto a tutti, comunisti e non comunisti con un frasario idoneo alla lotta nella quale è impegnato. Il periodico riporta critiche al PCI e ai suoi “compagni di strada” partendo da posizioni in apparenza socialiste e di difesa della classe operaia. É ricco di disegni satirici, fotografie e grafici ben impostati, molti titoli e sottotitoli e colpisce il lettore per la chiarezza delle sue argomentazioni. Gli articoli trattano tutte le questioni sindacali, di politica economica ed amministrativa interessanti gli operai. Polemizza e denuncia scandali e malversazioni ed illeciti ed arricchimenti dei capi del PCI, della CGIL e dei carristi del PSI, la errata amministrazione degli istituti di previdenza, gli errori e gli sprechi della politica economica, le speculazioni finanziarie e commerciali del PCI ed altri argomenti analoghi per un’attiva propaganda anticomunista. In definitiva il giornale sa controbattere tra le masse operaie la propaganda comunista e dei suoi alleati, con un’azione semplice ed efficace. E’ l’unico giornale compilato in modo adatto per la mentalità degli operai. Viene redatto in 40.000 copie mensili ed inviato a domicilio ad altrettanti operai iscritti al PCI, merita ogni collaborazione ed elogio. Invece di spendere centinaia di milioni in una congerie di pubblicazioni inutili, malfatte e che servono soltanto a far guadagnare del denaro a chi le pubblica, sarebbe molto meglio aiutare questa pubblicazione. 

Nel 1967 il SIDA non è più credibile per nessun operaio FIAT, Cavallo allora si inventa una nuova sigla: “Iniziativa Sindacale”, che dati i larghi mezzi finanziari conduce una intensa campagna antisciopero. Nel 1968, in coincidenza con il “suicidio” del Col. Rocca, Cavallo sparisce dalla circolazione, la madre addirittura sparge la voce che il figlio è morto. Ricompare dopo breve tempo durante l’autunno caldo del ‘69. Questa volta “se la prende” con i gruppi della sinistra rivoluzionaria. Il contesto è cambiato: Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina, recita uno slogan del tempo...

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AGNELLI HA PAURA E PAGA LA QUESTURA

Pubblichiamo in questo opuscolo tutta la documentazione in nostro possesso sullo “spionaggio Fiat”, quale risulta dai fascicoli sequestrati dal pretore Guariniello il 5 agosto 1971 negli uffici della Fiat, e che ora si trovano a Napoli. Da questi atti emerge un dato preciso ed inequivocabile: la Fiat aveva (ed ha) il pieno e totale controllo su tutte le “forze dell’ordine” di Torino. 

Ricevevano infatti dalla Fiat assegni mensili o emolumenti una tantum i prefetti e i questori (compreso il famigerato Guida) che via via si sono succeduti a Torino negli ultimi anni, il capo-gabinetto della Questura dott. Stabile, i capi dell’Ufficio Politico della Questura dott. Bessone e dott. Romano, il capo regionale del SID (ex Sifar) Ten. Col. Stettermajer, il capo del nucleo investigativo dei Carabinieri Col. Astolfi, più 150 circa tra agenti e funzionari della P.S. e dei C.C.

Insomma tutti, proprio tutti coloro che avevano la responsabilità della politica repressiva a Torino erano alle dipendenze della famiglia Agnelli. Tutte le montature poliziesche, gli arresti arbitrari, le false testimonianze, le aggressioni contro operai e studenti di questi ultimi anni portano dunque impresso il marchio della Fiat. 

Sempre dagli atti del processo risultano direttamente responsabili di corruzione tre fra i massimi dirigenti della Fiat: l’ing. Bono, vice-presidente della Fiat; l’ing. Garino ex-direttore del personale Fiat e l’ing. Gioia, Direttore Generale della Fiat.
Avevamo sempre saputo che il potere dei capitalisti e il potere dello stato sono tutt’uno e non avevamo mai mancato di denunciare il potere assoluto e dispotico che la Fiat esercita su tutta la città. Lo slogan “poliziotti servi dei padroni” che tante volte ha risuonato per le strade di Torino in questi anni nasceva da una semplice constatazione dei fatti, che chiunque avrebbe potuto compiere. Lo sapevano perfettamente le migliaia di operai che vivono ogni giorno il sistema di sfruttamento della Fiat, che conoscono le sue spie e che tante volte sono stati aggrediti, anche dentro la fabbrica, dalla polizia accorsa in difesa del capitale. E non si tratta di una storia nuova. Le 150.000 schede, che il pretore Guariniello ha trovato negli uffici della Fiat, sono il risultato di una rete di spionaggio che risale agli anni ‘50, al periodo della gestione Valletta. 

Fra le persecuzioni di allora contro i militanti della Fiom, i licenziamenti di rappresaglia, i reparti confino, la caccia sistematica all’operaio di sinistra di quegli anni e l’attuale vicenda dello spionaggio Fiat vi è una precisa continuità. E le rivelazioni attuali non fanno che confermare le denunce che già allora, a più riprese, furono fatte contro i metodi fascisti e polizieschi della Fiat. 

Ciò nonostante le attuali rivelazioni sul “dossier Fiat” sono un fatto nuovo e estremamente importante.

Oggi dire che la polizia è serva del padrone, non è più soltanto una giusta affermazione ideologica sui rapporti che intercorrono fra capitale ed istituzioni statali, non e più solo un giudizio politico sul comportamento delle forze di Polizia, ma è un dato di fatto indiscutibile, di fronte a cui nessuno può tirarsi indietro. Non solo, ma attraverso questi dati, oggi possiamo avere una coscienza più precisa di quelle che sono le trame del potere in una società borghese. Conoscere i nomi dei corrotti e dei corruttori significa per noi conoscere meglio i nostri nemici ed offrire alle masse elementi più concreti per combatterli.

Introduzione di Agnelli ha paura e paga la questura,
Lotta Continua, Gennaio 1972


Sembra paradossale, ma il sistema di spionaggio della FIAT e le sue connivenze con le forze dell’ordine emerge ad inizio anni ’70 grazie alla citazione dinnanzi alla sezione lavoro della Pretura di Torino di un sua ex spia: Cereda Caterino, licenziato senza «giusta causa» dalla casa madre dopo avere svolto “onestamente” per ben 17 anni, sempre la mansione di spia.

Ancora più paradossale è il fatto che ad incrinare i rapporti tra l’azienda di Torino e il nostro spione sia stato il fatto che ad un certo punto per svolgere il proprio lavoro in trasferta a Milano gli sia stata negata l’automobile di servizio!
Sebbene il pretore dia torto al Cereda, viene trasmesso il rapporto al pretore penale, perché durante il processo sono emerse le indagini sui privati fatte senza licenza e la corruzione di pubblici ufficiali... Cereda, che lavorava per i «Servizi Generali» aveva iniziato a controllare in motorino l’accertamento di assenze abusive dal lavoro e delle tendenze politiche di chi faceva domanda d’assunzione...

Dalla tipologia degli assunti e dei respinti, risultò che l’operaio ideale per la Fiat doveva essere apolitico, frequentatore della parrocchia, godere di buona reputazione pubblica, e andava bene anche se iscritto ai partiti di centro, oppure monarchico e missino.

A fine luglio l’Unità esce con un articolo dal titolo: Gli spioni del monopolio FIAT, in chiusura è scritto: Un’ultima considerazione va fatta sulla collaborazione che questo ufficio di spionaggio della Fiat non può non aver avuto con organi dello stato, come la polizia e i carabinieri.

Il 5 agosto, ricevuti gli incartamenti del processo, Raffaele Guariniello, decide di andare a vedere direttamente gli uffici dei Servizi Generali, visionandone gli schedari.

In via Giacosa a Torino vengono trovati i fascicoli degli schedati: operai, giornalisti, professori, dirigenti industriali, uomini politici di ogni livello; dei corrotti: poliziotti, carabinieri, questori, ecc; i fascicoli degli informatori periferici: messi comunali, parroci di paese, ecc.

Sono oltre 150.000 schede in cui è scrupolosamente annotato tutto.

Il Pretore “d’assalto” torna in pretura con ciò che può, mentre vengono posti i sigilli giudiziari alla cassaforte incriminata.

Naturalmente i giorni successivi viene fatto sparire tutto, mentre l’Avvocato Gianni Agnelli, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il procuratore generale di Torino, Giovanni Colli si incontrano in una piccola località valdostana per riuscire a soffocare lo scandalo.

Intanto Guariniello avendo ravvisato nel materiale sequestrato estremi per reati ben più gravi di quelli di competenza del pretore, trasmette gli atti alla procura della Repubblica, perché proceda alla fase istruttoria.

A capo del servizio di spionaggio interno vi era un ex colonnello di aviazione, Mario Cellerino (pilota personale di Giovanni Agnelli) che per vent’anni era stato nei servizi segreti. Venne assunto nel 1965 alla Fiat insieme ad una ventina di ex carabinieri. Il Cellerino, con il consenso del Sid, costituì il collegamento esterno dello spionaggio Fiat, che prevedeva il passaggio di informazioni reciproche con carabinieri, polizia, Sios dell’aeronautica di Torino e Sid. La Fiat assunse praticamente anche il colonnello dei carabinieri Enrico Settermaier che comandava il Sid di Torino. I dirigenti della Fiat addetti alla selezione del personale avevano praticamente libero accesso agli schedari del Sid, del Sios, dei carabinieri e della polizia e potevano commissionare a basso costo qualunque tipo di schedatura. Per la Fiat lavoravano anche Marcello Guida, questore, ex carceriere di Pertini a Ventotene, implicato nel caso Pinelli a Milano e costruttore della pista anarchica per piazza Fontana; e Filippo De Nardis, che Giovanni Leone dopo la nomina a presidente della repubblica volle a capo dell’ispettorato di Ps al Quirinale. Anche l’ufficio di collocamento di Torino era al servizio della Fiat e si limitava a dare il nullaosta sulle richieste avanzate dall’azienda. I lavoratori che costruirono la fabbrica di Togliattigrad in Urss ed i tecnici sovietici in Italia furono costantemente sorvegliati dai servizi segreti Fiat. Le schedature proseguirono tranquillamente anche dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori nel 1970.

Se la giustizia ordinaria fa il suo corso, affossando tutto grazie ad artifizi legali, quella proletaria continua la sua opera. Colla avocò a sé l’inchiesta, la tenne nei cassetti per un mese e successivamente la spedì alla Corte di cassazione a Roma, sostenendo che per motivi di ordine pubblico l’inchiesta non poteva essere fatta a Torino. La Cassazione accettò la tesi di Colli e il processo venne trasferito a Napoli dove fu insabbiato.

52 persone tra cui alti dirigenti, ufficiali dei carabinieri, funzionari della PS, vicequestori sedevano sul banco degli imputati per corruzione e violazione del segreto d’ufficio: il dibattimento iniziò solo nel gennaio 1976 e alla prima udienza fu rinviato a tempo indeterminato.

A fine settembre “Lotta Continua” comincia a tirar fuori i nomi dei poliziotti corrotti, attaccando in tutta la città dei manifesti con i loro nomi, continua a fare conferenze stampa in cui dice chiaramente chi sono i responsabili, e nell’assemblea popolare al teatro Alfieri a fine novembre il compagno Luciano Parlanti di LC è l’unico a citare i responsabili...

Intanto la Fiat aveva escogitato da tempo un approccio al problema dell’insubordinazione operaia esplosa dal ‘69 in poi: l’infiltrazione nei gruppi extra-parlamentari per definirne la composizione, la costituzione di squadracce di picchiatori assunte attraverso le sedi del MSI del meridione, l’utilizzo di agenzie private come quella dell’ex-repubblichino Tom Ponzi, le provocazione del “sindacalismo costruttivo” ennesimo parto del prolifico Cavallo, ecc.

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CONTINUA LA GUERRA SPORCA DI AGNELLI, S’IRROBUSTISCE LA RISPOSTA OPERAIA

Noi possiamo organizzare dei commandos sul piano clandestino e fare pulizia. Ma, data la situazione, lo possiamo fare solo fuori dagli stabilimenti, a domicilio e in tutta segretezza. Farlo pubblicamente, nel corso di assemblee, con elementi nostri, tutti ben noti agli avversari, ed altri facilmente identificabili, significherebbe trasformare pubblicamente in “fascisti” elementi che abbiamo presentato come “democristiani” in rapporti fatti dall’on.Scalfaro alle compententi autorità

Relazione sequestrata a Luigi Cavallo

L’ennesima creazione di Cavallo si chiama “Iniziativa Sindacale” e nasce a Torino nel ’69.

La Fiat, morto Valletta, così come l’Unione Industriali continuano a foraggiare regolarmente il nostro scienziato della provocazione fino alla primavera del ’73.

La repressione padronale dal ’68 in poi colpisce i delegati che sono stati alla testa delle lotte.

Migliaia di lavoratori vengono licenziati con la scusa dell’assenteismo, altri vengono trasferiti per creare e isolare le squadre dei “rompicoglioni”.

L’attenzione delle manovre di Cavallo non è più indirizzata esclusivamente verso attivisti della FIOM e del PCI, ma verso i gruppi extra-paralmentari: ho mandato un nostro uomo a Lotta Continua e uno a Potere Operaio e alla V Lega FIOM [...] Infine ho organizzato a Roma un servizio informativo centrale, con un nostro uomo alla Direzione del Pci e uno alla CGIL.

Si parla apertamente di «nuclei di attivisti di combattimento», in grado di «neutralizzare» le avanguardie di lotta, appartenenti alle organizzazioni neo-fasciste.

La copertura politica di questa operazione attraverso i contatti presi è assai ampia e si va da esponenti di spicco della DC, al clero ostile alla svolta a sinistra delle ACLI, agli elementi della “destra” socialista, pezzi del sindacalismo “collaborazionista” come il SIDA e la UIL, fino agli ambienti reazionari e filo-golpisti milanesi e non solo...

Cavallo pensa addirittura di creare dei falsi Comitati Unitari di Base, organismi nati nei maggiori stabilimenti industriali durante il ciclo di lotte di fine anni ’60, per mascherare la natura delle sue operazioni.

Come sostiene Papuzzi: Valletta e gli Agnelli, dagli anni ’50 agli anni ’70, sostengono dietro le belle immagini una identica organizzazione di provocazioni anti-operaie. Anzi «Iniziativa Sindacale» è un modello più completo. La differenza è nella forza della risposta e delle lotte operaie.

Visto il pericolo, Cavallo, non è l’unica pedina del padronato.

In una “lettera aperta agli industriali italiani”, inviato nel gennaio ’70 a 50.000 tra dirigenti e proprietari d’azienda dalla Tom Ponzi Mercurius Investigazioni, si può leggere che le squadre di suddetta agenzia di investigazioni private: saranno vere e proprie squadre di sicurezza interna che gli industriali dovranno ingaggiare per salvaguardarsi da insidie che il mondo economico d’oggi pare avere appreso dalle tecniche belliche più perfezionate.

Tramite tale agenzia Agnelli ha assunto tra il febbraio e il maggio del ’70 una trentina d’elementi, altre agenzie utilizzate dall’avvocato sono la Argus e la A.I.R.I.T.

Vi è poi una fervente attività propagandistica per isolare la classe operaia FIAT dal resto della città, rinchiudendola in un ghetto, promuovendo l’ostilità delle altre categorie sociali sotto la spinta di un blocco sociale anti-proletario guidato e finanziato dagli uomini di Agnelli.

Uno dei fenomeni più vistosi è l’assunzione di fascisti in fabbrica.

Soprattutto al Sud le federazioni missine, le sedi CISNAL, le stesse organizzazioni dell’estrema destra extraparlamentare [...] si trasformano in agenzie di collocamento al servizio Fiat.

I neo assunti, circa 350, nel ‘70-’71, nella sola Mirafiori, vengono impiegati in mansioni che gli permettono libertà di movimento tra i reparti, prima studiano l’ambiente in cui vengono inseriti poi si fanno riconoscere, provocano e attaccano...

È contro questo sistema di terrore che prende corpo l’iniziativa operaia e le lance appuntite dell’offensiva padronale vengono “spezzate”.


Note:
i Sette sentenze su 607 denunce, Roberto Pesenti, in “Processo popolare in fabbrica. Costituzione repubblicana e connivenze neofasciste nei corpi separati dello stato. Milano, 21-24 aprile 1975 ”, «Quaderni di dibattito sindacale», edizioni FLM Milano

ii Storia e mito della volante rossa, Cesare Bermani, Nuove Edizioni Internazionali, ottobre 1996, Milano

iii Cronistoria degli eccidi delle forze dell’ordine in Italia dal 25 luglio 1943 al 1 maggio 1982, Cesare Bermani, in 625 libro bianco sulla legge Reale. Materiali sulle politiche di repressione e controllo sociale, a cura del Centro di Iniziativa Luca Rossi, febbraio 1990, Milano

iv Sette sentenze (op.cit.)

v La relazione, pubblicata nel fascicolo 2 dell’aprile 1974 dalla “Rivista di Storia Contemporanea”, è stata ripubblicata nell’undicesimo capitolo: Vecchi e nuovi “dossier” Fiat, dell’inchiesta della Commissione operaia torinese di Lotta Continua, a cura di Enrico Deaglio, La Fiat così com’è. La ristrutturazione davanti all’autonomia operaia, Feltrinelli, marzo ’75.

vi Sia detto pro forma, ma Sogno e Cavallo insieme agli altri imputati: l’ex ministro della difesa Randolfo Pacciardi, famoso per avere impiegato un battaglione di alpini per reprimere a Genova i moti scoppiati nel ‘48 per l’attentato a Togliatti, Ugo Ricci, generale di brigata coinvolto nell’inchiesta sulle trame eversive della “rosa dei venti”, Salvatore Dago, aderente al tentato colpo di stato organizzato dal principe Borghese nel dicembre ‘70, Salvatore Pecorella, colonnello dei Carabinieri, anch’esso arrestato per le indagini sul golpe Borghese, ed altri tra cui esponenti, come Vincenzo Pagnozzi, del movimento reazionario Maggioranza Silenziosa, saranno prosciolti dall’accusa di stare organizzando un colpo di stato.

vii I tratti più salienti del percorso di Cavallo sono contenuti, oltre che nel documentato libro di Papuzzi, che riporta integralmente la sentenza del processo aperto dal pretore Raffaele Guariniello l’8 luglio del 1975 contro Cavallo e Maria Unia per “violazione delle norme della legge sulla stampa e violazioni delle norme sulle investigazioni e ricerche”, in due articoli apparsi su Controinformazione, uno nel numero unico in attesa di autorizzazione dell’ottobre del ‘73, Progetto Agnelli ‘70: i fascisti in fabbrica, l’altro sul numero 9-10 del novembre ‘77, Luigi Cavallo lo scienziato della provocazione.

Da questo materiale abbiamo preso prevalentemente spunto per elaborare questo capitolo e quello: “Continua la guerra sporca di Agnelli, s’irrobustisce la risposta operaia”

viii Testamento di un anti-comunista. Dalla resistenza al golpe bianco. Edgardo Sogno con Aldo Cazzullo, Mondadori, 2000

ix Già dopo il ’45 ai sindacati liberi in Italia andavano secondo una intervista di un membro della CIA pubblicata sul quotidiano americano nel maggio del ’67: “Saturday Evening Post” ben due milioni di dollari l’anno!

Fonte