Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/05/2023

Il ghiaccio si rompe! Grande sciopero alla Stellantis di Pomigliano

Grande sciopero a Pomigliano, nella fabbrica Stellantis ex FIAT, indetto dalla FIOM contro i ritmi di lavoro insostenibili.

Solo l’altro ieri il padrone Elkann era venuto in visita propagandistica.

Dopo anni di fascismo padronale si rompe il ghiaccio. Evviva!

Gli operai in corteo nello stabilimento gridavano DIGNITÀ. Contro lo sfruttamento infame che dilaga, per la dignità, questo oggi c’è da fare: ribellarsi. Ribellarsi. Ribellarsi.

*****

Nuovo sciopero proclamato dalla Fiom nello stabilimento Stellantis di Pomigliano d’Arco (Napoli), dove stamattina hanno incrociato le braccia gli operai addetti al primo turno di lavoro del reparto montaggio Panda, per formare un nuovo corteo che ha sfilato all’interno della fabbrica. I lavoratori contestano “carichi di lavoro insostenibili e scarsa sicurezza”.

Le tute blu del reparto montaggio Panda avevano già manifestato ieri pomeriggio, aderendo allo sciopero proclamato dalla Fiom in seguito al malcontento creatosi per la comunicazione dell’aumento di scatti di produzione.

“Secondo una nostra stima – fa sapere Mario Di Costanzo, responsabile automotive per la Fiom di Napoli – hanno aderito allo sciopero circa l’80% delle maestranze sulle catene di montaggio, e ciò comporta quasi una paralisi nella produzione. Secondo nostre stime sono state prodotte oltre il 70% di Panda in meno. Questo dimostra che gli operai sono stanchi. L’azienda prenda atto del fatto che i lavoratori vogliono essere ascoltati e non si sentono più rappresentati dai sindacati firmatari di contratto specifico, e convochi un tavolo di discussione”.

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20/01/2023

Ex Ilva. Sciopero e centinaia di lavoratori al Ministero: “Intervenga lo Stato”

Oggi è stata una giornata di sciopero per i lavoratori della ex Ilva (oggi Acciaierie d’Italia, ndr). L’agitazione è stata convocata unitariamente da Fiom, Usb e Uilm. 14 pullman pieni di lavoratori sotto arrivati a Roma sotto la sede del Mimit, in concomitanza dell’incontro convocato per oggi.

“Ci aspettiamo dal governo, oltre che da tutte le commissioni parlamentari che dovranno approvare il DL 02/2023, durante l’iter di conversione in legge, l’inserimento delle opportune modifiche (relative alla immediata ricapitalizzazione) che possano permettere di venire incontro alle richieste congiunte rappresentate quest’oggi” – afferma l’Usb in un comunicato – “La nostra posizione continua ad essere quella della ricapitalizzazione al fine di far entrare lo Stato nella gestione come socio di maggioranza. Questo è il primo passo da fare per poi procedere chiedendo al pubblico di svelare piano industriale e piano ambientale, e avviare quindi una seria riconversione”.

Dello stesso avviso anche la Fiom secondo cui “È necessario garantire la risalita produttiva e il rientro dei lavoratori dalla cassa integrazione attraverso l’acquisizione immediata da parte dello Stato del controllo di Acciaierie d’Italia”.

Alla manifestazione degli operai della ex Ilva presente anche una delegazione di Potere al Popolo. “Come sosteniamo da tempo l’unica via per uscire dal ricatto salute-lavoro è quella della nazionalizzazione, bonifica del territorio, chiusura e riconversione delle produzioni mortali, garantendo l’occupazione degli operai” – afferma Potere al Popolo in una nota – “La vicenda dell’ex Ilva riassume il fallimento di un’intera classe politica, inetta e subordinata ai poteri delle multinazionali. Opponiamoci a questo modello nocivo, continuiamo a costruire l’alternativa”.

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29/12/2022

USB, Fiom e Uilm proclamano lo sciopero in Acciaierie d’Italia

“Il Governo cede ai ricatti di Arcelor Mittal e del suo ad Lucia Morselli”

Nonostante nella giornata odierna il mondo del lavoro e delle Istituzioni, all’unisono, abbiano inviato al Governo un messaggio forte e chiaro, ovvero di non erogare nessun ulteriore prestito pubblico in qualunque forma ad Arcelor Mittal, socio totalmente inaffidabile ed inadempiente, senza un preventivo riequilibrio della governance che, così come garantito dallo stesso Ministro delle Imprese e del Made in Italy in più circostanze, avrebbe dovuto prevedere l’ingresso di Invitalia in maggioranza, il CDM di stasera ha approvato il decreto legge recante “Misure urgenti per impianti di interesse strategico nazionale” confermando la volontà di erogare i 680 milioni, già stanziati, in modalità finanziamento soci, ripristinando vergognosamente perfino lo scudo penale ai gestori del sito.

In altre parole, il Governo Meloni si disinteressa completamente delle richieste di un intero territorio, dei lavoratori, dei cittadini, delle scriventi OO.SS., del Presidente della Regione Puglia, del Presidente della Provincia e dei sindaci dei comuni dell’area ionica, cedendo ai ricatti di un operatore privato che si permette quotidianamente di prendersi gioco delle piaghe della nostra comunità, compiendo solo sgradevoli bluff e azioni incostituzionali, garantendogli come se non bastasse, anche l’esimente penale per i propri comportamenti illeciti.

Il Ministro Urso, durante l’incontro ministeriale svoltosi in data 17 Novembre c.a., comunicò alle OO.SS. l’obiettivo di dover garantire la tutela dell’interesse generale, subordinando i finanziamenti pubblici ad un autorevole intervento dello Stato nella gestione di Acciaierie d’Italia.

Tale “autorevole” intervento si è trasformato in una resa incondizionata davanti ai privati e “l’interesse generale”, per il governo, coincide con quello predatorio e offensivo dell’attuale gestione societaria che porterà alla chiusura definitiva dello stabilimento, senza che ci sia stato alcun risanamento ambientale e cancellando di fatto l’esistenza di ventimila famiglie.

Le scriventi organizzazioni, pertanto, non solo confermano la mobilitazione prevista per il giorno 11 Gennaio p.v. e concordata con le Istituzioni locali e regionali, ma altresì proclamano:

SCIOPERO DALLE 23 DEL 10 GENNAIO ALLE 07 DEL 12 GENNAIO 2023

Entro domattina sarà divulgata la programmazione delle assemblee di tutti lavoratori, comprese quelle plenarie esterne per i lavoratori in cigs, i lavoratori ILVA in AS e degli appalti per condividere con i dipendenti le modalità organizzative della grande mobilitazione a Roma.

Le Segreterie di Fiom, Uilm e Usb unitamente alle Rsu non si renderanno complici di questo ennesimo scempio compiuto sulla pelle dei lavoratori e lo contrasteranno con tutta la propria determinazione.

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13/10/2022

Genova. Scontro in Prefettura, oggi sciopero e corteo Ansaldo


Fumata nera in Prefettura questa mattina sulla vertenza Ansaldo energia. I sindacati, proprio in seguito alla convocazione del prefetto Renato Franceschelli, avevano sospeso lo sciopero e il corteo già indetto per questa mattina, ma l’incontro non sarebbe stato positivo.

“Ci aspettavamo poco – ammette il segretario della Fiom genovese Stefano Bonazzi – ma abbiamo sentito ancora meno. Il prefetto ci ha detto che Cdp ha deliberato una ricapitalizzazione da 36 milioni di euro, ma si tratta in realtà di una vecchia ricapitalizzazione dove doveva essere deliberata un’ultima tranche, mentre sul futuro non ci è stato al momento detto assolutamente nulla”.

Per domani mattina i sindacati hanno convocato un’assemblea per riferire dell’incontro di oggi e “insieme decideremo le forme e le modalità di lotta”, spiega il segretario della Fiom. L’appuntamento è alle portineria centrale alle 8:15: a seguire sciopero e corteo.

“L’incontro è andato malissimo – rincara il coordinatore dell’rsu di Ansaldo Energia Federico Grondona – perché siccome la liquidità minima di Aen è al momento sotto di 36 milioni, Cassa depositi e prestiti ha fatto sapere che ci metterà solo quelli, che in pratica sono gli stipendi ma si tratta fra l’altro di soldi che erano dovuti fin dalla ricapitalizzazione del 2019. E fra l’altro sarebbero stati 50 milioni e non 36″.

I sindacati si aspettavano “almeno una lettera di impegno da parte di Cdp che sancisse la strategicità di Ansaldo energia e la volontà di ricapitalizzare nel breve periodo, invece niente di tutto questo. Per questo domani saremo in piazza e sarà lotta dura“.

Se la linea di Fiom e Fim è compatta, un po’ di polemica intersindacale la solleva la Uilm: “La Uilm non si aspettava grandi cose in assenza di un governo, nonostante ciò abbiamo ricevuto alcune rassicurazioni che si traducono in 50 milioni per appianare debiti (36 milioni per la liquidità aziendale). Cassa depositi e prestiti non lascerà sola Ansaldo Energia perché è un asset strategico".

”Non mi aspettavo nessuna soluzione immediata, sarebbe sciocco senza un governo in carica, ma ci è stato comunicato dal Prefetto l’impegno di Cassa e depositi e prestiti sulla ricapitalizzazione non appena ci sarà l’azionista di riferimento – spiega Antonio Apa, Coordinatore regionale Uilm – Occorre un governo perché la vertenza Ansaldo deve assumere una dimensione nazionale. E poi, vorrei smontare una bufala: non è vero che i lavoratori non percepiranno stipendio a fine ottobre. I nostri problemi si chiamano carenza di ordini, avere un piano industriale credibile e un’ organizzazione del lavoro che fa acqua da tutte le parti”.

Domani la Uilm parteciperà all’assemblea indetta per i lavoratori, in quella sede lascerà libera scelta ai lavoratori di aderire o meno allo sciopero. “La Uilm non si fa dettare la linea da nessuno: vogliamo un incontro appena possibile con Cassa depositi e prestiti e il ministero sviluppo economico. Poi ci sarà la battaglia per la salvaguardia industriale e occupazionale“, chiude Apa.

“Il governo deve intervenire in tempi molto brevi. Stiamo parlando di un’eccellenza dell’industria non solo ligure ma anche italiana che deve essere valorizzata sempre più nell’ottica della transizione ecologica” dichiarano il Consigliere Armando Sanna e il Senatore Lorenzo Basso che domani parteciperanno al nuovo sciopero indetto dai sindacati.

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26/06/2021

“La rovina dell’Italia siete voi”: la lotta dei lavoratori dell’ex-Ilva scuote Genova

Alle 18 uscito dalla Prefettura di Genova, insieme alla delegazione delle Rappresentanze Sindacali dello stabilimento ex-Ilva di Cornigliano, Franco Grondona, dirigente storico della Fiom, non usa mezzi termini parlando agli operai ed ai solidali presenti nel piazzale antistante: “noi oggi non ce l’abbiamo fatta a sospendere la Cassa Integrazione”.

Parole come pietre quelle del leader della Fiom genovese che a 74 anni si dice comunque orgoglioso dell’azione dei lavoratori dell’acciaieria – 981 in tutto quelli che lavorano nello stabilimento – che entreranno in CIG lunedì prossimo, il 28 giugno.

Non sono stati sufficienti “il coraggio, la grinta, la determinazione e la volontà” dimostrati in questa terza giornata di sciopero consecutiva, con blocchi e cortei nel ponente genovese mercoledì e venerdì.

La politica a tutti i livelli ha dato l’ennesima dimostrazione della sua vacuità di fronte ai diktat della multinazionale indiana che chiede la Cassa Integrazione – di tredici settimane – per motivi di mercato nonostante il settore, complice la ripresa post-pandemica, sia tutto meno che in crisi.

Grondona usa una efficace metafora per descrivere l’atteggiamento della filiera di poteri politici che hanno chiuso letteralmente le porta in faccia agli operai delle acciaierie dal Comune alla Regione, con il Prefetto Franceschelli che solo tardivamente li ha convocati alla fine di una giornata di lotta partita dai cancelli della fabbrica con un corteo verso il centro cittadino. Non una parola da Bucci e da Toti contro l’ipotesi di Cassa Integrazione.

Di fronte a loro i lavoratori dell’ex-Ilva hanno incontrato “una palude nebbiosa, oscuri poteri che fanno i prepotenti con i deboli” afferma il leader della FIOM, ma forse è più efficace il coro che in questi giorni ha caratterizzato le iniziative di lotta, cantato a squarciagola dagli operai: “siete voi, siete voi, la rovina dell’Italia siete voi!”.

Un giudizio netto, su una classe politica indecente che ha abdicato al suo ruolo di cerniera con la società civile e che ha derubricato il conflitto sociale a mera questione di ordine pubblico, con le forze dell’ordine a difendere il “fortino assediato” dei palazzi del potere chiusi ai lavoratori ed un bilancio di poco meno di una decina di feriti in modo lieve tra polizia e carabinieri, e parecchi lividi sui corpi degli operai per i tafferugli intercorsi.

Questa classe dirigente è frutto di un modello di sviluppo che ha mostrato tragicamente le sue storture con più evidenza nel capoluogo ligure rispetto ad altre città, in cui gli interessi del privato si sono letteralmente mangiati il patrimonio pubblico, speculandoci sopra senza uno straccio di visione del futuro e di cui l’era Riva è stata una dimostrazione lampante.

Nello stesso giorno della lotta dell’Ilva infatti, una banchina nel terminal portuale dato in concessione a Spinelli ha ceduto sotto il peso della gru, per fortuna senza conseguenze per i lavoratori.

Una situazione che si ripete quasi quotidianamente in altre banchine, dove la sete di profitto dei terminalisti e l’indifferenza dell’Autorità di Sistema che dovrebbe governare il porto ha come suoi corollari l’aumento della produttività e il risparmio sulla sicurezza, provocando quella scia di sangue nei porti, puntualmente denunciata dal coordinamento portuale di USB attraverso documenti circostanziate ed azioni all’altezza della sfida.

Sempre venerdì, la Procura di Genova dopo tre anni di indagini, ha chiesto il rinvio a giudizio per 59 persone per il crollo del Ponte Morandi, avvenuto il 14 agosto del 2018, tra cui ex dirigenti di Aspi.

Il crollo costò la vita a 43 persone, oltre a 11 feriti, e più di 500 persone sfollate. Un lutto quello del viadotto Polcevera di cui la città serba ancora una memoria viva.

La privatizzazione ha fallito che si tratti di un comparto strategico come quello dell’acciaio, di una infrastruttura come le autostrade, o di una struttura fondamentale per il trasporto come è il porto, ma nonostante le numerose evidenze empiriche nessuno – o quasi – sembra avere il coraggio di ammetterlo.

Tornando alla lotta degli operai dell’ex-ILVA, viene mantenuto lo stato d’agitazione fino all’incontro al MISE ottenuto l’8 luglio con Giorgetti, Orlando, l’Azienda e le Rappresentanze Sindacali che dovrebbe discutere del destino del gruppo.

Secondo Grondona che ha rilanciato per lunedì mattina alle sette fuori dai cancelli un’assemblea degli operai, l’INPS avrà difficoltà a concedere la Cassa per ragioni di mercato, facendo intravedere uno spiraglio nella complicata situazione che si è venuta a creare da qui alle prossime settimane.

Di fronte all’ottusità aziendale, il leader della FIOM da indicazione di “avvelenare i pozzi”, ma è chiaro che si apre una fase piuttosto delicata non solo per lo stabilimento di Cornigliano ma per quello di Taranto, dove USB denuncia e agisce da tempo sulle storture dell’azione dello Stato che “finanzia effetti privati” e della proprietà, tra cui un devastante impatto ambientale.

Come aveva dichiarato Francesco Rizzo all’assemblea nazionale dei delegati operai e dei lavoratori di USB di sabato scorso: “tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino”.

Un combinato disposto per cui alle conseguenze ambientali esterne si unisce la precarietà delle condizioni di lavoro. Come ha dichiarato un operaio, salvatosi per miracolo durante un incidente sul lavoro a Taranto e licenziato (sic!): “la mia unica colpa è quella di non essere morto”.

Un aspetto di quel “fascismo aziendale” che è costato un provvedimento disciplinare ad un altro operaio per il fatto di avere semplicemente condiviso sulla sua pagina FB l’annuncio di una fiction Rai dedicata proprio alle vicende ambientali attorno all’ex-Ilva di Taranto.

Questa la condizione operaia accerchiata da una manovra a tenaglia da Confindustria, un governo che fa gli interessi delle oligarchie europee sostenuto da un Partito Unico che va da Salvini a LeU, e da una dirigenza confederale nazionale di CGIL-CISL-UIL che invece di proporre e confliggere, accompagna gli interessi padronali e divide quelli dei lavoratori.

Le crepe della pace sociale e gli albori di una azione collettiva che abbiamo visto con il riuscito sciopero di 24 ore indetto dalla USB nei porti il 14 giugno, con la giornata di mobilitazione nazionale della logistica il 18 – in cui è morto il militante del SiCobas Adil Belakhdim – e le iniziative successive e ora le mobilitazioni degli operai dell’acciaieria di Cornigliano sono un segnale che va colto.

La classe operaia, oggi più che mai è sola contro tutti, ed è nelle sue mani la rinascita di un Paese in balia dei tecnocrati di Bruxelles, dello strapotere delle multinazionali e dei peggiori politici della storia Repubblicana.

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30/01/2021

Il segreto di Guido Rossa

L’appartenenza all’apparato riservato del Pci, il lavoro di controllo e schedatura delle maestranze di fabbrica e degli operai “estremisti”


Il 24 gennaio 1979 Guido Rossa, militante del Pci e sindacalista della Fiom-Cgil all’interno degli stabilimenti dell’Italsider di Genova-Cornigliano, rimase ucciso in un’azione della colonna genovese delle Brigate rosse che inizialmente prevedeva soltanto il suo ferimento. Tre mesi prima della sua uccisione, il 25 ottobre 1978, Rossa aveva denunciato un operaio dell’Italsider, Francesco Berardi, scoperto mentre diffondeva all’interno della fabbrica volantini della Brigate rosse (leggi qui il verbale della denuncia).

Rossa era una figura importante all’interno della fabbrica, portavoce della linea ufficiale del Pci all’interno dell’azienda, svolgeva per conto del suo partito anche un incarico molto speciale. Ecco il ritratto che ne fece un suo compagno di lavoro:
«In fabbrica rappresentava il potere sindacale. Di indole schiva e modesta, non voleva apparire uomo di comando, pur esercitandolo con molta fermezza e autorità. Era conosciuto molto dagli addetti ai lavori, i dipendenti politicizzati e sindacalizzati, ma non dalla massa delle maestranze, stando poco in mostra. Non prendeva mai la parola nelle assemblee generali. Ma dentro il Consiglio di fabbrica, tra i delegati, era un numero Uno; dettava legge, incuteva quasi soggezione ai delegati che lo consideravano portatore del verbo di Enrico Berlinguer e Luciano Lama. Il reparto dove Rossa svolgeva il suo lavoro, l’officina di manutenzione, era la Stalingrado dello stabilimento. Il reparto più rosso, dominato dagli attivisti del Pci. Come una nicchia protetta, nel suo seno, in un sottoscala stava il piccolo laboratorio di riparazione degli strumenti di precisione. Lì, Guido Rossa operava con molta libertà».1

I taccuini

Nel libro che ricostruisce la storia di suo padre, Sabina Rossa racconta una scoperta importante: il ritrovamento di alcuni taccuini che un suo compagno di lavoro e di sindacato aveva conservato per anni: «Ecco, sono tutte cose di Guido. Ero presente nello spogliatoio della fabbrica il giorno in cui, subito dopo l’attentato, la polizia aprì il suo armadietto. Trovarono questi documenti, avevo paura che andassero perduti e li presi in custodia. Li ho conservati fino ad oggi, per quasi trent’anni. Ma adesso è giusto che li abbia tu».2

I notes erano cinque, enormi – scrive Sabina Rossa – «E sulla copertina di ognuno era segnato un anno: sul primo il 1974, sull’ultimo 1978. Per cinque anni, anno per anno, con la sua grafia pulita e ordinata, papà aveva annotato con estrema precisione tutti i fatti sindacali dell’Italsider, con tanto di tabelle zeppe di dati ed elenchi di nomi... [...] Per cinque anni aveva annotato, quasi giorno per giorno, con maniacale pignoleria, ogni cosa che avesse a che fare con l’attività sindacale all’interno della fabbrica. Organici. Livelli di avanzamento e anzianità. Qualifiche. Mansioni. Orari di lavoro. Paga. Nuovi assunti, loro provenienza e inquadramento. Ferie. Assenze giornaliere e richieste di rimpiazzo… In cinque anni papà aveva ricostruito il quadro della situazione, dipendente per dipendente. E di ognuno conosceva anche numeri di matricola e di patente, e di alcuni persino l’esito di «visite psicoterapeutiche». Non c’era nulla che fosse sfuggito alla sua attenzione. Ho pensato – prosegue ancora Sabina Rossa – che forse quei notes potevano essere riletti anche da un altro punto di vista. Non dovevo cercare grandi rivelazioni che sarebbe stato impossibile trovare fra quegli appunti. Ma dovevo capire perché mio padre aveva fatto quel lavoro, per cinque anni, con pazienza certosina e metodo scientifico».3

Intelligence di fabbrica, Guido Rossa la struttura riservata del Pci

Proseguendo il suo coraggioso lavoro di scoperta della attività riservate del padre, Sabina Rossa incontra prima il generale dei Carabinieri Nicolò Bozzo che ebbe un ruolo importante nei nuclei speciali creati dal generale Alberto Dalla Chiesa di cui fu uno stretto collaboratore:

«Dalla Chiesa – spiega il generale Bozzo – mi aveva incaricato di tenere i rapporti con il Pci. Dal Pci abbiamo avuto tutta la collaborazione possibile e immaginabile. Su questo non può esserci nemmeno un’ombra di dubbio. Io avevo rapporti con Lovrano Bisso, allora segretario provinciale del Pci: ci aiutò in ogni modo».4

La successiva testimonianza di Bisso, raccolta sempre da Sabina Rossa, è rivelatrice sulla speciale missione che Guido Rossa conduceva in fabbrica:

«[…] Quell’esperienza si rivelò utile anche di fronte alla minaccia brigatista. Fu un lavoro particolarmente difficile e pericoloso. Per diverse ragioni. Innanzitutto le Brigate rosse avevano una struttura fortemente centralizzata e compartimentata, con una base di sostegno non particolarmente ampia. Quindi non erano facilmente penetrabili. Inoltre, i loro gruppi di fuoco, che applicavano la tattica del “mordi e fuggi”, erano assai efficaci; mentre le forze dell’ordine, pur disponendo di personale di livello, per tutta una fase diedero l’impressione di brancolare nel buio. Tutto questo rendeva assai spregiudicata l’azione delle Br. Per la natura delle difficoltà, quindi decidemmo di concentrare l’attenzione piuttosto su ciò che stava dietro alla produzione del materiale di propaganda brigatista. Vale a dire: chi scriveva volantini e documenti, dove si stampavano, chi li trasportava, come entravano in fabbrica, chi li distribuiva. E poi, su un piano più strettamente politico, dovevamo capire quale grado di consenso quei documenti fossero in grado di suscitare fra i lavoratori. Posso dire questo, che il lavoro di Guido Rossa ci portò assai vicino all’individuazione di gran parte della catena di produzione della propaganda brigatista. Il contributo di tuo padre fu davvero eccellente. Mi aveva parlato di Berardi già alcuni mesi prima di quel 25 ottobre 1978. Lo aveva già individuato e lo teneva d’occhio».5

Note
1 Intervento di Pierluigi Baglioni, impiegato dell’Italsider, in Guido Rossa mio padre, Giovanni Fasanella e Sabina Rossa, Bur, pp.149-150, 2006.
2 Ivi, p. 145.
3 Ivi, pp. 145-148.
4 Ivi, p. 141.
5 Ivi, pp. 158-159.

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13/11/2020

A Genova e Taranto battuta l’arroganza di ArcelorMittal

I trecento operai dell’ex Ilva andati in corteo a brutto muso sotto la Prefettura un risultato lo hanno ottenuto: il ritiro del licenziamento dell’operaio e delegato della Fiom, Luigi Guadagno e il ritiro delle lettere di sospensione dal lavoro a 250 operai a causa dei blocchi ai varchi dello stabilimento genovese. Restano invece le sospensioni per altri due operai.

“Gigi”, come lo chiamano i suoi compagni di lavoro, era stato licenziato in tronco per un commento vocale su un gruppo chiuso di whatsapp in un cui pronunciava un epiteto poco lusinghiero nei confronti del direttore dello stabilimento Massimo Pagliaro.

Ma un altro importante risultato è stato ottenuto anche all’ex Ilva di Taranto. Qui il provvedimento disciplinare nei confronti del delegato Fiom Giuseppe D’Ambrosio, è stato revocato e trasformato in 3 giorni di sospensione con diffida a reiterare il comportamento contestato. In questo caso i fatti contestati dall’azienda risalgono al 21 ottobre quando nel reparto DBS/2 (Deposito Bramme) un carroponte ha posizionato una bramma media in un box in cui erano invece depositate bramme corte. Nessun ferito, fortunatamente, e solo lievi danni su una lamiera del capannone.

Ma le sanzioni comminate da Arcelor Mittal sono state ancora una volta pesantissime. Licenziamento per l’operaio a cui è stata imputata la manovra sbagliata e una connotazione disciplinare al delegato Fiom che secondo l’azienda stava facendo attività sindacale nel reparto e avrebbe disturbato il lavoratore inducendolo all’errore che ha provocato l’incidente.

A Genova oltre al licenziamento di Luigi Guadagno erano anche arrivate lettere di sospensione ai 250 lavoratori individuati dalla azienda per le proteste. Centinaia di operai ex Ilva che si erano visti rifiutare i badge all’ingresso della fabbrica.

Dopo la manifestazione in Prefettura le lettere sono state revocate. Durante il corteo c’è stato qualche momento di tensione con alcuni lavoratori che hanno provato a forzare il blocco della polizia davanti alla Prefettura. “Toglietevi il casco” hanno chiesto i manifestanti agli agenti di polizia e questi ultimi, come gesto distensivo, lo hanno fatto tra gli applausi degli operai.

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22/02/2020

Il sindacato con chi deve stare, con il capitale o con i lavoratori?

Prendendo spunto dalla vertenza delle precarie della Piaggio e dall’attacco che viene mosso a quella iniziativa da parte del segretario della Fiom Cgil di Pisa, sorge la necessità di avviare una riflessione sul ruolo delle organizzazioni sindacali in questo frangente così duro per il mondo del lavoro.

Dice la Fiom che la USB mette le bandierine e porta i lavoratori in vicoli ciechi. Praticamente dice che la via della risoluzione dei conflitti va cercata nella concertazione tenendo conto del quadro normativo esistente.

È proprio su questo approccio che si consuma la profonda diversità tra il sindacato concertativo e il sindacato di classe e conflittuale. Se il punto di partenza è la presa d’atto che esistono norme che impediscono la soluzione dei problemi e che quindi non si possa far altro che trovare escamotage per risolvere le crisi che – vorremmo ricordarlo a tutti – hanno sempre per protagonisti, e spesso vittime, lavoratrici e lavoratori in carne ed ossa, si fa una scelta di disarmo preventivo che non dovrebbe appartenere al sindacato nel suo complesso.

Quella lotta è sacrosanta, quella determinazione è il frutto della volontà di quei lavoratori tenuti per anni in condizione di precarietà per poterli meglio ricattare e piegarne la dignità e va sostenuta non solo perché è un diritto sacrosanto difendere il proprio posto di lavoro ma anche e soprattutto perché disvela senza tanti complimenti quanto le norme che regolano oggi i rapporti di lavoro siano pensate e scritte per servire gli interessi d'impresa e non per garantire tutele e dice che quelle norme vanno spazzate via perché di classe, cioè scritte per rendere ancora più forte il comando d’impresa sui lavoratori.

Chi non ne tiene conto è complice, lo ripetiamo perché l’uso di questo termine ha fatto scandalo. Chi si adatta alla condizione data, che è sempre frutto dei rapporti di forza che a loro volta sono frutto della capacità della classe di darsi strumenti adeguati a contrastare il proprio nemico – altro termine che fa scandalo e non dovrebbe – si rende complice dello spostamento dei rapporti di forza e disarma i lavoratori dello strumento del conflitto nella regolazione dei rapporti tra lavoro e capitale.

La posizione che le organizzazioni sindacali concertative stanno sostenendo al tavolo ministeriale sull’introduzione anche nel nostro Paese del salario minimo ne rappresentano plasticamente la deriva. Mentre per la prima volta si intravvede all’orizzonte la possibilità di avere, al pari di tutte o quasi le altre nazioni europee una soglia minima di 9 euro sotto cui non si possa andare nel definire il salario orario minimo, cosa che darebbe una bella spinta per ridurre il lavoro povero che riguarda oggi milioni di lavoratori e lavoratrici, Cgil, Cisl e Uil si mettono di traverso sostenendo che è sbagliato individuare una soglia e che deve essere la contrattazione, ovviamente gestita solo da loro, a stabilire il valore dei salari.

La motivazione addotta è che verrebbe lesa la loro funzione e soprattutto si metterebbero in difficoltà le imprese che si troverebbero a dover aumentare la voce di spesa per i salari dei lavoratori con conseguente riduzione degli utili. Insomma il sindacato è contrario ad una secca redistribuzione della ricchezza verso il fattore lavoro, sottraendolo al fattore capitale.

A coronamento di questa posizione si sostiene che sia giunto il momento di una normativa che, recependo l’accordo del 10 gennaio tra Cgil Cisl Uil e Confindustria, regoli la rappresentanza sindacale anche nel settore privato per fare in modo che solo i contratti firmati da loro siano considerati legittimi. Alla faccia del pluralismo e della democrazia.

Insomma se questo non è sindacalismo al servizio del capitale e delle imprese, ci spieghino come definirlo.

E soprattutto spieghino a noi, ai lavoratori sul tetto della Piaggio, ai milioni di lavoratori che tutti i giorni escono di casa per andare a guadagnarsi un salario incapace di garantirgli una vita dignitosa se è questo il sindacato che serve, se gli strumenti che mette in campo sono in grado di produrre quella inversione di tendenza necessaria a garantire potere contrattuale e diritti al mondo del lavoro, aggredire le disuguaglianze, assicurare pensioni adeguate e non erogate a fine vita, rimettere al centro il salario, sconfiggere la precarietà e la disoccupazione.

A noi sembra di no.

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02/03/2019

FCA: eppur si muove

Forse stiamo sopravvalutando la dinamica, ma ci sembra importante segnalare e valorizzare quanto sta accadendo da alcuni giorni in un importante stabilimento FCA.

Sono due giorni che all’FCA di Pomigliano d’Arco (Napoli), nel reparto stampaggio, la stragrande maggioranza dei lavoratori si ferma in sciopero (con percentuali altissime di adesioni) contro l’intensificazione dei ritmi di lavoro, che dal prossimo 4 marzo faranno passare il numero dei turni dagli attuali 15/17 a 18.

Un aumento sconsiderato che l’azienda ha imposto dopo aver registrato una impennata di richieste del modello Panda sul mercato dell’auto. I lavoratori – legittimamente – chiedono, invece, che se c’è bisogno di alzare la produzione è giusto che l’FCA faccia rientrare in fabbrica i tanti, troppi cassaintegrati che da anni soffrono questa condizione.

Naturalmente – a fronte di questa prima risposta operaia al colossale sistema di vessazione dei diritti e di supersfruttamento generalizzato che vige nelle fabbriche FCA – non è mancata la voce complice di Fim, Uilm, Ugl e Fismic (organizzazioni che vantano una grossa presenza tra i metalmeccanici campani in virtù della loro integrazione/collaborazione affaristica e clientelare con le varie direzioni aziendali), le quali hanno condannato gli scioperi in corso accusando i lavoratori di essere poco responsabili verso le esigenze dell’azienda, del mercato e della produzione.

https://www.ilmattino.it/napoli/politica/fca_pomigliano_sciopero-4332656.html

Una presa di posizione infame verso lavoratori che, da decenni, sopravvivono in una fabbrica ridotta ad una caserma, (da alcuni mesi sono vietati anche i volantinaggi alle porte della fabbrica), tra ritmi di lavoro infernali e lunghi periodi di cassaintegrazione a causa della flessibilità legata agli indici commerciali del ciclo internazionale dell’auto.

Lo sciopero a Pomigliano di questi giorni ha aperto una breccia, anche grazie alla generosità politica di alcuni delegati FIOM, che hanno saputo costruire questa sacrosanta risposta. Una breccia che, al momento, non sappiamo se potrà incrinare il dispotico comando che FCA esercita sulla propria forza/lavoro.

Intanto, tra pochi mesi, si avvierà la procedura per il rinnovo del CCNL dei Metalmeccanici ed il lavoro di costruzione del sindacalismo indipendente e conflittuale, nelle fabbriche FCA ed in tutte quelle del settore, non potrà che, necessariamente, giovarsi se, a partire dai posti di lavoro, ci sarà una spinta alla mobilitazione ed alla lotta oltre le pastoie della burocrazia dei sindacati complici e delle compatibilità economiche aziendali.

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24/01/2019

La marcia del gambero della CGIL

La paura del voto ha portato la CGIL indietro di quasi trent’anni. Non alle lotte di allora, beninteso, che sarebbe una buona cosa, ma alla struttura interna ingessata tra le componenti, allora di partito. Ora i partiti non ci sono più ma quella ingessatura torna.

L’accordo tra Landini, Camusso e Colla per la gestione cosiddetta “unitaria” del più grande sindacato italiano è una ulteriore dimostrazione della sua involuzione e crisi. Non che il voto tra i due avrebbe rappresentato di per sé un progresso. Landini e Colla si contrapponevano alla carica di segretario generale non avendo dichiarato nessuna differenza politica, facendo parte dello stesso documento congressuale che aveva ricevuto il solito 98% nei congressi di base, con una partecipazione reale bassissima, poi come sempre gonfiata dai dati ufficiali finti.

Tuttavia il voto tra i due candidati avrebbe sconvolto le certezze burocratiche dell’organizzazione, avrebbe forse aperto qualche spiraglio ad un salutare confronto di posizioni. Forse avrebbe davvero costretto i due candidati a dire qualcosa di diverso l’uno dall’altro.

Proprio per evitare questo alla fine si è giunti all’accordo, che instaura la carica di vicesegretario della CGIL – anzi, di doppio vice segretario per la “questione di genere” – carica inesistente nello Statuto. Si annuncia così un Manuale Cencelli nei ruoli di direzione che si diffonderà rapidamente in tutta l’organizzazione.

In un certo senso la Cgil torna all’architettura con la quale era organizzata nel passato, quando il direttivo nazionale era spartito a tavolino tra un 60% di comunisti, un 35 di socialisti e il resto alle varie anime della sinistra radicale. E i socialisti avevano il vice segretario, chiamato segretario generale aggiunto. Poi lo scioglimento del PCI e la fine del PSI privarono di senso le componenti di partito, che furono superate, anche per merito della minoranza di Essere Sindacato, che nel 1991 fece saltare il banco, presentando al congresso un documento politico alternativo a tutta la vecchia maggioranza dell’organizzazione.

Ovviamente la diarchia Landini - Colla non può materialmente riproporre una CGIL finita negli anni '80. Però la sostanza sarà che la corrente del vicesegretario finirà per essere sempre più identificata ed identificarsi con un PD derenzizzato, mentre la maggioranza landiniana dovrà inventarsi una identità che non ha. Quale sarà?

Landini viene eletto segretario per accordo politico con Susanna Camusso, la cui direzione della CGIL è sicuramente stata la peggiore dal dopoguerra. Il più grande sindacato si è inabissato nel burocraticismo, nella marginalità e nella inconsistenza dell’iniziativa, cui hanno corrisposto catastrofici arretramenti delle condizioni di lavoro, precarietà, disoccupazione. E la legge Fornero ed il Jobsact, lasciati passare dalla CGIL senza reagire.

Landini divenne un leader nazionale quando nel 2010 disse NO al piano Marchionne. In realtà quel suo “no” era frutto della storia di un quindicennio della FIOM, che a partire dagli anni '90 aveva assunto un profilo politico e sindacale decisamente distinto da quello della CGIL.

Era quella la FIOM che aveva sfilato a Genova nel 2001, contravvenendo alle decisioni della CGIl, e che aveva condotto una lunga lotta contro gli accordi sindacali al ribasso.

Era quella la FIOM che diceva no alla FIAT. Landini appena eletto segretario assunse quel no e fu la sua fortuna. Poi, forte del consenso per quel no, nei suoi otto anni di mandato Landini ha operato per riportare la FIOM nell’attuale normalità sindacale, sia rispetto alla CGIL, sia rispetto alle controparti.

L’ultimo contratto nazionale da lui sottoscritto per i metalmeccanici è il peggiore della storia della categoria, cancella venti e più anni di lotte e conquiste della FIOM, sposa totalmente il modello sindacale legato all’impresa, al mercato, agli enti bilaterali su pensioni, sanità e quant’altro. Dopo questo accordo Landini è entrato nella segreteria CGIL, che poi a maggioranza lo ha designato a successore di Susanna Camusso.

Gran parte degli iscritti della CGIL saluteranno comunque con soddisfazione e speranza l’elezione di Landini. La sua immagine mediatica di combattente radicale è infatti ancora molto forte, anche se tutti i comportamenti concreti di questi anni l’hanno smentita. D’altra parte il buio della direzione Camusso può essere rischiarato anche solo dal bagliore di qualche buona battuta.

Tuttavia il favore mediatico non basta e non dura, qualche scelta politica andrà fatta.

Non credo affatto che Landini vorrà distinguersi da Colla per movimentismo o per giochi politici spregiudicati coi Cinque Stelle, come qualcuno gli attribuisce. L’uomo è sufficientemente scaltro e spregiudicato per fare di queste scelte: nel passato tentò una alleanza tra rottamatori con Renzi, finita subito male, come il suo tentativo di una “coalizione sociale” mirante alla politica.

Dopo queste esperienze non credo che Landini tenti nuove incursioni nel campo minato della politica attuale. Penso invece che punterà alla unità con CISL e UIL e alla alleanza con Confindustria e imprese, su un terreno i cui confini sono già indicati dal contratto dei metalmeccanici.

Una volta nella CGIL questo si chiamava “patto dei produttori” , cioè l’alleanza corporativa tra imprese e sindacati per presentarsi uniti nei confronti della politica. Una scelta sempre sostenuta dalla CISL e dalla maggioranza moderata della CGIL. Questa scelta sarà ora la base della maggioranza landiniana e verrà presentata come quella di un sindacalismo “puro”, non inquinato da collocazioni politiche. Colla a sua volta potrà caratterizzarsi come più legato alla storia di collocazione “a sinistra” della CGIL e rivendicare un maggior protagonismo politico del sindacato.

Da un lato l’alleanza corporativa con CISL UIL e Confindustria, dall’altro il fiancheggiamento collaterale a ciò che resta del centrosinistra, due scelte perdenti del passato che verranno presentate come il luminoso futuro di una CGIL che cerca di uscire dalla sua crisi con il passo del gambero. E che intanto festeggia di non aver votato, non sia mai...

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30/10/2018

Marchionne è vivo e lotta contro di noi

di Giovanni Iozzoli
“Io vivo nell’epoca dopo Cristo tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa” (S. Marchionne)
Maria Elena Scandaliato, L’era Marchionne. Dalla crisi all’americanizzazione della Fiat, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2018, pp. 299, € 15,00

L’Era Marchionne di Maria Elena Scandaliato è un bilancio critico e rigoroso, più che sulla carriera e il destino di un manager, su una stagione intera delle relazioni industriali e delle politiche del lavoro, in Italia, nell’ultimo ventennio. Attraverso la vicenda di Sergio l’Americano, si può leggere in controluce la regressione sociale e culturale di un intero paese.

Uscito subito dopo la morte di Marchionne – riprendendo materiale già pubblicato e arricchendolo ulteriormente – il libro può essere considerato una specie di controcanto rispetto alla stucchevole esaltazione che i media hanno messo in campo ad accompagnamento del funerale del Ceo. L’autrice accomuna questo clima, alla reazione innescata cinquant’anni prima dalla morte del vecchio Vittorio Valletta:
I coccodrilli (gli articoli con cui la stampa commemora un personaggio appena morto) sono comparsi sui giornali e sui siti web quando il manager era ancora vivo, seppure in condizioni disperate. Quasi ci fosse l’urgenza di scriverne subito il panegirico, di erigere un unico intoccabile epitaffio del personaggio amministratore-delegato. L’uomo spezzato da una fine prematura, finisce per prevalere sulla sua funzione, sulle sue immense responsabilità sociali. Che non possono essere più discusse o criticate […] Ed ecco che “Repubblica” riporta come “voci dalle fabbriche”, un coro unanime di “ci ha salvato, ha fatto scelte coraggiose (p. 4)
Per non parlare dei commenti del mainstream imprenditoriale e politico: “Oscar Farinetti: era una persona straordinaria e tutti gli italiani gli devono molto” (p. 5). “Matteo Renzi: ha creato posti di lavoro, non cassintegrati. Ha subito l’odio ideologico di chi detesta le persone di talento” (p. 5). E giù editoriali ammirati e reportage melensi sui media di ogni ordine e grado.

Una simile rassegna di acritica unanimità non ha precedenti, se non nei casi di figure catartiche come Madre Teresa di Calcutta o Ghandi – un ossequio ideologico che si autoalimenta e si sublima, fino a trasfigurarsi in una dimensione meta-storica e sovra-umana. Sugli operatori del sistema informativo, la morte di Marchionne ha scatenato la stessa reazione automatica che la morte di Lady Diana innescò nel tele-popolino globale: là il mito eterno della Principessa Triste destinata alla nobile morte romantica; qua la rappresentazione del manager inflessibile e lungimirante, che si immola fino alla fine sull’altare del più puro degli ideali: la tutela dell’interesse degli azionisti.

Ma già prima della improvvisa dipartita, il marchionnismo, aveva impregnato negli anni la società italiana, conducendo una battaglia di forza ed egemonia, proprio contro la società stessa e la sua legge fondamentale, la Costituzione.
Questo libro lo scrissi sette anni fa, sull’onda della “rivoluzione Marchionne”. Che aveva mostrato come la lotta di classe fosse più che mai viva nel nostro paese, praticata non dagli operai, bensì dalla classe padronale, capace in pochi mesi di fare a brandelli diritti conquistati in decenni di battaglie. Sergio Marchionne era l’ariete che aveva demolito le vecchie relazioni industriali; che aveva portato la Fiat fuori da Confindustria e la Fiom […] fuori dalle fabbriche. Che aveva imposto agli operai le “sue” condizioni, con l’arma più potente offerta dalla Globalizzazione, quella della delocalizzazione: o accettate o sposto la produzione in Polonia. (p. 5)
Nel corso di questi sette anni passati dalla prima stesura del libro, il veleno è penetrato sempre più profondamente nel corpo sociale e alcuni arretramenti appaiono irreversibili, soprattutto sul piano culturale e ideologico: è lì che Marchionne ha sfondato, sbaragliando le residuali difese immunitarie di un sistema che aveva già accettato di considerare diritti, tutele, retribuzioni e dignità del lavoro, come variabili dipendenti dalle ragioni d’impresa.

Marchionne viene scelto nel 2005 dalla famiglia Agnelli (sempre più simile alla tribù parassitaria e anacronistica dei Saud) alla morte del vecchio Umberto. Non è un outsider, negli ambienti internazionali il suo nome è già conosciuto. Il suo biglietto da visita è a due facce: da una parte abile e spregiudicato manovratore finanziario, dall’altra disponibile al dialogo sindacale e alle istanze operaie. Le manovre di bilancio servono a tamponare immediatamente la crisi di liquidità del gruppo e farsi legittimare dagli azionisti; le aperture sociali servono a lanciare segnali verso il mondo sindacale e la sinistra di governo, in un momento di grande fragilità dell’universo Fiat, bisognoso di consenso e pacificazione. Raccoglie successi immediati su entrambi i fronti. Bravo e fortunato nelle faccende finanziarie (il suo vero mestiere, altro che metalmeccanico, come amava definirsi per dare una vocazione industriale alla sua biografia di manager), si trova bella e pronta davanti a sé la famosa clausola che, sulla base di piani falliti e accordi già stipulati dalle gestioni precedenti, obbliga la General Motors a sborsare un miliardo e mezzo di dollari, in alternativa all’obbligo di acquisto del comparto auto Fiat: l’esercizio di tale opzione porta una provvidenziale boccata di ossigeno nelle casse dell’azienda torinese. I fondamentali del gruppo cominciano a stabilizzarsi rapidamente. Anche gli investimenti nel miglioramento delle condizioni di lavoro, soprattutto nello stabilimento simbolo di Mirafiori, provocano reazioni positive e vincono le diffidenze dei sindacati. Marchionne non risparmia i segnali e gli ammiccamenti in tal senso:
I risultati raggiunti da Fiat dimostrano che simili trasformazioni sono possibili anche in un paese con forte coscienza sindacale. La maggior parte degli analisti finanziari ritiene che le riduzioni di organico siano per definizione positive, ma sono fissazioni. Il costo del lavoro incide solo per il 6-7%. Quindi certe richieste di tagli sono indiscriminate. (p. 35)
L’autrice recupera dichiarazioni che sembrano uscite da un’altra era geologica. A parlare è lo stesso Marchionne che qualche anno più tardi fonderà un’intera stagione sulle “richieste di tagli” e sulla distruzione manu militari di quella “forte coscienza sindacale” che all’inizio sembrava voler rispettare.

Nella fase del Marchionne progressista i politici, soprattutto di centro sinistra, non vedono l’ora di genuflettersi al borghese illuminato con cui rinnovare l’eterno “patto tra produttori”. “Liberazione” scrive che: “c’è un manager che dice che licenziare non va bene. Non vedo perché non dobbiamo essere d’accordo” (p. 35). Valentino Parlato dice di lui: “è uno con cui farei volentieri una chiacchierata” (p. 35). Cesare Damiano, ineffabile ministro del Lavoro, afferma: “dobbiamo saper distinguere tra manager e manager, tra chi ha una vocazione industriale, e così difende anche l’occupazione, e chi pensa solo alle stock options e ne ha fatto una filosofia dagli effetti perversi” (p. 35).
Senza troppi fronzoli, il lungimirante Fassino lo definisce direttamente “un socialdemocratico”; mentre Dario De Vico sul Corrierone scrive che l’avvento di Marchionne conferma come il “darwinismo sociale” applicato al personale d’impresa, dimostra la bontà della selezione della specie. Insomma un tripudio liberal-progressista nel quale tutto un mondo sembra aver trovato il suo eroe metalmeccanico.

A rompere l’idillio sono proprio i metalmeccanici e proprio a Mirafiori, dove Marchionne ha speso soldi per migliorare mense e spogliatoi.
L’idillio tra Lingotto, Governo Prodi e sindacati confederali, infatti a qualcuno dà fastidio. Sono gli operai di Mirafiori – quelli veri – che alla fine del 2006 accolgono i rappresentanti di Cgil CISL UIL in un coro di fischi e contestazioni. Epifani, Angeletti e Bonanni erano andati a parlare – per la prima volta dopo 26 anni – all’assemblea dello stabilimento Fiat, per spiegare i contenuti della Finanziaria e le ragioni per cui l’avevano appoggiata. I lavoratori, però, quelle ragioni le sentivano premere già da un pezzo sulla loro carne: riduzione delle pensioni, allungamento dell’età lavorativa e salari stagnanti; in compenso il Governo aveva adottato una serie di misure liberiste – dal taglio del cuneo fiscale, all’utilizzo del TFR come investimento – a favore dell’impresa. (p. 38).
I lavoratori fischiano il tavolo dei sindacalisti, tenuto a distanza chilometrica dalla platea, difeso da transenne. I destinatari delle contestazioni sono innanzitutto vertici sindacali e “governo amico”. Ma quei fischi arrivano diretti, anche alle orecchie di Sergio. Sono un campanello d’allarme, le chiacchiere possono bastare per i politici e i sindacalisti in perenne crisi di legittimazione. Ma per la forza lavoro non bastano: in Fiat bisogna irrigidire e verticalizzare le gerarchie se si vuole ottemperare al mandato (e ai piani operativi) che gli azionisti gli hanno affidato. Scandaliato è molto efficace nel raccontare la brusca “inversione a U” del socialdemocratico Marchionne:
Sergio Marchionne, però, con la crisi ha cambiato completamente volto. Non è più l’uomo della speranza, del “sindacato-partner”, dei licenziamenti come “fissazioni” del mercato. Il “borghese buono” ha lasciato il posto al borghese senza aggettivi, all’amministratore delegato che fa il suo lavoro e che sa farlo bene, tutelando l’interesse dell’azienda e del profitto. (p. 90)
Eclettismo padronale? Estri caratteriali? No, meglio parlare di flessibilità nei metodi di gestione e capacità di leggere in tempo la crisi che in quegli anni si profila e che provocherà un terremoto terribile nel mercato mondiale dell’auto. Da questo sconvolgimento, la Fiat può uscire solo con due mosse: unirsi a un partner di peso internazionale, per raggiungere quella soglia minima dei 5 milioni e mezzo di veicoli giudicata indispensabile per stare a galla, e sganciare del tutto il settore auto dall’asfittico mercato nazionale, ripristinando nel contempo un pieno comando sugli stabilimenti, le retribuzioni e la prestazione lavorativa in Italia. Così è il capitalismo: le maschere socialdemocratiche cadono in un attimo, quando il gioco si fa duro...

Emblematico il racconto sulla ristrutturazione dello stabilimento G.B. Vico di Pomigliano:
Tanti credono che il piano Marchionne sia stato realizzato formalmente nelle fasi dell’accordo del 2010 […] Noi crediamo, al contrario, che […] sia iniziato ben prima e per la precisione con l’introduzione dei famosi corsi di formazione che si sono tenuti tra l’inizio del gennaio 2008 e il marzo dello stesso anno. Entrammo in fabbrica ognuno nel suo reparto d’appartenenza, ognuno sulla propria linea di produzione […]. Uno spiegamento di vigilantes mai visto prima a cui nessuno riusciva a dare un motivo […]. Iniziarono le pseudo lezioni dove capi e team leader, unitamente ai vigilantes che controllavano il regolare svolgimento dei corsi quasi come se si fosse a un colloquio con detenuti, volevano farci percepire, prima di ogni cosa, il significato di far parte di una squadra vincente e soprattutto cosa si rischiasse a non farne parte. […] I vigilantes, presenti in numero di due o tre sulle varie linee di montaggio, avevano il compito ben preciso di individuare chi durante i corsi esprimeva un semplice dissenso nei confronti delle regole, spiegate vagamente e spesso inventate dai capi. Avevano il compito di individuare tutti coloro che con il progetto Nuova Pomigliano e più tardi con Fabbrica Italia, avrebbero potuto essere pericolosi ostacoli per il processo di desindacalizzazione. Stava iniziando quella che oggi si può definire la “deFiommizzazione” della fabbrica. […] Il terzo giorno, i lavoratori iniziarono a capire che quel corso era una farsa, infatti dopo la teoria rieducativa, iniziava quella pratica. Iniziarono a farci ridipingere l’intero reparto con vernici e solventi chimici. (p. 148)
Questo termine – deFiommizzazione –, lo sradicamento e l’espulsione dal mondo Fiat del sindacato più rappresentativo, ricorrerà spesso negli anni successivi, dentro reportage e pensosi editoriali. Lo si accetterà come un normale neologismo – una parola nuova per definire un’esigenza nuova del sistema –, senza riflettere minimamente sulla portata epocale delle sue implicazioni: il fatto che il padrone scegliesse i sindacati con cui trattare ed espellesse quelli non graditi, in modo pubblico e conclamato, dentro il più grande gruppo industriale del paese, rappresentava il più grave attentato ai diritti politici degli italiani, perpetrato nella storia repubblicana.

E arriviamo alla parte più nota della storia, quella che, a suo tempo, attraverserà, spaccherà e riorienterà l’intera società italiana: lo scontro che si consuma tra Marchionne e la Fiom, sul terreno di una piena riconquista del comando d’impresa sul lavoro.

Tra il 2008 e il 2009 Marchionne elabora un suo piano, Fabbrica Italia, in cui si ridisegna il peso e il ruolo del segmento industriale propriamente italiano del gruppo. Il gioco è subito scoperto: mani libere, oltre e contro il contratto nazionale, in cambio della promessa di mantenimento dei posti di lavoro nella penisola. Per sancire la piena accettazione di questo scambio, Marchionne non si limita a firmare accordi separati con i soliti sindacati complici: chiede di passare attraverso due consultazioni in stabilimenti chiave, Pomigliano e Mirafiori. La spietatezza del cowboy-capitano d’impresa – l’icona americaneggiante che Sergio ama incarnare – qui si rivela in tutta la sua brutalità simbolica: i lavoratori non devono solo cedere nella pratica del rapporti di forza, devono anche sottoscrivere politicamente, attraverso un umiliante passaggio referendario, la loro resa senza condizioni. Mirafiori e Pomigliano risponderanno con grande dignità: nonostante da una parte della bilancia Marchionne abbia posto una pistola carica puntata contro di loro, la vittoria scontata dei SI sarà assai inferiore alle aspettative e la prova di forza si ritorcerà contro la Fiat, a livello di immagine pubblica. Soprattutto la classe operaia dell’ex Alfa Sud darà una significativa prova di orgoglio: centinaia di lavoratori votano NO pur sapendo che una eventuale chiusura della stabilimento G.B. Vico li lascerà allo sbando in un territorio socialmente devastato.

Quella di Marchionne è una sfida a morte contro i diritti politici e sociali dei cittadini-lavoratori, una picconata devastante alla Costituzione e allo Statuto dei lavoratori.

In questa opera demolitoria, l’uomo del maglioncino blu si troverà al suo fianco schierati quasi tutti gli attori politici e sociali che contano: i sindacati complici, i governi prima di destra e poi di centrosinistra, tutte le grandi penne del giornalismo italiano, tutti gli economisti mainstream, tutti i partiti:
A Sinistra, poi, il sostegno al piano Fiat era diventato incontenibile, a tratti imbarazzante. Sergio Chiamparino, allora sindaco di Torino e famoso per le partite a carte con il suo omonimo canadese, dichiarava: non mi pento degli apprezzamenti che ho rivolto a Marchionne. Anzi non capisco come il sindacato non possa cogliere l’occasione che viene offerta. Piero Fassino, originario proprio del Piemonte operaio, faceva eco al collega di partito: se Marchionne non avesse fatto quello che ha fatto finora , non ci troveremmo qui a discutere di Fiat perchè la Fiat non esisterebbe […] Walter Veltroni, ex segretario del Pd, affrontava la questione con fatalismo definendo l’accordo inevitabile e specificando che non avveniva sotto ricatto, bensì a causa di una condizione obiettiva che è figlia della nostra globalizzazione diseguale. (p. 125)
Anche la maggioranza della Cgil si schiera confusamente con Marchionne: qualcuno invoca la “firma tecnica” per non restare fuori dai giochi, qualcuno lavora ad ammorbidire e metabolizzare l’anomalia Fiom, nel passaggio di consegne tra Rinaldini e Landini.
Unico salvagente nella tempesta restava la Fiom, che si ostinava a non avallare la resa di Pomigliano. Non solo: il sindacato metalmeccanico aveva respinto la logica stessa del referendum giudicando illegittimo mettere ai voti dei diritti fondamentali, tutelati dalla stessa Costituzione italiana (p. 122).
La Fiom, sconfitta nelle urne, scacciata dalle salette sindacali, esclusa dai tavoli di trattativa aziendali del gruppo, con diversi delegati licenziati politici da Melfi a Modena a Torino e i suoi iscritti oggetto quasi ovunque di continui ricatti e intimidazioni per abbandonare quella tessera, resiste per alcuni anni, promuovendo scioperi, convegni, mobilitazioni, raccolte di firme, alleanze sociali per rompere l’assedio. Sono anni frenetici in cui il sindacato metalmeccanico si gioca, letteralmente, l’esistenza.

Entrando poi progressivamente nel tunnel della “normalizzazione” delle sue posizioni, oggi pienamente compiuta, almeno sul piano della cultura politica e sindacale.

Il ventaglio delle posizioni e l’elenco dei passaggi politici e sociali passati in rassegna dall’autrice, è veramente ampio e completo. E rappresenta una documentazione narrata “in diretta” di una lunga stagione di strappi e rotture che l’Italia subisce più o meno passivamente, lasciando soli i metalmeccanici e il loro sindacato più rappresentativo.

La storia ci dice com’è andata a finire: la Fiat non esiste più – sostituita dal nuovo gruppo globale Fca. Il piano Fabbrica Italia fu definito dallo stesso Marchionne una sciocchezza, stravolto più volte e abbandonato strada facendo; alcuni importanti stabilimenti italiani del gruppo sono stati chiusi e centinaia di migliaia di ore di cassintegrazione sono tutt’ora in fruizione per un settore importante di forza lavoro, da sud a nord. Negli stabilimenti della ex-Fiat, un minimo di agibilità sindacale è stata ripristinata solo grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale (Marchionne aveva letteralmente sbattuto fuori tutte le Rsu, arrivando persino a collocare in cassa a zero ore gran parte degli iscritti Fiom). Uno tsunami disgraziato che non solo “non ha salvato la Fiat”, ma che ha spostato decisamente verso il basso l’asticella dei diritti e delle aspettative per tutti: una nuova codificazione dei rapporti di forza dentro la società italiana che ha accelerato bruscamente una tendenza già in atto, verso il rafforzamento delle ragioni e degli interessi padronali. Dal Libro Bianco di Sacconi, ai contratti separati, agli accordi più o meno condivisi sui modelli contrattuali, fino ad arrivare al terribile Jobs Act renziano: la politica ha inseguito e assecondato il marchionnismo, dimostrandosi serva, complice e sostanzialmente inutile. Il sindacato confederale, dal canto suo, ha tristemente imboccato la sua deriva finale verso l’approdo aziendalista, fatto di servizi, enti bilaterali, previdenza e sanità integrativa, collateralismo d’impresa.
Niente più rivendicazioni,niente più lotte o inutili contrapposizioni. Il sindacato avrebbe trovato la sua ragion d’essere in una proficua collaborazione con la classe imprenditoriale, naturale avversaria fino a pochi decenni prima. I “padroni” avrebbero smesso di essere tali, e i lavoratori si sarebbero saggiamente impegnati per la competitività dell’azienda, nonostante i profitti rimanessero nelle stesse tasche di sempre. Il ministro Sacconi , d’altronde, lo aveva scritto senza troppi giri di parole:”bilateralità e partecipazione rappresentano la soluzione più autorevole e credibile per superare ogni residua cultura antagonista nei rapporti di produzione. (p. 122)
Quello di Maria Elena Scandaliato è un libro serio e utile, in un paese dalla memoria corta. Infatti fa bene l’autrice, a ricordare, en passant, la dimenticata vicenda di Walter Molinaro, che non c’entra direttamente con Marchionne, ma può dare la misura di una regressione profonda. E’ una storia che ci riporta al 1988, all’Alfa Lancia di Arese, in un paese già abbondantemente pacificato ma ancora innervato da sani elementi di consapevolezza e tenuta democratica.
Walter Molinaro, operaio specializzato all’Alfa Lancia di Arese, è convocato nell’ufficio del direttore del personale. Il dirigente dell’Alfa – passata dall’Iri alla Fiat quasi due anni prima – propone al suo dipendente un incredibile salto di qualità: da operaio specializzato “provetto” (questa era la qualifica) a designer del Centro stile, uno dei reparti più prestigiosi dell’azienda. L’offerta non è casuale: Molinaro è un trentatreenne di belle speranze. Pur lavorando in fabbrica dall’età di sedici anni, sta per laurearsi in Architettura, dove è impegnato in un progetto di riqualificazione dell’area del Portello, storico stabilimento dell’Alfa Romeo. (p. 2)
L’unica condizione che l’azienda pone per questa prestigiosa promozione è che il suo dipendente abbandoni la tessera Fiom. Un piccolo gesto che gli aprirebbe grandi opportunità di carriera e guadagni. L’operaio quasi-architetto, nell’Italia rampante degli anni ’80, risponde no con serena fermezza, pubblicamente. Il suo partito, il Pci, lo trasforma in un caso nazionale attraverso interrogazioni parlamentari e petizioni, riaccendendo i riflettori sul mondo Fiat, otto anni dopo la marcia dei quarantamila. La domanda (retorica), che alimenta la discussione pubblica, è se i meriti professionali del singolo dipendente possano essere subordinati al giudizio politico-sindacale delle gerarchie aziendali. “L’Espresso”, “Repubblica”, il Ministro Formica, tutte le sinistre, si schierano contro “l’arroganza aziendalista”. Il dibattito sui diritti sindacali e politici divampa. Persino il più influente filosofo italiano vivente – Norberto Bobbio – si sente in dovere di intervenire, schierandosi a fianco della dignità del lavoro e del diritto di espressione.

E’ il 1988. Un anno prima della caduta del Muro di Berlino.

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01/10/2018

Una lotta continua... I 70 anni di Giorgio Cremaschi

Giorgio Cremaschi – una vita passata tra Fiom e movimenti, fino alla costituzione prima di Eurostop e subito dopo di Potere al Popolo (di cui è uno dei portavoce nazionali) – compie oggi 70 anni.

L’intervista di Contropiano prova a fissare i passaggi utili a tutti gli attivisti, oggi, di una esperienza certamente non comune.

*****

70 anni passati militando, cominciando quindi grosso modo dal ’68. Che vuol dire?

Da prima. Ancora prima, perché mi sono iscritto alla Fgci nel 1967, quindi prima che iniziasse il ’68, e avevo cominciato da studente a partecipare alle manifestazioni per il Vietnam.

In che città?

A Bologna. A Bologna, da studente bolognese, liceale, ho partecipato al ’66 alle prime manifestazioni, per lo meno da parte mia. Ce n’erano state altre, ma le mie prime manifestazioni sono iniziate nel ’66 contro la guerra nel Vietnam. Non avevo ancora 18 anni, ma diciamo che per me – al di là del fatto di aver fatto una scelta di campo, di classe, di considerarmi comunista più o meno da quando ho messo i calzoni lunghi – il mio impegno militante inizia sul Vietnam. Penso che sia tipico di una generazione.

Assolutamente sì... Diciamo quando è stata la svolta, il momento in cui si comincia a dire: va bene, dedico la mia vita a questo tipo di attività?

Ma... Da un lato ho sempre fatto il militante, nel senso che io ero studente-lavoratore, stavo nella sezione universitaria del Pci, lavoravo non per lavorare, ma semplicemente per poter essere libero... Allora si poteva, questa è la differenza con l’oggi. Uno trovava un lavoro e poi quel lavoro gli permetteva di fare quel che cavolo voleva, questo è il vero cambiamento. Oggi, invece, devi fare tutto quello che vogliono per trovare un lavoro. Cioè, il lavoro era allora il punto di partenza, oggi è il punto di arrivo nella vita di un giovane. Questo dice anche quanto siamo tornati indietro. Quindi, da studente di scienze politiche – in realtà poi abbastanza trascurato, e soprattutto da lavoratore – partecipavo al ’68, ’69, ‘70, i movimenti, le lotte... Forse, se posso dire, se c’è un segno del destino che riguarda la mia vita è quando il 2 ottobre del 1968 sono stato arrestato e ho fatto qualche giorno di galera, perché siamo andati come studenti a Bologna a contestare il congresso dei medici del lavoro. Dicevamo che la malattia principale dei lavoratori era lo sfruttamento; ma i medici del lavoro era la prima malattia che negavano. Ci furono scontri con la polizia... Io fui arrestato, ma poi ho continuato a fare il militante...

Una svolta professionale, diciamo... Ma quando diventa una professione militante, dentro un’organizzazione?

Ho iniziato allora e da allora ho continuato a seguire come studente le lotte sociali ecc. La mia svolta vera invece è stata nel sindacato, nel sindacato vero e proprio. Sono entrato, come succedeva allora, quasi per caso... Nel 1974 l’Flm (i tre sindacati dei metalmeccanici si erano unti in una sola federazione, ndr) aveva appena conquistato le 150 ore (per gli operai che volevano acquisire un titolo di studio, ndr). Claudio Sabattini – che è stato uno dei miei maestri, anzi il mio maestro sindacale e politico, anche se poi ci ho litigato un vita, ma insomma... – era segretario della Fiom di Brescia. Claudio Sabattini è stato il mio maestro politico sin dai tempi dell’università a Bologna e per un lungo tempo siamo stati nella stessa collocazione a sinistra nel sindacato e nel PCI. Ci divise poi profondamente la svolta della Bolognina di Occhetto, che Sabattini approvò e che io invece contrastai duramente. In quell’occasione ci dividemmo anche in CGIL perché io partecipai con Fausto Bertinotti alla costruzione della mozione alternativa di sinistra di Essere Sindacato, mentre Sabattini si schierò con la maggioranza. Fu anche un conflitto tra amici, con dei momenti dolorosi per me e credo anche per lui.

Ma torniamo al 1974.. Allora non avevano nessuno a Brescia che in quel momento fosse in grado di fare il lavoro di organizzazione dei corsi, e quindi l’ho fatto io. Mi sono trasferito a Brescia, facendo questa scelta per un breve stage, come si dice, che aveva il compito specifico di organizzare i corsi delle 150 ore. Un’esperienza bellissima...

E quindi ti sei presentato a Brescia...

Mi sono presentato a Brescia... Devo dire che qui c’è una storia terribile da raccontare... Ci sono quei segni del destino che ti segnano. Avrei dovuto essere a Brescia il 28 maggio perché dovevo incontrare gli insegnanti che avevano una parte rilevante di quelli nei corsi che avrei dovuto organizzare. Quelli che sono in piazza della Loggia, nell’attentato fascista, facevano parte di un gruppo di insegnanti che poi avrebbero fatto i corsi delle 150 ore. E io dovevo andare alla manifestazione con loro... Solo che la sera prima, il 27 maggio, mi è venuta la febbre a 40. E quindi non sono andato...

Non sei andato in piazza...

Non sono andato in piazza con loro, altrimenti avrei dovuto essere insieme a quelli che poi sono morti nella strage. Intendo questo, quando dico che sono segni nella vita...

Gli esordi hard che ti segnano...

Esatto. I casi della vita, ecc. Da allora sono rimasto a Brescia. Poi ho avuto varie vicissitudini. A Brescia ho imparato la concretezza della lotta di classe. A Brescia allora c’era una classe operaia di una generosità enorme...

Citiamo qualche fabbrica, di quelle di allora...

Tutte le siderurgiche, a cominciare dall’Iveco. Io ricordo sempre – anzi, l’anno prossimo mi hanno detto i compagni che vogliono festeggiare – le 30 ore di sciopero, nel 1979, alla Om-Iveco, allora si chiamava ancora Om così. Perché la Fiat aveva rifiutato un collocamento obbligatorio di un disabile. Mario Bianchi, si chiamava. Riuscimmo a organizzare una lotta. Lui fece un presidio con la tenda, con un suo calessino davanti alla fabbrica; ci fu il ricorso, ma nel frattempo ci furono 30 ore di sciopero. Sciopero e corteo per Mario Bianchi, fatti solo per quello. E alla fine vincemmo la vertenza. Mario Bianchi entrò dentro la Fiat.

Ed erano anni molto complicati... Nel ’79 siamo in un passaggio storico complesso, diciamo...

Diciamo che sì, nel ’79 c’è una storia duplice... Il ’79, da un lato, è l’anno dell’ultimo contratto vincente dei metalmeccanici.

Poi arriva l’80...

Esatto. L’ultimo contratto vincente fatto con l’occupazione delle fabbriche. L’Italsider di Taranto fu occupata, fu una grandissima lotta, presìdi nelle strade... Io ricordo allora le critiche della Cgil alle nostre forme di lotta. Mi ricordo una riunione in cui un segretario della Cgil disse che certe forme di lotta che noi avevano adottato...

E chi era?

Neanche uno dei peggiori, era Rinaldo Scheda... Il quale però disse che certe forme di lotta come il blocco dei treni, cose che noi avevamo fatto, “non erano le forme di lotta naturali del movimento operaio”.

Beh, c’era stato già il ’76, la svolta della Cgil sui “sacrifici”...

Sì, certo. Però Brescia era, in quel caso lì, un po’ diversa... Perché a Brescia – forse per tante ragioni – lo scontro del ’69–70 si era ri-alimentato dopo la strage. Bisogna ricordare che la strage aveva comportato un’insorgenza operaia enorme. Tutte le fabbriche erano state occupate, c’erano stati mesi e mesi in cui la città era controllata dagli operai. Quindi, il mio battesimo del fuoco nasce da quel mondo lì. Allora ho visto la durezza dello scontro di classe per conquistare risultati... Si parla oggi delle domeniche al lavoro... Allora i siderurgici bresciani lavoravano tutti la domenica. Si decise di fare una lotta dei siderurgici per avere un turno di riposo la domenica, che voleva dire – per capirci – il passare da 21 a 20 turni. E questo avrebbe permesso – non che non si lavorasse mai la domenica – che non tutti lavorassero sempre la domenica.

Lì c’è una specificità, perché l’altoforno non si può spegnere mai...

Esatto. Costò 300 ore di sciopero questa lotta e portò alla conquista della domenica. Ecco, questo per dire cosa furono in grado di fare i siderurgici bresciani. A Brescia c’era una classe operaia, ripeto, di una grande forza e generosità, che aveva contro un padronato particolarmente feroce. Nel quale nasceva anche il mondo di oggi. Io ricordo gli anni ’80 a Brescia. Brescia era dominata dallo scontro sociale di classe tra noi – l’Flm, non solo la Fiom, la Flm – e Lucchini, che era il “padrone nuovo”... Lucchini rappresentava a Brescia in qualche modo l’impresa e il mercato. Lucchini era un padrone terribile, feroce nelle sue aziende; che però politicamente era vicino alla “sinistra”, a una sua parte, ossia al gruppo dirigente “migliorista” del Pci. Uno che si presentava cioè come un “antisistema nel sistema”, contro i vecchi padroni...

Chi erano i migliorisiti del Pci? Spiegamolo per i più giovani...

I miglioristi... Lucchini era amico di Napolitano e di tutto il gruppo dirigente. Io negli anni ’80 ero segretario della Fiom di Brescia. Il segretario della federazione del Pci, con cui litigavo su tutto, parlo degli anni ’80, si chiamava Giampiero Borghini, che poi è diventato di Forza Italia. Questo per capirci. Però quello che voglio dire è che a Brescia si poteva vedere, in qualche modo – già alla fine degli anni ’70 – la nascita del craxismo e poi del berlusconismo... Cioè forze del potere che, stando dentro il potere, si presentano come “contro il potere”. Lucchini era contro l’establishment tradizionale degli industriali, si presentava come “nuovo”, apriva... Aveva con sé tutta una serie di personaggi della “sinistra” del Pci e soprattutto del Psi di allora. Quelli che spiegavano che bisognava stare con Lucchini perché “c’era il mercato”, ecc. Dico questo perché l’esperienza con Lucchini mi ha vaccinato. Mi ha vaccinato da tutti i successivi 30 anni, dalle svolte pro-mercato della “sinistra”... Forse per questo che mi sono conservato come che sono...

Hai fatto un overdose di “sinistra di mercato”...

Esatto.

Quindi non ti potevi più ammalare...

La formazione che ho avuto, tra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 a Brescia, dove c’era un lotta di classe durissima contro padroni che all’esterno si presentavano come “progressisti”, mi ha vaccinato contro tutte le degenerazioni successive della “sinistra”. Mi ha messo in una condizione – poi – di tenere quella che in tutta la mia vita ho considerato la “linea guida” dei miei comportamenti (anche se non sono sempre ci sono riuscito). Cioè la “lotta su due fronti”, come la chiamava anche un grande rivoluzionario come Victor Serge. La lotta su due fronti è una lotta contro il nemico di classe, ma anche contro le degenerazioni, le complicità e le svendite che ci sono nel tuo campo. E devo dire che è quello che ho fatto fino ad adesso.

Ho vissuto direttamente e pianto, dai cancelli della OM IVECO di Brescia la sconfitta alla Fiat e subito l’ho sentita come un punto di svolta strategico a favore dei padroni. Tuttavia negli anni ‘80 Brescia, dove ero segretario della Fiom, era un punto di resistenza e tenuta a livello nazionale. E anche di scontro con la svolta moderata del sindacato in quegli anni. Allora ho avuti i miei più duri conflitti con Lama, Trentin e una volta persino con Garavini. Da quelle dure battaglie politiche – allora si scherzava assai meno di oggi – ho imparato molto. Ma sinceramente se ci ripenso alla luce dell’oggi, beh, credo di aver avuto ragione.

E' in questo percorso che a a un certo punto – siamo già negli anni ’90, quindi dopo la caduta del Muro – tutto precipita molto più velocemente. Vissuti dall’interno della Fiom, e quindi della Cgil, come te li sei vissuti fino a che non hai messo la parola fine a quel tipo di militanza?

La dico brutalmente. Non mi sono mai considerato della Cgil, mi sono sempre considerato della Fiom. Non sono mai stato un dirigente dalla Cgil. Poi ovviamente so perfettamente che le due cose si intrecciavano. Però io sono sempre stato della Fiom. E penso che la Fiom abbia vissuto stagioni diverse. Mentre negli anni ’80 la Cgil ha subito sull’onda della sconfitta alla Fiat, il processo di normalizzazione del sindacato. Penso che negli anni ’90 la Fiom sia stata la forza che ha provato ad andare in controtendenza, proprio insieme ad altre, ma io credo sia stata la più grande. Non voglio nascondere i meriti di tanti altri – il sindacalismo di base, ecc – che hanno fatto una battaglia enorme in quegli anni...

Ma in altri settori...

In altri settori, certo... Però nell’immaginario, nella lotta contro le imprese, contro il padronato, la Fiom degli anni ’90 – fino a metà degli anni 2000 – è stata un’organizzazione che ha cercato di andare in controtendenza. E’ andata in controtendenza sul piano sociale e contrattuale, cercando di forzare i limiti della concertazione, con scioperi, vertenze, lotte. E’ andata in controtendenza anche sul piano politico... Negli anni '70 la FLM unitaria era l’anima e la forza della sinistra sindacale, critica verso le politiche delle compatibilità e di unità nazionale che si andavano realizzando. Ricordo i grandiosi sciopero e manifestazione dei metalmeccanici a Roma il 2 dicembre del 1977, rivolti esplicitamente contro il governo Andreotti sostenuto dall’astensione del PCI. Dentro la Fiom eravamo tra i contrari al compromesso storico, e ricordo che noi vicini politicamente a Claudio Sabattini, venivamo chiamati “sandinisti” dal socialista Del Turco, perché accusati di volere conflitto a tutti i costi. Poi i sandinisti vinsero in Nicaragua e Del Turco abbandonò la definizione... Voglio sempre ricordare che nel 2001 a Genova, la Fiom, dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, decise – e questo è uno dei meriti di Claudio Sabattini – di rimanere in manifestazione, mentre Cofferati e la Cgil si ritirarono. E’ bene ricordarlo questo perché oggi sento una storia che dice: “la Fiom e la Cgil...” Per la Cgil è vero; per la Fiom non è vero. Non è assolutamente vero. Per 15 anni c’è stata una polarizzazione tra ciò che rappresentava la Fiom e ciò che rappresentava la Cgil. Questa polarizzazione alla fine è stata conclusa, è stata normalizzata, questa è la verità, io penso... Oggi la Fiom e la Cgil non sono più distinguibili.

Hai fatto l’esperienza anche con l’opposizione all’interno della Cgil, fino a “Il sindacato è un ‘altra cosa”. Attualmente questo tipo di di dissenso interno, è rimasto significativo o è, come dire, il margine dell’”opposizione della corona”?

Guarda, non voglio giudicare il lavoro di altri compagni che rispetto, con cui ho buoni rapporti... Fanno una battaglia difficilissima dentro la Cgil. Ai tempi di Essere sindacato (così si chiamava allora l’opposizione interna alla Cgil, ndr), quella battaglia mi costò il posto nella segreteria nazionale della FIOM, e fui mandato a Torino. Che allora, come scrisse Loris Campetti era la “Sardegna” in cui si mandavano i sindacalisti “cattivi” a rieducarsi. Invece fu una esperienza bellissima, che mi permise di partecipare alla costruzione di quel ruolo di lotta e rifermento sociale che ebbe la Fiom per quasi una quindicina di anni, dalla metà degli anni '90 al 2010. A volte in collaborazione, a volte in conflitto con Sabattini, che diresse la Fiom negli anni '90. E poi con Rinaldini, con cui tornai in segreteria nazionale, abbiamo fatto credo lotte e scelte importanti, sia sul piano delle vertenze contrattuali e di fabbrica, sia sul piano politico; e qui ricordo di nuovo la decisione della FIOM, contro la CGIL di Cofferati, di manifestare a Genova durante il G8 dopo l’assassinio di Carlo Giuliani. E poi le manifestazioni sul lavoro e contro la precarietà negli anni dei governi Berlusconi e Prodi. Nel 2010 la Fiom disse di no a Marchionne su Pomigliano e Mirafiori e diventò un enorme punto di riferimento del paese che voleva lottare. C’erano enormi potenzialità, ma bisognava scegliere una strada di aperta rottura con la direzione della CGIL. Invece la direzione di Landini, mi dispiace doverlo dire, fece la scelta opposta e progressivamente guidò la FIOM verso una autonormalizzazione.

Ovviamente penso che, strategicamente, la ripresa del movimento operaio in Italia richieda non solo i lavoratori della Cgil, ma anche quelli della Cisl e della Uil. Onestamente penso anche però che a questo non ci si arriva con una battaglia interna, ma con cambiamenti, rotture, crescite di organizzazioni sindacali alternative che costruiscano una alternativa alla complicità del sindacalismo confederale, e quindi costringano anche questo a cambiare. Perché io ho presente che la Fiom ha resistito negli anni ’50-’60. La sua resistenza da sola, spesso minoritaria... Quando c’è stata la ripresa delle lotte ha portato anche la Fim e la Uilm a radicalizzarsi. Quindi, se mi dici: per il futuro si può prescindere dai lavoratori che fanno parte delle grandi organizzazioni sindacali? No. E’ possibile però portarli con una battaglia interna? Io mi baso sulla mia esperienza, e quindi dico: no. Anzi, io penso, ti dico sinceramente, che tutte le principali scelte che ho fatto nella mia vita le rifarei tutte, da quelle di 14 anni ad oggi. Però, qualcuna la modulerei nel tempo diversamente. Per dire, probabilmente dalla Cgil avrei dovuto andarmene via prima, quando era chiaro che si veniva normalizzata l’esperienza della Fiom.

Però non hai fatto solo il sindacalista, hai provato a mettere insieme dei fronti di lotta che erano più politici. Ricordiamo l’esperienza del movimento No Debito, il tentativo con Ross@, poi con Eurostop e ora Potere al Popolo. Quest’altra parte della tua vita come la vedi?

Questa, diciamo, si è sviluppata progressivamente di fronte alla caduta e al crollo delle organizzazioni ufficiali della sinistra. Cioè, detto brutalmente: io non sono mai stato un dirigente politico, nel senso puro del termine. Ho cercato sempre di fare politica sia quando ero nel Pci, sia dopo. Perché ovviamente la politica è tutto... Ho cercato di fare politica partendo dalla mia esperienza sociale, quindi prima come studente, come militante dei movimenti studenteschi, poi come sindacalista. Ho sempre fatto politica partendo dal sociale e dalla condizione sociale. Diciamo che in questi ultimi anni mi sono reso conto che questo si poteva fare finché la politica c’era. Però siccome la politica è scomparsa...

Tocca a noi farla...

La politica è scomparsa e bisognava costruire, dare una mano per costruire di nuovo un referente politico per le lotte, per i movimenti sociali, per tutti coloro che non si arrendono. Ho partecipato a tanti tentativi, oggi trovo che quello più entusiasmante che c’è è quello di Potere al Popolo, in cui vedo delle energie, delle potenzialità che da molti anni non vedevo. Naturalmente siamo nell’Italia di Salvini, di Di Maio, in cui come come abbiamo detto nel dibattito qui adesso (alla festa di Bologna, 22/9, ndr) “la sinistra è stata distrutta dalla sinistra”. Piccole forze hanno avuto il coraggio e la forza di reagire e di resistere, e di questo va dato loro merito. Però bisogna costruire qualcosa di diverso. Potere al Popolo è quello che è, in continuità con i valori della sinistra anticapitalista, di coloro che criticano il sistema; però esercita anche un punto di forte rottura con le esperienze tradizionali. Perché, se siamo arrivati a questo punto, è evidente che non si può pensare semplicemente di ricongiungersi alle storie della sinistra italiana che si è autodistrutta.

Appunto... Qual è la differenza principale per definire la discontinuità necessaria, anche se è ancora in formazione?

Beh... costruire un movimento politico che da un lato abbia fermissimi i principi di fondo, cioè la critica alla società capitalistica, la rottura con il sistema, l’opposizione alle due facce del sistema, una quella del Pd e l’altra quella Lega-5Stelle – perché sono le due facce che sostanzialmente si scambiano i ruoli nello stesso sistema – e dall’altra, però, un movimento che abbia la forza della coerenza. Credo che questo sia il punto: la coerenza dei comportamenti. Posso dire che la sinistra in Italia è morta prima di tutto per incoerenza tra ciò che diceva e ciò che faceva, quindi... Se posso dire, il primo punto è la coerenza nei comportamenti, sia quelli collettivi sia anche quelli personali. Che contano, sempre. Non è che ci si può nascondere dietro la bandiera del partito per dire, come dicevano i gesuiti, "fate quel che dico non fate quel che faccio”.

Questo non è più ammesso...

Non si può più fare... Bisogna ricostruire la coerenza dei comportamenti. Noi abbiamo di fronte una malvagità politica organizzata, che è la Lega Nord, che come tutte le malvagità vive dell’incoerenza di coloro che la contrastano. Cioè i leghisti possono dire: “io adesso me la piglio con i neri, con gli africani perché tanto anche tu, quando si tratta di fare le cose pratiche, hai le tue incoerenze... Mi faccio dare la sanatoria in 82 anni perché tanto anche tu...”. Ecco: se non gli togli quell’”anche tu”, non sei in grado di combattere questa malvagità organizzata, che oggi è il pensiero leghista. E io, arrivato a 70 anni, mi auguro di poter rivedere – e in ogni caso auguro ai giovani che stanno entrando e governando Potere al Popolo – di poter rivedere quello che ho visto io quando avevo 20 anni. La gente tirare su la testa, le persone normali diventare rivoluzionarie. Le persone normali, non i militanti. Le persone normali che dicevano: adesso basta, ci organizziamo e in un quartiere, in una scuola, in una fabbrica dove c’erano i licenziamenti ecc, non si mettevano a discutere di chi si poteva “scaricare” oppure no, ma dicevano: stiamo tutti assieme e andiamo da chi ci fa male e tutti uniti, e non si molla e non si lascia nessuno indietro. Io sono sicuro che questo tornerà, però bisogna lavorarci. Certo, arrivati a 70 anni onestamente non sono in grado di dire: “lo vedrò sicuramente”. Però i giovani lo dovranno vedere e dobbiamo lavorare anche perché, francamente, ci sono cose che mi colpiscono e mi fanno venire una rabbia terribile. Ad esempio ieri (21/9), l’aggressione dei fascisti a Bari. Ho visto la fotografia di Antonio Perillo con la retina in testa dopo le bastonate e mi è venuto i mente un giovane universitario che nel 1973 era stato aggredito e bastonato a più non posso dai fascisti a Bologna, con i manici di piccone, e che per lungo tempo dovette portare una retina sulla testa. Voglio dire... ne sono uscito io, ne usciranno anche i compagni di oggi, ancora più determinati di prima. Però...

Questa volta con una possibilità di vincere, magari...

Esatto. Se c’è una cosa che a quelli della mia generazione, come a tutti gli anziani, fa venire rabbia, è rivedere i vecchi mostri che tornano fuori e sentirli presentare come “nuovi”. No, sono lo schifo di sempre e solo le nostre debolezze, le nostre paure, e ovviamente la complicità altrui, li presenta come nuovi.

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03/12/2017

La rivolta dei “lavoratori mentali” alla GD mette in crisi l’ideologia di padroni e sindacati complici.

Quanto avvenuto recentemente alla Gd-Coesia di Bologna, è un esempio significativo e una conferma di molte delle cose che andiamo segnalando da tempo sul nostro giornale.

Un lungo articolo del 1 dicembre su Il Sole 24 Ore, giornale della Confindustria, continua a interrogarsi e cercare di capire come sia stato possibile che l’Usb sia esplosa nei consensi tra i lavoratori in una fabbrica a tecnologia avanzata (quelle 4.0 come si dice oggi), pacificata sindacalmente (le ore di sciopero erano crollate negli anni), con una regolazione contrattuale sostanzialmente decente e pienamente inserita nel quadrante produttivo “europeo” del nostro paese (l’Emilia-Romagna).

Su questa vicenda vengono a coincidere alcuni elementi importanti sul piano sindacale, politico e se volete anche strategico:

1) Il voto per vendetta dei lavoratori metalmeccanici verso una Fiom ritenuta ormai parte del sistema – e del problema – e non della soluzione delle loro esigenze nel rapporto di forza con la controparte padronale. Un voto che si è replicato in molte altre fabbriche metalmeccaniche;

2) Il sindacalismo conflittuale sta penetrando nelle fabbriche, anche in quelle tecnologicamente avanzate dove la conflittualità era stata ridotta ai minimi termini sia dalla complicità sindacale di Cgil Cisl Uil sia dai margini di distribuzione che vengono dal fatto che sono industrie “che tirano” e non in crisi;

3) In questo caso – la GD Coesia – a operare la rottura con questo scenario di pacificazione aziendale, non sono i settori salariati meno qualificati ma quelli ad alta competenza, più simili ai tecnici che agli operai di catena.

Se i primi due punti attengono alla dimensione del conflitto sociale e alle sue manifestazioni reali oggi (in cui spesso si esprime disagio con il voto più che con la lotta), l’ultimo punto offre materia di enorme interesse per l’analisi sviluppata nel recente libro di Guglielmo Carchedi su lavoro mentale e classe operaia.

Avviene infatti che a mandare a quel paese il padrone e i sindacati complici, siano soprattutto quei “lavoratori mentali” che dispongono di conoscenze avanzate del processo produttivo, quelli che in alcuni casi “ne sanno più del padrone”.

Quando quest’ultimo tira troppo la corda cercando di introdurre nella gestione dell’orario di lavoro meccanismi di controllo “intrusivi” (affidandosi spesso ad algoritmi), questi lavoratori reagiscono e si mettono di traverso, anche se il loro salario magari è più alto, se ci sono buoni premi di produzione e si lavora in una azienda che tira, che ha mercato e non è in crisi.

In sostanza alla GD di Bologna, è stato ostacolato – vedremo se si riuscirà a metterlo in crisi – quel modello di concertazione sindacato-azienda di tipo tedesco al quale la Fiom bolognese guarda da tempo. Ma il fatto che questa rottura dell’incantesimo sia avvenuta in una industria a tecnologia avanzata, indica una contraddizione interessante sul “lavoro mentale” dentro le condizioni del lavoro salariato oggi. Una contraddizione che l’elaborazione di Mino Carchedi e dei compagni della Rete dei Comunisti ha cercato di cogliere e socializzare con le molte iniziative fatte in giro per l’Italia nelle settimane scorse.

Qui di seguito l’articolo de Il Sole 24 Ore del 1 dicembre

L’hi-tech rivoluziona anche i contratti di lavoro

Ilaria Visentini

È un contratto integrativo “disruptive” sotto tutti i punti di vista, quello firmato a Bologna due mesi fa dal gruppo GD-Coesia, il leader mondiale nelle macchine per il packaging di sigarette (1,6 miliardi di euro di fatturato, 98% export, e 6.800 collaboratori nel mondo di cui 1.850 nella casamadre): non solo ha costruito l’impalcatura più all’avanguardia nella meccanica italiana con cui smontare gradualmente i vecchi accordi e introdurre innovazione 4.0 anche sul fronte contrattuale; ma ha letteralmente spaccato in due i lavoratori (il referendum è passato con appena 27 voti di scarto) portando per la prima volta i delegati indipendenti e radicali dell’Usb (Unione sindacale di base) in maggioranza nella Rsu, dopo mezzo secolo di dominio Fiom.

A conferma che il cambiamento fa sempre paura e muove gli istinti primordiali di difesa, anche se nella packaging & motor valley emiliana il motivo del contendere non sono certo algoritmi messi al controllo delle prestazioni umane – sempre bloccati ex ante da accordi sindacali preventivi a ogni nuova installazione di software digitali – ma l’introduzione di un’estrema flessibilità di orari a discrezione del singolo e della squadra di lavoro, di una responsabilizzazione del lavoratore sul risultato e di formale riconoscimento del merito attraverso premi individuali che si sommano a quelli collettivi.

Tra innovazione e punti di rottura

E si parla di realtà come Gd Coesia – ma anche Ima, Bonfiglioli, Scm, le altre multinazionali della via Emilia che già hanno firmato clausole esplicite sul tema 4.0 – che sono da sempre molti gradini sopra la media di mercato per ricchezza delle retribuzioni, strumenti di welfare e diritti riconosciuti alle maestranze. Come racconta l’ultimo accordo passato sul filo di lana di GD-Cosia che a regime aumenta del 25% l’attuale premio di risultato e lo estende a tutta la popolazione aziendale (contratti a termine e somministrati compresi) integrando e potenziando tutti gli istituti di welfare e di formazione rispetto al Ccnl. E fin qui tutti d’accordo. Le divisioni iniziano quando si parla di moltiplicatore che parametra le performance individuali, e quindi il merito del singolo, e di libertà di entrata e uscita per 7° livelli e quadri con l’unico vincolo delle 40 ore settimanali, dal lunedì al sabato. «Un progetto pilota su base volontaria e reversibile che sarà monitorato per 6-8 mesi da un’apposita commissione mista e che risponde alle istanze che ci arrivano dai giovani profili qualificati, attirati dai grandi big dell’hi-tech, dove possono lavorare su progetti senza gerarchie né orari», spiega il direttore Risorse umane, Claudio Colombi.

I sindacati: il superamento del concetto di orario aumenta la responsabilità
«Continuiamo a rivendicare il salario strutturale, perché la conseguenza della fabbrica 4.0 e dell’interfaccia uomo-macchina è la tendenza a zero del tempo che non produce profitto. Badge, palmari, software da remoto permettono di controllare il dipendente in ogni movimento e anche se non vengono usati per fini disciplinari annullano la privacy. E il superamento del concetto di orario di lavoro sposta sul lavoratore tutta la responsabilità del risultato. La flessibilità diventa una gabbia dove spariscono gli straordinari per i sabati lavorati o i permessi per visite mediche. È in atto una proletarizzazione del lavoro, anche nelle fasce alte, e la nostra vittoria sindacale lo testimonia», ribatte Sergio Bellavita, segretario esecutivo nazionale Usb, che oggi esprime 16 dei 36 delegati in GD Coesia.

Usb che ha dalla sua parte la quasi totalità dei 350 montatori trasfertisti del gruppo, tecnici di alta competenza che girano il mondo a installare impianti super-complessi «contrari a un premio individuale lasciato alla discrezionalità dei preposti, che misura la quantità di trasferte fatte, rendendoli di fatto cottimisti, senza tener conto di età, salute, carichi familiari», spiega l’Usb.

Se la digitalizzazione cambia (anche) la rappresentanza

La digitalizzazione di fabbrica e lavoro, sommata a recessione e globalizzazione, sta smantellando non solo la contrattazione ma anche il modello di rappresentanza. I sindacati confederali dal 2010 a oggi sono passati da organi di lotta a partner di governo nelle imprese della via Emilia e siedono nei comitati interaziendali, monitorando e discutendo le strategie innovative, in un modello di cogestione alla tedesca. Modello che non piace all’Usb ma che, ad esempio, in GD ha ridotto dall’8,2% al 6,4% l’assenteismo, quasi azzerato gli scioperi (198 ore dal 2010 contro 21.500 ore tra 2007 e 2010) e permesso di re-internalizzare l’officina con uno scambio tra investimenti e occupazione, da un lato, e lavoro notturno e nei sabati, dall’altro. Non a caso Fiom Emilia-Romagna, guidata da Bruno Papignani, sta tessendo da quattro anni un confronto costante con i cugini di IG Metall (prossimo incontro in gennaio), favorito dall’esperienza in gruppi tedeschi come Ducati e Lamborghini. Dove un sistema informatizzato quale il Mes (Manufacturing Execution System) è sinonimo di tracciabilità totale del prodotto e non della persona e la tecnologia (bracciali, monitor, palmari) è strumento addosso al lavoratore per aiutarlo a ridurre l’errore e a garantire manufatti eccellenti.

«La nostra industria guadagna posizioni nel mondo per la qualità dei suoi prodotti e la capacità di dare risposte personalizzate. Industria 4.0 significa perciò non intelligenza artificiale, ma intelligenza aumentata che si basa su competenze individuali e collettive da negoziare, partecipare e condividere con le persone e le rappresentanze», afferma Patrizio Bianchi, assessore regionale al Coordinamento delle politiche europee allo sviluppo. E se l’Emilia-Romagna sta facendo da benchmark virtuoso nel Paese, ricorda Bianchi, è grazie al Patto per il lavoro che dal luglio 2015 ha creato un gioco di squadra tra forze sociali ed economiche dove al centro è il diritto per tutti a una buona occupazione non un algoritmo.

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