Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/01/2021

Il segreto di Guido Rossa

L’appartenenza all’apparato riservato del Pci, il lavoro di controllo e schedatura delle maestranze di fabbrica e degli operai “estremisti”


Il 24 gennaio 1979 Guido Rossa, militante del Pci e sindacalista della Fiom-Cgil all’interno degli stabilimenti dell’Italsider di Genova-Cornigliano, rimase ucciso in un’azione della colonna genovese delle Brigate rosse che inizialmente prevedeva soltanto il suo ferimento. Tre mesi prima della sua uccisione, il 25 ottobre 1978, Rossa aveva denunciato un operaio dell’Italsider, Francesco Berardi, scoperto mentre diffondeva all’interno della fabbrica volantini della Brigate rosse (leggi qui il verbale della denuncia).

Rossa era una figura importante all’interno della fabbrica, portavoce della linea ufficiale del Pci all’interno dell’azienda, svolgeva per conto del suo partito anche un incarico molto speciale. Ecco il ritratto che ne fece un suo compagno di lavoro:
«In fabbrica rappresentava il potere sindacale. Di indole schiva e modesta, non voleva apparire uomo di comando, pur esercitandolo con molta fermezza e autorità. Era conosciuto molto dagli addetti ai lavori, i dipendenti politicizzati e sindacalizzati, ma non dalla massa delle maestranze, stando poco in mostra. Non prendeva mai la parola nelle assemblee generali. Ma dentro il Consiglio di fabbrica, tra i delegati, era un numero Uno; dettava legge, incuteva quasi soggezione ai delegati che lo consideravano portatore del verbo di Enrico Berlinguer e Luciano Lama. Il reparto dove Rossa svolgeva il suo lavoro, l’officina di manutenzione, era la Stalingrado dello stabilimento. Il reparto più rosso, dominato dagli attivisti del Pci. Come una nicchia protetta, nel suo seno, in un sottoscala stava il piccolo laboratorio di riparazione degli strumenti di precisione. Lì, Guido Rossa operava con molta libertà».1

I taccuini

Nel libro che ricostruisce la storia di suo padre, Sabina Rossa racconta una scoperta importante: il ritrovamento di alcuni taccuini che un suo compagno di lavoro e di sindacato aveva conservato per anni: «Ecco, sono tutte cose di Guido. Ero presente nello spogliatoio della fabbrica il giorno in cui, subito dopo l’attentato, la polizia aprì il suo armadietto. Trovarono questi documenti, avevo paura che andassero perduti e li presi in custodia. Li ho conservati fino ad oggi, per quasi trent’anni. Ma adesso è giusto che li abbia tu».2

I notes erano cinque, enormi – scrive Sabina Rossa – «E sulla copertina di ognuno era segnato un anno: sul primo il 1974, sull’ultimo 1978. Per cinque anni, anno per anno, con la sua grafia pulita e ordinata, papà aveva annotato con estrema precisione tutti i fatti sindacali dell’Italsider, con tanto di tabelle zeppe di dati ed elenchi di nomi... [...] Per cinque anni aveva annotato, quasi giorno per giorno, con maniacale pignoleria, ogni cosa che avesse a che fare con l’attività sindacale all’interno della fabbrica. Organici. Livelli di avanzamento e anzianità. Qualifiche. Mansioni. Orari di lavoro. Paga. Nuovi assunti, loro provenienza e inquadramento. Ferie. Assenze giornaliere e richieste di rimpiazzo… In cinque anni papà aveva ricostruito il quadro della situazione, dipendente per dipendente. E di ognuno conosceva anche numeri di matricola e di patente, e di alcuni persino l’esito di «visite psicoterapeutiche». Non c’era nulla che fosse sfuggito alla sua attenzione. Ho pensato – prosegue ancora Sabina Rossa – che forse quei notes potevano essere riletti anche da un altro punto di vista. Non dovevo cercare grandi rivelazioni che sarebbe stato impossibile trovare fra quegli appunti. Ma dovevo capire perché mio padre aveva fatto quel lavoro, per cinque anni, con pazienza certosina e metodo scientifico».3

Intelligence di fabbrica, Guido Rossa la struttura riservata del Pci

Proseguendo il suo coraggioso lavoro di scoperta della attività riservate del padre, Sabina Rossa incontra prima il generale dei Carabinieri Nicolò Bozzo che ebbe un ruolo importante nei nuclei speciali creati dal generale Alberto Dalla Chiesa di cui fu uno stretto collaboratore:

«Dalla Chiesa – spiega il generale Bozzo – mi aveva incaricato di tenere i rapporti con il Pci. Dal Pci abbiamo avuto tutta la collaborazione possibile e immaginabile. Su questo non può esserci nemmeno un’ombra di dubbio. Io avevo rapporti con Lovrano Bisso, allora segretario provinciale del Pci: ci aiutò in ogni modo».4

La successiva testimonianza di Bisso, raccolta sempre da Sabina Rossa, è rivelatrice sulla speciale missione che Guido Rossa conduceva in fabbrica:

«[…] Quell’esperienza si rivelò utile anche di fronte alla minaccia brigatista. Fu un lavoro particolarmente difficile e pericoloso. Per diverse ragioni. Innanzitutto le Brigate rosse avevano una struttura fortemente centralizzata e compartimentata, con una base di sostegno non particolarmente ampia. Quindi non erano facilmente penetrabili. Inoltre, i loro gruppi di fuoco, che applicavano la tattica del “mordi e fuggi”, erano assai efficaci; mentre le forze dell’ordine, pur disponendo di personale di livello, per tutta una fase diedero l’impressione di brancolare nel buio. Tutto questo rendeva assai spregiudicata l’azione delle Br. Per la natura delle difficoltà, quindi decidemmo di concentrare l’attenzione piuttosto su ciò che stava dietro alla produzione del materiale di propaganda brigatista. Vale a dire: chi scriveva volantini e documenti, dove si stampavano, chi li trasportava, come entravano in fabbrica, chi li distribuiva. E poi, su un piano più strettamente politico, dovevamo capire quale grado di consenso quei documenti fossero in grado di suscitare fra i lavoratori. Posso dire questo, che il lavoro di Guido Rossa ci portò assai vicino all’individuazione di gran parte della catena di produzione della propaganda brigatista. Il contributo di tuo padre fu davvero eccellente. Mi aveva parlato di Berardi già alcuni mesi prima di quel 25 ottobre 1978. Lo aveva già individuato e lo teneva d’occhio».5

Note
1 Intervento di Pierluigi Baglioni, impiegato dell’Italsider, in Guido Rossa mio padre, Giovanni Fasanella e Sabina Rossa, Bur, pp.149-150, 2006.
2 Ivi, p. 145.
3 Ivi, pp. 145-148.
4 Ivi, p. 141.
5 Ivi, pp. 158-159.

Fonte

21/11/2019

Cuori d’acciaio/1 - Il delitto dell’Italsider a Bagnoli


Quanto tempo rimane all’ex Ilva di Taranto? Con questo articolo iniziamo una sorta di viaggio nella siderurgia nel nostro paese.

È un settore industriale che nel 2018 ha fatturato 62,4 miliardi di euro (6,3 miliardi in più rispetto al 2017), completamente in mano ai privati, energivoro, inquinante, eppure ancora fondamentale per il sistema produttivo del paese. Sull’acciaio e i prodotti siderurgici si basano ancora tantissime cose che servono e si utilizzano ogni giorno.

Vogliamo cominciare la nostra inchiesta da quello che possiamo definire come “Il delitto di Bagnoli”.

Per smontare l’Italsider di Bagnoli (ex Ilva anche in quel caso) ci hanno messo dieci anni. Di quella che Ermanno Rea nel suo libro “La dismissione” descrive come “fumifera città rossa” è rimasta un’area immensa, parzialmente bonificata. E si trattava di “due milioni di metri quadrati di territorio, con un volume di impianti pari a cinque milioni e mezzo di metri cubi, un tetro gigante che vomitava a mare venti milioni di litri all’ora di veleni.. e forse altrettanti ne lanciava verso l’aria”.

L’Italsider di Bagnoli era un tetro gigante ma tecnologicamente era all’avanguardia. Un articolo de La Repubblica del 12 ottobre 1984 scrive testualmente: “Ristrutturato all’ 80 per cento, con una spesa che sfiora i mille miliardi, lo stabilimento siderurgico di Bagnoli è ora uno dei più moderni d’ Europa. La lunga e drammatica vertenza che lo ha fermato per diciotto mesi ha determinato un taglio agli organici che sono scesi da seimila a 3750 dipendenti (350 lavorano nelle ditte collegate). Ma ha conservato una alta quota di produttività. Il milione di tonnellate di oggi può diventare, a partire dall’ 86, il doppio”.

Ma solo quattro anni dopo, il 20 ottobre 1990, con l’ultima colata, viene spenta “l’area a caldo” del centro siderurgico, uno dei più grandi d’Europa, la cui costruzione era cominciata nel 1906.

L’Italsider di Bagnoli, così come quella di Taranto e Genova erano di proprietà di una società pubblica: la Finsider. La Finsider era stata costituita nel 1961 e si basava su quattro centri siderurgici a ciclo integrale: l’Ilva di Piombino, Bagnoli, Cornigliano, Taranto ed altri stabilimenti minori con produzioni settoriali: Marghera, S. Giovanni Valdarno, Trieste, Lovere, Novi Ligure, Savona. Erano della Finsider anche le Acciaierie di Terni e Terninoss, Dalmine (Dalmine, Costa Volpino, Massa e Torre Annunziata), Breda (acquisita nel 1959).

Con il rottame di ferro l’Italsider di Bagnoli produceva acciaio di qualità. Vecchi vagoni, elettrodomestici, scocche di auto, venivano fusei e riciclati come acciaio, una anticipazione di quella che oggi viene definita economia circolare.

I governi dei primi anni Ottanta, come abbiamo visto, avevano speso ben mille miliardi di lire (quais cinque miliardi di euro oggi) per ristrutturarla introducendo un nuovo treno di laminazione. Ma nel 1985 il treno viene fermato e partì la cassa integrazione per quasi quattromila operai.

L’accordo siglato in quel contesto tra sindacati, governo e Finsider fu oggetto di un durissimo scontro tra operai e sindacati dell’Italsider di Bagnoli, si trattava di uno dei settori operai più combattivi e competenti dell’intero ciclo produttivo che si siano visti in questo paese.


La direzione dell’Italsider di Bagnoli (allora pubblica) decise di cominciare a ridurne la capacità produttiva a causa delle quote acciaio imposte dall’allora Comunità Economica Europea e alle quali i governi Dc/Psi si chinarono ossequiosi come quelli di adesso. Nel 1985 la Commissione Europea, tramite il commissario Etienne Davignon, chiese e ottenne dall’Italia di tagliare 5,8 milioni di tonnellate di produzione di acciaio in cambio di aiuti comunitari su altri capitoli. E su questo avvenne un vero e proprio inganno da parte delle istituzioni europee. Come riporta inconsapevolmente La Repubblica dell’ottobre 1984: “La Finsider attende i 5200 miliardi della Cee. Bagnoli ne avrà una parte, ma con una contropartita precisa: quella di rendere inattivo uno dei due forni di alimentazione del treno a “bande larghe”. Questo forno non dovrà essere riattivato prima dell’ aprile ‘87”.

Con il pretesto dell’andamento del mercato dei prodotti siderurgici (allora negativo in Europa ma positivo in Italia) e della riduzione della capacità produttiva su base europea, l’Italsider di Bagnoli venne in realtà sacrificata in nome delle buone relazioni tra Italia e Comunità Europea.

L’altoforno di Bagnoli effettuò la sua ultima colata il 20 ottobre 1989, poi venne venduto ad una società indiana. Il moderno treno di laminazione, introdotto da pochi anni, venne ceduto dopo appena cinque anni di attività ad una società cinese. Furono svenduti per una ventina di miliardi di lire (10 milioni di euro oggi) – dopo averne spesi mille per la ristrutturazione – a industrie cinesi e indiane che ne smontarono tutto quello potevano per poi riassemblarlo in Cina e in India, oggi diventate decisive nel mercato mondiale dei prodotti siderurgici.

Nel 1977 all’Italsider di Bagnoli ci lavoravano 7.911 operai (più del triplo con l’indotto), nel 1986 ne erano rimasti 4.174, poi più nessuno.


A ricordarci i desolanti esiti di questo processo di deindustrializzazione e subalternità è un romanzo. La memoria corta della politica, degli economisti e dei sindacati complici ha invece rimosso tutto.

È invece perfettamente intellegibile il comportamento servile della politica verso le multinazionali (vedi il sostegno di Lega e Pd allo scudo penale per l’ArcelorMittal), la cannibalizzazione industriale del paese (definita eufemisticamente deindustrializzazione) e verso i diktat europei.

Se il “delitto” all’Italsider di Bagnoli la vide smantellata in ossequio alle quote acciaio imposte dalla Comunità Europea, oggi lo smantellamento dell’Ilva sulla base della logica di mercato sarebbe una svendita agli interessi delle multinazionali sulle quote di mercato dei prodotti siderurgici dell’Ilva sul mercato interno del nostro paese. La vicenda dell’ex Ilva di Taranto e le caratteristiche del mercato dei prodotti siderurgici ci raccontano di tutto questo. Se si vuole scrivere un’altra storia occorre fare esattamente il contrario di quanto si accettò di fare con l’Italsider di Bagnoli. Allora lo Stato si deresponsabilizzò totalmente dopo aver buttato miliardi di euro e svenduto lo stabilimento. Con l’Ilva occorre costringerlo a fare il contrario. Alla prossima puntata.

Fonte