Mentre l’amministrazione Manfredi continua a inseguire la logica dei grandi eventi, la scienza lancia un grido d’allarme sistematicamente ignorato. Il Professor Benedetto De Vivo – già consulente della Procura di Napoli per la mancata bonifica di Bagnoli e tra i massimi esperti mondiali di geochimica – denuncia come l’attuale piano di “bonifica” stia trasformando l’area in una fabbrica di sostanze iper-cancerogene.
Non si tratta solo di “muovere terra”, le operazioni in corso stanno infatti innescando reazioni chimiche letali che portano alla generazione di super-cancerogeni: la movimentazione di suoli contaminati da IPA e PCB in presenza di acqua marina e sorgenti termali genera diossine, Metil-Mercurio e Tributil-Stagno; queste sostanze sono infinitamente più tossiche dei contaminanti originali e sono responsabili della tragedia di Minamata in Giappone degli anni '60, le cui vittime si contano ancora oggi.
Attraverso le polveri sottili trasportate dal vento, il rischio non riguarda solo Bagnoli, ma si estende a Fuorigrotta, Posillipo e Pozzuoli, impattando una popolazione stimata di 400.000 persone.
Ciò che sta accadendo a Bagnoli è tecnicamente inaccettabile nel resto del mondo civile.
– Utilizzo di tecniche bandite: il desorbimento termico ex-situ (trattamento dei terreni dopo lo scavo) è vietato da 25 anni in tutte le aree urbanizzate del Pianeta.
– Cantieri a cielo aperto: per legge, tali operazioni dovrebbero avvenire sotto tensostrutture ermeticamente chiuse “a prova di fumi”. Oggi, invece, i veleni circolano liberamente nell’aria che respiriamo.
– Esistono tecniche in-situ (senza scavo) più sicure, moderne ed economiche, ma si è scelto il metodo più pericoloso e costoso.
Qui la questione è politica: come è possibile che ASL e ARPAC restino in silenzio mentre si movimentano polveri di cui non viene resa nota l’esatta composizione tossica?
La risposta è purtroppo la solita: la gestione commissariale e l’amministrazione Manfredi anche stavolta decidono di procedere in una logica di deroga permanente: si corre per rispettare le scadenze dei fondi e i cronoprogrammi dei grandi eventi, sacrificando le corrette procedure di valutazione ambientale sull’altare del profitto di costruttori e speculatori.
Si decide di derogare anche a qualsiasi forma di confronto reale con la cittadinanza: si preferisce rassicurare con messaggi vaghi sullo “smog” a piazza Garibaldi piuttosto che affrontare i dati scientifici sulla tossicità dei sedimenti movimentati.
Dopo quasi un secolo di devastazione industriale, Bagnoli non può subire l’ennesimo scempio mascherato da “progresso”. La sicurezza scientifica che si stiano formando diossine e metilati di mercurio impone un arresto immediato delle procedure attuali.
È necessaria un’opposizione popolare che pretenda l’adozione delle tecniche in-situ e la totale trasparenza sui dati dell’aria. La salute di 400.000 persone non è un costo accettabile per accelerare un cantiere.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/02/2026
21/11/2019
Cuori d’acciaio/1 - Il delitto dell’Italsider a Bagnoli
Quanto tempo rimane all’ex Ilva di Taranto? Con questo articolo iniziamo una sorta di viaggio nella siderurgia nel nostro paese.
È un settore industriale che nel 2018 ha fatturato 62,4 miliardi di euro (6,3 miliardi in più rispetto al 2017), completamente in mano ai privati, energivoro, inquinante, eppure ancora fondamentale per il sistema produttivo del paese. Sull’acciaio e i prodotti siderurgici si basano ancora tantissime cose che servono e si utilizzano ogni giorno.
Vogliamo cominciare la nostra inchiesta da quello che possiamo definire come “Il delitto di Bagnoli”.
Per smontare l’Italsider di Bagnoli (ex Ilva anche in quel caso) ci hanno messo dieci anni. Di quella che Ermanno Rea nel suo libro “La dismissione” descrive come “fumifera città rossa” è rimasta un’area immensa, parzialmente bonificata. E si trattava di “due milioni di metri quadrati di territorio, con un volume di impianti pari a cinque milioni e mezzo di metri cubi, un tetro gigante che vomitava a mare venti milioni di litri all’ora di veleni.. e forse altrettanti ne lanciava verso l’aria”.
L’Italsider di Bagnoli era un tetro gigante ma tecnologicamente era all’avanguardia. Un articolo de La Repubblica del 12 ottobre 1984 scrive testualmente: “Ristrutturato all’ 80 per cento, con una spesa che sfiora i mille miliardi, lo stabilimento siderurgico di Bagnoli è ora uno dei più moderni d’ Europa. La lunga e drammatica vertenza che lo ha fermato per diciotto mesi ha determinato un taglio agli organici che sono scesi da seimila a 3750 dipendenti (350 lavorano nelle ditte collegate). Ma ha conservato una alta quota di produttività. Il milione di tonnellate di oggi può diventare, a partire dall’ 86, il doppio”.
Ma solo quattro anni dopo, il 20 ottobre 1990, con l’ultima colata, viene spenta “l’area a caldo” del centro siderurgico, uno dei più grandi d’Europa, la cui costruzione era cominciata nel 1906.
L’Italsider di Bagnoli, così come quella di Taranto e Genova erano di proprietà di una società pubblica: la Finsider. La Finsider era stata costituita nel 1961 e si basava su quattro centri siderurgici a ciclo integrale: l’Ilva di Piombino, Bagnoli, Cornigliano, Taranto ed altri stabilimenti minori con produzioni settoriali: Marghera, S. Giovanni Valdarno, Trieste, Lovere, Novi Ligure, Savona. Erano della Finsider anche le Acciaierie di Terni e Terninoss, Dalmine (Dalmine, Costa Volpino, Massa e Torre Annunziata), Breda (acquisita nel 1959).
Con il rottame di ferro l’Italsider di Bagnoli produceva acciaio di qualità. Vecchi vagoni, elettrodomestici, scocche di auto, venivano fusei e riciclati come acciaio, una anticipazione di quella che oggi viene definita economia circolare.
I governi dei primi anni Ottanta, come abbiamo visto, avevano speso ben mille miliardi di lire (quais cinque miliardi di euro oggi) per ristrutturarla introducendo un nuovo treno di laminazione. Ma nel 1985 il treno viene fermato e partì la cassa integrazione per quasi quattromila operai.
L’accordo siglato in quel contesto tra sindacati, governo e Finsider fu oggetto di un durissimo scontro tra operai e sindacati dell’Italsider di Bagnoli, si trattava di uno dei settori operai più combattivi e competenti dell’intero ciclo produttivo che si siano visti in questo paese.
La direzione dell’Italsider di Bagnoli (allora pubblica) decise di cominciare a ridurne la capacità produttiva a causa delle quote acciaio imposte dall’allora Comunità Economica Europea e alle quali i governi Dc/Psi si chinarono ossequiosi come quelli di adesso. Nel 1985 la Commissione Europea, tramite il commissario Etienne Davignon, chiese e ottenne dall’Italia di tagliare 5,8 milioni di tonnellate di produzione di acciaio in cambio di aiuti comunitari su altri capitoli. E su questo avvenne un vero e proprio inganno da parte delle istituzioni europee. Come riporta inconsapevolmente La Repubblica dell’ottobre 1984: “La Finsider attende i 5200 miliardi della Cee. Bagnoli ne avrà una parte, ma con una contropartita precisa: quella di rendere inattivo uno dei due forni di alimentazione del treno a “bande larghe”. Questo forno non dovrà essere riattivato prima dell’ aprile ‘87”.
Con il pretesto dell’andamento del mercato dei prodotti siderurgici (allora negativo in Europa ma positivo in Italia) e della riduzione della capacità produttiva su base europea, l’Italsider di Bagnoli venne in realtà sacrificata in nome delle buone relazioni tra Italia e Comunità Europea.
L’altoforno di Bagnoli effettuò la sua ultima colata il 20 ottobre 1989, poi venne venduto ad una società indiana. Il moderno treno di laminazione, introdotto da pochi anni, venne ceduto dopo appena cinque anni di attività ad una società cinese. Furono svenduti per una ventina di miliardi di lire (10 milioni di euro oggi) – dopo averne spesi mille per la ristrutturazione – a industrie cinesi e indiane che ne smontarono tutto quello potevano per poi riassemblarlo in Cina e in India, oggi diventate decisive nel mercato mondiale dei prodotti siderurgici.
Nel 1977 all’Italsider di Bagnoli ci lavoravano 7.911 operai (più del triplo con l’indotto), nel 1986 ne erano rimasti 4.174, poi più nessuno.
A ricordarci i desolanti esiti di questo processo di deindustrializzazione e subalternità è un romanzo. La memoria corta della politica, degli economisti e dei sindacati complici ha invece rimosso tutto.
È invece perfettamente intellegibile il comportamento servile della politica verso le multinazionali (vedi il sostegno di Lega e Pd allo scudo penale per l’ArcelorMittal), la cannibalizzazione industriale del paese (definita eufemisticamente deindustrializzazione) e verso i diktat europei.
Se il “delitto” all’Italsider di Bagnoli la vide smantellata in ossequio alle quote acciaio imposte dalla Comunità Europea, oggi lo smantellamento dell’Ilva sulla base della logica di mercato sarebbe una svendita agli interessi delle multinazionali sulle quote di mercato dei prodotti siderurgici dell’Ilva sul mercato interno del nostro paese. La vicenda dell’ex Ilva di Taranto e le caratteristiche del mercato dei prodotti siderurgici ci raccontano di tutto questo. Se si vuole scrivere un’altra storia occorre fare esattamente il contrario di quanto si accettò di fare con l’Italsider di Bagnoli. Allora lo Stato si deresponsabilizzò totalmente dopo aver buttato miliardi di euro e svenduto lo stabilimento. Con l’Ilva occorre costringerlo a fare il contrario. Alla prossima puntata.
Fonte
27/10/2018
Il ministro Lezzi a Bagnoli. Il grido del Sud ancora non va oltre “l’attesa” che qualcosa cambi
Bagnoli. Quartiere ovest di Napoli. Ieri era qui il ministro (senza portafoglio) per il Sud. La salentina Barbara Lezzi. Una delle poche voci flebilmente critiche dei 5stelle di governo contro le politiche salviniane. D’altronde non deve essere cosa facile fare il ministro del meridione in uno dei governi più a trazione settentrionale che la storia della repubblica ricordi. Governo, ricordiamolo, nato simbolicamente proprio a Milano, infatti la Lega pretese che le trattative si svolgessero presso la sede del Pirellone, la casa della Regione Lombardia.
E’ invitata per un dibattito pubblico presso il parlamentino della circoscrizione. Arriva in leggero ritardo quando la sala è completamente piena. Parecchi c’erano arrivati in corteo, partendo dalla fermata metro di Bagnoli. Un breve giro per le vie del quartiere ad invitare le persone ad unirsi, ad andare nella sede circoscrizionale a porre questioni al ministro.
Alla presidenza con il ministro il “padrone di casa” il presidente circoscrizionale Diego Civitillo e l’assessore ai beni comuni e all’urbanistica della giunta De Magistris, Carmine Piscopo.
Mettiamo subito in chiaro una cosa: è veramente difficile fare la cronaca di un dibattito del genere. Non perché ci fosse confusione o caos o sia successo qualcosa di eclatante o strano. Non so, per il clima generale, per gli interessi disomogenei che scaturiscono dalle varie voci.
Bagnoli in questi anni è stato il quartiere simbolo delle lotte napoletane che trovarono l’apice nell’opposizione al commissariamento del quartiere ed allo SbloccaItalia imposti da Renzi. E’ qui che prese forma l’anomalia napoletana con i movimenti di lotta che venivano sostenuti dall’amministrazione comunale. Sembra passata un’era geologica. L’amministrazione De Magistris è in forte difficoltà (la questione trasporti a Napoli è drammatica), l’anomalia sembra un ricordo lontano e al governo ci sono i 5s. Che qui a Bagnoli hanno fatto crack. 54% di voti. In un quartiere ex operaio ed ex comunista. Qui il lavoro si trova poco, l’Italsider è chiusa, le ideologie sono post e le strade pullulano di sale giochi a riscuotere la tassa sulla povertà e sopratutto il suolo è ancora non bonificato. Su questa disperazione i 5s hanno fatto il pieno di speranza. Che per alcuni si sta già trasformando in odio. Rubo voci da un gruppetto di disoccupati che si lamentano anche loro degli stranieri. Sono elettori dei 5stelle che qui a Bagnoli erano un meetup che aveva sostenuto le lotte del quartiere contro il governo Renzi. Per dire.
Il dibattito in realtà è una serie di interventi di associazioni, collettivi, gruppi di quartieri, esperti a cui risponde poi alla fine il ministro. Apre però Salvatore Cosentino, già candidato di Potere al Popolo alle ultime elezioni che qui prende la parola come Bagnoli Libera. Mette subito sul tavolo la questione centrale: qui a Bagnoli avevate detto no al commissariamento e una volta al governo invece fate un commissario proprio come gli altri. Commissario, aggiungiamo noi con malizia, che però è ben visto da sindaco e amministrazione comunale.
Poi interventi tutti interessanti ma evidentemente anche molto vari. Dai disoccupati del comitato 7 novembre che chiedono che per i lavori di bonifica del territorio vengano tenute conto le liste dei disoccupati, all’associazione degli imprenditori che chiede che gli appalti siano concessi a imprenditori locali.
Insomma un dibattito molto vertenziale a tratti. Vengono fatte richieste specifiche per interessi particolari. Il ministro anche sugli interventi più duri, più “incazzati” non sembra mai rischiare la contestazione. Il clima per lei è sempre disteso.
Solo gli interventi di Massimo Di Dato dell’Assise di Bagnoli e Eddy Sorge di Iskra, mettono a dura prova l’idillio generale facendo la cronistoria degli eventi e delle contraddizioni a 5stelle nel corso di questi anni. Prendendosi anche una caterva di applausi.
Il ministro alla fine fa parziali promesse sul commissariamento, ovvero la bonifica, dice, rimane del commissario, il resto va per vie ordinarie e amministrative. Ci si rivede a gennaio 2019 per fare il punto e l’impegno a prendersi carico dei problemi posti. Addirittura arriva a chiedere il numero di telefono di una disoccupata che era prima intervenuta per poterla poi contattare.
Insomma alla ministra gli va in fondo di lusso. Ascolta, prende appunti, si impegna. Qui non è uno sputtanamento completo come con i No tap in Puglia. Qui c’è molto da promettere ancora. Sbadiglia anche un paio di volte.
Che dire? Ricordavamo una Bagnoli completamente diversa che gridava addosso a De Magistris per far ritirare l’accordo con Renzi su Bagnoli, riuscendoci, e invece ora anche qui regna un incanto strano. Una fiducia ancora riposta verso ciò che si è votato misto a un disincanto che sembra lì per scoppiare ma non scoppia. I movimenti di lotta pongono ancora obbiettivi concreti ma devono muoversi in un acquario sociale che è oggettivamente cambiato.
Nessuno la contesta perché è ministro del Sud in un governo con Salvini, nessuno nomina l’autonomia colonialista prossima ventura che distruggerà in primis la sanità meridionale, già in stato vergognoso. In fondo tutti sembrano sapere che è solo un ministro per finta. Una copertura. Che può distribuire qualche prebenda ma nulla più. Un ministero per propaganda insomma. Lei è brava, se la cava bene, non arriva mai allo scontro ma questo è. Però su Bagnoli effettivamente qualche potere lo ha e lo distende completamente sull’uditorio. Lo dice chiaramente a un certo punto: in questa storia qualcosa posso contare e qui sta il succo di tutto il suo discorso.
Anche per i movimenti di lotta di Bagnoli sembra sia venuto il momento delle contraddizioni. Una base sociale votante 5S che aspetta speranzosa qualcosa che neanche sa bene, che non risponde come prima alle sollecitazioni esterne ma appunto da non abbandonare.
Il tempo delle delusioni sembra prossimo a venire e delle lotte invece ci sarà sempre bisogno.
Fonte
E’ invitata per un dibattito pubblico presso il parlamentino della circoscrizione. Arriva in leggero ritardo quando la sala è completamente piena. Parecchi c’erano arrivati in corteo, partendo dalla fermata metro di Bagnoli. Un breve giro per le vie del quartiere ad invitare le persone ad unirsi, ad andare nella sede circoscrizionale a porre questioni al ministro.
Alla presidenza con il ministro il “padrone di casa” il presidente circoscrizionale Diego Civitillo e l’assessore ai beni comuni e all’urbanistica della giunta De Magistris, Carmine Piscopo.
Mettiamo subito in chiaro una cosa: è veramente difficile fare la cronaca di un dibattito del genere. Non perché ci fosse confusione o caos o sia successo qualcosa di eclatante o strano. Non so, per il clima generale, per gli interessi disomogenei che scaturiscono dalle varie voci.
Bagnoli in questi anni è stato il quartiere simbolo delle lotte napoletane che trovarono l’apice nell’opposizione al commissariamento del quartiere ed allo SbloccaItalia imposti da Renzi. E’ qui che prese forma l’anomalia napoletana con i movimenti di lotta che venivano sostenuti dall’amministrazione comunale. Sembra passata un’era geologica. L’amministrazione De Magistris è in forte difficoltà (la questione trasporti a Napoli è drammatica), l’anomalia sembra un ricordo lontano e al governo ci sono i 5s. Che qui a Bagnoli hanno fatto crack. 54% di voti. In un quartiere ex operaio ed ex comunista. Qui il lavoro si trova poco, l’Italsider è chiusa, le ideologie sono post e le strade pullulano di sale giochi a riscuotere la tassa sulla povertà e sopratutto il suolo è ancora non bonificato. Su questa disperazione i 5s hanno fatto il pieno di speranza. Che per alcuni si sta già trasformando in odio. Rubo voci da un gruppetto di disoccupati che si lamentano anche loro degli stranieri. Sono elettori dei 5stelle che qui a Bagnoli erano un meetup che aveva sostenuto le lotte del quartiere contro il governo Renzi. Per dire.
Il dibattito in realtà è una serie di interventi di associazioni, collettivi, gruppi di quartieri, esperti a cui risponde poi alla fine il ministro. Apre però Salvatore Cosentino, già candidato di Potere al Popolo alle ultime elezioni che qui prende la parola come Bagnoli Libera. Mette subito sul tavolo la questione centrale: qui a Bagnoli avevate detto no al commissariamento e una volta al governo invece fate un commissario proprio come gli altri. Commissario, aggiungiamo noi con malizia, che però è ben visto da sindaco e amministrazione comunale.
Poi interventi tutti interessanti ma evidentemente anche molto vari. Dai disoccupati del comitato 7 novembre che chiedono che per i lavori di bonifica del territorio vengano tenute conto le liste dei disoccupati, all’associazione degli imprenditori che chiede che gli appalti siano concessi a imprenditori locali.
Insomma un dibattito molto vertenziale a tratti. Vengono fatte richieste specifiche per interessi particolari. Il ministro anche sugli interventi più duri, più “incazzati” non sembra mai rischiare la contestazione. Il clima per lei è sempre disteso.
Solo gli interventi di Massimo Di Dato dell’Assise di Bagnoli e Eddy Sorge di Iskra, mettono a dura prova l’idillio generale facendo la cronistoria degli eventi e delle contraddizioni a 5stelle nel corso di questi anni. Prendendosi anche una caterva di applausi.
Il ministro alla fine fa parziali promesse sul commissariamento, ovvero la bonifica, dice, rimane del commissario, il resto va per vie ordinarie e amministrative. Ci si rivede a gennaio 2019 per fare il punto e l’impegno a prendersi carico dei problemi posti. Addirittura arriva a chiedere il numero di telefono di una disoccupata che era prima intervenuta per poterla poi contattare.
Insomma alla ministra gli va in fondo di lusso. Ascolta, prende appunti, si impegna. Qui non è uno sputtanamento completo come con i No tap in Puglia. Qui c’è molto da promettere ancora. Sbadiglia anche un paio di volte.
Che dire? Ricordavamo una Bagnoli completamente diversa che gridava addosso a De Magistris per far ritirare l’accordo con Renzi su Bagnoli, riuscendoci, e invece ora anche qui regna un incanto strano. Una fiducia ancora riposta verso ciò che si è votato misto a un disincanto che sembra lì per scoppiare ma non scoppia. I movimenti di lotta pongono ancora obbiettivi concreti ma devono muoversi in un acquario sociale che è oggettivamente cambiato.
Nessuno la contesta perché è ministro del Sud in un governo con Salvini, nessuno nomina l’autonomia colonialista prossima ventura che distruggerà in primis la sanità meridionale, già in stato vergognoso. In fondo tutti sembrano sapere che è solo un ministro per finta. Una copertura. Che può distribuire qualche prebenda ma nulla più. Un ministero per propaganda insomma. Lei è brava, se la cava bene, non arriva mai allo scontro ma questo è. Però su Bagnoli effettivamente qualche potere lo ha e lo distende completamente sull’uditorio. Lo dice chiaramente a un certo punto: in questa storia qualcosa posso contare e qui sta il succo di tutto il suo discorso.
Anche per i movimenti di lotta di Bagnoli sembra sia venuto il momento delle contraddizioni. Una base sociale votante 5S che aspetta speranzosa qualcosa che neanche sa bene, che non risponde come prima alle sollecitazioni esterne ma appunto da non abbandonare.
Il tempo delle delusioni sembra prossimo a venire e delle lotte invece ci sarà sempre bisogno.
Fonte
18/09/2017
Anomalia Napoli. E’ l’ora di fare il punto e rilanciare
Alle/gli Attiviste/i dell’area metropolitana napoletana
ANOMALIA NAPOLI: da bilanci individuali o di singole componenti ad un bilancio politico collettivo e condiviso.
Negli ultimi mesi, di fronte alle crescenti difficoltà dell’Amministrazione napoletana, è nata in varie forme, sia attraverso contributi individuali che collettivi, l’esigenza di un bilancio di quella che abbiamo definito negli ultimi anni l’“Anomalia Napoli”.
Lo scopo di questa lettera-aperta sottoscritta da tre attivisti di varia provenienza è quello di creare le condizioni per la costruzione di un bilancio collettivo e condiviso intorno al bivio e conseguente interrogativo che ci troviamo di fronte:
Ripiegamento o rilancio dell’Anomalia/Napoli?
La seconda consiliatura de Magistris, come è ampiamente noto, è nata con un crescente astensionismo del popolo napoletano e con una discutibile politica delle alleanze e ciò spiega in parte l’attuale arretramento dovuto anche a meccanismi di isolamento/accerchiamento messi in moto a livello nazionale, regionale e dalle generali politiche dell’Unione Europea.
L’insieme di questi fattori, sia interni che esterni, ha prodotto elementi di arretramento che iniziano a rendere l’esperienza napoletana sempre più simile ad una classica coalizione di centro-sinistra sia al Comune, sia in alcune Municipalità ed anche alla Città Metropolitana.
Contraddizioni anche aspre con settori dei Movimenti di lotta hanno contrassegnato l’ultimo periodo. Per la gestione dei servizi pubblici si profilano o forme di privatizzazione o di smantellamento, mentre l’indubbio “boom turistico” della città già mostra l’altra faccia della medaglia con l’avvio di processi di gentrificazione e collegata “disneyficazione” dell’intero territorio cittadino.
E’ un dato di fatto che con l’ultima manovra di bilancio, indipendentemente dalle volontà e dal giudizio sull’Amministrazione, si sia affermata un’ottica del “risanamento” finanziario tipicamente liberista con gli esuberi all’ANM, la messa sul mercato della rete del gas, l’avvio della procedura di gara per la vendita pressocchè totale della quota comunale in GESAC, tagli alle politiche sociali ed una discutibile strategia dell’accoglienza nei confronti della questione Rom/Migranti.
Si potrebbe continuare con gli esempi, ma la sostanza non cambierebbe!
In questo senso ogni retorica sulla “Città Ribelle”, anche se fatta sul versante dei Movimenti, è, oramai, del tutto fuori luogo.
Ricercare, quindi, un bilancio condiviso significa, per noi, creare le condizioni per una discussione critica, ma anche con i necessari profili autocritici, per comprendere se anche le forze antiliberiste da quelle del sindacalismo conflittuale, a quelle dei variegati Movimenti di lotta, quelle della sinistra d’alternativa o dell’Associazionismo indipendente sono riuscite a dare effettivamente il contributo che avrebbero potuto dare.
Non ci serve, in alcun modo, la sommatoria o la mediazione tra i vari bilanci della ”esperienza napoletana” che pure si vanno delineando ma vorremmo capire concretamente che cosa possa significare, in una situazione di oggettivo ripiegamento politico e sociale, l’ eventuale possibilità di un rilancio degli aspetti migliori dell’“esperienza napoletana” di questi ultimi anni.
A questo punto diventa prioritario, anche dal punto di vista del metodo delle discussioni, il tipo d’approccio al dibattito prima ancora che i precisi contenuti dello stesso. Un confronto vero e serrato che potrà nascere soltanto dall’avvio di una discussione che non sia limitata esclusivamente a chi sinora, anche criticamente, ha appoggiato l’Amministrazione de Magistris, ma anche a chi s’è sentito deluso e se n’è allontanato nel corso del tempo.
Se ci sarà convergenza su questa proposta di metodo, auspichiamo di giungere nel mese di ottobre ad un’ASSEMBLEA che analizzi in maniera puntuale le cause dell’attuale arretramento e ponga le premesse per un rilancio possibile nelle condizioni oggettivamente date.
Coerentemente con quanto affermato in precedenza, miriamo ad un’iniziativa co-promossa da varie realtà associative, del sindacalismo conflittuale, della sinistra d’alternativa, dei Movimenti, di singole/i compagne/i dove non ci siano primogeniture perché non si può “mettere il cappello” ad una comune esigenza di confronto e riflessione, con spirito unitario e maturo dove non può servire né la critica unilaterale, né la gara a chi è più, presuntamente, radicale.
Ci rendiamo conto che la nostra proposta è soltanto apparentemente semplice, in realtà chiediamo di fare tutte/i uno sforzo politico-culturale per mettere in discussione i nostri piccoli recinti dentro i quali se è vero che ci sentiamo più tranquilli è altrettanto vero che non riusciamo a fare il salto di qualità che la difficoltà della situazione richiederebbe.
Non vorremmo un’Assemblea legata ad uno scadenzario a breve di iniziative, ma ad un percorso di ascolto e di ricerca che allarghi l’orizzonte della conflittualità in tutta l’area metropolitana perché soltanto così possiamo iniziare a porre il problema di individuare controparti del “piano di sopra”.
Napoli, 17/9/2017
Giuseppe ARAGNO, storico
Rosario MARRA, attivista del sindacalismo conflittuale
Michele FRANCO, della Piattaforma Sociale EUROSTOP
Fonte
ANOMALIA NAPOLI: da bilanci individuali o di singole componenti ad un bilancio politico collettivo e condiviso.
Negli ultimi mesi, di fronte alle crescenti difficoltà dell’Amministrazione napoletana, è nata in varie forme, sia attraverso contributi individuali che collettivi, l’esigenza di un bilancio di quella che abbiamo definito negli ultimi anni l’“Anomalia Napoli”.
Lo scopo di questa lettera-aperta sottoscritta da tre attivisti di varia provenienza è quello di creare le condizioni per la costruzione di un bilancio collettivo e condiviso intorno al bivio e conseguente interrogativo che ci troviamo di fronte:
Ripiegamento o rilancio dell’Anomalia/Napoli?
La seconda consiliatura de Magistris, come è ampiamente noto, è nata con un crescente astensionismo del popolo napoletano e con una discutibile politica delle alleanze e ciò spiega in parte l’attuale arretramento dovuto anche a meccanismi di isolamento/accerchiamento messi in moto a livello nazionale, regionale e dalle generali politiche dell’Unione Europea.
L’insieme di questi fattori, sia interni che esterni, ha prodotto elementi di arretramento che iniziano a rendere l’esperienza napoletana sempre più simile ad una classica coalizione di centro-sinistra sia al Comune, sia in alcune Municipalità ed anche alla Città Metropolitana.
Contraddizioni anche aspre con settori dei Movimenti di lotta hanno contrassegnato l’ultimo periodo. Per la gestione dei servizi pubblici si profilano o forme di privatizzazione o di smantellamento, mentre l’indubbio “boom turistico” della città già mostra l’altra faccia della medaglia con l’avvio di processi di gentrificazione e collegata “disneyficazione” dell’intero territorio cittadino.
E’ un dato di fatto che con l’ultima manovra di bilancio, indipendentemente dalle volontà e dal giudizio sull’Amministrazione, si sia affermata un’ottica del “risanamento” finanziario tipicamente liberista con gli esuberi all’ANM, la messa sul mercato della rete del gas, l’avvio della procedura di gara per la vendita pressocchè totale della quota comunale in GESAC, tagli alle politiche sociali ed una discutibile strategia dell’accoglienza nei confronti della questione Rom/Migranti.
Si potrebbe continuare con gli esempi, ma la sostanza non cambierebbe!
In questo senso ogni retorica sulla “Città Ribelle”, anche se fatta sul versante dei Movimenti, è, oramai, del tutto fuori luogo.
Ricercare, quindi, un bilancio condiviso significa, per noi, creare le condizioni per una discussione critica, ma anche con i necessari profili autocritici, per comprendere se anche le forze antiliberiste da quelle del sindacalismo conflittuale, a quelle dei variegati Movimenti di lotta, quelle della sinistra d’alternativa o dell’Associazionismo indipendente sono riuscite a dare effettivamente il contributo che avrebbero potuto dare.
Non ci serve, in alcun modo, la sommatoria o la mediazione tra i vari bilanci della ”esperienza napoletana” che pure si vanno delineando ma vorremmo capire concretamente che cosa possa significare, in una situazione di oggettivo ripiegamento politico e sociale, l’ eventuale possibilità di un rilancio degli aspetti migliori dell’“esperienza napoletana” di questi ultimi anni.
A questo punto diventa prioritario, anche dal punto di vista del metodo delle discussioni, il tipo d’approccio al dibattito prima ancora che i precisi contenuti dello stesso. Un confronto vero e serrato che potrà nascere soltanto dall’avvio di una discussione che non sia limitata esclusivamente a chi sinora, anche criticamente, ha appoggiato l’Amministrazione de Magistris, ma anche a chi s’è sentito deluso e se n’è allontanato nel corso del tempo.
Se ci sarà convergenza su questa proposta di metodo, auspichiamo di giungere nel mese di ottobre ad un’ASSEMBLEA che analizzi in maniera puntuale le cause dell’attuale arretramento e ponga le premesse per un rilancio possibile nelle condizioni oggettivamente date.
Coerentemente con quanto affermato in precedenza, miriamo ad un’iniziativa co-promossa da varie realtà associative, del sindacalismo conflittuale, della sinistra d’alternativa, dei Movimenti, di singole/i compagne/i dove non ci siano primogeniture perché non si può “mettere il cappello” ad una comune esigenza di confronto e riflessione, con spirito unitario e maturo dove non può servire né la critica unilaterale, né la gara a chi è più, presuntamente, radicale.
Ci rendiamo conto che la nostra proposta è soltanto apparentemente semplice, in realtà chiediamo di fare tutte/i uno sforzo politico-culturale per mettere in discussione i nostri piccoli recinti dentro i quali se è vero che ci sentiamo più tranquilli è altrettanto vero che non riusciamo a fare il salto di qualità che la difficoltà della situazione richiederebbe.
Non vorremmo un’Assemblea legata ad uno scadenzario a breve di iniziative, ma ad un percorso di ascolto e di ricerca che allarghi l’orizzonte della conflittualità in tutta l’area metropolitana perché soltanto così possiamo iniziare a porre il problema di individuare controparti del “piano di sopra”.
Napoli, 17/9/2017
Giuseppe ARAGNO, storico
Rosario MARRA, attivista del sindacalismo conflittuale
Michele FRANCO, della Piattaforma Sociale EUROSTOP
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23/09/2016
Bagnoli a Roma. La polizia provoca subito
L'ordine da Palazzo Chigi sembra essere stato chiaro: "quelli di Bagnoli non devono arrivare sotto le nostre finestre". E dunque i 15 pullman partiti da Napoli stamattina – partiti da Bagnoli e da piazza Garibaldi, muniti di striscioni, cartelli e bandiere – sono stai attesi, sorvegliati e fermati al casello di Roma Sud, portati su una stradina laterale e poi è stato dato il via alle perquisizioni. Sia degli automezzi che delle persone.
Grande spiegamento di uomini e mezzi, naturalmente, con tanto di cani (anti-esplosivo? antidroga? anti-"cattive compagnie"? difficile dirlo…).
Altrettanto naturalmente i manifestanti andranno avanti. “Vogliamo decidere noi per la nostra città e per i territori che viviamo tutti i giorni. Chiediamo che il progetto di bonifica dell’area Bagnoli-Coroglio parta al più presto e che ci siano una volta e per tutte spazi sociali, nuove economie di comunità, parchi urbani e spiagge pubbliche. Oggi a Roma grideremo sempre più forte il nostro no al commissariamento per difendere Bagnoli”.
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Grande spiegamento di uomini e mezzi, naturalmente, con tanto di cani (anti-esplosivo? antidroga? anti-"cattive compagnie"? difficile dirlo…).
Altrettanto naturalmente i manifestanti andranno avanti. “Vogliamo decidere noi per la nostra città e per i territori che viviamo tutti i giorni. Chiediamo che il progetto di bonifica dell’area Bagnoli-Coroglio parta al più presto e che ci siano una volta e per tutte spazi sociali, nuove economie di comunità, parchi urbani e spiagge pubbliche. Oggi a Roma grideremo sempre più forte il nostro no al commissariamento per difendere Bagnoli”.
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03/05/2016
Il Primo Maggio si riprende Bagnoli
La mobilitazione in occasione della giornata dei lavoratori, quest’anno, per i movimenti sociali e i sindacati di base napoletani è andata in scena a Bagnoli. Non poteva essere altrimenti. In nessun quartiere cittadino si è riscontrato un simile livello conflittuale come nell’ex zona operaia dell’area occidentale del capoluogo campano.
D’altronde qui il commissariamento governativo ha ulteriormente accelerato e stimolato i processi di opposizione sociale. Renzi a Bagnoli ci può venire solo con veloci blitz. Ogni volta che invece ha annunciato per tempo la sua visita è stato puntualmente contestato e la polizia ha dovuto tenere lontane le proteste anche con cariche, lacrimogeni e manganelli.
Durante la mobilitazione del Primo Maggio le parole d’ordine restano uguali a quelle dei mesi e delle settimane precedenti: “chi ha inquinato deve pagare” “no al jobs act” e “ via il governo Renzi”.
Duemila persone circa sfilano partendo da Fuorigrotta per arrivare in via Coroglio a ridosso dell’area commissariata. Il grosso del corteo è composto da giovani dei centri sociali o da associazioni giovanili di quartiere ma tanti sono anche gli attivisti dei sindacati di base (Usb, Cobas e Sicobas). In via Coroglio, tra il mare e Città della scienza, il corteo devia dal percorso autorizzato per infilarsi nell’area interessata dal commissariamento.
Passando per un cancello dell’ex Ilva i manifestanti continuano a sfilare attraverso i campi inquinati dall’Italsider, in un paesaggio lunare intervallato dagli scheletri delle ex strutture produttive dell’Ilva. Ruderi cadenti e archeologia industriale che narrano di quando questi luoghi erano zone operaie e comuniste, di disoccupazione contenuta ma anche di inquinamento tossico e mare non balneabile. Corto circuito tipico delle società capitaliste dove il benessere economico mette a rischio la salute e devasta l’ambiente. Nel mare di Bagnoli il bagno non si può fare.
Il corteo si trasforma così di fatto in un tour dell’orrore. Chilometri di terra violentata da un insano sviluppo economico. Da qui è facile capire perché tante mire speculative su quest’area stretta tra il mare e le colline di Posillipo. Questo è un posto bellissimo, un vero regalo di Madre Natura che solo le lotte potranno riconsegnare alla vivibilità collettiva. Solo bonifiche effettuate sotto controllo popolare potranno resuscitare il mare.
Il corteo poi passando attraverso i garage della Città della Scienza torna in strada per andare a concludersi nella piazza principale del quartiere.
In contemporanea con il corteo antagonista va in scena a Forcella la stantia sfilata istituzionale organizzata da Cgil, Cisl e Uil. Le cronache riferiscono di scarsissima partecipazione del quartiere. A Forcella sfilano pure il sindaco e la candidata del PD Valente rendendo esplicito il carattere completamente strumentale di un happening organizzato dai sindacati confederali a vantaggio degli esponenti politici e di potere responsabili dei tagli, del Jobs Act, dello Sblocca Italia.
La settimana scorsa la stessa Valente aveva tentato di partecipare al corteo del 25 aprile ma era stata velocemente allontanata (senza essere minimamente sfiorata) per poi lamentarsi sulla stampa per l’antidemocraticità degli antagonisti. Ieri invece, tra i “ democratici” amici e complici della triplice sindacale ha potuto effettuare la propria passerella elettorale in tutta tranquillità. In un simile quadro i militanti dell’area critica della Cgil, “Il sindacato è un’altra cosa”, appaiono sempre più distanti dalla propria organizzazione e hanno preferito sfilare con i movimenti piuttosto che con Cisl Uil e Pd.
Fonte
D’altronde qui il commissariamento governativo ha ulteriormente accelerato e stimolato i processi di opposizione sociale. Renzi a Bagnoli ci può venire solo con veloci blitz. Ogni volta che invece ha annunciato per tempo la sua visita è stato puntualmente contestato e la polizia ha dovuto tenere lontane le proteste anche con cariche, lacrimogeni e manganelli.
Durante la mobilitazione del Primo Maggio le parole d’ordine restano uguali a quelle dei mesi e delle settimane precedenti: “chi ha inquinato deve pagare” “no al jobs act” e “ via il governo Renzi”.
Duemila persone circa sfilano partendo da Fuorigrotta per arrivare in via Coroglio a ridosso dell’area commissariata. Il grosso del corteo è composto da giovani dei centri sociali o da associazioni giovanili di quartiere ma tanti sono anche gli attivisti dei sindacati di base (Usb, Cobas e Sicobas). In via Coroglio, tra il mare e Città della scienza, il corteo devia dal percorso autorizzato per infilarsi nell’area interessata dal commissariamento.
Passando per un cancello dell’ex Ilva i manifestanti continuano a sfilare attraverso i campi inquinati dall’Italsider, in un paesaggio lunare intervallato dagli scheletri delle ex strutture produttive dell’Ilva. Ruderi cadenti e archeologia industriale che narrano di quando questi luoghi erano zone operaie e comuniste, di disoccupazione contenuta ma anche di inquinamento tossico e mare non balneabile. Corto circuito tipico delle società capitaliste dove il benessere economico mette a rischio la salute e devasta l’ambiente. Nel mare di Bagnoli il bagno non si può fare.
Il corteo si trasforma così di fatto in un tour dell’orrore. Chilometri di terra violentata da un insano sviluppo economico. Da qui è facile capire perché tante mire speculative su quest’area stretta tra il mare e le colline di Posillipo. Questo è un posto bellissimo, un vero regalo di Madre Natura che solo le lotte potranno riconsegnare alla vivibilità collettiva. Solo bonifiche effettuate sotto controllo popolare potranno resuscitare il mare.
Il corteo poi passando attraverso i garage della Città della Scienza torna in strada per andare a concludersi nella piazza principale del quartiere.
In contemporanea con il corteo antagonista va in scena a Forcella la stantia sfilata istituzionale organizzata da Cgil, Cisl e Uil. Le cronache riferiscono di scarsissima partecipazione del quartiere. A Forcella sfilano pure il sindaco e la candidata del PD Valente rendendo esplicito il carattere completamente strumentale di un happening organizzato dai sindacati confederali a vantaggio degli esponenti politici e di potere responsabili dei tagli, del Jobs Act, dello Sblocca Italia.
La settimana scorsa la stessa Valente aveva tentato di partecipare al corteo del 25 aprile ma era stata velocemente allontanata (senza essere minimamente sfiorata) per poi lamentarsi sulla stampa per l’antidemocraticità degli antagonisti. Ieri invece, tra i “ democratici” amici e complici della triplice sindacale ha potuto effettuare la propria passerella elettorale in tutta tranquillità. In un simile quadro i militanti dell’area critica della Cgil, “Il sindacato è un’altra cosa”, appaiono sempre più distanti dalla propria organizzazione e hanno preferito sfilare con i movimenti piuttosto che con Cisl Uil e Pd.
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14/04/2016
Napoli. Espropri e sfratti a Coroglio per la speculazione renziana su Bagnoli
“Nemmeno un centimetro di cemento in più” aveva giurato il leader più menzognero del presente. Neanche il tempo di ripartire da Napoli, dopo aver incitato il “commissario” per Bagnoli, Salvo Nastasi, e cercato di rianimare la candidatura appassita di Valeria Valente, ed ecco partire una raffica di sfratti nella zona di Coroglio.
Tutto ufficiale, nessuna “voce” sparata ad arte da qualche “gufo”. E’ infatti Il Mattino, organo locale di prorprietà dell’immobiliarista Caltagirone (ma deve essere solo una sfortunata coincidenza…), a pubblicare un’intera pagina di “comunicazione istituzionale a pagamento” dove si annuncia, tra l’altro, l’esproprio delle case di Coroglio. Si tratta di un antico borgo marinaro, casualmente a circa 200 metri dalla fabbrica Cementir, altrettanto casualmente di proprietà dello stesso Caltagirone. Parliamo di case di proprietà privata, esercizi commerciali, ecc. Il quotidiano dell’immobiliarista non esita a pubblicare tutti i nomi di chi, secondo Renzi e i poteri che lo tengono in piedi, se ne deve andare per dare spazio ad alberghi, bar e “parchi verdi”.
Si tratta complessivamente di 200-230 abitazioni, abitati al momento da circa 1000 persone. Parte immediatamente la mobilitazione, si apre una pagina fb (Coroglio non si tocca), il tono è chiaro fin dalle prime battute raccolte da Identità insorgenti tra gli abitanti che rischiano di finire per strada: “Noi non ce ne andiamo, sia chiaro: abbiamo la convocazione giovedì in prefettura di Invitalia per parlare dell’esproprio e venerdì in chiesa a Coroglio alle ore 18 abbiamo una riunione con tutti i cittadini di Coroglio e Bagnoli. Faremo resistenza”.
Il piano renziano è completamente diverso da quelli fin qui proposti: “il piano di allora prevedeva che le case sarebbero state ripristinate e non abbattute. Invece con Renzi è tutto cambiato: si parla di espropri e abbattimenti”.
Tutto ufficiale, nessuna “voce” sparata ad arte da qualche “gufo”. E’ infatti Il Mattino, organo locale di prorprietà dell’immobiliarista Caltagirone (ma deve essere solo una sfortunata coincidenza…), a pubblicare un’intera pagina di “comunicazione istituzionale a pagamento” dove si annuncia, tra l’altro, l’esproprio delle case di Coroglio. Si tratta di un antico borgo marinaro, casualmente a circa 200 metri dalla fabbrica Cementir, altrettanto casualmente di proprietà dello stesso Caltagirone. Parliamo di case di proprietà privata, esercizi commerciali, ecc. Il quotidiano dell’immobiliarista non esita a pubblicare tutti i nomi di chi, secondo Renzi e i poteri che lo tengono in piedi, se ne deve andare per dare spazio ad alberghi, bar e “parchi verdi”.
Si tratta complessivamente di 200-230 abitazioni, abitati al momento da circa 1000 persone. Parte immediatamente la mobilitazione, si apre una pagina fb (Coroglio non si tocca), il tono è chiaro fin dalle prime battute raccolte da Identità insorgenti tra gli abitanti che rischiano di finire per strada: “Noi non ce ne andiamo, sia chiaro: abbiamo la convocazione giovedì in prefettura di Invitalia per parlare dell’esproprio e venerdì in chiesa a Coroglio alle ore 18 abbiamo una riunione con tutti i cittadini di Coroglio e Bagnoli. Faremo resistenza”.
Il piano renziano è completamente diverso da quelli fin qui proposti: “il piano di allora prevedeva che le case sarebbero state ripristinate e non abbattute. Invece con Renzi è tutto cambiato: si parla di espropri e abbattimenti”.
30/03/2016
Su Bagnoli scontro duro tra De Magistris e Renzi. Oggi assemblea popolare
Si moltiplicano le isteriche reazioni da parte di esponenti del mondo politico locale e nazionale al duro intervento di ieri dell’attuale primo cittadino partenopeo contro Matteo Renzi e il suo governo. “Video De Magistris contro governo istiga a violenza contro istituzioni e fomenta tensioni sociali inaccettabili. Intervenga prefetto Napoli” scrive su twitter Gianni Lettieri, imprenditore e candidato sindaco di Napoli per il centrodestra. “Con l’ultimo attacco del sindaco di Napoli contro il presidente del Consiglio siamo al delirio. De Magistris continua a utilizzare il rilancio di Bagnoli per fare campagna elettorale sulla pelle dei cittadini” afferma invece il segretario regionale del Pd Campania, Assunta Tartaglione.
A innescare l’ennesimo scontro, questa volta su Bagnoli, è stato Luigi de Magistris che è intervenuto attraverso un video di 11 minuti zeppo di accuse nei confronti di Matteo Renzi.
Sì al “dialogo istituzionale, nel rispetto della Costituzione”, no “ai soprusi e alle prepotenze” ha detto de Magistris al premier che alcuni giorni fa ha annunciato la sua presenza in città la prossima settimana per partecipare, il 6 aprile, ad una ‘cabina di regia’ nella sede della Prefettura di Napoli per il risanamento e il rilancio dell’area di Bagnoli. Un intervento che il sindaco di Napoli contesta frontalmente.
«Se lei pensa di mettere le mani sulla città sarà con fermezza e risolutezza respinto» ha dichiarato il sindaco rivolgendosi al “Signor presidente del Consiglio”, citando il noto film di Francesco Rosi sul sacco di Napoli.
“Se lei – ha detto il primo cittadino partenopeo – pensa di venire a Napoli, il 6 aprile, per riannodare un dialogo istituzionale nel rispetto della Costituzione, noi siamo molto felici di accoglierla. Se lei, però, pensa di espropriare la nostra città, di mortificare la dignità di questo popolo oppure di realizzare scempi, è bene che lei sappia che a Napoli c’è un popolo che – ha incalzato de Magistris – sa resistere alle prepotenze e ai soprusi”. “Questo popolo e questa città hanno come elemento costitutivo la resistenza a ogni forma di violenza e di occupazione. Questa città – ha ricordato il sindaco – sa respingere le occupazioni militari, mafiose e istituzionali. Quindi, sì al dialogo nel rispetto della Costituzione e della volontà popolare e della dignità di una comunità, se lei pensa invece di mettere le mani sulla città, signor presidente del Consiglio, sarà respinto con fermezza e risolutezza”, ha sottolineato.
Sabato scorso Renzi aveva scritto che su Bagnoli “nonostante il tempo che ci ha fatto perdere il Comune, abbiamo vinto mercoledì scorso al Tar contro l’amministrazione De Magistris e adesso possiamo finalmente partire: sarò personalmente a Napoli in Prefettura per la cabina di regia il prossimo mercoledì 6 aprile”. Deve essere “chiaro che noi andremo avanti comunque, con o senza il Comune. Perché quella è un’autentica vergogna nazionale”. La replica del sindaco: il Comune di Napoli “non ha fatto perdere tempo al governo”, ma è l’esecutivo che ancora “non ha fatto la bonifica”. “Se lei avesse tenuto fede al protocollo siglato il 14 agosto 2014 – ha ricordato il primo cittadino – in questo anno e mezzo avremmo fatto tante cose”. “Il Comune – ha aggiunto de Magistris – non le ha fatto perdere tempo perché, in questi cinque anni, abbiamo cercato di scrivere una pagina diversa”.
Intanto per oggi alle 17 a Villa Medusa le forze sociali, politiche e sindacali antagoniste e i movimenti cittadini hanno convocato un’assemblea pubblica proprio per discutere di Bagnoli e del suo futuro. “A Bagnoli è in atto una sfida nazionale: ricatto tra disoccupazione, malattie tumorali, devastazioni ambientali e precarietà sociale, autoritarismo o democrazia diretta, commissari straordinari o scelte della città, multinazionali e speculazioni finanziarie o nuova economia di comunità, accettazione delle politiche di macelleria sociale del governo Renzi o processo di liberazione e mobilitazione contro austerity, sfruttamento, repressione. A Bagnoli la partita è tra due modelli di sviluppo” recita il comunicato di indizione dell’iniziativa che annuncia una grande mobilitazione popolare contro il governo per il prossimo Primo Maggio.
Fonte
A innescare l’ennesimo scontro, questa volta su Bagnoli, è stato Luigi de Magistris che è intervenuto attraverso un video di 11 minuti zeppo di accuse nei confronti di Matteo Renzi.
Sì al “dialogo istituzionale, nel rispetto della Costituzione”, no “ai soprusi e alle prepotenze” ha detto de Magistris al premier che alcuni giorni fa ha annunciato la sua presenza in città la prossima settimana per partecipare, il 6 aprile, ad una ‘cabina di regia’ nella sede della Prefettura di Napoli per il risanamento e il rilancio dell’area di Bagnoli. Un intervento che il sindaco di Napoli contesta frontalmente.
«Se lei pensa di mettere le mani sulla città sarà con fermezza e risolutezza respinto» ha dichiarato il sindaco rivolgendosi al “Signor presidente del Consiglio”, citando il noto film di Francesco Rosi sul sacco di Napoli.
“Se lei – ha detto il primo cittadino partenopeo – pensa di venire a Napoli, il 6 aprile, per riannodare un dialogo istituzionale nel rispetto della Costituzione, noi siamo molto felici di accoglierla. Se lei, però, pensa di espropriare la nostra città, di mortificare la dignità di questo popolo oppure di realizzare scempi, è bene che lei sappia che a Napoli c’è un popolo che – ha incalzato de Magistris – sa resistere alle prepotenze e ai soprusi”. “Questo popolo e questa città hanno come elemento costitutivo la resistenza a ogni forma di violenza e di occupazione. Questa città – ha ricordato il sindaco – sa respingere le occupazioni militari, mafiose e istituzionali. Quindi, sì al dialogo nel rispetto della Costituzione e della volontà popolare e della dignità di una comunità, se lei pensa invece di mettere le mani sulla città, signor presidente del Consiglio, sarà respinto con fermezza e risolutezza”, ha sottolineato.
Sabato scorso Renzi aveva scritto che su Bagnoli “nonostante il tempo che ci ha fatto perdere il Comune, abbiamo vinto mercoledì scorso al Tar contro l’amministrazione De Magistris e adesso possiamo finalmente partire: sarò personalmente a Napoli in Prefettura per la cabina di regia il prossimo mercoledì 6 aprile”. Deve essere “chiaro che noi andremo avanti comunque, con o senza il Comune. Perché quella è un’autentica vergogna nazionale”. La replica del sindaco: il Comune di Napoli “non ha fatto perdere tempo al governo”, ma è l’esecutivo che ancora “non ha fatto la bonifica”. “Se lei avesse tenuto fede al protocollo siglato il 14 agosto 2014 – ha ricordato il primo cittadino – in questo anno e mezzo avremmo fatto tante cose”. “Il Comune – ha aggiunto de Magistris – non le ha fatto perdere tempo perché, in questi cinque anni, abbiamo cercato di scrivere una pagina diversa”.
Intanto per oggi alle 17 a Villa Medusa le forze sociali, politiche e sindacali antagoniste e i movimenti cittadini hanno convocato un’assemblea pubblica proprio per discutere di Bagnoli e del suo futuro. “A Bagnoli è in atto una sfida nazionale: ricatto tra disoccupazione, malattie tumorali, devastazioni ambientali e precarietà sociale, autoritarismo o democrazia diretta, commissari straordinari o scelte della città, multinazionali e speculazioni finanziarie o nuova economia di comunità, accettazione delle politiche di macelleria sociale del governo Renzi o processo di liberazione e mobilitazione contro austerity, sfruttamento, repressione. A Bagnoli la partita è tra due modelli di sviluppo” recita il comunicato di indizione dell’iniziativa che annuncia una grande mobilitazione popolare contro il governo per il prossimo Primo Maggio.
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14/01/2016
Napoli. La polizia carica il corteo per Bagnoli, sindaco compreso
E’ il gran giorno della Cabina di Regia (tutte rigorosamente maiuscole) per Bagnoli. Si parla di bonifiche. Di risanamento dei suoli.
Finalmente il fin qui evanescente commissario governativo e super-renziano Nastasi si appresta a fare una mossa.
Ha elaborato un piano che dovrebbe essere di inclusione delle istituzioni locali e delle associazioni della società civile: metterle tutte a un tavolo e prendere le decisioni che vanno prese, in armonia istituzionale e pace dei sensi. Mette sul piatto, con gran colpo di fanfare a mezzo stampa, 50 milioni di euro. Addirittura. Manco fossero i 14 miliardi dell’Expo. Vuole far sentire il profumo dei soldi. Il tintinnio delle monete.
In realtà la favoletta di Nastasi non se la beve nessuno e il commissario come previsto rimane con i rappresentanti della Regione, del rettore dell’università (in forma personale), prezzemolo Legambiente, la Fondazione Idis di Città della Scienza e il Comune di Pozzuoli. Si di Pozzuoli. Ma non di Napoli. Perché sindaco e giunta comunale disertano il tavolo istituzionale. E’ da tempo d’altronde che amministrazione comunale e Governo sono in rotta. Fu proprio l’atto d’imperio su Bagnoli di Renzi a determinarla. Da allora, bisogna ammettere, De Magistris non le ha mandate a dire. Anzi si può affermare con sicurezza che il commissariamento ha determinato il deciso cambio di passo dell’amministrazione, da allora molto più permeabile alle istanze sociali.
In effetti il commissariamento, più che un attacco a De Magistris e alla sua giunta, è un attacco alla città di Napoli e al quartiere ex operaio di Bagnoli. Venti anni di bonifiche hanno notoriamente portato solo ad un esagerato spreco di denaro pubblico e a torbido malaffare; ma adesso si scavalca addirittura ogni logica democratica e si pretende di decidere su un’area strategica del territorio metropolitano senza alcun controllo pubblico o formale.
La cabina di regia insomma è la foglia di fico a coprire vergogne inenarrabili. Non le narrerà di certo il maggiore quotidiano locale Il Mattino, di proprietà di Caltagirone, in quanto gli interessi del proprietario sull’area sono notevoli. L’unica cosa che ad ora appare certa è che a rimettersi a lavoro nell’area saranno gli stessi che per vent’anni non hanno fatto nulla. Hanno intascato e basta. Sono colossi quali Cementir e Fintecna. Cacciati qualche tempo fa dal Comune di Napoli. Quando si dice le coincidenze...
Ma il meglio è altrove. Ad esempio, alle 15.30 alla Galleria Umberto I si riunisce la Napoli a cui non piace la faccia paciosa di Salvo Nastasi. Non per turbe fisiognomiche, ma perché dietro la sua tranquilla inconsistenza si nasconde il feroce esecutore degli interessi dei forti. Che non vogliono ostacoli a sbarrargli la strada.
Centinaia e centinaia di persone ad affollare la galleria storica del centro di Napoli. C’è ovviamente molta Bagnoli. L’assise per Bagnoli, il centro sociale Iskra, i disoccupati del comitato 7 novembre. Delle problematiche reali del quartiere nessuno ne sa quanto loro. Vi sono poi i ragazzi dei vari centri sociali napoletani, delegati dell’usb e dei Cobas, cani sciolti e cittadini, diciamo così, comuni. Ci sono pure un paio di assessori della giunta comunale e il sindaco. La ressa è tanta. Le telecamere e i taccuini inseguono il sindaco e gli assessori. In effetti non è cosa comune vedere un sindaco partecipare ad un’assemblea dei movimenti sociali.
Inizia l’assemblea lo storico attivista bagnolese Massimo Di Dato, a spiegare la genesi delle proteste e vent’anni di resistenza. E’ poi il turno del sindaco che si rende disponibile a sostenere la difesa al Governo Renzi a nome della città. Parla di violenza istituzionale, di mafia che ritorna, di partecipazione popolare necessaria. Applausi. L’assemblea dura poco più di un’ora perché vi è da consegnare presso la Prefettura il pacco dono per Salvo Nastasi. A pacco rispondo pacco sembrano volere dire i movimenti napoletani. Un gran pacco di cartapesta ben infiocchettato di rosso. Fa in tempo a prendere la parola anche il segretario regionale della Fiom che punta sull’orgoglio di stare dalla parte giusta. Meglio tardi che mai.
Si parte in corteo. Si parte e si arriva presto. La prefettura è nella vicina Piazza Plebiscito. E qui succede quello che non ti aspetti. L’innocuo incedere dei ragazzi col pacco di cartapesta verso i portoni della prefettura diviene motivo per caricare la piazza. In più si tenta di recintare l’area dei manifestanti attorniandoli con cordoni di polizia. Sembra un assedio. Ad una pacifica manifestazione. Ma che succede? Perché questo approccio bellico della polizia? Si fa fatica a riportare la calma.
Solo dopo tanto urlare si riesce a trattare coi responsabili di piazza e pretendere di liberare l’assedio e rimuovere i cordoni laterali di celerini. Tutto molto surreale. L’impressione è che i dirigenti delle forze dell’ordine rispondano a precisi input nazionali e abbiano avuto bisogno di creare ad arte il tafferuglio per cercare di criminalizzare una protesta sociale che vede avanzare insieme movimenti sociali e radicali e amministrazione comunale in una sinergia in cui si è autonomi l’uno dall’altra ma si converge verso l’obbiettivo comune: la difesa della città.
Non è un caso che anche le mediazioni degli assessori Piscopo e Fucito, presenti alla consegna del pacco, non abbiano sortito nessun effetto significativo nelle trattative con le forze dell’ordine. Polizia ancora una volta che si muove come forza autonoma rispondenti a interessi particolari e opachi. Un episodio che sarà bene non sottovalutare. Un episodio preoccupante.
I signori della speculazione le tenteranno tutte. Si è capito. Schiereranno in campo tutte le forze a loro disposizione. Picchieranno insensatamente e duro.
Come la polizia ieri sera.
Fonte
Finalmente il fin qui evanescente commissario governativo e super-renziano Nastasi si appresta a fare una mossa.
Ha elaborato un piano che dovrebbe essere di inclusione delle istituzioni locali e delle associazioni della società civile: metterle tutte a un tavolo e prendere le decisioni che vanno prese, in armonia istituzionale e pace dei sensi. Mette sul piatto, con gran colpo di fanfare a mezzo stampa, 50 milioni di euro. Addirittura. Manco fossero i 14 miliardi dell’Expo. Vuole far sentire il profumo dei soldi. Il tintinnio delle monete.
In realtà la favoletta di Nastasi non se la beve nessuno e il commissario come previsto rimane con i rappresentanti della Regione, del rettore dell’università (in forma personale), prezzemolo Legambiente, la Fondazione Idis di Città della Scienza e il Comune di Pozzuoli. Si di Pozzuoli. Ma non di Napoli. Perché sindaco e giunta comunale disertano il tavolo istituzionale. E’ da tempo d’altronde che amministrazione comunale e Governo sono in rotta. Fu proprio l’atto d’imperio su Bagnoli di Renzi a determinarla. Da allora, bisogna ammettere, De Magistris non le ha mandate a dire. Anzi si può affermare con sicurezza che il commissariamento ha determinato il deciso cambio di passo dell’amministrazione, da allora molto più permeabile alle istanze sociali.
In effetti il commissariamento, più che un attacco a De Magistris e alla sua giunta, è un attacco alla città di Napoli e al quartiere ex operaio di Bagnoli. Venti anni di bonifiche hanno notoriamente portato solo ad un esagerato spreco di denaro pubblico e a torbido malaffare; ma adesso si scavalca addirittura ogni logica democratica e si pretende di decidere su un’area strategica del territorio metropolitano senza alcun controllo pubblico o formale.
La cabina di regia insomma è la foglia di fico a coprire vergogne inenarrabili. Non le narrerà di certo il maggiore quotidiano locale Il Mattino, di proprietà di Caltagirone, in quanto gli interessi del proprietario sull’area sono notevoli. L’unica cosa che ad ora appare certa è che a rimettersi a lavoro nell’area saranno gli stessi che per vent’anni non hanno fatto nulla. Hanno intascato e basta. Sono colossi quali Cementir e Fintecna. Cacciati qualche tempo fa dal Comune di Napoli. Quando si dice le coincidenze...
Ma il meglio è altrove. Ad esempio, alle 15.30 alla Galleria Umberto I si riunisce la Napoli a cui non piace la faccia paciosa di Salvo Nastasi. Non per turbe fisiognomiche, ma perché dietro la sua tranquilla inconsistenza si nasconde il feroce esecutore degli interessi dei forti. Che non vogliono ostacoli a sbarrargli la strada.
Centinaia e centinaia di persone ad affollare la galleria storica del centro di Napoli. C’è ovviamente molta Bagnoli. L’assise per Bagnoli, il centro sociale Iskra, i disoccupati del comitato 7 novembre. Delle problematiche reali del quartiere nessuno ne sa quanto loro. Vi sono poi i ragazzi dei vari centri sociali napoletani, delegati dell’usb e dei Cobas, cani sciolti e cittadini, diciamo così, comuni. Ci sono pure un paio di assessori della giunta comunale e il sindaco. La ressa è tanta. Le telecamere e i taccuini inseguono il sindaco e gli assessori. In effetti non è cosa comune vedere un sindaco partecipare ad un’assemblea dei movimenti sociali.
Inizia l’assemblea lo storico attivista bagnolese Massimo Di Dato, a spiegare la genesi delle proteste e vent’anni di resistenza. E’ poi il turno del sindaco che si rende disponibile a sostenere la difesa al Governo Renzi a nome della città. Parla di violenza istituzionale, di mafia che ritorna, di partecipazione popolare necessaria. Applausi. L’assemblea dura poco più di un’ora perché vi è da consegnare presso la Prefettura il pacco dono per Salvo Nastasi. A pacco rispondo pacco sembrano volere dire i movimenti napoletani. Un gran pacco di cartapesta ben infiocchettato di rosso. Fa in tempo a prendere la parola anche il segretario regionale della Fiom che punta sull’orgoglio di stare dalla parte giusta. Meglio tardi che mai.
Si parte in corteo. Si parte e si arriva presto. La prefettura è nella vicina Piazza Plebiscito. E qui succede quello che non ti aspetti. L’innocuo incedere dei ragazzi col pacco di cartapesta verso i portoni della prefettura diviene motivo per caricare la piazza. In più si tenta di recintare l’area dei manifestanti attorniandoli con cordoni di polizia. Sembra un assedio. Ad una pacifica manifestazione. Ma che succede? Perché questo approccio bellico della polizia? Si fa fatica a riportare la calma.
Solo dopo tanto urlare si riesce a trattare coi responsabili di piazza e pretendere di liberare l’assedio e rimuovere i cordoni laterali di celerini. Tutto molto surreale. L’impressione è che i dirigenti delle forze dell’ordine rispondano a precisi input nazionali e abbiano avuto bisogno di creare ad arte il tafferuglio per cercare di criminalizzare una protesta sociale che vede avanzare insieme movimenti sociali e radicali e amministrazione comunale in una sinergia in cui si è autonomi l’uno dall’altra ma si converge verso l’obbiettivo comune: la difesa della città.
Non è un caso che anche le mediazioni degli assessori Piscopo e Fucito, presenti alla consegna del pacco, non abbiano sortito nessun effetto significativo nelle trattative con le forze dell’ordine. Polizia ancora una volta che si muove come forza autonoma rispondenti a interessi particolari e opachi. Un episodio che sarà bene non sottovalutare. Un episodio preoccupante.
I signori della speculazione le tenteranno tutte. Si è capito. Schiereranno in campo tutte le forze a loro disposizione. Picchieranno insensatamente e duro.
Come la polizia ieri sera.
Fonte
29/09/2015
La bonifica mancata di Bagnoli
Bagnoli è un simbolo. Innanzitutto del principale progetto di Antonio Bassolino, il protagonista della scena politica napoletana dagli anni ’90 in poi. Doveva cambiare tutto, ripartendo dalle ceneri lasciate dalle acciaierie e dal peggior modello di sviluppo del sud Italia. È diventato il fallimento di un’intera città. Una porta spalancata verso i peggiori affari, le speculazioni su terre contaminate. Un sogno diventato incubo.
Appare come un trampolino, che si stacca sull’orizzonte. Se lo percorri guardando verso il mare la sensazione di scoprire una via nascosta alla fine fa dimenticare la terra desolata lasciata alle spalle. Il pontile nord di Bagnoli, in fondo, serviva anche a questo. Scordarsi il passato, lanciarsi verso il futuro, in un tuffo metaforico, con doppia carpiata liberatoria. Invece è un baratro. Una passerella tragica. Arrivi alla fine del percorso, sei costretto a girare i tacchi, riprendendo il cammino contrario. Verso terra. Verso l’inferno. Doveva cambiare tutto, ripartendo dalle ceneri lasciate dalle acciaierie e dal peggior modello di sviluppo del sud Italia. Dove gorgogliavano veleni impronunziabili, lì Napoli poteva ritrovare una speranza di riscatto, un modello differente. Per una volta in questo paese si progettava, si tentava di disegnare il futuro prossimo venturo. È diventato il fallimento di un’intera città, una catastrofe più che annunciata. Una porta spalancata verso i peggiori affari, le speculazioni su terre contaminate. Forse per sempre.
Il nome era semplice. Bagnoli futura, società di trasformazione urbana. Era nata per restituire terra e futuro al quartiere nord di Napoli, tra i Campi Flegrei, Pozzuoli e Pianura. Zona tosta, differente dal resto della città, dove un secolo di industria pesante ha forgiato una classe operaia che sembra uscita dai film di Elio Petri. Orgogliosa. Consapevole di rappresentare l’emancipazione dalla Napoli un po’ pezzente di Lauro, non più costretta a salire con le valige di cartone verso il nord delle fabbriche. Insieme al polo automobilistico e aeronautico di Pomigliano d’Arco, Bagnoli era quel motore di acciaio che il meridione sognava da decenni. La fine è arrivata lentamente. Prima i licenziamenti degli anni ’80. Poi la chiusura. I macchinari venduti alla Cina, all’India, al Bangladesh. Lasciando un cratere deserto, una macchia di verde pallido, interrotta dal rosso ruggine di qualche pezzo di archeologia industriale.
Bagnoli è un simbolo. Prima di tutto del principale progetto di Antonio Bassolino, il protagonista della scena politica napoletana dagli anni ’90 in poi. L’idea della trasformazione dell’ex Italsider, il bacino elettorale da sempre della sinistra erede del Pci, nasce parallelamente alla sua ascesa. Anzi, diventa il punto di forza del progetto di governo di Napoli, la vetrina della rinascita partenopea. Già nel 1995 aveva in mente tutto: risanare, per trasformare l’intera area flegrea in polo turistico e della ricerca scientifica. Lo chiamava semplicemente “Progetto Napoli”.
Lo portò in giro per il mondo, alla caccia di finanziatori internazionali. Partendo da New York, dove, nel marzo del 1995, Bassolino presentò il dossier “Bagnoli redevelopment area”, invitando le banche Usa ad entrare nel business, finanziando società miste pubblico-private. Il preside della facoltà di Scienze economiche di Yale, Joseph La Palombara, benedì il progetto: “Napoli ha grande potenzialità, ma usate la vostra principale risorsa, la fantasia”. Specialità locale che immediatamente si scatenò, disegnando centri congressuali da duemila posti, alberghi di lusso, fiere e mostre. Davanti ad un mare incontaminato. Era la promessa fatta a quella classe operaia base dell’ascesa di Antonio Bassolino, uscita senza lavoro e con poche speranze dalla chiusura della siderurgia. Turismo, nuovi posti di lavoro. Il sole e la spiaggia.
Il sogno diventato incubo
Quando nel 2002 il comune di Napoli – con una piccola partecipazione della provincia e della regione – inaugurò Bagnoli futura, sul tavolo i progettisti disegnarono un futuro glorioso. Prima la bonifica. Poi la creazione di una cittadella dei sogni: un parco dello sport, un auditorium con caffetteria e servizi, un belvedere ricavato dal comignolo dei fumi delle ex acciaierie, un acquario, un parco urbano, gli studios per accogliere il movimento cinematografico partenopeo. E la lunga passerella del pontile nord, lanciata verso il mare. E ancora, spiagge liberate dai veleni, stabilimenti balneari, locali per la movida, con a monte un parco urbano e perfino un bosco per la meditazione. Un sogno. Ben finanziato, con quasi 260 milioni di euro da spendere, tra fondi ereditati e stanziamenti futuri. Dodici anni dopo tutto è finito nei libri di un curatore fallimentare. Arroccato nel cuore dell’ex area industriale.
La strada che porta alla sede della società di trasformazione urbana attraversa l’antico quartiere operaio. Edifici fine ottocento, balconi con i panni stesi, le finestre del piano terra aperte sulle cucine. Scopri che sei a Napoli osservando i canarini appesi fuori dal club dedicato a Ciro Ferrara. L’unico ritrovo pubblico è il minuscolo giardinetto all’inizio della via, con le panche di ferro e una scacchiera per il gioco della dama sulle cassette di frutta. Poi una striscia di asfalto, fino al cancello della Bagnoli futura. “Chi cercate? Qui non c’è più nessuno”. La guardia giurata è quasi sorpresa. Da quando il tribunale ha dichiarato il fallimento lo scorso giugno anche gli uffici sono entrati ufficialmente a far parte del deserto di Bagnoli. I cartelli che indicano la direzione sono ormai coperti dall’erba e la strada che scende verso l’immensa macchia verde dove un tempo forgiavano l’acciaio sembra non portare più da nessuna parte. “C’è solo il procuratore, il curatore fallimentare”. E per entrare nell’auditorium? “E’ chiuso, è tutto chiuso”. E il parco dello sport? “Nessuno ci può entrare”. Non c’è più nulla. La passarella sopravvive grazie ai lavoratori socialmente utili messi in fretta e furia dalla giunta De Magistris come guardiani. Ma l’ascensore per i disabili è bloccato dall’inevitabile cartello “guasto”.
La bonifica mancata
Il male, a Bagnoli, è però più profondo. Ha attinto la radice del progetto di trasformazione, l’acqua, la terra e l’aria. Per i magistrati napoletani – che nell’aprile del 2013 hanno sequestrato l’area dell’ex Italsider – c’era poco da sognare. Paradossalmente la bonifica – ovvero il cuore dell’intervento – si era trasformata in un disastro ambientale, contornato da un’ipotesi di truffa e falso ideologico.
Carte truccate, secondo i magistrati, per la classica operazione della polvere sotto il tappeto. Con un gioco delle varianti di progetto i vertici di Bagnoli futura cambiano, almeno un paio di volte, il tipo d’intervento: in molte zone non ci sarà più la bonifica – che vuol dire rimuovere le sostanze pericolose, smaltendole altrove, riportando i luoghi allo stato originale – ma una “messa in sicurezza”. Operazione molto meno costosa. D’altra parte il luogo scelto per depositare i rifiuti pericolosi – la discarica a Pianura – non aveva ricevuto le autorizzazioni antimafia, facendo saltare un tassello fondamentale del piano d’intervento. Con la modifica in corso d’opera del progetto si decide di non rispettare più i valori di contaminazione rigidi previsti per il verde pubblico e le zone residenziali, ma quelli meno severi imposti dalla legge per le aree commerciali, industriali e di infrastruttura. Un escamotage, una porta d’uscita secondaria. Il terreno sotto il campeggio di tre ettari – ad esempio – viene considerato genericamente “d’interesse pubblico”, prevedendo – invece della bonifica radicale – una copertura con altro terreno dell’area contaminata. Così avviene per il Parco dello sport. Ma accade anche di peggio, raccontano le carte dell’inchiesta.
La De Vizia Transfer – società che si aggiudica l’appalto per la bonifica, prima indagata e poi prosciolta dal Giudice dell’udienza preliminare di Napoli – inizia a scavare le terre. Il cratere dell’ex acciaieria restituisce i suoi veleni: le ruspe affondano in morchie maleodoranti, intrise di oli contaminati. Quelle scorie – raccontano i magistrati – non sono mai uscite dai cantieri. Le hanno mescolate con terre di riporto, utilizzate, a loro volta, per la “messa in sicurezza” delle aree da destinare ai diversi parchi tematici. Quella che prima era una contaminazione a macchia di leopardo è diventata un’unica diffusa area avvelenata, creando – spiega il Gip – un “disastro ambientale”. Con ipotesi di responsabilità che arrivano fino alla direzione generale del Ministero dell’Ambiente, retto all’epoca da Gianfranco Mascazzini.
Anche peggio è accaduto sul lato del golfo. All’incrocio tra via Bagnoli e via Coroglio c’è il vecchio edificio dell’istituto alberghiero “Rossini”. Architettura anni ’70, una barriera tra la spiaggia e il centro del quartiere, ha aperto le porte agli alunni del 1995, sull’onda lunga del progetto bassoliniano. Di fianco c’è la stradina che porta al mare. “Divieto di balneazione. È consentita solo l’elioterapia”. Godetevi il sole, per il resto non c’è niente da fare. Sulla spiaggia si apre l’immagine più paradossale e significativa di Bagnoli. Le sdraio aperte, gli ombrelloni, le cabine, la musica, i bambini con i secchielli e le palette. Davanti agli scogli c’è la rete metallica, che blocca l’accesso al bagnasciuga. Appena fuori dall’ingresso agli stabilimenti le bancarelle sembrano far finta di nulla, continuando a vendere braccioli, canotti e ciambelle. È come se il mare ci fosse veramente.
Se i veleni sono nati a monte, qui la cancrena si chiama colmata. È un’area vasta, basata sui resti usciti dalle fonderie. Doveva essere rimossa e smaltita a Piombino, raccontano. Tutto è rimasto lì, immobile, mentre dal cratere dell’ex Ilva – poi divenuta Italsider – le scorie scendono senza sosta verso il mare. E così a Bagnoli ci si accontenta. “Solo elioterapia”, con traduzione in inglese di fianco. Dovesse arrivare un turista.
Risalendo via Bagnoli verso le colline si costeggia l’intero muro di recinzione dell’Italsider. Cassonetti teoricamente pensati per la differenziata che contengono di tutto, marciapiede che si stringe fino a sparire. Poi il cancello azzurro della candela, il comignolo “recuperato” che doveva ospitare il belvedere. Rigorosamente chiuso, rivolto verso il nulla: un balcone dieci metri per dieci, senza nessun collegamento con la torre dei fumi. Al massimo ti puoi godere il paesaggio lunare dell’erba pallida che ricopre il cratere abbandonato. Pochi metri ed ecco la “Porta del parco”, l’auditorium, una delle pochissime opere realizzate. Poco più di duecento posti, un’area di ristorazione, il centro benessere, il wi-fi gratuito. Sulla carta, perché tutto oggi è chiuso e inaccessibile.
Un classico napoletano
Cos’è stata, in fondo, la bonifica di Bagnoli? “Un classico napoletano, come il presepe”, commentava – tra le risate – l’ex direttore generale del Ministero dell’ambiente Gianfranco Mascazzini. Destino tragico di un’intera città, dipinto con feroce lucidità da Ermanno Rea, nel suo “La dismissione”, il racconto dello smantellamento del polo industriale: “Le fabbriche a Napoli non hanno indotto nessuna modernizzazione. Dicevamo: l’Ilva entrerà nel vicolo e lo bonificherà. Alla lunga è accaduto l’inverso: il vicolo è entrato nell’Ilva e l’ha inquinata”. Un veleno mortale.
Il “classico napoletano” alla fine si è materializzato il 13 febbraio 2013, quando Bagnoli futura è stata messa in liquidazione. Con conti disastrosi, che hanno portato al fallimento. Sui 268 milioni di euro stanziati risultano realmente spesi la metà, 136 milioni. Di questi solo 82 milioni di euro – secondo la stessa società – sono serviti per la bonifica. Il resto? La porta del Parco – oggi chiusa al pubblico – si è presa una consistente fetta della torta, 43 milioni di euro. Il resto? Con i conti sono, alla fine, saltati anche i progetti. Il consiglio di amministrazione scarica tutta la colpa sulla magistratura: “Il sequestro (…) ha contribuito ad aggravare le già precarie condizioni economico-finanziarie”, scrive il presidente del Consiglio d’amministrazione Omero Ambrogi. Cessioni delle aree edificabili bloccate, problemi con il sistema creditizio, progetti già avviati che si fermano: le indagini – assicurano gli amministratori della società – sono una catastrofe, che “possono far sorgere dubbi sulla continuità aziendale”. E i conti in rosso, con debiti accumulati nel corso degli anni, ben prima dell’intervento della procura di Napoli? “Sono caratteristiche della gestione di un società di trasformazione urbana, che concentra i costi nei primi esercizi”. Poi verrà l’utile, assicurano gli amministratori, cedendo le aree bonificate destinate a spazi e commerciali e residenziali. La via classica seguita da gran parte delle bonifiche in tutta Italia, partendo dalla Lombardia. Peccato che, per i magistrati e i periti del tribunale, su quelle terre non può nascere neanche una capanna.
Le aree verranno vendute – o svendute, viste le condizioni –, per pagare i debiti dei fornitori, spiegano gli amministratori nell’ultima relazione. I contributi arrivati dall’Unione Europea – pari a 46,3 milioni di euro – per attività mai concluse dovranno, probabilmente, essere restituiti. La scelta indicata nella relazione firmata lo scorso anno alla fine era una via obbligata: mettere tutto in liquidazione, cercando di salvare il salvabile. O almeno la faccia. Così non è stato. I creditori hanno presentato l’istanza di fallimento, poi accolta, lo scorso giugno, dal tribunale di Napoli. Ma la catastrofe era iniziata molto prima. Nella stessa relazione allegata al bilancio del 2012 appare evidente come il core business – la bonifica – fosse venuto meno ben prima del sequestro dei magistrati: “Dai documenti della direzione dei lavori (…) – si legge – si deduce che le attività negli ultimi due anni hanno generato un avanzamento estremamente contratto”. E ancora: “Anche nell’area ex Eternit l’attività di bonifica ha registrato nell’ultimo periodo significative discontinuità”. Fermi anche i lavori per le infrastrutture “per questioni economico-finanziarie”.
Che potrà accadere ora? Probabilmente nulla, ed è l’ipotesi peggiore. Si dimenticherà per anni Bagnoli, le reti di acciaio continueranno a bloccare l’accesso al mare, l’erba coprirà le poche opere realizzate, e dall’archeologia industriale si passerà ai ruderi dell’Italia della seconda Repubblica. L’arrivo degli speculatori. Il progetto di un nuovo quartiere dedicato alla cultura, alle arti, allo sport e al mare svanirebbe del tutto, lasciando lo spazio ad un deserto circondato da cemento. O, come aveva annunciato Luigi De Magistris in una conferenza stampa nel 2012, l’ex Italsider potrebbe trasformarsi in un distretto dei rifiuti. A “impatto zero”, aveva assicurato l’assessore all’ambiente Tommaso Sodano. A quel punto gli obiettivi di bonifica si abbasserebbero, con valori raggiungibili senza grandi problemi. Poco senso avrebbero il parco urbano, le zone verdi e la promessa di una Napoli differente.
È quasi il tramonto. I cancelli del pontile nord si chiudono. Scendendo le scale si può guardare il cemento consumato e il ferro rosso di ruggine che sorreggono la striscia che si lancia verso il mare. È la polvere nascosta sotto il tappeto di Bagnoli. È quel “classico napoletano” che tanto faceva ridere i vertici del ministero dell’Ambiente. Un’apparenza, un cadeaux elargito per non cambiare nulla. Guardando il mare, oltre l’orizzonte, dove i conti in rosso e le terre contaminate non riescono ad arrivare.
Fonte
01/08/2015
Mani, manine e manone su Bagnoli
Mettemmo anche un magistrato perbene per aiutarci ad affrontare la gravissima situazione con cui ci hanno consegnato l'ex area Italsider 4 anni fa. Delibera sulla spiaggia pubblica, recupero della linea di costa, rimozione colmata, piano bonifiche, rilancio di verde, economia e lavoro, archeologia industriale, un duro lavoro, tra mille ostacoli.
Mentre si stava per svoltare ecco l'incendio di città della scienza, senza colpevoli, sequestri, fallimenti curiosi. 3 dicembre 2013: emetto ordinanza, senza precedenti, con cui ordino a chi ha inquinato di pagare e risarcire. Centinaia di milioni di euro. I responsabili? Lo Stato e gruppi privati assai influenti. Scricchiolano equilibri.
Renzi firma protocollo per bonifiche e riqualificazione con Comune e Regione il 14 agosto 2014. In realtà, una Renziata. Pochi giorni dopo, violando l'accordo, Renzi non dà le risorse per cui si era impegnato, approva lo sblocca Italia e commissaria Bagnoli. Mette in atto, con violenza di Stato, l'esproprio di un quarto della città. Fa fuori il Comune, la città, mette dentro poteri forti, anche coloro che sono tra i responsabili del massacro delle terre di Bagnoli. E' evidente l'operazione, vogliono mani libere, senza ostacoli di giustizia. Scatta la reazione della Napoli dalle mani pulite.
E' un anno che Renzi ci tiene bloccati. Nel frattempo noi siamo andati avanti: abbiamo approvato il piano di riqualificazione e rigenerazione urbana di Bagnoli in giunta e consiglio comunale, dialogato con i cittadini, partecipato ad assemblee popolari accese e belle. Siamo all'epilogo. Nelle prossime ore Renzi pensa di chiudere la partita con la nomina del commissario, espropriando Napoli e i napoletani, relegando il Comune a mero organo consultivo nell'ambito di quello che deciderà, nelle segrete stanze, sua maestà manona commissario.
Noi non consentiremo a nessuno di mettere le mani sulla città. E' la nostra storia. Le uniche mani su Bagnoli saranno quelle dei napoletani e di tutti gli abitanti del mondo con i quali realizzeremo la nuova Bagnoli. Ecco, proviamo a questo punto a farla noi: Comune, abitanti, studenti, operai, impiegati, disoccupati, contadini, precari, intellettuali, imprenditori, costruttori, persone di buona volontà. Facciamo una cosa che non si è mai fatta. Costruiamo noi, in autogoverno, Bagnoli, con un grande movimento di popolo formato da tutti quelli che sono contro il Sistema. Ci sosterremo economicamente con un piano di mobilitazione popolare. Senza manine, senza cricche, senza speculatori, senza mafie, senza corruzione. E' difficilissimo, sembra impossibile, ma proviamoci. Sfidiamo la Regione, potrebbe sostenerci anche economicamente.
Bagnoli è Napoli in primo luogo, poi è Sud, è Mediterraneo, è Italia. Questa può essere una grande azione popolare autogestita dal basso contro la logica mafiosa dello sblocca Italia. Io sono pronto, come sempre, a sporcarmi le mani contro manine e manone.
Luigi De Magistris
Fonte
14/09/2014
Renzi, De Magistris ed il futuro di Bagnoli
E’ veramente uno sgradevole tiro mancino - contro Napoli e l’Amministrazione di Luigi De Magistris - ciò che il governo Renzi ha prodotto, nel decreto Sblocca Italia, a proposito della futura governance dei prossimi processi di ristrutturazione urbanistica/territoriale che attengono all’area di Bagnoli.
Leggendo le norme del provvedimento governativo è lampante la volontà politica dell’esecutivo Renzi di espropriare di ogni competenza decisionale il Comune di Napoli affidando tutto il potere decisionale ed esecutivo ad una nuova figura commissariale ed ampliando le competenze della Regione Campania in questa materia.
Bene, quindi, stanno facendo gli attivisti dei comitati della zona flegrea i quali, in questi giorni, denunciano il pericoloso accentramento in corso dei poteri nell’interesse di pochi speculatori.
A questo proposito gli applausi che si sono levati dagli esponenti di Confiundustria e dall’ever/green, Paolo Cirino Pomicino, il quale candidamente afferma che lui e il suo schieramento politico hanno sempre visto giusto, sono esemplificativi della filosofia antisociale di Renzi, del PD e dell’insieme dei pescecani che vogliono catapultarsi sull’Affaire/Bagnoli.
Infatti, come denuncia l’Assise per Bagnoli il commissario manderà in soffitta, perché aggira con poteri in deroga, la Legge 502 del 1996 la quale impone la rimozione della colmata ed il ripristino della linea di costa.
Inoltre, nell’ambito di quanto previsto dal decreto governativo, si nominerà un soggetto attuatore che a sua volta costruirà una società dove entreranno i privati con i loro capitali.
Se, poi, il commissario straordinario, come ampiamente prevedibile, metterà da parte il Piano Regolatore ecco confezionato il vestito su misura per i grandi poteri forti che mirano a seppellire Bagnoli in una nuova colata di cemento.
A questo punto, anche l’Amministrazione Comunale sta criticando, in varie sedi, l’autoritarismo decisionista di Renzi.
Ma, come al solito, come è nella natura politica di De Magistris, questi strali sono materialmente inconseguenti e destinati ad arenarsi nel chiacchiericcio politichese.
L’Amministrazione Comunale, su questa importante vicenda come su tante altre questioni sociali, ha scelto, costitutivamente, di non interagire con l’azione degli attivisti ambientalisti e con quanti, a Bagnoli e non solo, combattono contro l’intreccio affaristico/speculativo che sottende alle misure del governo ed a quelle della Regione Campania.
Sul tema della crisi urbana, della lotta alle privatizzazioni (Trasporti, Aziende Partecipate, Servizi a rete) e sui grandi temi di gestione dell’area metropolitana l’Amministrazione De Magistris continua il suo autistico isolamento politico, si accontenta di navigare a vista e sceglie di non sostenere, prioritariamente, il punto di vista degli interessi popolari della città.
Fonte
Leggendo le norme del provvedimento governativo è lampante la volontà politica dell’esecutivo Renzi di espropriare di ogni competenza decisionale il Comune di Napoli affidando tutto il potere decisionale ed esecutivo ad una nuova figura commissariale ed ampliando le competenze della Regione Campania in questa materia.
Bene, quindi, stanno facendo gli attivisti dei comitati della zona flegrea i quali, in questi giorni, denunciano il pericoloso accentramento in corso dei poteri nell’interesse di pochi speculatori.
A questo proposito gli applausi che si sono levati dagli esponenti di Confiundustria e dall’ever/green, Paolo Cirino Pomicino, il quale candidamente afferma che lui e il suo schieramento politico hanno sempre visto giusto, sono esemplificativi della filosofia antisociale di Renzi, del PD e dell’insieme dei pescecani che vogliono catapultarsi sull’Affaire/Bagnoli.
Infatti, come denuncia l’Assise per Bagnoli il commissario manderà in soffitta, perché aggira con poteri in deroga, la Legge 502 del 1996 la quale impone la rimozione della colmata ed il ripristino della linea di costa.
Inoltre, nell’ambito di quanto previsto dal decreto governativo, si nominerà un soggetto attuatore che a sua volta costruirà una società dove entreranno i privati con i loro capitali.
Se, poi, il commissario straordinario, come ampiamente prevedibile, metterà da parte il Piano Regolatore ecco confezionato il vestito su misura per i grandi poteri forti che mirano a seppellire Bagnoli in una nuova colata di cemento.
A questo punto, anche l’Amministrazione Comunale sta criticando, in varie sedi, l’autoritarismo decisionista di Renzi.
Ma, come al solito, come è nella natura politica di De Magistris, questi strali sono materialmente inconseguenti e destinati ad arenarsi nel chiacchiericcio politichese.
L’Amministrazione Comunale, su questa importante vicenda come su tante altre questioni sociali, ha scelto, costitutivamente, di non interagire con l’azione degli attivisti ambientalisti e con quanti, a Bagnoli e non solo, combattono contro l’intreccio affaristico/speculativo che sottende alle misure del governo ed a quelle della Regione Campania.
Sul tema della crisi urbana, della lotta alle privatizzazioni (Trasporti, Aziende Partecipate, Servizi a rete) e sui grandi temi di gestione dell’area metropolitana l’Amministrazione De Magistris continua il suo autistico isolamento politico, si accontenta di navigare a vista e sceglie di non sostenere, prioritariamente, il punto di vista degli interessi popolari della città.
Fonte
12/04/2013
Napoli, sequestrata l’area di Bagnoli: “Disastro ambientale e truffa”
Le aree dell’ex Italsider e dell’ex Eternit di Bagnoli, alla periferia di Napoli,
sono state sequestrate dai carabinieri nell’ambito di un’indagine della
procura di Napoli che ipotizza una situazione di disastro ambientale.
Indagati 21 ex dirigenti di vari enti locali e della società
Bagnolifutura, che si è occupata di recuperare e bonificare l’area.
L’inchiesta è condotta dal pm Stefania Buda con il coordinamento dei procuratori aggiunti Francesco Greco e Nunzio Fraiasso. I pm hanno chiesto e ottenuto l’emissione di un’ordinanza che dispone il sequestro preventivo di un’ampia area, compresa la cosiddetta ‘colmata’ di Bagnoli. Gli esami tecnici disposti dagli inquirenti hanno accertato un notevole inquinamento dell’area: gli interventi di bonifica, secondo la procura, hanno aggravato la già difficile situazione ambientale.
La bonifica, costata 107 milioni di euro, non solo è stata solo “virtualmente effettuata”, ma secondo la procura ha di fatto “comportato una miscelazione dei pericolosi inquinanti su tutta l’area oggetto della bonifica con aggravamento dell’inquinamento dei suoli rispetto allo stato pre bonifica”. Tanto che ora sussiste un “pericolo ambientale con una immensa capacità diffusiva che coinvolge l’ambiente e l’integrità della salute di un numero non individuabile di persone”. Alla luce dei rilievi dei consulenti tecnici, sono stati ipotizzati i reati di disastro ambientale, truffa ai danni dello Stato “in relazione all’illecita percezione di denaro pubblico”, falso in merito alle certificazioni di analisi e alle attestazioni di avvenuta bonifica, la miscelazione di rifiuti industriali in relazione all’avvenuto interramento di rifiuti industriali nell’area del Parco dello Sport, il favoreggiamento reale.
Oltre ai presidenti e direttori generali pro tempore della Bagnolifutura spa e del Ccta (laboratorio interno della Bagnolifutura), sono coinvolti anche i rappresentanti pro tempore di tutti gli enti pubblici che si sono occupati a vario titolo del procedimento di bonifica del sito, quali l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini, i dirigenti Arpac, il dirigente della Provincia, il coordinatore del dipartimento Ambiente del comune di Napoli, i legali rappresentanti ed i tecnici delle ditte esecutrici dei lavori di bonifica, la direzione lavori. Tra gli indagati ci sono due ex vicesindaci del capoluogo campano: Sabatino Santangelo, presidente della Bagnolifutura fino al 2006, e Rocco Papa, presidente della Bagnolifutura dal 2006 al 2010, entrambi vicesindaci di Napoli in giunte presiedute da Rosa Russo Iervolino.
Le vicende legate alla bonifica delle aree di Bagnoli sono avvenute “in un contesto generalizzato di conflitto d’interesse – sostengono i pm – tutti gli enti pubblici istituzionalmente preposti al controllo dell’attività di bonifica, quali Arpac, Comune e Provincia di Napoli, si sono venuti a trovare”. Secondo le indagini dei carabinieri del comando provinciale di Napoli e del Noe, “l’interscambio dei ruoli tra controllori e controllati e il conflitto di interessi degli enti pubblici”, insieme al comportamento dei soggetti responsabili della vigilanza sulla salvaguardia ambientale hanno determinato “il progressivo scadimento degli obiettivi di bonifica e dei controlli ambientali, causando un disastro ambientale”. In particolare, sempre secondo l’accusa, gli organismi di vigilanza hanno avallato le scelte procedurali di Bagnolifutura.
Con il provvedimento di sequestro delle aree il gip del capoluogo campano ha disposto “un dettagliato piano di interventi finalizzato a un’adeguata bonifica e messa in sicurezza” della zona. Il quartiere di Bagnoli un mese fa è stata interessata dall’incendio che ha distrutto la Città della Scienza.
Fonte
L’inchiesta è condotta dal pm Stefania Buda con il coordinamento dei procuratori aggiunti Francesco Greco e Nunzio Fraiasso. I pm hanno chiesto e ottenuto l’emissione di un’ordinanza che dispone il sequestro preventivo di un’ampia area, compresa la cosiddetta ‘colmata’ di Bagnoli. Gli esami tecnici disposti dagli inquirenti hanno accertato un notevole inquinamento dell’area: gli interventi di bonifica, secondo la procura, hanno aggravato la già difficile situazione ambientale.
La bonifica, costata 107 milioni di euro, non solo è stata solo “virtualmente effettuata”, ma secondo la procura ha di fatto “comportato una miscelazione dei pericolosi inquinanti su tutta l’area oggetto della bonifica con aggravamento dell’inquinamento dei suoli rispetto allo stato pre bonifica”. Tanto che ora sussiste un “pericolo ambientale con una immensa capacità diffusiva che coinvolge l’ambiente e l’integrità della salute di un numero non individuabile di persone”. Alla luce dei rilievi dei consulenti tecnici, sono stati ipotizzati i reati di disastro ambientale, truffa ai danni dello Stato “in relazione all’illecita percezione di denaro pubblico”, falso in merito alle certificazioni di analisi e alle attestazioni di avvenuta bonifica, la miscelazione di rifiuti industriali in relazione all’avvenuto interramento di rifiuti industriali nell’area del Parco dello Sport, il favoreggiamento reale.
Oltre ai presidenti e direttori generali pro tempore della Bagnolifutura spa e del Ccta (laboratorio interno della Bagnolifutura), sono coinvolti anche i rappresentanti pro tempore di tutti gli enti pubblici che si sono occupati a vario titolo del procedimento di bonifica del sito, quali l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini, i dirigenti Arpac, il dirigente della Provincia, il coordinatore del dipartimento Ambiente del comune di Napoli, i legali rappresentanti ed i tecnici delle ditte esecutrici dei lavori di bonifica, la direzione lavori. Tra gli indagati ci sono due ex vicesindaci del capoluogo campano: Sabatino Santangelo, presidente della Bagnolifutura fino al 2006, e Rocco Papa, presidente della Bagnolifutura dal 2006 al 2010, entrambi vicesindaci di Napoli in giunte presiedute da Rosa Russo Iervolino.
Le vicende legate alla bonifica delle aree di Bagnoli sono avvenute “in un contesto generalizzato di conflitto d’interesse – sostengono i pm – tutti gli enti pubblici istituzionalmente preposti al controllo dell’attività di bonifica, quali Arpac, Comune e Provincia di Napoli, si sono venuti a trovare”. Secondo le indagini dei carabinieri del comando provinciale di Napoli e del Noe, “l’interscambio dei ruoli tra controllori e controllati e il conflitto di interessi degli enti pubblici”, insieme al comportamento dei soggetti responsabili della vigilanza sulla salvaguardia ambientale hanno determinato “il progressivo scadimento degli obiettivi di bonifica e dei controlli ambientali, causando un disastro ambientale”. In particolare, sempre secondo l’accusa, gli organismi di vigilanza hanno avallato le scelte procedurali di Bagnolifutura.
Con il provvedimento di sequestro delle aree il gip del capoluogo campano ha disposto “un dettagliato piano di interventi finalizzato a un’adeguata bonifica e messa in sicurezza” della zona. Il quartiere di Bagnoli un mese fa è stata interessata dall’incendio che ha distrutto la Città della Scienza.
Fonte
18/08/2012
Bonificare si può, l'esempio della Ruhr. Una scheda sul miracolo tedesco
4.432 kmq di superficie, oltre 6 milioni di abitanti, 142
miniere di carbone, 31 porti industriali fluviali; 1.400 km di
autostrade e tangenziali). E’ la carta d’identità del “Bacino della
Ruhr”, in Germania, l’area finita di bonificare in dieci anni
(1990-2000) a tutt’oggi un esempio seguito da tutti gli architetti, i
bio-architetti e gli ingegneri del mondo industrializzato.All’inizio
l’obiettivo era quello di contrastare i fenomeni di progressivo declino
economico e di fortissimo inquinamento ambientale. Nel 1989 alcuni
comuni si consorziarono per dar vita a un’importante operazione di
risanamento del territorio. Negli anni si è trasformata nella più
colossale riconversione industriale del mondo. L’esempio più rilevante
consiste nel Parco Paesistico di 320 kmq, distribuito lungo gli 800 kmq
del territorio fluviale dell’Emscher. L’Emscher era in origine un fiume
canalizzato e usato come fogna a cielo aperto per la zona industriale.
Il costo totale è stato di due miliardi e mezzo di euro.
Era una delle aree più industrializzate del mondo. Carbone e acciaio ne disegnavano la struttura urbana e sociale: le profonde gallerie che, svuotando dall'interno, producevano incredibili subsidenze, le grandi cokerie, i depositi immensi come cattedrali, la rete delle ferrovie, le zone abitate dagli operai che crescevano come anelli intorno alle aree industriali, il fiume Emscher usato come collettore delle acque nere perché qualunque conduttura interrata sarebbe stata frantumata dai movimenti del sottosuolo, le montagne di detriti tanto vaste da muovere l'orizzonte altrimenti assolutamente piatto. La grande ricchezza prodotta trovava riflesso nella dignità delle “sale paga” in cui i minatori in fila ricevevano compenso per il duro lavoro, nei fregi delle stazioni, nella ricercata eleganza di alcune strutture industriali in cui la razionalizzazione dei processi ci teneva a mostrarsi come immagine simmetrica e volumetricamente scandita nei piani e nelle vibrazioni dei materiali.
Poi quasi all'improvviso i tempi sono cambiati: i filoni utili sono risultati troppo profondi, il carbone è diventato poco gradito nelle società ricche data la sua carica inquinante, l'acciaio non era più materiale strategico. La grande Ruhr per cui si erano nel tempo mobilitati gli eserciti e le diplomazie, ha perso smalto, appetibilità, interesse. Una dopo l'altra le miniere hanno chiuso i battenti, le cokerie non fumavano più, la matassa dei binari che affettavano le aree urbanizzate è arrugginita, l'erba è spuntata tra il groviglio dei tubi nelle fabbriche dimesse; così un po' di turchi sono tornati in patria e molti industriali si sono trasferiti altrove. Ma il progredire minaccioso della disoccupazione in una regione che per decenni aveva richiamato immigrati da tutto il mondo, ha impaurito e prostrato una popolazione formata per la stragrande maggioranza da dipendenti di grandi strutture e quindi per sua natura poco imprenditoriale. I relitti di un passato che non poteva tornare si ergevano imponenti a segnare un paesaggio che ora per la prima volta nella storia si mostrava agli occhi degli abitanti solo nei suoi termini negativi, grigi, sporchi, squallidi, poveri. Nella terra abituata all'orgoglio dei primati (la ciminiera più alta, il gasometro più grande, la rete ferroviaria più capillare, la miniera più profonda, l'acciaieria più specializzata) si faceva strada l'alcolismo, la droga, la depressione. Persino l'orientamento politico, assieme allo scontento ed alla protesta, stava repentinamente cambiando e la “rossa” Ruhr si orientava sempre più a destra.
Poi a qualcuno è venuto in mente di trasportare l'idea dell'IBA (Internationale Bauausstellung = mostra internazionale di architettura) che era riuscita a imporre Berlino all'attenzione della cultura contemporanea, sulla sporca area dell'Emscher, il fiume/cloaca che tuttavia conservava nei ritagli e nelle pieghe delle aree industrializzate, ai confini tra una miniera e l'altra, tra un comune e quello vicino, vasti fazzoletti dimenticati di verde. Naturalmente una IBA con obiettivi e strategie diversi. In questo caso non erano determinanti le grandi firme, l'esibizione di griffe altisonanti, la mostra dei modelli che l'architettura stava elaborando per rispondere alle mutate esigenze quantitative della ricostruzione post bellica. Nella Ruhr era importante ricucire, restituire logica e significato a dinosauri senz'anima e senza speranza, ripulire e bonificare l'area, soprattutto reinnescare processi di affezione e di appartenenza. Solo dieci anni a disposizione (1990-2000) per far nascere piccole imprese, per dotare gli abitanti di una mentalità più dinamica, per ridisegnare la geografia delle strade e persino di molte città cresciute come atolli intorno a miniere che non c'erano più e la cui chiusura aveva interrotto attraversamenti reali o solo mentali. L'IBA Emscher Park, gestita in maniera mirata e coinvolgente, a volte quasi visionaria da Karl Ganser, il direttore con pieni poteri, si è mossa per scelta politica chiara lungo due coordinate che volta per volta stabilivano l'efficacia e la graduatoria del singolo progetto: lavoro ed ecologia. Ogni iniziativa, ogni proposta, ogni suggerimento doveva rispondere prioritariamente a questi due imperativi: creare opportunità d'impiego e contribuire a riqualificare il territorio. I progetti “adottati” ricevevano il marchio IBA e diventavano per il sistema politico / amministrativo di prima priorità; su questi confluivano tutte le risorse normalmente disponibili per l'incentivazione industriale, per la bonifica delle aree, per le energie alternative, per l'occupazione, per il sostegno alla disoccupazione, per il riequilibrio territoriale ecc.
La struttura dell'IBA, forte di circa 300 dipendenti, non gestiva direttamente finanziamenti ma fondamentalmente fluidificava le decisioni, organizzava incontri, convocava conferenze di servizi, forniva consulenza organizzativa e manageriale, tutte operazioni strategiche in una situazione fortemente stratificata in cui antiche strutture organizzative cariche di poteri decisionali, pur obsolete e poco utili nel nuovo quadro operativo, si ostinavano a mantenere posizioni e privilegi.
Accanto a quest'opera di mediazione, altrettanto importante è stata l'impostazione psicologica che ha caratterizzato l'operazione, finalizzata a ristabilire tra la popolazione e il territorio l'antico orgoglio dell'appartenenza. Se ecologia e lavoro erano gli obiettivi, coordinamento e coinvolgimento sono strati gli strumenti. Ogni singola e sia pur elementare azione è stata annunciata, sbandierata, dichiarata per riuscire a portare la gente nelle sale, convincerla a leggere i giornali e seguire l'evoluzione dei progetti e la loro dinamica come si trattasse di un campionato di cacio. I passaggi, i fischi di sospensione, le rimesse laterali e le conclusioni venivano seguiti e commentati dalle radio e dai media, stimolati in questo dall'apparato dell'IBA forte di giornalisti, psicologi, sociologi, facilitatori, fotografi tutti protesi a vendere la trasformazione del territorio come avvenimento corale. È qua che si concretizza e trova la sua più efficace attuazione quella strategia denominata marketing urbano che è riuscito a stabilire nuova alleanza tra la società e il sistema. Mentre alcuni dei vecchi minatori continuano a frequentare le gallerie e le sale macchine nella nuova veste di guide e ciceroni di un passato che non vuol essere dimenticato, numerosissime nuove piccole industrie soprattutto nel settore informatico, nella distribuzione e nell'artigianato occupano gli antichi spazi frazionati dall'ente pubblico e rimessi a disposizione dei privati. Il livello culturale è molto cresciuto grazie a scuole superiori e università concretamente finalizzate allo sviluppo; una parte degli antichi canali in cemento sono stati naturalizzati; molte delle grandi industrie che hanno fatto la storia della Ruhr sono state trasformate in pachi aperti al pubblico; i villaggi dei turchi sono stati restaurati e dotati di piccoli orti privati; i monumenti più importanti ripuliti e lustrati per nuove destinazioni culturali; l'aria è tersa e la povere nera che un decennio prima copriva ogni cosa, è solo un ricordo. Il nuovo si intreccia al vecchio portando nuove letture e nuovi significati. Il difficile passaggio oggi è compiuto.
Fonte
Siccome un'immagine vale più di mille parole...
Era una delle aree più industrializzate del mondo. Carbone e acciaio ne disegnavano la struttura urbana e sociale: le profonde gallerie che, svuotando dall'interno, producevano incredibili subsidenze, le grandi cokerie, i depositi immensi come cattedrali, la rete delle ferrovie, le zone abitate dagli operai che crescevano come anelli intorno alle aree industriali, il fiume Emscher usato come collettore delle acque nere perché qualunque conduttura interrata sarebbe stata frantumata dai movimenti del sottosuolo, le montagne di detriti tanto vaste da muovere l'orizzonte altrimenti assolutamente piatto. La grande ricchezza prodotta trovava riflesso nella dignità delle “sale paga” in cui i minatori in fila ricevevano compenso per il duro lavoro, nei fregi delle stazioni, nella ricercata eleganza di alcune strutture industriali in cui la razionalizzazione dei processi ci teneva a mostrarsi come immagine simmetrica e volumetricamente scandita nei piani e nelle vibrazioni dei materiali.
Poi quasi all'improvviso i tempi sono cambiati: i filoni utili sono risultati troppo profondi, il carbone è diventato poco gradito nelle società ricche data la sua carica inquinante, l'acciaio non era più materiale strategico. La grande Ruhr per cui si erano nel tempo mobilitati gli eserciti e le diplomazie, ha perso smalto, appetibilità, interesse. Una dopo l'altra le miniere hanno chiuso i battenti, le cokerie non fumavano più, la matassa dei binari che affettavano le aree urbanizzate è arrugginita, l'erba è spuntata tra il groviglio dei tubi nelle fabbriche dimesse; così un po' di turchi sono tornati in patria e molti industriali si sono trasferiti altrove. Ma il progredire minaccioso della disoccupazione in una regione che per decenni aveva richiamato immigrati da tutto il mondo, ha impaurito e prostrato una popolazione formata per la stragrande maggioranza da dipendenti di grandi strutture e quindi per sua natura poco imprenditoriale. I relitti di un passato che non poteva tornare si ergevano imponenti a segnare un paesaggio che ora per la prima volta nella storia si mostrava agli occhi degli abitanti solo nei suoi termini negativi, grigi, sporchi, squallidi, poveri. Nella terra abituata all'orgoglio dei primati (la ciminiera più alta, il gasometro più grande, la rete ferroviaria più capillare, la miniera più profonda, l'acciaieria più specializzata) si faceva strada l'alcolismo, la droga, la depressione. Persino l'orientamento politico, assieme allo scontento ed alla protesta, stava repentinamente cambiando e la “rossa” Ruhr si orientava sempre più a destra.
Poi a qualcuno è venuto in mente di trasportare l'idea dell'IBA (Internationale Bauausstellung = mostra internazionale di architettura) che era riuscita a imporre Berlino all'attenzione della cultura contemporanea, sulla sporca area dell'Emscher, il fiume/cloaca che tuttavia conservava nei ritagli e nelle pieghe delle aree industrializzate, ai confini tra una miniera e l'altra, tra un comune e quello vicino, vasti fazzoletti dimenticati di verde. Naturalmente una IBA con obiettivi e strategie diversi. In questo caso non erano determinanti le grandi firme, l'esibizione di griffe altisonanti, la mostra dei modelli che l'architettura stava elaborando per rispondere alle mutate esigenze quantitative della ricostruzione post bellica. Nella Ruhr era importante ricucire, restituire logica e significato a dinosauri senz'anima e senza speranza, ripulire e bonificare l'area, soprattutto reinnescare processi di affezione e di appartenenza. Solo dieci anni a disposizione (1990-2000) per far nascere piccole imprese, per dotare gli abitanti di una mentalità più dinamica, per ridisegnare la geografia delle strade e persino di molte città cresciute come atolli intorno a miniere che non c'erano più e la cui chiusura aveva interrotto attraversamenti reali o solo mentali. L'IBA Emscher Park, gestita in maniera mirata e coinvolgente, a volte quasi visionaria da Karl Ganser, il direttore con pieni poteri, si è mossa per scelta politica chiara lungo due coordinate che volta per volta stabilivano l'efficacia e la graduatoria del singolo progetto: lavoro ed ecologia. Ogni iniziativa, ogni proposta, ogni suggerimento doveva rispondere prioritariamente a questi due imperativi: creare opportunità d'impiego e contribuire a riqualificare il territorio. I progetti “adottati” ricevevano il marchio IBA e diventavano per il sistema politico / amministrativo di prima priorità; su questi confluivano tutte le risorse normalmente disponibili per l'incentivazione industriale, per la bonifica delle aree, per le energie alternative, per l'occupazione, per il sostegno alla disoccupazione, per il riequilibrio territoriale ecc.
La struttura dell'IBA, forte di circa 300 dipendenti, non gestiva direttamente finanziamenti ma fondamentalmente fluidificava le decisioni, organizzava incontri, convocava conferenze di servizi, forniva consulenza organizzativa e manageriale, tutte operazioni strategiche in una situazione fortemente stratificata in cui antiche strutture organizzative cariche di poteri decisionali, pur obsolete e poco utili nel nuovo quadro operativo, si ostinavano a mantenere posizioni e privilegi.
Accanto a quest'opera di mediazione, altrettanto importante è stata l'impostazione psicologica che ha caratterizzato l'operazione, finalizzata a ristabilire tra la popolazione e il territorio l'antico orgoglio dell'appartenenza. Se ecologia e lavoro erano gli obiettivi, coordinamento e coinvolgimento sono strati gli strumenti. Ogni singola e sia pur elementare azione è stata annunciata, sbandierata, dichiarata per riuscire a portare la gente nelle sale, convincerla a leggere i giornali e seguire l'evoluzione dei progetti e la loro dinamica come si trattasse di un campionato di cacio. I passaggi, i fischi di sospensione, le rimesse laterali e le conclusioni venivano seguiti e commentati dalle radio e dai media, stimolati in questo dall'apparato dell'IBA forte di giornalisti, psicologi, sociologi, facilitatori, fotografi tutti protesi a vendere la trasformazione del territorio come avvenimento corale. È qua che si concretizza e trova la sua più efficace attuazione quella strategia denominata marketing urbano che è riuscito a stabilire nuova alleanza tra la società e il sistema. Mentre alcuni dei vecchi minatori continuano a frequentare le gallerie e le sale macchine nella nuova veste di guide e ciceroni di un passato che non vuol essere dimenticato, numerosissime nuove piccole industrie soprattutto nel settore informatico, nella distribuzione e nell'artigianato occupano gli antichi spazi frazionati dall'ente pubblico e rimessi a disposizione dei privati. Il livello culturale è molto cresciuto grazie a scuole superiori e università concretamente finalizzate allo sviluppo; una parte degli antichi canali in cemento sono stati naturalizzati; molte delle grandi industrie che hanno fatto la storia della Ruhr sono state trasformate in pachi aperti al pubblico; i villaggi dei turchi sono stati restaurati e dotati di piccoli orti privati; i monumenti più importanti ripuliti e lustrati per nuove destinazioni culturali; l'aria è tersa e la povere nera che un decennio prima copriva ogni cosa, è solo un ricordo. Il nuovo si intreccia al vecchio portando nuove letture e nuovi significati. Il difficile passaggio oggi è compiuto.
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Siccome un'immagine vale più di mille parole...
26/02/2012
Bagnoli, “l’altra Eternit” dove non è stata fatta giustizia. Nessun risarcimento né bonifica
“In questi giorni ho riletto quella poesia di Totò che dice che la morte
è una livella, davanti a lei tutti siamo uguali. Ma questa sentenza
sembra sostenere il contrario”. Il 13 febbraio Enzo Sansone non ha esultato. Per lui che a causa dell’amianto ha perso entrambi i genitori a Torino giustizia non è stata fatta. La sua è la storia dell’altra Eternit, quella napoletana, che ha perso due volte: prima il diritto alla vita, poi quello al risarcimento. Perché la sentenza che ha condannato i vertici dell’azienda a sedici anni di reclusione per disastro doloso e omissione di cautele,
ha tenuto conto solo dei reati commessi dal 13 agosto 1999 in poi,
escludendo di fatto dal risarcimento gli operai di Reggio Emilia e di
Bagnoli e spaccando in due l’Eternit e l’Italia: da un lato il Piemonte, con gli stabilimenti di Casale Monferrato e Cavagnolo, dall’altro l’Emilia e la Campania.
Nella periferia ovest di Napoli le fibre di amianto
hanno tolto la vita a 466 persone, mentre altre 148 sono costrette
ancora oggi a convivere con tumori e malattie legate all’esposizione
all’asbesto. Ma si sono ammalate troppo presto e il diritto al
risarcimento è stato prescritto. In sede processuale non è servito
citare i dati medici allarmanti di Bagnoli, con tassi di malattie
tumorali decine di volte più alti della media. Come nel caso del mesotelioma,
“una malattia che in condizioni di normalità colpisce una persona ogni
centomila, e che invece qui ha ammazzato otto operai su cento”, dice Massimo Menegozzo, consulente del sostituto procuratore Raffaele Guariniello
nel processo di Torino. Né ha aiutato ricordare che il picco di
malattie tumorali a Bagnoli è previsto per il 2020. E non solo per colpa
della Eternit. Nell’area classificata dal ministero dell’Ambiente tra i siti di interesse nazionale a causa dell’inquinamento, c’è quel che resta dell’Italsider e della Cementir,
altre due bombe ecologiche che hanno lasciato sul territorio morte e
desolazione. E i cui terreni, come quelli della fabbrica di tubi di
amianto, non sono ancora stati del tutto bonificati. Mancano i soldi, e
non arriveranno neppure quelli che sarebbero spettati come risarcimento
alla Regione Campania, parte civile al processo di Torino.
Intanto, a pochi passi da quel che resta delle vecchie fabbriche continuano a vivere migliaia di persone. “Sotto gli alberi dell’area Eternit sono ancora ammassati sacchi bianchi pieni di amianto – protesta Sansone – E proprio accanto ai terreni ancora inquinati ci sono case e palazzi, dove c’è gente in carne e ossa. Ecco perché siamo determinati ad andare avanti: in questo territorio il reato non è prescritto, non è finito”. Tra poco meno di tre mesi saranno pubbliche le motivazioni della sentenza. “Solo allora – affermano gli avvocati degli operai napoletani – potremo impugnarla e ricorrere in appello”. Per ora, tuttavia, un primo spiraglio l’ha lasciato aperto lo stesso Guariniello, che ha assicurato che nel “procedimento per omicidio verranno presi in considerazione i morti, sia tra i lavoratori sia tra i cittadini, non solo di Casale Monferrato e di Cavagnolo, ma anche di Rubiera e di Bagnoli”. Il primo passo, però, resta il ricorso in appello, cui potrebbe seguire l’apertura di un altro fronte processuale, questa volta a Napoli, con l’obiettivo di portare in Tribunale per disastro ambientale tutte le fabbriche del napoletano che negli anni hanno utilizzato o prodotto amianto: dall’Eternit all’Italsider, dalla Sofer alla Italtubi, dalla Federconsorzi alla Cementir. Tutti uniti, in un unico processo che restituisca giustizia e dignità a un territorio martoriato e a chi nell’intera provincia, e non solo a Bagnoli, a causa dell’amianto ha perso la vita.
Fonte.
Intanto, a pochi passi da quel che resta delle vecchie fabbriche continuano a vivere migliaia di persone. “Sotto gli alberi dell’area Eternit sono ancora ammassati sacchi bianchi pieni di amianto – protesta Sansone – E proprio accanto ai terreni ancora inquinati ci sono case e palazzi, dove c’è gente in carne e ossa. Ecco perché siamo determinati ad andare avanti: in questo territorio il reato non è prescritto, non è finito”. Tra poco meno di tre mesi saranno pubbliche le motivazioni della sentenza. “Solo allora – affermano gli avvocati degli operai napoletani – potremo impugnarla e ricorrere in appello”. Per ora, tuttavia, un primo spiraglio l’ha lasciato aperto lo stesso Guariniello, che ha assicurato che nel “procedimento per omicidio verranno presi in considerazione i morti, sia tra i lavoratori sia tra i cittadini, non solo di Casale Monferrato e di Cavagnolo, ma anche di Rubiera e di Bagnoli”. Il primo passo, però, resta il ricorso in appello, cui potrebbe seguire l’apertura di un altro fronte processuale, questa volta a Napoli, con l’obiettivo di portare in Tribunale per disastro ambientale tutte le fabbriche del napoletano che negli anni hanno utilizzato o prodotto amianto: dall’Eternit all’Italsider, dalla Sofer alla Italtubi, dalla Federconsorzi alla Cementir. Tutti uniti, in un unico processo che restituisca giustizia e dignità a un territorio martoriato e a chi nell’intera provincia, e non solo a Bagnoli, a causa dell’amianto ha perso la vita.
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