Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2020

La privatizzazione dell’emergenza coronavirus in Lombardia. Un’ipoteca sul futuro, da battere

Su quanto sta accadendo in questi giorni in Lombardia, facciamo così. Noi segnaliamo alcuni fattori, voi collegate i punti e insieme tiriamo fuori una chiave di lettura.

Il 10 marzo il governatore della Lombardia riapre il fuoco contro il governo sulla gestione dell’emergenza coronavirus e annuncia che gli interventi della Protezione Civile in Lombardia saranno affidati a Guido Bertolaso, creando così uno sdoppiamento su base “regionale” della struttura nazionale guidata da Borrelli e che ha il compito di coordinare gli interventi da Trento a Siracusa.

Il 16 marzo Bertolaso rientra in Italia e viene spammato come uomo della provvidenza da tutto il sistema massmediatico vicino alla Lega e dai network Mediaset. La Rai fa buon viso a cattivo gioco. Alle 16:30 dello stesso giorno del suo rientro, Bertolaso insieme a Fontana e agli assessori regionali Gallera (sanità) e Caparini (bilancio) fa un sopralluogo ai padiglioni della Fiera di Milano dove l’establishment lombardo ha deciso che dovrà prendere corpo l’ospedale ex novo definito come il “miracolo italiano”, anzi, pardòn, lombardo. “Evidente quindi che la giunta lombarda voglia tentare di riconquistare prestigio con un’opera tutta “sua”, un nuovo ospedale realizzato “alla cinese” in pochi giorni” scrivevamo alcuni giorni fa.

Il 17 marzo si rende pubblico che il capo di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha effettuato una donazione da 10 milioni di euro alla Regione Lombardia per l’acquisto di materiale sanitario per affrontare l’emergenza sanitaria della Covid-19. I soldi di Berlusconi, ovviamente, andranno a contribuire alla realizzazione del reparto di 400 posti di terapia intensiva presso la Fiera di Milano “o, eventualmente, per altre emergenze”. “Grazie Presidente per questo gesto d’amore per la sua città e per il suo Paese”, ha twittato immediatamente Bertolaso sul suo profilo.

A distanza di poche ore anche un altro boss del capitalismo “lombardo”, il patron di Esselunga Giuseppe Caprotti (figlio del fondatore Bernardo), ha annunciato donazioni da 10 milioni ma sempre per il padiglione alla Fiera di Milano. Altri 10 milioni sono arrivati dal marchio multinazionale della moda Moncler. Della partita di finanziamenti a questa vera e propria regionalizzazione e privatizzazione della Protezione Civile e dell’emergenza sanitaria in Lombardia, hanno deciso di far parte anche altri soggetti privati come Fondazione Invernizzi, Allianz e Sapio.

Regione Lombardia ha invece respinto al mittente la proposta venuta da un gruppo di medici per una soluzione alternativa al padiglione Covin 19 alla Fiera di Milano ossia ripristinare un padiglione in disuso dell’ospedale di Legnano. “È tutto pronto, non ci sarebbero sprechi” hanno scritto in una lettera. L’ospedale già esistente si trova a poca distanza dalla zona fiera ed è in possesso di due padiglioni realizzati e predisposti 10 anni fa con tutte le attrezzature che oggi sarebbero utili per l’emergenza Coronavirus. Nella lettera si legge che sono già disponibili camere attrezzate per l’ossigeno, una rianimazione e reparti di terapia intensiva che sono chiusi da tempo, “mentre resta aperto e funzionante in una struttura nuovissima un prezioso laboratorio di analisi”. In serata l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera ha fatto però sapere di aver già eseguito nei giorni scorsi i dovuti controlli, a suo avviso, per essere pronta, la struttura avrebbe bisogno di almeno 6 mesi.

Prevedibile l’immediato endorsement della Lega all’operazione messa in piedi in Lombardia. “Attilio Fontana sta lavorando e sarebbe un miracolo italiano aprire un ospedale da 500 posti letto nei padiglioni della Fiera di Milano in poco tempo” ha detto il leader della Lega Matteo Salvini.

Allora provate a collegare tra loro tutti questi fattori. Quella messa in piedi alla Fiera di Milano si sta rivelando una iniziativa tutta gestita dai privati, in aperta competizione con la gestione centralizzata dell’emergenza coronavirus sia sul piano sanitario sia della protezione civile, con il pieno avallo della Regione Lombardia e del mondo del business lombardo.

È una operazione che cercherà sin da ora di ipotecare lo scenario del post emergenza sulla base di un criterio molto nitido e molto cinico: nessuno pensi di rimettere in discussione il modello di aziendalizzazione e privatizzazione della sanità costruito in Lombardia in questi anni, né le ambizioni di piena autonomia della regione più ricca dallo Stato (autonomia differenziata, ndr) che in queste settimane ha subito dei duri rovesci.

Nonostante l’emergenza coronavirus abbia dimostrato tutta la fallacità sia del modello sanitario che della regionalizzazione ossessiva della Lombardia.

Ma questa aggiunta è farina del nostro sacco, cioè la nostra tesi. Fatevi la vostra.

Infine, per non dare l’impressione di essere prevenuti, segnaliamo che nel resto del paese e in particolare nel Lazio, il magnate romano Caltagirone (costruzioni, editoria, Acea etc.) si è rivelato più democristiano e con le braccine più corte, come da tradizione. Infatti ha donato “solo” 1 milione di euro per il contrasto dell’epidemia di coronavirus ma ripartito esattamente. Nel dettaglio si tratta di due distinte donazioni da 500 mila euro.

La prima verrà eseguita da Immobiliare Caltagirone (Ical), società personale della famiglia al cui capitale partecipano il Cavaliere del lavoro Francesco Gaetano Caltagirone e i figli Azzurra, Alessandro e Francesco junior, è andrà a favore del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma (ospedale religioso). La seconda donazione è stata deliberata, invece, dal cda del Gruppo Caltagirone, guidato da Francesco Gaetano Caltagirone, e prenderà la via dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma (ospedale pubblico).

La donazione di Caltagirone al Gemelli si aggrega al combinato disposto messo in piedi dalla Regione Lazio che, per prepararsi all’emergenza coronavirus, ha preferito finanziare con soldi pubblici l’ospedale privato Columbus (di proprietà del Gemelli e pieno di debiti) invece che strutture pubbliche. Ma questa è un’altra misera storia. Ne parleremo presto.

Abbiamo fatto la promessa di non fare sconti a nessuno, anche ai tempi del coronavirus, perchè se qualcuno pensa che tutto possa o debba tornare come prima, sta commettendo un grosso errore.

Fonte

27/05/2016

Firenze. Le mani dei renziani sull’acqua, il nuovo petrolio

La voragine che si è aperta sul Lungarno, in pieno centro, a due passi da Ponte Vecchio, è un cazzotto in faccia al renzismo. Tutta la presunta “efficienza” del decidere senza ascoltare nessuno – tantomeno i cittadini – è sprofondata insieme alle auto parcheggiate in quel punto.

Nonostante il pervicace silenzio osservato dal più cinguettante dei premier (quello che un anno fa tuonava “vergogna” contro il sindaco di Messina per la rottura di un acquedotto gestito da... privati), è ormai evidente a tutti che questo crollo certifica quanto valga la classe “politica” emersa al seguito del contafrottole in odor di massoneria: meno dei fondali di cartone celebri al tempo del fascismo storico.

I cittadini del Comitato Gavinana – che su sanità ed acqua pubblica hanno dimostrato di poter “addentare” il potere fiorentino – segnalano questa ricostruzione degli assetti proprietari di Publiacqua, il management storico dell’azienda e le sue politiche di gestione. Tratto da lettera43.it.

“In Publiacqua si intrecciano gli interessi del Giglio magico, dei francesi di Suez e di Caltagirone. Gli utili? Pochi in manutenzione, tanti agli azionisti, tra cui Acea“.

Buona lettura…

*****

Alessandro Da Rold

A poco più di 24 ore dal crollo su Lungarno Torregiani di Firenze per le perdite all’acquedotto, c’è già una poltrona che inizia a cigolare nel consiglio di amministrazione di Publiacqua, società partecipata da Acea (40%) e dal Comune di Firenze più altri enti locali (60%), che gestisce il sistema idrico di una buona fetta di comuni in Valdarno.

È quella dell’amministratore delegato Alessandro Carfì, tirato in ballo dal sindaco fiorentino Dario Nardella – successore del premier Matteo Renzi e suo braccio destro in città – per responsabilità e per presunti ‘errori umani’ sulla voragine che ha squarciato una delle città più belle d’Italia e del mondo.

Carfì non è un nome qualunque. Perché si tratta dell’unico non renziano nel board della municipalizzata dove presidente è il renzianissimo Filippo Vannoni, collezionista di incarichi pubblici, consulente del governo, marito di Lucia De Siervo, figlia di Ugo De Siervo, ex presidente della Corte costituzionale.

L’INCHIESTA DELLA MAGISTRATURA. La magistratura ha aperto un’inchiesta per crollo colposo e non è detto che nei prossimi giorni possano partire i primi avvisi di garanzia.

Certo fa un certo effetto vedere il nome di Carfì già traballante, anche perché questo giovane ingegnere romano, classe 1968, è arrivato in Publiacqua appena due anni fa, dopo una lunga guerra di potere e di poltrone tra il Partito democratico, l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, quello di Firenze Matteo Renzi, i francesi di Suez e il gruppo Caltagirone, questi ultimi azionisti di Acea al 12% e al 15%.

D’altra parte la nomina di Carfì, marito dell’ex assessore al Comune di Roma Alessandra Cattoi, fedelissima di Marino, arrivò proprio alla fine di un lungo braccio di ferro che portò poi Alberto Irace, ex amministratore delegato di Publiacqua, in Acea da numero uno.

IL BUCO DI ROMA E I DEBITI DI ACEA. Del resto sono molto delicati gli equilibri tra la società che gestisce il servizio idrico di Firenze e la municipalizzata romana, da anni indebitata e tra le cause del buco milionario di Roma Capitale. È una partita che riguarda la gestione dell’acqua pubblica nel centro Italia e che segue una polemica annosa proprio su Publiacqua, perché da almeno sei anni tante associazioni, come il laboratorio politico Per un’altra città di Ornella De Zordo, la stessa Federconsumatori o il Forum Italiano dei movimenti per l’Acqua, hanno sollevato dubbi sulla gestione di una società che, dall’inizio della gestione renziana nel 2009, ha mantenuto bollette tra le più care in Italia (a Firenze un cittadino paga quasi quattro volte quanto sborsa un milanese: 301 euro contro 82 per 120 metri cubi l’anno) continuando a macinare utili senza però investire adeguatamente sulla manutenzione degli impianti, con tubature ferme ai tempi di ‘Firenze Capitale e alla Belle Epoque’ e sprechi di acqua pari al 51% (dati 2015, ndr), citando il bilancio del 2010 firmato dall’ex presidente Erasmo D’Angelis, ora direttore de l’Unità.

Esposti in procura e soldi ‘scomparsi’

Come mai Publiacqua non ha mai investito nella manutenzione?

Già nel 2014 il Forum per l’Acqua pubblica di Rosanna Crocini chiese spiegazioni all’Autorità Idrica dove fossero finiti ben 69 milioni di investimento della società nel triennio che va dal 2010 al 2013. «Non abbiamo mai ricevuto risposta e abbiamo fatto diversi esposti alla magistratura», spiega a Lettera43.it.

Non solo. Sempre in un esposto alla procura di Pistoia, il Forum dell’acqua ipotizzava il reato di appropriazione indebita. Il riferimento era alla quota tariffaria del 7% come remunerazione garantita degli investimenti che il referendum del giugno 2011 sull’acqua pubblica aveva eliminato ma rimasta in bolletta.

Dove sono finiti quei soldi? L’unica certezza è che gli incrementi tariffari – i ricavi dal 2002 al 2010 sono pari al 92%, quasi raddoppiati – non hanno generato aumenti proporzionali negli investimenti.

I RAPPORTI CON ACEA E IL RUOLO DI GIANI. Parte dei problemi risiedono anche nel rapporto con Acea, perché la maggior parte dei profitti di Publiacqua – un’azienda che da qui al 2021 prevede un incremento di utili di quasi il 150%, con livelli di crescita da far invidia alle imprese petrolifere – vanno proprio nella municipalizzata romana, che è socio di minoranza, ma che in realtà ha le redini della società toscana.

Anche per questo motivo il consiglio di amministrazione di Publiacqua è il ritratto di un delicato equilibrio di poteri, ben rappresentato da Giovanni Giani, manager Suez dal 1987, consigliere di amministrazione sia a Firenze sia a Roma, sia nelle altre piccole partecipate toscane come Acque Blu Fioretine o Nuove Acque Spa.

Giani è pure nell’Aicom, la società di ingegneria che controlla la startup Cys4 di Marco Carrai impegnata nel settore della cybersecurity. «È il modello di gestione dell’acqua pubblico-privato che piace tanto a Renzi e che impone di investire gli utili in parte nella remunerazione del capitale e in parte in fondo investimenti, anziché nella manutenzione delle strutture come sarebbe necessario», scrive in una nota ‘Per un altra Città’, dove si ricorda che  non è stato ancora fatto nulla per «l’amianto che ancora accompagna ben 225 km di tubature di Publiacqua».

INGEGNERIA TOSCANA E LE GARE SOTTO LA SOGLIA DI CONTROLLO. Altri dubbi sono sorti dopo la nascita di Ingegneria Toscana Srl nel 2010, altra controllata di Publiacqua nata sotto la gestione di D’Angelis. Un poltronificio politico che nel solo 2015 ha gestito oltre 200 gare, trasformandosi di fatto in una stazione d’appalto dove la maggior parte delle gare risulta con un solo partecipante e altre riguardano importi di 39.900 euro, fissati per evitare il limite di 40 mila euro che rende necessario il controllo dell’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici.

Del resto Publiacqua è da sempre la fucina della classe dirigente renziana: nell’attuale consiglio di amministrazione siede Simone Barni, organizzatore del Pd di Prato, poi Andrea Bossola, anche lui in arrivo da Acea, quindi Carolina Massei, coordinatrice della Leopolda.

Un tempo nel consiglio di amministrazione sedeva anche Maria Elena Boschi, attuale ministro per le Riforme.

Insomma il Giglio magico ha da anni le mani nell’acqua che, come insegna Michael Burry, il titolare dell’Hedge Found Scion Capital interpretato da Christian Bale nel film The Big Short, è il vero investimento da fare nel futuro. Forse più del petrolio.

Fonte

14/04/2016

Napoli. Espropri e sfratti a Coroglio per la speculazione renziana su Bagnoli

“Nemmeno un centimetro di cemento in più” aveva giurato il leader più menzognero del presente. Neanche il tempo di ripartire da Napoli, dopo aver incitato il “commissario” per Bagnoli, Salvo Nastasi, e cercato di rianimare la candidatura appassita di Valeria Valente, ed ecco partire una raffica di sfratti nella zona di Coroglio.

Tutto ufficiale, nessuna “voce” sparata ad arte da qualche “gufo”. E’ infatti Il Mattino, organo locale di prorprietà dell’immobiliarista Caltagirone (ma deve essere solo una sfortunata coincidenza…), a pubblicare un’intera pagina di “comunicazione istituzionale a pagamento” dove si annuncia, tra l’altro, l’esproprio delle case di Coroglio. Si tratta di un antico borgo marinaro, casualmente a circa 200 metri dalla fabbrica Cementir, altrettanto casualmente di proprietà dello stesso Caltagirone. Parliamo di case di proprietà privata, esercizi commerciali, ecc. Il quotidiano dell’immobiliarista non esita a pubblicare tutti i nomi di chi, secondo Renzi e i poteri che lo tengono in piedi, se ne deve andare per dare spazio ad alberghi, bar e “parchi verdi”.

Si tratta complessivamente di 200-230 abitazioni, abitati al momento da circa 1000 persone. Parte immediatamente la mobilitazione, si apre una pagina fb (Coroglio non si tocca), il tono è chiaro fin dalle prime battute raccolte da Identità insorgenti tra gli abitanti che rischiano di finire per strada: “Noi non ce ne andiamo, sia chiaro: abbiamo la convocazione giovedì in prefettura di Invitalia per parlare dell’esproprio e venerdì in chiesa a Coroglio alle ore 18 abbiamo una riunione con tutti i cittadini di Coroglio e Bagnoli. Faremo resistenza”.

Il piano renziano è completamente diverso da quelli fin qui proposti: “il piano di allora prevedeva che le case sarebbero state ripristinate e non abbattute. Invece con Renzi è tutto cambiato: si parla di espropri e abbattimenti”.

 

24/12/2014

Roma. Nuovo stadio? Se la godono solo i palazzinari "amici"


Con 29 voti favorevoli, 8 contrari e 3 astenuti, il consiglio comunale di Roma ha approvato la delibera che prevede il riconoscimento di pubblico interesse e la fattibilità del nuovo stadio della Roma nell'area di Tor di Valle. Dal Campidoglio, quindi, è arrivato il via libera definitivo alla costruzione del futuro impianto della società giallorossa. Il riconoscimento di “pubblico interesse” creerà una corsia preferenziale per il progetto sia negli espropri sia nei rapporti con i soggetti privati. “Un’opera che farà parte della storia dell’architettura”, l’aveva definita il sindaco Ignazio Marino. Un regalo mastodontico alla speculazione e ai costruttori amici replichiamo noi e siamo in grado di dimostrarlo. Ad esempio nelle foto che sono state fatte circolare (vedi sopra) si vede il progetto del solo stadio della Roma, quella che abbiamo pubblicato lunedì (e riportata qui sotto), ripresa da siti statunitensi ai quali corrisponde la proprietà della società A.S. Roma, ci mostrano invece il progetto complessivo. E’ evidente anche ad occhio nudo che lo Stadio della Roma sia solo un “dettaglio”. Intanto la gente e i comitati dei quartieri investiti dal progetto - e che a questo si erano opposti - hanno iniziato uno sciopero della fame di protesta.


Come noto l’operazione “Stadio della Roma” vede destinata all’opera in questione solo una percentuale tra il 14 e il 20%  delle cubature di questa operazione immobiliare dal valore immenso che dovrebbe vedere la luce nell’area dell’ex ippodromo di Tor di Valle, nel quadrante sud ovest della Capitale. Si tratta del quadrante sito tra la città e il Litorale, in un’area che storicamente avrebbe voluto edificare il number one dei costruttori romani – Caltagirone – e che invece gli è stata soffiata dai nuovi e rampanti costruttori – come i Parnasi – amici delle giunte di centro-sinistra al Comune e alla Provincia, dal modello Roma di Veltroni a oggi. Ciò spiega le bordate contro l’opera riservate dal giornale romano di proprietà di Caltagirone: Il Messaggero. Ma, al di là della durissima competizione in corso tra i costruttori della Capitale (poco più in là sull’autostrada Roma Latina si sta consumando un’altra guerra, quella tra l’Acer e il grande gruppo Salini-Impregilo), le dimensioni dell’opera impattano pesantemente sul territorio. Se al nuovo Stadio della Roma andranno solo il 14-20% delle cubature, chi si avvantaggerà del rimanente 80-86%?

Sicuramente il costruttore Luca Parnasi, quello che di fatto sta facendo il bello e il cattivo tempo nel quadrante sud-ovest della città, cioè quello dove dovrebbe sorgere la struttura monstre – di fatto un nuovo quartiere – di cui lo stadio, come abbiamo visto, è solo una piccola parte. L’intera zona una volta valorizzata dall’avveniristico impianto sportivo e dal miglioramento di servizi e rete viaria, potrebbe acquistare un valore simile a quella dell’Eur. Ciò significa un guadagno notevole per la Eurnova Srl  ossia la società di Parnasi che insieme alla As Roma ha presentato il progetto per un valore che oscillerebbe tra i 500 e gli 800 milioni di euro.

Secondo una interessante inchiesta realizzata da Il Fatto “L’accordo tra il Comune e il costruttore ha come cornice legale la legge 147/2013 e risale a marzo: Eurnova, società del gruppo Parsitalia che fa capo a Parnasi, costruisce lo stadio e, in cambio delle opere infrastrutturali, ottiene “a titolo di compensazione, per il raggiungimento dell’equilibrio economico finanziario complessivo – si legge nello studio di fattibilità portato all’attenzione del Campidoglio – la realizzazione di un ulteriore SUL a destinazione direzionale e commerciale”. E’ il cosiddetto “Business Park“, un’area da 318.702 mq su cui sorgeranno uffici e attività commerciali, come spiegato nella tabella 11 dello studio. Una rivoluzione per una zona che al momento è considerata piena periferia. La costruzione di un complesso come quello immaginato nel progetto dell’As Roma comporterebbe l’apprezzamento dell’intera area, che in base all’accordo con il costruttore verrà dotata di tutti i servizi necessari: all’adeguamento di via Ostiense con l’allaccio alla Roma-Fiumicino e della Roma-Lido si sono aggiunti il 22 agosto il prolungamento della metro B per far sì che almeno il 50% dei tifosi arrivi allo stadio in metro, un ponte pedonale e un parco sul Tevere. Risultato: vendere o affittare immobili nella zona sarà molto più redditizio di quanto non sia ora, un vero affare per chi costruirà”.

Quanto verranno a costare gli uffici e i locali commerciali del Business Park una volta che il complesso vedrà la luce? Nella tabella 11 della studio di fattibilità si trova la destinazione d’uso degli oltre 318 mila mq previsti: 4.760 mq per i “pubblici esercizi” ovvero “Bar&Restaurants”; 20.000 mq per i servizi alle persone; 15.200 per il settore “turistico ricettivo“; 278.242 destinati al direzionale privato, ovvero gli uffici. Stando ai prezzi indicati dall’Agenzia delle Entrate per l’Eur, moltiplicando i 278.242 mq degli uffici per 6.200 euro al mq, si evince che la loro vendita frutterà qualcosa come 1.725.100.400,00 euro: un miliardo, 725 milioni e rotti. Assimilando i 4.760 mq dei “pubblici esercizi” ai 20.000 mq dei servizi alle persone (locali commerciali destinati ad ospitare principalmente palestre e centri benessere) e ai 15.200 mq destinati a diventare alberghi (per i quali nessun ente aveva quote a disposizione, ma che in realtà costerebbero molto di più) e moltiplicandoli per 6.300 euro al mq si arriva ad un ricavo di 251.748.000,00 euro una volta piazzati sul mercato. In tutto qualcosa come un miliardo e 976 milioni (1.976.848.400,00 euro).

A questa cifra vanno tolti i costi che la società avrà dovuto sostenere. Nello studio di fattibilità si legge che i proponenti calcolano che costruire costerà 1.730 euro al mq, cifra che moltiplicata per i 318.702 mq del Business Park fa 551.354.460,00 euro. Cui vanno aggiunti i 320 milioni per acquisire il diritto a costruire il Business Park (270 previsti nel primo studio di fattibilità più ulteriori 50 frutto dell’accordo raggiunto con Marino a New York), oltre ai 40 milioni investiti per acquisire l’area iniziale dell’ippodromo. Il totale è di 911.354.460 euro, che sottratti ai 1.725.100.400 di ricavi lasciano un netto di 813.745.940 euro. Oltre 800 milioni. Questo nella più rosea delle ipotesi. Nella peggiore, invece, dalla simulazione emerge come moltiplicando i 278.242 mq di uffici per 4.300 euro al mq si ha un ricavo di 1.196.440.600, cui vanno aggiunti 167.832.000 euro di possibili vendite del commerciale, per un totale di 1.364.272.600 euro. Il netto? Quasi 453 milioni.

Pertinente anche la domanda con cui si conclude l’inchiesta de Il Fatto: “Il nodo da sciogliere resta quindi lo stesso: il nuovo stadio della Roma è un’opera di interesse pubblico? Per ora l’unico interesse evidente è quello di Parnasi”.

Ma Parnasi ha già incassato parecchio dal suo rapporto speciale con le giunte di centro-sinistra. E lo stesso Parnasi con le sue operazioni sembra godere di una straordinaria indulgenza da parte di diverse associazioni ambientaliste e urbaniste che non è stata riservata ad altri palazzinari romani.

Sul boom di Parnasi a Roma Contropiano ha realizzato in questi ultimi due anni una ampia inchiesta. Vedi:

Roma. Il Parnaso del Pd

Roma. L’assedio del Torrino

Roma. I tormenti del Pd

Tor di Valle. Un nuovo stadio per coprire altri affari

Stadio a Tor di Valle? No grazie

Fonte