Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/09/2023

“Sicurezza” targata PD: più militari e più telecamere nelle strade

Suscitano quasi compassione le lacrime (figurate) del sindaco di Firenze Dario Nardella, addolorato perché il governo fascioleghista avrebbe tolto «i militari a Firenze per mandarli a Pisa». E genera compatimento il suo appello al centro-destra fiorentino perché si unisca alla sua “battaglia per la sicurezza”, per avere duecento militari in più a sorvegliare le strade della città.

E invece i giannizzeri locali del governo nero che, dice Nardella, toglie agli uni per dare agli altri e ne inventa di tutti i colori per mettere i bastoni fra le ruote alle città governate dal centro sinistra e premia quelle in mano alla destra, come se le diversità tra le une e le altre si fondasse su valori sociali e di classe e non invece su “primati” turistici e di vetrina per rimpinguare le tasche di immobiliaristi, baroni della rendita e bottegai.

I giannizzeri invece, si diceva, gli ridono in faccia.

«Il governo di destra utilizza le istituzioni per mettere in grande difficoltà le città governate dal centrosinistra», singhiozza Nardella, ricordando che «avevamo i militari alla stazione, questo governo ce li ha tolti; avevamo i militari in piazza del Duomo, il governo ce li ha tolti, e sono stati mandati in un’altra città guarda caso governata dalla destra. Ci tolgono gli agenti, ci tolgono i militari, e ci tolgono le risorse».

Firenze e il suo sindaco si sentono insicuri, senza le armi spianate.

Eppure, sono passati appena tre anni da quando quella sorta di agenzia pubblicitaria comunale che si chiama ‘TG3 della Toscana’ esultava per l’istallazione, in una piazza centrale del capoluogo regionale, definita la «zona più calda per l’ordine pubblico in città», della telecamera di sorveglianza numero 1.000, che attribuiva a Firenze il “primato” di città italiana con più telecamere per abitante: una ogni 380 persone.

E in quelle stesse settimane, il prode (ex?) renziano precisava che erano ancora disponibili 400.000 euro del bilancio comunale da spendere per la “sicurezza” e puntava così a 1.200 impianti: uno ogni 316 fiorentini.

E sono passati appena sette mesi da quando il sito web del Comune di Firenze ospitava il petto gonfio d’orgoglio di qualche assessore comunale nell’annunciare che, con l’istallazione di altre 100 telecamere, si sarebbe arrivati a quota 1.500 apparecchi, piazzati in «luoghi sensibili della città» e indispensabili non solo per «monitorare i flussi di traffico sulla rete cittadina», ma soprattutto per «supportare il lavoro delle forze dell’ordine per la sicurezza», essendo collegate «alle sale operative di Polizia municipale, Questura, Carabinieri e Guardia di Finanza».

Mancava solo l’arcivescovato...

Allora ne andava ben fiero il sindaco, ricordando come, al momento del suo insediamento, a maggio 2014, non ci fossero in città che appena 150 miseri impianti di sorveglianza: al termine del suo secondo mandato, tra 8 mesi, è probabile che ne vadano ben fieri e soddisfatti anche quei produttori israeliani del software legato al funzionamento delle telecamere.

Ma, evidentemente, le telecamere non bastano: non incutono abbastanza timori nei “malintenzionati”.

Vuoi mettere una bella pattuglia in mimetica, con tanto di fucile d’assalto e sguardo guerresco, che sfila in stazione tra le centinaia di passeggeri in attesa dei treni? Vuoi mettere le divise nere che ti chiedono i documenti, se tanto tanto non hai l’accortezza di abbassare lo sguardo passandogli accanto?

E dunque, “cari amici” del centro destra, supplica Nardella, «firmate con me la lettera al ministro Piantedosi per avere 200 agenti in più tra polizia e carabinieri». Aiutatemi e, insieme a me, scongiurate Roma di ripensarci e ridarci i nostri cari uomini in armi: «Perché questo governo ha risolto il problema dello stadio di Venezia e non dello stadio di Firenze? I fiorentini non hanno l’anello al naso. Non ci vuole molto per capire che è un’ingiustizia», che le persone devono poter sapere che avranno, oltre a tante telecamere, anche un nuovo stadio che, mentre farà felici tanti costruttori, avrà bisogno anche di più impianti di sorveglianza e di più militari di pattuglia.

Ma i giannizzeri fiorentini gli hanno riso sul muso e hanno replicato che loro, da tempo, avevano chiesto «di utilizzare l’esercito per riportare la legge» a Firenze. Non avevano mica aspettato le lacrime di Nardella?

E che diamine. Se si parla di sicurezza, non si può far distinzione tra Firenze, Pisa o Venezia: la sicurezza la danno gli impianti di video-sorveglianza e tantissimi uomini armati che incutano terrore al solo passaggio.

La sicurezza si attua trasformando le amministrazioni pubbliche, anche delle più piccole cittadine di provincia, in autentiche succursali delle questure e i vecchi Vigili urbani, impegnati un tempo a regolare il traffico, in “polizia municipale”, che affianca polizia e carabinieri nell’ordine pubblico.

È così che tutti si sentiranno più sicuri: militari in ogni strada, piazze recintate, aeroporti e stazioni con ingressi elettronici, sorteggi tra quartieri e rioni per chi possa vantare più mimetiche da sfoggiare, telecamere a iosa e competizione tra condomini per avere un impianto privato a ogni numero civico.

È proprio così che liberali, ipocriti e impostori, affaristi e reazionari di ogni sfumatura, dai demo-briganti del PD fino ai neo “sciarpa littorio” di governo intendono la “sicurezza”: sempre più telecamere di sorveglianza e più militari di pattuglia.

E se qualcuno si azzarda a obiettare che ambisce invece a un posto di lavoro sicuro e alla sicurezza sul lavoro, a una casa e non a esser sfrattato dai pattuglioni di poliziotti in assetto anti-sommossa, aspira a una maggiore sanità pubblica efficiente e non, di contro, a crescenti spese militari, aspira a un’istruzione pubblica in grado di garantire accesso al lavoro, sogna più posti pubblici negli asili nido, più servizi sociali; se qualcuno chiede l’accesso a tali elementari diritti, che non hanno nulla di socialista, di rivoluzionario, ma esprimono la più elementare vita democratica, ecco che allora, in risposta, si moltiplicano sagre paesane, giostre, fiere e processioni e, per i più riottosi, telecamere e mimetiche in armi.

Per quanto ci riguarda, non possiamo non ricordare come, in epoca sovietica, nelle città e nei villaggi di ogni repubblica dell’URSS, le persone si sentissero fiduciose, consapevoli della “sicurezza nel domani”, con lavoro, casa, istruzione, assistenza gratuiti per tutti, perfino senza telecamere che li spiassero a ogni angolo di strada: la sicurezza che ha alla base un sistema sociale che ha eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Ma, tant’è, quando si va a braccetto e di conserto con reazionari e neofascisti, le “priorità” sono altre; quando si tollerano le sedi fasciste – quelle sì che ispirano “sicurezza di ordine” – quando si tace sull’apertura del nuovo quartier generale della NATO, che meglio di tutto esprime i “valori liberaldemocratici occidentali”.

Allora, è naturale beccarsi gli sberleffi degli ascari locali del governo neroverde, coi quali, d’altronde, si banchetta con le medesime parole d’ordine: “diritto alla sicurezza” e grandi opere – ampliamento dell’aeroporto, alta velocità nel sottosuolo della città, stadio – due filoni su cui l’amministrazione PD è perfettamente in linea con i bravi del capitale, locali e nazionali.

D’altra parte, cos’altro attendere dai doppiopetto amministrativi di un (con rispetto parlando) “partito” composto di logge di funzionari di banche nostrali e d’importazione, di affiliati a consorterie transnazionali quali UE, NATO, Trilateral, Bilderberg e tronconi vari di “sottoproletariato miliardario”; una combriccola formata da un azionariato ristretto di bombardieri anti-jugoslavi e anti-libici, di apostoli delle democrazie golpiste latino-americane, ucraine, bielorusse e di là da venire; una propositura di fieri smascheratori di “foibe titine” e “crimini stalinisti”; una congrega rimpinzata di galantuomini che, all’estero, arringano neo-nazisti dalle piazze ucraine e, in patria, concedono sale istituzionali e patrocini a neofascisti e neonazisti e sono in prima fila alle “onoranze” sulle foibe, a fianco di quei giannizzeri che il 25 aprile di ogni anno ricordano i franchi tiratori fascisti nei cimiteri fiorentini.

Il Comune sapeva, hanno denunciato in molti a proposito della sede NATO, ma si è guardato bene dal dire o fare qualcosa, finché la notizia non è divenuta di pubblico dominio e, anche dopo, continua evidentemente a ritenere il fatto ben in linea col concetto reazionario di “sicurezza”.

La sicurezza di avere duecento militari in più a sorvegliare le strade della città.

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17/07/2023

Firenze - Si parte a scavare! Ma per davvero?

Il Comitato No Tunnel TAV ha visto come l’avvio dei lavori e in particolare dello scavo delle gallerie stia per arrivare davvero. Un Eugenio Giani trionfante ha nuovamente annunciato che entro il mese iniziano gli scavi “nei tempi previsti” della prima galleria.

Sarà, sempre secondo le parole del Presidente della Regione, “una partenza inarrestabile e irreversibile”. La fresa Iris – non più Monnalisa, quel nome ha portato male – comincerà a ruotare e i suoi denti d’acciaio morderanno il reticente sottosuolo di Firenze per portarci tutti verso un futuro di progresso, verso una marea di treni regionali (che ancora non ci sono), verso una bella rivoluzione dei trasporti cittadini dove per cambiare treno non ci vorranno i soliti banali 5 minuti, ma oltre mezz’ora compreso un bel viaggetto su un people mover ancora da progettare e magari con un biglietto aggiuntivo...

In questo trionfale peana[1] all’inizio dei lavori si dice che Iris scaverà ben 10 metri!

DIECI METRI di tunnel! La stessa dimensione del diametro della galleria, della testa della fresa. Si scaverà un bel cilindro equilatero, magari in omaggio a Euclide e alla sua geometria. 10 metri lanciati verso il futuro, il progresso, la sostenibilità, la transizione, eccetera eccetera.

Ovviamente ci saranno i soliti menagrami che rideranno dello scavo di un cilindro equilatero di 10 metri, diranno che è ridicolo parlare di inizio dello scavo quando si dà una grattatina alla pancia di Firenze, che definire “una partenza inarrestabile e irreversibile” questo momento mediatico è una presa di giro della città e anche di se stessi.

Ma nessuno ascolterà questi criticoni, il rumore del progresso coprirà il loro triste squittio e i nostri amministratori – il Giani e il Nardella – potranno salire sul carro del loro trionfo per essere osannati come nuovi Perseo contro la Medusa della critica e della dura realtà!

Finalmente questa trionfale vittoria sulle forze oscure spalancherà le porte a quelle cosette tanto attese che sono le compensazioni: quei soldi che il Comune di Firenze e quelli dal Valdarno aspettano come un’apparizione della Madonna per risolvere i loro piccoli o grandi problemi di traffico.

E chi se ne frega se sperperiamo quasi 3 miliardi sotto terra se poi andranno poche decine di milioni di euro in Valdarno e qualcosa in più a Firenze per un po’ di asfaltature! Che tacciano quei miserabili che parlano di “prostituzione urbanistica” quando si vende una risorsa come il sottosuolo di una città per un piatto di asfalto e di lenticchie!

Finalmente l’appalto ultramiliardario parte davvero!

E che i menagrami tacciano, non si dica che queste inaugurazioni sono una farsa! Si inseriscono benissimo in una lunga tradizione politica ed economica ben rappresentata anche da certi politici toscani: nel 1960 Amintore Fanfani inaugurò i primi 10 metri del tratto calabrese della famosa Salerno-Reggio Calabria che poi restarono lì per 10 anni in attesa di veri lavori.

Più recentemente il rignanese Matteo Renzi, allora Presidente del Consiglio, tagliò tre miliardi ai lavori di messa in sicurezza sempre sulla stessa strada e dichiarò conclusi i lavori lasciando il tratto più incidentato nelle condizioni di prima; inaugurò i lavori non fatti dicendo che tutto era pronto e si poteva pensare al Ponte sullo Stretto... (allora all’opposizione Matteo Salvini irrideva l’altro Matteo con la non fattibilità del Ponte, ma ora l’odore dei soldi gli ha fatto cambiare idea).

Insomma che Firenze si prepari: probabilmente nei prossimi giorni avremo fanfare e taglio di nastri, che tacciano i critici e si festeggi la greppia apparecchiata da RFI e Consorzio Florentia con la benedizione di Giani e Nardella.

Che si nascondano quelli che si sbellicano dal ridere all’idea ridicola di scavare una galleria lunga quanto larga!

Comitato No Tunnel TAV Firenze

Note

1) già dal tempo di Omero, peana era canto di vittoria

Fonte

14/03/2022

A Firenze la manifestazione per la guerra mascherata da “per la pace”

A Firenze, ieri pomeriggio, sull’enorme palco allestito in piazza Santa Croce, c’erano quelli che, in diretta RAI, ora parlano tanto di “pace” ma che hanno voluto, perseguito e partecipato a tutte le guerre degli ultimi 30 anni, scatenate in ogni angolo del mondo in nome della “democrazia” e della “libertà”.

Sì, la “nostra libertà” di fare dei popoli del mondo “quel che ci pare”. Per contorno, c’erano anche pacifisti timorosi, o “moderati”, o magari confusi, che non hanno capito la differenza profonda tra questa esibizione di atlantismo guerrafondaio e la manifestazione di sabato scorso, a Roma.

Il funambolico sindaco di Firenze, Nardella, ha sciorinato un bel po’ di retorica umanitaria e pseudo-pacifista in una piazza in cui sventolavano, soprattutto, bandiere del PD e sindacali insieme a quelle ucraine.

Dopo di lui la presentatrice televisiva Rai, Camila Raznovich, che ha dispensato ai presenti un lungo pistolotto pieno di ovvietà per poi dare la linea a Zelensky collegato da Kiev (?) e quindi tutti a casa.

Nemmeno un accenno al fatto che, mentre un’altra guerra è scoppiata alle porte dell’Europa, il governo italiano sta inviando tonnellate di armi proprio sul terreno del conflitto rendendo, così, il nostro paese di fatto un cobelligerante, ovvero, promotore di guerra (altro che “pace”) in spregio all’art. 11 della Costituzione che recita testualmente “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali“.

Inoltre, dalle basi NATO ed USA presenti numerose sul nostro territorio, da qualche giorno, è in corso un massiccio traffico di armi verso la Polonia con destinazione Ucraina.

Due miliardi di armi erano già stati spediti dai Paesi appartenenti alla NATO verso l’Ucraina nei mesi precedenti all’invasione da parte della Russia. Da sola, l’Unione europea, ne ha comprato ed inviato in Ucraina per mezzo miliardo di euro.

Ed appena qualche giorno fa, abbiamo appreso dell’esistenza di un piano dettagliato per scatenare un’offensiva sulle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk programmata proprio per Marzo 2022.

Un piano strategico degli Stati Uniti contro la Russia elaborato tre anni fa dalla “Rand Corporation” il cui quartier generale sapete dove ha sede? Indovinate un po’? Ma a Washington, naturalmente.

E cos’è la “Rand Corporation”? Ce lo ha spiegato, con dovizia di particolari, il giornalista e grande esperto di questioni internazionali, Manlio Dinucci, qualche giorno fa, in un suo articolo censurato dal nuovo manifesto embedeed e pubblicato da Contropiano.org:
“Rand Corporation è una organizzazione globale di ricerca che sviluppa soluzioni per le sfide politiche: ha un esercito di 1.800 ricercatori e altri specialisti reclutati da 50 paesi, che parlano 75 lingue, distribuiti in uffici e altre sedi in Nord America, Europa, Australia e Golfo Persico. Personale statunitense della Rand vive e lavora in oltre 25 paesi.

La Rand Corporation, che si autodefinisce «organizzazione non-profit e non-partisan», è ufficialmente finanziata dal Pentagono, dall’Esercito e l’Aeronautica Usa, dalle Agenzie di sicurezza nazionale (Cia e altre), da agenzie di altri paesi e potenti organizzazioni non-governative.

La Rand Corp. si vanta di aver contribuito a elaborare la strategia che permise agli Stati uniti di uscire vincitori dalla guerra fredda, costringendo l’Unione Sovietica a consumare le proprie risorse nell’estenuante confronto militare.

A questo modello si è ispirato il nuovo piano elaborato nel 2019: «Over-extending and Un-balancing Russia», ossia costringere l’avversario a estendersi eccessivamente per sbilanciarlo e abbatterlo.

Queste sono le principali direttrici di attacco tracciate nel piano della Rand, su cui gli Stati Uniti si sono effettivamente mossi negli ultimi anni.”.
Un bel modo di costruire la pace.

Un po’ come bombardare le città ed i civili per ragioni “umanitarie”. È quel che fanno da circa 30 anni ed è quel che hanno già fatto anche nella nostra cara Europa.

Infatti, quelli che oggi vi chiedono di unirci tutti alla “resistenza ucraina” sono gli stessi che bombardarono Belgrado 23 anni fa. Allora chiamarono quell’aggressione criminale “Guerra umanitaria”.

La NATO decise che bisognava infliggere il colpo definitivo all’unico paese europeo che riuniva popoli diversi. E Massimo D’Alema, da presidente del Consiglio di un governo che si sosteneva con i voti degli uomini di Cossiga, diede il suo assenso all’aggressione militare della Serbia e della sua capitale.

Soltanto Ennio Remondino – per la Rai – raccontò, in diretta da Belgrado, quell’orrore mentre quelli di stampa e TV , anche allora, erano quasi tutti arruolati nella NATO.

Tre mesi di bombardamenti di città e villaggi che causarono la morte di almeno 2.500 civili, tra i quali 89 bambini, e 12.500 feriti. E in queste cifre non sono comprese le successive morti di leucemia e di cancro causate dagli effetti delle radiazioni delle bombe ad uranio impoverito.

Furono 2.300 gli attacchi aerei che distrussero 148 edifici, 62 ponti, 300 scuole e decine di ospedali ed istituzioni statali, così come 176 monumenti di interesse culturale e artistico. Le bombe della NATO rasero al suolo infrastrutture strategiche ed aziende compresa la fabbrica di automobili “Fiat-Zastava” bombardata con gli operai che erano dentro a lavorare.

I danni di guerra ammontano a più di 30 miliardi di dollari, che, ovviamente, gli aggressori non hanno mai risarcito.

Peraltro, quel marzo del 1999 registrò, per noi italiani, un salto di qualità importante: il neo governo capeggiato da D’Alema, sostenuto tra gli altri dal PdCI di Cossutta, certificò la sudditanza della “sinistra” italiana alla NATO ed all’aggressione armata all’ex Jugoslavia. Sulla stessa linea si schierarono Cgil, Cisl e Uil ed il favoloso mondo dell'”associazionismo”.

Tutti insieme si allinearono con la «dolorosa necessità» menzionata dall’allora segretario generale della Cgil, Sergio Cofferati, di quell’attacco militare.

Tra le altre cose, i dati finanziari della “Missione Arcobaleno” – una “missione umanitaria” del valore di 32 miliardi di lire messa in piedi dal governo – rendono chiare le ragioni profonde di un tale posizionamento.
“Per me la Jugoslavia era l’Europa […] La Jugoslavia, per quanto frammentata sia potuta essere, era il modello per l’Europa del futuro. Non l’Europa come è adesso, la nostra Europa in un certo senso artificiale, con la sua zona di libero scambio, ma un posto in cui nazionalità diverse vivono mischiate l’una con l’altra, soprattutto come facevano i giovani in Jugoslavia, anche dopo la morte di Tito. Ecco, penso che quella sia l’Europa, per come io la vorrei. Pertanto, in me l’immagine dell’Europa è stata distrutta dalla distruzione della Jugoslavia“.
Così scrisse Peter Handke all’indomani dei bombardamenti sulla Serbia e, per quelle parole, divenne un “reietto” subendo un ostracismo quasi trentennale da parte dell’intera comunità culturale ed accademica europea ed occidentale fino a quando, nel 2019 – nonostante tutto e tutti – vinse il premio Nobel per la letteratura.

L’aggressione e i bombardamenti contro la Federazione Jugoslava (quella tra Serbia e Montenegro), furono l’ultima guerra del XX Secolo e la “prima guerra in Europa” alla vigilia del nuovo secolo, vero atto di nascita dell’Unione Europea sulle ceneri e le macerie dell’ex Jugoslavia.

Chi ha indetto “l’evento” di Firenze lo sa benissimo. E infatti non ne parla, vuole impedire che se ne parli, definisce con i peggiori insulti (a reti unificate) quelli che ricordano e lo fanno ricordare.

Un guerrafondaio lo riconosci subito. Non è mica “equidistante”...

Fonte

09/10/2020

Anche le città metropolitane battono cassa per il Recovery fund


In una recente intervista rilasciata ai microfoni di “Presa diretta”, il sindaco di Firenze – nonché coordinatore della Conferenza delle città metropolitane e vicepresidente di Eurocities – Dario Nardella ha ribadito che anche le città metropolitane, oltre alle Regioni, dovrebbero partecipare alla gestione dei fondi europei.

Non è la prima volta che il sindaco esprime tale posizione, ma in questi mesi tali dichiarazioni assumono un peso maggiore alla luce sia del dibattito in corso sulla gestione dei miliardi in arrivo (per davvero?) del “Recovery fund”, sia della disputa sugli ambiti di intervento tra Stato e Regioni, soprattutto in coda alla disastrosa gestione della pandemia nella scorsa primavera.

La questione sarebbe dirimente per la conformazione statuale del prossimo futuro, ma nell’opinione pubblica viene presentata come una semplice scelta di chi-gestisce-cosa in base a più o meno accertate competenze, su cui ovviamente ogni attore in campo, da Nardella a Zaia a Conte, a seconda del ruolo istituzionale ricoperto, rivendica una maggiore preparazione e quindi legittimità di accesso ai fondi.

Tuttavia, quel viene celato è il significato profondo che un’ulteriore ripartizione della gestione finale dei fondi pubblici rappresenterebbe per l’organizzazione statale, nonché per la più generale salute della “democrazia liberale”.

Se nessuna delle due istituzioni è stata in assoluto un punto di riferimento nella storia del movimento operaio, in una fase di transizione verso un nuovo e ancora incerto assetto dei rapporti di forza tra i vari blocchi in competizione su scala mondiale, la comprensione del “campo di battaglia” è condizione primaria per qualunque tipo di proposta e di intervento politicamente orientato.

Le città metropolitane nella fase attuale

Come più volte scritto su questo giornale, le città metropolitane sono il luogo fisico dove il processo di produzione e riproduzione capitalista fissa i magneti di attrazione per i movimenti di capitali, merci e persone, divenendo i luoghi per eccellenza dello sfruttamento (in primis della forza-lavoro) e delle diseguaglianze.

L’uscita di Nardella allora è perfettamente coerente con il sistema di produzione e di pensiero imposto qui a partire dal processo di integrazione europeo, e nel resto del mondo (almeno quello “occidentalizzato”) dalla salita al potere di Reagan negli Stati Uniti e della Thatcher nel Regno Unito, sistema divampato con la caduta del Muro di Berlino e la sconfitta del blocco sovietico (biennio 1989-91).

In sintesi, questo prevede l’arretramento del ruolo dello Stato dalle funzioni pubbliche e il primato della competizione come modellatrice dei rapporti sociali, sempre basati sulla proprietà privata e la divisione del lavoro.

Nel Vecchio Continente quest’indirizzo di massima si è incarnato nel sistema di Trattati dell’Unione europea, che nel corso degli anni ha rosicchiato elementi di sovranità ai vari organismi nazionali, come la politica monetaria (sottratta), economica (appaltata) ecc.

È in questa faglia che va inserita la proposta per le città metropolitane di “risorse dedicate, funzioni autonome e certe, e pari dignità istituzionale” a Stato e Regioni, dalle parole del sindaco di Firenze.

Lo smantellamento delle funzioni dello Stato...

Infatti, concettualmente parlando, la massima decentralizzazione è possibile solo a partire da una massima centralizzazione, e ciò è valido sopratutto per le funzioni pubbliche.

Lo spacchettamento verso il basso – o “i territori”, come rivendicano gli interessati – dell’autonomia di risorse e di bilancio allora è il riflesso della cessione di potere decisionale dallo Stato alle istituzioni sovranazionali europee, ossia da Roma a Bruxelles-Francoforte-Strasburgo. Il ritorno ai Granducati non è altro che il dividi et impera possibile a partire dalla concentrazione lenta ma continua dei poteri in favore dell’Ue, funzioni coercitive a parte.

Per dirla in breve, “austerità”, “autonomia differenziata” e “Recovery fund per le città metropolitane” sono tre elementi dello stesso modo di intendere l’organizzazione sociale e produttiva, la stessa che da trent’anni a questa parte si abbatte contro i lavoratori e le lavoratrici, gli abitanti delle periferie, le lotte sociali, lo stato sociale, ecc.

Un esempio? Due settimane fa la città metropolitana di Milano ha consegnato all’Anci ben 34 progetti per un valore complessivo di 4,5 miliardi di euro per l’accesso al Recovery fund, riguardanti in particolar modo infrastrutture per la mobilità, messa in sicurezza, digitalizzazione e adeguamento energetico. Tutti i temi su cui punta l’Ue, nessuna alternativa possibile.

...in favore dell’Unione europea

La cinghia di trasmissione Unione europea – città metropolitane (o Regioni) è tutta qui, nelle direttive imbastite dai centri di potere europei (alto) a cui bisogna “solo trovare un referente istituzionale sui territori” (basso) in grado di rispettarne il mandato.

Se aggiungiamo che nell’Ue l’unico organismo eletto direttamente dalle popolazioni è anche quello meno influente, ossia il Parlamento (ne conoscete altri senza neanche funzioni legislative?), l’eclissi di ogni possibilità di indirizzo al futuro di un paese, e cioè delle persone che lo abitano, mediante il mantra del voto è oramai palese.

La società civile, l’associazionismo, il protagonismo sui social, le organizzazioni no-profit, sono tutti orpelli la cui profonda ragione di esistenza è quella di celare la vera tendenza dell’influenza (e di rimando, sulla partecipazione) sulla vita politico-istituzionale di un paese da parte di chi lo abita: zero.

Di peggio c’è solo il municipalismo – autonomia di bilancio a un livello ancora inferiore, perciò più divisivo – che rappresenterebbe l’acuirsi delle criticità di questo modello.

La fine della “democrazia liberale”

In altri termini, dove comincia l’Unione europea finisce anche la “democrazia liberale” (il Parlamento non può legiferare!), quella suo malgrado imperniata sugli organi di rappresentanza, per definizione a metà strada tra società civile e politica. L’indecenza della nostra classe dominante e la sottomissione di Cgil Cisl e Uil al padronato sono esempi attuali di questa traiettoria.

La concentrazione di investimenti in pochi territori mirati amplifica le diseguaglianze con quel che ne rimane attorno (prima erano le campagne, oggi si aggiungono le periferie), drena denaro e persone verso le metropoli e sviluppa una “società a macchia di leopardo”, diseguale per Costituzione.

La fine insomma di un’idea generale di paese, di distribuzione della ricchezza, di emancipazione dai bisogni essenziali, di comunità.

Leggi anche:

Il ruolo delle città metropolitane in vista delle elezioni

La cura del linguaggio 3. Sovranità, sovranismo e sciocchezze

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26/05/2018

Case popolari: “prima gli italiani” è anticostituzionale. Bocciata legge regionale in Liguria

La Corte Costituzionale ha bocciato per illegittimità costituzionale l’articolo 4 comma 1 della legge sull’edilizia popolare della Regione Liguria amministrata dal centro-destra, che prevedeva per i cittadini stranieri il requisito della residenza da almeno 10 anni consecutivi nel territorio nazionale per poter partecipare all’assegnazione di alloggi di edilizia pubblica. La Consulta ha così accolto il ricorso della Presidenza del Consiglio, stabilendo l’incostituzionalità dell’articolo per “irragionevolezza e mancanza di proporzionalità”.

Nella sentenza è scritto che: “Con riguardo ad una legge della Regione Valle d’Aosta/Vallèe d’Aoste, questa Corte ha già avuto modo di affermare che «la previsione dell’obbligo di residenza da almeno otto anni nel territorio regionale, quale presupposto necessario per la stessa ammissione al beneficio dell’accesso all’edilizia residenziale pubblica (e non, quindi, come mera regola di preferenza), determina un’irragionevole discriminazione sia nei confronti dei cittadini dell’Unione, ai quali deve essere garantita la parità di trattamento rispetto ai cittadini degli Stati membri (art. 24, par. 1, della direttiva 2004/38/CE), sia nei confronti dei cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo, i quali, in virtù dell’art. 11, paragrafo 1, lettera f), della direttiva 2003/109/CE, godono dello stesso trattamento dei cittadini nazionali per quanto riguarda anche l’accesso alla procedura per l’ottenimento di un alloggio» (sentenza n. 168 del 2014). «Una tale valutazione di irragionevolezza e di mancanza di proporzionalità (risolventesi in una forma dissimulata di discriminazione nei confronti degli extracomunitari) è tanto più riferibile alla disposizione in esame, la quale – ai fini del diritto sociale all’abitazione che è diritto attinente alla dignità e alla vita di ogni persona e, quindi, anche dello straniero presente nel territorio dello Stato – richiede, per questi ultimi, un periodo di residenza ancor più elevato (dieci anni consecutivi). E ciò (diversamente dalla legge valdostana) senza neppure prevedere che tale decennale residenza sia trascorsa nel territorio della Regione Liguria, facendo non coerentemente riferimento alla residenza nell’intero territorio nazionale, ancorché sia poi la stessa legge impugnata, per quanto riguarda la prova del “radicamento” con il «bacino di utenza a cui appartiene il Comune che emana il bando», a fissare un requisito di residenza di «almeno cinque anni» (art. 5, comma 1, lettera b, della legge reg. Liguria n. 10 del 2004, come, a sua volta, modificato dalla legge reg. Liguria n. 13 del 2017)”.

La sentenza della Corte Costituzionale, tra l’altra non la prima sulla materia, provocherà parecchi mal di pancia agli amministratori locali ansiosi di recuperare consensi sulla base della “primazìa” degli italiani. Un vezzo non solo della Lega ma anche dei Renzi boys del Pd come il sindaco di Firenze Nardella.

Fonte

06/05/2018

“Prima i toscani”. Il Pd di Nardella sorpassa la Lega a destra

Scavalcare a destra la Lega di Salvini può sembrare difficile, ma il Pd di Renzi promette di riuscirci presto.

Dimezzati nei consensi per le politiche antipopolari messe in campo sotto la direzione del contafrottole di Rignano (Jobs Act, pensioni, buona scuola, tagli alla spesa sanitaria, sgomberi e sfratti, ecc), meditano svolte clamorose per recuperare qualche spazio. A destra, comunque, l’affollamento è alto, e dunque non resta che “saltare” a piedi pari, proponendo qualcosa di ancora più estremo.

E se Salvini ha affascinato tanti gonzi al grido di “prima gli italiani” ecco che il renzianissimo Nardella, successore diretto di Renzi sulla poltrona di sindaco di Firenze, sceglie una parola d’ordine in puro stile medievale: “prima i toscani”, anzi “i fiorentini”. Come se vivessimo ancora all’ombra del Granduca.

“Il nostro obiettivo – ha detto Nardella, mercoledì, al Tg3 Toscana – è aiutare chi è in graduatoria da troppo tempo e sempre in fondo alla lista e quelle famiglie che hanno sempre rispettato le regole e che vivono da molti anni nella nostra città, per riequilibrare una concentrazione eccessiva di famiglie straniere”. Lo schema concettuale è quello della Lega, ma con una estremizzazione che si tradurrà probabilmente nell’assegnazione di un punteggio più alto alle famiglie “indigene” che fanno richiesta di un quasi introvabile alloggio di edilizia popolare. Non siamo ancora alle guerre tra quartieri, ma ci si può sempre arrivare… Non caso Lega e fascisti incassano subito. Matteo Salvini esulta perché “anche il Pd dà ragione alla Lega“. Giorgia Meloni saluta la decisione rivendicando che “il sindaco Nardella adotta a Firenze il ‘modello Fratelli d’Italia‘”.

Nei fatti, il problema è semplice e si ripete sempre uguale in tutte le città italiane. Le liste d’attesa per un alloggio popolare sono lunghissime (solo a Firenze sono 2.500), non si costruiscono case popolari da decenni, e dunque ai sindaci più sensibili al razzismo non dispiace solleticare un po’ di “guerra tra poveri”. Del resto, le famiglie di immigrati sono sempre a reddito bassissimo e spesso dotate di un alto numero di figli; due caratteristiche che fanno scalare velocemente la classifica.

Lo abbiamo denunciato per esempio a Roma, dove qualche funzionario del Comune avvertiva i fascisti della prossima assegnazione di un alloggio a una famiglia straniera, di modo che questi potessero inscenare il loro squallido giochino al grido di “prima gli italiani”.

A Firenze, per poter entrare nella graduatoria, oggi servono come minimo 5 anni di residenza in Toscana; il consiglio regionale sta rivedendo il regolamento (la Regione è guidata addirittura da un esponente della presunta “sinistra radicale”, quel Rossi inquadrato in LeU) e quel limite dovrebbe essere alzato a 8 anni.

Nardella, che come sindaco del capoluogo ha il diritto di essere consultato e il potere di condizionare le scelte regionali, propone di fare ancora un passo ulteriore premiando ulteriormente la “toscanità” a scapito dell’indigenza effettiva (un criterio razziale al posto di uno neutro che misura il bisogno).Senza alcna voglia di scherzare, nello schema nardelliano vengono anche sfavoriti “gli itagliani” nati o provenienti da regioni diverse, accennando dunque anche una segmentazione ulteriore della “guerra tra poveri” (una prima contro “gli stranieri”, una seconda contro “i meridionali”).

Perché? Tra meno di due anni si vota, sia mai detto che non conquisti la riconferma...

Gli ingenui potrebbero pensare che, in fondo, per evitare la guerra tra poverissimi basterebbe costruire qualche alloggio popolare in più. Ma non si può. “Il mercato” va esaudito in ogni richiesta, e se si costruissero più case popolari (oggi in Italia siamo al di sotto del 2% del totale degli immobili) calerebbe la domanda, con effetti sul livello degli affitti e il valore degli immobili (che in una città turistica come Firenze raggiungono vette speculative impensabili). La stessa Unione Europea – vero centro di elaborazione delle politiche economiche continentali – preme per privatizzare al massimo ogni segmento di mercato, anche se in Germania e Francia l’edilizia residenziale di proprietà pubblica è infinitamente più alta (rispettivamente intorno al 40 e 30%).

Dunque, ai “democratici” come Nardella non resta che sorpassare a destra i fasciorazzisti della Lega o di Casapound.

Ultima annotazione: notiamo, in alcuni settori limitati della “sinistra extraparlamentare involontaria”, un mormorio sul pericolo rappresentato dall’”avanzata delle destre”; cui qualcuno propone di rispondere rispolverando antichissimi schemi elettoralistici. Banalmente, presentare una lista qualsiasi al primo turno e “sostenere la sinistra” al ballottaggio.

“La sinistra”, in questo schema, sono i tanti Nardella che di “democratico” hanno solo l’etichetta sotto la foto...

Basta saperlo, per vomitare...

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27/07/2017

Poveri cristi vade retro: respinti pure dalle spiagge

Scene di lotta di classe estiva nel ponente ligure, sequestri di borse frigorifere, pullman fermati ai caselli autostradali, inferriate e cancelli a proteggere le spiagge libere, che sono ormai francobolli di sabbia incollati tra miglia e miglia e miglia di spiagge private. L’emergenza, come al solito, sono i migranti, ma non quelli dei barconi che attraversano il mare, no, i migranti economici che da Milano, partono su torpedoni della speranza, dieci, venti euro il biglietto, con la folle ambizione di andare al mare almeno un giorno, una domenica, e spendere poco. A leggere le cronache estive della settima potenza mondiale, la battaglia è solo all’inizio e si tratta di fronteggiare con vigili, carabinieri, vigilantes privati, ordinanze e divieti, l’orda dei poveri spinti dall’invidia sociale e da un’assurda ambizione: fare il bagno.

Ora si sa che “poveri” è parola scomoda e respingente. Va bene per le statistiche e i titoli che li danno in forte aumento, ma poi quando arriva il povero in carne, ossa e infradito, che si porta la sua birra e il suo panino per stare qualche ora spiaggiato come tutti gli altri, come i non poveri, la cosa appare intollerabile. A Laigueglia, per dirne una, chiudono la spiaggia libera alle otto di sera, in modo da impedire che i poveri in arrivo dalle città sistemino gli asciugamani prima che sorga il sole, per prendere posto. Si provvede alacremente al sequestro di ombrelloni portati da casa (“materiale ingombrante”), borse frigorifere, vettovaglie. Il tutto ai limiti dei pochi granelli di sabbia disponibili per il popolo migrante. Sudamericani, filippini, qualche italiano, molte famiglie, e quindi bambini, nonni, zie insensibili alle sublimi lezioni del giornali sulla prova costume, o sul galateo da spiaggia. E così c’è, immancabile, una discriminazione di tipo razziale e classista tra bagnanti: descritti con rispetto e ammirazione quelli che pagano mille euro al giorno al Twiga di Briatore; respinti con le forze dell’ordine quelli che si portano il panino con la frittata.

Chiusa la spiaggia libera di Laigueglia – scrive ad esempio il Secolo XIX, “Gli irriducibili non si sono arresi e sono partiti all’assalto della vicina Alassio”. All’assalto, proprio così, manovra diversiva, accerchiamento, sfondamento delle linee nemiche e poi, finalmente, il tuffo in mare, una specie di presa del Palazzo d’Inverno, anzi d’estate.

Su altri lidi parte l’eterna lotta contro il venditore abusivo, che aggiunge al difetto della povertà il colore della pelle e la latitudine di origine. In questi casi abbiamo gli arditi da salotto di Casa Pound che fanno le ronde, difendendo il sacro bagnasciuga dove il Puzzone doveva inchiodare gli alleati, oppure Salvini che si fa i selfie coi vigili, in versione mojito e manganello. Poi ci sono i poveri con pretese di consumo culturale, che vanno dove il mare non c’è, tipo Firenze, ma anche lì tignosamente decisi a infrangere il sogno della ripresa italiana portandosi il panino da casa, mascalzoni. Le autorità li hanno annaffiati con gli idranti sui grandini di chiese e palazzi, in nome del decoro. Poi, presente il sindaco Nardella, hanno fatto montagne di merce sequestrata, quella che piace ai poveri, tipo le borse di Vuitton a venti euro, che è meno di quanto lascia di mancia chi si compra una vera borsa Vuitton. L’estate è solo all’inizio, la battaglia infuria, il migrante economico che si avventura da Milano alla Liguria non cede, l’autorità costituita vigila e reprime, i sindaci sfornano ordinanze, i giornali scrivono “dove andremo a finire, signora mia”. Per coerenza, eleganti caicchi carichi di milionari dovrebbero partire dalla Versilia alla volta della Liguria, calare l’ancora, lanciare brioches all’arrogante Quarto Stato, zozzone, che pretende di fare il bagno al mare. Gratis, roba da matti.

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16/08/2016

Firenze - Nardella cancella i Partigiani

Dev'essere il nuovo stile renziano: chi vota NO al referendum deve sparire dalla scena. Così il sindaco-erede di Firenze, Dario Nardella, nel giorno che commemora la liberazione della città dai nazifascisti (11 agosto) ha escluso dalla lista degli oratori dal palco i rappresentanti dei partigiani, ossia l'Anpi.

Qui di seguito la nota indignata dell'associazione, che ha annunciato da mesi la sua opposizione alla controriforma costituzionale.

"Signor Sindaco, per la prima volta nelle ricorrenze della giornata della Liberazione di Firenze dall'occupazione tedesca, nessun rappresentante dell'Anpi, erede dei partigiani che combatterono per la cacciata dell'esercito nemico, lasciando sul terreno, secondo le cronache, 205 morti e 435 feriti, è stato invitato a prendere la parola in ricordo di quella giornata, che meritò alla città la prima medaglia d'oro della storia repubblicana da parte del capo del Governo Ferruccio Parri".

"Riteniamo incomprensibile e grave tale scelta, in primo luogo verso le partigiane ed i partigiani che hanno combattuto per la città di Firenze. Ricordiamo che, come stabilito da una recente sentenza del tribunale militare di Verona l'Anpi ''è storicamente l'erede, in forma statutariamente riconosciuta, di tutti quei gruppi e formazioni che dal 1942-'43 in avanti hanno costituito centro di riferimento collettivo di grandissima parte della popolazione italiana, che animata dal medesimo sentimento di restituire al Paese libertà e democrazia, ha agito nelle più avanzate forme, anche non necessariamente armate. Di quei gruppi e formazioni l'Associazione è l'erede spirituale, stante l'identità dei fini".

"Vogliamo comunque credere che si sia trattato solo di uno sfortunato episodio ed auspichiamo che i rapporti tra l'Anpi e l'amministrazione comunale possano rimanere all'interno del buon clima collaborativo su cui reciprocamente abbiamo sempre contato".

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27/05/2016

Firenze. Le mani dei renziani sull’acqua, il nuovo petrolio

La voragine che si è aperta sul Lungarno, in pieno centro, a due passi da Ponte Vecchio, è un cazzotto in faccia al renzismo. Tutta la presunta “efficienza” del decidere senza ascoltare nessuno – tantomeno i cittadini – è sprofondata insieme alle auto parcheggiate in quel punto.

Nonostante il pervicace silenzio osservato dal più cinguettante dei premier (quello che un anno fa tuonava “vergogna” contro il sindaco di Messina per la rottura di un acquedotto gestito da... privati), è ormai evidente a tutti che questo crollo certifica quanto valga la classe “politica” emersa al seguito del contafrottole in odor di massoneria: meno dei fondali di cartone celebri al tempo del fascismo storico.

I cittadini del Comitato Gavinana – che su sanità ed acqua pubblica hanno dimostrato di poter “addentare” il potere fiorentino – segnalano questa ricostruzione degli assetti proprietari di Publiacqua, il management storico dell’azienda e le sue politiche di gestione. Tratto da lettera43.it.

“In Publiacqua si intrecciano gli interessi del Giglio magico, dei francesi di Suez e di Caltagirone. Gli utili? Pochi in manutenzione, tanti agli azionisti, tra cui Acea“.

Buona lettura…

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Alessandro Da Rold

A poco più di 24 ore dal crollo su Lungarno Torregiani di Firenze per le perdite all’acquedotto, c’è già una poltrona che inizia a cigolare nel consiglio di amministrazione di Publiacqua, società partecipata da Acea (40%) e dal Comune di Firenze più altri enti locali (60%), che gestisce il sistema idrico di una buona fetta di comuni in Valdarno.

È quella dell’amministratore delegato Alessandro Carfì, tirato in ballo dal sindaco fiorentino Dario Nardella – successore del premier Matteo Renzi e suo braccio destro in città – per responsabilità e per presunti ‘errori umani’ sulla voragine che ha squarciato una delle città più belle d’Italia e del mondo.

Carfì non è un nome qualunque. Perché si tratta dell’unico non renziano nel board della municipalizzata dove presidente è il renzianissimo Filippo Vannoni, collezionista di incarichi pubblici, consulente del governo, marito di Lucia De Siervo, figlia di Ugo De Siervo, ex presidente della Corte costituzionale.

L’INCHIESTA DELLA MAGISTRATURA. La magistratura ha aperto un’inchiesta per crollo colposo e non è detto che nei prossimi giorni possano partire i primi avvisi di garanzia.

Certo fa un certo effetto vedere il nome di Carfì già traballante, anche perché questo giovane ingegnere romano, classe 1968, è arrivato in Publiacqua appena due anni fa, dopo una lunga guerra di potere e di poltrone tra il Partito democratico, l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, quello di Firenze Matteo Renzi, i francesi di Suez e il gruppo Caltagirone, questi ultimi azionisti di Acea al 12% e al 15%.

D’altra parte la nomina di Carfì, marito dell’ex assessore al Comune di Roma Alessandra Cattoi, fedelissima di Marino, arrivò proprio alla fine di un lungo braccio di ferro che portò poi Alberto Irace, ex amministratore delegato di Publiacqua, in Acea da numero uno.

IL BUCO DI ROMA E I DEBITI DI ACEA. Del resto sono molto delicati gli equilibri tra la società che gestisce il servizio idrico di Firenze e la municipalizzata romana, da anni indebitata e tra le cause del buco milionario di Roma Capitale. È una partita che riguarda la gestione dell’acqua pubblica nel centro Italia e che segue una polemica annosa proprio su Publiacqua, perché da almeno sei anni tante associazioni, come il laboratorio politico Per un’altra città di Ornella De Zordo, la stessa Federconsumatori o il Forum Italiano dei movimenti per l’Acqua, hanno sollevato dubbi sulla gestione di una società che, dall’inizio della gestione renziana nel 2009, ha mantenuto bollette tra le più care in Italia (a Firenze un cittadino paga quasi quattro volte quanto sborsa un milanese: 301 euro contro 82 per 120 metri cubi l’anno) continuando a macinare utili senza però investire adeguatamente sulla manutenzione degli impianti, con tubature ferme ai tempi di ‘Firenze Capitale e alla Belle Epoque’ e sprechi di acqua pari al 51% (dati 2015, ndr), citando il bilancio del 2010 firmato dall’ex presidente Erasmo D’Angelis, ora direttore de l’Unità.

Esposti in procura e soldi ‘scomparsi’

Come mai Publiacqua non ha mai investito nella manutenzione?

Già nel 2014 il Forum per l’Acqua pubblica di Rosanna Crocini chiese spiegazioni all’Autorità Idrica dove fossero finiti ben 69 milioni di investimento della società nel triennio che va dal 2010 al 2013. «Non abbiamo mai ricevuto risposta e abbiamo fatto diversi esposti alla magistratura», spiega a Lettera43.it.

Non solo. Sempre in un esposto alla procura di Pistoia, il Forum dell’acqua ipotizzava il reato di appropriazione indebita. Il riferimento era alla quota tariffaria del 7% come remunerazione garantita degli investimenti che il referendum del giugno 2011 sull’acqua pubblica aveva eliminato ma rimasta in bolletta.

Dove sono finiti quei soldi? L’unica certezza è che gli incrementi tariffari – i ricavi dal 2002 al 2010 sono pari al 92%, quasi raddoppiati – non hanno generato aumenti proporzionali negli investimenti.

I RAPPORTI CON ACEA E IL RUOLO DI GIANI. Parte dei problemi risiedono anche nel rapporto con Acea, perché la maggior parte dei profitti di Publiacqua – un’azienda che da qui al 2021 prevede un incremento di utili di quasi il 150%, con livelli di crescita da far invidia alle imprese petrolifere – vanno proprio nella municipalizzata romana, che è socio di minoranza, ma che in realtà ha le redini della società toscana.

Anche per questo motivo il consiglio di amministrazione di Publiacqua è il ritratto di un delicato equilibrio di poteri, ben rappresentato da Giovanni Giani, manager Suez dal 1987, consigliere di amministrazione sia a Firenze sia a Roma, sia nelle altre piccole partecipate toscane come Acque Blu Fioretine o Nuove Acque Spa.

Giani è pure nell’Aicom, la società di ingegneria che controlla la startup Cys4 di Marco Carrai impegnata nel settore della cybersecurity. «È il modello di gestione dell’acqua pubblico-privato che piace tanto a Renzi e che impone di investire gli utili in parte nella remunerazione del capitale e in parte in fondo investimenti, anziché nella manutenzione delle strutture come sarebbe necessario», scrive in una nota ‘Per un altra Città’, dove si ricorda che  non è stato ancora fatto nulla per «l’amianto che ancora accompagna ben 225 km di tubature di Publiacqua».

INGEGNERIA TOSCANA E LE GARE SOTTO LA SOGLIA DI CONTROLLO. Altri dubbi sono sorti dopo la nascita di Ingegneria Toscana Srl nel 2010, altra controllata di Publiacqua nata sotto la gestione di D’Angelis. Un poltronificio politico che nel solo 2015 ha gestito oltre 200 gare, trasformandosi di fatto in una stazione d’appalto dove la maggior parte delle gare risulta con un solo partecipante e altre riguardano importi di 39.900 euro, fissati per evitare il limite di 40 mila euro che rende necessario il controllo dell’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici.

Del resto Publiacqua è da sempre la fucina della classe dirigente renziana: nell’attuale consiglio di amministrazione siede Simone Barni, organizzatore del Pd di Prato, poi Andrea Bossola, anche lui in arrivo da Acea, quindi Carolina Massei, coordinatrice della Leopolda.

Un tempo nel consiglio di amministrazione sedeva anche Maria Elena Boschi, attuale ministro per le Riforme.

Insomma il Giglio magico ha da anni le mani nell’acqua che, come insegna Michael Burry, il titolare dell’Hedge Found Scion Capital interpretato da Christian Bale nel film The Big Short, è il vero investimento da fare nel futuro. Forse più del petrolio.

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