Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/02/2026

Dopo Glovo, anche Deliveroo commissariata per caporalato. Il 28 rider in piazza

L’inchiesta della Procura di Milano ha squarciato il velo sull’ipocrisia del food delivery: dopo il provvedimento contro Glovo, anche Deliveroo Italy è stata posta sotto amministrazione giudiziaria per caporalato.

Le indagini confermano ciò che l’USB denuncia da anni: migliaia di lavoratori sono stati sistematicamente sfruttati con paghe da fame – in molti casi inferiori del 90% rispetto alla soglia di povertà – e costretti a turni massacranti fino a 12 ore al giorno sotto il ricatto di un algoritmo-padrone.

Il 28 febbraio sarà la nostra risposta. La giornata nazionale di agitazione dei rider non è più solo una protesta, ma un atto di liberazione da un modello economico criminale che usa la tecnologia per mascherare il caporalato digitale. Non accetteremo più che il profitto di multinazionali miliardarie venga estratto dal sangue e dai diritti di lavoratori trattati come ingranaggi sostituibili di un software.

Rivendichiamo con forza il passaggio immediato a un lavoro vero con un contratto vero. Non servono accordi al ribasso, bonus o elemosine: la magistratura ha certificato che la nostra è subordinazione, dunque esigiamo l’assunzione diretta e l’applicazione integrale del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione.

Solo questo contratto garantisce la fine del cottimo, il diritto a ferie e malattia, e una paga oraria dignitosa.

La sicurezza non deve essere un costo a carico del rider: chiediamo che le aziende paghino integralmente i DPI, forniscano e manutengano i mezzi. Basta con algoritmi oscuri che penalizzano chi si ferma per stanchezza o necessità; esigiamo trasparenza totale sui criteri di assegnazione del lavoro.

Davanti alla gravità di quanto emerso a Milano, il governo e le istituzioni locali non possono più girarsi dall’altra parte. USB sostiene l’urgenza assoluta di aprire in ogni città, presso le Prefetture, dei tavoli permanenti di monitoraggio del caporalato.

È necessario un presidio costante del territorio per fermare lo sfruttamento e garantire che la regolarizzazione disposta dai giudici diventi realtà per ogni rider d’Italia.

Invitiamo tutti i rider di Glovo, Deliveroo e di ogni altra piattaforma a partecipare alle iniziative di mobilitazione di USB il 28 febbraio.

REAL JOB, REAL CONTRACT – SCHIAVI MAI! TUTTI IN PIAZZA IL 28 FEBBRAIO!

Le piazze della mobilitazione:

Torino – ore 08.00, Glovo Market, via Issiglio 76/A; ore 11.30, Burger king, via Sant’ Ottavio.

Rimini – ore 14.30, P.zza Cavour;

Bologna – ore 15.00, P.zza Nettuno;

Nola – ore 19.00, P.zza Duomo;

Milano – ore 19.00, stazione centrale (p.zza Duca d’Aosta)

Livorno – ore 19.30, P.zza Grande;

Palermo – ore 14.30, via Emerico Amari;

Padova – ore 19:00 McDonald’s, Piazzale della stazione.

Fonte

09/09/2024

Con Michel Barnier l’Unione Europea “commissaria” la Francia

La scelta di Macron di nominare Michel Barnier a capo del nuovo esecutivo sembra decisamente il frutto del “commissariamento” delle élite politiche continentali – considerata l’incapacità manifesta di Macron di affrontare la crisi politica che si è aperta con le elezioni europee del 9 giugno – bisognose di dare un “colpo di rasoio” alle aspettative di cambiamento del popolo francese, avviando un’agenda politica all’insegna di una maggiore austerità rispetto a spesa pubblica, pensioni e welfare.

La funzione di Barnier sarebbe quindi, mutatis mutandis, quella di Monti e di Draghi in Italia, ovvero rispettare la tabella di marcia della UE attraverso la presa incarico diretta del governo da parte di un proprio tecnocrate.

A tentare di sbarrare la strada a questo progetto c’è per ora solo una sinistra abbastanza unita, la maggioranza del movimento sindacale, un variegato arco di esperienze di movimento che hanno sostenuto il Nuovo Fronte Popolare, e la capacità delle piazze francesi di “incendiarsi” pur di poter cambiare i rapporti di forza, nonostante la blindatura politica evidente.

Macron Destitution!

Sabato 7 settembre, in centinaia di città francesi, si sono svolte le prime mobilitazioni contro il “coup de force de Macron”, che giovedì scorso ha nominato a capo dell’esecutivo il tecnocrate conservatore Michel Barnier.

Le manifestazioni erano già previste prima di tale nomina ed avevano come principale richiesta la destituzione di Macron, che prima si era rifiutato di dare l’incarico a Lucie Castets, la candidata proposta unitariamente dal Nuovo Fronte Popolare – la coalizione che ha ottenuto più deputati alle elezioni politiche anticipate – e poi aveva escluso dalle consultazioni un solo partito, La France Insoumise.

Alle mobilitazioni di sabato hanno aderito la maggioranza delle forze del NFP – tranne i socialisti – che sono servite a dare un primo sbocco di piazza al clima di indignazione rispetto alle decisione presa dal Presidente.

Naturalmente, come avviene per ogni manifestazione di carattere politico in genere, ed in particolare in Francia, dall’affermarsi del movimento dei gilet jaunes passando per quello contro l'estensione dell’età pensionabile, vi è una marcata distanza tra i numeri dati dagli organizzatori (300 mila in tutta la Francia) e il Ministro dell’Interno (110 mila).

La differenza maggiore tra le cifre si riscontra non a caso per la manifestazione principale – quella parigina – dove al corteo, secondo la prefettura, avrebbero partecipato solo 26 mila persone, mentre Mathilde Panot della LFI ha annunciato 160 mila partecipanti su suo profilo di X.

Da notare che, a differenza delle indicazioni date dalla segretaria della CGT Sophie Binet, la quale – come aveva annunciato – puntava ad una mobilitazione sindacale dal 1 ottobre, ha promosso la mobilitazione anche UD CGT 13 (che comprende all’incirca la regione metropolitana di Marsiglia).

Un corteo importante ha sfilato per strade del Vieux Port della città mediterranea al grido di “tout le monde déteste Michel Barnier”.

Sul volantino di convocazione si dà appuntamento per altri momenti di mobilitazione il 10 settembre, a fianco degli insegnanti, il 13 con i lavoratori della siderurgia, mentre si propone “lo sciopero inter-professionale nazionale” – di fatto uno sciopero generale – per il 1 ottobre.

Insomma, l’anima più combattiva della, CGT che tra l’altro aderisce alla Federazione Sindacale Mondiale (non alla cadaverica CES), è già sul piede di guerra.

Le piazze di sabato sono in continuità con quelle di giugno, mobilitate la sera stessa dell’annuncio delle elezioni anticipate da parte di Macron. Manifestazioni spontanee contro l’ipotesi di un governo di estrema destra, che avevano spinto ulteriormente le forze della sinistra a formare una coalizione unitaria, dopo la conclusione dell'esperienza della NUPES.

Una spinta che ha trovato allineate la quasi totalità delle organizzazioni sindacali e le variegate esperienze di movimento, e tanti e tante militanti di base che si sono “messi a disposizione” per la campagna politica lampo.

Voci dal corteo parigino

Il sito d’informazione Mediapart ha raccolto alcune voci del corteo parigino, che restituiscono un mix di indignazione, determinazione e – in dose minore – di fatalismo rispetto alla situazione.

“È un vero piacere essere qui, vedere così tante persone mobilitate: nonostante i postumi delle elezioni legislative, i Giochi Olimpici e l’attesa di due mesi per la nomina del primo ministro, la gente è ancora qui! (…) È molto importante denunciare questo colpo di forza democratico: il nostro voto non è stato rispettato”, dice Élodie, 24 anni, responsabile della comunicazione e attivista femminista.

“Macron deve restituirci il potere e noi dobbiamo applicare il programma del NFP. Purtroppo le strade sono l’unico modo rimasto per farci sentire”, dice Mireille, pensionata di 75 anni.

“Siamo in un momento storico molto grave, perché il popolo francese si è appena visto rubare le elezioni”, ha dichiarato Aurélie Trouvé, deputata insoumise, alla testa del corteo, denunciando un “patto” siglato da Emmanuel Macron con il Rassemblement national (RN) per portare avanti le sue politiche neoliberiste e antipopolari, cui aggiunge solo “l’odio per gli stranieri”.

“Sono assolutamente indignato. Sono davvero preoccupato che Macron voglia forzare la strada ancora una volta, sta facendo tutto il possibile per mantenere i pieni poteri”, ha detto Stéphane, un’insegnante di 40 anni. “È una catastrofe per la democrazia, perché molte persone di sinistra che non votavano da tempo lo hanno fatto alle elezioni legislative e non torneranno più. Alla fine, è la RN che conta i punti”, aggiunge l’amica Julie.

“Mi sento tradita, fa molto male, arriviamo primi e abbiamo un primo ministro di destra ultra-minoritario. Alla fine, per colpa di Macron, le elezioni non sono servite a nulla”, spiega Suzanne, 22 anni, una studentessa che era venuta a manifestare con due amiche.

Clara, ingegnere di 25 anni, e il suo compagno, manifestavano per la prima volta: “Macron ci ha rubato il voto. Abbiamo lasciato correre molte cose, ma questa è l’ultima goccia”.

“È un po’ debole, non siamo abbastanza. È meno che contro la riforma delle pensioni”, sospira Jean-Marc, un sostenitore di LFI che ha partecipato a tutti i movimenti contro le riforme di Emmanuel Macron.

“È difficile mobilitarsi, molte persone sono rassegnate”, dice Alice, una logista di 32 anni. “Penso che possiamo ricominciare a mobilitarci, ma purtroppo non sono convinta che questo cambierà le cose. Macron dice sempre che ci ascolta, ma continua esattamente come prima. Penso che potrebbe esserci una scintilla, un errore e le cose potrebbero esplodere, la gente è nervosa”, dice Madeleine, una pensionata di 68 anni.

“Macron va per la sua strada, ma se non ci ascolta continueremo”, ha aggiunto Yuna, una studentessa di 21 anni.

I manifestanti sono anche preoccupati per l’arrivo al potere di un primo ministro di destra, con il tacito sostegno della RN: “Dobbiamo rispondere all’emergenza sociale. Se Macron ha nominato Barnier, è per compiacere il Medef e i mercati finanziari, la stessa politica che sta facendo salire il RN”, ha detto un manifestante.

Alice, 24 anni, simpatizzante ambientalista, è venuta a ricordare l’urgenza di combattere il cambiamento climatico: “È un problema grave, ma Michel Barnier preferisce parlare di immigrazione”.

Un governo con il doppio “collare a strozzo”

La promozione mediatica di Barnier, che si sta sottoponendo ad un vero e proprio “tour de force” per cercare di creare consenso attorno alla propria figura, è iniziata poco dopo la sua investitura.

Solo domenica si è registrata una doppia intervista ai giornali domenicali francesi, che gli danno grande spazio come La Tribune de Dimanche col titolo “ho la calma delle vecchie truppe e dei montanari”, o il JDD, a cui riserva le proprie confidenze in tono poetico: “voglio incarnare una speranza per la Francia”.

Una luna di miele che però non può celare la verità.

Qualsiasi governo verrà composto, la sua agenda – viste le premesse della nomina del tecnocrate conservatore – avrà un doppio “collare a strozzo”.

Da una parte ci sarà l’UE che, per voce della Von der Leyen, si è subito felicitata per la “nuova missione” che per l’Unione andrà a compiere l’ex negoziatore comunitario della Brexit, e dall’altro il RN di Le Pen e Bardella, che si è posto come “sorvegliante” dell’esecutivo di minoranza in formazione, verificandone l’operato con la perenne spada di Damocle della “mozione di sfiducia” qualora non fossero presi in considerazione i propri desiderata.

Secondo la Costituzione non ci sono obblighi di tempo per la formazione di un governo che verrà scelto più a Bruxelles che a Parigi, con il beneplacito di Macron, né obblighi di comunicare l’indirizzo di politica generale in Parlamento.

Il costume politico lo imporrebbe, ma stiamo assistendo allo svuotamento della prassi politica della V Repubblica e ad una accentuazione dei suoi caratteri più autoritari permessi dall’architettura gollista.

Tutti i partiti del NFP si sono detti pronti a depositare una “mozione di sfiducia”, appena i tempi tecnici lo permetteranno, che dovrà essere votata entro 48 ore – raccogliendo le firme di almeno 58 deputati sui 577 dell’Assemblea Nazionale – ma che avrà bisogno dei voti della maggioranza dei deputati (289) per poter passare, cosa che è accaduta solo una volta nel corso della V Repubblica, il 5 ottobre 1962, con la sfiducia a Pompidou.

L’agenda del prossimo esecutivo

Veniamo quindi alla fitta agenda e al calendario serrato del nuovo esecutivo in fieri.

La questione di “massima urgenza” è il completamento del bilancio per il 2025, poiché i tempi sono strettissimi. Entro venerdì 13 settembre, l’esecutivo deve completare il progetto di bilancio dello Stato e inviarlo al Consiglio superiore delle finanze pubbliche, affinché possa essere esaminato dal Parlamento a partire dal primo ottobre, come previsto dalla legge.

A Bercy, i ministri dimissionari Bruno Le Maire e Thomas Cazeneuve hanno già preparato il lavoro, soprattutto sul fronte delle spese, mentre a Matignon, Gabriel Attal e i suoi consiglieri hanno effettuato i primi arbitrati.

Incaricato di accelerare gli affari correnti, il primo ministro dimissionario aveva optato per un bilancio 2025 il meno impegnativo possibile, accontentandosi, per la maggior parte, di rinnovare quello del 2024. La spesa pubblica totale è stata congelata a 492 miliardi di euro, con pochi cambiamenti nella ripartizione tra i ministeri, “a parte un taglio particolare al Ministero del Lavoro e dell’Occupazione”, ci informa Le Monde.

La domanda è se Barnier manterrà questa versione della legge finanziaria, praticamente scritta dal governo uscente, o se la modificherà introducendo misure più severe di riduzione dei costi per limitare il deficit. Appare abbastanza scontato che scarterà l’ipotesi di nuove spese in risposta alle tensioni sociali e ai cambiamenti climatici.

Il dibattito parlamentare modificherà ben poco l’impianto che gli verrà illustrato, ed il voto potrà essere bypassato con l’utilizzo dell’articolo costituzionale 49.3.

Mentre si rifinisce il progetto di bilancio per il 2025, il nuovo Primo Ministro dovrà affrontare un’altra emergenza: lo slittamento dei conti per il 2024. Lunedì 2 settembre, un mese e mezzo dopo aver ricevuto una nota del Tesoro, Bruno Le Maire ha avvertito i parlamentari che il deficit pubblico francese è in condizioni critiche.

Secondo il ministro dimissionario, invece di iniziare a scendere, come previsto, il deficit rischia di aumentare ulteriormente nel 2024, raggiungendo il 5,6% del prodotto interno lordo (PIL). Ciò significa che gli impegni presi da Emmanuel Macron (ridurre il deficit a meno del 3% del PIL entro il 2027) sono già lettera morta.

Barnier dovrà prendere in esame l’abrogazione della legge del 14 aprile 2023, che ha portato l’allungamento dell’età pensionabile dai 62 a 64 anni

Ma né Emmanuel Macron né i parlamentari dell’ex maggioranza vogliono sentirne parlare, a parte alcune modifiche parziali.

Barnier nel recente passato si è espresso a favore di disposizioni ancora più draconiane della riforma del 2023, con l’età pensionabile fissata a 65 anni.

Una proposta di legge per abolire il rinvio dell’età pensionabile legale a 64 anni sarà discussa il 31 ottobre all’Assemblea nazionale, su iniziativa del RN. La France Insoumise, da parte sua, ha presentato un testo di contenuto analogo, ma più netto.

Un altro scoglio è l’abbandono o il rilancio della riforma sull’indennità di disoccupazione. La questione è stata accantonata da Gabriel Attal in vista delle elezioni. Inizialmente rinviata a fine luglio, la riforma dell’assicurazione contro la disoccupazione è stata infine rinviata al 31 ottobre.

Il disegno di legge, che dovrebbe consentire al governo di risparmiare 3,6 miliardi di euro all’anno, inasprisce significativamente le condizioni in cui le persone in cerca di lavoro possono beneficiare dell’indennità di disoccupazione

Il testo aumenta il periodo di lavoro richiesto per ricevere l’indennità a otto degli ultimi venti mesi (rispetto ai sei su ventiquattro attuali, per coloro che non sono considerati “cittadini anziani”). Il periodo di erogazione del sussidio verrebbe ridotto da diciotto a quindici mesi (con un sistema più favorevole solo per le persone con più di 57 anni).

Da qui alla fine di ottobre, il nuovo Primo Ministro ha due possibilità. O lascia che la riforma entri in vigore il primo dicembre, come previsto, o decide di abbandonarla definitivamente.

In quest’ultimo caso, tuttavia, sarebbe necessario riaprire rapidamente i negoziati tra le parti sociali per stabilire nuove regole di compensazione. Gli accordi precedenti sono scaduti il 30 giugno e sono stati poi prorogati per decreto. Questa situazione non dovrebbe durare per sempre.

Fonte

14/08/2023

Ponte Morandi, la giustizia è ancora lontana

Sono passati cinque anni dal giorno della tragedia del ponte Morandi e da allora rimangono aperte le ferite delle famiglie delle vittime generate dal crollo; in più, la verità (processuale) è ancora lontana. Così come sono ancora da accertare, dal punto di vista individuale, le responsabilità manageriali di chi gestiva l’autostrada e di chi non ha fatto la manutenzione necessaria per tenere in sicurezza il ponte dell’Aspi del gruppo Benetton.

A giudizio, per il crollo del ponte, sono 58 persone tra dirigenti e tecnici, o ex, di Autostrade, di Spea e del ministero dei Trasporti. Gli addebiti principali sono a vario titolo di omicidio stradale plurimo, falso e disastro.

Il problema sicurezza era conosciuto al ministero dei Trasporti e in Aspi dal 1991. Tant’è vero che quando si decise di mettere in sicurezza uno dei principali piloni del Ponte, una delle imprese coinvolte in quell’operazione, Isa-Italstrade, propose l’abbattimento totale del viadotto o perlomeno del sostegno malconcio. Ha così testimoniato al processo in corso un consulente-ingegnere. Autostrade però si oppose.

Le responsabilità sono di chi non ha disposto la chiusura o la limitazione del transito dei veicoli sul ponte e del ministero dei Trasporti che non ha esercitato i poteri di controllo, espressamente attribuitogli dalle norme in vigore. L’88% di Autostrade per l’Italia è stato ceduto da Atlantia a Cassa Depositi e Prestiti, in cordata con i fondi Blackstone e Macquarie, realizzando così il cambio di proprietà della “gallina dalle uova d’oro”, da privata a pubblica sulla carta, ma di fatto di nuovo privata.

L’uscita di scena dei Benetton è stata agevolata da una ricca “buonuscita”, che va dai 7 agli 8 miliardi di euro, tale da comprendere i costi di danni e le eventuali cause risarcitorie legate al crollo del ponte. Inoltre grazie ad una delibera dell’Autorità dei trasporti (Art), il concessionario statale ha beneficiato anche di un aumento tariffario dell’1% annuo, con possibilità di arrivare all’1,7% fino al 2038 e un ristoro-Covid di 332,8 milioni di euro.

Quest’anno l’aumento è stato del 3,5%, quasi triplo rispetto a quanto pattuito. C’è voluto il ritorno al controllo pubblico (parziale) per avere un nuovo aumento dei pedaggi fermi dall’anno della tragedia.

Il passaggio di proprietà è comunque in perfetta continuità con la gestione precedente: extraprofitti, scarsi investimenti, poca manutenzione e automobilisti “spennati”. La musica, ovvero le regole contrattuali della concessione, è rimasta la stessa. Lo Stato non “regola” se stesso e neppure gli altri concessionari, a partire dal potente Gruppo Gavio.

Sono cambiati solo i manager (indicati dalla politica e dai fondi d’investimento). Da questa vicenda lo Stato ne esce da padrone, perdente, visto che i meccanismi regolatori tutelano prima l’interesse privato e poi (forse) il bene pubblico. La vecchia rendita di posizione Aspi è stata trasferita da una holding privata a una finanziaria pubblica, la Cassa Depositi Prestiti, che – è bene ricordare – ha la missione di fare profitti, abbassando sempre più gli interessi dei risparmi postali e acquistando reti autostradali, allargando la gestione con fondi d’investimento e finanziarie internazionali.

Riguardo alla ricostruzione del Morandi, anche se i lavori si sono conclusi velocemente, lo sbandierato “modello Genova” frutto del decreto che ha trasferito pieni poteri di commissario alla ricostruzione al sindaco Marco Bucci ha mostrato molte falle e ha lasciato una pesante eredità. I lavori di ricostruzione sono stati affidati senza gara – per un importo di 175 milioni di euro – al consorzio misto nazional-popolare (Fincantieri, Fs e Impregilo), quando un altro consorzio italo/cinese aveva fatto una proposta che sarebbe costata 25 milioni in meno. Avrebbe realizzato tre corsie per senso di marcia contro le due del ponte concluso, e negli stessi tempi, se non prima. Un ampliamento che avrebbe garantito una migliore rispondenza alle esigenze del traffico e agli eventuali sviluppi dell’assetto infrastrutturale, una maggiore sicurezza e una maggiore scorrevolezza (e quindi anche un minore impatto ambientale da emissioni). Secondo uno studio del Politecnico di Milano, inoltre, con tre corsie e alcuni interventi come l’allargamento delle gallerie e la fluidificazione a monte e valle del viadotto, si sarebbe potuta evitare la costruzione della Gronda di Genova, che prevede una spesa fino a 4 miliardi di euro e un enorme impatto ambientale che in prospettiva non si potrà purtroppo evitare.

Ora quel pasticciato decreto del governo Conte è diventato un riferimento politico e giuridico per come fare le opere pubbliche. Il dispositivo è un pesante arretramento per le tutele del territorio e nella gestione trasparente e partecipata della cosa pubblica. Sancisce l’insofferenza verso le regole di tutela ambientale, la partecipazione dei cittadini (ma anche degli organi rappresentativi) ridisegnando la gestione del territorio verso un modello autoritario. Con l’autorizzazione ad operare “in deroga” ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale, fatto salvo il rispetto delle disposizioni delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, si istituzionalizza la politica dei “commissari” per ogni opera.

Il dopo Morandi, anziché dare uno scossone riformatore al sistema delle concessioni autostradali, ha generato il “decreto Genova”, cioè la nomina di Commissari straordinari per le opere ritenute strategiche, nominati direttamente dal presidente del Consiglio su proposta del ministro delle Infrastrutture, per gli interventi che questo riterrà prioritari, con il ruolo di stazione appaltante e il potere di agire in deroga al codice degli appalti e alle norme di tutela ambientale, paesaggistica e artistica.

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23/06/2023

Il ritorno del MES, ovvero come commissariare i conti pubblici

Ieri sul voto della Commissione Esteri della Camera riguardo la ratifica del MES abbiamo assistito all’evidente dimostrazione dell’inconsistenza della classe dirigente italiana. Di questo comitato d’affari che non governa, ma fa unicamente il passacarte delle decisioni prese altrove, a Washington e, in questo caso, a Bruxelles e Francoforte.

L’Italia è l’unico paese a non aver ancora ratificato la riforma di quello che era chiamato Fondo salva-stati, elaborata all’inizio del 2021. Attualmente sono 19 i paesi che ne hanno firmato il trattato, versando di conseguenza una parte di capitale e ottenendone un diritto di voto proporzionale nel consiglio dell’istituto.

Nel corso degli anni questo strumento, parte integrante dell’architettura UE, è stato al centro di vari contrasti per l’ipoteca che rappresenta sui conti pubblici dei paesi coinvolti. Come è tipico della storia della costruzione europea, l’istituto è stato perfezionato nel corso del tempo, secondo le necessità emerse di ostacolo in ostacolo al rafforzamento della UE.

Nato per la gestione della crisi dei debiti sovrani nel 2010, in particolare del caso greco (il nome era, infatti, Greek Loan Facility), vista l’efficacia nell’imporre le politiche di austerità è stato trasformato in un vero e proprio meccanismo istituzionalizzato nel 2012. È stato poi utilizzato anche da Irlanda, Portogallo e Cipro.

La novità principale del MES rispetto al suo predecessore era la potenza di fuoco: se prima il fondo poteva spendere solamente le risorse versate dai membri, il MES può usare le risorse accumulate come leva finanziaria. In pratica, si tratta di indebitarsi con la Banca Centrale Europea, per poi utilizzare le risorse raccolte in sostegno dei paesi in crisi in cambia di riforme strutturali del mercato del lavoro e della spesa pubblica.

La riforma del 2021 introduce alcune novità importanti. La prima è quella di svolgere la funzione di paracadute finale col Fondo di risoluzione unico (Single Resolution Fund, SRF), dotato di 68 miliardi, nei casi di salvataggi di banche private. Ma è in ambito pubblico che ci sono cambiamenti ancor più sostanziali.

Infatti, con le linee di credito precauzionali introdotte dalla riforma, ci troviamo di fronte a una sorta di condizionalità ex-ante: se i tuoi conti sono in ordine, la potenza di fuoco del MES promette di proteggerti preventivamente da qualsiasi attacco speculativo.

Se invece sei «indisciplinato» come lo è l’Italia, ad esempio, è come se si invitassero gli speculatori a giocare sul tuo debito pubblico, sapendo che il fondo non garantirà difese finché non verrà firmato un Memorandum. In due parole, è un commissariamento in piena regola, che permette di scegliere tra l’instabilità finanziaria o precarizzazione e tagli alla spesa pubblica.

Se si mette in collegamento questo cambiamento con la revisione dei criteri del Patto di Stabilità e Crescita per come si sta prefigurando oggi, si rende evidente che l’obiettivo è quello di perfezionare una vera e propria gabbia europea sulle politiche monetarie. Non importano le promesse che può aver fatto l’attuale governo, tutto dipenderà dal pilota automatico di Bruxelles.

È l’ulteriore segnale del processo di verticalizzazione e centralizzazione delle politiche UE. Serve una visione generale del mondo alternativa per difendere gli interessi dei settori popolari e tenere l’orizzonte del Socialismo del XXI secolo nella propria lotta.

Fonte

06/05/2023

Meloni commissaria Inps e Inail: le rapaci mani del governo sul welfare!

È un commissariamento politico quello avvenuto per mano di un decreto legge nella tarda serata di ieri. La rimozione degli attuali vertici degli istituti presieduti da Pasquale Tridico e Franco Bettoni, peraltro in scadenza a breve, è altrimenti incomprensibile alla luce del fatto che sia INPS che INAIL hanno i bilanci più che in attivo.

L’abolizione del reddito di cittadinanza fortemente voluta e ideologizzata da questo governo non poteva sopportare che a dirigere l’INPS fosse proprio colui il quale quella misura l’ha ideata e fortemente sostenuta con l’ausilio di dati incontrovertibili. Tanto più quando si dispiegheranno appieno gli effetti della manovra e la platea dei poveri e dei lavoratori poveri si alimenterà a dismisura e servirà qualcuno fidato in grado di saperla raccontare.

Per quanto riguarda l’INAIL, che si appresta – anche qui per decreto – ad accogliere oltre dieci milioni di nuovi assicurati (studenti e docenti) senza nessun incremento di personale, risulta sicuramente appetibile per la “vocazione” agli investimenti immobiliari e la sua prossimità al mondo delle imprese.

INPS e INAIL sono pezzi fondamentali del welfare di questo Paese che il governo vuole controllare, inoltre detengono e movimentano ingenti risorse economiche (solo l’INPS gestisce quasi la metà della spesa corrente!) sulle quali si intende fare cassa, fregandosene degli effetti su una vasta platea di cittadini socialmente vulnerabili.

Per giustificare il commissariamento ed assicurarsi la prossima scelta dei direttori generali il governo ha agito modificando la governance dei due istituti che, manco a dirlo, andrà nella direzione di rafforzarne il potere di controllo.

Nei prossimi giorni sapremo il nome dei commissari ma di sicuro c’è che, per quanto ci riguarda, vigileremo affinché il welfare, in questo Paese, continui ad essere garantito.

USB Pubblico Impiego

Fonte

04/04/2023

Il governo batte in testa sul PNRR. Ma va?

Sei mesi lassù bastano per logorare un insieme di nostalgici sbandati con scarse cognizioni sui compiti di un governo e senza alcuna visione, almeno di medio periodo.

Accantonate senza gloria le sparate securitarie (i rave, gli anarchici, ecc.), pressoché archiviati i tentativi di buttarla sulla negazione di diritti civili scontati (riconoscimento dei figli, matrimoni, ecc.), sommersi dai naufraghi che si diceva potessero essere fermati col “blocco navale” o “impedendo le partenze”, ora si vede chiaro e tondo che l’ostacolo vero è il PNRR. Ossia il governo dell’economia sotto il controllo occhiuto della UE.

Come si era del resto facilmente previsto già sei mesi fa...

Nonostante il crono-programma e le misure relative fossero state già scritte dall’Unione Europea e supervisionate nientepopodimeno che da Mario Draghi, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non riesce sul piano meramente esecutivo a fare granché.

I dati parlano di solo il 6% dei progetti previsti che hanno almeno tagliato il nastro di partenza, mentre all’arrivo ce n’è solo l’1%. Impossibile coprire la voragine con la solita tiritera di menzogne studiate dagli spin doctor (ormai spremuti al punto da sembrare John Belushi...), specie davanti alla Commissione Europea che, nella sua immensa crudeltà “austera”, comunque sa di cosa si sta parlando.

Sono almeno tre i versanti di possibile crisi che stanno circondando il governo Meloni.

Il primo, e forse più facile da risolvere, riguarda le nomine nelle grandi aziende partecipate dallo Stato. Qui il gioco è leggibile in base al solito manuale Cencelli di democristiana memoria, appena complicato dalla necessità di trovare qualcuno che non sia impantanato nella sua pochezza come il “capo” scelto per Tre I, e soprattutto dagli appetiti di una Lega risollevata dai risultati delle regionali in Friuli.

Resurrezione salviniana in fondo alla base anche dei dubbi sulla possibilità di mantenere gli impegni presi con la UE proprio sul PNRR. Aveva cominciato il ministro per gli affari europei, Raffaele Fitto, a dire che era impossibile rispettare i tempi previsti.

Ieri ci si è aggiunto il capogruppo leghista e salviniano di ferro, Riccardo Molinari, che ha proposto di rinunciare ad una parte dei fondi europei (per la parte “in prestito”, mantenendo solo quelli “a fondo perduto”), trincerandosi dietro giochi di parole: «Ha senso indebitarsi con l’Ue per fare cose che non servono?».

Inutile dire che da Palazzo Chigi hanno fatto subito sentire la propria voce, necessaria se non altro per rassicurare i superiori di Bruxelles.

Ma ormai il problema è sul tavolo, non si può rimettere sotto il tappeto. E infatti fioccano le indiscrezioni su quali progetti sarebbero rinviabili, secondo i leghisti (e non solo loro, pare): il raddoppio delle ferrovie Orte-Falconara e Roma-Pescara, la “riqualificazione degli asili nido” e la piantumazione di milioni di alberi, le borse di studio per i dottorati di ricerca in “materie innovative”, ecc.

La “qualità” – si fa per dire – della risposta meloniana è misurabile in quella ridicola proposta del “liceo per il made in Italy”, che però chiarisce bene il tipo di scuola superiore che abita la testa dei post-fascisti: tutta una serie di “istituti tecnici” per sfornare aspiranti lavoratori pronti da mandare nelle fabbrichette.

Stando così le cose, è inevitabile che ai “piani alti” siano preoccupati e che, quindi, si comincino a muovere i primi passi per una correzione in corsa. Che, detto brutalmente, metterebbe in discussione il governo Meloni o comunque la sua attuale composizione.

Le voci sulla visita al Quirinale da parte di Mario Draghi e Paolo Gentiloni sono state così insistenti da rendere necessaria una curiosa smentita da parte dell’ufficio stampa di Mattarella. Curiosa perché di fatto è sembrata una conferma, anche se con date diverse (e precedenti) a quelle segnalate dai rumors.

Qualcuno davvero pensava che un governo così malmesso potesse davvero durare cinque anni?

Fonte

20/07/2022

“Qui comando io, se no è il diluvio”

Senza mezzi termini: “per fare tutto questo – il programma previsto da PNRR e partecipazione alla guerra – serve un governo forte e coeso, e un Parlamento che lo accompagni. Serve una fiducia vera, non di facciata”. Sottinteso: totale. “Siete pronti? La risposta non la dovete a me ma a tutti gli italiani”.

L’attesa per il discorso di Mario Draghi al Senato si è conclusa con la prevista dichiarazione di disponibilità a restare presidente del consiglio ma solo se si “ricostruisce il patto di fiducia” per come era stato all’inizio del suo mandato.

Ovvero senza nessun distinguo dei singoli partiti su nessuno dei punti fondamentali. Con i partiti obbedienti come lo sono stati – purtroppo aggiungiamo noi – “i cittadini”, che hanno sopportato di tutto con poche o nessuna resistenza.

Non ha detto, e non poteva certo dirlo senza passare per un aspirante “autocrate”, “qui comando io”. Ma il senso di tutto il discorso è stato questo.

Il lungo e scontato elenco delle cose fatte e da fare, con tanto di date e accenno alle conseguenze negative in caso di mancato delle scadenze del PNRR (“difficilmente si potrebbero chiedere altri aiuti in futuro”), è servito ad evidenziare che su tutti i temi su cui Lega o Cinque Stelle hanno storto il naso (reddito di cittadinanza, bonus edilizia, riforma del fisco, concessioni balneari, taxi, ecc.) le uniche soluzioni possibili sono quelle proposte da lui.

Perché le regole europee – anche se molte vanno ridiscusse, ma solo da un “governo autorevole” sul piano internazionale – sono vincolanti.

E così sulla guerra e l’invio di armi all’Ucraina (“unico modo per permettergli di difendersi”), dove la sottolineatura sulla “risoluzione parlamentare già approvata” serviva solo a ribadire che non ci saranno altri voti parlamentari su un’eventuale (e probabile) escalation su quantità e qualità degli armamenti.

Su tutto, continuo ed insistente, il riferimento al contesto e alle organizzazioni sovranazionali (Unione Europea, Nato, G7), che sono “la nostra casa” e che ci stanno a sentire solo se siamo “sufficientemente autorevoli”. Il che significa una sola cosa: un governo di unità nazionale il più largo possibile, senza opposizione interna (la Meloni, si sa, fa finta e lo spiegheremo presto, analizzando la sua ipotetica “lista dei ministri” in caso dovesse vincere le prossime elezioni).

C’è un solo programma, un solo interesse sociale legittimo, e corrisponde totalmente a quello che “i mercati” pretendono. L’“orgoglio nazionale” sta nel rispondere a questa volontà. Altrimenti – è il sottotesto che ogni tanto fa capolino dalle sue parole – è il diluvio.

Anche le ridicole “mobilitazioni spontanee” di questi giorni, con cui ha voluto identificare “la maggioranza degli italiani”, sono state un argomento usato con vero sprezzo del ridicolo come “legittimazione” alla propria permanenza alle sue condizioni.

Il resto – le parole sull’“agenda sociale” o sul “salario minimo”, sui rinnovi contrattuali o sulla mancanza di contratti – sono state per l’appunto parole. Spese per far dire che “c’è attenzione” a certi temi, ma senza alcun impegno formale, tanto meno sul merito concreto (per altre questioni, come il contestato rigassificatore a Piombino, ha indicato invece anche la data di completamento dei lavori).

Anzi, c’è semmai da preoccuparsi per quell’accenno a una “riforma delle pensioni” che – immancabilmente, come da 30 anni a questa parte – dovrà garantire “flessibilità in uscita” ma dentro uno schema “sostenibile”. La Fornero, insomma, con qualche modifica anche peggiorativa...

Ma è il dato istituzionale quello peggiore: “serve un governo forte e coeso, e un Parlamento che lo accompagni” è un rovesciamento costituzionale che elimina la democrazia parlamentare liberale. Per ora nei fatti, le riforme costituzionali seguiranno.

Magari quando, dopo le prossime elezioni politiche, Mattarella potrebbe a sua volta lasciare il Quirinale per consegnarlo a Lui.

P.s. Coincidenze.

Subito dopo la conclusione del discorso, dopo un’apertura negativa, la Borsa di Milano è passata in positivo, con le banche in grande spolvero. Ed anche lo spread è ridisceso, beneficiando i possessori di titoli di stato italiani (prima di tutto le banche, ovviamente) con un aumento dei prezzi e una diminuzione dei rendimenti.

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30/06/2022

Draghi, il “commissario euro-atlantico” che si mangia i partiti

Occuparsi della politica italiana comporta diversi rischi. Il primo, e più comune, è quello di immergersi e restare nel gossip. Ossia in quella ridda di parole, dichiarazioni, ammiccamenti, smentite, che fanno diventare “la politica” un succedersi di faccende personali tra individui chissà perché piovuti in Parlamento o al governo.

Il secondo – certamente più grave – è quello di non vedere la realtà dei rapporti di potere che sovrintendono alle dinamiche politiche nazionali.

Bisogna perciò in qualche misura ringraziare il sociologo Domenico De Masi che, intervistato da Il Fatto, ha reso nota la pressione di Mario Draghi su Beppe Grillo affinché facesse in qualche modo fuori Giuseppe Conte da “capo politico” dei Cinque Stelle.

Per la cronaca, la smentita di Draghi è arrivata solo 12 ore dopo, quando lo “scandalo” era ormai esploso. Il che, per le abitudini di qualsiasi governo o partito, equivale ad un’ammissione, più che a una smentita. “Atto dovuto”, insomma, ma non convincente...

Come i nostri lettori sanno non siamo mai stati teneri né con i Cinque Stelle, né con Giuseppe Conte, né con Beppe Grillo. Ma certo quel movimento aveva raccolto – in modo deviato e banale, “populista” nel senso più deteriore – una domanda di rappresentanza politica di interessi sociali che gli altri partiti non potevano coprire.

E quel pochissimo che erano riusciti a fare nei due governi presieduti da Conte – un reddito di cittadinanza ampiamente al di sotto delle necessità, un “decreto dignità” che non ha neanche sfiorato lo strapotere delle imprese sui lavoratori, ecc. – è stato comunque vissuto con un fastidio immenso dal mondo delle imprese e dai poteri europei.

Nel nostro piccolo, avevamo visto subito che “l’ascesa di Draghi a Palazzo Chigi” era il suggello di un’operazione di restaurazione condotta dalla borghesia europea – che comprende anche la fascia più “elevata e internazionalizzata” di quella italiana – con l’obiettivo esplicito di “ridisegnare” il modello produttivo italiano in funzione delle filiere produttive continentali.

Nonché di revisionare pesantemente la struttura istituzionale dello Stato a suon “riforme” collegate agli obiettivi del PNRR.

Era stato quindi abbastanza facile vedere in Draghi un “commissario” che avrebbe cercato fra l’altro di selezionare una nuova classe politica, pescando tra i più “affidabili” e “disponibili” delle varie formazioni in sfacelo, cui affidare il compito di mantenere la nave sulla rotta fissata.

La stessa ricostruzione che fa oggi Marco Travaglio di quest’ultimo anno e mezzo parla giustamente di “operazione golpista”, elencando come e quando PD, Lega e Cinque Stelle sono stati smontati e rimontati nel modo più adatto allo scopo.

Per questi ultimi, in particolare, lo smontaggio deve arrivare fino all’eliminazione. Facile capire che Luigi Di Maio è stato “convinto” piuttosto rapidamente, e che anche Grillo – in crisi di idee – oscilla continuamente tra continuità e liquidazione di un’esperienza troppo “tenera” per reggere nel mare infestato di squali.

I punti che ci sembrano rilevanti, per un’opposizione popolare degna di questo nome, sono almeno due.

Il primo è come funziona il potere, in questo continente. Telefonare a Grillo perché si liberi di un suo “collaboratore” prestigioso (due volte presidente del consiglio, comunque lo si giudichi) rivela un metodo. Che consiste nel rovesciamento completo tra poteri esecutivi, decisionisti, e dialettica politica, quella che dovrebbe esistere tra popolazione e Parlamento, per il tramite di partiti, ecc.

La frase agghiacciante con cui Draghi si è rifiutato di subordinare le sue scelte sull’invio delle armi in Ucraina al voto dell’aula, né ora né in futuro («Impossibile: vorrebbe dire che il governo è commissariato dal Parlamento»), è l’esplicitazione di una cultura tecnicamente golpista. Che esclude categoricamente che possano esser fatti valere interessi diversi da quelli dominanti.

È la dichiarazione di morte per quella “democrazia parlamentare” di cui ci si riempie la bocca ogni volta che, non a caso, bisogna fare la guerra a un nemico.

Il secondo punto, fondamentale nei prossimi mesi, è che non ci può essere nessuna contaminazione possibile tra qualcuno dei “partiti” che si riconoscono nell’”euro-atlantismo” capitanato da Draghi (tutti quelli presenti in Parlamento, a parte alcune frange sparse dell’ex galassia grillina) e il movimento sociale-politico che va componendosi faticosamente per creare un’alternativa pacifista, ambientalista, di giustizia sociale.

E se, a sinistra, è per tutti scontato che non si possa né debba interloquire con il fascioleghismo, è meno chiaro – per alcuni – che questo non può avvenire neanche con il PD. Ossia con il comitato elettorale che più di tutti è profondamente sintonizzato sull’euro-atlantismo guerrafondaio.

Siamo in tempi di guerra, il potere che sorride lo fa per nascondere la dentatura da predatore.

È ora di liberarsi delle subculture dei decenni passati. Quelle fermentate sull’illusione che la Storia fosse finita e che restasse solo da “aggiustare” le storture più evidenti.

Chi si illude, non ha futuro.

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25/05/2022

Ddl concorrenza, la prova di forza di Draghi-UE

I richiami all’ordine di Mario Draghi – in un consiglio dei ministri durato appena dieci minuti – non sono bastati a tacitare le “sofferenze” dei partiti espressione della parte più arretrata della piccola borghesia italiana, quella che lucra redditi su concessioni pubbliche anche minime, evasione fiscale, ecc.

Così la Commissione Europea – il “governo” della UE – ha pensato bene di far sentire anche la propria pressione al fianco del presidente del Consiglio. L’Italia “deve attuare le riforme”, a partire da quelle previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, e quindi fisco, catasto, lavoro e concorrenza, chiede l’esecutivo di Bruxelles che, in particolare sugli immobili, aggiunge: «i valori catastali, che servono come base per il calcolo dell’imposta, sono in gran parte superati», occorre «allineare i valori catastali ai valori correnti di mercato».

Sul ddl concorrenza, che fin lì era stato il motivo principale del nervosismo della destra politica, l’unico punto di frizione resta quello più miserabile: le concessioni balneari. Ossia quelle autorizzazioni a “fare impresa” su spiagge pubbliche, recintando e privatizzando spazi demaniali, pagando (e più spesso eludendo) affitti risibili, sfruttando manodopera stagionale pagata meno del già patetico reddito di cittadinanza.

E dire che quel ddl è un pacchetto molto ricco di privatizzazioni – dall’acqua ai trasporti pubblici, dalla sanità ai rifiuti, dal gas all’idroelettrico, ecc. – che mirano univocamente a consegnare nelle mani degli imprenditori una serie di beni e servizi che immancabilmente verranno a costare di più agli utenti. Ossia a noi.

Su tutto questo, silenzio assoluto e complice. Ognuno dei partiti di governo (e anche Fratelli d’Italia) rappresenta infatti varie frazioni di borghesia imprenditoriale (locale, nazionale, europea) che trova in quel testo grandi occasioni per fare affari.

Resta il nodo dei “balneari”, come dimostrazione di un contrasto di interessi tra questa sottile frazione (12.000 concessionari) – che ha fatto modesta fortuna sfruttando i poteri di amministrazioni locali “permeabili” – e un’imprenditoria molto più strutturata che vorrebbe impossessarsi anche di questo business secondo “regole europee” (mettendo all’asta le varie concessioni).

Ma non è questo il punto politico più interessante.

Il vero centro del conflitto mimato sotto i nostri occhi – e che non porterà in nessun caso ad una crisi di governo – è tra la prevalenza delle “regole europee” e l’eterno fai-da-te dell’imprenditoria stracciona e semilegale che caratterizza la fascia più bassa della borghesia nazionale.

Non ci sono molti dubbi sull’esito – sono trent’anni che questo scontro si ripropone e termina sistematicamente con la sconfitta dei “nazionalisti minimi” – ma torna utile al “potere vero” per istituzionalizzare un nuovo passo avanti verso la centralizzazione della decisione politica nelle mani di Bruxelles.

Lo dimostra, per esempio, il gesto davvero inusuale con cui Mario Draghi ha accompagnato la convocazione, stamattina, della conferenza dei capigruppo per esaminare il ddl concorrenza. Ha infatti imposto all’odg della riunione una sua lettera alla presidente Elisabetta Casellati in cui il premier sollecita l’approvazione entro fine maggio del ddl Concorrenza altrimenti verrebbe messo a rischio “uno degli obiettivi fondamentali del PNRR”.

Si tratta, con tutta evidenza, dello stesso richiamo fatto nel consiglio dei ministri straordinario di una settimana fa: ogni “riforma” che il governo mette in cantiere deve essere approvata senza ritardi rispetto al calendario (e ai contenuti) stabilito con la Commissione Europea al momento dell’approvazione del “Recovery Fund”. 528 “condizionalità” da rispettare, a scadenze prefissate, altrimenti si blocca l’erogazione dei prestiti europei.

Il comando del capitale internazionale non si impone, di preferenza, con le armi, ma con i più sottili strumenti ricattatori del debito e dei prestiti, “liberamente” contrattati.

È da stupidi non capirlo...

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03/11/2021

Il Commissario Quirinalizio prossimo venturo

I giochi politici in questo paese non contano più nulla. Con grande dispiacere dei giornalisti di punta, abituati da almeno 30 anni a vivere di pettegolezzi e “retroscena”. Però non sanno far altro, e quindi insistono nel praticare l’unico sport che conoscono.

Il “pezzo forte” della settimana sono le parole di Giancarlo Giorgetti, ministro dello sviluppo economico e testa pensate della Lega “di governo”. Presentando l’annuale “libro di Bruno Vespa”, ha fulminato i presenti prospettando una soluzione per il rebus-Quirinale di cui ben pochi osano parlare apertamente: “Già nell’autunno del 2020 le dissi che la soluzione sarebbe stata confermare Mattarella ancora per un anno. Se questo non è possibile, va bene Draghi” che “potrebbe guidare il convoglio anche da fuori. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto”.

Lasciamo perdere le questioni personali, di cui nulla sappiamo, vista la nostra lontananza da certi giri. E vediamo cosa significherebbe istituzionalmente e soprattutto sul piano europeo e/o dei “mercati”.

Comunque la si giri, la formula di Giorgetti esplicita un bisogno della classe dominante (non solo italiana): non toccare nulla nell’attuale governance del Paese. Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi garantiscono soprattutto l’Unione Europea e i mercati finanziari (hanno, come si dice, “grande credibilità internazionale”).

La Costituzione formale è un limite abbastanza superabile. Il “bis” temporaneo al Quirinale è già stato sperimentato con Giorgio Napolitano, per lo stesso motivo, dunque non sarebbe una forzatura istituzionale ma solo una scelta “poco opportuna”. E quindi chissenefrega.

Ma questa soluzione ha il difetto di valere soltanto per un anno, quello che separa l’elezione del nuovo Capo dello Stato dalle elezioni politiche del 2023.

Per “mettere in sicurezza” il PNRR, e le “riforme strutturali” imposte dall’Unione Europea come condizione vincolante per l’erogazione delle successive rate del Recovery Fund, serve sicuramente più tempo, visto che il relativo cronoprogramma arriva al 2026.

La classe dirigente non può insomma rischiare che tra un anno e mezzo ci sia un Parlamento inattendibile quanto quello attuale, senza alcun personaggio di statura internazionale, magari con una maggioranza – come quattro anni fa – poco in linea con gli standard richiesti dai “mercati”.

C’è da dire che neanche i cosiddetti “partiti” presenti nell’attuale Parlamento hanno alcun desiderio di ritrovarsi a dover decidere tra attuazione delle chiacchiere elettorali (prometteranno come sempre di tutto e il contrario di tutto), con l’unico effetto – sicuro come la morte – dello spread in volo verso vette ineguagliabili. Con le conseguenze che abbiamo imparato a conoscere e in assenza della “rate” su cui si sta facendo conto.

Dunque l’attuale governance di “garanzia europea” va mantenuta almeno per i prossimi cinque anni.

Per far questo Mario Draghi è al momento ancora insostituibile. Ma appare difficile che possa tornare ad essere, dopo le elezioni, di nuovo premier senza un’investitura popolare. La quale a sua volta appare davvero improbabile, viste le lacrime e il sangue che cominciano a far capolino tra le nebbie che circondano sia la “legge di stabilità” che, soprattutto, le “riforme”. Lacrime e sangue che tra un anno e mezzo sarebbero decisamente più evidenti di oggi.

Già dieci anni fa l’operazione fatta con un altro Mario, Monti in quel caso, fu un flop clamoroso che aprì le porte alla breve e scorbutica stagione del “populismo” (equamente diviso tra “vaffa” e razzismo).

Dunque servirebbe il bis dell’operazione che ha portato Draghi a Palazzo Chigi, come se le elezioni non fossero nel frattempo avvenute e con tutti i cosiddetti partiti che entrano nella compagine governativa solo per obbedire al “grande illuminato”.

I rischi sono evidenti. Quanti oggi strizzano l’occhio a questa ipotesi, a risultati elettorali definiti, potrebbero avere la tentazione di giocare diversamente (perché rafforzati o indeboliti dall’esito). Scombinando le attese internazionali e complicando il percorso delle “riforme” con altre “pensate” impreviste, come lo sono in parte state quota 100 e il reddito di cittadinanza.

Più semplice, invece, se Mario Draghi fosse stato nel frattempo “elevato” alla massima carica. Potrebbe esercitare il suo ruolo in modo molto forte – anche queste forzature sono già state fatte, da Cossiga in poi, e da Mattarella stesso quando diede l’incarico a Cottarelli, indicato da nessuno – assumendo di fatto anche la parte di primo ministro, magari figurativamente lasciata a Daniele Franco (attuale ministro dell’economia) o altra figura equivalente pescata nel vivaio della Banca d’Italia.

In effetti sarebbe un semipresidenzialismo di fatto. Un’anticipazione della riforma costituzionale che, a bocce ferme, non può essere neanche ipotizzata (tantomeno realizzata in soli 121 mesi).

Al di là dei piagnistei dei “difensori della Costituzione formale” – sono 100 anni quasi esatti dalla repubblica di Weimar, e si sa com’è finita – una simile forzatura risponde a un’esigenza per nulla “nazionale”.

La classe dirigente attuale – imprenditoriale e non – non ha infatti più alcun limite nei confini, vissuti alla pari di quelli regionali o provinciali (si bada alla differenza di regole locali, cercando quella più vantaggiosa per sé, ma senza alcun “disegno di sviluppo” particolare).

Tenere inchiodata l’attuale governance – centrata su Draghi – è un problema di efficienza nella realizzazione di una nuova divisione del lavoro tra paesi europei. Gli interessi della classi popolari, i bisogni, le speranze delle nuove generazioni, non possono trovare alcun posto (se non nella retorica, tipo quella “per i giovani” quando si parla di pensioni o debito pubblico).

La presidenza della Repubblica, da questa angolatura, diventa una carica che deve forzatamente essere assunta da un “commissario europeo”, con compiti anche operativi (che la Costituzione italiana non prevede, ma chissenefrega).

Un Commissario Quirinalizio. Che anche simbolicamente restituisce l’immagine di un paese commissariato e in vendita. Come la Grecia dopo la capitolazione di Tsipras.

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23/03/2021

La politica eugenetica della giunta lombarda


La campagna vaccinale è troppo lenta in tutta Italia: 200.000 dosi somministrate al giorno sono davvero troppo poche perché si possa pensare di raggiungere obiettivi importanti in tempo utile.

All’interno di questo sfascio nazionale, però, ci sono regioni primatiste d’inefficienza, di clientele e di ottusità. La Lombardia occupa senz’altro il primo posto in tale graduatoria al peggio.

La percentuale di ultraottantenni vaccinati con la prima somministrazione nello spazio di oltre due mesi è del 50% circa, e il 15% sono coloro che hanno ricevuto la seconda dose. È chiaro che di questo passo le vaccinazioni di tale fascia d’età si protrarranno sino a metà maggio; di conseguenza non si ha nessuna nozione di quando potrà iniziare la fase degli ultrasettantenni e dei soggetti a rischio per patologie.

I cittadini lombardi non hanno alcuna informazione e sono ormai allo sconforto. Nei giorni scorsi, tra l’altro, diverse giornate di vaccinazione sono andate perse poiché, preparati i vaccini e presente il personale nei luoghi di vaccinazione si sono presentati pochissimi vaccinandi.

La causa di queste assenze è che gli SMS che dovevano convocarli non sono partiti. Si ha notizia poi, soprattutto in provincia di Cremona, di convocazioni di novantenni in centri distanti anche cento chilometri dalla loro abitazione.

Inoltre, il recupero dei giorni persi a causa del blocco del siero AstraZeneca non è stato organizzato, per cui chi ha saltato l’appuntamento non sa quando potrà recuperare il proprio turno.

La responsabilità delle mancate convocazioni ricade su ARIA, (Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti), che sta dimostrando la propria completa inefficienza a gestire un’operazione non particolarmente difficile come la convocazione dei cittadini nei centri vaccinali.

Contro ARIA si sono scagliati l’assessora Moratti e il commissario Bertolaso, dimenticando che tale Agenzia è però una creazione diretta del presidente regionale Fontana. Infatti ARIA nacque due anni fa per accorpare tre diversi carrozzoni politico-clientelari di epoca formigoniana: la Centrale Acquisti Arca, Lombardia Informatica e Lombardia Infrastrutture.

A capo di ARIA fu nominato un direttore di stretta osservanza leghista, Filippo Bongiovanni, costretto alle dimissioni nel luglio scorso, quando cadde nella rete dell’inchiesta sui sospetti acquisti di materiale sanitario dalla ditta del cognato e della moglie del presidente Fontana, scandalo per cui questi ultimi tre sono tuttora inquisiti.

Al suo posto fu chiamato dal Veneto Mario Gubian, ora in grave difficoltà per l’incapacità di gestione della campagna vaccinale.

Quello di chiamare funzionari pubblici dal Veneto sta diventando peraltro un’abitudine della giunta lombarda, che ha recentemente sostituito, dopo soli otto mesi, il direttore della sanità Trivelli con il pluricondannato veneto Giovanni Pavesi, in un tourbillon di nomine che sembra produrre solo ulteriori danni.

Di fronte al fallimento di un piano di gestione delle vaccinazioni costato ben 22 milioni, il presidente Fontana chiede ora “un passo indietro” del consiglio d’amministrazione di ARIA per lasciare solo al comando Gubian, che è evidentemente tutt’altro che esente da colpe.

La cacciata del Consiglio d’Amministrazione di ARIA peraltro è stata chiesta con il roboante “chi sbaglia paga” da Salvini in persona, sempre pronto a ingerirsi nelle cose lombarde con le sue sparate giustizialiste e propagandistiche.

In pratica, come da sempre, si scarica la responsabilità su qualche incarico tecnico per non mettere in discussione le scelte politiche sbagliate della giunta.

In una tale situazione di caos, prolifera, in Lombardia, il fai-da-te vaccinale. Sembra che il 16% delle dosi destinate agli ultraottantenni sia stato somministrato a soggetti non previsti dalle indicazioni nazionali, che fissano tappe progressive per età (fatto salvo il personale sanitario e scolastico).

In Lombardia sono stati vaccinati i professori universitari, che fanno lezione on line, ma soprattutto è strano che siano stati vaccinati gli amministrativi delle università e degli ospedali, personale spesso giovane e senza problemi di salute che non ha contatti diretti con il pubblico.

Nel frattempo, le imprese private stanno raccogliendo le prenotazioni tra i dipendenti, approfittando dell’accordo tra regione, Confindustria e Confapi per la vaccinazione in azienda, che sottrarrà dosi agli anziani e ai fragili.

Si badi, non si vuole qui scatenare una “guerra tra poveri” perché tutti hanno diritto a vaccinarsi, bensì sostenere che la vaccinazione per fasce d’età, dato che coloro che contraggono in forma grave la malattia sono soprattutto anziani e fragili, potrebbe far calare la mortalità da Covid e diminuire l’affollamento degli ospedali, a vantaggio di tutti.

L’esperienza in tal senso della Gran Bretagna, che ha ridotto la mortalità a pochi casi al giorno grazie a una vaccinazione che rispetta le fasce d’età, fa testo. Una constatazione che appare semplice, ma che non trova riscontro in Lombardia, dove ormai si è al caos totale e dove sembra che il criterio dell’età, che è anche quello della solidarietà e della protezione di chi è a maggior rischio, sia dimenticato a vantaggio della produttività del singolo, che tanto piace a Moratti, la signora del “più vaccini a chi fa più PIL”.

In questa situazione, non resta purtroppo che temere che la Lombardia si stia avviando a un percorso di carattere eugenetico di eliminazione dei soggetti anziani e fisicamente fragili, oltretutto “costosi”, a vantaggio dei “produttivi”.

È necessario fermare questa giunta, con il commissariamento regionale che ormai da un anno forze sociali, politiche e sindacali richiedono a gran voce e che il governo Conte non ha avuto il coraggio di mettere in atto. Commissariamento che diventa ancora meno probabile venga realizzato da un governo zeppo di ministri leghisti e italoforzuti.

Ma anche se difficile da ottenere, il commissariamento è necessario per la salvezza dei cittadini.

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05/03/2021

Zingaretti se ne va, non sarà l’unico...

Come nelle saghe simil-nibelungiche che popolano la televisione d’inverno, eserciti politici sparsi nella pianura vengono spazzati via dall’alito dei Draghi volteggianti nell’aere...

Stavolta tocca al Pd, con il segretario Nicola Zingaretti, convinto alle dimissioni – a suo dire – dall’indegno spettacolo della lotta per le poltrone che caratterizzerebbe il suo stesso partito. Difficile crederci, vista la storia del Pd e dello stesso Zingaretti (uno che di poltrone e gestione amministrativa se ne intende), perciò sarà meglio evitare di farsi depistare.

Per capirci qualcosa bisogna alzarsi al di sopra del livello “fenomenico” espresso dalla più squallida classe politica dell’Occidente. Lo stesso terremoto, appena qualche giorno prima, ha scosso dalle fondamenta il Movimento 5 Stelle, con la conversione istantanea del suo “gruppo dirigente” dall’anti-draghismo al viva-draghismo europeista ed atlantico, e la contemporanea diaspora di una parte non secondaria dei suoi parlamentari, ora costituiti in “alternativa”.

Due punti fanno una linea, ci tocca ricordare, in geometria come in politica. Se appena appena si guarda più in là tutti possono notare che anche nella Lega gli equilibri non sono gli stessi di prima (e tre punti fanno un cerchio...).

Ora comanda palesemente l’”europeista” Giancarlo Giorgetti, che lascia volentieri a Salvini il ruolo del guitto davanti alle telecamere. Seduto nel “ministero delle rogne industriali” (lo “sviluppo economico” si occupa in realtà quasi soltanto di “tavoli di crisi”) ha ben altro a cui pensare, e molti equilibri interni all’imprenditoria – internazionale e non – da rispettare.

Perciò le dimissioni di Zingaretti sono comprensibili solo se collocate nel processo di smottamento del sistema politico italiano, messo in moto dal “governo di salvezza nazionale” a guida europea.

È sicuramente vero che “la base” di quel partito, con ancora parzialmente nel cuore la nostalgia per “la Ditta” (come veniva chiamato il Pci, comprese le sue involuzioni successive), ha sentito più “suo” un segretario che veniva da quella storia e che, soprattutto, aveva provato a risollevare lo straccio lasciato da Renzi inventandosi una pretesa “contrapposizione valoriale” tra centrodestra e centrosinistra. Buona per chiedere il “voto utile” ad ogni tornata elettorale, ma non rintracciabile negli atti di governo, sia a livello centrale sia – in modo sfacciato – a livello locale.

Ed è altrettanto vero che i parlamentari oggi figurativamente rappresentanti il Pd sono quasi tutti dei “nominati” da Renzi, che non l’hanno seguito ma, forse, in modo concordato.

Dunque, il “povero Zinga” viveva come un re dimezzato, benvoluto dal suo “popolo” ma impossibilitato dalla corte a fare alcunché.

L’apparenza dell’”unità” sarebbe forse continuata anche a lungo (senza esagerare, certo) se non fosse caduto sulla politica italiana il meteorite Draghi. Ossia il commissariamento del Paese da parte dell’Unione Europea e, in parte, dal “nuovo corso” degli Stati Uniti.

Il governo con “tutti dentro” cancella molte pretese di “differenza valoriale” con la destra, sia moderata sia estrema. Difficile, se non impossibile, presentarsi ad elezioni di qualsiasi livello agitando di nuovo il fantasma del “pericolo fascista” incarnato... dall’alleato Salvini.

Ma anche fuori dalla retorica elettorale, il “partito degli amministratori”, sia regionali sia di città medio-grandi, non offre grandi possibilità di distinguere blocchi differenti (non diciamo “contrapposti”). Tra Bonaccini e Zaia, tra De Luca e Fontana, ecc., ci sono più sintonie che contrasti. Poi, certo, sono differenti le catene clientelari e gli imprenditori di riferimento. Ma neanche sempre...

Del resto il Pd si era caratterizzato nell’ultimo decennio – ma anche in quello precedente – come il “partito del sistema”, la “forza tranquilla” dell’establishment europeista, in grado di tenere insieme le “riforme” anti-popolari e i ceti “riflessivi” acculturati (la piccolissima borghesia delle professioni liberali, con una preferenza per quella cultural-intellettuale, fino agli insegnanti). E viveva quasi con imbarazzo l’etichetta di “sinistra”, utile il giorno delle urne e dimenticata il giorno dopo.

Ma “il sistema europeista” ha ora preso direttamente in mano le residue leve del comando politico-governativo. Dunque il Pd, com’era diventato, non serve più. E non soltanto lui, come si è visto con 5 Stelle e (prossimamente) con la Lega. Persino i nostalgici fascisti di FdI non stanno davvero all’opposizione (basta guardare il loro entusiastico applaudire i generali ai posti di comando), anche perché molto del loro “consenso strutturato” viene da gruppi che non amano stare fuori dai giochi e dai centri di spesa.

Ma se tutti – tutti – i partiti presenti in Parlamento sono diventati inutili, nel momento stesso in cui si sono messi al servizio di Draghi e della Ue, allora deve necessariamente iniziare un ridisegno generale del “sistema politico” nazionale.

Di sicuro, questo nuovo sistema è già ora – mentre si va ancora distruggendo quello precedente, tarda eredità della “seconda repubblica” e della stagione “populista” – segnato dalla prevalenza assoluta di una sola frazione del capitale: quella multinazionale, di dimensione e campo di interessi “europei”.

Contrariamente a quel che in genere si crede, anche “a sinistra”, la “borghesia nazionale” è ridotta a quella robetta che non ha la forza (il capitale, i soldi) per competere fuori dal mercato interno. E dunque si adatta al ruolo di “subfornitore contoterzista” (nei settori industriali), oppure ha provato a resistere nei vari livelli del capitale commerciale. Che è poi la parte che sta venendo spazzata via dalla gestione politica della pandemia (le chiusure riguardano solo questi settori, mai la manifattura, anche se ovviamente ci si contagia allo stesso modo).

Per capirci: una media impresa che ha – per esempio (ma esiste davvero, e con un marchio abbastanza noto) – la sede legale in Germania, paga le tasse in Olanda, un consiglio di amministrazione plurinazionale, l’amministratore delegato italiano e trasforma in uno stabilimento “italico” materie prime provenienti da Bulgaria o Romania… che borghesia rappresenta?

Di sicuro non nazionale, perché il suo business tiene conto dei trattati europei, delle legislazioni di diversi paesi, di differenti sistemi fiscali, di diversi costi del lavoro ed anche di differenti know how (che si modificano più lentamente nel tempo).

Quando parliamo insomma di “borghesia europea” abbiamo in testa quel tipo di imprenditoria che non ha più le caratteristiche del “padrone” e le movenze della “gestione familiare”, e tantomeno l’orizzonte limitato ai confini nazionali. Parliamo di un modo di fare impresa “de-territorializzato”, svincolato da rapporti e obblighi stringenti, pronto a smontare uno stabilimento qui per trasferirlo a 3.000 km di distanza.

E non si tratta più neanche di conglomerati di dimensioni immense (tipo Fiat/Fca ora fusa in Stellantis con Peugeot e Citroen). Basta molto meno, per agire e pensare da multinazionali...

Il capitale finanziario, inutile dirlo, è ancor meno legato agli ambiti territoriali; e anche il sistema bancario, negli ultimi 30 anni, sta limitando all’indispensabile i “presìdi territoriali”, riducendo filiali, personale, erogazione di prestiti.

Questo tipo di “padronato manageriale” oggi governa di fatto in Europa e in Italia. Questo tipo di borghesia pretende “riforme” disegnate sulla base dei propri esclusivi interessi. E avrà bisogno di una diversa classe politica, capace di conquistare silenzio-assenso, più che consenso, in nome di “Tina” (there is no alternative).

Via i “valori”, le “visioni”, gli interessi sociali differenziati da ricomporre attraverso rappresentanze politiche differenziate in partiti.

Via gli Zingaretti e i Salvini, insomma. Avanti gli amministratori obbedienti e i “maghi della comunicazione”.

P.s. Naturalmente, non essendo in quello schema prevista alcuna “rappresentanza politica di lavoratori e classi popolari”, proprio questa è l’esigenza che andrebbe esaudita. Tramite il conflitto sociale, perché nessun “mischione elettorale” può risolvere un problema di questa natura e portata.

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15/02/2021

Daniele Franco: la “manina” della lettera della Bce, nel 2011

I fatti del 2011 sono ben noti: una lettera inviata dalla BCE (i vertici entrati e uscenti, ossia Trichet e Draghi) al governo italiano intimava a Roma di implementare drastiche misure di austerità in cambio del sostegno europeo all’Italia. Si tratta nei fatti del primo evento di una serie che avrebbe portato alla caduta del governo Berlusconi IV e alla nascita del governo tecnico presieduto da Mario Monti.

Fin qui è storia nota. Un aspetto assai meno conosciuto della vicenda è l’origine della famosa lettera. La missiva della BCE sarebbe nata a Roma (Bankitalia) e non a Francoforte, sede della Banca Centrale Europea. La bozza fu scritta da Daniele Franco, all’epoca direttore centrale dell’Area ricerca economica in Banca d’Italia, e attualmente scelto da Mario Draghi come nuovo ministro dell’Economia nel governo da lui guidato.

A tal proposito scriveva Tino Oldani su Italia Oggi in un articolo del 2014: «la famosa lettera della Bce che nell’agosto 2011 costrinse il governo di Silvio Berlusconi ad anticipare di un anno il pareggio di bilancio, con una manovra lacrime e sangue che ne accelerò l’uscita di scena, era stata scritta a Roma, e non a Francoforte, sede della Banca centrale europea».

Tremonti, che allora era ministro dell’Economia, non ha mai indicato il nome dell’autore, ma per molti era chiaro che si riferisse a Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e già designato alla presidenza della Bce, con il quale ha sempre avuto un rapporto pessimo. Un’ipotesi suffragata dal fatto che in calce alla lettera vi erano due firme: del presidente uscente della Bce, Jean-Claude Trichet, e di Draghi, suo successore.

Ora però c’è un fatto nuovo, che rimette tutto in discussione: nel suo recente pamphlet («Berlusconi deve cadere. Cronaca di un complotto»), Renato Brunetta racconta alcuni retroscena inediti di quella vicenda, di cui fu testimone diretto, e sostiene che Tremonti non accusava Draghi, bensì lo stesso Brunetta, allora ministro della Funzione pubblica, nonché consigliere economico di Berlusconi.

Oldani riferisce inoltre che Berlusconi chiama «Draghi al telefono, gli dice che ha saputo della lettera, che a informarlo è stato il ministro Brunetta, che è lì al suo fianco», e ha «compreso benissimo i termini della questione: vale a dire che la Banca centrale europea avrebbe continuato ad acquistare nostri titoli sul mercato, raffreddando l’incendio speculativo, solo se noi avessimo dato delle risposte aggiuntive in termini di politica economica, di rigore e di riforme».

Più avanti: «Draghi dall’altra parte del telefono conferma e il presidente Berlusconi me lo passa. Io: ‘Ciao Mario’. Mario Draghi è un mio vecchio collega di università, mi conferma esattamente le indicazioni, gli intendimenti e mi dice che in Banca d’Italia a questa lettera (ormai era chiaro che di ciò si trattava) stava lavorando Daniele Franco. ‘Lo chiami?’, mi dice. Ma certo».

Poi avviene un incontro tra Brunetta e Daniele Franco. L’ex ministro nel governo Berlusconi IV, nuovamente chiamato al governo da Draghi di nuovo come ministro della Funziona Pubblica racconta: «Era mio studente alla facoltà di statistica all’università di Padova all’inizio degli anni Settanta, quando anch’io ero molto giovane. Appena rientrato al ministero lo chiamo, e dopo dieci minuti era già da me in piedi con delle carte in inglese in mano».

La famosa bozza della lettera firmata Bce. «Non so ancora oggi dove quelle carte fossero state materialmente elaborate, se in sede Bce o in altra sede, magari a Palazzo Koch (sede della Banca d’Italia; ndr). So che Franco me le illustra, dandomi sostanzialmente la linea guida del documento che poi sarebbe stato conosciuto come ‘la’ lettera della Banca centrale europea al governo italiano».

La storia è poi nota. Adesso abbiamo un ulteriore conferma: il governo Draghi si pone in continuità con quella storia drammatica per l’Italia. Si configura come un governo che vuole cancellare l’ultimo residuo di sovranità rimasto a Roma.

L’obiettivo è quello di ingabbiare permanentemente l’Italia con il tristemente noto vincolo esterno. Poco importa per loro che proprio certe scellerate politiche abbiano prodotto il disastro attuale amplificato dalla pandemia. Nessuno li chiamerà a rendere conto.

Specialmente adesso che sono tutti insieme appassionatamente al governo da Brunetta a Di Maio passando per Draghi e Franco, gli autori del golpetto che nel 2011 rovesciò il governo Berlusconi IV aprendo la strada alla macelleria sociale del governo tecnico guidato da Mario Monti. Una sciagura per l’Italia di cui ancora adesso se ne pagano le conseguenze.

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18/10/2020

Fontana non è preoccupato, i cittadini invece sì

La faccia tosta del presidente della Lombardia Fontana, è davvero enorme. I contagi stanno aumentando esponenzialmente in tutta la Regione, ma in particolare a Milano, dove gli ospedali hanno dovuto riattrezzare i reparti Covid, approntare posti di terapia intensiva e in alcuni casi sospendere gli interventi e i ricoveri programmati. Si teme già che gli ospedali possano essere travolti dai troppi casi di Covid.

In questa situazione Fontana non trova altro da dire se non che è “meno preoccupato che a marzo”, quando la sua inettitudine e il suo asservimento alla “produzione” provocarono una vera strage. Una frase dissennata e che anzi, fa preoccupare i cittadini di fronte a tanta irresponsabilità.

Ancora più inquietanti i provvedimenti che la Regione Lombardia ha assunto e che vogliono essere una stretta ulteriore rispetto ai decreti governativi. Infatti, tali provvedimenti vanno a toccare tutti i settori della vita sociale, dalla chiusura serale dei bar e ristoranti all’impedimento, in pratica, di ogni attività sportiva amatoriale; ma non toccano quelli che sono, molto probabilmente, i luoghi dove si verifica la maggior parte dei contagi, vale a dire le fabbriche, gli uffici e i mezzi di trasporto.

Che i luoghi di lavoro siano un focolaio importante di contagio è testimoniato dalla tragica esperienza della bergamasca, dove a marzo l’ostinazione a non voler fermare le attività produttive, condivisa da governo e regione ha provocato un’enorme diffusione del virus.

Oggi si lavora ovunque, in tutta la Regione, con misure di sicurezza che però non sono sufficienti e che soprattutto nessuno controlla, data la smobilitazione degli ispettorati del lavoro avvenuta negli ultimi anni. E si sa che ai padroni il profitto interessa più della salute dei lavoratori.

Quanto ai trasporti pubblici la posizione assunta da Fontana è a livello del paradosso. È infatti noto che sui mezzi pubblici è stato posto il limite di occupazione dell’80% della capienza, che è già di per sé troppo elevato e che comunque in molti casi non viene rispettato. Di fronte a una tale situazione qualunque amministratore assennato potenzierebbe il servizio.

Invece Fontana propone di chiudere, in parte, le scuole appena riaperte per ridurre l’utenza. In questo fronte si trova sciaguratamente a fianco anche il sindaco di Milano, Sala (Pd), che ha ripetuto più volte che l’Azienda Trasporti Municipale non può potenziare il servizio per mancanza di mezzi e di personale. Ciò mentre lo stesso Sala ha fortemente limitato il telelavoro per i dipendenti comunali, limitandolo a sei giorni al mese...

Peraltro, la paura di ammalarsi porta molti cittadini e pendolari a usare la propria automobile anziché il trasporto pubblico; fatto che porterà ben presto l’inquinamento a livello pericolosi. Tutto ciò avviene nel momento in cui la sospensione di viaggi, gite, uscite scolastiche tiene fermi nei garage centinaia di autobus e pullman di ditte private, che potrebbero essere usati a rinforzo del servizio pubblico.

I provvedimenti per fermare l’epidemia agiscono quindi, in Lombardia, solo sulla vita associativa e sociale e su questioni di contorno, senza andare al cuore del problema e imponendo ai cittadini sacrifici che non sembrano comunque poter dare frutti adeguati.

Un potere pubblico può chiedere ai cittadini, in una situazione emergenziale, di sacrificare una parte della propria vita sociale e di limitare comportamenti che possono essere pericolosi, ma può farlo solo se da parte sua ha adempiuto pienamente ai propri doveri.

E non è davvero il caso della giunta lombarda, che esagera i rischi della “movida” giovanile per coprire le proprie inadempienze. Inoltre, l’esempio di irresponsabilità e inefficienza della giunta non incentiva sicuramente i comportamenti sociali virtuosi.

Peraltro, se Fontana non è preoccupato, lo sono invece 600 medici e infermieri che hanno stilato una lettera per chiedere alla Regione di intervenire per migliorare la medicina di base, che versa ancora in condizioni pietose.

Fontana e il suo assessore Gallera, anziché rilasciare dichiarazioni farneticanti (poche settimane fa la giunta lombarda voleva persino autorizzare un aumento degli spettatori negli stadi) dovrebbero rispondere ad alcune domande che i cittadini lombardi si stanno ponendo.

Tra queste il motivo del mancato potenziamento del trasporto pubblico, ma anche le ragioni per cui i medici di base sono lasciati soli esattamente come in primavera e i motivi per cui la campagna vaccinale contro l’influenza in Lombardia non è nemmeno iniziata quando in altre regioni è ormai conclusa.

Ancora: perché non sono stati assunti i medici e gli infermieri necessari, perché le USCA (le unità d’intervento urgente sul territorio) non sono state aumentate e il tracciamento dei casi sospetti è reso difficile a causa della lentezza e difficoltà a praticare i tamponi.

Tutte queste domande, a cui Fontana non risponde perché significherebbe ammettere le sue pesanti responsabilità, preoccupano fortemente i cittadini lombardi, ma non solo, poiché l’esperienza ci ha insegnato quanto alto sia il livello di interconnessione del rischio tra le regioni.

Insistiamo quindi su quanto ripetiamo da tempo: la giunta Fontana è pericolosa, è necessario revocarle i poteri e commissariare la regione Lombardia.

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22/08/2020

Aeroporto di Orio al Serio: vergogna sulla giunta lombarda

Finalmente, con colpevole e grave ritardo, partono anche i tamponi di controllo all’Aeroporto di Orio al Serio (BG) per i viaggiatori in rientro da Spagna, Grecia, Malta e Croazia. Tuttavia, anche in questa occasione, la giunta regionale lombarda conferma con singolare arroganza la sua scelta fallimentare di privilegiare la sanità privata su quella pubblica.

Infatti, i tamponi all’aeroporto bergamasco saranno effettuati dal Gruppo San Donato, la grande azienda della sanità privata che gestisce il San Raffaele di Milano e altre 43 strutture in Italia, sul sito della quale si dovranno effettuare le prenotazioni.

La Lombardia è così l’unica regione che affida questa operazione di screening a un gruppo privato, che sarà ovviamente ben remunerato.

Una Regione, la Lombardia, che da trent’anni ha sempre privilegiato la sanità privata su quella pubblica, con leggi e disposizioni che hanno portato alle conseguenze ben note: 17.000 morti nella regione, più un numero non valutabile, ma altissimo, di invalidi a causa del Covid.

A capo di tale giunta c’è il leghista Attilio Fontana, già inquisito per lo scandalo della fornitura alla Regione di camici da parte della ditta di proprietà di suo cognato e di sua moglie, e per l’eredità di oltre cinque milioni di euro stranamente depositata su conti svizzeri. Fatto che di per sé avrebbe dovuto indurlo alle dimissioni, a cui nemmeno pensa.

Sono ormai centinaia le denunce e gli esposti presentati alla Magistratura dai parenti delle vittime, che addossano alla Regione e specificamente al presidente Fontana e all’assessore al welfare, Gallera, la responsabilità della strage avvenuta in Lombardia e in particolare nelle provincie di Bergamo e Brescia.

Ma i due, incollati alla poltrona, si ostinano a dire che in Lombardia tutto è andato al meglio possibile, offendendo così soprattutto le vittime della pandemia causate dalle loro scelte scellerate, ma anche chiunque osservi obiettivamente i fatti.

Il gruppo San Donato, tra l’altro, è stato coinvolto in passato in diversi scandali riguardanti i rimborsi pubblici, in cui è stato coinvolto anche il suo noto primario anestesista Zangrillo, capofila dei “riduzionisti”, secondo il quale già da maggio il rischio Covid sarebbe quasi sparito. Ma si sa, più della correttezza dei bilanci, contano i contatti politici.

Il gruppo San Donato è presieduto dall’ex ministro Angiolino Alfano e, nel mese di giugno, sono stati cooptati nel consiglio d’amministrazione l’ex presidente della Regione, Roberto Maroni e l’ex assessore alla sanità della stessa Angelo Capelli, premiati evidentemente per la riforma sanitaria che tanto denaro ha fatto scorrere nelle casse delle strutture sanitarie private.

Insomma, al gruppo San Donato non mancano gli agganci politici nel centro destra e nella destra al governo in Lombardia.

Tutto ciò mentre la regione Lombardia si appresta a finanziare con denaro pubblico il rinnovo del contratto della sanità privata, scaduto da tredici anni, garantendo ulteriori profitti a gruppi che ne realizzano già di altissimi.

Negli ultimi mesi si sono susseguite tantissime manifestazioni, petizioni, denunce e proteste contro il comportamento disgustoso, incompetente e clientelare della giunta lombarda, ma costoro non solo non se ne vogliono andare, ma insistono caparbiamente nella loro linea che, ormai è chiaro, mette a repentaglio la salute dei cittadini lombardi.

È quindi necessario riprendere con forza la parola d’ordine del commissariamento di tale giunta, come premessa alla revoca della legge 23/2015, che regge oggi la sanità lombarda e al rilancio dell’assistenza pubblica, territoriale, gratuita e preventiva.

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07/08/2020

Libano - Il “commissario” Macron a Beirut prova a dettare le regole

di Alberto Negri - il manifesto

Come un falco sulle macerie. Affari e potere. Il presidente francese promette aiuti condizionati: il governo recuperi la fiducia della popolazione o si faccia da parte. Ed è per il disarmo di Hezbollah, così come chiedono Usa e Israele.

Quanto ai soldi della comunità internazionale, ha aggiunto, il monitoraggio sarà affidato a Stati Uniti e Banca mondiale. Abile in conferenza stampa a indorare la pillola, Macron nei suoi incontri con il presidente Aoun, il premier Diab e lo speaker del Parlamento Berri, è stato chiaro: o recuperate la fiducia della gente o dovete farvi da parte. Perché in Libano è partito un altro Great Game mediorientale.

LA PARTITA LIBANESE dopo l’esplosione del deposito di nitrato d’ammonio è del tutto cambiata: la posta in gioco non è soltanto la ricostruzione ma il quadro politico-militare che può essere modificato ridimensionando il ruolo di Hezbollah – partito di governo e milizia armata – l’influenza dell’Iran e quella siriana.

L’occasione fa l’uomo ladro. La distruzione del porto di Beirut è il più grave danno strategico inferto a Hezbollah e alla Mezzaluna sciita iraniana, paragonabile in parte a quello portato nel 2019 dai missili degli Houthi yemeniti filo-Teheran agli impianti petroliferi sauditi.

Ma è ancora più grave se si pensa che l’Iran è sotto sanzioni, gli Hezbollah pure e Beirut con il porto, le sue banche, le società finanziarie, le assicurazioni, garantisce sbocchi sui mercati e traffici internazionali. Un asset che non può essere sostituito dal porto di Latakia in Siria dove Israele bombarda quando vuole sia gli Hezbollah libanesi sia i Pasdaran iraniani.

Macron queste cose le sa bene e a Beirut ha pronunciato le parole che volevano sentire gli Usa, Israele, il principe saudita Mohammed Bin Salman, arcinemico di Teheran, e anche la popolazione libanese, inferocita contro i suoi rappresentanti di governo: «Non darò un assegno in bianco a questa classe politica», ha proclamato Macron, sommerso da una folla incollerita che gridava gli slogan delle manifestazioni di piazza dei mesi scorsi.

IN POCHE PAROLE IL LIBANO se vuole gli aiuti internazionali, verrà commissariato. Secondo fonti diplomatiche arabe, dietro le quinte Macron avrebbe chiesto il disarmo degli Hezbollah nella capitale e di lasciare alle truppe Onu il controllo dell’aeroporto e del porto. Che poi è quello che chiede Israele.

Insomma è chiaro che la devastante esplosione di Beirut viene sfruttata adesso per un tentativo di ridimensionare Hezbollah che nel 2006 aveva resistito all’attacco israeliano e poi partecipato alla guerra civile siriana sostenendo con l’Iran e la Russia il presidente Bashar Assad.

NON È OVVIAMENTE prevedibile se le richieste riservate di Macron, appoggiate da Usa, Israele e sauditi, grandi clienti di armamenti francesi, verranno accolte, ma il Libano è con l’acqua alla gola, ha grano per un solo mese, elettricità a singhiozzo, 300mila senza casa nella capitale, non può ripagare i debiti e i negoziati per un prestito del Fondo monetario sono in stallo.


Di concreto, per il momento, c’è la richiesta da parte americana e israeliana, che verrà esaminata a fine agosto, di un ampliamento del mandato dell’Unifil, la missione Onu guidata dall’Italia, che dovrebbe moltiplicare i controlli sulle milizie. Si tratta di andare a toccare nervi sensibili e vitali per il movimento sciita libanese.

Ma perché Macron è stato così svelto a piombare come un falco sulle macerie libanesi? C’è ovviamente il tradizionale ruolo della Francia ex potenza coloniale, il compito che si è assunta Parigi di garante degli aiuti internazionali, l’appoggio francese alla famiglia Hariri legata mani e piedi all’Arabia Saudita. Inoltre la Francia vuole la sua fetta di torta di forniture civili ma anche militari per rafforzare l’esangue esercito libanese da contrapporre alle milizie sciite.

MA C’È ANCHE DELL’ALTRO, la partita strategica nel Mediterraneo e la creazione di nuove alleanze anti-turche. Anche il Libano rientra in questo quadro. La Francia si scontra con Ankara in Libia, dove finora ha sostenuto il generale Haftar, ha un contenzioso aperto – come del resto l’Italia – per lo sfruttamento delle risorse energetiche offshore nell’Egeo.

Erdogan è dunque un rivale contro il quale creare alleanze alternative. Non solo, Erdogan è anche il grande protettore dei Fratelli Musulmani, detestati dall’Arabia Saudita con cui la Francia ha enormi affari bellici. Macron così sponsorizza un asse composto da Grecia, Egitto, Cipro e Israele che comprende anche la realizzazione del gasdotto EastMed per costituire un blocco di interessi del fronte anti-Ankara.

IL LIBANO FA PARTE DI QUESTO sistema “alla francese” e non è un caso che Beirut abbia affidato l’esplorazione offshore di gas e petrolio a un consorzio capeggiato dalla francese Total con l’Eni e la russa Novatek.

Il piano di salvataggio del Libano, prima della deflagrazione al porto, era stimato 10-15 miliardi di dollari, oggi è molto di più. Lo capisce anche un bambino che è un piatto troppo ricco per lasciarlo a Hezbollah e ai loro alleati iraniani: ecco perché a Beirut è arrivato il “commissario” Macron.

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26/07/2020

Per un pugno di euro

di Alessandra Daniele

Sembra ieri che cercavamo di vendere le arance ai cinesi.

Cosa abbiamo venduto stavolta?

Ci sono stati promessi 209 miliardi fra prestiti e sussidi condizionati.

Però sarà l’Unione Europea a decidere come dovremo spenderli.

Di fatto, sarà la Commissione UE a scrivere tutte le nostre prossime leggi di Bilancio, e tutte le nostre riforme strutturali.

Abbiamo venduto il paese.

Ma non piangiamoci sopra, è una patacca.

Cade a pezzi. Le strutture portanti sono marce.

Ogni volta che piove si allaga. Gli scarichi vomitano merda.

Gli impianti sono tutti fradici. È pieno di sorci.

Sì, la zona è centrale e il panorama è bello, ma l’immobile in sé è una sòla. Una fregatura. Da ristrutturare completamente, se ci si riesce.

In Europa s’accorgeranno che proprietà fatiscente si sono accollati.

A noi rimane l’usufrutto: possiamo continuare ad abitarci. Per adesso.

I politici nostrani già si scannano per la gestione e la distribuzione locale dei fondi europei. Il loro misero potere clientelare aumenterà per un po’, ma politicamente non conteranno più un cazzo. Già contavano pochissimo anche prima, adesso non saranno che passacarte, squallidi traffichini completamente intercambiabili.

Il vero potere decisionale sarà definitivamente altrove. In Europa.

I magistrati antimafia ci avevano avvertito: i cravattari approfitteranno della crisi economica causata dal Covid-19 per appropriarsi delle aziende in difficoltà. Ma l’Italia era già fallita comunque.

Diventerà un bed and breakfast gestito dall’Unione Europea, e noi un popolo di camerieri, cuochi, guide turistiche e posteggiatori che lavorano per vitto e alloggio.

Grazie presidente Conte.

Davvero non si poteva fare di meglio.

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23/07/2020

Unione Europea - Un nuovo cappio al collo per le classi subalterne

L’accordo siglato dai 27 leader dell’Unione Europea poco dopo le 5 della mattina di martedì 21 luglio è un rilancio “a tutto tondo” del progetto di integrazione europea a guida franco-tedesca.

Parla apertamente di “rivincita dell’Europa” l’editoriale del quotidiano francese “Le Monde”, “reso possibile dal riavvicinamento avvenuto il 18 maggio, tra Angela Merkel e Emmanuel Macron”.

Come costantemente è accaduto nella sua storia, questo polo politico-economico in costruzione ha saputo sfruttare una crisi – in questo caso la pandemia e le sue conseguenze economiche – come una opportunità per un salto di qualità in cui i bisogni dei propri cittadini sono tanto centrali nella narrazione sulla bontà dell’accordo propinata dai media, quanto marginali rispetto alla realtà dei fatti.

È “l’accordo economico più importante dalla creazione dell’Euro” ha dichiarato Paolo Gentiloni, in perfetta sintonia con tutti i leader “europeisti”.

La posta in gioco in questo caso era continuare ad essere un attore di peso nella competizione internazionale in un contesto in cui aumentano le frizioni con i propri competitor – USA e Cina in primis – per poter proiettare i propri interessi dal Nord-Africa al Medio-Oriente passando per i Balcani.

Su una serie di “dossier” infatti gli Stati dell’Unione Europea sono ai ferri corti con gli Stati Uniti – il gasdotto Nord-Stream 2, lo sviluppo del 5G e la riconfigurazione di Balcani attraverso le trattative Serbia-Kossovo – e devono tamponare il sempre maggiore protagonismo della relazione strategica russo-cinese in Africa e in Medio-Oriente, terreno principale della politica neo-coloniale dell’Unione.

Duecento mila morti ed una recessione che non si vedeva dalla Seconda Guerra Mondiale e nessun chiaro di luna di all’orizzonte potevano minare le basi per l’affermazione degli ambiziosi progetti delle oligarchie europee, ma la riconfigurazione che si intravede nel “Next Generation UE” fuga ogni dubbio rispetto ad un profilo di una Unione con più prerogative economiche ed una gerarchia tra Stati saldamente riconsolidata.

Inoltre, una maggiore autonomia nella produzione di energia – il vero senso di ogni “green new deal” continentale – ed una più marcata indipendenza nello sviluppo delle tecnologie digitali funzionali alla cosiddetta “Industria 4.0”, sono gli assi dei criteri valutativi per gli investimenti a venire finanziati dalla UE: il rilancio in prospettiva della UE si fa dentro la competizione e per la competizione delle aziende europee e non per i bisogni dei cittadini.

Di fronte a questa condizione il “doppio compromesso” da un lato verso i Paesi “frugali” con in testa l’Olanda ed alcuni Paesi dell’Est (Polonia ed Ungheria) è un lieve pegno da pagare per Germania e Francia che senza la cornice dell’Unione non potrebbero giocare un ruolo nel consesso internazionale, facile da scaricare sui Paesi Mediterranei.

Che a farne le spese siano i fondi per la PAC – cioè la Politica Agricola Comune – la transizione biologica dell’agricoltura e i progetti di ricerca come Horizon2020, sono effetti collaterali dei tagli al budget pluri-annuale che vuole essere vettore di sviluppo di alcuni progetti “core” e lasciare indietro tutto il resto, tamponando in parte gli effetti sanitari e sociali, ma mettendo sempre al centro il tessuto delle imprese.

Il 70% dei fondi che verranno sborsati tra il 2021 e 2022 secondo il quotidiano iberico “El País” andranno a queste tre emergenze: politiche del lavoro, sanità e naturalmente imprese.

“Il dispositivo inedito” approntato è l’indebitamento diretto sul mercato da parte della Commissione – qualcosa di diverso dalla “mutualizzazione del debito” – per un valore di 750 miliardi, senza che sia ancora chiaro nei dettagli quali saranno la modalità di restituzione: 360 miliardi di prestiti e 390 di sovvenzioni – non a fondo perduto – queste ultime da erogarsi nel periodo 2021 - 2023.

Il bilancio comunitario sarà di 1.074 miliardi di euro per il periodo che va dal 2021 al 2027.

I soldi sembra verranno ripartiti secondo elementi strutturali e a seconda dell’ampiezza della crisi per ciascun Paese: Italia e Spagna dovrebbero essere i primi “beneficiari” in ordine di grandezza, ma il pegno da pagare è un programma di riforme strutturali ed investimenti fino al 2023 che dovrà avere il placet della Commissione a “maggioranza qualificata”, dopo il vaglio del Comitato Economico e Finanziario, cioè i tecnici dei Ministeri dell’Economia dei 27 paesi membri dell'Unione.

Non ci sarà alcun veto nell’esborso, ma una vigilanza costante che seguirà tutto l'iter. In caso uno o più Paesi abbiano delle “rimostranze” la palla passa al Consiglio Europeo – composto dai Capi di Stato e dai capi di governo – che avrà tre mesi per esprimersi.

Di fatto tutto il meccanismo approntato è una sorta di “commissariamento”, senza che il processo decisionale venga bloccato da veti incrociati e dove le linee realisticamente guida verranno decise a Berlino e Parigi, per essere ratificate a Bruxelles.

Un modus operandi “temporaneo” che potrebbe anche non essere transitorio ma strutturale e non vincolato solo al periodo citato.

Sarà allo studio una capacità impositiva autonoma della UE, attraverso probabilmente due “balzelli”: una specie di tassa sulle emissioni di carbonio e l’altra legata allo sviluppo digitale, un deciso passo in avanti che aggira la capacità impositiva dei singoli esecutivi nazionali – e la loro sovranità – e pone le basi per un budget autonomo svincolato dai singoli contributi dei differenti Paesi.

Per ottenere questo risultato, il prezzo da pagare al “capo” dei Paesi “frugali” (Olanda, Austria, Svezia a cui si è unita la Finlandia) come l’Olanda è stato uno sconto sui contributi da versare ogni anno alla UE.

In generale hanno condizionato le scelte di fondo rivedendo l’ammontare totale del “Recovery Fund” e la proporzione tra sovvenzioni e prestiti che di fatto si equivalgono, imponendo criteri stringenti per la loro erogazione, o come ha scritto chiaramente il Sole 24 Ore nel suo commento a caldo, costringendo i Paesi destinatari ad “accettare forme più intrusive nella gestione del denaro”.

Uno strano giro di parole, per non dire “commissariamento”. Lo svuotamento della sovranità si coniugherà con l’impoverimento della spesa pubblica e la svendita ulteriore del suo patrimonio: cosa sono le “riforme strutturali” di cui ha parlato Conte nel suo discorso se non questo?

La redistribuzione di questi soldi deve immediatamente divenire un “campo di battaglia” nel nostro Paese, a cui deve affiancarsi una prospettiva politica di uscita dalla gabbia della UE.

L’Unione Europea è tesa a penalizzare sempre più pesantemente i paesi “periferici” e le loro classi subalterne e ad ipotecare il nostro futuro all’interno di un modello di sviluppo devastante dal punto di vista ambientale, sanitario e sociale, come ha dimostrato la recente pandemia.

Come “Rete dei Comunisti” pensiamo che un progetto di rottura rispetto a UE e NATO, dentro l’organizzazione del conflitto sociale e di cooperazione con i popoli del Tricontinente, sia l’unica vera exit strategy a cui votare la nostra azione.

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