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04/12/2024

Francia - Il governo Barnier ha le ore contate

Le due mozioni di sfiducia contro l’attuale governo francese saranno discusse dalle 16 di mercoledì 4 dicembre, e verranno votate in serata.

Un fatto è certo: Michel Barnier, attuale capo dell’esecutivo d’oltralpe verrà sfiduciato sia che il Nuovo Fronte Popolare decida di accordare o meno il suo sostegno alla “motion de censure” del Rassemblement National di Le Pen e Bardella, sia che – come annunciato – l’estrema destra voti per la mozione di sfiducia del raggruppamento unitario della sinistra francese.

É l’ennesimo fallimento politico di Macron che, dopo l’annuncio a sorpresa dello scioglimento dell’Assemblea Nazionale ad urne europee appena chiuse, a giugno, aveva deciso di ignorare il responso elettorale e non conferire l’incarico di costituire un esecutivo al nome designato – con non poche difficoltà – dalla coalizione di sinistra, optando – il 5 settembre – per un gollista da sempre pienamente integrato nell’élite tecnocratica europea.

Una sorta di “commissariamento” con cui provare a risolvere – per modo di dire – l’approfondirsi della crisi politica francese. Un compito che sembrava perfetto per un ex commissario europeo più conosciuto a Bruxelles che a Parigi, e che ha avuto sin dall’inizio come unico orizzonte politico quello di cooptare l’estrema destra lepenista per imporre d’autorità le scelte di austerity elaborate a Bruxelles.

L’esatto contrario di quello che avevano indicato gli elettori, che volevano marcare una rottura con la Macronie e impedire che al governo andasse l’estrema destra.

Il governo di minoranza non ha retto il primo vero scoglio della nuova legislatura, cioè l’approvazione della “finanziaria” o, meglio, la parte relativa al rifinanziamento della Sècurité sociale. Barnier è dovuto ricorrere alla famigerata “legge 49.3” che permette – sì – di aggirare il voto parlamentare, ma espone alla possibilità di subire una mozione di sfiducia.

Le Pen non ha accettato tutte le “concessioni” del gollista – stimabili in 10 miliardi di euro rispetto all’ipotesi di manovra formulata inizialmente – ed ora si appresta, insieme ai gollisti di destra di Ciotti (che l’avevano sostenuta alle elezioni), a far cadere l’esecutivo. Barnier, ricordiamo, era passato indenne attraverso una precedente mozione di sfiducia da parte del fronte progressista votata da 197 deputati su 577, grazie proprio all’astensione di Le Pen.

La mozione di fiducia presentata ora dal NFP ha raccolto 185 firme (quasi la totalità dei deputati che ne fanno parte), mentre la seconda ne ha raccolte 140, tanti sono i “ciottiani” dell’UDR e i lepenisti del RN.

Servono 288 voti per fare cadere il governo, cosa che potrebbe avvenire anche senza l’appoggio dei “centristi” del gruppo LIOT, che fino ad ora si sono detti contrari a tale ipotesi.

Se, come tutto fa pensare, la sfiducia venisse approvata, sarebbe la seconda volta nella vita della V Repubblica nata dalla Costituzione “gollista”. Quella che, con un colpo di mano, in piena Guerra d’Algeria (1954-1962), cambiò l’architettura politica della Francia uscita dal Secondo Conflitto Mondiale. Barnier diventerebbe così il primo ministro meno longevo degli ultimi 60 anni, e il secondo ad essere sfiduciato dopo Pompidou...

Colui che era stato il negoziatore della Brexit per conto della UE non è riuscito stavolta a contrattare con la vera “capa politica” dell’ex Front National, nonostante avesse scelto l’estrema destra come unico interlocutore, scartando a priori un confronto con il NFP anche sulla finanziaria, rompendo così la prassi del confronto tra le forze del cosiddetto “arco repubblicano”.

Sul suo epitaffio politico si potrebbe scrivere “ha attraversato la Manica, ma non è riuscito a guadare la Senna”.

Una caduta che avviene in un contesto economico tutt’altro che roseo, con relazioni internazionali sempre più tese e una leadership europea che sembra ignorare i sintomi evidenti di gravissima crisi politica di quello che era il vero pilastro della costruzione comunitaria, cioè “l’asse franco-tedesco”.

È improbabile – ma non impossibile – che Macron possa nominare un altro governo per procedere, entro la fine dell’anno, al voto della “finanziaria”. Altrimenti i tre testi riguardanti il budget (PPL, PLSS e PLFFG) verrebbero sospesi/rigettati, e l’unica exit strategy sarebbe – ma non c’è unanimità tra i giuristi – l’attivazione dell’articolo 47 della Costituzione, di fatto un’approvazione “per decreto” da parte di un governo sfiduciato.

Sarebbe l’ennesima aberrazione giuridica che contribuirebbe a rompere la prassi politica consolidata, approfondendo l’attuale crisi democratica in Francia.

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03/10/2024

Lacrime e sangue per la Francia

La Francia non sembra affatto aver superato la sua congiuntura più critica degli ultimi decenni. Il “presidente-re”, l’ex banchiere Emmanuel Macron, è arrivato ad ignorare il risultato delle urne dando vita ad un governo di assoluta minoranza che dovrà cercar volta per volta i voti in Parlamento.

Per navigare in acque così tempestose aveva scelto come “timoniere” l’ex commissario europeo Michel Barnier, che aveva guidato la delegazione di Bruxelles nelle trattative con Londra sulla Brexit.

Ma il lavoro da fare – riportare il debito pubblico nazionale, ormai intorno ai 3.000 miliardi (come l’Italia, insomma), vicino agli standard del trattato di Maastricht – presenta due rischi piuttosto evidenti:
a) riuscire nell’impresa, a costo di scatenare una conflittualità sociale maggiore di quella vista fin qui (gilets jaunes, studenti, sindacati, ecc);
b) non riuscirci e vedersi arrivare addosso il malumore dei “mercati finanziari”, sotto forma di decollo dello spread e aumento dei tassi di interesse da corrispondere ai compratori dei titoli di stato francesi.

L’anziano ex commissario Barnier è un liberale che attinge le sue ricette dal ben povero arsenale dell’“austerità di bilancio” e quindi, già dal primo discorso all’Assemblea Nazionale, ha esposto un piano lacrime-e-sangue, benché completamente privo di dettagli: tagliare la spesa di circa 40 miliardi di euro e aumentare le tasse per ottenere altri 20 miliardi di euro l’anno prossimo.

L’obiettivo è riportare il rapporto deficit/Pil – che attualmente dovrebbe raggiungere il 6,1% – al 3% annuo entro il 2029, soddisfare le attese della Commissione europea e, ovviamente, dei “mercati”. Ma 60 miliardi l’anno non si trovano sotto i cavoli...

Chi è andato a cercare indiscrezioni attendibili su come Barnier pensa di raggiungere l’obiettivo si è trovato davanti ad un muro quasi impenetrabile, dietro cui si muovono però ombre ben note, specie a noi e ai lavoratori italiani.

Dal lato delle uscite l’esecutivo intende tagliare circa 20 miliardi di euro dai bilanci ministeriali; posticipare l’adeguamento delle pensioni all’inflazione fino a luglio; rendere “più efficiente” la spesa nel settore sanitario. Tagliare di fatto pensioni e sanità è del resto la soluzione preferita dei “macellai sociali” di ogni paese, anche perché – insieme all’istruzione – costituiscono le voci di spesa più consistenti in qualsiasi Stato europeo. Sono insomma quelle su cui un taglio anche percentualmente minimo, in apparenza, fornisce grandi risultati...

Scontato prevedere che questo “grande programma” incontrerà la robusta resistenza del movimento operaio l’Oltralpe, spalleggiato ancora una volta dalle “pantere grige” e dagli studenti.

Ma il prode Barnier, obbligato a cercarsi i voti parlamentari, ha pensato bene di ipotizzare anche aumenti delle tasse sulle grandi aziende, sui riacquisti di azioni e sui biglietti aerei; oltre a chiedere ai contribuenti più ricchi un “contributo speciale” di solidarietà sociale. Chiara l’intenzione di fare di quest’ultima pensata la “chiave” per pretendere qualche voto favorevole anche dalla “sinistra” più collaborazionista…

Tocca però notare che alla voce “tagli” si dispone, senza alcun riguardo né consultazione, dei diritti di milioni di persone che vivono di salario o pensioni (e servizi sociali), mentre ai più ricchi si “chiederà” educatamente di mettere mano al portafoglio e farne cadere qualche spicciolo.

Resta comunque la forte impressione che, così facendo, Barnier vada ad aprire troppi fronti di guerra interna, con il rischio di ritrovarsi solo contro tutti, anziché con tutti divisi e complessivamente neutralizzati.

Un primo segnale negativo arriva proprio dal suo “scopritore”, Macron. Intervenendo a un evento, mercoledì a Berlino, il “presidente dei ricchi” ha dichiarato di essere preoccupato per l’aumento delle aliquote fiscali per le grandi aziende in vigore da più di un anno.

“È più intelligente lavorare sulla creazione di posti di lavoro piuttosto che concentrarsi ossessivamente su aggiustamenti a breve termine che possono uccidere la crescita”, ha affermato.

Lo stesso sentiment, non stranamente, si agita nei funzionari dei “mercati”. Andrew Kenningham, capo economista europeo presso Capital Economics, ha confidato alla testata Politico le sue preoccupazioni: “Sembra che la Francia si stia dirigendo verso un inasprimento fiscale paragonabile in scala all’austerità attuata in molti paesi durante la crisi dell’eurozona. È probabile che ciò smorzi significativamente l’attività economica”.

Un programma quasi suicida e in controtendenza, proprio nel mentre anche la Bce sta cedendo alla pressione per abbassare più velocemente i tassi di interesse, proprio nel tentativo di impedire che la recessione si espanda dalla Germania a tutta Europa.

Ma “a un liberista non far sapere” come funziona davvero l’economia. Potrebbe cadere dal tetto come un sonnambulo svegliatosi all’improvviso...

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09/09/2024

Con Michel Barnier l’Unione Europea “commissaria” la Francia

La scelta di Macron di nominare Michel Barnier a capo del nuovo esecutivo sembra decisamente il frutto del “commissariamento” delle élite politiche continentali – considerata l’incapacità manifesta di Macron di affrontare la crisi politica che si è aperta con le elezioni europee del 9 giugno – bisognose di dare un “colpo di rasoio” alle aspettative di cambiamento del popolo francese, avviando un’agenda politica all’insegna di una maggiore austerità rispetto a spesa pubblica, pensioni e welfare.

La funzione di Barnier sarebbe quindi, mutatis mutandis, quella di Monti e di Draghi in Italia, ovvero rispettare la tabella di marcia della UE attraverso la presa incarico diretta del governo da parte di un proprio tecnocrate.

A tentare di sbarrare la strada a questo progetto c’è per ora solo una sinistra abbastanza unita, la maggioranza del movimento sindacale, un variegato arco di esperienze di movimento che hanno sostenuto il Nuovo Fronte Popolare, e la capacità delle piazze francesi di “incendiarsi” pur di poter cambiare i rapporti di forza, nonostante la blindatura politica evidente.

Macron Destitution!

Sabato 7 settembre, in centinaia di città francesi, si sono svolte le prime mobilitazioni contro il “coup de force de Macron”, che giovedì scorso ha nominato a capo dell’esecutivo il tecnocrate conservatore Michel Barnier.

Le manifestazioni erano già previste prima di tale nomina ed avevano come principale richiesta la destituzione di Macron, che prima si era rifiutato di dare l’incarico a Lucie Castets, la candidata proposta unitariamente dal Nuovo Fronte Popolare – la coalizione che ha ottenuto più deputati alle elezioni politiche anticipate – e poi aveva escluso dalle consultazioni un solo partito, La France Insoumise.

Alle mobilitazioni di sabato hanno aderito la maggioranza delle forze del NFP – tranne i socialisti – che sono servite a dare un primo sbocco di piazza al clima di indignazione rispetto alle decisione presa dal Presidente.

Naturalmente, come avviene per ogni manifestazione di carattere politico in genere, ed in particolare in Francia, dall’affermarsi del movimento dei gilet jaunes passando per quello contro l'estensione dell’età pensionabile, vi è una marcata distanza tra i numeri dati dagli organizzatori (300 mila in tutta la Francia) e il Ministro dell’Interno (110 mila).

La differenza maggiore tra le cifre si riscontra non a caso per la manifestazione principale – quella parigina – dove al corteo, secondo la prefettura, avrebbero partecipato solo 26 mila persone, mentre Mathilde Panot della LFI ha annunciato 160 mila partecipanti su suo profilo di X.

Da notare che, a differenza delle indicazioni date dalla segretaria della CGT Sophie Binet, la quale – come aveva annunciato – puntava ad una mobilitazione sindacale dal 1 ottobre, ha promosso la mobilitazione anche UD CGT 13 (che comprende all’incirca la regione metropolitana di Marsiglia).

Un corteo importante ha sfilato per strade del Vieux Port della città mediterranea al grido di “tout le monde déteste Michel Barnier”.

Sul volantino di convocazione si dà appuntamento per altri momenti di mobilitazione il 10 settembre, a fianco degli insegnanti, il 13 con i lavoratori della siderurgia, mentre si propone “lo sciopero inter-professionale nazionale” – di fatto uno sciopero generale – per il 1 ottobre.

Insomma, l’anima più combattiva della, CGT che tra l’altro aderisce alla Federazione Sindacale Mondiale (non alla cadaverica CES), è già sul piede di guerra.

Le piazze di sabato sono in continuità con quelle di giugno, mobilitate la sera stessa dell’annuncio delle elezioni anticipate da parte di Macron. Manifestazioni spontanee contro l’ipotesi di un governo di estrema destra, che avevano spinto ulteriormente le forze della sinistra a formare una coalizione unitaria, dopo la conclusione dell'esperienza della NUPES.

Una spinta che ha trovato allineate la quasi totalità delle organizzazioni sindacali e le variegate esperienze di movimento, e tanti e tante militanti di base che si sono “messi a disposizione” per la campagna politica lampo.

Voci dal corteo parigino

Il sito d’informazione Mediapart ha raccolto alcune voci del corteo parigino, che restituiscono un mix di indignazione, determinazione e – in dose minore – di fatalismo rispetto alla situazione.

“È un vero piacere essere qui, vedere così tante persone mobilitate: nonostante i postumi delle elezioni legislative, i Giochi Olimpici e l’attesa di due mesi per la nomina del primo ministro, la gente è ancora qui! (…) È molto importante denunciare questo colpo di forza democratico: il nostro voto non è stato rispettato”, dice Élodie, 24 anni, responsabile della comunicazione e attivista femminista.

“Macron deve restituirci il potere e noi dobbiamo applicare il programma del NFP. Purtroppo le strade sono l’unico modo rimasto per farci sentire”, dice Mireille, pensionata di 75 anni.

“Siamo in un momento storico molto grave, perché il popolo francese si è appena visto rubare le elezioni”, ha dichiarato Aurélie Trouvé, deputata insoumise, alla testa del corteo, denunciando un “patto” siglato da Emmanuel Macron con il Rassemblement national (RN) per portare avanti le sue politiche neoliberiste e antipopolari, cui aggiunge solo “l’odio per gli stranieri”.

“Sono assolutamente indignato. Sono davvero preoccupato che Macron voglia forzare la strada ancora una volta, sta facendo tutto il possibile per mantenere i pieni poteri”, ha detto Stéphane, un’insegnante di 40 anni. “È una catastrofe per la democrazia, perché molte persone di sinistra che non votavano da tempo lo hanno fatto alle elezioni legislative e non torneranno più. Alla fine, è la RN che conta i punti”, aggiunge l’amica Julie.

“Mi sento tradita, fa molto male, arriviamo primi e abbiamo un primo ministro di destra ultra-minoritario. Alla fine, per colpa di Macron, le elezioni non sono servite a nulla”, spiega Suzanne, 22 anni, una studentessa che era venuta a manifestare con due amiche.

Clara, ingegnere di 25 anni, e il suo compagno, manifestavano per la prima volta: “Macron ci ha rubato il voto. Abbiamo lasciato correre molte cose, ma questa è l’ultima goccia”.

“È un po’ debole, non siamo abbastanza. È meno che contro la riforma delle pensioni”, sospira Jean-Marc, un sostenitore di LFI che ha partecipato a tutti i movimenti contro le riforme di Emmanuel Macron.

“È difficile mobilitarsi, molte persone sono rassegnate”, dice Alice, una logista di 32 anni. “Penso che possiamo ricominciare a mobilitarci, ma purtroppo non sono convinta che questo cambierà le cose. Macron dice sempre che ci ascolta, ma continua esattamente come prima. Penso che potrebbe esserci una scintilla, un errore e le cose potrebbero esplodere, la gente è nervosa”, dice Madeleine, una pensionata di 68 anni.

“Macron va per la sua strada, ma se non ci ascolta continueremo”, ha aggiunto Yuna, una studentessa di 21 anni.

I manifestanti sono anche preoccupati per l’arrivo al potere di un primo ministro di destra, con il tacito sostegno della RN: “Dobbiamo rispondere all’emergenza sociale. Se Macron ha nominato Barnier, è per compiacere il Medef e i mercati finanziari, la stessa politica che sta facendo salire il RN”, ha detto un manifestante.

Alice, 24 anni, simpatizzante ambientalista, è venuta a ricordare l’urgenza di combattere il cambiamento climatico: “È un problema grave, ma Michel Barnier preferisce parlare di immigrazione”.

Un governo con il doppio “collare a strozzo”

La promozione mediatica di Barnier, che si sta sottoponendo ad un vero e proprio “tour de force” per cercare di creare consenso attorno alla propria figura, è iniziata poco dopo la sua investitura.

Solo domenica si è registrata una doppia intervista ai giornali domenicali francesi, che gli danno grande spazio come La Tribune de Dimanche col titolo “ho la calma delle vecchie truppe e dei montanari”, o il JDD, a cui riserva le proprie confidenze in tono poetico: “voglio incarnare una speranza per la Francia”.

Una luna di miele che però non può celare la verità.

Qualsiasi governo verrà composto, la sua agenda – viste le premesse della nomina del tecnocrate conservatore – avrà un doppio “collare a strozzo”.

Da una parte ci sarà l’UE che, per voce della Von der Leyen, si è subito felicitata per la “nuova missione” che per l’Unione andrà a compiere l’ex negoziatore comunitario della Brexit, e dall’altro il RN di Le Pen e Bardella, che si è posto come “sorvegliante” dell’esecutivo di minoranza in formazione, verificandone l’operato con la perenne spada di Damocle della “mozione di sfiducia” qualora non fossero presi in considerazione i propri desiderata.

Secondo la Costituzione non ci sono obblighi di tempo per la formazione di un governo che verrà scelto più a Bruxelles che a Parigi, con il beneplacito di Macron, né obblighi di comunicare l’indirizzo di politica generale in Parlamento.

Il costume politico lo imporrebbe, ma stiamo assistendo allo svuotamento della prassi politica della V Repubblica e ad una accentuazione dei suoi caratteri più autoritari permessi dall’architettura gollista.

Tutti i partiti del NFP si sono detti pronti a depositare una “mozione di sfiducia”, appena i tempi tecnici lo permetteranno, che dovrà essere votata entro 48 ore – raccogliendo le firme di almeno 58 deputati sui 577 dell’Assemblea Nazionale – ma che avrà bisogno dei voti della maggioranza dei deputati (289) per poter passare, cosa che è accaduta solo una volta nel corso della V Repubblica, il 5 ottobre 1962, con la sfiducia a Pompidou.

L’agenda del prossimo esecutivo

Veniamo quindi alla fitta agenda e al calendario serrato del nuovo esecutivo in fieri.

La questione di “massima urgenza” è il completamento del bilancio per il 2025, poiché i tempi sono strettissimi. Entro venerdì 13 settembre, l’esecutivo deve completare il progetto di bilancio dello Stato e inviarlo al Consiglio superiore delle finanze pubbliche, affinché possa essere esaminato dal Parlamento a partire dal primo ottobre, come previsto dalla legge.

A Bercy, i ministri dimissionari Bruno Le Maire e Thomas Cazeneuve hanno già preparato il lavoro, soprattutto sul fronte delle spese, mentre a Matignon, Gabriel Attal e i suoi consiglieri hanno effettuato i primi arbitrati.

Incaricato di accelerare gli affari correnti, il primo ministro dimissionario aveva optato per un bilancio 2025 il meno impegnativo possibile, accontentandosi, per la maggior parte, di rinnovare quello del 2024. La spesa pubblica totale è stata congelata a 492 miliardi di euro, con pochi cambiamenti nella ripartizione tra i ministeri, “a parte un taglio particolare al Ministero del Lavoro e dell’Occupazione”, ci informa Le Monde.

La domanda è se Barnier manterrà questa versione della legge finanziaria, praticamente scritta dal governo uscente, o se la modificherà introducendo misure più severe di riduzione dei costi per limitare il deficit. Appare abbastanza scontato che scarterà l’ipotesi di nuove spese in risposta alle tensioni sociali e ai cambiamenti climatici.

Il dibattito parlamentare modificherà ben poco l’impianto che gli verrà illustrato, ed il voto potrà essere bypassato con l’utilizzo dell’articolo costituzionale 49.3.

Mentre si rifinisce il progetto di bilancio per il 2025, il nuovo Primo Ministro dovrà affrontare un’altra emergenza: lo slittamento dei conti per il 2024. Lunedì 2 settembre, un mese e mezzo dopo aver ricevuto una nota del Tesoro, Bruno Le Maire ha avvertito i parlamentari che il deficit pubblico francese è in condizioni critiche.

Secondo il ministro dimissionario, invece di iniziare a scendere, come previsto, il deficit rischia di aumentare ulteriormente nel 2024, raggiungendo il 5,6% del prodotto interno lordo (PIL). Ciò significa che gli impegni presi da Emmanuel Macron (ridurre il deficit a meno del 3% del PIL entro il 2027) sono già lettera morta.

Barnier dovrà prendere in esame l’abrogazione della legge del 14 aprile 2023, che ha portato l’allungamento dell’età pensionabile dai 62 a 64 anni

Ma né Emmanuel Macron né i parlamentari dell’ex maggioranza vogliono sentirne parlare, a parte alcune modifiche parziali.

Barnier nel recente passato si è espresso a favore di disposizioni ancora più draconiane della riforma del 2023, con l’età pensionabile fissata a 65 anni.

Una proposta di legge per abolire il rinvio dell’età pensionabile legale a 64 anni sarà discussa il 31 ottobre all’Assemblea nazionale, su iniziativa del RN. La France Insoumise, da parte sua, ha presentato un testo di contenuto analogo, ma più netto.

Un altro scoglio è l’abbandono o il rilancio della riforma sull’indennità di disoccupazione. La questione è stata accantonata da Gabriel Attal in vista delle elezioni. Inizialmente rinviata a fine luglio, la riforma dell’assicurazione contro la disoccupazione è stata infine rinviata al 31 ottobre.

Il disegno di legge, che dovrebbe consentire al governo di risparmiare 3,6 miliardi di euro all’anno, inasprisce significativamente le condizioni in cui le persone in cerca di lavoro possono beneficiare dell’indennità di disoccupazione

Il testo aumenta il periodo di lavoro richiesto per ricevere l’indennità a otto degli ultimi venti mesi (rispetto ai sei su ventiquattro attuali, per coloro che non sono considerati “cittadini anziani”). Il periodo di erogazione del sussidio verrebbe ridotto da diciotto a quindici mesi (con un sistema più favorevole solo per le persone con più di 57 anni).

Da qui alla fine di ottobre, il nuovo Primo Ministro ha due possibilità. O lascia che la riforma entri in vigore il primo dicembre, come previsto, o decide di abbandonarla definitivamente.

In quest’ultimo caso, tuttavia, sarebbe necessario riaprire rapidamente i negoziati tra le parti sociali per stabilire nuove regole di compensazione. Gli accordi precedenti sono scaduti il 30 giugno e sono stati poi prorogati per decreto. Questa situazione non dovrebbe durare per sempre.

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06/09/2024

Francia - Macron sceglie un tecnocrate conservatore come Primo Ministro

Michel Barnier, gollista di 73 anni, 4 volte ministro con i governi conservatori in diversi ruoli e per due volte Commissario Europeo, è stato nominato primo ministro (poco dopo l’una di giovedì pomeriggio) dal presidente francese Emanuel Macron.

Michel Barnier è un membro dei LR, o meglio della parte dei gollisti che hanno scelto – a differenza del loro presidente Eric Ciotti – di non allearsi formalmente con l’estrema-destra di Le Pen e Bardella alle ultime elezioni politiche.

Per chiarire il profilo di quello che viene definito un “centrista” basti ricordare le sue dichiarazioni a favore dell’allungamento dell’età pensionabile a 65 anni e di una legislazione più restrittiva per ciò che concerne l’immigrazione.

Un uomo di così “ampie vedute” che ad inizio Anni Ottanta, sotto la presidenza Mitterand, insieme ai suoi colleghi di partito votò contro la depenalizzazione dell’omosessualità!

Michel Barnier è parte integrante di quel ristretto cerchio di burocrati conservatori che si concepisce come classe dirigente europea d’origine francese, più conosciuta a Bruxelles che nell’Esagono.

Non a caso, mentre l’estrema destra annunciava che non avrebbe votato – almeno in prima battuta – la sfiducia a Barrier, a differenza di tutti i componenti del Nuovo Fronte Popolare, ha ricevuto l’endorsement della Von der Leyen.

Per la presidente della Commissione Europea, infatti, Barnier ha “a cuore gli interessi dell’Europa e della Francia, come dimostra la sua lunga esperienza”, ha scritto su X, augurandogli il migliore successo nella sua “nuova missione”.

Gli fa eco il padronato francese.

Contattato da Le Monde, Patrick Martin, presidente del Medef (la “Confindustria d’oltralpe”) ritiene che “la nomina di Michel Barnier a Primo Ministro sia di buon auspicio”.

“La sua esperienza, la sua comprensione delle questioni internazionali e la sua capacità di raggiungere compromessi su dossier difficili sono risorse inestimabili nella delicata situazione che il nostro Paese sta attraversando”, ha proseguito, sottolineando che si aspetta che “proponga un percorso economico all’altezza delle sfide che le imprese francesi devono affrontare”.

Così, alla vigilia della mobilitazione di sabato 7 settembre per la sua “destituzione”, promossa da varie forze del NFP, “Mac-Macron” ha di fatto dato seguito all’ipotesi di un governo “tecnico” di minoranza – o per meglio dire “tecnocrate” –, gradito alla UE, con il sostegno esterno dei gollisti ed il beneplacito di Marine Le Pen.

Dopo il rifiuto di prendere in considerazione la candidatura di Lucie Castets, proposta unitariamente dal NFP – la formazione che ha ottenuto più deputati – e dopo aver escluso dalle consultazioni La France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon; dopo aver verificato l’impossibilità – per gli equilibri interni ai socialisti (componente del NFP) – di proporre un nome della destra del PS, Macron ha vagliato una serie di nomi scegliendo, in evidente accordo con Le Pen, il navigato politico conservatore che per la UE ha diretto le trattative sulla Brexit.

Certamente è uno stravolgimento totale delle indicazioni uscite dalle urne, in cui una parte importante dei francesi aveva votato contro l’ipotesi di avere l’estrema-destra a governare dopo l’exploit del RN (ex-FN), e per voltare pagina rispetto alla macronie che ha caratterizzato gli ultimi sette anni di vita politica francese. Una negazione esplicita dei criteri base della “democrazia liberale”...

Risultato: se il governo di Barnier, che prende il testimone dell’esecutivo Attal a Matignon – rimasto in carica per gli “affari correnti” per ben due mesi, la più lunga crisi politico-istituzionale dal 1958 ad oggi – non verrà sfiduciato, i francesi si ritroveranno un primo ministro della formazione giunta quarta e che al ballottaggio del secondo turno si è rifiutata di dare indicazione di voto per candidati diversi dei propri. Rompendo così il “fronte repubblicano” e quindi quel cordone sanitario che i conservatori avevano eretto intorno all’estrema-destra dall’era Chirac fino a Sarkozy.

Altro dettaglio non secondario: i deputati eletti ai ballottaggi nelle file del campo della coalizione presidenziale Ensemble contro sfidanti dell’estrema destra, grazie alle scelta effettuata dall’arco del cosiddetto “Fronte Repubblicano”, voteranno ora per un Primo Ministro nominato con il benestare di Le Pen e Bardella. Ovvero contro l’indicazione dei propri elettori.

Se così fosse, probabilmente sarebbe l’ennesimo salto di qualità nel processo di normalizzazione/cooptazione dell’estrema-destra, promossa a forza politica “responsabile” più degli stessi socialisti francesi che seguono Faure.

Uno dei tanti paradossi che segnalano come la politica nella UE non svolga più un ruolo di “cerniera” ma di vero e proprio “rasoio” nei confronti delle istanze popolari, trovando una classe politica asservita ai desiderata di Bruxelles, ovvero del grande capitale internazionale.

Barnier renderebbe la “coabitazione” con Macron piuttosto agevole, dando un segno di continuità con le scelte politiche fatte dagli esecutivi che l’hanno preceduto, ma sacrificando le istanze di una democrazia borghese che – svuotandosi dei residui della sovranità popolare – si regge su continue forzature istituzionali.

Si potrebbe dire che i sogni di De Gaulle di realizzare – attraverso l’architettura della V Repubblica – una sorta di “consolato personale” sono stati realizzati da Macron grazie alla UE, facendo diventare la Francia una sorta di democradura senza più bilanciamento di poteri effettivi, dove la consuetudine politica è divenuta lettera morta e l’estrema-destra è stata invitata indirettamente nella “stanza dei bottoni”.

Le reazione del Nuovo Fronte Popolare

Sono durissimi i toni usati dell’opposizione, cui è rimasta ora solo la piazza come canale d’espressione.

“Le elezioni sono state rubate ai francesi”, ha denunciato Jean-Luc Mélenchon. Riferendosi a “un primo ministro che viene nominato con il permesso e forse su suggerimento del Rassemblement national”, il leader de La France insoumise (LFI), in un video postato sui social network, ha invitato alla “mobilitazione più potente possibile” sabato.

Sarà la prima manifestazione contro quello che LFI, i sindacati delle scuole superiori e degli studenti, definiscono il “colpo di forza” di Emmanuel Macron, ovvero il suo rifiuto di nominare la candidata della coalizione di sinistra, Lucie Castets, a Matignon.

“Dopo cinquantadue giorni di governo sconfitto alle urne, Macron continua a comportarsi come un autocrate”, ha aggiunto Mathilde Panot, leader dei deputati “insoumis” su X, secondo cui “il presidente rifiuta di rispettare la sovranità popolare e la scelta fatta alle urne”.

Olivier Faure, segretario nazionale del Partito socialista (PS), sempre su X, ha descritto una “negazione democratica giunta al suo apogeo: un primo ministro del partito che è arrivato quarto e non ha nemmeno partecipato al fronte repubblicano” contro l’estrema destra. A suo avviso, la Francia sta entrando in “una crisi di regime”.

In un comunicato stampa ufficiale il PS ha affermato che Emmanuel Macron sta “calpestando il voto del popolo francese” e ha annunciato che “sfiducerà” il governo di Michel Barnier.

Anche Marine Tondelier è rimasta delusa. “Chi vogliamo prendere in giro? È un vero e proprio scandalo”, ha dichiarato la leader degli Ecologisti.
Secondo lei, “quello che è appena accaduto in Francia per sessanta giorni (…), se fosse accaduto in qualsiasi altra parte d’Europa, lo avremmo trovato deplorevole da un punto di vista democratico. Questa storia senza precedenti sta prendendo una piega estremamente preoccupante”, ha proseguito.

Per il leader del PC Fabien Roussel, la nomina di Michel Barnier alla carica di primo ministro è “un insulto al popolo francese che vuole il cambiamento”. “Liberale, europeista, antisociale, Barnier è l’esatto contrario del messaggio inviato dai francesi alle elezioni legislative”.

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30/01/2020

La Brexit è realtà. Al Parlamento europeo il valzer dell’addio alla Gran Bretagna

La plenaria del Parlamento europeo ha approvato ieri a Bruxelles, con 621 voti a favore, 49 contro e 13 astenuti, la posizione a favore dell’Accordo di recesso della Gran Bretagna dall’Ue più noto come Brexit. Dopo il voto, tutti gli eurodeputati in piedi e dandosi la mano hanno cantato la canzone d’addio il “Valzer delle candele”. Una immagine che tanto somiglia a coloro che danzavano mentre il Titanic si apprestava ad affondare.

Oggi, giovedì 30 gennaio, si svolgerà invece la procedura scritta da parte del Consiglio Europeo che anticipa di 24 ore il giorno ufficiale dell’uscita della Gran Bretagna all’UE la quale avverrà formalmente domani, 31 gennaio, una data destinata a restare storica.

Il Parlamento britannico aveva votato lo scorso 20 dicembre per chiudere la Brexit entro il 31 gennaio 2020. La Camera dei Comuni aveva infatti confermato il testo modificato dal governo di Boris Johnson dopo la vittoria elettorale del 12 dicembre, dando il via libera nella cosiddetta seconda lettura all’EU Withdrawal Agreement Bill con 358 sì e 234 no.

La Brexit è diventato legge in Gran Bretagna il 23 gennaio con la firma della Regina che ha dato il “Royal Assent” al testo dello European Union Withdrawal Agreement Act che mercoledì 22 gennaio aveva concluso l’iter di ratifica parlamentare a Westminster.

Domani 31 gennaio dunque, alle ore 11, Londra lascerà l’Unione Europea, ma tutto il resto è ancora da definire: giuridicamente, la Gran Bretagna sarà legata alle strutture comunitarie fino al 31 dicembre 2020 e dovrà applicare le regole europee.

Dal primo febbraio partiranno gli 11 mesi di transizione che serviranno per concludere un accordo commerciale completo, ma Michel Barnier, capo negoziatore UE, ha più volte espresso la preoccupazione che non sia un tempo sufficiente.

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