Ottima notizia per Alfredo Cospito – rinchiuso in regime di 41bis ancora prima di essere stato condannato ad una pena che lo renda giustificabile (l’ergastolo “ostativo”) – e allo stesso tempo una pessima notizia per tutte le istituzioni che si sono fin qui occupate della vicenda confermando un pregiudizio incostituzionale contro un militante anarchico senza organizzazione (il 41bis, ufficialmente, dovrebbe servire a rompere i rapporti tra un prigioniero e un’organizzazione, in questo caso inesistente).
La Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul caso, sollevato dalla Corte d’Assise di Torino (organo giudicante, non certo la Procura – ovvero “l’accusa”, ideologicamente formata a suo tempo da quell’autentico equivoco di nome Giancarlo Caselli, ritenuto “di sinistra” per le frequentazioni, non certo per la cultura giuridica [il suo ideale era certamente “il massimo della pena”] – ha riconosciuto che è “incostituzionale non riconoscere le attenuanti generiche”.
Una sottigliezza giuridica, com’era inevitabile, che però prende atto del fatto che non si possono precludere, per il reato di “strage politica”, sconti di pena “nei casi di recidiva aggravata”.
Dietro la sottigliezza giuridica sta il fatto clamorosamente evidente: la “strage politica” di cui è imputato Cospito – l’esplosione di un ordigno fatto con polvere pirica (quella dei “botti” di capodanno), nella notte, fuori della caserma dei carabinieri di Fossano, senza provocare né feriti né, tantomeno, morti – molto difficilmente, in un paese minimamente serio, può essere considerato un “reato gravissimo”.
Segnaliamo per dovere di informazione che neanche per Piazza Fontana o la strage alla stazione di Bologna, nel 1980, una qualsiasi corte abbia provato ad evocare quest’arma giudiziaria “fine di mondo”. Il “caso Cospito”, in questo senso, è un’invenzione...
Insomma: nella sentenza della Consulta di fatto si dice che la pena a cui può essere condannato Alfredo Cospito può e deve variare – tenendo conto di “attenuanti” come l’assenza di feriti e soprattutto morti – fino ad un massimo di 24 anni. Non pochi, sicuramente, ma in pratica la metà di quanto è considerato un ergastolo (40 anni, per i calcoli della legge “Gozzini”). E senza 41 bis, anzi, con l’ordinaria gestione dell’esecuzione delle pene considerate quasi “minori”...
Dice la sentenza: “In continuità con i suoi numerosi e conformi precedenti sulla disposizione censurata, la Corte ha ritenuto tale norma costituzionalmente illegittima nella parte in cui vieta al giudice di considerare eventuali circostanze attenuanti come prevalenti sulla circostanza aggravante della recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen., nei casi in cui il reato è punito con la pena edittale dell’ergastolo”.
In altri termini: il giudice che dovrà determinare in futuro la pena di Cospito per il “petardone” di Fossano potrà anche, ma solo in linea teorica, propendere per la pena dell’ergastolo. Ma non gli potrà essere impedito di valutare le “circostanze attenuanti”: ovvero l’assenza di vittime.
Secondo la Corte, il carattere “fisso” della pena dell’ergastolo per “strage politica” esige comunque che il giudice possa operare “l’ordinario bilanciamento” tra circostanze aggravanti e attenuanti previsto dai primi tre commi dello stesso articolo 69. Conseguentemente, il giudice dovrà valutare, caso per caso, se applicare la pena dell’ergastolo oppure, laddove reputi prevalenti le attenuanti, una diversa pena detentiva (molto minore).
Tutti coloro che hanno avuto a che fare col caso di Cospito (corti, tribunali di sorveglianza, fino al ministro Nordio) dovrebbero correre a dimettersi per manifesta ignoranza dei parametri fondamentali della Costituzione Italiana.
Non a caso nata dalla Resistenza. Ossia dalla sconfitta del fascismo, che ogni tanto rimette la testa fuori. Persino nelle aule dei tribunali.
Una defaillance mostruosa per un governo fascista, che mette in atto la stessa logica incostituzionale ovunque metta le mani: dal salario alla scuola, dalla sanità all’immigrazione, dal lavoro femminile alla partecipazione alla guerra.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/04/2023
Il governo batte in testa sul PNRR. Ma va?
Sei mesi lassù bastano per logorare un insieme di nostalgici sbandati con scarse cognizioni sui compiti di un governo e senza alcuna visione, almeno di medio periodo.
Accantonate senza gloria le sparate securitarie (i rave, gli anarchici, ecc.), pressoché archiviati i tentativi di buttarla sulla negazione di diritti civili scontati (riconoscimento dei figli, matrimoni, ecc.), sommersi dai naufraghi che si diceva potessero essere fermati col “blocco navale” o “impedendo le partenze”, ora si vede chiaro e tondo che l’ostacolo vero è il PNRR. Ossia il governo dell’economia sotto il controllo occhiuto della UE.
Come si era del resto facilmente previsto già sei mesi fa...
Nonostante il crono-programma e le misure relative fossero state già scritte dall’Unione Europea e supervisionate nientepopodimeno che da Mario Draghi, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non riesce sul piano meramente esecutivo a fare granché.
I dati parlano di solo il 6% dei progetti previsti che hanno almeno tagliato il nastro di partenza, mentre all’arrivo ce n’è solo l’1%. Impossibile coprire la voragine con la solita tiritera di menzogne studiate dagli spin doctor (ormai spremuti al punto da sembrare John Belushi...), specie davanti alla Commissione Europea che, nella sua immensa crudeltà “austera”, comunque sa di cosa si sta parlando.
Sono almeno tre i versanti di possibile crisi che stanno circondando il governo Meloni.
Il primo, e forse più facile da risolvere, riguarda le nomine nelle grandi aziende partecipate dallo Stato. Qui il gioco è leggibile in base al solito manuale Cencelli di democristiana memoria, appena complicato dalla necessità di trovare qualcuno che non sia impantanato nella sua pochezza come il “capo” scelto per Tre I, e soprattutto dagli appetiti di una Lega risollevata dai risultati delle regionali in Friuli.
Resurrezione salviniana in fondo alla base anche dei dubbi sulla possibilità di mantenere gli impegni presi con la UE proprio sul PNRR. Aveva cominciato il ministro per gli affari europei, Raffaele Fitto, a dire che era impossibile rispettare i tempi previsti.
Ieri ci si è aggiunto il capogruppo leghista e salviniano di ferro, Riccardo Molinari, che ha proposto di rinunciare ad una parte dei fondi europei (per la parte “in prestito”, mantenendo solo quelli “a fondo perduto”), trincerandosi dietro giochi di parole: «Ha senso indebitarsi con l’Ue per fare cose che non servono?».
Inutile dire che da Palazzo Chigi hanno fatto subito sentire la propria voce, necessaria se non altro per rassicurare i superiori di Bruxelles.
Ma ormai il problema è sul tavolo, non si può rimettere sotto il tappeto. E infatti fioccano le indiscrezioni su quali progetti sarebbero rinviabili, secondo i leghisti (e non solo loro, pare): il raddoppio delle ferrovie Orte-Falconara e Roma-Pescara, la “riqualificazione degli asili nido” e la piantumazione di milioni di alberi, le borse di studio per i dottorati di ricerca in “materie innovative”, ecc.
La “qualità” – si fa per dire – della risposta meloniana è misurabile in quella ridicola proposta del “liceo per il made in Italy”, che però chiarisce bene il tipo di scuola superiore che abita la testa dei post-fascisti: tutta una serie di “istituti tecnici” per sfornare aspiranti lavoratori pronti da mandare nelle fabbrichette.
Stando così le cose, è inevitabile che ai “piani alti” siano preoccupati e che, quindi, si comincino a muovere i primi passi per una correzione in corsa. Che, detto brutalmente, metterebbe in discussione il governo Meloni o comunque la sua attuale composizione.
Le voci sulla visita al Quirinale da parte di Mario Draghi e Paolo Gentiloni sono state così insistenti da rendere necessaria una curiosa smentita da parte dell’ufficio stampa di Mattarella. Curiosa perché di fatto è sembrata una conferma, anche se con date diverse (e precedenti) a quelle segnalate dai rumors.
Qualcuno davvero pensava che un governo così malmesso potesse davvero durare cinque anni?
Fonte
Accantonate senza gloria le sparate securitarie (i rave, gli anarchici, ecc.), pressoché archiviati i tentativi di buttarla sulla negazione di diritti civili scontati (riconoscimento dei figli, matrimoni, ecc.), sommersi dai naufraghi che si diceva potessero essere fermati col “blocco navale” o “impedendo le partenze”, ora si vede chiaro e tondo che l’ostacolo vero è il PNRR. Ossia il governo dell’economia sotto il controllo occhiuto della UE.
Come si era del resto facilmente previsto già sei mesi fa...
Nonostante il crono-programma e le misure relative fossero state già scritte dall’Unione Europea e supervisionate nientepopodimeno che da Mario Draghi, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non riesce sul piano meramente esecutivo a fare granché.
I dati parlano di solo il 6% dei progetti previsti che hanno almeno tagliato il nastro di partenza, mentre all’arrivo ce n’è solo l’1%. Impossibile coprire la voragine con la solita tiritera di menzogne studiate dagli spin doctor (ormai spremuti al punto da sembrare John Belushi...), specie davanti alla Commissione Europea che, nella sua immensa crudeltà “austera”, comunque sa di cosa si sta parlando.
Sono almeno tre i versanti di possibile crisi che stanno circondando il governo Meloni.
Il primo, e forse più facile da risolvere, riguarda le nomine nelle grandi aziende partecipate dallo Stato. Qui il gioco è leggibile in base al solito manuale Cencelli di democristiana memoria, appena complicato dalla necessità di trovare qualcuno che non sia impantanato nella sua pochezza come il “capo” scelto per Tre I, e soprattutto dagli appetiti di una Lega risollevata dai risultati delle regionali in Friuli.
Resurrezione salviniana in fondo alla base anche dei dubbi sulla possibilità di mantenere gli impegni presi con la UE proprio sul PNRR. Aveva cominciato il ministro per gli affari europei, Raffaele Fitto, a dire che era impossibile rispettare i tempi previsti.
Ieri ci si è aggiunto il capogruppo leghista e salviniano di ferro, Riccardo Molinari, che ha proposto di rinunciare ad una parte dei fondi europei (per la parte “in prestito”, mantenendo solo quelli “a fondo perduto”), trincerandosi dietro giochi di parole: «Ha senso indebitarsi con l’Ue per fare cose che non servono?».
Inutile dire che da Palazzo Chigi hanno fatto subito sentire la propria voce, necessaria se non altro per rassicurare i superiori di Bruxelles.
Ma ormai il problema è sul tavolo, non si può rimettere sotto il tappeto. E infatti fioccano le indiscrezioni su quali progetti sarebbero rinviabili, secondo i leghisti (e non solo loro, pare): il raddoppio delle ferrovie Orte-Falconara e Roma-Pescara, la “riqualificazione degli asili nido” e la piantumazione di milioni di alberi, le borse di studio per i dottorati di ricerca in “materie innovative”, ecc.
La “qualità” – si fa per dire – della risposta meloniana è misurabile in quella ridicola proposta del “liceo per il made in Italy”, che però chiarisce bene il tipo di scuola superiore che abita la testa dei post-fascisti: tutta una serie di “istituti tecnici” per sfornare aspiranti lavoratori pronti da mandare nelle fabbrichette.
Stando così le cose, è inevitabile che ai “piani alti” siano preoccupati e che, quindi, si comincino a muovere i primi passi per una correzione in corsa. Che, detto brutalmente, metterebbe in discussione il governo Meloni o comunque la sua attuale composizione.
Le voci sulla visita al Quirinale da parte di Mario Draghi e Paolo Gentiloni sono state così insistenti da rendere necessaria una curiosa smentita da parte dell’ufficio stampa di Mattarella. Curiosa perché di fatto è sembrata una conferma, anche se con date diverse (e precedenti) a quelle segnalate dai rumors.
Qualcuno davvero pensava che un governo così malmesso potesse davvero durare cinque anni?
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04/11/2020
Pandemia, crisi sanitaria e rappresentanza politica
Le curve della pandemia nel nostro paese dimostrano che ormai i “buoi sono usciti dalla stalla”, su questo c’è una polemica continua sui mass media che hanno avuto a loro volta una funzione moltiplicatrice della diffusione del virus (presentando posizioni negazioniste alla Zangrillo come credibili e mettendo tutto sullo stesso piano incrementando così anche il “grafico” della confusione generale). In realtà ci troviamo di fronte più che ad una manipolazione politica degli eventi alla manifestazione concreta della inconsistenza dei gruppi dirigenti dell’occidente.
Questa possibile evoluzione verso una concreta crisi di egemonia, come RdC, l’avevamo analizzata già da tempo in una serie di Forum pubblici e testi. Ora siamo precipitati dentro questa condizione e l’errore più grande che si possa fare è quello di ragionare su parametri e informazioni che ci fornisce l’avversario, cosa che “a sinistra” avviene frequentemente, senza dotarci di chiavi di lettura del tutto indipendenti.
In realtà i rimpalli che vediamo quotidianamente sono il prodotto del gioco di interessi dei diversi gruppi di potere (economico, giornalistico, lobbistico e affaristico di vario tipo, etc.) che cercano di affermare la propria lettura della realtà in base ai propri miopi interessi producendo una “curvatura” nella percezione generale che peggiora la diffusione del virus e il senso di disorientamento generale.
Va detto chiaramente e senza ambiguità che la situazione è drammatica ed è fuori controllo di ogni “autorità” medica o politica che sia e su questo bisogna avere piena coscienza senza alcuna sottovalutazione. Certamente il governo Conte, espressione di una alleanza disomogenea e affetto da protagonismi alla Renzi, sta dando il peggio di se stesso in questa seconda ondata soprattutto sulla necessità di sostenere economicamente quei settori sociali deboli che rischiano di essere travolti dalla crisi sanitaria ma quello che si sta manifestando, non in Italia ma nella UE e negli USA oltre che nelle periferie non socialiste, nasce da dati strutturali e non da scelte politiche di corto respiro. Per questo accanto alla denuncia ed alla mobilitazione è necessario per i comunisti svolgere un lavoro di chiarificazione su un passaggio che ha tutto il carattere di un salto storico.
In altre parole trent’anni almeno di privatizzazioni e taglio della spesa sociale nella sanità, nella scuola e nei trasporti, e non solo, fatti perché “l’Europa lo chiede” non sono recuperabili da nessuna magica capacità operativa di qualsiasi governo fosse anche il più efficiente, nemmeno quello della Grande Germania.
In questo frangente ancora una volta il capitalismo mostra la sua natura antisociale e da apprendista stregone!
Non solo i servizi sociali ma anche la crescita delle diseguaglianze tramite trasferimenti di ricchezza alle classi dominanti hanno ridotto la capacità di tenuta del lavoro dipendente e subordinato, in grande sviluppo in questi decenni, provocando una ripresa della conflittualità sociale ancora confusa ma elemento nuovo in una condizione di asfissiante entropia conflittuale delle classi subalterne.
La feroce vendetta operata dalla borghesia internazionale contro le conquiste proletarie ed operaie del ‘900 con la distruzione dello Stato Sociale ed il furto sul reddito complessivo del lavoro, prodotti dalla lotta di classe di quel secolo, si sta riversando contro un Occidente in crisi anche sul piano della civiltà sociale raggiunta. Difficoltà, questa, chiaramente percepita anche dalla Chiesa e dal Papa, che sono in prima linea per necessità obiettiva e per occupare preventivamente uno spazio che è stato e dovrebbe essere storicamente interpretato dalla soggettività comunista.
Questo ingarbugliamento delle forme del dominio richiamano anche due motivi di fondo.
Uno è la perdita di funzione della politica; la rissa continua tra partiti diversi, tra dirigenti dello stesso partito, tra virologi schierati su diverse posizioni dimostra che la funzione della politica che Gramsci diceva essere la “cerniera”, la congiunzione, tra la società civile e la sua struttura materiale (struttura e sovrastruttura) è saltata e lo è almeno da un quindicennio. Dunque pure questo strumento non può ritrovare la propria capacità di governo con un atto di magia ma sarà, se mai ci sarà, un processo certamente lungo che amplificherà al presente il carattere confusionale sulla gestione dell’attuale pandemia.
In linea di massima si può ragionevolmente credere che entro il 2021 si possa trovare il vaccino che blocchi gli effetti direttamente sanitari ma la pandemia sta debilitando non solo il corpo fisico delle persone ma anche quello sociale, produttivo e finanziario del capitalismo occidentale e, inevitabilmente, incrementerà ulteriormente la competizione interimperialistica/globale. Sugli effetti in prospettiva dobbiamo già da oggi concentrare la nostra analisi perché gli scenari che usciranno da questa situazione non saranno facili da capire ne da gestire, ed avranno bisogno della nostra massima attenzione.
Ma uno sforzo di comprensione delle prospettive dei processi materiali va fatto da subito. Il ritrovato ruolo dello Stato, cosa che è avvenuta almeno dal 2008 (dopo il crack finanziario globale di quell’anno) a sostegno del sistema bancario a livello mondiale, oggi ha il pretesto di sostenere la fase di crisi sanitaria salvaguardando le condizioni sociali ma soprattutto sostenendo le imprese e qui alcuni ragionamenti dovrebbero essere fatti in modo più strutturale.
Il primo è capire quali imprese; quelle che sono destinate al fallimento dentro il restringimento del mercato nazionale e internazionale o quelle che invece sono funzionali dentro la dimensione europea alla competizione globale? La pandemia sta producendo un effetto collaterale ancora poco visibile ma reale, infatti la crisi di molte imprese del nord modificherà le condizioni sociali e produttive di quell’area che, detto qui sommariamente ma oggetto di una prossima pubblicazione della RdC, diverrà il Sud di un Nord rappresentato dal centro Europa. Certamente questo non riguarderà tutta la cosiddetta Padania ma quelle imprese che non riusciranno a tenere l’evoluzione dei sistemi produttivi e del mercato.
Qui si innesta il secondo punto che è legato alla ristrutturazione e digitalizzazione del sistema produttivo ed allargamento possibile del mercato verso l’economia “verde”. Andando oltre la retorica degli eurocrati, questo significa che una maggiore automazione porterà all’aumento della disoccupazione, precariato e riduzione dei redditi da lavoro, sia dipendente sia subordinato e falsamente autonomo.
Automazione che non potrà essere praticata da tutte le imprese a cominciare da quelle più piccole per cui la razionalizzazione produttiva su cui la UE punta è quella di mettere fuori mercato, in Italia ma anche in altri paesi europei, imprese e settori produttivi non funzionali alla ristrutturazione continentale finalizzata a sostenere con i “campioni” industriali e finanziari europei la competizione economica a livello mondiale.
D’altra parte, ancora una volta chi cerca di sminuire il ruolo dell’UE perché inefficiente, separata dagli interessi nazionali, o perché subalterna agli USA in realtà rafforza la “necessità” di rendere più forte questa entità sovranazionale, come sta accadendo in questa fase di crisi sanitaria. I fondi stanziati nelle diverse forme stanno facendo nascere di fatto i tanti aborriti bond Europei che cominciano invece ad avere una capacità concorrenziale con quelli denominati in dollari.
Non solo si metterà in moto un processo di rimescolamento sociale verso il basso e una ristrutturazione competitiva e centralizzata dell’industria europea ma anche l’aspetto finanziario continentale avrà una spinta in avanti rafforzando il ruolo finanziario della UE e dell’Euro nel mondo.
Se la prima fase del lockdown ha dato un sostanziale appoggio alle scelte governative, concretizzatosi nei risultati elettorali del settembre scorso, il riproporsi di quella condizione all’inizio dell’inverno con un ulteriore peggioramento, sta mobilitando nelle piazze quei settori sociali magari cresciuti nello spazio dato dall’economia informale o di nicchia ma che ora si trovano di fronte ad una effettiva possibilità di regressione, altro che le sceneggiate da tutti sostenute dell’andrà “tutto bene” andate in onda nella scorsa primavera.
I settori che si stanno muovendo sono quelli del piccolo commercio, dello sport, del turismo, della ristorazione, dei taxi, etc. ma assieme a questi ci sono settori classificabili come proletariato con caratteristiche di precarietà e di basso reddito, settori di operai che vengono espulsi dalle fabbriche con la CIG ma nessuna prospettiva di rioccupazione e soprattutto settori di giovani, di lavoro povero e mentale, che vedono svanire ogni possibilità di futuro certo nel prossimo periodo.
Le mobilitazioni che si stanno sviluppando, anche con livelli di scontro che non si vedevano da tempo e al netto della strumentalità fascista, non possono che avere forme spurie, ibride, non confacenti ai nostri parametri politici ma sono l’espressione diretta, la forma assunta dalla crisi di egemonia che sta investendo l’intero Occidente. I comunisti devono fare i conti con questa “situazione concreta” come vanno fatti i conti con tutti quei “nostri” punti di vista che si stanno mostrando obsoleti nella lettura di una realtà per molti incomprensibile.
Stare – comunque – dentro le mobilitazioni con le forme unitarie possibili o con iniziative indipendenti, aprire una campagna sui motivi reali che hanno portato a questa drammatica situazione, individuare i punti di sedimentazione organizzative nella variegate forme che esprime una società in difficoltà, costruire una identità politica forse non rivoluzionaria ma decisamente di classe in cui il nemico, l’Unione Europea ed il capitale finanziario, sia messo in evidenza agli occhi di chi ora non ha alternative al conflitto.
Questi sono alcuni punti su cui produrre contenuti e mobilitazioni avendo chiaro anche che si apre una nuova fase di crisi di rappresentanza politica sia sul versante istituzionale, sia in quello che attiene l’intera società.
Il M5S è praticamente sputtanato da una gestione del governo che lo assorbirà, come le sabbie mobili, sempre di più. Salvini e la Lega stanno mostrando la loro inconsistenza nell’affrontare una fase in cui non si parla di immigrazione e con contraddizioni interne con i cosiddetti Governatori regionali. Insomma si sta sgretolando quella rappresentanza fasulla del populismo/sovranismo che sapevamo che non avrebbe potuto tenere di fronte alle contraddizioni strutturali del capitalismo.
Anche su questo i comunisti, nelle forme storicamente e oggettivamente concesse, sono obbligati a farci i conti andando oltre il conflitto di classe e la vertenzialità. Mai come ora ritorna il nodo della rappresentanza politica indipendente nelle condizioni, culturali, politiche e sociali odierne e possibili da praticare.
Fonte
Questa possibile evoluzione verso una concreta crisi di egemonia, come RdC, l’avevamo analizzata già da tempo in una serie di Forum pubblici e testi. Ora siamo precipitati dentro questa condizione e l’errore più grande che si possa fare è quello di ragionare su parametri e informazioni che ci fornisce l’avversario, cosa che “a sinistra” avviene frequentemente, senza dotarci di chiavi di lettura del tutto indipendenti.
In realtà i rimpalli che vediamo quotidianamente sono il prodotto del gioco di interessi dei diversi gruppi di potere (economico, giornalistico, lobbistico e affaristico di vario tipo, etc.) che cercano di affermare la propria lettura della realtà in base ai propri miopi interessi producendo una “curvatura” nella percezione generale che peggiora la diffusione del virus e il senso di disorientamento generale.
Va detto chiaramente e senza ambiguità che la situazione è drammatica ed è fuori controllo di ogni “autorità” medica o politica che sia e su questo bisogna avere piena coscienza senza alcuna sottovalutazione. Certamente il governo Conte, espressione di una alleanza disomogenea e affetto da protagonismi alla Renzi, sta dando il peggio di se stesso in questa seconda ondata soprattutto sulla necessità di sostenere economicamente quei settori sociali deboli che rischiano di essere travolti dalla crisi sanitaria ma quello che si sta manifestando, non in Italia ma nella UE e negli USA oltre che nelle periferie non socialiste, nasce da dati strutturali e non da scelte politiche di corto respiro. Per questo accanto alla denuncia ed alla mobilitazione è necessario per i comunisti svolgere un lavoro di chiarificazione su un passaggio che ha tutto il carattere di un salto storico.
In altre parole trent’anni almeno di privatizzazioni e taglio della spesa sociale nella sanità, nella scuola e nei trasporti, e non solo, fatti perché “l’Europa lo chiede” non sono recuperabili da nessuna magica capacità operativa di qualsiasi governo fosse anche il più efficiente, nemmeno quello della Grande Germania.
In questo frangente ancora una volta il capitalismo mostra la sua natura antisociale e da apprendista stregone!
Non solo i servizi sociali ma anche la crescita delle diseguaglianze tramite trasferimenti di ricchezza alle classi dominanti hanno ridotto la capacità di tenuta del lavoro dipendente e subordinato, in grande sviluppo in questi decenni, provocando una ripresa della conflittualità sociale ancora confusa ma elemento nuovo in una condizione di asfissiante entropia conflittuale delle classi subalterne.
La feroce vendetta operata dalla borghesia internazionale contro le conquiste proletarie ed operaie del ‘900 con la distruzione dello Stato Sociale ed il furto sul reddito complessivo del lavoro, prodotti dalla lotta di classe di quel secolo, si sta riversando contro un Occidente in crisi anche sul piano della civiltà sociale raggiunta. Difficoltà, questa, chiaramente percepita anche dalla Chiesa e dal Papa, che sono in prima linea per necessità obiettiva e per occupare preventivamente uno spazio che è stato e dovrebbe essere storicamente interpretato dalla soggettività comunista.
Questo ingarbugliamento delle forme del dominio richiamano anche due motivi di fondo.
Uno è la perdita di funzione della politica; la rissa continua tra partiti diversi, tra dirigenti dello stesso partito, tra virologi schierati su diverse posizioni dimostra che la funzione della politica che Gramsci diceva essere la “cerniera”, la congiunzione, tra la società civile e la sua struttura materiale (struttura e sovrastruttura) è saltata e lo è almeno da un quindicennio. Dunque pure questo strumento non può ritrovare la propria capacità di governo con un atto di magia ma sarà, se mai ci sarà, un processo certamente lungo che amplificherà al presente il carattere confusionale sulla gestione dell’attuale pandemia.
In linea di massima si può ragionevolmente credere che entro il 2021 si possa trovare il vaccino che blocchi gli effetti direttamente sanitari ma la pandemia sta debilitando non solo il corpo fisico delle persone ma anche quello sociale, produttivo e finanziario del capitalismo occidentale e, inevitabilmente, incrementerà ulteriormente la competizione interimperialistica/globale. Sugli effetti in prospettiva dobbiamo già da oggi concentrare la nostra analisi perché gli scenari che usciranno da questa situazione non saranno facili da capire ne da gestire, ed avranno bisogno della nostra massima attenzione.
Ma uno sforzo di comprensione delle prospettive dei processi materiali va fatto da subito. Il ritrovato ruolo dello Stato, cosa che è avvenuta almeno dal 2008 (dopo il crack finanziario globale di quell’anno) a sostegno del sistema bancario a livello mondiale, oggi ha il pretesto di sostenere la fase di crisi sanitaria salvaguardando le condizioni sociali ma soprattutto sostenendo le imprese e qui alcuni ragionamenti dovrebbero essere fatti in modo più strutturale.
Il primo è capire quali imprese; quelle che sono destinate al fallimento dentro il restringimento del mercato nazionale e internazionale o quelle che invece sono funzionali dentro la dimensione europea alla competizione globale? La pandemia sta producendo un effetto collaterale ancora poco visibile ma reale, infatti la crisi di molte imprese del nord modificherà le condizioni sociali e produttive di quell’area che, detto qui sommariamente ma oggetto di una prossima pubblicazione della RdC, diverrà il Sud di un Nord rappresentato dal centro Europa. Certamente questo non riguarderà tutta la cosiddetta Padania ma quelle imprese che non riusciranno a tenere l’evoluzione dei sistemi produttivi e del mercato.
Qui si innesta il secondo punto che è legato alla ristrutturazione e digitalizzazione del sistema produttivo ed allargamento possibile del mercato verso l’economia “verde”. Andando oltre la retorica degli eurocrati, questo significa che una maggiore automazione porterà all’aumento della disoccupazione, precariato e riduzione dei redditi da lavoro, sia dipendente sia subordinato e falsamente autonomo.
Automazione che non potrà essere praticata da tutte le imprese a cominciare da quelle più piccole per cui la razionalizzazione produttiva su cui la UE punta è quella di mettere fuori mercato, in Italia ma anche in altri paesi europei, imprese e settori produttivi non funzionali alla ristrutturazione continentale finalizzata a sostenere con i “campioni” industriali e finanziari europei la competizione economica a livello mondiale.
D’altra parte, ancora una volta chi cerca di sminuire il ruolo dell’UE perché inefficiente, separata dagli interessi nazionali, o perché subalterna agli USA in realtà rafforza la “necessità” di rendere più forte questa entità sovranazionale, come sta accadendo in questa fase di crisi sanitaria. I fondi stanziati nelle diverse forme stanno facendo nascere di fatto i tanti aborriti bond Europei che cominciano invece ad avere una capacità concorrenziale con quelli denominati in dollari.
Non solo si metterà in moto un processo di rimescolamento sociale verso il basso e una ristrutturazione competitiva e centralizzata dell’industria europea ma anche l’aspetto finanziario continentale avrà una spinta in avanti rafforzando il ruolo finanziario della UE e dell’Euro nel mondo.
Se la prima fase del lockdown ha dato un sostanziale appoggio alle scelte governative, concretizzatosi nei risultati elettorali del settembre scorso, il riproporsi di quella condizione all’inizio dell’inverno con un ulteriore peggioramento, sta mobilitando nelle piazze quei settori sociali magari cresciuti nello spazio dato dall’economia informale o di nicchia ma che ora si trovano di fronte ad una effettiva possibilità di regressione, altro che le sceneggiate da tutti sostenute dell’andrà “tutto bene” andate in onda nella scorsa primavera.
I settori che si stanno muovendo sono quelli del piccolo commercio, dello sport, del turismo, della ristorazione, dei taxi, etc. ma assieme a questi ci sono settori classificabili come proletariato con caratteristiche di precarietà e di basso reddito, settori di operai che vengono espulsi dalle fabbriche con la CIG ma nessuna prospettiva di rioccupazione e soprattutto settori di giovani, di lavoro povero e mentale, che vedono svanire ogni possibilità di futuro certo nel prossimo periodo.
Le mobilitazioni che si stanno sviluppando, anche con livelli di scontro che non si vedevano da tempo e al netto della strumentalità fascista, non possono che avere forme spurie, ibride, non confacenti ai nostri parametri politici ma sono l’espressione diretta, la forma assunta dalla crisi di egemonia che sta investendo l’intero Occidente. I comunisti devono fare i conti con questa “situazione concreta” come vanno fatti i conti con tutti quei “nostri” punti di vista che si stanno mostrando obsoleti nella lettura di una realtà per molti incomprensibile.
Stare – comunque – dentro le mobilitazioni con le forme unitarie possibili o con iniziative indipendenti, aprire una campagna sui motivi reali che hanno portato a questa drammatica situazione, individuare i punti di sedimentazione organizzative nella variegate forme che esprime una società in difficoltà, costruire una identità politica forse non rivoluzionaria ma decisamente di classe in cui il nemico, l’Unione Europea ed il capitale finanziario, sia messo in evidenza agli occhi di chi ora non ha alternative al conflitto.
Questi sono alcuni punti su cui produrre contenuti e mobilitazioni avendo chiaro anche che si apre una nuova fase di crisi di rappresentanza politica sia sul versante istituzionale, sia in quello che attiene l’intera società.
Il M5S è praticamente sputtanato da una gestione del governo che lo assorbirà, come le sabbie mobili, sempre di più. Salvini e la Lega stanno mostrando la loro inconsistenza nell’affrontare una fase in cui non si parla di immigrazione e con contraddizioni interne con i cosiddetti Governatori regionali. Insomma si sta sgretolando quella rappresentanza fasulla del populismo/sovranismo che sapevamo che non avrebbe potuto tenere di fronte alle contraddizioni strutturali del capitalismo.
Anche su questo i comunisti, nelle forme storicamente e oggettivamente concesse, sono obbligati a farci i conti andando oltre il conflitto di classe e la vertenzialità. Mai come ora ritorna il nodo della rappresentanza politica indipendente nelle condizioni, culturali, politiche e sociali odierne e possibili da praticare.
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