Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/05/2026
Tecno-eugenetica contro eguaglianza umana
È un’idea che oltrepassa i confini della fede e segna profondamente la modernità politica occidentale. L’Illuminismo ne rappresenta, in parte, la secolarizzazione: la traduzione di quel lascito nel linguaggio dei diritti, dell’eguaglianza civile, della comune umanità e del limite al potere.
Una parte della nuova destra americana si colloca in aperto contrasto con questa tradizione. La formula più rivelatrice, in voga nei circoli neoreazionari, è Dark Enlightenment, «Illuminismo oscuro». Già nel nome c’è un programma: colpire l’eredità illuministica e il suo retroterra universalistico. Nelle sue versioni più influenti, la Dark Enlightenment rivaluta gerarchia, diseguaglianza e selezione dei superiori, mentre tratta la democrazia come un principio decadente e l’eguaglianza come una finzione distruttiva.
Questa corrente è stata definita dal filosofo britannico Nick Land, figura chiave per comprendere la deriva radicale di questo pensiero. Land è il teorico dell’accelerazionismo di destra, una visione che spinge verso il collasso della democrazia per liberare le forze del mercato e della tecnologia.
Il suo contributo più inquietante riguarda quello che lui definisce hyper-racism: l’idea che il futuro non porterà a una maggiore integrazione, ma a una divergenza biologica prodotta dalla tecnologia e dalla diseguaglianza economica. In questa prospettiva, l’eugenetica diviene uno strumento per creare un’élite post-umana, superiore per capacità cognitive e genetiche, separata dal resto di un’umanità considerata zavorra biologica.
Accanto a Land, una figura centrale è Curtis Yarvin, il blogger che ha dato veste teorica alla galassia neoreazionaria americana. Yarvin sostiene la necessità di superare la democrazia costituzionale per concentrare il potere in forme di comando personale o «sovranità aziendali». Le sue tesi sono intrise di riferimenti alla cosiddetta «biodiversità umana», un paravento intellettuale spesso usato per rilegittimare il determinismo biologico e giustificare gerarchie di valore intrinseco tra gruppi umani diversi.
È da questo ambiente che arriva il lessico politico che i media americani hanno più volte accostato a J.D. Vance. Il Vicepresidente americano non è il teorico “puro” di questa galassia, ma ha contribuito a renderne presentabili temi e parole d’ordine, trasportandoli dai margini digitali nel linguaggio della destra di governo. Attorno a lui gravitano figure che mescolano culto della forza, virilismo, disprezzo della compassione e richiami rimasticati a Nietzsche e alla filosofia greca, fonte di ispirazione antiegualitaria.
Questo è il terreno preferito di Costin Alamariu (Bronze Age Pervert), autore di libri che hanno avuto una certa circolazione nella nuova destra. Nella sua fatica più recente, Selective Breeding and the Birth of Philosophy, la celebrazione di aristocrazia, forza e tirannide viene contrapposta al costituzionalismo moderno e alla democrazia, con aperture all’eugenetica che chiariscono senza ambiguità il senso del progetto culturale: screditare l’eguaglianza, riabilitare la gerarchia e restituire prestigio all’idea che una nuova élite debba guidare la società.
Si capisce allora perché il rapporto della destra americana con il cristianesimo sia così ambiguo. Il cristianesimo può essere evocato come identità occidentale, simbolo di civiltà, linguaggio dell’ordine, marchio culturale da opporre a migranti, persone Lgbtq+ e cosmopolitismo. Molto più difficile da sopportare resta il suo nucleo egualitario: l’idea che l’ultimo valga quanto il primo e che la dignità non dipenda da forza, successo, produttività o nascita.
Gli attriti con il Vaticano acquistano senso dentro questa frattura. Quando il papa richiama il valore universale della vita umana, contesta la brutalizzazione dei migranti o denuncia la disumanizzazione dei civili sotto le bombe, urta una cultura politica che ragiona sempre più volentieri in termini di gerarchia, appartenenza, selezione e forza.
Bergoglio lo aveva già mostrato criticando la stretta anti-migranti. Leone XIV lo ribadisce oggi sottolineando che la guerra non cancella l’umanità delle sue vittime.
Nel richiamo del Vaticano alla dignità universale della persona riaffiora così un’eredità che il cristianesimo ha trasmesso anche alla modernità secolare: l’idea che nessun essere umano possa essere classificato come inferiore per nascita, forza, utilità o rango.
La Dark Enlightenment prende di mira proprio questo orizzonte. La sua promessa consiste nel restituire prestigio alla gerarchia, nel rendere di nuovo pensabile la superiorità naturale, nel sottrarre i forti ai limiti imposti dall’eguaglianza.
A raccogliere politicamente queste suggestioni è poi un’estrema destra più istituzionale, che del cristianesimo valorizza soprattutto l’uso identitario e il richiamo alla civiltà assediata. Ciò che resta indigesto è il nucleo egualitario di quel lascito, perché impedisce di trasformare la diseguaglianza in destino morale e continua a ricordare che nessuno vale meno.
Fonte
03/07/2024
L’anti-utopia realizzata
di Sandro Moiso
Pièces et Main d’Oeuvre, Manifesto degli scimpanzé del futuro. Contro il transumanesimo, Edizioni Malamente in coedizione con Istrixistrix, Urbino 2023, pp. 278, 15,00 euro
“Un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani. Sopra l’entrata principale le parole: “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale” e in uno stemma il motto dello Stato mondiale: Comunità, Identità, Stabilità”. (A. Huxley – Brave New World, 1932)
Secondo me la fantascienza è morta. È un movimento della metà del XX secolo che ora si è concluso. Credo che abbia vinto. Ha ottenuto una grande vittoria. […] Si potrebbe dire che la fantascienza è morta proprio perché ha trionfato. Non è morta perché ha perso, è morta perché ha vinto. ( J. Ballard – intervista rilasciata a Sandro Moiso, giugno 1992)
È un allarme di tutto rispetto quello lanciato dal testo presentato in Italia da Malamente in coedizione con Istrixistrix e pubblicato per la prima volta in Francia dal collettivo Pièces et Main d’Oeuvre di Grenoble nel 2017. Un allarme che, al di là di alcune forzature interpretative, dovrebbe fare aprire gli occhi dei lettori sulle prospettive reali di tante promesse contenute nell’esaltazione del liberalismo e della sua potenza tecnico-scientifica. Promesse che, sebbene dirette formalmente a tutti i cittadini del pianeta, o almeno della parte bianca e occidentale dello stesso, in realtà non sembrano voler far altro che eternizzare lo stato di cose presenti, peggiorandolo per i più pur di migliorare le condizioni di esistenza delle sua classi dirigenti ovvero dei suoi funzionari e profittatori più spudorati.
Avrete già sentito parlare del transumanesimo e dei transumanisti; di una misteriosa minaccia, un gruppo di fanatici, una società di scienziati e industriali, discreta e potente, la cui trama occulta e l’obiettivo dichiarato consistono nel liquidare la specie umana per sostituirla con una specie superiore, “aumentata”, di uomini-macchine. Una specie che sarà il risultato dell’eugenismo e della convergenza di nanotecnologie, biotecnologie, neuro-tecnologie e degli immensi progressi della scienza.
Avrete già sentito parlare dell’ultimatum, cinico e provocatorio, di un ricercatore in cibernetica: «Ci saranno persone impiantate, ibridate, e queste domineranno il mondo. Le altre che non saranno come loro, non saranno tanto più utili delle nostre vacche tenute al pascolo»1.
O ancora: «Quelli che decideranno di restare umani e rifiuteranno di migliorarsi avranno dei seri handicap. Costituiranno una sotto-specie e saranno gli Scimpanzé del futuro»2.
Queste le parole con cui si apre l’Appello posto all’inizio del testo3. La denuncia di un progetto di superamento dei limiti della specie (transumanesimo) che porta con sé la differenziazione all’interno della stessa non solo più in termini di classe, potere d’acquisto, diritti politici e sociali e di appartenenza etnica e di genere, ma, soprattutto, a livello cognitivo e di innovazione tecnologica della stessa fisiologia con cui gli umani convivono e vivono da centinaia di migliaia di anni.
Il riferimento agli scimpanzé non è casuale: era questa la forma fisica della nuova “classe operaia” prodotta in laboratorio nel visionario testo di Aldous Huxley, Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932. Scimmie obbedienti e limitate dal punto di vista cognitivo proprio per migliorarne il rendimento e impedire possibili rivolte di cui gli individui “normali” sarebbero stati ancora capaci. Anche in un regime dittatoriale.
Ma il mondo prefigurato dal testo curato dal collettivo di Grenoble, non è il mondo dei totalitarismi e delle dittature del ‘900. No, è quello della libera scelta, di individui che volontariamente scelgono di trasformarsi per avvicinare sempre più il corpo umano e quello sociale ad una macchina perfetta. In cui l’assenza di inserti nanotecnologici, modificazioni genetiche e la mancata scelta di una procreazione extra-uterina estremamente selettiva dei caratteri da trasmettere alle nuove generazioni, rivela la persistenza di un’alterità non più accettabile dal complesso produttivo e riproduttivo immaginato dai suoi ideatori e profeti.
Che, proprio attraverso la parole di uno dei loro rappresentanti, Nick Bostrom fondatore della World Transhumanist Association, hanno potuto affermare: «I geneticamente privilegiati potranno diventare senza età, sani, super-geni dalla bellezza fisica perfetta […] I non privilegiati rimarranno le persone che sono oggi, ma forse privi di un po’ della loro autostima e soffriranno occasionalmente di un tantino di invidia. La mobilità tra la classe inferiore e quella superiore potrebbe scomparire»4.
Tra i profeti dell’Uomo aumentato, occorre dirlo, andava enumerato anche il fratello dello scrittore inglese, Julian Huxley, biologo e futuro direttore dell’UNESCO, che già nel 1941 difendeva l’idea secondo cui «l’eugenetica diventerà inevitabilmente una parte integrante della religione del futuro»5.
Sì, perché in fin dei conti il miglioramento della specie, fin dalle sue prime formulazioni settecentesche, ha sempre portato con sé lo stigma dell’eugenetica, sia che si manifestasse sotto le forme dell’ammodernamento del credo religioso, come in Teilhard de Chardin (gesuita, filosofo e paleontologo francese), che nel 1934 affermava: «Credo che l’Universo sia un’Evoluzione. Credo che l’Evoluzione vada verso lo Spirito. Credo che lo Spirito si compia in qualcosa di Personale. Credo che il Personale supremo sia il Cristo-Universale». Affermazione in cui evoluzione, super-omismo e figura di Cristo coincidono. Sia, si badi bene, sotto le spoglie dell’Uomo nuovo socialista, idealizzato a partire dalla rivoluzione bolscevica, anche nelle parole di Leone Trotski: «Produrre una versione nuova, “riveduta e corretta” dell’uomo. Ecco il compito futuro del comunismo […] L’uomo deve guardare e vedere in sé una materia prima, nel migliore dei casi un semilavorato, e dire “Finalmente, caro il mio Homo Sapiens, ti lavorerò”»6.
Ma questi sono soltanto alcuni degli infiniti esempi di progetto di modifica e cambiamento dei caratteri umani della specie riportati nel testo. Che, a sua volta, diventa un altro esempio di fantascienza anti-utopistica, dedito com’è a smontare ogni residua illusione di progresso benevolo e uguale per tutti. Un testo a tratti esagerato, ma mai, assolutamente mai, del tutto assurdo e inconcepibile. Anzi, proprio sulle sue pagine sarebbe importante riflettere per comprendere a fondo come tanto progressismo di stampo socialista, anarchico o comunista, spesso si sia fatto irretire dalle chimere della scienza borghese e dei suoi apparati tecnologici e industriali.
Compresa l’esaltazione della cibernetica e di tutto ciò che ne è
derivato in termini di controllo del sapere, della produzione, della
società e della mente individuale e collettiva.
Un testo che nelle sue formulazioni più estreme andrebbe forse affiancato, nella lettura, al Trattato del ribelle di Ernst Jünger7
oppure a certe considerazioni di Amadeo Bordiga sulle fasulle promesse
della scienza, della tecnica e, soprattutto, dell’economia di stampo
capitalista. Un‘ottima lettura per l’estate e per una riflessione
tutt’altro che oziosa sul nuovo mondo che ci aspetta (?).
Note
Kevin Warwick, “Au fait”, mag. 2014
Id., “Libération”, 12 mag. 2002
Appello degli scimpanzé del futuro in Pièces et Main d’Oeuvre, Manifesto degli scimpanzé del futuro. Contro il transumanesimo, Edizioni Malamente in coedizione con Istrixistrix, Urbino 2023, pp. 13-16.
Cit. p. 43.
Cit. in Pièces et Main d’Oeuvre, Manifesto degli scimpanzé del futuro. Contro il transumanesimo, p. 25.
L. Trotski, cit. in Manifesto degli scimpanzé del futuro, p. 24.
E. Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi Edizioni, Milano 1990 – prima edizione tedesca 1951.
23/03/2021
La politica eugenetica della giunta lombarda
La campagna vaccinale è troppo lenta in tutta Italia: 200.000 dosi somministrate al giorno sono davvero troppo poche perché si possa pensare di raggiungere obiettivi importanti in tempo utile.
All’interno di questo sfascio nazionale, però, ci sono regioni primatiste d’inefficienza, di clientele e di ottusità. La Lombardia occupa senz’altro il primo posto in tale graduatoria al peggio.
La percentuale di ultraottantenni vaccinati con la prima somministrazione nello spazio di oltre due mesi è del 50% circa, e il 15% sono coloro che hanno ricevuto la seconda dose. È chiaro che di questo passo le vaccinazioni di tale fascia d’età si protrarranno sino a metà maggio; di conseguenza non si ha nessuna nozione di quando potrà iniziare la fase degli ultrasettantenni e dei soggetti a rischio per patologie.
I cittadini lombardi non hanno alcuna informazione e sono ormai allo sconforto. Nei giorni scorsi, tra l’altro, diverse giornate di vaccinazione sono andate perse poiché, preparati i vaccini e presente il personale nei luoghi di vaccinazione si sono presentati pochissimi vaccinandi.
La causa di queste assenze è che gli SMS che dovevano convocarli non sono partiti. Si ha notizia poi, soprattutto in provincia di Cremona, di convocazioni di novantenni in centri distanti anche cento chilometri dalla loro abitazione.
Inoltre, il recupero dei giorni persi a causa del blocco del siero AstraZeneca non è stato organizzato, per cui chi ha saltato l’appuntamento non sa quando potrà recuperare il proprio turno.
La responsabilità delle mancate convocazioni ricade su ARIA, (Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti), che sta dimostrando la propria completa inefficienza a gestire un’operazione non particolarmente difficile come la convocazione dei cittadini nei centri vaccinali.
Contro ARIA si sono scagliati l’assessora Moratti e il commissario Bertolaso, dimenticando che tale Agenzia è però una creazione diretta del presidente regionale Fontana. Infatti ARIA nacque due anni fa per accorpare tre diversi carrozzoni politico-clientelari di epoca formigoniana: la Centrale Acquisti Arca, Lombardia Informatica e Lombardia Infrastrutture.
A capo di ARIA fu nominato un direttore di stretta osservanza leghista, Filippo Bongiovanni, costretto alle dimissioni nel luglio scorso, quando cadde nella rete dell’inchiesta sui sospetti acquisti di materiale sanitario dalla ditta del cognato e della moglie del presidente Fontana, scandalo per cui questi ultimi tre sono tuttora inquisiti.
Al suo posto fu chiamato dal Veneto Mario Gubian, ora in grave difficoltà per l’incapacità di gestione della campagna vaccinale.
Quello di chiamare funzionari pubblici dal Veneto sta diventando peraltro un’abitudine della giunta lombarda, che ha recentemente sostituito, dopo soli otto mesi, il direttore della sanità Trivelli con il pluricondannato veneto Giovanni Pavesi, in un tourbillon di nomine che sembra produrre solo ulteriori danni.
Di fronte al fallimento di un piano di gestione delle vaccinazioni costato ben 22 milioni, il presidente Fontana chiede ora “un passo indietro” del consiglio d’amministrazione di ARIA per lasciare solo al comando Gubian, che è evidentemente tutt’altro che esente da colpe.
La cacciata del Consiglio d’Amministrazione di ARIA peraltro è stata chiesta con il roboante “chi sbaglia paga” da Salvini in persona, sempre pronto a ingerirsi nelle cose lombarde con le sue sparate giustizialiste e propagandistiche.
In pratica, come da sempre, si scarica la responsabilità su qualche incarico tecnico per non mettere in discussione le scelte politiche sbagliate della giunta.
In una tale situazione di caos, prolifera, in Lombardia, il fai-da-te vaccinale. Sembra che il 16% delle dosi destinate agli ultraottantenni sia stato somministrato a soggetti non previsti dalle indicazioni nazionali, che fissano tappe progressive per età (fatto salvo il personale sanitario e scolastico).
In Lombardia sono stati vaccinati i professori universitari, che fanno lezione on line, ma soprattutto è strano che siano stati vaccinati gli amministrativi delle università e degli ospedali, personale spesso giovane e senza problemi di salute che non ha contatti diretti con il pubblico.
Nel frattempo, le imprese private stanno raccogliendo le prenotazioni tra i dipendenti, approfittando dell’accordo tra regione, Confindustria e Confapi per la vaccinazione in azienda, che sottrarrà dosi agli anziani e ai fragili.
Si badi, non si vuole qui scatenare una “guerra tra poveri” perché tutti hanno diritto a vaccinarsi, bensì sostenere che la vaccinazione per fasce d’età, dato che coloro che contraggono in forma grave la malattia sono soprattutto anziani e fragili, potrebbe far calare la mortalità da Covid e diminuire l’affollamento degli ospedali, a vantaggio di tutti.
L’esperienza in tal senso della Gran Bretagna, che ha ridotto la mortalità a pochi casi al giorno grazie a una vaccinazione che rispetta le fasce d’età, fa testo. Una constatazione che appare semplice, ma che non trova riscontro in Lombardia, dove ormai si è al caos totale e dove sembra che il criterio dell’età, che è anche quello della solidarietà e della protezione di chi è a maggior rischio, sia dimenticato a vantaggio della produttività del singolo, che tanto piace a Moratti, la signora del “più vaccini a chi fa più PIL”.
In questa situazione, non resta purtroppo che temere che la Lombardia si stia avviando a un percorso di carattere eugenetico di eliminazione dei soggetti anziani e fisicamente fragili, oltretutto “costosi”, a vantaggio dei “produttivi”.
È necessario fermare questa giunta, con il commissariamento regionale che ormai da un anno forze sociali, politiche e sindacali richiedono a gran voce e che il governo Conte non ha avuto il coraggio di mettere in atto. Commissariamento che diventa ancora meno probabile venga realizzato da un governo zeppo di ministri leghisti e italoforzuti.
Ma anche se difficile da ottenere, il commissariamento è necessario per la salvezza dei cittadini.
Fonte
19/12/2020
Conte come Toti
Conte, nella precedente conferenza stampa, avvenuta proprio nel giorno in cui il paese aveva subito quasi mille vittime, non aveva pronunciato una sola parola sui morti, mentre era impegnato a spiegare che stava andando tutto il meglio possibile.
Ora, non potendo più sottrarsi a un tema per lui inesistente, il presidente del consiglio si è trasformato in sociologo da strapazzo.
Conte ha detto: in Italia ci sono tanti morti COVID perché ci sono tanti vecchi, che sono malati e vivono coi più giovani.
Prima di tutto Conte ha volutamente dimenticato la strage nelle RSA. Poi ha ignorato che la Germania ha tanti anziani come noi e rispetto alla popolazione un terzo dei nostri morti. E che il Giappone ha una popolazione ancora più anziana della nostra e rispetto ad essa un ventesimo dei nostri morti.
Infine, dopo aver propinato le superficiali sciocchezze che sentiamo da mesi, da parte di chiunque minimizzi o ignori la strage, alla fine il Presidente del Consiglio ha liquidato la faccenda come problema di scienziati e non di politici.
Dopo Toti che twittò che il virus colpisce solo “persone non indispensabili allo sforzo produttivo“, dopo il “pazienza se qualcuno muore” di Guzzini, ora il cinismo eugenetico giunge al vertice del governo della Repubblica.
Non sono i tagli alla sanità, la mancata organizzazione, i finti lockdown, i pasticci governo-regioni, la povertà dilagante, ad aver messo l’Italia in vetta all’Europa per morti Covid. No, è il numero eccessivo, la debolezza particolare e la “cattiva abitudine” di stare in famiglia degli anziani.
La strage non è una sconfitta del sistema Italia e della sua classe dirigente, ma una vittoria della selezione della specie.
Di tutte le autoassoluzioni che Conte poteva produrre, questa è la più miserabile.
Fonte
16/12/2020
Nazismo economico
Non bisogna chiudere, bisogna far andare avanti gli affari “e pazienza se qualcuno morirà“.
Queste parole di eugenetica sociale, questo nazismo economico, sono ciò che ha dominato l’Italia per tutta la pandemia #Covid. Lo sfacciato e sprovveduto padrone marchigiano ha solo ridetto ciò che, con parole più forbite, hanno sempre sostenuto i suoi più illustri colleghi: PRIMA I SOLDI.
E “la politica” al di la delle divisioni di facciata ha seguito nella sostanza questa priorità assassina.
Così oggi l’Italia è il paese peggiore d’Europa per morti di Covid, ma anche per impoverimento della maggioranza della popolazione. Ma si sa ricchi e padroni considerano “progresso” solo l’aumento del proprio patrimonio. E questo c’è sicuramente stato.
Il “partito del PIL”, il governo centrale e quelli regionali sono tutti assieme colpevoli del disastro Italia, unico al mondo perché ha sacrificato già 65.000 persone nel nome dell’economia e poi ha accumulato anche la peggiore crisi economica.
Ma con una politica serva di padroni come Domenico Guzzini, solo questo poteva succedere.
Fonte
30/10/2020
Il loro piano contro il Covid-19: l’eugenetica soft
Probabilmente vive sul pianeta Papalla e non sa che, grazie alla famigerata Legge Fornero (ancora in pieno e “brillantissimo” vigore), in Italia, molti continuano a lavorare – spesso in condizioni di salute e di sicurezza assai precarie – fino a 70 anni ed oltre.
Gli anziani, qui da noi, mica vanno solo al supermercato o ai giardini.
“Si è allungata la speranza di vita”, dicevano quelli che fortissimamente vollero la (contro)riforma Fornero. Fu il governo guidato da Mario Monti, nel 2011, durante la così detta “crisi dello spread”, ad approvare quella norma sciagurata che sancì il passaggio definitivo al sistema contributivo; codificò il meccanismo che lega l’aumento della speranza di vita alla pensione di vecchiaia; eliminò la pensione di anzianità (quella con 40 anni di contributi a qualsiasi età).
Dunque, a 65 anni sei vecchio per il Covid-19, ma sei ancora giovane ed in forma smagliante per il sistema pensionistico vigente. E poi, dato il sistema di calcolo contributivo, se non vuoi morire di fame, continui a lavorare, anche in nero, tutta la vita.
E per non farci mancare nulla, ancora il governo Monti, approvò un piano pluriennale di tagli alla sanità pubblica che, in 8 anni, ha sottratto al nostro Servizio Sanitario Nazionale circa 37 miliardi di euro finiti in tagli lineari, ovvero, posti letto, ambulatori, personale e medicina territoriale.
Pari pari, quel che ora vorrebbero ridarci (il MES) ma solo a condizione di applicare nuovi tagli al welfare. Un giropesca da perderci la testa.
D’altronde Christine Lagarde (ora a capo della BCE), nel 2012, da direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, nel lanciare il suo “allarme longevità”, lo aveva detto chiaro e tondo: “se la vita media nel 2050 si allungherà di 3 anni in più di quanto previsto oggi, il già ampio costo dell’invecchiamento della popolazione aumenterà del 50%“.
Un dirigente medico del San Raffaele alcuni giorni fa, ha dichiarato : “il coronavirus esige un suo tributo di decessi... falcidiando una fascia suscettibile e fragile e poi si acquieta con una coda di casi più lievi, via via che nella popolazione residuano soggetti meno suscettibili e più reattivi all’infezione, sostanzialmente l’immunità di gregge”.
L’immunità di gregge? Si, quella che verrebbe raggiunta quando all’incirca il 70-90% della popolazione si infetta, causando, dunque, la morte certa di milioni di persone... anziane, per lo più. Secondo i dati dell’Istat, “al 1° gennaio 2019 gli over 65enni sono 13,8 milioni (rappresentano il 22,8% della popolazione totale)“.
La Svezia ci ha provato, ma il tentativo è fallito e il Paese scandinavo, ad agosto, contava già oltre 5.000 vittime mentre solo il 15% della popolazione risultava avere acquisiti gli anticorpi. Nello stesso periodo paesi comparabili come la Norvegia e la Finlandia, hanno registrato un decimo dei decessi causati dal Covid-19 della Svezia.
E allora che si fa? L’esempio viene dalla vicinissima et civilissima Svizzera (confina a sud con la Lombardia) che già nega la rianimazione agli anziani malati di coronavirus applicando un super-protocollo per le cure in caso di sovraffollamento delle terapie intensive. Il presidente dei medici svizzeri ha ammesso che "si, è pesantissimo” ma, poi ha aggiunto fiero: “così le regole sono chiare" (!).
Vuoi mettere un essere umano ancora “produttivo” con uno vecchio, acciaccato, per di più, a carico dell’INPS? Vista da questo lato, la pandemia di Covid-19, è una manna per lorsignori: con quanti “vecchi” in meno si arriva a quel 50% di “risparmi sulla spesa sociale” auspicato, anni or sono, da Cristine Lagarde?
Insomma, tanto il primario di Bergamo quanto il dirigente del San Raffaele di Milano ci dicono, in altre parole, quelle stesse indicibili cose che Confindustria non dice – ma sotto intende – e che paralizzano il governo: non possiamo fermare l’economia (o i profitti?) soltanto per evitare che muoia di coronavirus qualche milione di vecchi poveri e per di più malati, dunque, già prossimi alla dipartita.
E poi, di mandare in pensione la gente ad un’età decente, non se ne parla proprio: parola di Unione Europea e della BCE.
Siamo, dunque ad un passo da una nuova eugenetica soft: mentre i nazisti i deboli, i malati ed i “vecchi” li gasavano, ora, invece, li si lascia morire di Covid-19. Oppure di lavoro ad oltranza, o di tutt’e due...
“Arbeit macht frei”, no?
Fonte
20/10/2020
Eugenetica Covid
Ho trovato in rete queste parole mostruose di un dirigente medico del San Raffaele che opera anche nel Synlab.

Non so in quale occasione abbia scritto che suo babbo sarebbe stato felice di morire, insieme ad altri diecimila anziani più fragili, per permettere ai giovani di andare a scuola, ma il 15 giugno scorso sul suo account ha corredato di curve e numeri questa tesi.
Secondo questo dirigente della sanità privata – tolta di mezzo la Cina che ha scelto di salvare le vite in modo radicale, ma si sa, quella “è una dittatura”... – l’Italia e tutti i sistemi occidentali hanno avuto una curva dei decessi simile a quella degli Stati Uniti.
“...il coronavirus esige un suo tributo di decessi... falcidiando una fascia suscettibile e fragile e poi si acquieta con una coda di casi più lievi, via via che nella popolazione residuano soggetti meno suscettibili e più reattivi all’infezione, sostanzialmente l’immunità di gregge.”
Questo signore non è un negazionista o un complottista. Anzi, è semplicemente un operatore della sanità privata che sostiene una teoria semplicissima e brutale: fa più danni fermare l’economia che lasciar morire di Covid vecchi e malati, che prima o poi se ne andrebbero comunque.
Nella sua forma estrema questa teoria si è manifestata nella eugenetica e nella selezione della razza dei nazisti. Lì sì trattava di uccidere i deboli ed i malati, qui basta lasciarli morire.
Questo dirigente medico del San Raffaele andrebbe messo in quarantena morale, a nome di suo padre e di tutti gli anziani, che non sono affatto onorati di sacrificarsi per un sistema che ha venduto la salute al profitto della sanità privata. Però questo signore in realtà afferma quel principio feroce che tutti i governi occidentali hanno applicato nei fatti sotto la pressione del mondo degli affari.
E solo noi abbiamo avuto non 10mila, ma 36mila morti.
Le parole del dirigente medico semplicemente confermano che il capitalismo liberale è nemico del genere umano e che oggi più che mai l’alternativa è tra socialismo o barbarie.
Con queste parole Giorgio Cremaschi ha commentato il post di un “collega di Zangrillo” che ha semplicemente dimenticato il pilastro fondamentale della sua professione: il giuramento di Ippocrate. Ossia l’impegno a salvare la vita di ogni paziente, di fatto prolungandola. Lavorando nella sanità privata, deve aver “naturalmente” prevalso la tendenza a limitare questo impegno nei confronti dei soli “pazienti paganti”. Come negli Usa...
La storia dell’umanità, e dunque anche della medicina, ha messo spesso gli operatori sanitari davanti alla terribile scelta di dover salvare uno o l’altro dei pazienti che avevano davanti. Avviene di solito in guerra, o nei grandi disastri naturali (terremoti, ecc.), quando la massa dei feriti alle porte delle camere operatorie diventa tale che non è possibile operare in tempo utile tutti quelli che ne avrebbero necessità.
In quei casi, e solo in quei casi, i medici sono costretti a decidere chi operare per primo in base a criteri oggettivi – pur sempre fallibili – che tutti possiamo però condividere: gravità delle ferite, speranze di sopravvivenza, qualità della vita futura in condizioni di menomazione, età (e certamente è giusto salvare i più giovani), ecc.
È lo stesso criterio che viene da sempre adottato in caso di naufragio (prima le donne e i bambini, poi i maschi giovani e infine gli anziani, se c’è posto). E sono criteri sacrosanti.
Anche durante la “prima ondata” della pandemia – nella scorsa primavera – in diversi ospedali del Nord Italia parecchi medici si sono trovati in una situazione simile, e hanno dovuto scegliere chi intubare e chi no, in base al numero dei respiratori a disposizione e, naturalmente, a quegli stessi “criteri oggettivi” da medicina di guerra.
Ci troviamo in una situazione simile?
Siamo sicuramente in tempi eccezionali, senza precedenti per chiunque sia oggi in vita. Non siamo in una guerra, ma in una pandemia affrontabile con razionalità, per cui esistono sufficienti risorse da consentire – specie nei paesi più industrializzati – una robusta resistenza. Minimizzando i danni e le perdite umane nel mentre si attende un vaccino efficace.
Diversi paesi hanno dimostrato che si può ridurre ai minimi termini il rischio e, nel farlo, si riesce persino a far andare avanti – anzi: a far crescere, come nel caso della Cina – l’economia. Per quanto si possa immaginare che le tecnologie siano risolutive, infatti, per creare ricchezza servono gli esseri umani. E, se si ammalano e debbono restare isolati in casa o in ospedale, il Pil ne risente comunque.
Ma il dott. Bettin, nel suo post, non ragiona da medico bensì da homo oeconomicus. Il suo “suggerimento” – “estremo”, per carità... – mette le necessità della produzione (e “dello studio”, per sembrare più accattivante) davanti alla tutela della vita.
Anche questo non è del tutto originale. C’è una lunga tradizione eugenetica – di origine anglosassone, poi fatta propria con entusiasmo dai nazisti – che teorizza l’eliminazione della parte di umanità “superflua” rispetto ad obbiettivi vari (la “purezza” o “eccellenza della razza”, la riduzione dei problemi sociali identificati con qualche “devianza” psicofisica, ecc.).
Anche in quel caso ci furono diversi medici pronti a mettersi al servizio di quella politica. Do you remember Josef Mengele?
Diciamo però che postulare la strage degli anziani (ed anche di molti giovani e/o di mezza età) per “ragioni di Pil” è davvero un tantino “estremo”.
Ma è anche il discorso che ci viene propinato da quasi un ventennio da tutti i vertici istituzionali ed ideologici del neoliberismo. “Bisogna ridurre l’età pensionistica in ragione delle aspettative di vita”, “eliminare i sussidi e gli ammortizzatori sociali”, tagliare la sanità pubblica, trasformare la scuola in “formazione professionale”, in generale ridurre il ruolo economico e previdenziale del “pubblico”... sono tutte ideuzze che fanno parte di una logica organica sufficientemente chiara: tutto ciò che non serve per l’accumulazione capitalistica, o costituisce una “spesa improduttiva”, va eliminato.
E se ciò comporta l’accorciamento delle aspettative di vita di tutta la popolazione “non benestante”, beh, bisogna farsene una ragione.
Avevamo racchiuso questo “discorso” ideologico in una massima: dovete morire prima. Voi/noi poveri lavoratori, naturalmente.
La pandemia, a questo scopo, sembra offrire una chance quasi irripetibile. E il dott. Bettin – dall’alto o dal basso della sua esperienza – invita i centri decisionali a non farsela sfuggire. In fondo garantisce lui che “anche il mio babbo [...] sarebbe onorato di sacrificarsi.”
Fortunatamente “non c’è più” – quando si chiamano a testimoniare i morti la malafede è certa! – perché magari avrebbe potuto ricordare a questo scriteriato figlio che “accorciare la vita a qualcuno”, che sia di un’ora, un anno o un trentennio, è omicidio. Su larga scala è politica di sterminio. O anche soluzione finale, per chi conserva memoria storica.
Ma se tutti cominciano a capire che c’è un potere che ci vuole “accorciare la vita”, beh… vada avanti lei.
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07/04/2020
La criminalità del capitalismo, spiegata dall’Economist
Quale calcolo? Quello tra due grandezze: il costo di fermare l’economia e quello delle vite perdute per la pandemia da Covid19.
Come il calcolo dell’equilibrio perfetto tra inflazione e disoccupazione, che non esiste, ma che è alla base delle teorie liberiste che hanno dominato il mondo negli ultimi trent’anni, così per il settimanale britannico si possono e si devono misurare, da un lato, la chiusura delle città e delle attività, dall’altro il valore delle vite salvate; perché tutto ha un prezzo.
“Immaginate che ci siano due malati critici ed un solo ventilatore. Questa è la scelta con la quale si potrebbero confrontare gli staff ospedalieri a New York, a Parigi, a Londra... come è già in Lombardia e a Madrid... l medici dovrebbero dire chi sottoporre al trattamento chi lasciare senza di esso, chi possa vivere e chi probabilmente morire.”
Con questo esordio sulla terribile scelta del medico – senza ovviamente chiedersi perché manchino i ventilatori – l’Economist già annuncia la sua conclusione da eugenetica sociale. Ma prima di arrivarci seguiamo il suo percorso.
“Non attribuiremo una cifra in dollari alla vita umana”. Questa frase del governatore di New York Cuomo viene citata nell’articolo per spiegare che la realtà dei governanti è esattamente opposta.
“Sembra spietato, ma attribuire una cifra in dollari alla vita, o almeno sistematizzare questo modo di pensare, è esattamente ciò di cui i leader avranno bisogno se dovranno farsi strada attraverso i mesi strazianti a venire. Come in quel reparto ospedaliero, i compromessi e gli scambi, (tra dollari e vita) sono inevitabili”.
Si tratta dunque di trovare il giusto scambio tra economia e vita, il “trade off”, questo calcolo è il compito di chi governa.
Per questo il settimanale britannico contesta il primo lassismo di Trump sulla diffusione dell’epidemia.
“Per due settimane, Trump ha ipotizzato che la cura avrebbe potuto essere peggiore del problema stesso“. Attribuire un valore in dollari alla vita dimostra invece che si sbagliava. Chiudere l’economia causerà enormi danni economici. I modelli però suggeriscono che lasciare che il covid-19 bruci la popolazione significherebbe farne meno, all’economia, ma potrebbe portare a 1 milione di morti in più.
“Si può allora realizzare una contabilità completa, usando il valore ufficiale calibrato per età di ogni vita salvata. Ciò suggerisce che il tentativo di mitigare la malattia vale 60.000 dollari per ogni famiglia americana. Alcuni vedono la stessa formulazione di Trump come un errore. Ma questa è un’illusione confortevole. C’è davvero uno scambio, e per l’America oggi il costo di un blocco è di gran lunga superato dalle vite salvate.”
Capito il concetto? Trump non ha sbagliato a contare in dollari le vite – scelta “giusta” – ma semplicemente ha sbagliato i conti. Se si fosse fatto come inizialmente lui proponeva ci sarebbero stati un milione di morti che, calcolati in termini assicurativi, per il paese più ricco del mondo, sarebbero stati un costo superiore a quello della fermata produttiva. Quindi son i costi superiori della strage ad averla, per ora, ridotta.
Ogni paese fa questi conti, sostiene ancora il settimanale, dalla Cina che blocca tutto anche per danneggiare le industrie estere, all’India che, povera come è, non può certo permettersi lo stesso calcolo del valore della vita degli USA e della UE. Là il costo dei morti sarà presto minore di quello del blocco economico. E la Russia di Putin, vera ossessione delle classi dirigenti euroatlantiche, le sue misure antivirus le prende solo per rafforzare il regime.
Insomma, al di là delle ipocrisie ufficiali, ogni governo, secondo il giornale, giunge a definire “una misura contabile che aiuti a confrontare cose molto diverse come la vita, il lavoro e la contesa di valori morali e sociali in una società complessa. Maggiore è la crisi, più importanti sono tali misurazioni. Quando un bambino è bloccato in un pozzo, prevarrà il desiderio di aiutare senza limiti, e così dovrebbe essere. Ma in una guerra o in una pandemia i leader non possono sfuggire al fatto che ogni corso d’azione imporrà enormi costi sociali ed economici. Per essere responsabile, devi misurarli complessivamente l’uno contro l’altro.”
Ecco allora la conclusione già annunciata all’esordio dell’editoriale della la rivista economica più diffusa : “Alla fine, anche se molte persone stanno morendo, il costo del distanziamento potrebbe superare i benefici. Questo è un lato delle scelte e dei compromessi che nessuno è ancora pronto ad ammettere.” Ma che, anche senza ammetterli, si suggerisce di praticarli.
Come una multinazionale dichiara in esubero quei lavoratori in sovrappiù rispetto ai suoi conti economici e ai suoi guadagni, così uno Stato di mercato alla fine deve rassegnarsi ad abbandonare al male una parte della sua popolazione. Per evitare guai peggiori a tutti gli altri. È il “male minore” che si fa strage.
La nostra società è come il Titanic, non ci sono scialuppe per tutti, quindi c’è chi dovrà essere abbandonato. E guarda caso saranno i passeggeri di terza classe.
L’Economist, con questo suo editoriale, è riuscito ad esprimere, con toni disincantati e privi di ipocrisia, il carattere intrinsecamente criminale e regressivo del capitalismo.
Criminale, perché una società che scarti la vita delle persone in base al calcolo economico lo è per sua natura.
Regressivo, perché questo scarto nasce dalla convinzione che non ci possano mai essere respiratori, cure, cibo, vita dignitosa per tutti.
La feroce competitività capitalista nasce dall’indisponibilità per tutti delle risorse che sono concentrate in un numero ristrette di mani. Da qui il darwinismo sociale, che nella sua forma estrema ha prodotto il nazismo.
Il capitalismo è una giungla dove si calcola quanto costa e chi salvare, un insieme di tecnologia e regressione umana che riemerge ad ogni crisi, pandemica o economica che sia.
Oggi più che mai invece la scienza e le tecnologia ci permetterebbero di salvare e far vivere bene tutti, soltanto se fossero sottratte alla logica del profitto. Ma sono proprio il profitto e l’accumulazione della ricchezza le sole grandezze economiche che il giornale britannico si guarda bene dal mettere in comparazione e scambio, in trade off, perché quelle devono restare sacre e non discutibili.
Dobbiamo in fondo ringraziare questo articolo perché ci ha mostrato con chiarezza e senza giri di parole a quali orrori arriveremo se non rifiutiamo e superiamo il capitalismo.
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27/03/2020
L’eugenetica risorge in Usa, col coronavirus
Gli Stati Uniti, con o senza Trump, hanno da sempre aborrito la creazione di un sistema sanitario pubblico universale ed efficiente, preferendo lasciare tutto lo spazio possibile alla sanità privata, praticamente inaccessibile anche per chi lavora con un reddito non proprio basso.
Anche di recente, e anche a viaggiatori italiani benestanti, i prezzi e le modalità della sanità Usa sono risultati sconvolgenti.
Fin qui, però, siamo ancora nel campo fetido del “se c’hai gli shei ti curi, altrimenti fatti tuoi”...
L’irruzione della pandemia da coronavirus su un sistema sanitario inesistente, nella forma pubblica, ha fin dall’inizio posto la domanda che anche in Italia, Spagna, Francia, ormai sta diventando la “norma”: chi curare prima?
Nell’impossibilità materiale di mettere in terapia intensiva tutti i malati che ne hanno disperato bisogno, i medici sono costretti ad adottare i criteri della medicina di guerra. Ossia privilegiare chi ha una qualche speranza in più di sopravvivere in base a età, condizioni generali, resistenza fisica alla pratica altamente invasiva dell’intubazione.
Terribile, ma non inumano. È il principio per cui un sacerdote anziano, per cui i parrocchiani avevano comprato un respiratore artificiale, autotassandosi, l’ha ceduto a un paziente molto più giovane. Accettando così di morire. Terribile, ma in questo caso altamente umano.
Al contrario, negli Stati Uniti del trionfo privatistico, la scelta di “chi curare” e chi no è stata assunta direttamente dagli Stati, ossia dalla classe politica. E i criteri sono ben altri: i medici saranno infatti obbligati a preferire quelli che “hanno più valore per la società” – che potranno insomma tornare al lavoro, prima o poi – scartando disabili fisici o psichici e tante altre “figure” che fin qui avevano potuto sopravvivere solo grazie agli sforzi solitari delle famiglie (anche il welfare, negli Usa, è praticamente inesistente).
Questi criteri non sono applicati per la prima volta nella Storia. E senza riesumare le preistoriche pratiche degli spartani o dell’antica Roma (la rupe Tarpea), in epoca moderna l’eugenetica ha avuto una sola breve stagione di egemonia.
Nella Germania nazista.
Elena Molinari, New York – Avvenire *
In Tennessee le persone affette da atrofia muscolare spinale verranno «escluse» dalla terapia intensiva. In Minnesota saranno la cirrosi epatica, le malattie polmonari e gli scompensi cardiaci a togliere ai pazienti affetti da Covid-19 il diritto a un respiratore.
Il Michigan darà la precedenza ai lavoratori dei servizi essenziali. E nello Stato di Washington, il primo a essere colpito dal coronavirus, così come in quelli di New York, Alabama, Tennessee, Utah, Minnesota, Colorado e Oregon, i medici sono chiamati a valutare il livello di abilità fisica e intellettiva generale prima di intervenire, o meno, per salvare una vita.
Mentre sugli Stati Uniti si sta abbattendo la prima ondata di casi di coronavirus e gli ospedali si preparano a essere invasi da pazienti con difficoltà respiratorie, i vari Stati cercano di fornire ai medici dei criteri guida per prendere le decisioni più difficili: scegliere chi attaccare a un respiratore e chi no.
Nei piani preparati o rivisti in questi giorni dagli esperti locali emergono approcci diversi. Ma anche una preoccupante tendenza. Fra i circa 36 Stati che hanno reso noti i loro criteri, una decina elenca anche considerazioni di tipo intellettivo, e altri parlano di condizioni precise che possono portare alla discriminazione nei confronti dei disabili.
L’Alabama è il caso più eclatante. Nel suo documento intitolato Scarce Resource Management sostiene che i «disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazione».
Ma anche frasi contenute nelle linee guida di Washington, come «capacità cognitiva», o di Maryland e Pennsylvania, come «disturbo neurologico grave», hanno suscitato l’allarme delle associazioni di difesa dei disabili. Già tre gruppi (Disability Rights Washington, Self-Advocates in Leadership, The Arc of the United States) hanno fatto causa allo Stato di Washington per impedire l’entrata in vigore dei criteri per l’accesso alle cure salvavita per il Covid-19.
E una mezza dozzina di altre organizzazioni si sono appellate al governo federale affinché imponga alle Amministrazioni locali e agli ospedali il principio che i disabili hanno diritto allo stesso trattamento degli altri. A far paura è che i criteri di accesso alle cure siano costruiti sull’idea in base alla quale alcune vite valgono meno di altre.
«Le persone affette da disabilità sono terrorizzate che se le risorse si fanno scarse, verranno inviati in fondo alla fila – sostiene Ari Ne’eman, docente al Lurie Institute for Disability Policy dell’Università Brandeis –. E hanno ragione, perché molti Stati lo affermano in modo abbastanza esplicito nei loro criteri».
Al di là dei singoli documenti, negli Stati Uniti che cercano di prepararsi all’insufficienza di letti di terapia intensiva, si è già affermato un altro principio inquietante per i più vulnerabili. Si tratta della “regola d’oro” presente in quasi tutti i documenti di gestione delle risorse: si chiede a un paziente se, in caso di scarsità di strumenti salvavita, vuole avervi accesso o lasciare il posto a chi potrebbe avere più probabilità di sopravvivenza. O «maggiore valore per la società». Una regola che «impone una pressione inaudita », conclude Ne’eman.
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23/09/2015
Dovete morire prima. Adesso non è più una battuta
Il governo, attraverso il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha calato le sue carte (o meglio i suoi tagli) sulle prestazione sanitarie. Le prestazioni che saranno soggette a restrizioni salgono da 180 a 208 e riguardano tra l’altro odontoiatria, radiologia, prestazioni di laboratorio e non solo. Clicca qui per vedere l'elenco completo.
Il Ministero ha presentato ieri ai sindacati dei medici una lunga lista di prestazioni sotto la lente con annesso il parere del Consiglio Superiore di Sanità. Queste prestazioni, se ritenute non necessarie, saranno a pagamento da parte degli utenti, e se ritenute “inappropriate” prevederanno sanzioni contro i medici che le hanno prescritte.
I medici non ci stanno e criticano sia le sanzioni (previste dal Dl Enti locali) sia la limitazione della libertà di agire in scienza e coscienza. Entro venerdì verranno avanzate le contro proposte dei medici, mentre per l’approvazione definitiva si dovrà attendere la conferenza Stato-Regioni.
“Entro venerdì faremo le nostre osservazioni – ha detto Massimo Cozza, segretario della Fp Cgil Medici –. Nel provvedimento ci sono alcuni piccoli cambiamenti e sono state sollevate criticità sul fatto che le prestazioni sono un po’ vecchie perché sono state riferite al 1996. In ogni caso il Ministro ha annunciato che entro l’anno si rifaranno i Lea e che si tenteranno di omogeneizzare le misure per l’applicazione del decreto nelle regioni”. C'è poi il nodo sanzioni sui cui i medici sono contrari. “Questa era una riunione tecnica – ha detto Cozza – ma abbiamo ribadito la nostra contrarietà al meccanismo delle sanzioni ai medici perché si rischia di rompere il rapporto con il cittadino, il Ministro Lorenzin ci ha detto che le sanzioni sono previste dalla legge. Ma in ogni caso, il fatto che il medico debba giustificare la prestazione rischia di non portare ad un risultato di qualità sulla salute. No al medico computer”.
Sfogliano l'elenco delle prestazioni soggette a restrizione, si ricava subito l'idea che per le cure dentarie l'intero settore viene consegnato esclusivamente ai dentisti privati. Sono infatti tutelati i minori di 14 anni e le persone ritenute vulnerabili a livello sociale o sanitario. Per esempio l’estrazione di un dente deciduo sarà a carico del Ssn per i minori di 14 anni o se ci sono condizioni di vulnerabilità sociale. L’inserzione di una protesi mobile rimovibile sarà a carico del Ssn per le persone in condizioni di vulnerabilità sociale e sanitaria
Ma facciamo qualche altro esempio leggendo l'elenco approntato dal Ministero. Partiamo dall’esame per il colesterolo o per i trigliceridi. È previsto che sia eseguito “come screening in tutti i soggetti con più di 40 anni e nei soggetti con fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci. Ma in assenza di valori elevati, modifiche dello stile di vita o interventi terapeutici, l'esame è da ripetere a distanza di 5 anni”, prima di poter essere nuovamente a carico del Ssn.
Per quanto riguarda invece la risonanza della colonna (cervicale, toracica, lombosacrale) le condizioni di erogabilità prevedono che vi sia una “condizione di dolore rachideo in assenza di coesistenti sindromi gravi di tipo neurologico o sistemico, resistente alla terapia, della durata di almeno 4 settimane; Traumi recenti e fratture da compressione. In caso di negatività l'esame non deve essere ripetuto prima di 12 mesi”.
Per una risonanza muscoloscheletrica (spalla, braccio, mano, gomito, ginocchio) sarà carico del Ssn in caso di Patologia traumatica acuta (Indicata nel caso di lesione osteocondrale post traumatica dubbia alla Rx. In caso di dolore persistente con sospetta lesione legamentosa ed ecografia negativa o dubbia), in caso di fase Post chirurgica (Non indicata inizialmente. Migliore valutazione delle eventuali complicanze) e in caso di sospetta infiammazione (Non indicata inizialmente. Solo dopo Rx negativa, ecografia positiva e test di laboratorio probanti per la malattia artritica per la valutazione dell’estensione del processo flogistico articolare alla componente cartilaginea e scheletrica (early arthritis). Non ripetibile prima di almeno 3 mesi ed in funzione del quadro clinico-laboratoristico. Nei quadri di degenerazione artrosica è indicato l'esame radiologico ed inappropriato l'esame RMN).
Nel gran numero di prestazioni finito sotto la lente del decreto ci sono anche i test genetici. Per questi c’è un elenco a parte in cui sono evidenziate le diagnosi di specifiche malattie e condizioni (un elenco corposo) per cui sono erogati i test a carico del Ssn. Rimangono a carico del Ssn quelli a scopo di trapianto. In caso di utilizzo per analisi di farmacogenetica se ne raccomanda l’uso solo su indicazioni delle Agenzie del farmaco europea (Ema) e di quella italiana (Aifa).
Novità anche per i test allergologici e le immunizzazioni per allergia o per malattia autoimmune che sono a carico del Ssn solo se prescritti a seguito di visita specialistica allergologica o dermatologica.
Siamo dunque di fronte ad una prospettiva pericolosa. Riduzione delle cure per motivi economici oppure intenso ricorso alla sanità privata per chi può permetterselo. Se si lavorerà più a lungo – e con la Legge Fornero ormai in Italia sono stati battuti tutti i record – e ci si potrà curare di meno, è evidente come una quota crescente della popolazione "leverà le tende" dalla vita (e dai conti previdenziali) molto prima delle generazioni precedenti. E' l'eugenetica sociale, questa volta senza lager e fili spinati, semplicemente con leggi approvate in Parlamento e decise a Bruxelles.
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