I sistemi economici e politici sono riconducibili a due macro-aree: da una parte ci sono quelli che perseguono il benessere collettivo e hanno una tensione protesa, tendenzialmente almeno, al rispetto dei diritti fondamentali; dall’altra ci sono quelli criminali che hanno come finalità dichiarata, la violazione sistematica dei diritti.
L’analisi economica e politica italiana in questo frangente storico ci riconduce, volenti o nolenti, alla seconda macroarea.
In Italia, peraltro, tutto diventa assai più pericoloso, perché tutte le forze presenti in Parlamento sono sostenute da identici gruppi lobbistici, a cominciare da quello clericale, al punto da contendersene la rappresentatività.
È evidentemente una contesa al ribasso di civiltà, e più si adottano politiche liberticide e più l’adesione delle masse, purtroppo, aumenta.
Va da sé che le violazioni dei diritti, non essendo riconducibili ad una singola persona ma ad un sistema politico ed economico, non determinano automaticamente alcuna responsabilità penale.
In questa progressiva erosione, in cima alla lista ci sono, come da prassi, i diritti sessuali e riproduttivi la cui negazione e repressione, consente ai detentori del potere di avere il controllo sulla natalità e sulla fecondità.
È in questo contesto che si inserisce l’attacco sfacciato alla legge 194, la legge che tutela dal 1978 l’autodeterminazione femminile, un attacco da sempre sferrato senza soluzione di continuità dal clero, nemico antropologico delle donne, e di cui il potere politico, in modo subdolo, è stato da sempre interprete colluso.
La legge 194 è stata neutralizzata chiudendo i consultori e i reparti di ginecologia.
La legge 194 è stata neutralizzata consentendo che la carriera dei ginecologi potesse subire l’interferenza del clero, che ha ostacolato in ogni modo i medici non obiettori.
La legge 194 è stata neutralizzata consentendo che nei prontuari farmaceutici la pillola del giorno dopo non fosse inserita in via obbligatoria.
La legge 194 è stata neutralizzata quando un personaggio politico spregevole come la Lorenzin ha depenalizzato l’aborto clandestino, per il quale poteva essere comminata una multa di € 50,00, e lo ha trasformato in violazione amministrativa elevando la sanzione a € 10.000.
La legge 194 è stata neutralizzata quando la Presidente della Regione Umbria Tesei ha deciso che per somministrare la pillola abortiva occorreva il ricovero ospedaliero di tre giorni, quando ovunque viene somministrata con assunzione a domicilio, ed era chiaro anche ai sassi come simile norma avesse una finalità punitiva e mortificante.
Del resto il potere ha bisogno della sottomissione e dell’obbedienza, e una donna con mentalità patriarcale cui affidare il lavoro sporco, non è difficile trovarla negli ambienti religiosi, le allevano apposta con queste devianze.
La Lorenzin (PD) e la Tesei (Lega) ne sono fiere esponenti, incapaci di avere consapevolezza del ribrezzo che suscitano, ma anche di vedere come le forze politiche che rappresentano, siano entrambe stomachevolmente intercambiabili, e con esse il M5S, stampella altalenante ora dell’una e ora dell’altra.
Il clero misogino resta un ostacolo permanente perché ha una potenza di tiro non indifferente, dispone pur sempre di capacità finanziarie notevoli, e tiene a libro paga quasi tutto il Parlamento, non necessariamente con erogazioni dirette, ma semplicemente garantendo l’elezione.
La disparità di armi tra le fazioni in campo è sbilanciata non solo sotto il profilo finanziario, ma anche a causa della cecità delle forze politiche extraparlamentari, che dovrebbero costruire l’opposizione al clero parassita, maggiore artefice delle politiche liberticide, mentre invece lo assecondano nella adesione alla identica mitologia condivisa, la stessa da cui è derivata l’uccisione delle streghe, ovvero il femminicidio di massa più raccapricciante della storia dell’umanità.
Tuttavia nella storia non c’è potere che non abbia prodotto la sua Resistenza.
L’attacco ai diritti sessuali ha punti di resistenza nel Paese, e le minoranze resistenti sono destinate, con cadenze cicliche, a diventare maggioranze, ad onta del patriarcato imperante.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/07/2020
06/01/2018
Operatrice sanitaria di 66 anni in fin di vita durante un doppio turno di lavoro
Ad Anzio una Operatrice socio sanitaria di 66 anni è stata colpita da un’emorragia cerebrale massiva mentre era di servizio nel reparto di ortopedia dell’Ospedale Riuniti di Anzio e Nettuno (dove lavorava da 27 anni).
Quando ha ricevuto la notizia il compagno della donna, anche lui dipendente nello stesso ospedale, ha avuto un infarto ed è stato ricoverato.
Qui di seguito la lettera di protesta di un delegato Usb, indirizzato alla ministra della sanità.
Cara Ministra della Salute Beatrice Lorenzin,
chi Le scrive è un OSS, oltre che un Delegato sindacale dell’Unione Sindacale di Base.
Mi permetto di scriverle per farle presente che il 2 gennaio 2018, una nostra collega OSS degli Ospedali Riuniti di Anzio e Nettuno (che chiameremo Beatrice come Lei) è stata colpita da un’emorragia celebrale mentre lavorava in corsia.
La Nostra Beatrice a differenza di lei non passeggia nei corridoi dei grandi palazzi (chiusi fino al 10 gennaio per pausa natalizia) ma corre in una corsia ospedaliera di Anzio, ed ha 66 anni, una patologia cardiaca, problemi di ipertensione.
La Nostra Beatrice stava effettuando “incredibilmente un doppio turno di lavoro” e dovrà lavorare ancora un anno (se riuscirà a salvarsi) per raggiungere il traguardo della pensione.
Beatrice, ogni giorno della sua vita lavorativa, collabora con gli infermieri nel suo reparto, anche loro dovranno lavorare in corsia fino ai 67 anni, ed insieme a loro si occupa del delicato compito della salute e del benessere dei pazienti.
Lei lo sa bene che In qualsiasi corsia ospedaliera si corre con turni sempre più disumani per sopperire alle carenze di personale. In sanità, da nord a sud del paese chi lavora nei presidi ospedalieri non ha mai un attimo di pausa e ciò è, senza dubbio ascrivibile ai continui e ripetuti tagli che, giorno dopo giorno, legislatura dopo legislatura (lei ne ha fatte 3) hanno reso anche la certezza del riposo una vera e propria lotteria.
Infatti, Beatrice come altri, spesso viene richiamata a casa per la mancanza di personale e lei , come gli altri è costretta a chinare la testa di fronte ad autisti che ti consegnano le lettere di ordini di servizio a casa.
Insomma Beatrice siamo tutti noi, pur lavorando in ospedali o reparti diversi, perché questa storia è simile ovunque, viste le situazioni logoranti e le condizioni di lavoro usuranti in cui versa tutto il sistema sanitario nazionale.
Beatrice secondo Brunetta però è una fannullona, grazie ad un’abile campagna mediatica che Voi avete orchestrato con stampa e TV, facendo passare i dipendenti pubblici come veri e propri parassiti di questo paese.
Beatrice, invece guadagna uno stipendio di circa 1250 euro al mese quando fa qualche domenica se c’è un bel festivo o salta qualche turno di riposo.
Ieri Beatrice faceva un doppio turno perché 7 ore non bastano più in sanità vista la carenza cronica di personale ed è crollata a terra colpita da un’emorragia celebrale ed in queste ore combatte tra la vita e la morte.
Noi, naturalmente, ci auguriamo che la Nostra Beatrice si riprenda presto ma riteniamo che non si possa e non si debbano tacere le responsabilità di una politica volta, non solo alla distruzione del servizio sanitario pubblico, ma anche che non salvaguardia, mediante i riposi dovuti e con l’aumento dei carichi di lavoro i propri lavoratori
La nostra Beatrice, come la sua omonima nella Divina Commedia, oltre alle mansioni previste, accompagna i vivi nel passaggio verso l’aldilà e anche lei, a volte, li prende per mano ancora vivi e li consegna al loro Dio; aiuta a far nascere i bambini; accudisce ed ascolta i bisogni degli anziani; conforta i parenti, cerca di far sorridere i bambini ricoverati perché lavorare in ospedale è anche questo servizio alla comunità.
Spesso di Beatrice, le stesse persone ricoverate, dicono che è un angelo ed in effetti le ali chi lavora in sanità le dovrebbe avere davvero, per volare da un letto all’altro, visti i rapporti numerici sproporzionati tra personale ed utenti.
Di Beatrice i pazienti dicono che dovrebbe guadagnare molto di più, ma come per i Vigili del fuoco od altri lavoratori al servizio delle Persone, la politica li chiama” eroi” solo durante i disastri mentre per il resto dei giorni chi governa li umilia in continuazioni, distruggendo i dititti dei Lavoratori e dei pazienti.
Cara Ministra , ormai, nelle corsie siamo quasi tutti come Beatrice e l’età e le condizioni di lavoro sono insopportabili e, lavorare fino a 67 anni, sta diventando umanamente impossibile.
Naturalmente, Beatrice, come tutti i dipendenti pubblici non ha il contratto. da ben 9 anni e, quando lo rinnoverete, siamo consapevoli che poco importerà del benessere dei Lavoratori anzi, ancora una volta, sarà l’occasione per distruggere le nostre aspettative economiche, normative e le condizioni di lavoro.
Naturalmente ci piacerebbe essere smentiti da fatti positivi e concreti ma alle favole credevamo da piccoli.
Beatrice, se sopravviverà a questo infarto, riprenderà il suo lavoro per continuare a lavorare in questa moderna schiavitù fino alla pensione che, se tutto va bene vedrà dopo almeno 4 mesi dall’interruzione del rapporto di lavoro e la liquidazione la percepirà dopo, addirittura un anno.
Cara Ministra , ci scusi la franchezza, ma Lei si è resa perfettamente complice di questo sistema indecoroso e non vogliamo né medaglie al valore , nè ci servono le lacrime da coccodrillo poi (prima di lei già la sua collega Fornero né è portatrice) servono i fatti ed in assenza dei quali sicuramente i lavoratori pubblici sapranno organizzarsi per riprendersi la dignità che gli spetta.
Coordinamento Nazionale USB P.I. Sanità
Fonte
Quando ha ricevuto la notizia il compagno della donna, anche lui dipendente nello stesso ospedale, ha avuto un infarto ed è stato ricoverato.
Qui di seguito la lettera di protesta di un delegato Usb, indirizzato alla ministra della sanità.
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Cara Ministra della Salute Beatrice Lorenzin,
chi Le scrive è un OSS, oltre che un Delegato sindacale dell’Unione Sindacale di Base.
Mi permetto di scriverle per farle presente che il 2 gennaio 2018, una nostra collega OSS degli Ospedali Riuniti di Anzio e Nettuno (che chiameremo Beatrice come Lei) è stata colpita da un’emorragia celebrale mentre lavorava in corsia.
La Nostra Beatrice a differenza di lei non passeggia nei corridoi dei grandi palazzi (chiusi fino al 10 gennaio per pausa natalizia) ma corre in una corsia ospedaliera di Anzio, ed ha 66 anni, una patologia cardiaca, problemi di ipertensione.
La Nostra Beatrice stava effettuando “incredibilmente un doppio turno di lavoro” e dovrà lavorare ancora un anno (se riuscirà a salvarsi) per raggiungere il traguardo della pensione.
Beatrice, ogni giorno della sua vita lavorativa, collabora con gli infermieri nel suo reparto, anche loro dovranno lavorare in corsia fino ai 67 anni, ed insieme a loro si occupa del delicato compito della salute e del benessere dei pazienti.
Lei lo sa bene che In qualsiasi corsia ospedaliera si corre con turni sempre più disumani per sopperire alle carenze di personale. In sanità, da nord a sud del paese chi lavora nei presidi ospedalieri non ha mai un attimo di pausa e ciò è, senza dubbio ascrivibile ai continui e ripetuti tagli che, giorno dopo giorno, legislatura dopo legislatura (lei ne ha fatte 3) hanno reso anche la certezza del riposo una vera e propria lotteria.
Infatti, Beatrice come altri, spesso viene richiamata a casa per la mancanza di personale e lei , come gli altri è costretta a chinare la testa di fronte ad autisti che ti consegnano le lettere di ordini di servizio a casa.
Insomma Beatrice siamo tutti noi, pur lavorando in ospedali o reparti diversi, perché questa storia è simile ovunque, viste le situazioni logoranti e le condizioni di lavoro usuranti in cui versa tutto il sistema sanitario nazionale.
Beatrice secondo Brunetta però è una fannullona, grazie ad un’abile campagna mediatica che Voi avete orchestrato con stampa e TV, facendo passare i dipendenti pubblici come veri e propri parassiti di questo paese.
Beatrice, invece guadagna uno stipendio di circa 1250 euro al mese quando fa qualche domenica se c’è un bel festivo o salta qualche turno di riposo.
Ieri Beatrice faceva un doppio turno perché 7 ore non bastano più in sanità vista la carenza cronica di personale ed è crollata a terra colpita da un’emorragia celebrale ed in queste ore combatte tra la vita e la morte.
Noi, naturalmente, ci auguriamo che la Nostra Beatrice si riprenda presto ma riteniamo che non si possa e non si debbano tacere le responsabilità di una politica volta, non solo alla distruzione del servizio sanitario pubblico, ma anche che non salvaguardia, mediante i riposi dovuti e con l’aumento dei carichi di lavoro i propri lavoratori
La nostra Beatrice, come la sua omonima nella Divina Commedia, oltre alle mansioni previste, accompagna i vivi nel passaggio verso l’aldilà e anche lei, a volte, li prende per mano ancora vivi e li consegna al loro Dio; aiuta a far nascere i bambini; accudisce ed ascolta i bisogni degli anziani; conforta i parenti, cerca di far sorridere i bambini ricoverati perché lavorare in ospedale è anche questo servizio alla comunità.
Spesso di Beatrice, le stesse persone ricoverate, dicono che è un angelo ed in effetti le ali chi lavora in sanità le dovrebbe avere davvero, per volare da un letto all’altro, visti i rapporti numerici sproporzionati tra personale ed utenti.
Di Beatrice i pazienti dicono che dovrebbe guadagnare molto di più, ma come per i Vigili del fuoco od altri lavoratori al servizio delle Persone, la politica li chiama” eroi” solo durante i disastri mentre per il resto dei giorni chi governa li umilia in continuazioni, distruggendo i dititti dei Lavoratori e dei pazienti.
Cara Ministra , ormai, nelle corsie siamo quasi tutti come Beatrice e l’età e le condizioni di lavoro sono insopportabili e, lavorare fino a 67 anni, sta diventando umanamente impossibile.
Naturalmente, Beatrice, come tutti i dipendenti pubblici non ha il contratto. da ben 9 anni e, quando lo rinnoverete, siamo consapevoli che poco importerà del benessere dei Lavoratori anzi, ancora una volta, sarà l’occasione per distruggere le nostre aspettative economiche, normative e le condizioni di lavoro.
Naturalmente ci piacerebbe essere smentiti da fatti positivi e concreti ma alle favole credevamo da piccoli.
Beatrice, se sopravviverà a questo infarto, riprenderà il suo lavoro per continuare a lavorare in questa moderna schiavitù fino alla pensione che, se tutto va bene vedrà dopo almeno 4 mesi dall’interruzione del rapporto di lavoro e la liquidazione la percepirà dopo, addirittura un anno.
Cara Ministra , ci scusi la franchezza, ma Lei si è resa perfettamente complice di questo sistema indecoroso e non vogliamo né medaglie al valore , nè ci servono le lacrime da coccodrillo poi (prima di lei già la sua collega Fornero né è portatrice) servono i fatti ed in assenza dei quali sicuramente i lavoratori pubblici sapranno organizzarsi per riprendersi la dignità che gli spetta.
Coordinamento Nazionale USB P.I. Sanità
Fonte
03/08/2017
Ha vinto Lascienza
Venerdì è stato approvato alla Camera il «decreto vaccini» che porta il nome del ministro Lorenzin. Come previsto su questo blog,
il testo convertito in legge si è ammorbidito nel passaggio
parlamentare con la riduzione del numero delle vaccinazioni obbligatorie
e delle pene per gli inadempienti. E, come previsto, la sua
applicazione si sta già scontrando con difficoltà di diverso ordine che
lasciano presagire una situazione di incertezza del diritto ormai tipica di ogni riforma contemporanea: dalla carenza di organici delle aziende sanitarie che non riusciranno a vaccinare tutti gli obbligati nei tempi previsti, agli oneri burocratici
a carico delle scuole, nelle cui aule non si raggiungerà comunque
l'«immunità di gregge» non essendo vaccinati i docenti e il personale,
né potendoli vaccinare per mancanza di fondi.
A ciò si aggiungono le più gravi opposizioni dei governi regionali, cioè di coloro che dovrebbero mettere in pratica la legge. Per toccarla piano, l'assessore all'Istruzione della Valle d'Aosta e la sua collega ligure alla Sanità hanno rispettivamente definito il decreto «nazista» e «fascista», con la promessa di boicottarlo non applicando le sanzioni previste. In giugno il Consiglio provinciale dell'Alto Adige ha approvato all'unanimità un documento contro l'obbligo vaccinale, mentre la Regione Veneto è ricorrente in Corte costituzionale contro la riforma.
Comunque vada, l'approvazione della legge è una iattura per coloro che vi si opponevano e una vittoria per chi la ha sostenuta, per chi cioè, nel dibattito che ha accompagnato il breve iter, si è intitolato il ruolo di defensor scientiae, di fiaccola della razionalità empirica contro le superstizioni dei no/anti/freevax. E noi vogliamo essere con loro.
Tralasciamo dunque i tanti dubbi espressi nell'articolo precedente. E tralasciamo le differenze tra scienza e Lascienza, già protagoniste di un divertissment gaddiano di Alberto Bagnai in cui la divinità scientifica mette in mostra tutta la sua tellurica cedevolezza alle fregole del dominus. Tralasciamo anche il fatto che la scienza, non possedendo favella, parla per bocca di una comunità scientifica tutt'altro che unanime sull'opportunità e le motivazioni del decreto, poco o per nulla coinvolta nella sua redazione e disincentivata al dibattito con la minaccia di ritorsioni disciplinari à la Paolo V. Tralasciamo l'assurdo insiemistico di squalificare le opinioni di alcuni scienziati, cioè di coloro che producono la scienza, in quanto non convalidate da una preesistente e imperturbabile scienza: cioè da Lascienza. E tralasciamo quindi, ad esempio, anche il recentissimo documento della Società italiana di psico-neuro-endocrino-immunologia (SIPNEI) che invito a consultare nella sua interezza, secondo la quale «la decisione governativa di estendere l’obbligatorietà delle vaccinazioni... a nostro avviso, non regge ad un esame ravvicinato dei dati e delle premesse». Gli autori saranno anche scienziati, ma non sono evidentemente Gliscienziati.
Tralasciamo tutte queste cose e, per un giorno, accingiamoci a festeggiare con la frangia illuminista dell'opinione pubblica. Ma, esattamente, a festeggiare che cosa?
È chiaro che l'eventuale valore scientifico della nuova legge non risiede negli obblighi e nelle sanzioni. Questi sarebbero solo strumenti per raggiungere un traguardo predicato, cioè l'aumento delle coperture vaccinali. L'obbligo di comportarsi scientificamente non sarebbe celebrato in sé, ma in quanto promotore di comportamenti scientifici. E qui insorgono un paio di grossi problemi.
Il primo è che, delegando direttamente le conclusioni del dibattito scientifico a istituzioni dotate di vis politica – dagli ordini professionali fino ai membri del governo – lo si è privato di una sua prerogativa sostanziale, di ricercare liberamente una verità provvisoria utile all'avanzamento delle conoscenze. Per quanto in modo strisciante, la querelle sulle vaccinazioni ha reso più esplicito un ribaltamento di forze tra scienza e potere dove quest'ultimo si va ritirando dal ruolo di promotore della ricerca e vi rientra a gamba tesa per suffragare l'una o l'altra campana, per certificare l'uno o l'altro risultato con il peso minaccioso della propria autorità, buttando così nel gioco istanze che nulla hanno a che fare con gli obiettivi di quella ricerca: consenso elettorale, inclinazioni ideologiche, condizionamenti geopolitici, interessi di lobby ecc. Ma non solo. Nell'impossessarsi di quel discorso, lo riformula in un codice linguistico – quello della politica – che è la negazione quasi puntuale di ogni disciplina di metodo, pieno com'è di grossolane semplificazioni da talk show, attacchi alla persona, slogan pieni d'effetto ma poveri di contenuto, fino al falso sic et simpliciter.
Nella rottura di questo equilibrio non si inabissa solo l'utilità dello strumento scientifico, ma prima ancora la sua rispettabilità. Il punto è stato ben colto dal citato documento SIPNEI:
Il secondo problema è al tempo stesso corollario e dimostrazione del primo. Chi scrive si confronta sempre più spesso con persone che fino a sei mesi fa non si erano neanche minimamente poste il problema delle vaccinazioni. Parliamo di qualche decina di casi, a cui corrispondono le decine di migliaia che manifestano nelle piazze e sui social e, si presume, le centinaia di migliaia o milioni haec conferentes in corde suo. Se non vogliamo pensare che queste moltitudini, prima ignare e poi insospettite dal metodo, convertitesi in compulsatrici notturne di siti alternativi, alimenteranno almeno in parte le fila degli esitanti o dei renitenti, bisogna ammettere che chi già ne faceva parte affronterebbe oggi il supplizio della ruota pur di non sottoporre i pargoli alle iniezioni. Sicché, se proprio andrà bene, la situazione non potrà che sclerotizzarsi sui numeri attuali.
Occorre insomma chiedersi, sempre a beneficio degli Auguste Comte con cui avrei voluto brindare, se il provvedimento sia funzionale all'obiettivo. Perché se ciò non fosse, si tratterebbe di una mossa politica non solo fallimentare, ma anche antiscientifica nei suoi effetti. Per valutarlo non basta però l'esperienza aneddotica di un Pedante, né le previsioni di chi osservasse l'inedito tenore delle proteste. Ci vuole, appunto, una valutazione scientifica del fenomeno. Che esiste.
Il progetto ASSET è un progetto quadriennale europeo di ricerca che studia le ricadute sociali delle pandemie e delle politiche sanitarie di emergenza. Nel report Compulsory vaccination and rates of coverage immunisation in Europe (settembre 2016) i membri del gruppo indagavano la correlazione tra coperture vaccinali e obbligatorietà dei vaccini nei paesi dell'Unione europea e dell'Area economica europea (EU/EEA), concludendo che
Una beffa, insomma. La nemesi di un metodo scientifico che evidentemente non si lascia mettere le mani addosso senza reagire. E non si può neanche dire che i dati – peraltro facilmente accessibili a tutti – fossero arrivati tardi. La ricerca era già pubblicata nell'estate del 2016 e gli autori, basandosi su quei risultati (lo ripetiamo: scientifici), lanciavano anche un avvertimento al Governo italiano nel febbraio di quest'anno:
Le
vie dell'irrazionalità sono infinite. Sicché non deve stupire che
riescano anche a indossare il camice di una metodo scientifico
propedeuticamente squalificato al rango della sua caricatura simbolica.
Se scoprire il gioco è tutto sommato facile, capirne le cause è un
esercizio più arrischiato che per amore di pedanteria tenteremo almeno
di abbozzare, domandandoci perché i sostenitori più vocali della
razionalità aderiscano, nel nome di quella razionalità, a soluzioni
razionalmente non fondate.
La prima e più banale ipotesi chiama in causa il deficit di informazione. Per comprendere le istanze di un dibattito scientifico non servono solo competenze alla portata di pochi, ma anche la disponibilità ad accettare risposte «aperte» e provvisorie che non possono da sole colmare il margine della discrezionalità e della precauzione di ciascuno. La ricerca di nozioni definitive e non problematiche («Lascienza dice») diventa così un atto di economia cognitiva necessario come lo è l'intuizione pre-empirica, ad esempio quella di credere che obblighi e sanzioni promuovano sempre la diffusione di una pratica più di quanto possa un invito.
La seconda ipotesi, che si dovrà sviluppare meglio in un'altra sede, è quella della partecipazione politica identitaria. In una democrazia impotente dove la volontà popolare è sostituita da vincoli e necessità esogeni a cui bisogna piegarsi – i listini di borsa, i trattati internazionali, i mercati esteri, i capricci dei partner politici e commerciali ecc. – la partecipazione politica diventa uno strumento cosmetico per affermare un'immagine di sé, non per promuovere azioni e programmi. Sicché, come si vota a sinistra per essere di sinistra e non per fare politiche di sinistra, così si sostiene una qualsivoglia legge a favore delle vaccinazioni per essere razionali e moderni, o specularmente per non essere oscurantisti, complottisti, grillini, lunatici ecc. Che poi serva davvero, è questione pratica che esula dalla funzione identitaria in cui si è arenato l'esercizio politico.
La terza ipotesi ci fa ritrovare una vecchia conoscenza, anzi una vecchia zia: la zia Tecno, per gli amici tecnocrazia. Qui Lascienza non è che l'ulteriore mascheramento della competenza dei professori al governo, dell'indipendenza dei banchieri centrali, della τέχνη dei tecnici che agiscono per necessità aritmetica e non per orientamento politico. È il sogno, così ricorrente nell'ultimo decennio, di un principio superiore e imperturbabile all'errore umano che può salvarci dai capricci della turba elettorale e condurci, volenti o nolenti, a compiere le scelte migliori. Il ritornello de «la scienza non è democratica» non significa in sé nulla: non trattandosi di una forma o surrogato di governo, essa non è nemmeno monarchica, autarchica, ginarchica, papale o altro. In quella formula si rivela piuttosto la tentazione di sostituire agli incerti della democrazia un meccanismo che si immagina infallibile e preciso. Di rottamare l'autodeterminazione dei popoli (che, non essendo la scienza una fonte del diritto, possono benissimo condursi anche in violazione delle certezze scientifiche del momento, ad esempio nelle questioni religiose) e affidarsi a un'acefala, impersonale e più tranquillizzante eterodeterminazione. Che poi la titolarità di quel vincolo sia in realtà reclamata, come sta accadendo in questo e in altri contesti, da umanissimi potentati mossi da umanissimi interessi, lascia presagire fin troppo bene dove si andrà a parare.
La quarta ipotesi è anche la più audace e meno documentabile, perché postula un dolo, sia pure potenziale. Se si introduce un obbligo con la promessa di un miglioramento che non avverrà, che cosa resta? L'obbligo, appunto. Resta una limitazione della libertà dei singoli a cui non corrisponde una contropartita nel contratto sociale, un'imposizione fine a se stessa che libera spazi per controllare e reprimere, fissare un altro precedente nella revoca dei diritti fondamentali della persona in nome dell'«emergenza» e alimentare insieme un conflitto ideologico dove il fronte dei sudditi si spezza in un gioco di odio, delazioni e sospetti. Qui la scienza non è più solo il pretesto dell'oppressione, ma per ciò stesso ne è anche la vittima. Rileggiamo, ancora una volta, George Orwell:
Fonte
A ciò si aggiungono le più gravi opposizioni dei governi regionali, cioè di coloro che dovrebbero mettere in pratica la legge. Per toccarla piano, l'assessore all'Istruzione della Valle d'Aosta e la sua collega ligure alla Sanità hanno rispettivamente definito il decreto «nazista» e «fascista», con la promessa di boicottarlo non applicando le sanzioni previste. In giugno il Consiglio provinciale dell'Alto Adige ha approvato all'unanimità un documento contro l'obbligo vaccinale, mentre la Regione Veneto è ricorrente in Corte costituzionale contro la riforma.
Comunque vada, l'approvazione della legge è una iattura per coloro che vi si opponevano e una vittoria per chi la ha sostenuta, per chi cioè, nel dibattito che ha accompagnato il breve iter, si è intitolato il ruolo di defensor scientiae, di fiaccola della razionalità empirica contro le superstizioni dei no/anti/freevax. E noi vogliamo essere con loro.
Tralasciamo dunque i tanti dubbi espressi nell'articolo precedente. E tralasciamo le differenze tra scienza e Lascienza, già protagoniste di un divertissment gaddiano di Alberto Bagnai in cui la divinità scientifica mette in mostra tutta la sua tellurica cedevolezza alle fregole del dominus. Tralasciamo anche il fatto che la scienza, non possedendo favella, parla per bocca di una comunità scientifica tutt'altro che unanime sull'opportunità e le motivazioni del decreto, poco o per nulla coinvolta nella sua redazione e disincentivata al dibattito con la minaccia di ritorsioni disciplinari à la Paolo V. Tralasciamo l'assurdo insiemistico di squalificare le opinioni di alcuni scienziati, cioè di coloro che producono la scienza, in quanto non convalidate da una preesistente e imperturbabile scienza: cioè da Lascienza. E tralasciamo quindi, ad esempio, anche il recentissimo documento della Società italiana di psico-neuro-endocrino-immunologia (SIPNEI) che invito a consultare nella sua interezza, secondo la quale «la decisione governativa di estendere l’obbligatorietà delle vaccinazioni... a nostro avviso, non regge ad un esame ravvicinato dei dati e delle premesse». Gli autori saranno anche scienziati, ma non sono evidentemente Gliscienziati.
Tralasciamo tutte queste cose e, per un giorno, accingiamoci a festeggiare con la frangia illuminista dell'opinione pubblica. Ma, esattamente, a festeggiare che cosa?
È chiaro che l'eventuale valore scientifico della nuova legge non risiede negli obblighi e nelle sanzioni. Questi sarebbero solo strumenti per raggiungere un traguardo predicato, cioè l'aumento delle coperture vaccinali. L'obbligo di comportarsi scientificamente non sarebbe celebrato in sé, ma in quanto promotore di comportamenti scientifici. E qui insorgono un paio di grossi problemi.
Il primo è che, delegando direttamente le conclusioni del dibattito scientifico a istituzioni dotate di vis politica – dagli ordini professionali fino ai membri del governo – lo si è privato di una sua prerogativa sostanziale, di ricercare liberamente una verità provvisoria utile all'avanzamento delle conoscenze. Per quanto in modo strisciante, la querelle sulle vaccinazioni ha reso più esplicito un ribaltamento di forze tra scienza e potere dove quest'ultimo si va ritirando dal ruolo di promotore della ricerca e vi rientra a gamba tesa per suffragare l'una o l'altra campana, per certificare l'uno o l'altro risultato con il peso minaccioso della propria autorità, buttando così nel gioco istanze che nulla hanno a che fare con gli obiettivi di quella ricerca: consenso elettorale, inclinazioni ideologiche, condizionamenti geopolitici, interessi di lobby ecc. Ma non solo. Nell'impossessarsi di quel discorso, lo riformula in un codice linguistico – quello della politica – che è la negazione quasi puntuale di ogni disciplina di metodo, pieno com'è di grossolane semplificazioni da talk show, attacchi alla persona, slogan pieni d'effetto ma poveri di contenuto, fino al falso sic et simpliciter.
Nella rottura di questo equilibrio non si inabissa solo l'utilità dello strumento scientifico, ma prima ancora la sua rispettabilità. Il punto è stato ben colto dal citato documento SIPNEI:
Istituzioni scientifiche, professionali e singole personalità, con l’amplificazione dei media, hanno dato una pessima prova, adottando un atteggiamento paternalistico, dogmatico e, a un tempo, di allarme sociale, bollando con marchio d’infamia tutti coloro che, anche in sede professionale e scientifica, hanno espresso valutazioni articolate e di merito sui singoli vaccini... nel furore della polemica, alcuni esponenti dell’Accademia hanno diffuso una visione della scienza di stampo dogmatico, con il risultato paradossale, a nostro avviso, di produrre un rafforzamento, invece che un indebolimento delle convinzioni di tipo antiscientifico presenti nella popolazione. In questo modo, è stato prodotto un danno enorme alla diffusione della cultura scientifica del nostro Paese, che già soffre di ritardi storici a livello di massa.E ancora:
Non si difende e non si diffonde la cultura scientifica adottando il modello medievale dell’«ipse dixit», dell’autorevolezza della cattedra, bensì mostrando la bellezza del metodo scientifico... Solo una scienza che ottenga i suoi risultati adottando una procedura trasparente e che li condivida con la società tutta, è in grado di conquistare la partecipazione convinta dei cittadini alle proposte di politica sanitaria che ispira.E già questa, comunque la si pensi, è una pessima notizia, tanto più per chi sognava il positivismo al governo. Se non irreversibile, il danno d'immagine è in effetti «enorme» e lascerà un segno duraturo nell'opinione pubblica se non si provvede in fretta a restituire al pensiero scientifico la dignità, l'indipendenza e la problematicità che lo devono caratterizzare.
Il secondo problema è al tempo stesso corollario e dimostrazione del primo. Chi scrive si confronta sempre più spesso con persone che fino a sei mesi fa non si erano neanche minimamente poste il problema delle vaccinazioni. Parliamo di qualche decina di casi, a cui corrispondono le decine di migliaia che manifestano nelle piazze e sui social e, si presume, le centinaia di migliaia o milioni haec conferentes in corde suo. Se non vogliamo pensare che queste moltitudini, prima ignare e poi insospettite dal metodo, convertitesi in compulsatrici notturne di siti alternativi, alimenteranno almeno in parte le fila degli esitanti o dei renitenti, bisogna ammettere che chi già ne faceva parte affronterebbe oggi il supplizio della ruota pur di non sottoporre i pargoli alle iniezioni. Sicché, se proprio andrà bene, la situazione non potrà che sclerotizzarsi sui numeri attuali.
Occorre insomma chiedersi, sempre a beneficio degli Auguste Comte con cui avrei voluto brindare, se il provvedimento sia funzionale all'obiettivo. Perché se ciò non fosse, si tratterebbe di una mossa politica non solo fallimentare, ma anche antiscientifica nei suoi effetti. Per valutarlo non basta però l'esperienza aneddotica di un Pedante, né le previsioni di chi osservasse l'inedito tenore delle proteste. Ci vuole, appunto, una valutazione scientifica del fenomeno. Che esiste.
Il progetto ASSET è un progetto quadriennale europeo di ricerca che studia le ricadute sociali delle pandemie e delle politiche sanitarie di emergenza. Nel report Compulsory vaccination and rates of coverage immunisation in Europe (settembre 2016) i membri del gruppo indagavano la correlazione tra coperture vaccinali e obbligatorietà dei vaccini nei paesi dell'Unione europea e dell'Area economica europea (EU/EEA), concludendo che
... il confronto [tra i paesi esaminati] non è in grado di confermare alcuna relazione tra vaccinazioni obbligatorie e tassi di immunizzazione infantile nei paesi EU/EEA... Benché questa esposizione dei dati non sia in grado di fornire la prova definitiva dell'efficacia o inefficacia delle vaccinazioni obbligatorie sui tassi di immunizzazione, essa dimostra che questo approccio non risulta rilevante nel determinare la copertura vaccinale infantile nei paesi EU/EAA.Qui gli scienziati (sì, sono scienziati) del progetto ASSET non esprimono un'opinione o una raccomandazione, ma presentano i risultati di una rilevazione da cui emerge che, nell'epoca e nel contesto geografico, politico e sociale in cui si trova il nostro Paese, l'obbligo di vaccinarsi non fa aumentare i vaccinati. Punto. E lo dimostrano attraverso un'osservazione empirica, cioè scientifica, dalla quale si deve evincere che la legge sull'obbligatorietà dei vaccini, anche volendole attribuire le migliori intenzioni e la fondatezza degli assunti, è antiscientifica in definizione perché contraddice i risultati della ricerca scientifica sulla sua efficacia.
Una beffa, insomma. La nemesi di un metodo scientifico che evidentemente non si lascia mettere le mani addosso senza reagire. E non si può neanche dire che i dati – peraltro facilmente accessibili a tutti – fossero arrivati tardi. La ricerca era già pubblicata nell'estate del 2016 e gli autori, basandosi su quei risultati (lo ripetiamo: scientifici), lanciavano anche un avvertimento al Governo italiano nel febbraio di quest'anno:
Sono molti i modi in cui le autorità possono lottare contro l'esitazione vaccinale. Tutti possono migliorare la situazione, ma solo a patto che ci si tenga ben presente che i genitori non sono fanatici, testardi e irrazionali, ma padri e madri ansiosi e preoccupati che hanno a cuore i loro bambini tanto quanto coloro che decidono di vaccinarli. Occorre aiutarli a fare la scelta migliore per i loro piccoli, non obbligarli a fare qualcosa che secondo loro li potrebbe danneggiare in modo grave.
Tutto inutile. Doveva vincere Lascienza, e vinceremo.
*****
La prima e più banale ipotesi chiama in causa il deficit di informazione. Per comprendere le istanze di un dibattito scientifico non servono solo competenze alla portata di pochi, ma anche la disponibilità ad accettare risposte «aperte» e provvisorie che non possono da sole colmare il margine della discrezionalità e della precauzione di ciascuno. La ricerca di nozioni definitive e non problematiche («Lascienza dice») diventa così un atto di economia cognitiva necessario come lo è l'intuizione pre-empirica, ad esempio quella di credere che obblighi e sanzioni promuovano sempre la diffusione di una pratica più di quanto possa un invito.
La seconda ipotesi, che si dovrà sviluppare meglio in un'altra sede, è quella della partecipazione politica identitaria. In una democrazia impotente dove la volontà popolare è sostituita da vincoli e necessità esogeni a cui bisogna piegarsi – i listini di borsa, i trattati internazionali, i mercati esteri, i capricci dei partner politici e commerciali ecc. – la partecipazione politica diventa uno strumento cosmetico per affermare un'immagine di sé, non per promuovere azioni e programmi. Sicché, come si vota a sinistra per essere di sinistra e non per fare politiche di sinistra, così si sostiene una qualsivoglia legge a favore delle vaccinazioni per essere razionali e moderni, o specularmente per non essere oscurantisti, complottisti, grillini, lunatici ecc. Che poi serva davvero, è questione pratica che esula dalla funzione identitaria in cui si è arenato l'esercizio politico.
La terza ipotesi ci fa ritrovare una vecchia conoscenza, anzi una vecchia zia: la zia Tecno, per gli amici tecnocrazia. Qui Lascienza non è che l'ulteriore mascheramento della competenza dei professori al governo, dell'indipendenza dei banchieri centrali, della τέχνη dei tecnici che agiscono per necessità aritmetica e non per orientamento politico. È il sogno, così ricorrente nell'ultimo decennio, di un principio superiore e imperturbabile all'errore umano che può salvarci dai capricci della turba elettorale e condurci, volenti o nolenti, a compiere le scelte migliori. Il ritornello de «la scienza non è democratica» non significa in sé nulla: non trattandosi di una forma o surrogato di governo, essa non è nemmeno monarchica, autarchica, ginarchica, papale o altro. In quella formula si rivela piuttosto la tentazione di sostituire agli incerti della democrazia un meccanismo che si immagina infallibile e preciso. Di rottamare l'autodeterminazione dei popoli (che, non essendo la scienza una fonte del diritto, possono benissimo condursi anche in violazione delle certezze scientifiche del momento, ad esempio nelle questioni religiose) e affidarsi a un'acefala, impersonale e più tranquillizzante eterodeterminazione. Che poi la titolarità di quel vincolo sia in realtà reclamata, come sta accadendo in questo e in altri contesti, da umanissimi potentati mossi da umanissimi interessi, lascia presagire fin troppo bene dove si andrà a parare.
La quarta ipotesi è anche la più audace e meno documentabile, perché postula un dolo, sia pure potenziale. Se si introduce un obbligo con la promessa di un miglioramento che non avverrà, che cosa resta? L'obbligo, appunto. Resta una limitazione della libertà dei singoli a cui non corrisponde una contropartita nel contratto sociale, un'imposizione fine a se stessa che libera spazi per controllare e reprimere, fissare un altro precedente nella revoca dei diritti fondamentali della persona in nome dell'«emergenza» e alimentare insieme un conflitto ideologico dove il fronte dei sudditi si spezza in un gioco di odio, delazioni e sospetti. Qui la scienza non è più solo il pretesto dell'oppressione, ma per ciò stesso ne è anche la vittima. Rileggiamo, ancora una volta, George Orwell:
Nell'Oceania di oggi la scienza intesa come la si intendeva un tempo ha quasi cessato di esistere. In neolingua non esistono parole per esprimere il concetto di «scienza». Il metodo di pensiero empirico, su cui si fondavano tutte le conquiste scientifiche del passato, non è compatibile con i principi più fondamentali del Socing. Lo stesso progresso tecnologico riguarda ormai solo i prodotti che possono essere utilizzati in qualche modo per ridurre la libertà degli uomini. In tutte le discipline di un certa utilità, il mondo è fermo o sta tornando indietro.Una scienza controllata e sfruttata da chi governa tende all'inutilità, una volta esauritasi come strumento. Ce lo spiega in una sola frase il poco pedante O'Brien, alto funzionario del Partito interno in 1984:
Quando saremo onnipotenti, non avremo più bisogno della scienza.
Fonte
25/07/2017
Vaccini, un decreto politicamente inaccettabile
Il clima avvelenato creatosi intorno
alla questione sui vaccini ha fatto sì che il dibattito si dividesse tra
favorevoli e contrari quando la questione più grave, al momento, è
quella politica e riguarda una delle più grandi operazioni di polizia
sanitaria messe in atto nel nostro paese: il decreto Lorenzin. In tanti
rivendicano il diritto di essere contrari a questo provvedimento senza
per questo dover essere necessariamente etichettati come “no vax”
esattamente come coloro che chiedono vaccini monodose, programmi
personalizzati e screening pre-vaccinali.
Pochi contestano l’utilità e
l’importanza avuta dai vaccini nel corso della storia: insieme al
miglioramento delle condizioni igieniche, sanitarie ed alimentari, i
vaccini hanno debellato malattie in alcuni casi perfino mortali,
migliorando la vita di intere comunità e generazioni.
La falsa emergenza
La presunta emergenza sul rischio
epidemie si basa su un mantra ripetuto ossessivamente dai Lorenzin e dai
Burioni di turno e ripetuto acriticamente da tutti i media mainstream:
saremmo in presenza di un presunto “crollo” del numero di vaccinati con
conseguente copertura media ben al di sotto della fatidica soglia del
95%. Una mezza bugia visto che il calo è nell’ordine di circa un 2,5%
medio ma solo se si raffronta il 2015 al 2012. Il dato è invece
invariato se guardiamo al 2002 e addirittura superiore rispetto al 2000 (1).
Questo presunto “crollo” della copertura vaccinale viene per di più valutato sulla base di dati incompleti e, quindi, sostanzialmente errati. Un
gruppo di epidemiologi il cui primo firmatario risponde al nome di
Massimo Valsecchi, già Direttore del Dipartimento Prevenzione ULSS 20 di
Verona, nonché Componente della Commissione Nazionale di verifica
dell’eliminazione del morbillo e della rosolia (insomma, tutt’altro che
un “no-vax”), mette in luce un elemento del tutto assente nel dibattito pubblico: il metodo di calcolo della copertura vaccinale.
La leggera diminuzione di coperture segnalata dall’Istituto Superiore
di Sanità (ISS) e il mancato raggiungimento della soglia del 95% si
basano infatti su un rilevamento che viene effettuato fino al 23° mese
di vita e che non consente di cogliere un trend sempre più crescente: la
scelta dei genitori di sottoporre i propri figli alle vaccinazioni molto più tardi rispetto a quanto previsto dal calendario. Sempre
più genitori pensano infatti che non abbia senso vaccinare a 2 mesi per
il tetano o l’epatite B: la prima malattia è trasmissibile solo per
mezzo di spore presenti nelle feci animali, attraverso il morso di un
animale o una ferita profonda soprattutto se contaminate con terriccio;
la seconda attraverso il sangue e i liquidi biologici dei soggetti
infetti (sangue, latte materno, sperma, secrezioni vaginali). Proprio il
non-senso di vaccinare per queste due malattie un bambino che vive
ancora in culla, sta portando molti genitori a richiedere la possibilità
di vaccini monodose in modo tale che essi possano essere somministrati
più in là con l’età. Tetano ed Epatite B, infatti, sono all’interno
dell’esavalente che la prassi vaccinale consiglia di assumere a soli 60
giorni di vita. Insomma, la sola misurazione delle coperture a 23 mesi non fa numero e confonde un “ritardo vaccinale” con una “mancata adesione” (2).
L’allarme sui vaccini è stato alimentato
inizialmente da una presunta emergenza, quella della meningite, che
perfino lo stesso ISS ha definito puramente “mediatica”(3).
Da lì si è arrivati alla stesura del decreto, che inizialmente
prevedeva 12 vaccinazioni obbligatorie in un secondo momento ridotte a
10 e somministrabili tutte in soli due dosi (un esavalente e un
tetravalente). Le due soppresse? Proprio quelle per cui era scattata
l’emergenza: l’anti-meningococco B e l’anti-meningococco C, due dosi
singole, il primo ancora sperimentale (significa che gli stessi
produttori non conoscono ancora il reale rapporto rischi/benefici) (4).
Dopo l’emergenza mediatica per la meningite è scoppiata quella per il
morbillo. 25.197 casi dal 2000 al 2016 (una media di poco meno di 1.500
casi l’anno) e 4 morti (3 nel 2002 e 1 nel 2008) sono un numero che non
sembra giustificare un allarmismo come quello che si è verificato in
questi ultimi tempi. Alcuni si appellano alle ricadute in termini di
costi di spesa sanitaria ma allora che dire del tabacco che nello stesso
periodo ha causato 83.000 morti per tumore al polmone (senza
considerare coloro che sono riusciti a levarci le gambe)? (5). Non sarà che il morbillo è una priorità e il tabacco no perché lo Stato sul morbillo non ci guadagna e sul tabacco sì?
I vaccini monodose
La ministra Lorenzin ha più volte detto
che la priorità è la salute della collettività. Eppure, quando in aula
pochi giorni fa è stato approvato il decreto, di fronte alla richiesta
di monodose vaccinali ha candidamente ammesso che non sono possibili in
quanto le multinazionali del farmaco non hanno interesse a farle (6).
Perché il monodose, malgrado i media mainstream titolino il contrario,
non è passato: il Senato ha approvato l’emendamento che prevede l’uso
del monodose solo per i soggetti già immunizzati per una delle malattie
presenti in formulazione combinata. E cosa accadrà per i soggetti già
colpiti ad esempio da morbillo, parotite o rosolia visto che nessuno di
questi tre vaccini (unificati nel trivalente MPR o nel tetravalente
MPRV) è previsto in dose singola? Oltretutto la disponibilità di vaccini
monodose (magari prodotti direttamente dallo stato stesso come accade a
Cuba) permetterebbe l’ampliamento dell’offerta e la probabile adesione
ad alcuni dei vaccini disponibili da parte di una consistente parte
della popolazione che magari nutre dubbi e perplessità sull’offerta così
come viene imposta adesso (ricordiamo che ad oggi non c’è alcuna
epidemia in corso).
L’aspetto più prettamente politico
Per dare un’ulteriore prova della follia
(e della sostanziale inapplicabilità) di questo decreto così com’è
stato scritto, ricordiamo che le vaccinazioni obbligatorie riguardano i
bambini fino al 16° anno di età. Se però si prende il bugiardino del
nuovo esavalente, Hexyon, si legge che “La sicurezza di Hexyon nei
bambini di età superiore ai 24 mesi non è stata studiata in studi
clinici” (8). Anche il vaccino tetravalente, Priorix Tetra, prevede la somministrazione non oltre il 12° anno di età (9). Quindi?
Se il decreto è stato approvato al
Senato è anche perché chi era tendenzialmente contrario è stato convinto
a cambiare idea. È il caso di Forza Italia, che in cambio della
possibilità di prenotare il vaccino in farmacia (il partito di
Berlusconi chiedeva addirittura che le farmacie avessero la possibilità
di somministrare i vaccini, con tutte le indennità che ne sarebbero
derivate) ha votato a favore. E ovviamente è un caso che il senatore di
Forza Italia Andrea Mandelli sia anche presidente dell’Ordine dei
farmacisti.
Ma ciò che rende intollerabile un
dispositivo quantomeno sproporzionato e cervellotico è l’aspetto
puramente politico. Per prima cosa prendiamo il divieto, per i bimbi non
vaccinati, di frequentare i nidi e le materne, che già di per sé è
un’aberrazione: come se il rischio-contagio sparisse e non si
riproponesse al parco pubblico, in piscina o al parco giochi. E con i
bambini stranieri che vengono in Italia da turisti come la mettiamo? È
davvero necessario escludere da nidi e materne i bambini non vaccinati
per malattie come la poliomielite che in Europa non esiste più o il
tetano che non si attacca? Ha peggiori ricadute sul piano sociale la
mancata vaccinazione o il divieto di accesso a nidi e materne con tutto
quel che ne consegue?
Per seconda cosa pensiamo alla sanzione
pecuniaria, che rende questo decreto anche classista dal momento che chi
potrà permettersi di pagare non vaccinerà i propri figli: lo stato
risolverà un’emergenza di salute nazionale con una multa. E
l’emergenza-morbillo, gli immunodepressi, l’immunità di gregge? 500 euro
l’anno a figliolo e il problema è risolto.
Terzo aspetto: quest’obbligo, che ha
tutti i crismi di un trattamento sanitario obbligatorio di massa, apre
il campo a tutta un’altra serie di possibili false emergenze.
Glaxo, Ministero e bustarelle, relazioni strettissime
L’esavalente più impiegato è prodotto
dalla casa farmaceutica Glaxo Smith Kline. Responsabile delle politiche
vaccinali per il ministero della Salute è Ranieri Guerra, già
consigliere d’amministrazione del cda della Fondazione Smith Kline (10).
Un palese conflitto di interessi poiché Guerra, firmando tutti i
provvedimenti sui vaccini anziché astenersi, ha di fatto contravvenuto
all’articolo 323 del Codice penale (10). Guerra, che come ha denunciato Il Fatto Quotidiano il 30 settembre 2014 è entrato nel Ministero con un concorso cucitogli su misura (11),
fa giusto in tempo ad accompagnare la Lorenzin alla Casa Bianca in
occasione del Global Health Security Agenda (GHSA). In quell’occasione,
l’Italia viene designata come capofila delle politiche vaccinali
mondiali. Insieme a loro Sergio Pecorelli, allora potentissimo
presidente dell’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco che determina i
destini e i business delle case farmaceutiche, che i
bene informati dicono abbia svolto un ruolo decisivo nella scelta.
Pecorelli, secondo quanto emerso dopo una serie di accertamenti interni
alla stessa AIFA, svolgeva attività in due fondazioni ed era presente nell’advisory board di una società di venture capital che
sui farmaci ha investito qualcosa come 40 milioni di euro. Un conflitto
di interessi grande come una casa che ha costretto l’AIFA, a seguito di
un’indagine interna, a sospenderlo dall’incarico col massimo della
sanzione, il livello 3, per il quale non è più possibile svolgere
nessuna attività all’interno dell’agenzia regolatoria. Tra le accuse
mosse a Pecorelli anche quella di aver ricevuto 80 mila euro da alcune
case farmaceutiche in cambio di una pubblicazione “addomesticata” sui
vaccini.
Infine come non ricordare la storia di
Pasqualino Rossi, incaricato di occuparsi della nostra sicurezza
alimentare, dei farmaci e dei vaccini a Bruxelles? La nomina di Rossi
viene suggerita da una commissione interna alla ministra Lorenzin, a cui
spetta l’approvazione finale. Rossi, assunto nel ‘98 dal ministero
della Salute come direttore medico, si occupa di farmaco vigilanza, e
negli anni diventa un importante dirigente dell’AIFA. Proprio in questa
veste, nel 2008, dopo due anni di indagini, viene arrestato dal
procuratore di Torino Raffaele Guariniello per corruzione insieme ad
altri funzionari pubblici e dirigenti di società di intermediazione nel
settore farmaceutico. Nelle 400 pagine che spiegano il provvedimento, il
Gip di Torino scrive: “Da quanto emerso, si registra una totale assenza
nel Rossi dell’interesse per la tutela della salute pubblica”. Per
conto dell’AIFA si occupa delle procedure di valutazione e
autorizzazione dei farmaci presso l’agenzia del farmaco internazionale
ma in realtà si tratta di un funzionario pubblico alla continua ricerca
di soldi per mantenere un tenore di vita al di sopra delle sue
possibilità. Per questo, secondo i magistrati, passa informazioni
riservate agli informatori farmaceutici e agevola le pratiche per
l’approvazione dei farmaci in commercio. Quest’attività viene
ricompensata con denaro e regali. A lui si rivolge anche Riccardo
Braglia, amministratore della Helsinn Healthcare, il gruppo farmaceutico
svizzero produttore del nimesulide, il principio attivo dell’Aulin. Il
farmaco, dopo la sospensione in Irlanda per i numerosi danni al fegato,
rischia in Italia il ritiro dal commercio. Alla fine nel nostro Paese
l’Aulin si salva, e per questo, secondo i magistrati, Braglia ringrazia
Pasqualino Rossi con una bustarella nascosta dentro ad un giornale. Il
passaggio di mano è immortalato in un video girato dai Nas di Roma.
L’iter giudiziario è lento e
accidentato. Seppur pescato con le mani nella marmellata e rinviato a
giudizio, Rossi casca in piedi e viene trasferito dall’AIFA al ministero
della Salute con incarico di consulenza, studio e ricerca per la salute
presso la Direzione Generale per i rapporti con l’Ue e Rapporti
Internazionali. A settembre 2015, il Tribunale di Roma non arriva
neanche al giudizio di primo grado: il reato è prescritto. I giudici
scrivono che, a contribuire alla dilatazione dei tempi del processo, c’è
“la trascrizione delle telefonate che è avvenuta con notevole ritardo,
posto che la Procura di Roma non rinveniva i video e le intercettazioni
trasmessi dalla Procura di Torino”. Due mesi dopo la ministra Lorenzin
lo nomina rappresentante permanente dell’Italia a Bruxelles.
I vaccini ai militari
È di questi giorni anche la Relazione
della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, che ha riguardato
anche la somministrazione vaccinale nei militari. L’inchiesta smentisce
l’assenza di reazioni avverse alla pratica vaccinale, l’innocuità di
ripetere la somministrazione vaccinale in soggetti già immunizzati,
l’assenza di rischi legati all’iperimmunizzazione, l’ininfluenza del
vaccino sull’equilibrio immunitario dei bambini, l’efficacia vaccinale e
l’inutilità degli esami pre-vaccinali (12).
La Commissione ha approvato infatti un
documento molto critico sulla tutela della salute dei militari. La
relazione denuncia tra le altre cose i casi di militari morti o ammalati
per una somministrazione errata di vaccini. Ad esempio quello di un
caporale maggiore, mai andato in missione fuori dal territorio
nazionale, vaccinato sebbene già affetto da linfoma di Hodgkin, non
rilevato per mancanza di esami pre-vaccinali, e pertanto in stato di
grave immunosoppressione e successivamente deceduto. Oppure quello di un
soldato semplice, congedato sei mesi dopo l’arruolamento a seguito di
grave astenia e deperimento fisico iniziati il giorno stesso della
vaccinazione multipla.
È dunque emersa “la necessità di
svolgere esami pre-vaccinali prima della somministrazione dei vaccini,
sia al fine della valutazione di immunità già acquisite, sia per
accertare stati di immunodepressione che sconsiglino di somministrare il
vaccino in quello specifico momento”. Il documento continua affermando che “Non
è consigliabile effettuare le vaccinazioni pochi giorni prima della
partenza delle missioni perché al momento della vaccinazione si crea uno
stato fisico di immunodepressione […] che paradossalmente determina un
aumento del rischio di contrarre o la stessa malattia per cui è stata
fatta la vaccinazione o altra patologia, data la situazione fisica di
immunosoppressione”. A tal fine la Commissione suggerisce “di prevedere una serie di esami pre-vaccinali specifici”.
Il documento prosegue ricordando che “gli
esiti del progetto “Signum”, nonché le risultanze dello studio
effettuato dal Prof. Nobile sui militari della Brigata Folgore, portano
ad affermare un significativo incremento della frequenza di alterazioni
ossidative del dna e di cellule micronucleate, a fronte di soggetti
sottoposti a vaccinazioni in numero superiore a cinque o con vaccini
viventi attenuati. Tale limite numerico, come sottolineato anche dal
Generale Tomao, dovrebbe diventare prescrittivo nella somministrazione
dei vaccini e adottato nelle linee guida come specifica prescrizione. In
conclusione, la Commissione ritiene che l’utilizzo di farmaci vaccinali
forniti in soluzione monovalente e monodose (ovvero un vaccino per
singola malattia, fornito in una singola dose), ridurrebbe notevolmente
l’esposizione al rischio dovuto alla profilassi.
Redazione, 25 luglio 2017
3) http://www.epicentro.iss.it/problemi/meningiti/epidemiamediatica.asp
4) Il Bexsero, il vaccino contro il meningococco di sierogruppo B, è uno di quelli sottoposti a monitoraggio addizionale, come indica il triangolo equilatero rovesciato nero sul foglietto illustrativo. 5) Un’informazione che non si riceve mai prima di scegliere se vaccinarsi o meno contro questa malattia. Per i farmaci, il monitoraggio addizionale è richiesto per un periodo di cinque anni ed è finalizzato a garantire che i benefici di tali medicinali siano sempre superiori ai loro rischi, intraprendendo quando necessario le adeguate azioni regolatorie.
4) Il Bexsero, il vaccino contro il meningococco di sierogruppo B, è uno di quelli sottoposti a monitoraggio addizionale, come indica il triangolo equilatero rovesciato nero sul foglietto illustrativo. 5) Un’informazione che non si riceve mai prima di scegliere se vaccinarsi o meno contro questa malattia. Per i farmaci, il monitoraggio addizionale è richiesto per un periodo di cinque anni ed è finalizzato a garantire che i benefici di tali medicinali siano sempre superiori ai loro rischi, intraprendendo quando necessario le adeguate azioni regolatorie.
6) http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/stilidivita/2015/09/16/fumo-in-italia-causa-83mila-morti-lanno_1785549f-da4f-4048-ab1c-50a39222d0ca.html
7) Che l’accorpamento dei vaccini sia un business miliardario lo afferma in modo chiaro il presidente e general manager di Glaxo Smith Kline, Jean Stèphane, in questo documento video pubblicato sulla pagina https://www.youtube.com/watch?v=TJWIINm52v0 dove spiega come la combinazione di più vaccini faccia arricchire le aziende farmaceutiche a danno della concorrenza.
7) Che l’accorpamento dei vaccini sia un business miliardario lo afferma in modo chiaro il presidente e general manager di Glaxo Smith Kline, Jean Stèphane, in questo documento video pubblicato sulla pagina https://www.youtube.com/watch?v=TJWIINm52v0 dove spiega come la combinazione di più vaccini faccia arricchire le aziende farmaceutiche a danno della concorrenza.
9) https://farmaci.agenziafarmaco.gov.it/aifa/servlet/PdfDownloadServlet?pdfFileName=footer_000200_038200_FI.pdf&retry=0&sys=m0b1l3
http://www.salute.gov.it/portale/CV692009/CV_pubblicazioni_Guerra_n.pdf
10) 323 Codice Penale: “Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità.
http://www.salute.gov.it/portale/CV692009/CV_pubblicazioni_Guerra_n.pdf
10) 323 Codice Penale: “Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità.
12) Relazione sull’attività d’inchiesta in materia di sicurezza sul lavoro e tutela ambientale nelle forze armate, XVII legislatura, Camera dei Deputati: http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato9045524.pdf
12/06/2017
Vaccinismo di guerra
di Alexik
“Sui vaccini credete agli scienziati! Non ai cialtroni!”.
Da qualche mese questo messaggio ci viene ripetuto come un mantra da tutta la compagine renziana, dai vertici del dicastero della salute, da esponenti della classe medica e da gran parte del giornalismo e opinion makers nostrani.
Ma all’indomani della entrata in vigore del decreto Lorenzin diventa più che mai una ‘questione di necessità ed urgenza’ capire, in tema di vaccini, il cialtrone chi è.
Certo, io non mi permetterei mai di pensare che sia un cialtrone chi impone la vaccinazione forzata, da effettuarsi in pochi mesi, di 816.836 bambini e ragazzi, con 8 vaccini supplementari da sommare ai quattro precedentemente obbligatori, mandando nel delirio le ASL e le segreterie scolastiche che dagli asili alle superiori dovranno controllare la documentazione vaccinale (cioè i libretti vaccinali, le autocertificazioni, le prenotazioni alla ASL, oltre a tutti i casi di esenzione e di ricorso) per bambini e ragazzi dai 6 mesi ai 16 anni, tenendo conto che la popolazione in tali fasce d’età è di circa 8 milioni di persone.
Non mi permetterei mai di pensare che sia un cialtrone chi trasforma i presidi in poliziotti, obbligati a denunciare i genitori che non vaccinano abbastanza i loro figli, o a vietare ai bambini ipovaccinati l’accesso ad asili e materne, escludendoli dalle classi e dai contesti relazionali ed affettivi che magari fino all’anno prima frequentavano...
Non mi permetterei mai!
Perché questi – sia pur dolorosi – provvedimenti sono indispensabili per far fronte alle terribili epidemie che dilagano nella penisola o incombono sull’italica stirpe.
E poco importa se bisognerà radiare dall’ordine i medici dissenzienti, mettere a tacere ogni voce critica tramite una violentissima campagna denigratoria, imporre TSO, trattare alla stregua di criminali, untori e potenziali assassini i genitori che non intendono obbedire!
Perché il fine ultimo è la salvezza nazionale, a fronte dell’attacco simultaneo da parte di miliardi di invisibili, multiformi e microscopici nemici. A cominciare dal morbillo, i cui eserciti virali hanno già da tempo assalito le estremità occidentali d’Europa.
Il ministro Lorenzin lanciò l’allarme all’inizio dell’invasione, il 22 ottobre 2014, davanti alle telecamere di “Porta a Porta” (min.36): “solo di morbillo a Londra, cioè in Inghilterra, lo scorso anno (2013) sono morti 270 bambini per una epidemia di morbillo molto grave”.
Esattamente un anno dopo, il 22 ottobre 2015, il ministro ribadiva a Piazza Pulita che “Di morbillo si muore, in Europa!... c’è stata una epidemia di morbillo a Londra lo scorso anno (cioè nel 2014), sono morti più di 200 bambini...”.
La Lorenzin, a cui non sfugge nulla, ne sapeva più che i londinesi, ai quali quei 270 bambini morti di morbillo nel 2013, sommati ai 200 dell’anno successivo, proprio non risultavano.
Infatti i dati del Department of Health di sua maestà britannica parlavano, per il 2013, di n. 1 decessi per le conseguenze del morbillo a livello nazionale. La vittima in questione non era un bambino ma un 25enne, morto per una polmonite acuta. Nessun decesso, invece, per fortuna, nel 2014.
Ora, io non ce l’ho con la Lorenzin, poveretta, ma – che diamine! – almeno quelli del suo entourage di ‘luminari’ dell’Istituto Superiore di Sanità non avrebbero potuto dirle qualcosa?
Anche perché se non le dicono niente quella persevera, come nell’intervista rilasciata al Messaggero il 21 luglio 2016, dove ribadisce: “in Gran Bretagna tre anni fa c’è stata una epidemia di morbillo – dovuta proprio al fatto che molti avevano rinunciato al vaccino – che ha causato la morte di centinaia di persone”.
Insomma, non solo per il ministro ci sarebbero stati in UK centinaia di morti mai esistiti, ma l’origine di tale ecatombe andrebbe ricercata nella scarsa copertura vaccinale, addebitabile alla nefasta propaganda dei biechi no-vax.
A questo proposito è però interessante leggere il rapporto di valutazione dell’epidemia redatto dai diretti interessati del UK Department of Health:
Londra, dove le vaccinazioni MMR dei bambini arrivavano solo al 87%, era stata colpita dal morbillo meno del nord ovest e del nord est del paese.
Complessivamente, fra gli 8 milioni e seicentomila londinesi, gli ammalati di morbillo nel 2013 furono 192 (lo 0,0022% della popolazione) e 59 nel 2014.
In tutto il regno, 108 malati necessitarono di ricovero ospedaliero, e 15 subirono complicazioni quali polmoniti, infezioni dell’apparato respiratorio, meningiti e gastroenteriti.
Con tutto il rispetto per le persone ammalate e per il morto, gli effetti dell’epidemia non potevano essere paragonate a quelli delle grandi catastrofi.
Più grave, invece, la situazione in Romania, dove il morbillo ha contagiato, da gennaio 2016 a fine marzo 2017, 3400 persone, con 17 morti.
Anche in questo caso l’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità, gran supporter delle vaccinazioni di massa, ha esortato ad innalzare in tutta Europa la copertura del MMR oltre il 95%, esortazione immediatamente ripresa dal nostro ministero della salute e dalla stampa tutta.
Nessuno dei nostri maestri del giornalismo ha però sentito l’esigenza di scomodarsi per andare a verificare sul posto le caratteristiche dell’epidemia, magari accompagnato dai colleghi rumeni, che hanno fatto sull’argomento degli interessanti reportages.
Sulla Gazeta de Nord-Vest, in una corrispondenza del 9 marzo da Rătești, un villaggio del distretto di Argeș dove si è verificato un focolaio, una dottoressa dice:
La corrispondenza è del 14 maggio scorso, e rileva come il contagio continui come prima. Descrive come a Măgura i bambini giochino a piedi nudi su strade sterrate, tra la sporcizia, perchè il municipio non le fa pulire. Descrive la scarsa scolarizzazione, l’indifferenza delle autorità sanitarie nella prevenzione, monitoraggio e cura.
Il fatto è che quando parlano di epidemie, né l’OMS, né le nostre autorità sanitarie si curano di indagare le condizioni socioeconomiche, igieniche, nutrizionali, l’accessibilità ai farmaci e ai servizi sanitari, dei contesti dove il virus si inserisce. O di chiedersi se è più facile passare dal morbillo alla polmonite quando si vive in abitazioni umide e malriscaldate, e poi morirne per le difficoltà di accesso agli antibiotici.
L’unica causa dell’epidemia e dei morti risulta essere la mancanza di vaccinazioni di massa, non la miseria.
L’unica soluzione prospettata è la vaccinazioni di massa, non il superamento di quelle condizioni di marginalità.
Davanti all’emergenza rumena, il nostro ministro della salute ha colto l’occasione per rilanciare l’indiscutibilità delle vaccinazioni forzate anche in Italia, seppure le condizioni di miseria presenti in posti come Rătești o Măgura qui da noi siano molto più limitate che in Romania. Per ora.
Questo fatto mi induce un dubbio ed una preoccupazione.
Negli ultimi tempi il ministro Lorenzin e la sua crociata sui vaccini sono state fatte oggetto di numerosi attacchi.
Qualcuno ha tirato fuori anche la corruzione a suon di rolex.
Ipotesi che non mi trova d’accordo.
Se la questione fosse così semplice, sarebbe semplice anche la soluzione.
Basterebbe organizzare un crowdfunding.
Della serie: il rolex te lo regaliamo noi, basta che non ci imponi le tue politiche sanitarie deliranti.
Comincio a temere però che la spiegazione sia un’altra.
Non è che nella sua ‘estrema lungimiranza’, la Lorenzin stia tentando in qualche modo di preparare il sistema immunitario di gran parte della popolazione italiana alle condizioni di miseria crescente, prodotte dalle politiche sociali, abitative e del lavoro, che da anni, in maniera bypartisan, questa classe politica e i suoi mandanti economico/finanziari stanno continuando a infliggerci ?(Continua)
Nota:
Ringrazio per le dritte sulla Lorenzin e l’epidemia londinese Paolo Bellavite, Professore Associato di Patologia Generale, Università degli Studi di Verona. Il contenuto del suo documento ‘Scienza e vaccinazioni. Aspetti critici e problemi aperti‘ sarà uno dei testi che ci accompagneranno nelle prossime puntate di ‘Vaccinismo di guerra’ ...proprio perchè è bene credere agli scienziati e non ai cialtroni.
Fonte
“Sui vaccini credete agli scienziati! Non ai cialtroni!”.
Da qualche mese questo messaggio ci viene ripetuto come un mantra da tutta la compagine renziana, dai vertici del dicastero della salute, da esponenti della classe medica e da gran parte del giornalismo e opinion makers nostrani.
Ma all’indomani della entrata in vigore del decreto Lorenzin diventa più che mai una ‘questione di necessità ed urgenza’ capire, in tema di vaccini, il cialtrone chi è.
Certo, io non mi permetterei mai di pensare che sia un cialtrone chi impone la vaccinazione forzata, da effettuarsi in pochi mesi, di 816.836 bambini e ragazzi, con 8 vaccini supplementari da sommare ai quattro precedentemente obbligatori, mandando nel delirio le ASL e le segreterie scolastiche che dagli asili alle superiori dovranno controllare la documentazione vaccinale (cioè i libretti vaccinali, le autocertificazioni, le prenotazioni alla ASL, oltre a tutti i casi di esenzione e di ricorso) per bambini e ragazzi dai 6 mesi ai 16 anni, tenendo conto che la popolazione in tali fasce d’età è di circa 8 milioni di persone.
Non mi permetterei mai di pensare che sia un cialtrone chi trasforma i presidi in poliziotti, obbligati a denunciare i genitori che non vaccinano abbastanza i loro figli, o a vietare ai bambini ipovaccinati l’accesso ad asili e materne, escludendoli dalle classi e dai contesti relazionali ed affettivi che magari fino all’anno prima frequentavano...
Non mi permetterei mai!
Perché questi – sia pur dolorosi – provvedimenti sono indispensabili per far fronte alle terribili epidemie che dilagano nella penisola o incombono sull’italica stirpe.
E poco importa se bisognerà radiare dall’ordine i medici dissenzienti, mettere a tacere ogni voce critica tramite una violentissima campagna denigratoria, imporre TSO, trattare alla stregua di criminali, untori e potenziali assassini i genitori che non intendono obbedire!
Perché il fine ultimo è la salvezza nazionale, a fronte dell’attacco simultaneo da parte di miliardi di invisibili, multiformi e microscopici nemici. A cominciare dal morbillo, i cui eserciti virali hanno già da tempo assalito le estremità occidentali d’Europa.
Il ministro Lorenzin lanciò l’allarme all’inizio dell’invasione, il 22 ottobre 2014, davanti alle telecamere di “Porta a Porta” (min.36): “solo di morbillo a Londra, cioè in Inghilterra, lo scorso anno (2013) sono morti 270 bambini per una epidemia di morbillo molto grave”.
Esattamente un anno dopo, il 22 ottobre 2015, il ministro ribadiva a Piazza Pulita che “Di morbillo si muore, in Europa!... c’è stata una epidemia di morbillo a Londra lo scorso anno (cioè nel 2014), sono morti più di 200 bambini...”.
La Lorenzin, a cui non sfugge nulla, ne sapeva più che i londinesi, ai quali quei 270 bambini morti di morbillo nel 2013, sommati ai 200 dell’anno successivo, proprio non risultavano.
Infatti i dati del Department of Health di sua maestà britannica parlavano, per il 2013, di n. 1 decessi per le conseguenze del morbillo a livello nazionale. La vittima in questione non era un bambino ma un 25enne, morto per una polmonite acuta. Nessun decesso, invece, per fortuna, nel 2014.
Ora, io non ce l’ho con la Lorenzin, poveretta, ma – che diamine! – almeno quelli del suo entourage di ‘luminari’ dell’Istituto Superiore di Sanità non avrebbero potuto dirle qualcosa?
Anche perché se non le dicono niente quella persevera, come nell’intervista rilasciata al Messaggero il 21 luglio 2016, dove ribadisce: “in Gran Bretagna tre anni fa c’è stata una epidemia di morbillo – dovuta proprio al fatto che molti avevano rinunciato al vaccino – che ha causato la morte di centinaia di persone”.
Insomma, non solo per il ministro ci sarebbero stati in UK centinaia di morti mai esistiti, ma l’origine di tale ecatombe andrebbe ricercata nella scarsa copertura vaccinale, addebitabile alla nefasta propaganda dei biechi no-vax.
A questo proposito è però interessante leggere il rapporto di valutazione dell’epidemia redatto dai diretti interessati del UK Department of Health:
“Nei primi tre mesi del 2013, c’è stato un incremento a 587 casi di morbillo, nonostante il livello di copertura da parte del vaccino trivalente MMR (per parotite, morbillo e rosolia, ndr) non sia mai stato così alto, con il 94% dei bambini fino ai 5 anni che ne avevano già ricevuto due dosi.In pratica, non era vero che la copertura vaccinale fosse bassa. Al contrario, era altissima, ma ciò nonostante, l’epidemia si era sviluppata ugualmente.
I casi di morbillo risultavano distribuiti in tutta l’Inghilterra, con i numeri più alti nel nord ovest e nel nord est”.
Londra, dove le vaccinazioni MMR dei bambini arrivavano solo al 87%, era stata colpita dal morbillo meno del nord ovest e del nord est del paese.
Complessivamente, fra gli 8 milioni e seicentomila londinesi, gli ammalati di morbillo nel 2013 furono 192 (lo 0,0022% della popolazione) e 59 nel 2014.
In tutto il regno, 108 malati necessitarono di ricovero ospedaliero, e 15 subirono complicazioni quali polmoniti, infezioni dell’apparato respiratorio, meningiti e gastroenteriti.
Con tutto il rispetto per le persone ammalate e per il morto, gli effetti dell’epidemia non potevano essere paragonate a quelli delle grandi catastrofi.
Più grave, invece, la situazione in Romania, dove il morbillo ha contagiato, da gennaio 2016 a fine marzo 2017, 3400 persone, con 17 morti.
Anche in questo caso l’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità, gran supporter delle vaccinazioni di massa, ha esortato ad innalzare in tutta Europa la copertura del MMR oltre il 95%, esortazione immediatamente ripresa dal nostro ministero della salute e dalla stampa tutta.
Nessuno dei nostri maestri del giornalismo ha però sentito l’esigenza di scomodarsi per andare a verificare sul posto le caratteristiche dell’epidemia, magari accompagnato dai colleghi rumeni, che hanno fatto sull’argomento degli interessanti reportages.
Sulla Gazeta de Nord-Vest, in una corrispondenza del 9 marzo da Rătești, un villaggio del distretto di Argeș dove si è verificato un focolaio, una dottoressa dice:
“E ‘una situazione più sfavorevole, la madre non è a casa, i bambini sono allevati dalla nonna. Si tratta di una situazione sociale difficile. Qui abbiamo una comunità dove abbiamo 35 casi di morbillo accertati.“Codruţa Simina, giornalista di Press One, è autrice di una corrispondenza da Măgura, frazione di Bocșa, nel distretto transilvano di Caraș-Severin, dove si è verificato uno dei focolai, e la morte di un bambino.
La corrispondenza è del 14 maggio scorso, e rileva come il contagio continui come prima. Descrive come a Măgura i bambini giochino a piedi nudi su strade sterrate, tra la sporcizia, perchè il municipio non le fa pulire. Descrive la scarsa scolarizzazione, l’indifferenza delle autorità sanitarie nella prevenzione, monitoraggio e cura.
Il fatto è che quando parlano di epidemie, né l’OMS, né le nostre autorità sanitarie si curano di indagare le condizioni socioeconomiche, igieniche, nutrizionali, l’accessibilità ai farmaci e ai servizi sanitari, dei contesti dove il virus si inserisce. O di chiedersi se è più facile passare dal morbillo alla polmonite quando si vive in abitazioni umide e malriscaldate, e poi morirne per le difficoltà di accesso agli antibiotici.
L’unica causa dell’epidemia e dei morti risulta essere la mancanza di vaccinazioni di massa, non la miseria.
L’unica soluzione prospettata è la vaccinazioni di massa, non il superamento di quelle condizioni di marginalità.
Davanti all’emergenza rumena, il nostro ministro della salute ha colto l’occasione per rilanciare l’indiscutibilità delle vaccinazioni forzate anche in Italia, seppure le condizioni di miseria presenti in posti come Rătești o Măgura qui da noi siano molto più limitate che in Romania. Per ora.
Questo fatto mi induce un dubbio ed una preoccupazione.
Negli ultimi tempi il ministro Lorenzin e la sua crociata sui vaccini sono state fatte oggetto di numerosi attacchi.
Qualcuno ha tirato fuori anche la corruzione a suon di rolex.
Ipotesi che non mi trova d’accordo.
Se la questione fosse così semplice, sarebbe semplice anche la soluzione.
Basterebbe organizzare un crowdfunding.
Della serie: il rolex te lo regaliamo noi, basta che non ci imponi le tue politiche sanitarie deliranti.
Comincio a temere però che la spiegazione sia un’altra.
Non è che nella sua ‘estrema lungimiranza’, la Lorenzin stia tentando in qualche modo di preparare il sistema immunitario di gran parte della popolazione italiana alle condizioni di miseria crescente, prodotte dalle politiche sociali, abitative e del lavoro, che da anni, in maniera bypartisan, questa classe politica e i suoi mandanti economico/finanziari stanno continuando a infliggerci ?(Continua)
Nota:
Ringrazio per le dritte sulla Lorenzin e l’epidemia londinese Paolo Bellavite, Professore Associato di Patologia Generale, Università degli Studi di Verona. Il contenuto del suo documento ‘Scienza e vaccinazioni. Aspetti critici e problemi aperti‘ sarà uno dei testi che ci accompagneranno nelle prossime puntate di ‘Vaccinismo di guerra’ ...proprio perchè è bene credere agli scienziati e non ai cialtroni.
Fonte
25/09/2016
Nuovi ticket, la sanità diventa (quasi) privata
Mentre in televisione sorrideva fissa, come le hanno insegnato ai corsi di Publitalia-Forza Italia, la ministra della salute Beatrice Lorenzin – giustamente ridicolizzata per le campagne abortite sul Fertility Day – assicurava giuliva che "nella legge di stabilità ci saranno due miliardi in più per la sanità". A far intendere che, aumentando la spesa, avrebbe funzionato meglio o si sarebbe creato lo spazio per ridurre qualche ticket.
E' vero naturalmente il contrario: i ticket aumentano. Anzi, vengono introdotti anche per prestazioni che finora erano esenti dal pagamento di un balzello supplementare (per finanziare la sanità pubblica, infatti, paghiamo già le tasse).
Per saperlo, però, bisogna letteralmente scoprirlo spulciando pazientemente i documenti governativi (la relazione tecnica del ministero della Salute al decreto sui Lea). Solo così, infatti, qualcuno – in questo caso qualche funzionario non dormiente o non ancora "complicizzato" della Cgil – ha notato che sono stati decisi nuovi "Livelli essenziali di assistenza" (Lea). Si tratta della lista di cure e prestazioni garantite ai cittadini gratuitamente o con compartecipazione alla spesa. Basta spostare alcune voci dalla gratuità alla "compartecipazione" e il gioco è fatto. Interventi di piccola chirurgia finora gratuite, come l’intervento per la cataratta o per il tunnel carpale, oppure dall’ernia al dito a martello, dall’impianto e ricostruzione del cristallino fino a interventi di artroscopia ed artroplastica. Si tratta, in tutto, di 24 prestazioni che diventeranno a pagamento.
Le maggiori entrate previste non sono poi decisive: appena 60 milioni. Ci si dovrebbe quindi chiedere perché tanto zelo nello stilare una lista di "risparmi" dal risultato così impercettibile. Guardando meglio, però, si vede che si tratta quasi sempre di interventi per patologie tipiche di persone anziane. Dunque, più che al risparmio, si punta al rapido degrado delle condizioni di vita di questa fascia di età, favorendone la "riduzione delle aspettative di vita".
In effetti, così le cose acquistano un certo senso. Macabro.
Fonte
E' vero naturalmente il contrario: i ticket aumentano. Anzi, vengono introdotti anche per prestazioni che finora erano esenti dal pagamento di un balzello supplementare (per finanziare la sanità pubblica, infatti, paghiamo già le tasse).
Per saperlo, però, bisogna letteralmente scoprirlo spulciando pazientemente i documenti governativi (la relazione tecnica del ministero della Salute al decreto sui Lea). Solo così, infatti, qualcuno – in questo caso qualche funzionario non dormiente o non ancora "complicizzato" della Cgil – ha notato che sono stati decisi nuovi "Livelli essenziali di assistenza" (Lea). Si tratta della lista di cure e prestazioni garantite ai cittadini gratuitamente o con compartecipazione alla spesa. Basta spostare alcune voci dalla gratuità alla "compartecipazione" e il gioco è fatto. Interventi di piccola chirurgia finora gratuite, come l’intervento per la cataratta o per il tunnel carpale, oppure dall’ernia al dito a martello, dall’impianto e ricostruzione del cristallino fino a interventi di artroscopia ed artroplastica. Si tratta, in tutto, di 24 prestazioni che diventeranno a pagamento.
Le maggiori entrate previste non sono poi decisive: appena 60 milioni. Ci si dovrebbe quindi chiedere perché tanto zelo nello stilare una lista di "risparmi" dal risultato così impercettibile. Guardando meglio, però, si vede che si tratta quasi sempre di interventi per patologie tipiche di persone anziane. Dunque, più che al risparmio, si punta al rapido degrado delle condizioni di vita di questa fascia di età, favorendone la "riduzione delle aspettative di vita".
In effetti, così le cose acquistano un certo senso. Macabro.
Fonte
22/09/2016
Fertility Day o fascisti su Marte?
Non siamo intervenuti, questa volta, sull'ennesima figuraccia del governo – nella persona del ministro della salute, Beatrice Lorenzin, insieme ad Alfano ministro di lungo corso con Berlusconi o senza – né sull'osceno opuscoletto razzista e tardo-anticomunista commissionato a qualche oscuro "creativo" fascistoide. Troppo facile infierire, troppi insulti che salivano alla mente. Poi, per fortuna, la ministra ci ha voluto aggiungere un tocco tutto suo.
La Lorenzin, scajolianamente, si è defilata asserendo che tutto era avvenuto "a sua insaputa", come se lei, al ministero, ci andasse solo per ritirare lo stipendio aggiuntivo a quello di parlamentare.
Ha come sempre licenziato il sottoposto – la o il "direttore della comunicazione" del ministero – in perfetta coerenza con l'affermazione di cui sopra (attendiamo senza ansie il memoriale della o del "licenziato"). Ciò non le ha comunque risparmiato uno sputtanamento internazionale pressoché epocale (vedere per credere, qui di seguito, l'inglese The Guardian).
Come hanno velocemente scoperto sui social network, il manifestino incriminato era un banale copia e incolla di due diverse foto niente affatto originali: la pubblicità di una società inglese di ortodonzia (dentiere, insomma...) e una foto prelevata da uno store statunitense già utilizzata da Scientology per una campagna Narcocon contro l'uso dell'eroina. L'unica curiosità è sapere quanto hanno messo a conto i "creativi" per queste due immagini, visto che la prima è ovviamente gratis e la seconda è scaricabile pagando 7 dollari.
Molto vere e autentiche sono invece le proteste di donne e non solo in molte piazze italiane, stamattina. E queste ci interessano, invece. Dalla protesta di Roma prendiamo la foto di Patrizia Cortellessa, che centra fra l'altro un cartello con la domanda vera da rivolgere a Lorenzin e ai fascistelli da lei assunti come creativi: perché chiedere nuovi figli quando non mantenete quelli vecchi?
Per divertirvi, invece, le foto originali e patchwork ministeriale:
Fonte
08/09/2016
In passato, l’orologio biologico delle
donne era anche la vicina/parente impicciona che chiedeva
insistentemente novità alla sposina. Oggi in periodo di comunicazione
politically correct occorre spiegare, informare in modo capillare e
continuativo, portare a conoscenza delle donne e degli uomini che la
fertilità è una curva gaussiana che comincia a scendere molto prima che
la donna consideri la questione come una opportunità.
[Piano nazionale per la fertilità]
[Piano nazionale per la fertilità]
Eccoci qua. Rientrati dalle ferie, per chi ha avuto la fortuna di godersele, troviamo un bel regalino di inizio anno: l’istituzione, nientemeno, del Fertility Day, una giornata pensata apposta per incrementare la scarsa natalità italiana. Una campagna che si dà come dichiarazione di intenti la diffusione di informazioni sulla prevenzione e la cura di patologie legate alla sterilità ma che, nella realtà, cerca di mettere una pezza a colori sul fatto che in Italia, mentre l’età media si alza e la vita media si allunga, il numero di nuovi nati diminuisce di anno in anno: ed è così che assistiamo alla traslazione semantica, forse per influenza della lingua inglese, per cui il termine “fertilità” – condizione biologica che indica la potenzialità riproduttiva di un individuo – diventa sinonimo di “fecondità”, di promozione della natalità e addirittura di “maternità”. Quel che si rischia, secondo il ministero della Salute, è un costante, inesorabile e irreversibile invecchiamento della popolazione. Le conseguenze sono prese in considerazione dal documento ufficiale del Governo (leggi) volto a presentare e spiegare le motivazioni dell’istituzione del Piano nazionale per la fertilità, di cui il Fertility Day è solo la punta dell’iceberg:
La combinazione tra la persistente denatalità ed il progressivo aumento della longevità conducono a stimare che, nel 2050, la popolazione inattiva sarà in misura pari all’84% di quella attiva. Questo fenomeno inciderà sulla disponibilità di risorse in grado di sostenere l’attuale sistema di welfare, per effetto della crescita della popolazione anziana inattiva e della diminuzione della popolazione in età attiva.Viene da chiedersi, di preciso, a QUALE sistema di welfare il documento faccia riferimento, visti i continui tagli alla sanità, all’istruzione, al sistema pensionistico e il massacro costante di ogni più basilare diritto sui luoghi di lavoro (per chi ha la fortuna di trovarne uno, ma vabbè). Viene da chiedersi, inoltre, COME questa “popolazione in età attiva” dovrebbe finanziare il welfare, visto che il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 40% e quello generale supera l’11% (leggi).
Consigliamo la lettura integrale del documento ufficiale, un vero capolavoro di cerchiobottismo all’italiana: mentre da un lato si elencano, di sfuggita, le evidenti difficoltà che i giovani devono affrontare per trovare lavoro, emanciparsi e rendersi indipendenti, dall’altro si sottolinea che
i giovani tendono, ormai, a procrastinare le scelte decisive. Mutano i ruoli, le fasi, i tempi di ogni età, con conseguenze sociali, biologiche e di sostenibilità ancora globalmente da esplorare. Da un punto di vista psicologico sembra diffuso un ripiegamento narcisistico sulla propria persona e sui propri progetti, inteso sia come investimento sulla realizzazione personale e professionale, sia come maggiore attenzione alle esigenze della sicurezza, con tendenza all’autosufficienza da un punto di vista economico e affettivo. Tale disposizione, spesso associata ad una persistenza di un’attitudine adolescenziale, facilitata dalla crisi economica e dalla perdita di valori e di identificazioni forti, si riflette sulla vita di coppia e porta a rinviare il momento della assunzione del ruolo genitoriale, con i compiti a questo legati. Nelle donne, in particolare, sono andati in crisi i modelli di identificazione tradizionali ed il maggiore impegno nel campo lavorativo e nel raggiungimento di un autonomia ed autosufficienza ha portato ad un aumento dei conflitti tra queste tendenze e quelle rivolte alla maternità.Insomma, secondo il governo i giovani nel Paese si farebbero scudo della crisi economica galoppante per persistere in un indulgente atteggiamento di pigrizia e non farsi carico della loro principale funzione, l’unica che, a quanto pare, darebbe un senso alle loro altrimenti incomplete esistenze: sfornare braccia da lavoro italianissime per una nazione altrimenti popolata da vecchi (che, per inciso, continueranno a lavorare fino allo stremo, visto il costante innalzamento dell’età pensionabile). Narcisisti, egoisti, tutti presi a farsi un’istruzione e cercare di diventare economicamente indipendenti da genitori che hanno sacrificato praticamente tutta la loro esistenza per permettere loro di studiare, quando non emigrano, pare non abbiano proprio intenzione di figliare prima di essersi realizzati personalmente. Ma a essere chiamati choosy e capricciosi ci siamo abituati, è una tendenza contro cui combattiamo da tempo. Quello ci aspettavamo meno era che con soldi pubblici venisse promossa una delle più mortificanti e retrograde campagne denigratorie verso le donne degli ultimi anni.
Leviamoci subito il dente rispetto a quella che è stata, probabilmente, una delle peggiori scelte in campo comunicativo dell’ultimo periodo. Una aberrante foto promozionale della campagna (ideata dall’agenzia di Milano Mediaticamente, che ha prontamente fatto sparire dal sito ogni riferimento a questo lavoro dopo aver constatato la colossale figura di merda fatta), con una giovane donna che si carezza la pancia e brandisce minacciosa una clessidra, con la scritta: «La bellezza non ha età, la fertilità sì». Ci sentiamo, a questo punto, di richiamare un bell’articolo di Anna Momigliano uscito qualche mese fa e intitolato L’amore ai tempi dell’orologio biologico in cui, a partire da un’analisi di blog e siti di informazione, si legge:
Il messaggio diffuso sembra essere non soltanto che la vita riproduttiva di una donna ha una data di scadenza (fatto questo incontrovertibile); ma anche che il punto di non ritorno sia molto più prossimo di quanto le convenzioni sociali lascerebbero intendere; e che di conseguenza una donna, se desidera essere prima o poi madre, debba fare le sue scelte romantiche e lavorative a partire da questo termine: resta con lui, non aspettare un contratto, o rischi di morire senza figli. […] Oggi […], quando i media internazionali parlano di «orologio biologico» lo fanno rappresentando «i corpi femminili come fossero degli ordigni col timer» e per «avvertire le donne che rimandare la gravidanza potrebbe essere qualcosa che un giorno rimpiangeranno».Insomma, la campagna sul Fertility Day è basata esattamente su quello che il documento del Piano per la Fertilità asseriva di voler evitare, ovvero:
Il messaggio da divulgare non deve generare ansia per l’orologio biologico che corre: il tempo costituisce già per la donna moderna un fattore critico quanto piuttosto deve incentrarsi sul valore della maternità e del concepimento e sul vantaggio di comprendere ora, subito, che non è indispensabile rimandare la decisione di avere un figlio.Di che vantaggio stiamo parlando? È presto detto:
L’organizzazione ingegnosa che serve a far quadrare il ritmo delle giornate di una mamma, la flessibilità necessaria a gestire gli imprevisti, la responsabilità e le scelte implicite nel lavoro di cura, le energie che quotidianamente mette in campo una madre sono competenze e potenziali ancora da esplorare e capire come incentivare e utilizzare al rientro al lavoro.Quel che ci si augura, insomma, è che essere madre sia percepito come un punto di forza per una lavoratrice, qualcosa da scrivere orgogliosamente sul proprio curriculum, qualcosa che acuisce e accresce competenze e capacità e di cui i datori di lavoro siano impressionati.
Fughiamo subito ogni dubbio: nutriamo un grande rispetto per chi – compresi alcuni di noi – decide di far nascere ed educare dei figli nella situazione economica attuale, in maniera coraggiosa e sacrificata e praticamente senza nessun sostegno da parte dello Stato. Le parole sopracitate – che tra l’altro riducono praticamente il fare i figli a una questione solo femminile – ci sembrano però uno schiaffo in pieno volto a tutte quelle donne che ai colloqui di lavoro si sentono chiedere se sono sposate, se hanno figli o se intendono averne, a quelle costrette a firmare dimissioni in bianco, a quelle che sanno che, se decidono di fare (o tenere) un bambino perderanno non solo il proprio sostentamento economico, ma anche una grossa fetta della propria indipendenza e della propria realizzazione personale. Perché è così: in un’Italia dove l’accesso agli asili pubblici è una guerra feroce tra poveri e quelli privati costano quanto un intero stipendio, mettere al mondo dei figli, a qualunque età, è già un atto di grande coraggio. Il governo e l’UE, che in altri paesi con analoghi problemi di natalità sta cominciando a porsi il problema di come aumentare le nascite, da un lato tagliano i fondi ai diritti fondamentali e dall’altro sperperano denaro pubblico – parliamo di oltre 150mila euro – in ignobili campagne volte a colpevolizzare quelle donne che, per scelta o per necessità, hanno deciso di aspettare per progettare la nascita di un figlio. Tra le responsabilità di cui si caricano le donne c’è persino quella del sostegno del welfare: i tagli deriverebbero non da scelte politiche mirate dei governi liberisti e dell’UE, ma dall’egoismo di quelle che – tutte prese dall’istruzione e dalla carriera, insomma dal voler “fare gli uomini” – non produrrebbero figli necessario a mantenerlo. Tutto ciò è grottesco.
Il fatto poi che ci siano donne che decidono, consapevolmente, di non riprodursi, è una vittoria per un paese che voglia definirsi anche solo vagamente progredito (passateci il termine): e, non a caso, la riduzione del numero medio di figli per donna è, insieme al matrimonio tardivo, una caratteristica di tutti i paesi industrializzati. Processo tra l’altro non troppo recente, visto che in alcuni paesi, come la Francia, è iniziato già nel XVII secolo: pesino T.R. Malthus ne parlò nel suo celebre Saggio sul principio di popolazione nel 1798.
Insomma, l’essersi liberate (almeno in parte) dal circolo vizioso in base al quale si poteva uscire di casa solo da sposate, seguendo un senso unico che ha come diretta conseguenza la riproduzione, è una delle più grandi conquiste delle donne nell’ultimo secolo. Studiare, informarsi, crescere e diventare indipendenti economicamente e socialmente. Sviluppare un pensiero critico personale slegato da quello del proprio partner. Percepirsi come persona e non come figlia, poi moglie, poi madre, domestica, incubatrice, infermiera di un uomo: combattere per la propria dignità quotidianamente in una società ancora troppo sessista, sia negli aspetti pratici sia in quelli ideologici (ne parlavamo qui, non a caso, qualche mese fa).
Evidentemente la ministra Lorenzin e il suo staff – nel quale spicca la cattolicissima Assuntina Morresi, nota come «barricadera del diritto alla vita e della famiglia, arcinemica dell’eterologa, della pillola abortiva, dell’eutanasia» e membro del Tavolo consultivo sulla fertilità del governo – non la pensano così:
In sostanza, una maggiore vulnerabilità sul piano della sicurezza economica, la crisi di valori che facciano da modelli, funzionamenti narcisistici, la tendenza a privilegiare la propria realizzazione, personale e professionale, incapacità e paure ad assumersi le responsabilità genitoriali costituiscono un insieme di fattori che si rinforzano reciprocamente ed ostacolano il progetto procreativo. Tali considerazioni sembrano in accordo con i rilievi statistici che evidenziano come siano soprattutto le donne italiane, rispetto a quelle immigrate a procrastinare la nascita del primo figlio. Cosa fare, dunque, di fronte ad una società che ha scortato le donne fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità? La collettività, le istituzioni, il competitivo mondo del lavoro, apprezzano infatti le competenze femminili, ma pretendono comportamenti maschili. Dopo avere valorizzato le caratteristiche di indipendenza e realizzazione di sé delle bambine e giovani donne, dopo aver fatto in modo che si tendesse ad una parità di genere, che ha portato alla conquista di un titolo di studio, spesso di secondo livello e un lavoro agognato, magari di responsabilità, la maternità appare improvvisamente alle donne come un preoccupante salto nel buio, un ostacolo ai progetti di affermazione personale. Nel paese degli stereotipi di genere, quello “mammone”, dei “bamboccioni” e della pubblicità con il “mulino”, una donna su cinque non fa più figli.Solo su questo paragrafo si potrebbero sprecare fiumi di inchiostro. Competenze femminili? Ruoli maschili? Ma di che stiamo parlando? Il governo italiano sta davvero (e ribadiamo, coi soldi pubblici per giunta) promuovendo una campagna che dice a chiare lettere che esistono delle differenze di genere e che alcune e non meglio identificate tipologie di lavoro (o un’istruzione superiore) renderebbero le donne “mascoline”? Che le donne possiedono delle “competenze” innate, date dal solo fatto di essere biologicamente strutturate in un certo modo? Davvero siamo ancora fermi a una concezione secondo cui i ruoli e le competenze sono “innati” e non TUTTI – a partire dal cosiddetto “istinto materno” (leggi 1, 2 e 3) – fenomeni culturalmente e socialmente connotati? Al governo mancano le letture fondamentali, prima tra tutte la Simone de Beauvoir del Secondo sesso, che ci ha insegnato che «donne non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna».
Tutta questa campagna puzza di fascismo, di reazione e di cattivo gusto. E parliamo di fascismo non in senso lato, per cui ogni cosa che non ci piace sarebbe “fascista”. No, ci riferiamo proprio ad alcune delle fasi del regime mussoliniano, alle sue politiche sulla maternità e l’infanzia, alla sua tassa sul celibato, alla sua una campagna contro la cosiddetta “donna crisi” – urbana, indipendente, amante del lavoro e “mascolinizzata” – che veniva contrapposta ai modelli positivi della “donna autentica” e della “massaia rurale” – donna-madre, patriottica, rurale, florida, forte, tranquilla e prolifica. Ci riferiamo alla sua campagna contro la contraccezione e l’aborto, giudicati crimini «contro l’integrità della stirpe». Ci riferiamo ai suoi manuali di igiene, in cui si affermava che «lo scopo della vita di ogni donna è il figlio», e ai suoi premi elargiti alle donne più prolifiche. Ci riferiamo alla sua reclusione in manicomio delle donne con una personalità non adeguata agli stereotipi culturali del regime o che non assolsero completamente ai nuovi compiti imposti dalla “Rivoluzione Fascista” (segnaliamo una mostra proprio su questo tema che inizierà la prossima settima alla Casa della memoria e della storia a Roma). Ci riferiamo alla subordinazione di ogni aspetto della vita femminile agli interessi dello Stato fascista e all’esclusione capillare delle donne dalla sfera pubblica, dal mercato del lavoro (pubblico e privato) e dagli avanzamenti di carriera, parallela agli aumenti di stipendio e i premi di natalità riservati agli uomini sposati e con figli. La discriminazione sessuale fascista raggiunse poi il suo culmine nel 1938, con la riduzione per legge al 5% del personale femminile impiegato nella Pubblica Amministrazione: è questo a cui vogliamo tornare per contrastare la denatalità?
È imbarazzante notare quanto del pamphlet governativo riecheggi la retorica demografica del famoso Discorso dell’Ascensione di Mussolini, per il quale le donne dovevano «obbedire, badare alla casa, mettere al mondo figli e portare le corna», del 1927:
Bisogna quindi vigilare il destino della razza, bisogna curare la razza, a cominciare dalla maternità e dall’infanzia. A questo tende l’Opera nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia […]. Esistono nel paese 5.700 istituzioni che si occupano della maternità e dell’infanzia, ma non hanno denaro sufficiente. Di qui la tassa sui celibi, alla quale forse in un lontano domani potrebbe fare seguito la tassa sui matrimoni infecondi. Questa tassa dà dai 40 ai 50 milioni; ma voi credete realmente che io abbia voluto questa tassa soltanto a questo scopo? Ho approfittato di questa tassa per dare una frustata demografica alla Nazione. Questo vi può sorprendere; qualcuno di voi può dire: «Ma come, ce n’era bisogno?» Ce n’è bisogno. Qualche inintelligente dice: «Siamo in troppi». Gli intelligenti rispondono: «Siamo in pochi». Affermo che, dato non fondamentale ma pregiudiziale della potenza politica, e quindi economica e morale delle Nazioni, è la loro potenza demografica. Parliamoci chiaro: che cosa sono 40 milioni d’Italiani di fronte a 90 milioni di Tedeschi e a 200 milioni di Slavi? Volgiamoci a Occidente: che cosa sono 40 milioni di Italiani di fronte a 40 milioni di Francesi, più i 90 milioni di abitanti delle Colonie, o di fronte ai 46 milioni di Inglesi, più i 450 milioni che stanno nelle Colonie? Signori, l’Italia, per contare qualche cosa, deve affacciarsi sulla soglia della seconda metà di questo secolo con una popolazione non inferiore ai 60 milioni di abitanti.Insomma, la campagna sul Fertility Day è lo specchio di un paese che non si è mai realmente liberato del retaggio del ventennio e del suo intreccio col cattolicesimo: lo stesso paese che poi, magari, si mette a fare la morale ai musulmani per la loro – in alcuni casi vera e deprecabile, in altri solo presunta – discriminazione delle donne. Questa campagna è la dimostrazione che l’Italia non è un paese per donne, anche se le donne ci vogliono stare lo stesso, al pari degli uomini, a tutti i livelli. Anche e soprattutto con la scelta, del tutto personale, di fare o non fare dei figli. A qualunque età. Non si può lasciar passare il messaggio che la donna esprima la sua completezza espletando la funzione riproduttiva. Non possiamo restare in silenzio di fronte all’umiliazione pubblica di tutte quelle donne (e quegli uomini) che si sentono completi e appagati anche scegliendo di non fare figli. Non possiamo farci dire che le lancette scorrono, gli ovetti si stanno esaurendo e non dobbiamo essere schizzinose, né sul piano pratico (assicurare ai nascituri una situazione economica e familiare quanto più stabile possibile) né su quello emotivo (trovare un partner adeguato o sentirsi abbastanza tranquille da poter portare avanti una gravidanza da sole). E non possiamo ridurre i genitori a macchine sfornapargoli, senza una propria genuina identità, relegandoli ai ruoli di madri e padri, come se prima di riprodursi non avessero qualifiche, aspirazioni, competenze, gioie, affetti e capacità. Non è accettabili che ancora si leggano – perfettamente in linea con le politiche del governo – articoli sulla (presunta) gravidanza di Samantha Cristoforetti, la prima astronauta italiana (e già il fatto che la prima astronauta donna nello spazio, la sovietica Valentina Tereskova, fece il suo viaggio nel 1963 è indicativo della “cultura” italiana), in cui si parla della della gravidanza come della «nuova sfida dell’astronauta italiana» o delle sue «le linee arrotondate dalla gravidanza, che ha cercato di coprire con una lunga sciarpa» (e non vi fate due domande? Magari pensa che siano fatti suoi, non dell’Italia intera) o del «video del fidanzato» (??): non è come madre che avrà la sua piena realizzazione Cristoforetti.
Ribadiamo ancora una volta, anche in risposta a chi ha agitato in buona fede le carenze del welfare state italiano nella tutela delle famiglie (aspetto verissimo, ma ricordiamo che la riduzione del tasso di fecondità è una caratteristica della ricchezza e del progresso e non della povertà: sia sufficiente osservare le statistiche e notare come siano i paesi – e, in Italia, le regioni – più povere a fare più figli), che i cittadini che decidono di non “mettere su famiglia” magari non lo fanno soltanto perché non ne hanno la possibilità: alcuni, molti (e molte), semplicemente, non vogliono. È una scelta personale del tutto legittima in cui non è il governo a dover ficcare il naso ed esprimersi. Sia chiaro: qui non stiamo affermando il diritto di ognuno di fare o non fare figli basandoci su una concezione individualista e liberale (che, pure, dovrebbe essere cara al governo Renzi e al ministro Lorenzin, che ha iniziato la sua carriera politica in Forza Italia). Siamo, anzi, fin troppo consapevoli che il controllo sulla capacità femminile di riproduzione – e, quindi, di riproduzione della forza lavoro – sia una questione politica e pubblica, da non ridurre alla sfera privata. Inoltre, una società in cui le persone fanno molti figli – magari senza un lavoro stabile e delle entrate costanti – è una società disciplinata: chi ha una famiglia, infatti, è tendenzialmente (con le dovute e ovvie eccezioni) una persona meno incline a ribellarsi, più impaurita dalla prospettiva di perdere il lavoro, più disposta a sacrificarsi e ad accettare salari miseri e orari e condizioni di lavoro (e di sfruttamento) improponibili. Qualsiasi lavoro è “meglio di niente” se devi sfamare un figlio.
Per questi motivi, decidere autonomamente se e quando fare figli delimita un campo di libertà: sottrarsi all’imposizione governativa di fare figli significa ritagliarsi uno spazio di autonomia rispetto al modello e al controllo capitalisti. Il concetto stesso di “orologio biologico” legato alle capacità riproduttive delle donne, del resto, si è affermato solo alla fine degli anni ’70 del ‘900 (leggi) negli Stati Uniti, come reazione all’ingresso delle donne nel mondo del lavoro – dovuto più alle conseguenze dell’impoverimento successivo allo shock petrolifero che all’influenza dei movimenti femministi – e dell’istruzione universitaria. Questo topos dell’orologio biologico, tra l’altro, si basa su dati scientifici del tutto superati: l’affermazione che la fertilità femminile cali di botto dopo i 30 anni, infatti, si fonda su alcuni dati scientifici raccolti in Francia… tra il 1670 e il 1830!! Dati più recenti, basati su donne con salute e aspettativa di vita ben diverse da quelle delle donne vissute tra i 350 e i 200 anni fa, affermano invece che questo calo della fertilità sopra i 30 anni sia stato sovrastimato. Per ragioni politiche, ci viene da pensare. Giustamente, come affermato nell’articolo del Guardian sopra linkato, si tratta di «una storia di scienza e sessismo», che mostra come i preconcetti di genere possano determinare le priorità della ricerca scientifica e come le scoperte scientifiche possano essere plasmate a fini sessisti: insomma, una storia forse più di sessismo, che di scienza.
Da questa prospettiva, sparare metaforicamente alle clessidre che battono il tempo del presunto orologio biologico che ci viene imposto – e decidere quindi se e quando fare dei figli – assume un valore di rottura, al pari di quello dei comunardi francesi che, si dice, durante la Comune di Parigi spararono agli orologi delle torri come gesto di liberazione dall’oppressione.
Infine, se Lorenzin – che, per inciso, ha avuto i suoi primi figli a 43 anni – è così preoccupata di assicurare un “fertile” tasso di natalità per la patria, ci permettiamo di indicarle alcune soluzioni davvero semplici e sotto gli occhi di tutti: facilitare le adozioni e la procreazione assistita per i single e per tutte le coppie – eterosessuali e omosessuali, sposate e non – e riconoscere con maggiore facilità la cittadinanza italiana a quegli immigrati che qui vivono, lavorano e soprattutto ai loro figli, che qui nascono e/o crescono. Immigrati che – tra l’altro –, anche senza cittadinanza, già pagano tasse tali da coprire le pensioni di 620mila – seicentoventimila!! – italiani. Ecco chi potrebbe coprire la necessità di risorse necessarie a sostenere il sistema di welfare a fronte di invecchiamento della popolazione italiana da sette generazioni...
Inoltre, si potrebbe adoperare il denaro pubblico – invece che per misure come lo specchietto per le allodole noto come bonus bebè (una specie di premio per le famiglie prolifiche di fascista memoria) – per incrementare e migliorare gli asili, i servizi, l’assistenza (a partire da quella agli anziani e alle persone non autosufficienti, spesso altrimenti delegata alle “donne della famiglia”), la sanità e i trasporti. Sarebbero misure veramente utili e per tutti, non solo per chi deve allevare dei bambini. Semplice... o no?
Fonte
31/08/2016
Echi di famiglia fascista: il “Piano nazionale della feritilità”
Se c'è un argomento delicato è quello della riproduzione, maternità/paternità e dintorni, con tutto lo strascico giustamente inesauribile di aspettative, paure, imbarazzi, gioie, problemi economici ed educativi, ecc.
Un governo serio, su questo, dovrebbe sostanzialmente tacere.
Naturalmente è sempre esistito un problema “sistemico”, ovvero dimensionato sull'eccesso o la scarsità di nuove nascite in conseguenza di guerre, carestie, migrazioni, o – infine – evoluzioni culturali nella modernità.
Un governo serio, in quanto responsabile dello sviluppo del paese, di fronte alla caduta della natalità può certamente mettere in campo politiche sociali che aiutano la scelta della maternità nelle donne o comunque facilitano la vita delle coppie in età riproduttiva. Cose normali e semplici, come diritti sul lavoro per le donne con figli o in attesa, asili nido pubblici e semigratuiti, sanità universale ed altrettanto semigratuita, scuole ben organizzate che garantiscano un tempo ragionevolmente “pieno”, ecc.
Stiamo vivendo appunto un periodo del genere, con la natalità crollata a livelli inquietanti. E anche un cieco sa dire perché. I giovani (gli iperfertili, no?) sono in genere disoccupati (circa il 40%, dice l'Istat), hanno “lavoretti” ultra precari e sottopagati, spesso sono invitati a prestare lavoro gratuito (“volontariato”, preferiscono chiamarlo), ecc. Una condizione che li obbliga spessissimo a restare in casa con papà e mamma, per non spendere in affitti, bollette, bollo e assicurazione auto molto più quel che guadagnano (quando lo guadagnano). Ottenere un posto in un asilo pubblico è un terno al lotto, visto quanti pochi sono. Avere un appartamento in proprio è una chimera... Diciamo che il “disincentivo” alla figliolanza è piuttosto forte, giusto?
Un governo ridicolo la mette invece sul piano moralistico-terroristico, puntando l'indice accusatorio contro le donne che lasciano passare gli anni più fertili senza “adempiere al loro compito di riproduttrici”. Governi fascisti, insomma, che ritengono di poter usare i corpi dei cittadini – in questo caso delle sole donne – come una (l'ultima, in tempo di privatizzazioni) “risorsa nazionale pubblica”.
Per fortuna, direte voi, non abbiamo più governi simili...
Errore. Il ministero della sanità o come si chiama adesso, guidato dalla neomamma Beatrice Lorenzin, ha messo in campo proprio un'iniziativa del genere, dichiarando il prossimo 22 settembre come fertility day.
Complimenti per lo sprezzo del ridicolo, ma sarà meglio guardare cosa c'è dentro questa iniziativa o “campagna”. E vi proponiamo dunque di prendere visione del testo con cui il ministero “spiega” le sue intenzioni, pomposamente chiamato “Piano nazionale per la fertilità” (l'ultima pianificazione possibile ai tempi della Troika?).
Anche i punti che ogni essere pensante ritiene importantissimi (“informazione”, “assistenza sanitaria”, “conoscenza delle caratteristiche funzionali”, ecc) sono declinati in funzione ideologico-persuasiva. “Donne, fate figli per la Patria prima che l'orologio biologico vi crei problemi!”, si sente urlare dalle stanze di un ministero.
Si potrebbe ironizzare a lungo su un ministro della salute che non ha alcuna nozione di medicina (non sarebbe indispensabile, è vero, ma almeno una laurea qualsiasi non le avrebbe sporcato il curriculum...), che si circonda di collaboratori in evidente trance eugenetica, con qualche venatura stile Adinolfi o Militia Christi... Ma non c'è proprio nulla da ridere.
Tutto il testo è ossessivamente concentrato sulle donne, sulla riproduzione come “dovere biologico”, mentre ai maschi – nella "versione Facebook ben presto oscurata – sono riservate facezie da avanspettacolo pro-Salvini, come quella confusione (intenzionale, ammiccante, subliminale, suggerita da una buccia di banana, sgonfia e a terra…) tra infertilità e impotenza. Insomma, se non fai figli forse è perché “nun gliela fai...”.
Di fronte a una simile offensiva, che pretende di “rispondere” in modo delirante a un problema sistemico reale (il calo della natalità e il suo peso nell'evoluzione del paese), non sembra però sufficiente trincerarsi – come molti/e fanno – dietro la sola, ultra legittima, “libertà di scelta”. Come se davvero ogni essere umano fosse una monade senza rilevanza sociale (ricordate la Thatcher? “non esiste la società, solo gli individui”), un consumatore davanti agli scaffali del supermercato. Un vuoto di relazioni e vincoli sociali che qualcun altro, come sempre, si propone di riempire.
Il "piano" Lorenzin: C_17_pubblicazioni_2367_allegato
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Un governo serio, su questo, dovrebbe sostanzialmente tacere.
Naturalmente è sempre esistito un problema “sistemico”, ovvero dimensionato sull'eccesso o la scarsità di nuove nascite in conseguenza di guerre, carestie, migrazioni, o – infine – evoluzioni culturali nella modernità.
Un governo serio, in quanto responsabile dello sviluppo del paese, di fronte alla caduta della natalità può certamente mettere in campo politiche sociali che aiutano la scelta della maternità nelle donne o comunque facilitano la vita delle coppie in età riproduttiva. Cose normali e semplici, come diritti sul lavoro per le donne con figli o in attesa, asili nido pubblici e semigratuiti, sanità universale ed altrettanto semigratuita, scuole ben organizzate che garantiscano un tempo ragionevolmente “pieno”, ecc.
Stiamo vivendo appunto un periodo del genere, con la natalità crollata a livelli inquietanti. E anche un cieco sa dire perché. I giovani (gli iperfertili, no?) sono in genere disoccupati (circa il 40%, dice l'Istat), hanno “lavoretti” ultra precari e sottopagati, spesso sono invitati a prestare lavoro gratuito (“volontariato”, preferiscono chiamarlo), ecc. Una condizione che li obbliga spessissimo a restare in casa con papà e mamma, per non spendere in affitti, bollette, bollo e assicurazione auto molto più quel che guadagnano (quando lo guadagnano). Ottenere un posto in un asilo pubblico è un terno al lotto, visto quanti pochi sono. Avere un appartamento in proprio è una chimera... Diciamo che il “disincentivo” alla figliolanza è piuttosto forte, giusto?
Un governo ridicolo la mette invece sul piano moralistico-terroristico, puntando l'indice accusatorio contro le donne che lasciano passare gli anni più fertili senza “adempiere al loro compito di riproduttrici”. Governi fascisti, insomma, che ritengono di poter usare i corpi dei cittadini – in questo caso delle sole donne – come una (l'ultima, in tempo di privatizzazioni) “risorsa nazionale pubblica”.
Per fortuna, direte voi, non abbiamo più governi simili...
Errore. Il ministero della sanità o come si chiama adesso, guidato dalla neomamma Beatrice Lorenzin, ha messo in campo proprio un'iniziativa del genere, dichiarando il prossimo 22 settembre come fertility day.
Complimenti per lo sprezzo del ridicolo, ma sarà meglio guardare cosa c'è dentro questa iniziativa o “campagna”. E vi proponiamo dunque di prendere visione del testo con cui il ministero “spiega” le sue intenzioni, pomposamente chiamato “Piano nazionale per la fertilità” (l'ultima pianificazione possibile ai tempi della Troika?).
PIANO NAZIONALE PER LA FERTILITÀLo storytelling è la vera cifra del governo Renzi, ma qui le “palle” sono oscurate dall'intento palesemente “integralista”: “Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società”, “Celebrare questa rivoluzione culturale“, ecc.
“Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro”
Per favorire la natalità, se da un lato è imprescindibile lo sviluppo di politiche intersettoriali e interistituzionali a sostegno della Genitorialità, dall'altro sono indispensabili politiche sanitarie ed educative per la tutela della fertilità che siano in grado di migliorare le conoscenze dei cittadini al fine di promuoverne la consapevolezza e favorire il cambiamento. Lo scopo del presente Piano è collocare la Fertilità al centro delle politiche sanitarie ed educative del nostro Paese. A tal fine il Piano si prefigge di:
1) Informare i cittadini sul ruolo della Fertilità nella loro vita, sulla sua durata e su come proteggerla evitando comportamenti che possono metterla a rischio.
2) Fornire assistenza sanitaria qualificata per difendere la Fertilità, promuovere interventi di prevenzione e diagnosi precoce al fine di curare le malattie dell'apparato riproduttivo e intervenire, ove possibile, per ripristinare la fertilità naturale.
3) Sviluppare nelle persone la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per poterla usare scegliendo di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente.
4) Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione.
5) Celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.
Anche i punti che ogni essere pensante ritiene importantissimi (“informazione”, “assistenza sanitaria”, “conoscenza delle caratteristiche funzionali”, ecc) sono declinati in funzione ideologico-persuasiva. “Donne, fate figli per la Patria prima che l'orologio biologico vi crei problemi!”, si sente urlare dalle stanze di un ministero.
Si potrebbe ironizzare a lungo su un ministro della salute che non ha alcuna nozione di medicina (non sarebbe indispensabile, è vero, ma almeno una laurea qualsiasi non le avrebbe sporcato il curriculum...), che si circonda di collaboratori in evidente trance eugenetica, con qualche venatura stile Adinolfi o Militia Christi... Ma non c'è proprio nulla da ridere.
Tutto il testo è ossessivamente concentrato sulle donne, sulla riproduzione come “dovere biologico”, mentre ai maschi – nella "versione Facebook ben presto oscurata – sono riservate facezie da avanspettacolo pro-Salvini, come quella confusione (intenzionale, ammiccante, subliminale, suggerita da una buccia di banana, sgonfia e a terra…) tra infertilità e impotenza. Insomma, se non fai figli forse è perché “nun gliela fai...”.
Di fronte a una simile offensiva, che pretende di “rispondere” in modo delirante a un problema sistemico reale (il calo della natalità e il suo peso nell'evoluzione del paese), non sembra però sufficiente trincerarsi – come molti/e fanno – dietro la sola, ultra legittima, “libertà di scelta”. Come se davvero ogni essere umano fosse una monade senza rilevanza sociale (ricordate la Thatcher? “non esiste la società, solo gli individui”), un consumatore davanti agli scaffali del supermercato. Un vuoto di relazioni e vincoli sociali che qualcun altro, come sempre, si propone di riempire.
Il "piano" Lorenzin: C_17_pubblicazioni_2367_allegato
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