Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/11/2019

Il totalitarismo tedesco occidentale... Chi l’ha visto?

“Nella DDR c’erano 71mila cittadini controllati dai servizi segreti della BDR. […] Dal 1956 al 2012 sono stato sottoposto a sorveglianza dai servizi della Repubblica Federale tedesca. Ho intentato una causa contro il governo federale per avere accesso agli atti che mi riguardavano, ma questo accesso mi è stato negato […]. Quelli che ho chiesto sono considerati atti che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza dello stato federale, quindi io non ho diritto di sapere cosa abbiano fatto nei miei confronti. Questo, però, sta a testimoniare una cosa importante: che la lotta di classe è tuttora in atto. I servizi segreti di ieri sono gli stessi di oggi, dunque la lotta di classe non è per niente finita“.

Così Hans Modrow, ultimo Premier della Repubblica democratica tedesca (DDR), in una sala stracolma di gente, qualche giorno fa, a Milano.

Ascoltavo la sua versione dei fatti – che difficilmente vi capiterà di sentire – i suoi ricordi di uomo dell’Est e le sue valutazioni sulla Perestroika di Michail Gorbacev (l’ultimo segretario del Partito comunista sovietico. Personalmente lo ricordo immortalato in una pubblicità di Luis Vuitton mentre percorre in auto il muro di Berlino; accanto a lui, sul sedile, l’irrinunciabile borsa del noto marchio. Che razza di fine. D’altronde, aveva già vinto il Nobel per la Pace).

Be’, mentre lo ascoltavo ripensavo a film come “Ninotchka” o “Le vite degli altri” – dai più vecchi ai più recenti – e a tutti i racconti del terrore che dall’asilo alla laurea mi sono stati propinati sulla vita Oltrecortina. Da piccola me l’immaginavo come un mondo dalle tonalità grigio-seppia, con file interminabili anche per bere un caffè al bar, dove praticamente non esisteva l’estate e dove venivi spiato perfino dalle tue mutande. Insomma: un incubo orwelliano infeltrito e monocromatico, che d’altronde Orwell – anticomunista col turbo – aveva creato proprio pensando alla raccapricciante Unione Sovietica.

(È poi un dettaglio che se da un lato ci indottrinavano a odiare la parola “comunismo”, dall’altro venivamo colonizzati dalla fluorescente, morbidissima cultura statunitense: dai telefilm agli hamburger, era tutto uno sprizzare gioia e ottimismo, un’esplosione di bene che vince sul male e di godimento inesauribile e senza controindicazioni. Chi l’avrebbe mai detto, che dopo le abbuffate degli anni '80 sarebbero arrivati i co.co.co, le partite iva a 800 euro al mese e la caparra dell’affitto pagata con la pensione di nonna?)

Be’, insomma: chissà che direbbe oggi, Orwell, del mondo in cui viviamo, del trionfo di libertà e democrazia in cui nuotiamo. Chissà che direbbe, della narrazione dei fatti bidimensionale propagandata nelle scuole, di ogni ordine e grado; della superficialità e ignoranza degli editorialisti, delle immense porzioni di etere concesse a pennivendoli e storici da strapazzo, che sulla Caduta del Muro di Berlino si sono avventati come avvoltoi inferociti. Chissà che direbbe di intere generazioni di giovani sacrificati al dio consumo, che aspirano al massimo a comprare l’ultimo iphone al centro commerciale costruito sotto casa cinque anni fa.

Probabilmente gli piacerebbe il “mondo libero”, che ha vinto sulla rivoluzione socialista. Anche se – ironia del caso – questo “mondo libero” somiglia sempre più al suo 1984.

Io credo che la vera forza di un totalitarismo stia nella sua normalità; nella capacità di plasmare i pensieri, i desideri, i ricordi – perfino i significati delle parole – con un’azione delicata ma costante, quotidiana, incessante. Una pressione leggera, una specie di goccia in testa. Sulla testa di persone che mentre la goccia scava continuano a sentirsi il capo asciutto, intatto.

Chi vive dentro un totalitarismo – insomma – non sa di viverci. Fossimo noi, quegli sventurati?

Fonte

03/08/2017

Ha vinto Lascienza

Venerdì è stato approvato alla Camera il «decreto vaccini» che porta il nome del ministro Lorenzin. Come previsto su questo blog, il testo convertito in legge si è ammorbidito nel passaggio parlamentare con la riduzione del numero delle vaccinazioni obbligatorie e delle pene per gli inadempienti. E, come previsto, la sua applicazione si sta già scontrando con difficoltà di diverso ordine che lasciano presagire una situazione di incertezza del diritto ormai tipica di ogni riforma contemporanea: dalla carenza di organici delle aziende sanitarie che non riusciranno a vaccinare tutti gli obbligati nei tempi previsti, agli oneri burocratici a carico delle scuole, nelle cui aule non si raggiungerà comunque l'«immunità di gregge» non essendo vaccinati i docenti e il personale, né potendoli vaccinare per mancanza di fondi.

A ciò si aggiungono le più gravi opposizioni dei governi regionali, cioè di coloro che dovrebbero mettere in pratica la legge. Per toccarla piano, l'assessore all'Istruzione della Valle d'Aosta e la sua collega ligure alla Sanità hanno rispettivamente definito il decreto «nazista» e «fascista», con la promessa di boicottarlo non applicando le sanzioni previste. In giugno il Consiglio provinciale dell'Alto Adige ha approvato all'unanimità un documento contro l'obbligo vaccinale, mentre la Regione Veneto è ricorrente in Corte costituzionale contro la riforma.

Comunque vada, l'approvazione della legge è una iattura per coloro che vi si opponevano e una vittoria per chi la ha sostenuta, per chi cioè, nel dibattito che ha accompagnato il breve iter, si è intitolato il ruolo di defensor scientiae, di fiaccola della razionalità empirica contro le superstizioni dei no/anti/freevax. E noi vogliamo essere con loro.

Tralasciamo dunque i tanti dubbi espressi nell'articolo precedente. E tralasciamo le differenze tra scienza e Lascienza, già protagoniste di un divertissment gaddiano di Alberto Bagnai in cui la divinità scientifica mette in mostra tutta la sua tellurica cedevolezza alle fregole del dominus. Tralasciamo anche il fatto che la scienza, non possedendo favella, parla per bocca di una comunità scientifica tutt'altro che unanime sull'opportunità e le motivazioni del decreto, poco o per nulla coinvolta nella sua redazione e disincentivata al dibattito con la minaccia di ritorsioni disciplinari à la Paolo V. Tralasciamo l'assurdo insiemistico di squalificare le opinioni di alcuni scienziati, cioè di coloro che producono la scienza, in quanto non convalidate da una preesistente e imperturbabile scienza: cioè da Lascienza. E tralasciamo quindi, ad esempio, anche il recentissimo documento della Società italiana di psico-neuro-endocrino-immunologia (SIPNEI) che invito a consultare nella sua interezza, secondo la quale «la decisione governativa di estendere l’obbligatorietà delle vaccinazioni... a nostro avviso, non regge ad un esame ravvicinato dei dati e delle premesse». Gli autori saranno anche scienziati, ma non sono evidentemente Gliscienziati.

Tralasciamo tutte queste cose e, per un giorno, accingiamoci a festeggiare con la frangia illuminista dell'opinione pubblica. Ma, esattamente, a festeggiare che cosa?

È chiaro che l'eventuale valore scientifico della nuova legge non risiede negli obblighi e nelle sanzioni. Questi sarebbero solo strumenti per raggiungere un traguardo predicato, cioè l'aumento delle coperture vaccinali. L'obbligo di comportarsi scientificamente non sarebbe celebrato in sé, ma in quanto promotore di comportamenti scientifici. E qui insorgono un paio di grossi problemi.

Il primo è che, delegando direttamente le conclusioni del dibattito scientifico a istituzioni dotate di vis politica – dagli ordini professionali fino ai membri del governo – lo si è privato di una sua prerogativa sostanziale, di ricercare liberamente una verità provvisoria utile all'avanzamento delle conoscenze. Per quanto in modo strisciante, la querelle sulle vaccinazioni ha reso più esplicito un ribaltamento di forze tra scienza e potere dove quest'ultimo si va ritirando dal ruolo di promotore della ricerca e vi rientra a gamba tesa per suffragare l'una o l'altra campana, per certificare l'uno o l'altro risultato con il peso minaccioso della propria autorità, buttando così nel gioco istanze che nulla hanno a che fare con gli obiettivi di quella ricerca: consenso elettorale, inclinazioni ideologiche, condizionamenti geopolitici, interessi di lobby ecc. Ma non solo. Nell'impossessarsi di quel discorso, lo riformula in un codice linguistico – quello della politica – che è la negazione quasi puntuale di ogni disciplina di metodo, pieno com'è di grossolane semplificazioni da talk show, attacchi alla persona, slogan pieni d'effetto ma poveri di contenuto, fino al falso sic et simpliciter.

Nella rottura di questo equilibrio non si inabissa solo l'utilità dello strumento scientifico, ma prima ancora la sua rispettabilità. Il punto è stato ben colto dal citato documento SIPNEI:
Istituzioni scientifiche, professionali e singole personalità, con l’amplificazione dei media, hanno dato una pessima prova, adottando un atteggiamento paternalistico, dogmatico e, a un tempo, di allarme sociale, bollando con marchio d’infamia tutti coloro che, anche in sede professionale e scientifica, hanno espresso valutazioni articolate e di merito sui singoli vaccini... nel furore della polemica, alcuni esponenti dell’Accademia hanno diffuso una visione della scienza di stampo dogmatico, con il risultato paradossale, a nostro avviso, di produrre un rafforzamento, invece che un indebolimento delle convinzioni di tipo antiscientifico presenti nella popolazione. In questo modo, è stato prodotto un danno enorme alla diffusione della cultura scientifica del nostro Paese, che già soffre di ritardi storici a livello di massa.
E ancora:
Non si difende e non si diffonde la cultura scientifica adottando il modello medievale dell’«ipse dixit», dell’autorevolezza della cattedra, bensì mostrando la bellezza del metodo scientifico... Solo una scienza che ottenga i suoi risultati adottando una procedura trasparente e che li condivida con la società tutta, è in grado di conquistare la partecipazione convinta dei cittadini alle proposte di politica sanitaria che ispira.
E già questa, comunque la si pensi, è una pessima notizia, tanto più per chi sognava il positivismo al governo. Se non irreversibile, il danno d'immagine è in effetti «enorme» e lascerà un segno duraturo nell'opinione pubblica se non si provvede in fretta a restituire al pensiero scientifico la dignità, l'indipendenza e la problematicità che lo devono caratterizzare.

Il secondo problema è al tempo stesso corollario e dimostrazione del primo. Chi scrive si confronta sempre più spesso con persone che fino a sei mesi fa non si erano neanche minimamente poste il problema delle vaccinazioni. Parliamo di qualche decina di casi, a cui corrispondono le decine di migliaia che manifestano nelle piazze e sui social e, si presume, le centinaia di migliaia o milioni haec conferentes in corde suo. Se non vogliamo pensare che queste moltitudini, prima ignare e poi insospettite dal metodo, convertitesi in compulsatrici notturne di siti alternativi, alimenteranno almeno in parte le fila degli esitanti o dei renitenti, bisogna ammettere che chi già ne faceva parte affronterebbe oggi il supplizio della ruota pur di non sottoporre i pargoli alle iniezioni. Sicché, se proprio andrà bene, la situazione non potrà che sclerotizzarsi sui numeri attuali.

Occorre insomma chiedersi, sempre a beneficio degli Auguste Comte con cui avrei voluto brindare, se il provvedimento sia funzionale all'obiettivo. Perché se ciò non fosse, si tratterebbe di una mossa politica non solo fallimentare, ma anche antiscientifica nei suoi effetti. Per valutarlo non basta però l'esperienza aneddotica di un Pedante, né le previsioni di chi osservasse l'inedito tenore delle proteste. Ci vuole, appunto, una valutazione scientifica del fenomeno. Che esiste.

Il progetto ASSET è un progetto quadriennale europeo di ricerca che studia le ricadute sociali delle pandemie e delle politiche sanitarie di emergenza. Nel report Compulsory vaccination and rates of coverage immunisation in Europe (settembre 2016) i membri del gruppo indagavano la correlazione tra coperture vaccinali e obbligatorietà dei vaccini nei paesi dell'Unione europea e dell'Area economica europea (EU/EEA), concludendo che
... il confronto [tra i paesi esaminati] non è in grado di confermare alcuna relazione tra vaccinazioni obbligatorie e tassi di immunizzazione infantile nei paesi EU/EEA... Benché questa esposizione dei dati non sia in grado di fornire la prova definitiva dell'efficacia o inefficacia delle vaccinazioni obbligatorie sui tassi di immunizzazione, essa dimostra che questo approccio non risulta rilevante nel determinare la copertura vaccinale infantile nei paesi EU/EAA.
Qui gli scienziati (sì, sono scienziati) del progetto ASSET non esprimono un'opinione o una raccomandazione, ma presentano i risultati di una rilevazione da cui emerge che, nell'epoca e nel contesto geografico, politico e sociale in cui si trova il nostro Paese, l'obbligo di vaccinarsi non fa aumentare i vaccinati. Punto. E lo dimostrano attraverso un'osservazione empirica, cioè scientifica, dalla quale si deve evincere che la legge sull'obbligatorietà dei vaccini, anche volendole attribuire le migliori intenzioni e la fondatezza degli assunti, è antiscientifica in definizione perché contraddice i risultati della ricerca scientifica sulla sua efficacia.

Una beffa, insomma. La nemesi di un metodo scientifico che evidentemente non si lascia mettere le mani addosso senza reagire. E non si può neanche dire che i dati – peraltro facilmente accessibili a tutti – fossero arrivati tardi. La ricerca era già pubblicata nell'estate del 2016 e gli autori, basandosi su quei risultati (lo ripetiamo: scientifici), lanciavano anche un avvertimento al Governo italiano nel febbraio di quest'anno:
Sono molti i modi in cui le autorità possono lottare contro l'esitazione vaccinale. Tutti possono migliorare la situazione, ma solo a patto che ci si tenga ben presente che i genitori non sono fanatici, testardi e irrazionali, ma padri e madri ansiosi e preoccupati che hanno a cuore i loro bambini tanto quanto coloro che decidono di vaccinarli. Occorre aiutarli a fare la scelta migliore per i loro piccoli, non obbligarli a fare qualcosa che secondo loro li potrebbe danneggiare in modo grave.
Tutto inutile. Doveva vincere Lascienza, e vinceremo.

*****

Le vie dell'irrazionalità sono infinite. Sicché non deve stupire che riescano anche a indossare il camice di una metodo scientifico propedeuticamente squalificato al rango della sua caricatura simbolica. Se scoprire il gioco è tutto sommato facile, capirne le cause è un esercizio più arrischiato che per amore di pedanteria tenteremo almeno di abbozzare, domandandoci perché i sostenitori più vocali della razionalità aderiscano, nel nome di quella razionalità, a soluzioni razionalmente non fondate.

La prima e più banale ipotesi chiama in causa il deficit di informazione. Per comprendere le istanze di un dibattito scientifico non servono solo competenze alla portata di pochi, ma anche la disponibilità ad accettare risposte «aperte» e provvisorie che non possono da sole colmare il margine della discrezionalità e della precauzione di ciascuno. La ricerca di nozioni definitive e non problematiche («Lascienza dice») diventa così un atto di economia cognitiva necessario come lo è l'intuizione pre-empirica, ad esempio quella di credere che obblighi e sanzioni promuovano sempre la diffusione di una pratica più di quanto possa un invito.

La seconda ipotesi, che si dovrà sviluppare meglio in un'altra sede, è quella della partecipazione politica identitaria. In una democrazia impotente dove la volontà popolare è sostituita da vincoli e necessità esogeni a cui bisogna piegarsi – i listini di borsa, i trattati internazionali, i mercati esteri, i capricci dei partner politici e commerciali ecc. – la partecipazione politica diventa uno strumento cosmetico per affermare un'immagine di sé, non per promuovere azioni e programmi. Sicché, come si vota a sinistra per essere di sinistra e non per fare politiche di sinistra, così si sostiene una qualsivoglia legge a favore delle vaccinazioni per essere razionali e moderni, o specularmente per non essere oscurantisti, complottisti, grillini, lunatici ecc. Che poi serva davvero, è questione pratica che esula dalla funzione identitaria in cui si è arenato l'esercizio politico.

La terza ipotesi ci fa ritrovare una vecchia conoscenza, anzi una vecchia zia: la zia Tecno, per gli amici tecnocrazia. Qui Lascienza non è che l'ulteriore mascheramento della competenza dei professori al governo, dell'indipendenza dei banchieri centrali, della τέχνη dei tecnici che agiscono per necessità aritmetica e non per orientamento politico. È il sogno, così ricorrente nell'ultimo decennio, di un principio superiore e imperturbabile all'errore umano che può salvarci dai capricci della turba elettorale e condurci, volenti o nolenti, a compiere le scelte migliori. Il ritornello de «la scienza non è democratica» non significa in sé nulla: non trattandosi di una forma o surrogato di governo, essa non è nemmeno monarchica, autarchica, ginarchica, papale o altro. In quella formula si rivela piuttosto la tentazione di sostituire agli incerti della democrazia un meccanismo che si immagina infallibile e preciso. Di rottamare l'autodeterminazione dei popoli (che, non essendo la scienza una fonte del diritto, possono benissimo condursi anche in violazione delle certezze scientifiche del momento, ad esempio nelle questioni religiose) e affidarsi a un'acefala, impersonale e più tranquillizzante eterodeterminazione. Che poi la titolarità di quel vincolo sia in realtà reclamata, come sta accadendo in questo e in altri contesti, da umanissimi potentati mossi da umanissimi interessi, lascia presagire fin troppo bene dove si andrà a parare.

La quarta ipotesi è anche la più audace e meno documentabile, perché postula un dolo, sia pure potenziale. Se si introduce un obbligo con la promessa di un miglioramento che non avverrà, che cosa resta? L'obbligo, appunto. Resta una limitazione della libertà dei singoli a cui non corrisponde una contropartita nel contratto sociale, un'imposizione fine a se stessa che libera spazi per controllare e reprimere, fissare un altro precedente nella revoca dei diritti fondamentali della persona in nome dell'«emergenza» e alimentare insieme un conflitto ideologico dove il fronte dei sudditi si spezza in un gioco di odio, delazioni e sospetti. Qui la scienza non è più solo il pretesto dell'oppressione, ma per ciò stesso ne è anche la vittima. Rileggiamo, ancora una volta, George Orwell:
Nell'Oceania di oggi la scienza intesa come la si intendeva un tempo ha quasi cessato di esistere. In neolingua non esistono parole per esprimere il concetto di «scienza». Il metodo di pensiero empirico, su cui si fondavano tutte le conquiste scientifiche del passato, non è compatibile con i principi più fondamentali del Socing. Lo stesso progresso tecnologico riguarda ormai solo i prodotti che possono essere utilizzati in qualche modo per ridurre la libertà degli uomini. In tutte le discipline di un certa utilità, il mondo è fermo o sta tornando indietro.
Una scienza controllata e sfruttata da chi governa tende all'inutilità, una volta esauritasi come strumento. Ce lo spiega in una sola frase il poco pedante O'Brien, alto funzionario del Partito interno in 1984:
Quando saremo onnipotenti, non avremo più bisogno della scienza.

Fonte

15/07/2016

“1984”, sta accadendo ora

In “1984” Orwell ci raccontava di un mondo in cui la guerra era percepita dalla popolazione attraverso tre modalità:

1) le immagini sugli schermi cinematografici in cui si mostravano i combattimenti su fronti lontani;
2) le colonne di “prigionieri” che giungevano da quei fronti lontani:
3) le “bombe” che periodicamente esplodevano in città, ammazzando civili ignari.

Al posto degli schermi cinematografici, abbiamo i quotidiani TG.
Al posto delle colonne di “prigionieri”, abbiamo i profughi che giungono da quei fronti lontani.
Insieme alle bombe, abbiamo attentati suicidi, che uccidono civili ignari.

La guerra del mondo globalizzato, non passa più solo per le trincee di una volta, ma colpisce dove vuole, come vuole.

A combatterla non sono più solo gli eserciti, ma mercenari, fanatici e ognuno che abbia un po’ di odio e frustrazione da esprimere.

La guerra è un fatto costituente della società globalizzata, dove merci, capitali e esseri umani, si muovono sulla base di interessi, sollecitazioni e condizionamenti, privi di una relazione con un contesto sociale definito, e si scontrano sulla base di interessi apparentemente ignoti, lontani e incomprensibili.

La guerra è sempre, nelle società capitalistiche, la conseguenza di una necessità economica di distruzione di forze e potenzialità produttive.

Nessuna guerra si è mai conclusa grazie agli appelli alla pace.

L’unica volta in cui un popolo abbandonò le trincee e si rifiutò di combattere fu nel 1917 in Russia.

Ma il suo desiderio di pace, espressosi con una rivoluzione, fu fatto pagare con due anni di guerra civile.

La guerra quando inizia, non può che finire quando il processo distruttivo si è realizzato.

Quando si è in una guerra, non ci si può fare da parte... l’unica cosa che si può fare è cercare di cambiarne il corso... decidendo con coscienza, dove operare la necessaria distruzione.

Lo fecero i contadini e gli operai russi nel ’17, lo fecero i partigiani nel ’43.

Abbiamo anche noi qualcosa da distruggere, e non è la vita delle persone...

Fonte

19/03/2014

Orwell nell'informazione economica e i dati sull'Italia

Come sappiamo, 1984 è un prodotto della letteratura politica degli anni '30 e '40 del secolo scorso. Attento all'epoca dei regimi, della capacità della propaganda di impadronirsi delle masse e di organizzare, autoritariamente e nel dettaglio, la loro vita quotidiana. La distorsione del tempo, dello spazio, della storia, del presente, della percezione della società e del sé è tutta giocata nel linguaggio della guerra e della politica. Curiosamente, ma non troppo visto che l'economia cerca sempre di darsi uno statuto di scienza che vive al di sopra dei conflitti, non si è mai lavorato, a parte interessanti eccezioni o ambiti fortemente specialistici, a come l'uso orwelliano delle tattiche di informazione sia ben radicato nelle news economiche.  Eppure "i tagli per la crescita" e altre miriadi di ossimori simili rimandano proprio alle espressioni orwelliane che troviamo nel mondo della politica.

"Austerità è ricchezza", "smantellamento è crescita", "tagliare è gioire" potremmo dire. Ora al netto di questo lessico orwelliano dell'economia (quello italiano è l'adattamento di schemi retorici importati dal mondo angloamericano) si tratta di andare a qualche dato che rivela piuttosto lo stato da economia di guerra in cui versa l'economia italiana. Usare l'espressione economia di guerra è un'iperbole? Per niente. Lo choc dell'economia italiana del 2009 è stato superiore persino a quello del 1914. Quando, a causa della crisi europea e della guerra mondiale, l'economia italiana andò in recessione per due anni consecutivi: 1914 e 1915. Per trovare altri due anni consecutivi di recessione dobbiamo andare agli anni '30, effetto della depressione dopo la crisi del '29, e proprio ai nostri anni. Quando ci sono ben due serie recessive 2008-2009 e 2012-2013 di cui la seconda effetto chiaro delle politiche di "austerità e rigore" di cui Renzi vuol essere un fattore di accelerazione.

Siccome stanno partendo le nuove retoriche sui "tagli per il rilancio", "il rigore per la crescita" ecc, pubblichiamo i dati sullo stato reale dell'economia italiana. Uno stato di guerra, come si può notare anche ad una lettura sommaria. Con molti record storici. Record che non verranno, purtroppo, cancellati dalla propaganda della "sfida" e del "coraggio" del nuovo governo. Il coraggio e la sfida staranno tutti nell'incidere in questo quadro per peggiorarlo. Basti ricordare che l'elevato tasso dell'euro, una barriera in qualsiasi prospettiva di "ripresa" del capitale, non dipende da alcun tavolo europeo ma dalla governance bancaria continentale. La quale condiziona Draghi, figuriamoci quanto è intimorita dalle sfide di Renzi (che, oltretutto, è fenomeno intrecciato a riposizionamento del mondo bancario nazionale). I dati che pubblichiamo comprendono anche le classifiche (come quelle sulla competitività), che esistono di fatto solo per aggravare questo quadro. La lettura si commenta da sola.  

Redazione - 19 marzo 2014 

***** 

Di seguito il quadro esatto di come sta il paese. Una "pagina della memoria economica", che fa da contraltare alla propaganda dei "poteri forti" tratta da wallstreetitalia.com

 
- Ammortizzatori: 80 miliardi erogati dall’Inps dall’inizio della crisi tra cassa integrazione e indennità di disoccupazione; a giugno, richiesta Cig in aumento + 1,7% rispetto a maggio e in calo -4,9% su giugno 2012 (fonte: Inps);

- Benzina: da gennaio a luglio 2013 i consumi di benzina sono calati -6,3%, per cui il gettito fiscale (accise e imposte) e' sceso -2,9%. Considerando i primi sette mesi del 2013, i consumi petroliferi sono complessivamente scesi del 7,3% rispetto allo stesso periodo del 2012 (fonte: Unione Petrolifera);

- Cassa integrazione: nel complesso sono state autorizzate 704 milioni di ore nel periodo gennaio-agosto 2013 (fonte Inps); ad agosto Cig +12,4%. Salgono straordinaria e in deroga;

- Chiusura aziende: per la crisi, tra il 2008 e il 2012 hanno chiuso circa 9mila imprese storiche, con più di 50 anni di attività. Si tratta di 1 impresa storica su 4 (fonte: Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza);

- Competitività: Italia al 49° posto nel mondo, battuta anche da Lituania e Barbados (fonte: World Economic Forum);

- Consumi: nel periodo 2012-13 contrazione record dei consumi di -7,8% (fonte: Federconsumatori). Cio' equivale ad una caduta complessiva della spesa delle famiglie (vedi sotto "Spesa famiglie") di circa 56 miliardi di euro; il biennio 2012-2013 e' stato per i consumi "senza dubbio il peggiore, sono tornati indietro ai livelli del dopoguerra" (fonte: Codacons); crolla spesa per consumi: -7% dal 2008. Cali maggiori per abiti, mobili e alimentari;

- Credito alle imprese: secondo la Bce nel luglio 2013 contrazione di -3,7%, superiore a quella registrata a giugno (-3,2%) e maggio (-3,1%). Prestiti bancari fino a 12 mesi, quelli piu' adatti a finanziare il capitale circolante delle imprese: -4,0%. In fumo 60 miliardi di prestiti solo nel 2012;- Debito aggregato di Stato, famiglie, imprese e banche: 400% del Pil, circa 6.000 miliardi;

- Debito pubblico: nuovo record a gennaio 2014, a quota 2.089,5 miliardi, interessi ai massimi di 10 anni. Lo rende noto la Banca d'Italia nel supplemento al bollettino statistico di finanza pubblica. A settembre il debito delle pubbliche amministrazioni era stato pari a 2.068 miliardi. Gli interessi pagati dal Tesoro sono stati 86,7 miliardi nel 2012. Secondo le previsioni il debito pubblico salirà al 130,8% del Pil nel primo trimestre 2014, rispetto al 123,8% del primo trimestre 2012;

- Deficit/Pil: 2,9% nel 2013. Peggioramento ciclo economico Imu, Iva, Tares, Cassa integrazione in deroga lo portano ben oltre la soglia del 3%. Per la Bce ci sono rischi crescenti su obiettivi deficit 2013, peggiora disavanzo, con sostegni a banche e rimborso debiti PA;

- Depositi: nelle banche italiane in totale sono scesi nel luglio 2013 a 1.110 miliardi di euro contro i 1.116 miliardi di giugno. I depositi delle famiglie sono stabili a 918,5 miliardi, quelli delle società sono scesi da 198,4 a 191,6 miliardi (fonte: Bce);

- Disoccupazione: Il tasso di disoccupazione a gennaio 2014 è balzato al 12,9%. I disoccupati sfiorano i 3,3 milioni (fonte: Istat). E' il tasso più alto sia dall'inizio delle serie mensili, gennaio 2004. Disoccupazione giovanile: e' record anche il tasso di disoccupazione dei 15-24enni: a gennaio 2014 è pari al 42,4%. Nell'Eurozona per il 2013 le stime confermano una disoccupazione al 12,3%, e per il 2014 al 12,4% (fonte Bce);

- Entrate tributarie: nei primi 10 mesi dell'anno si sono attestate a 307,859 miliardi di euro, in calo di circa 1,4 miliardi rispetto ai 309,301 miliardi di euro dello stesso periodo del 2012. A ottobre sono state pari a 29,266 miliardi di euro, in lieve ribasso rispetto ai 29,601 miliardi dello stesso mese del 2012.

- Evasione: Nel 2013 5mila evasori totali e 17,5 miliardi nascosti. Secondo le stime elaborate dall'Istat l'imponibile sottratto al fisco si aggira ogni anno attorno ai 275 miliardi di euro;

- Export: a ottobre 2013 si registra una diminuzione sia dell'export (-0,5%) sia, in misura più rilevante, dell'import (-2,6%). (fonte: Istat); a ottobre 2013, il saldo commerciale è pari a +4,1 miliardi, superiore a quello registrato a ottobre 2012 (+2,3 miliardi). Al netto dell'energia, l'attivo è di 8,9 miliardi. Nei primi dieci mesi dell'anno, l'avanzo commerciale raggiunge i 23,7 miliardi e, al netto dei prodotti energetici, è pari a quasi 70 miliardi.

- Fabbisogno dello stato: sulla base dei dati preliminari del mese di dicembre, il fabbisogno annuo del settore statale del 2013 si attesta a 79,7 miliardi, rispetto ai 49,5 del 2012.

- Fallimenti: nel primo semestre 2013 si sono registrate 6.500 nuove procedure fallimentari, in aumento +5,9% rispetto allo scorso anno;

- Felicità: Italia depressa, il 'fu-Belpaese' è 45° nella classifica mondiale, stando al secondo Rapporto sulla Felicità dell'Onu;

- Fiducia aziende: l'indice composito sale da 79,8 di luglio a 82,2 di agosto.- Fiducia consumatori: torna ai livelli massimi da due anni. Il clima di fiducia dei consumatori aumenta, ad agosto, a 98,3 da 97,4 del mese di luglio.

- Gettito Iva: nel periodo gennaio/aprile 2013 tra le imposte indirette prosegue l'andamento negativo dell'IVA (-7,8%) per effetto della flessione registrata dalla componente relativa agli scambi interni (-4,7%) e di quella relativa alle importazioni da Paesi extra UE (-21,4%) che risentono fortemente del deterioramento del ciclo economico;

- Immobiliare: nel primo trimestre 2013 l'indice dei prezzi delle abitazioni ha registrato una diminuzione dell'1,2% rispetto al trimestre precedente e del 5,7% nei confronti dello stesso periodo del 2012 (fonte: Istat);- Imprese: in 6 anni sparite in Italia 134 mila imprese (Cgia);

- Inflazione. Nel 2013 in Italia il tasso d'inflazione medio annuo è stato pari all'1,2%, in decisa diminuzione rispetto al 3% del 2012. Si tratta del dato più basso dal 2009.

- Insolvenze bancarie: quelle in capo alle imprese italiane hanno sfiorato a maggio 2012 gli 84 miliardi di euro (precisamente 83,691 miliardi);

- Lavoro: da 2005 Italia fanalino di coda classifica occupazione Ue15 (fonte Istat); Lavoro, 6 milioni in cerca e 7 su 10 temono di perderlo (fonti: Istat e Coldiretti);

- Manifattura: l'indice Pmi è salito a 51,3 punti ad agosto, dai 50,4 del mese precedente, segnando il livello massimo da 27 mesi a questa parte. Secondo Markit alla base dell'espansione della produzione c'è stato un incremento dei nuovi ordini, il più marcato in oltre due anni, in particolare dall'estero.

- Neet: 2,2 milioni nella fascia fino agli under 30, ragazzi che non studiano, non lavorano, non imparano un mestiere, i totalmente inattivi sono il 36%;

- partite Iva: crollate -400.000 (-6,7%) dal 2008 (fonte Cgia Mestre);- poveri: per la crisi sono raddoppiati dal 2007 al 2012 a quasi 5 milioni (fonte Istat);

- Prezzi produzione: l'indice dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali è aumentato a luglio dello 0,1% rispetto al mese precedente e diminuito dello 0,9% nei confronti di luglio 2012. Lo ha comunicato l'Istat.

- Pil: il Prodotto interno lordo dell'Italia, ovvero la ricchezza complessiva del paese, alla fine del 2012 era di 2.013,263 miliardi di dollari (dati Ocse) o 1.565,916 miliardi di euro (fonte: relazione del governo al Parlamento - 31 marzo 2013). Nel secondo trimestre il Pil Italia è stato confermato in contrazione -0,2% dopo il -0,6% nei primi tre mesi dell'anno. Comparando il secondo trimestre del 2013 con gli stessi mesi dell'anno precedente il calo è -2,0% (fonte: Eurostat). S&P ha abbassato la sua previsione di crescita 2013 per l'Italia, a -1,9% rispetto al -1,4% previsto a marzo 2013 e al +0,5% stimato a dicembre 2011. L'ultima previsione dell'Istat per il 2013 e' -2,1%. Il Fmi ha tagliato le stime del pil Italia 2013 a -1,8%. Anche l'Ocse prevede una contrazione di -1,8%, unico paese in recessione del G7. Nel 2012 il Pil ha subito una contrazione di -2,4%. E un crollo senza precedenti di -8,8% dall'inizio della crisi nel secondo trimestre del 2007 (fonte Eurostat);

- Potere d'acquisto delle famiglie: -2,4% su base annua, -94 miliardi dall’inizio della crisi, circa 4mila euro in meno per nucleo;

- Povertà: nel 2012 ha colpito il 6,8% delle famiglie e l'8% degli individui. I poveri in senso assoluto sono raddoppiati dal 2005 e triplicati nelle regioni del Nord (dal 2,5% al 6,4%). E' quanto emerge dal quarto Rapporto sulla Coesione sociale presentato da Inps, Istat e ministero del Lavoro.- Precariato: contratti atipici per il 53% dei giovani (dato Ocse);

- Produzione industriale: crollata -17,8% negli ultimi dieci anni. La produzione industriale e' calata del 1,1% a luglio 2013 e -4,3% rispetto a luglio 2012 (fonte Istat);

- Reddito famiglie: nel 2013 e' tornato ai livelli di 25 anni fa, oggi 1.032 miliardi di euro, rispetto ai 1.033 del 1988 (fonte: Confcommercio); il reddito annuale della famiglia media italiana è calato di 2.400 euro tra il 2007 e il 2012, quasi il doppio della media della zona euro (fonte: Ocse);

- Ricchezza: dall'inizio della crisi nel secondo trimestre del 2007 il pil e' crollato -8,8% (fonte: Eurostat), pari a una perdita di oltre 150 miliardi di euro. L'Italia comunque e' il paese piu' ricco in Europa per via del patrimonio immobiliare dei cittadini ma tra quelli a minor reddito e con il piu' alto tasso di poverta': la ricchezza netta pro-capite, pari a 108.700 euro, supera di poco quella dei francesi (104.100 euro) e dei tedeschi (95.500 euro) (Fonte Bce-Bankitalia);

- Servizi: il fatturato delle aziende che operano nel settore servizi (80% del Pil Italia) nel secondo trimestre 2013 risulta in calo -2,5% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente; l'indice Pmi relativo alle imprese dei servizi in Italia resta sotto i 50 punti (che indica contrazione): 48,8 ad agosto (fonte: Markit);

- Sofferenze bancarie: a dicembre 2013 ammontavano a 155,8 miliardi, nuovo record, e ben 30,9 in più rispetto ai 124,9 miliardi di fine 2012 (fonte: Bankitalia).

- Spesa famiglie:: prosegue il calo della spesa delle famiglie italiane, nel secondo trimestre del 2013 si contrae -3,2%, e per i beni durevoli -7,1% (fonte: Istat);

- Tasse: 262 scadenze per i cittadini italiani dall'Irpef, all'Iva, all'Irap, etc. Il livello eccessivo di tassazione provoca un effetto negativo, noto come curva Laffer e non è compatibile con la crescita;

- Spesa pubblica: in 15 anni e' salita +69% a 727 miliardi. Rispetto a una ricchezza di 1.565 miliardi di euro, lo stato spende il 48% del pil. E con gli interessi sul debito pubblico supera il 52%;

- Vendite al dettaglio: in calo a giugno 2013 -3% su base annua, -0,2%. Nel trimestre aprile-giugno 2013 l'indice è calato -0,3%.