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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/05/2022

L'altro lato del Muro

Hans Modrow (oggi novantaquattrenne) è stato membro della Camera del Popolo della DDR dal '58 al '90 per il SED (di cui fu membro del Comitato Centrale dal '67 all'89). È stato l'ultimo Primo Ministro della DDR. Dopo l'unificazione della Germania è stato eletto al Bundestag e al Parlamento Europeo. È presidente del Consiglio degli Anziani della Linke. Su queste pagine ho già pubblicato una sua lettera aperta alla Linke, in cui critica la linea del partito ritenendola responsabile dei disastrosi risultati delle ultime elezioni. Qui di seguito anticipo uno stralcio da un capitolo del nuovo libro a cui sto lavorando in cui mi occupo del suo testo “Costruttori di ponti. Le relazioni fra DDR e Cina Popolare” appena uscito per i tipi di Meltemi.

Per la stragrande maggioranza – per non dire la totalità – dei cittadini occidentali la DDR è stata un orribile campo di concentramento in cui milioni di tedeschi sono rimasti imprigionati dopo la fine della Seconda guerra mondiale, un incubo totalitario che il film di Florian Henckel von Donnersmarck, Le vite degli altri, santificato da un Oscar, ha descritto con toni claustrofobici. Ma era proprio così? La verità, controbatte Modrow, è che, almeno fino agli anni Settanta, la maggioranza dei cittadini della DDR aveva convintamente sostenuto il proprio governo, anche perché le condizioni di lavoro e di vita del popolo erano decisamente migliori che in tutti gli altri Paesi socialisti dell’Est Europa. L’opposizione nasce in quegli anni ma, contrariamente a quanto sostenuto dai media occidentali, rappresentava una frazione minoritaria della popolazione, e soprattutto non voleva la fine del socialismo bensì la sua riforma. In particolare, alcuni settori del partito rivendicavano l’applicazione di quelle parti della Costituzione che affermavano che sovrano del Paese è il popolo, non i vertici del partito.

Come spiegare, allora, la costruzione del Muro, avvenuta già all’inizio degli anni Sessanta? Modrow associa tale evento a due ordini di fenomeni. Il primo di origine socioeconomica, il secondo di tipo geopolitico. Il primo si riferisce alle particolarissime condizioni dell’enclave berlinese. I lavoratori frontalieri – perlopiù altamente qualificati – venivano attirati dalle aziende di Berlino Ovest con salari apparentemente allineati a quelli orientali, con la differenza che erano pagati in marchi occidentali per cui, grazie al cambio favorevole, levitavano fino a quattro volte. Gli stessi frontalieri continuavano tuttavia a vivere nella DDR, dove usufruivano di affitti, cibo e vestiario sovvenzionati, per cui potevano permettersi un tenore di vita assai più elevato degli altri cittadini. Un esercito di decine di migliaia di privilegiati che finiva per agire da agit prop della “superiorità” del modello occidentale. Quanto alla questione geopolitica, è riassumibile in una frase – “La conquista è un’ingiustizia, la riconquista un diritto” – pronunciata dal cancelliere Adenauer il 6 settembre del 1953 sulla piazza del Mercato di Bonn, davanti a una folla di decine di migliaia di persone, occasione in cui disse anche che “il nostro obiettivo è la liberazione di diciotto milioni di fratelli e sorelle nei territori orientali”. Non precisamente una dichiarazione di pace, come si vede, tanto più ove si consideri che la memoria degli orrori scatenati dall’imperialismo tedesco nella sua proiezione verso Est erano recentissimi. Questo tipo di considerazioni, racconta Modrow, furono per lui decisive allorché, l’11 agosto del 1961, alzò la mano in parlamento insieme agli altri deputati per votare una risoluzione sulle misure di sicurezza alle frontiere. Tuttavia, ammette a posteriori, nel farlo non era pienamente consapevole delle implicazioni di quella decisione, ma soprattutto aggiunge che lo stesso Ulbricht non ne era del tutto al corrente, tanto è vero che aveva pubblicamente dichiarato che nessuno aveva l’intenzione di costruire un muro fra le due Germanie. In effetti, quest’ultima decisione fu presa dall’Unione Sovietica ai primi di agosto senza consultare il premier della DDR, il quale ne fu informato solo all’ultimo momento.

Compiendo un balzo di qualche decennio, veniamo all’ultima fase di vita della Repubblica Democratica Tedesca, nella quale Modrow ricopriva l’incarico di Primo Ministro. Nella sua dichiarazione di governo aveva espresso la volontà di rinnovare la società socialista e il suo Stato e aveva assunto come compito prioritario portare l’economia del Paese fuori dalla crisi. Ma ormai non vi era più tempo per portare a termine una simile impresa. Dopo una serie di incontri con il segretario di Stato americano James Baker, con il presidente francese Mitterrand, con il ministro degli Affari Esteri inglese Douglas Hurd e con Gorbaciov, Modrow capisce che la fine della DDR è inevitabile e tenta di pilotare il processo contrattando una serie di regole e procedure con la controparte occidentale. L’esito finale avrebbe dovuto essere la nascita di una confederazione fondata su un trattato di pace e su una opzione per la neutralità militare. Ovviamente una simile soluzione non poteva essere accetta da chi, scrive Modrow, “voleva respingere i russi dentro il loro confine passato e far avanzare la NATO fino alle nuove frontiere”. Quindi tutto finisce prevedibilmente (nell’ottobre del '90) “con ciò che fu denominato eufemisticamente come ‘adesione’ dello Stato socialista della DDR, che equivaleva a una colonizzazione”.

Le conseguenze di questo “anschluss” furono drammatiche per i cittadini della Repubblica Democratica Tedesca, molti dei quali si erano illusi, dopo la caduta del Muro, di vedersi spalancare le porte del “paradiso” capitalistico occidentale: ottomila aziende pubbliche privatizzate e regalate a imprese o singoli imprenditori occidentali, sostituzione di tutti i quadri degli apparati politico, amministrativo, giuridico, militare, educativo con corrispettivi tedeschi occidentali, persecuzione legale di centinaia di migliaia di funzionari denunciati per avere collaborato con istituzioni legittime e costituzionali della DDR, disuguaglianze radicali di reddito e condizioni di vita con i cittadini dei Lander della Germania Ovest, disoccupazione di massa. In poche parole tutto il corteggio di disastri che hanno fatto sì che i flussi elettorali nei nuovi Lander così “incorporati” si siano polarizzati fra estrema destra ed estrema sinistra.

Come già ricordato, il libro di Modrow qui al centro dell’attenzione non è una storia della DDR, bensì dei rapporti fra DDR e Cina popolare, ricostruiti attraverso i contatti diretti che l’autore ha avuto con alti dirigenti del PCC nel corso di una lunga carriera politica, anche attraverso i molti viaggi compiti in Cina. Non possiamo quindi estrarne molte più informazioni e riflessioni sulle vicende interne alla Repubblica Democratica Tedesca di quelle appena esposte. Prima di passare al successivo paragrafo, vale tuttavia la pena di sottolineare alcune specificità della DDR rispetto agli altri Paesi socialisti dell’Est europeo. Mentre ha avuto un’economia ben sviluppata, dotata di un sistema tecnologico-industriale avanzato, di un invidiabile sistema di welfare nonché di livelli salariali e condizioni di vita più che dignitosi, la DDR ha sempre pagato la sua collocazione geopolitica nel cuore della guerra fredda fra Est e Ovest, il che, da un lato, ne ha inevitabilmente frenato i margini di autonomia nei confronti dell’Unione Sovietica, frustrando le velleità di riforma del sistema che si sono manifestate all’interno del partito, dall’altro lato, l’ha esposta alla durissima pressione economica (vedi sopra la questione dei frontalieri a Berlino), propagandistica (i cittadini avevano facilmente accesso ai media occidentali) e militare (con la massiccia presenza dell’esercito americano sul territorio tedesco) da parte dell’Occidente.

In questo contesto Hans Modrow rappresenta un raro esempio di coerenza politica, ideologica e morale, una figura di intellettuale-dirigente comunista che, pur vivendo durissime prove, ha saputo mantenere, non aggrappandosi ai dogmi ma esercitando un lucido spirito critico, un saldo riferimento agli ideali socialisti e marxisti. Lucidità che gli consente di affermare che il declino del socialismo europeo non è certo iniziato nell’autunno del 1989 né si è concluso due anni dopo con la fine dell’Unione Sovietica, ma prosegue tuttora con la feroce campagna anticomunista che i regimi neoliberali conducono da trent’anni, culminata con la vergognosa risoluzione del Parlamento europeo del settembre 2019 che equipara il comunismo al nazionalsocialismo.

Fonte

04/03/2022

Lettera di Hans Modrow alla Linke

Il novantaquattrenne Hans Modrow è stato membro della Camera del Popolo della DDR dal 58 al 90 per il SED (di cui fu membro del Comitato Centrale dal 67 all'89). È stato l'ultimo Primo Ministro della DDR. Dopo l'unificazione della Germania è stato eletto al Bundestag e al Parlamento Europeo. È presidente del Consiglio degli Anziani della Linke. Qualche settimana fa Modrow ha scritto una lettera alle due co-presidenti del partito come contributo alla discussione in vista del congresso che si terrà la prossima estate a Erfurt. Come i lettori potranno verificare la lettera – resa nota dal quotidiano Junge Welt – è tutt'altro che tenera con la linea politica della Linke. Ringrazio l'amico Vladimiro Giacché per avermela segnalata e il traduttore "militante" che mi consente di presentarvene qui una versione italiana alla quale ho apportato solo piccole correzioni di forma. Aggiungo solo che in questo drammatico momento che vede iniziare una guerra fra Russia e Ucraina, a coronamento di una ininterrotta serie di provocazioni della NATO e del regime di estrema destra di Kiev, il richiamo che alla fine della sua lettera Modrow rivolge alle sinistre europee, criticandone l'atteggiamento di equidistanza fra potenze occidentali da un lato e Cina, Russia, Cuba, Venezuela, Corea e Vietnam dall'altro assume particolare rilievo.

*****

Care Susanne e Janine,

per la prima volta in molti anni non ho partecipato alla commemorazione silenziosa a Berlino-Friedrichsfelde, non ho potuto unirmi a voi e a molti altri per onorare coloro sulle cui spalle si regge il nostro partito. Non ero assente per ragioni politiche, ma per motivi di salute. Ero in ospedale. La diagnosi non è esattamente rosea, ed è per questo che ritengo opportuno sistemare le mie cose. Ecco il motivo di questa lettera, che rappresenta anche il mio contributo alla discussione in vista del congresso del partito a Erfurt.

Il Partito della Sinistra – che è emerso dal WASG e dal PDS, e quest’ultimo a sua volta dal SED, che aveva le proprie radici organizzative nel KPD e nella SPD – si trova in una situazione critica. Che non è dovuta solo al risultato disastroso nelle elezioni del Bundestag. Quest’ultimo ne ha semplicemente reso visibile la condizione interna.

Se il partito non si chiarisce le idee su cosa rappresenta e qual è il suo obiettivo neanche gli elettori lo sapranno. Perché dovrebbero votare per un partito il cui interesse principale sembra essere quello di formare un governo con la SPD e i Verdi? Se ciò risulta evidente tanto nel gruppo dirigente che tra i rappresentanti eletti non è imputabile all’opera dei singoli compagni e compagne, né è il risultato di una singola decisione sbagliata. È il prodotto di anni di uno sviluppo maturato nel corso di decenni.

Non è possibile capire quando tale processo sia iniziato, e chi ne sia il responsabile, né si può rispondere alla domanda se il socialismo reale avrebbe potuto essere salvato dopo il 20° Congresso del PCUS nel 1956 o dopo la Primavera di Praga nel 1968. Semplicemente non lo sappiamo.

Mettere tutto in discussione

Conosciamo però le regole del gioco democratico. Le abbiamo accettate, così come abbiamo dovuto prendere atto della realtà sociale, ci piaccia o meno.

Anche Bismarck lo sapeva e agiva di conseguenza: “Si deve trattare con le realtà non con le finzioni”. Una delle regole democratiche del gioco prevede che dopo una clamorosa sconfitta tutto deve essere messo in discussione. Un autoesame critico include obbligatoriamente la questione dei quadri.

Perché se tutti i responsabili rimangono in carica, nulla cambierà. Non basta essere accomodanti e giurare di fare meglio. Un Saul con un mandato politico non è mai diventato Paolo. Quella era una leggenda biblica. Il grado di corresponsabilità varia da un membro del partito all’altro, ma è più grande tra i dirigenti. Un dirigente federale, per esempio, ha una maggiore responsabilità per la strategia e il programma elettorale del partito rispetto a un semplice membro di partito; una responsabilità decisiva si potrebbe dire.

Gli annunci dei leader trovano maggiore diffusione rispetto all’opinione dei gruppi di base; ciò che viene detto nel gruppo parlamentare ha un impatto diverso rispetto, ad esempio, a una dichiarazione del Consiglio degli Anziani. Pertanto, penso che un nuovo inizio non sarà possibile senza conseguenze per singoli quadri dirigenti. Il congresso del partito in estate a Erfurt è, a mio parere, l’ultima possibilità per ripartire: non ce ne saranno altre.

Nel partito da cui provengo tutti e tutte sapevano che, nello slogan dell’unità tra continuità e rinnovamento, il rinnovamento era una parola per coprire la stagnazione. Sappiamo tutti dove siamo andati a finire. Marx forse si sbagliava quando diceva – citando Hegel – che la storia accade due volte, “una volta come tragedia, l’altra volta come farsa”. Anche se la storia non si ripete, le analogie non possono essere del tutto scartate. La mia impressione è che nel nostro partito i processi sembrano ripetersi.

Il SED è crollato perché la direzione era arrogante, proseguiva nel suo discorso indifferente alle critiche e ignorando ciò che la base trovava discutibile. Così questa leadership ha distrutto il partito dall’alto. La fine è nota.

Alla fine dei miei giorni temo la ripetizione. Le conseguenze politiche del fallimento di più di 30 anni fa può essere visto in Germania orientale. Le conseguenze del fallimento del Partito della Sinistra influenzeranno l’intera Germania e la sinistra europea nel suo insieme. Sono danni irreparabili. Dovremmo esserne consapevoli! Abbiamo quindi una grande responsabilità: ogni compagna, ogni compagno e il partito nel suo insieme.

Come Presidente del Consiglio degli Anziani sono sempre stato consapevole di tale responsabilità. Abbiamo agito in conformità con lo statuto del partito: il Consiglio degli Anziani delibera su propria iniziativa o su richiesta della presidenza del partito riguardo a problemi di linea politica. Presenta proposte o raccomandazioni e partecipa al dibattito pubblico del partito con dichiarazioni. Tuttavia, ho dovuto, abbiamo dovuto prendere atto che le nostre proposte e raccomandazioni non avevano alcun effetto visibile, motivo per cui ho ripetutamente e pubblicamente posto la domanda se ci fosse proprio bisogno di questa istituzione. Eravamo apparentemente superflui e fastidiosi, nessuno aveva bisogno della nostra esperienza.

Nelle mani della Germania occidentale

Ovviamente anche nel nostro partito c’è – come in ogni famiglia – un conflitto generazionale. La tendenza della generazione più giovane a percepire il consiglio degli anziani come fonte di lezioni stantie o di tentativi di dominio non mi è estranea: dopo tutto, anch’io sono stato giovane una volta. Inoltre, il conflitto è aggravato dalle origini diverse. Quelli nati e cresciuti nell’Est hanno sperimentato una socializzazione diversa rispetto ai compagni dell’Occidente. La socializzazione include: educazione, lingua, maniere, mentalità, esperienza, cultura della collaborazione lavorativa... Tutto questo svanisce con gli anni, mentre i suoi portatori scompaiono. Ma ha un effetto duraturo che va oltre le generazioni. I tedeschi dell’Est, va detto, non sono migliori. Sono diversi. Di ciò si dovrebbe tenere conto sia nel partito che nel lavoro politico. Se non lo si fa, come è successo di recente per le elezioni, ti viene presentato il conto. Non si vincono le elezioni federali nell’Est, lì si perdono.

Non riesco a scrollarmi di dosso l’impressione che il partito, come è successo alla parte orientale del paese, è ora nelle mani della Germania occidentale. I rappresentanti occidentali e i loro alleati danno il là. Come nello Stato, non c’è unità. Io lo chiamo uno Stato di dualità. E questo sembra essere il caso anche del partito. Sì, lo so, la composizione del partito è cambiata, molti giovani dell’Ovest e dell’Est si sono iscritti. Vengono principalmente dalle città e non dalla campagna, hanno esigenze e interessi diversi rispetto ai nostri quando avevamo la loro età.

Tanto più importante sarebbe renderli consapevoli della ricca tradizione da cui proviene il loro/nostro partito, delle sue radici e di ciò per cui le generazioni hanno lottato: non per la stabilizzazione del sistema capitalista, ma per il suo superamento. E il carattere del sistema non può essere conosciuto con l’aiuto dei servizi sui cosiddetti social media, ma dalla teoria e dalla pratica, e dalla loro connessione.

Non ho quindi paura di chiedere la creazione di un sistema di formazione politica nel partito. Naturalmente, questa non è una panacea, ma è utile per conoscere il mondo e determinare qual è il compito del partito. Anche se la sua condizione è in uno stato di continua evoluzione, il carattere della società di classe non cambia.

Slogan pubblicitari, anglicismi, gendering o la lotta contro la catastrofe climatica non cambiano le condizioni sociali nella società borghese-capitalista. La presunta scomparsa del proletariato industriale non ha cancellato la classe operaia. La ricerca sociale parla ora del proletariato dei servizi, cioè di chi deve lavorare per pochi soldi per sopravvivere: infermiere e badanti, commesse di supermercati, lavoratori esternalizzati nelle aziende di logistica, lavoratori delle poste, lavoratori del commercio al dettaglio, lavoratori nella ristorazione e nel turismo, e così via. Secondo studi recenti, costoro rappresentano oggi fino al 60% della forza lavoro e sono difficilmente sindacalizzabili. Sono proprio simili alla classe operaia, al 18% occupato nel settore industriale. Questi quasi quattro quinti della società sono a malapena percepiti dal nostro partito: “Non è una classe, non è una maggioranza, solo un fenomeno marginale...”.

La lotta per la pace

Non meno pericolosa è l’assurda equidistanza in tema di politica estera. Non si può essere ideologicamente equidistanti da tutti i movimenti e gli stati. Quelli che cantano la stessa canzone dei capitalisti rispetto a Russia, Cina, Cuba, Venezuela ecc. sono oggettivamente allineati con gli avversari economici e politici di questi stati. Vogliamo aiutarli nella guerra fredda e creare mucchi di macerie e disastri simili a quelli avvenuti negli stati della primavera araba, Afghanistan, Ucraina e ovunque i servizi segreti e la macchina militare dell’Occidente fanno danni irreparabili?

Naturalmente non dobbiamo approvare tutto ciò che accade in altri paesi. Tuttavia, nella nostra valutazione non è solo utile ma anche necessario utilizzare la prospettiva degli altri. Nella lotta per la pace non ci deve essere neutralità. L’ambito culturale cristiano-europeo da cui noi proveniamo, come anche Karl Marx e tutta la cultura capitalista occidentale, non può essere il metro con cui misuriamo il mondo. Ci sono popoli di alta cultura che ci precedono di millenni. E ci sono delle priorità che anche Willy Brandt ha ammesso: la pace non è tutto, ma senza la pace tutto è niente.

Care Susanne e Janine, vi posso promettere di risparmiarvi in futuro delle lettere come questa. La mia forza è esaurita, posso solo porre la mia speranza nei nipoti, che combatteranno meglio. E come tutti sappiamo, la speranza è l’ultima a morire.

Berlino, 17 gennaio 2022

Un abbraccio solidale
Hans Modrow

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23/11/2019

Il totalitarismo tedesco occidentale... Chi l’ha visto?

“Nella DDR c’erano 71mila cittadini controllati dai servizi segreti della BDR. […] Dal 1956 al 2012 sono stato sottoposto a sorveglianza dai servizi della Repubblica Federale tedesca. Ho intentato una causa contro il governo federale per avere accesso agli atti che mi riguardavano, ma questo accesso mi è stato negato […]. Quelli che ho chiesto sono considerati atti che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza dello stato federale, quindi io non ho diritto di sapere cosa abbiano fatto nei miei confronti. Questo, però, sta a testimoniare una cosa importante: che la lotta di classe è tuttora in atto. I servizi segreti di ieri sono gli stessi di oggi, dunque la lotta di classe non è per niente finita“.

Così Hans Modrow, ultimo Premier della Repubblica democratica tedesca (DDR), in una sala stracolma di gente, qualche giorno fa, a Milano.

Ascoltavo la sua versione dei fatti – che difficilmente vi capiterà di sentire – i suoi ricordi di uomo dell’Est e le sue valutazioni sulla Perestroika di Michail Gorbacev (l’ultimo segretario del Partito comunista sovietico. Personalmente lo ricordo immortalato in una pubblicità di Luis Vuitton mentre percorre in auto il muro di Berlino; accanto a lui, sul sedile, l’irrinunciabile borsa del noto marchio. Che razza di fine. D’altronde, aveva già vinto il Nobel per la Pace).

Be’, mentre lo ascoltavo ripensavo a film come “Ninotchka” o “Le vite degli altri” – dai più vecchi ai più recenti – e a tutti i racconti del terrore che dall’asilo alla laurea mi sono stati propinati sulla vita Oltrecortina. Da piccola me l’immaginavo come un mondo dalle tonalità grigio-seppia, con file interminabili anche per bere un caffè al bar, dove praticamente non esisteva l’estate e dove venivi spiato perfino dalle tue mutande. Insomma: un incubo orwelliano infeltrito e monocromatico, che d’altronde Orwell – anticomunista col turbo – aveva creato proprio pensando alla raccapricciante Unione Sovietica.

(È poi un dettaglio che se da un lato ci indottrinavano a odiare la parola “comunismo”, dall’altro venivamo colonizzati dalla fluorescente, morbidissima cultura statunitense: dai telefilm agli hamburger, era tutto uno sprizzare gioia e ottimismo, un’esplosione di bene che vince sul male e di godimento inesauribile e senza controindicazioni. Chi l’avrebbe mai detto, che dopo le abbuffate degli anni '80 sarebbero arrivati i co.co.co, le partite iva a 800 euro al mese e la caparra dell’affitto pagata con la pensione di nonna?)

Be’, insomma: chissà che direbbe oggi, Orwell, del mondo in cui viviamo, del trionfo di libertà e democrazia in cui nuotiamo. Chissà che direbbe, della narrazione dei fatti bidimensionale propagandata nelle scuole, di ogni ordine e grado; della superficialità e ignoranza degli editorialisti, delle immense porzioni di etere concesse a pennivendoli e storici da strapazzo, che sulla Caduta del Muro di Berlino si sono avventati come avvoltoi inferociti. Chissà che direbbe di intere generazioni di giovani sacrificati al dio consumo, che aspirano al massimo a comprare l’ultimo iphone al centro commerciale costruito sotto casa cinque anni fa.

Probabilmente gli piacerebbe il “mondo libero”, che ha vinto sulla rivoluzione socialista. Anche se – ironia del caso – questo “mondo libero” somiglia sempre più al suo 1984.

Io credo che la vera forza di un totalitarismo stia nella sua normalità; nella capacità di plasmare i pensieri, i desideri, i ricordi – perfino i significati delle parole – con un’azione delicata ma costante, quotidiana, incessante. Una pressione leggera, una specie di goccia in testa. Sulla testa di persone che mentre la goccia scava continuano a sentirsi il capo asciutto, intatto.

Chi vive dentro un totalitarismo – insomma – non sa di viverci. Fossimo noi, quegli sventurati?

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