di Sergio Bologna
Chi ha partecipato intensamente ai movimenti di lotta e di protesta degli anni Settanta può portarsi dietro una serie di stereotipi che certe volte gli impediscono di capire i movimenti di oggi. Quello che succede in queste ore a Trieste non è immediatamente decifrabile, soprattutto per chi non è sul posto. Nessuno può negare però che tante categorie con cui si giudicano alcuni comportamenti di massa sono saltate ben prima dei fatti di Trieste, per cui l’esigenza di fare chiarezza è da tempo avvertita come urgente. Questo è un mio piccolo contributo alla chiarezza, maturato nei miei anni di studio e di docenza sulla storia del movimento operaio.
Vorrei parlare della categoria di “paternalismo”.
Che cosa si è inteso con questo termine? (e non a caso uso il passato). Si è inteso un comportamento del datore di lavoro che offre ai suoi dipendenti un trattamento migliore di quello che avrebbero ottenuto o potrebbero ottenere mediante una tradizionale dialettica sindacale. Alla radice del paternalismo c’è sempre l’idea che il sindacato è superfluo. Questo si può tradurre anche nella costituzione in azienda di un sindacato “giallo”. Il paternalismo è sempre di carattere conservatore e non va confuso con forme di politiche sociali del datore di lavoro che in realtà possono essere fortemente innovative. L’esperienza di Adriano Olivetti, per esempio, si può liquidarla come paternalismo? Penso proprio di no.
Ma il paternalismo è un fenomeno proprio di epoche in cui il sindacato è forte e rappresentativo, epoche in cui valgono i contratti nazionali e il datore di lavoro disposto a dare “un qualcosina in più” è uno che riconosce solo contratti aziendali. Non è la nostra epoca. Da noi i contratti nazionali valgono sempre meno, ce ne sono circa 900 registrati presso il Cnel, il sindacato della cosiddetta “triplice” Cgil, Cisl e Uil, vede costantemente erosa la sua presenza sui luoghi di lavoro, nel comparto della logistica rischia addirittura di essere minoranza, il proliferare di accordi aziendali è favorito dalla presenza dei Cobas. Ma soprattutto c’è un altro fattore di carattere strutturale che cambia i connotati del termine “paternalismo”. L’Italia è fatta di aziendine piccole o microscopiche, di artigianato, dove per forza s’instaurano rapporti del tipo “siamo tutti una famiglia”. Nel migliore dei casi. Perché sempre più frequente è la presenza di situazioni dove i più elementari diritti dei lavoratori sono negati, dove si verificano casi di schiavismo, l’Italia è il paese del subappalto, dell’outsourcing, del caporalato, anche in aziende solide (es. caso Grafica Veneta). Un imprenditore che paga i contributi rischia già di essere considerato “paternalista”.
I porti e il caso di Trieste
In questo quadro s’inserisce il problema del porto di Trieste. Quando Zeno D’Agostino è arrivato alla presidenza la situazione del lavoro e in particolare del lavoro occasionale, a chiamata, nel porto di Trieste era la peggiore in Italia. Cooperative fallite, contenziosi a non finire, in breve “il Far West”, per dirla con una ricerca comparativa dell’Isfort su tutti i porti italiani. Per i concessionari dei terminal – diciamolo – avrebbe potuto continuare benissimo così. Invece Zeno D’Agostino, cogliendo al volo la possibilità legale di stabilizzare la forza lavoro offertagli dall’istituzione delle Agenzie del Lavoro da parte del Ministro Del Rio, ha ritenuto di poter porre fine a una situazione che produceva solo danni al porto di Trieste e che era molto simile a quella di migliaia di aziendine che campano eludendo in un modo o nell’altro il pagamento dei contributi e il riconoscimento dei più elementari diritti dei lavoratori. D’Agostino non ha “innovato” nulla, ha ristabilito la legalità. Ma nell’Italia di oggi è stata una scelta anomala, in particolare nel settore pubblico, così incline all’outsourcing.
Lo ha fatto perché “ha un debole” per i portuali? Lo ha fatto perché, come manager pubblico, ha il mandato di conservare e valorizzare un patrimonio dello Stato e ha capito che il modo migliore per farlo, per far crescere i traffici del porto, per attrarre investimenti, per accrescere l’occupazione, è quello di garantirsi una pace sociale ottenuta non attraverso contrattazioni sottobanco o favoritismi ma riconoscendo ai lavoratori i loro diritti fondamentali. Nel caso specifico del lavoro portuale, limitando la precarietà.
Può essere definito questo “paternalismo”?
Certo, è stata una decisione presa “dall’alto”, non è stata la conseguenza di una lotta dei lavoratori con picchetti, ore di sciopero, veglie notturne, sacrifici di salario e magari conseguenze giudiziarie; come di solito avviene in questi casi, dove il diritto te lo devi conquistare con il sudore e il sangue. Come le lotte dei lavoratori dei magazzini della logistica – tanto per capirci – dove ci lasciano pure la pelle. È stata il risultato di una scelta “manageriale” che – particolare non secondario – si è rivelata giustissima.
Il Clpt (Collettivo dei Lavoratori del Porto di Trieste) continua a ricordare (a rinfacciare) a D’Agostino l’appoggio e la solidarietà che gli ha dimostrato quando una sciagurata sentenza di un’Authority romana lo aveva destituito. Quella è stata una bella pagina nella storia del Clpt, ma credo che con quel gesto i lavoratori del porto difendessero anche se stessi e i diritti che la scelta manageriale di D’Agostino aveva loro concesso, non è che “si spendevano” generosamente per il loro Presidente. Certo, avrebbero potuto starsene a casa e non scendere in piazza, si sarebbero persi una splendida giornata di sole.
Poi le cose sono cambiate, i portuali hanno fatto diverse scelte sindacali, sono entrate in gioco altre dinamiche, in alcuni casi i terminalisti hanno cercato di ristabilire condizioni autoritarie, prontamente rintuzzate da una forza lavoro che ormai si era rafforzata nella solidarietà (ma anche da un deciso atteggiamento da parte della governance del porto), la decisione di Sommariva di accettare la nomina alla Presidenza di La Spezia ha fatto mancare un interlocutore con cui i portuali avevano una forte empatia. Il Clpt ha cominciato a essere riconosciuto come realtà cittadina e si è affrancato dalle pure logiche portuali, è diventato – possiamo dire – un attore della politica triestina. Cambiando le cose, i rapporti con la Presidenza sono cambiati. Ma le cose sono cambiate così come sono cambiate in altri porti, si pensi a Genova, dove una parte dei portuali, per la prima volta dopo settant’anni (!), ha deciso di voltare le spalle alla Cgil. Questo non deve scandalizzare. Se si pensa alla drammatica situazione della formazione del ceto politico nell’Italia di oggi, al fatto che possiamo avere deputati semianalfabeti e Ministri con esperienza zero nella materia su cui dovrebbero governare – c’è da stare contenti che dei lavoratori del porto possano diventare non solo dei sindacalisti sul loro luogo di lavoro ma anche dei “cittadini che fanno politica”.
Però nel momento stesso in cui lo diventano non possono pensare di sottrarsi al giudizio politico degli altri, non possono pensare che i loro comportamenti pubblici debbano sempre essere giudicati bonariamente solo come “azioni di un onesto lavoratore”. In particolare oggi, dove con le problematiche sollevate dal Covid e dalla gestione governativa della pandemia, aggravata da micidiali tentennamenti dell’Oms, la complessità della situazione è aumentata a dismisura, la confusione delle lingue pure, la sistematica deformazione della realtà è un esercizio costante, lo spregio della competenza uno spettacolo televisivo. La complessità di oggi mette a dura prova il politico più “navigato”, figuriamoci tutti gli altri, comprese “le matricole”.
“No al Green Pass” come obbiettivo unificante
Avevo scritto all’inizio che i reduci dei movimenti di protesta degli anni Settanta possono portarsi dietro stereotipi e pregiudizi che impediscono loro di capire la realtà di oggi. È quello che è capitato anche a me. Quando a Trieste il coordinamento del movimento No Green Pass e il Clpt hanno dichiarato il blocco a oltranza del porto ho pensato subito a un’iniziativa neofascista. Trieste da questo punto di vista ha un ricco Cv, non dimentichiamo che è stata la culla di Gladio, come ben ricostruisce Franzinelli nel suo volume sul 1960 e il governo Tambroni. Invece, mi ero sbagliato di grosso (c’è da dire anche che manco da Trieste per ragioni di forza maggiore da almeno tre mesi, agosto compreso). Leggendo su www.infoaut.org la chiara cronistoria, scritta dai protagonisti, di quel movimento che ha visto alla fine migliaia di persone in piazza, ho capito che ero finito fuori strada. Il movimento l’avevano messo in piedi e gestito giovani che stanno nel campo opposto all’estrema destra.
Ma non per questo mi sono tranquillizzato, anzi, le perplessità sono aumentate e con esse gli interrogativi senza risposta. Ne riporto uno solo.
Trovo curioso che proprio sul porto si sia concentrata la protesta, cioè sulla realtà che bene o male funziona meglio. Non c’era proprio a Trieste e dintorni nessun altro simbolo dell’arroganza del potere o dello sfruttamento dei lavoratori da individuare come obbiettivo? È proprio il porto la peggiore immagine dell’Italia di oggi? Tanto da mobilitare gente da tutta Italia e farla accorrere ai varchi? Qualcuno ricorda in Italia un fenomeno del genere per una lotta sindacale? Sì, il precedente c’è: la manifestazione del 18 settembre per la Gkn a Firenze. Ma quella era una manifestazione con l’appoggio della Cgil e di alcuni partiti. Qui sembra spontanea, una cosa a Trieste mai vista per una lotta sindacale in un luogo specifico di lavoro.
E allora il mio pensiero corre a un altro luogo di lavoro, che da lì, da dove c’è tutta quella gente, si vede a occhio nudo: la Fincantieri di Monfalcone, un’azienda pubblica – com’è pubblico un porto – dove il modello dell’organizzazione del lavoro è “leggermente” diverso, si basa sugli appalti e i subappalti, sul reclutamento di forza lavoro straniera proveniente da quegli ambienti che sono considerati l’ultimo girone dell’inferno del lavoro mondiale, dai cimiteri delle navi del Bangladesh. Un modello dove investigatori e magistratura hanno trovato anche corruzione e caporalati. Lì il sindacato ha firmato, proprio sugli appalti, a maggio di quest’anno, accordi che è meglio dimenticare.
Lì è tutto tranquillo, lì l’Amministratore Delegato ing. Bono, può dichiarare alla stampa che assumerebbe volentieri migliaia di giovani italiani ma questi, purtroppo, preferiscono fare i rider...
In realtà il mio interrogativo rimane senza risposta perché parte da un equivoco: quello di considerare la vicenda triestina una lotta sindacale. Ma quella non è una lotta sindacale, come per Gkn, quella è una protesta politica contro la gestione governativa della pandemia e quindi concentra su un unico obbiettivo simbolico – capitato per caso – non solo tutta la rabbia, le frustrazioni, le pulsioni che si sono accumulate in questo anno e mezzo, non solo la protesta studentesca, non solo i lavoratori con le loro famiglie, ma anche tutto il potenziale esplosivo del movimento no vax e la volontà dell’opposizione di Fratelli d’Italia e dei gruppi neonazi che hanno tutto l’interesse a destabilizzare il governo Draghi, sfidando apertamente l’ordine pubblico. Collante di tutto questo è stata la dichiarazione del blocco a oltranza che, dal punto di vista strettamente sindacale, quindi del solo Clpt, è un’idiozia, perché anche un bambino capisce che non avrebbe potuto reggere più di un paio di giorni.
Se questo è vero, allora è anche plausibile che il movimento No Green Pass:
a) sia stato generato a Trieste dall’area “antagonista” (detto per brevità);
b) quando è giunto al culmine dell’insperata mobilitazione i lavoratori del porto organizzati in Clpt ci sono saltati dentro e
c) invece di manifestare davanti alla Prefettura – simbolo dello Stato e del governo – sono andati a bloccare il porto e
d) lì hanno servito su un piatto d’argento un bel pranzo a chi non era invitato. A turisti di passaggio, a no vax militanti e neonazi.
Ma perché i portuali sono andati a cacciarsi in una situazione che poteva sfuggire al loro controllo? Non dobbiamo dimenticare varie cose: che il Green Pass è una questione che riguarda specificamente il lavoro e i luoghi di lavoro, che i sindacati di base della logistica avevano dichiarato sciopero generale il 15 ottobre e che la solidarietà dei cittadini con la protesta contro il Green Pass era stata massiccia. Alla fine però a Trieste sembrava che la partita si giocasse tra chi era disposto a concludere questo “tornante” di lotta (e magari riprenderlo più tardi o altrove) e chi pensava di poter continuare il blocco a oltranza rinforzando il picchetto operaio con la massa degli “autoinvitati”.
Non era detto che dovesse finir male. Invece è finita con le cariche della polizia, ma i sostenitori del blocco a oltranza avrebbero dovuto saperlo sin dall’inizio. Di mezzo qualcuno che “voleva” che finisse così ci deve essere stato. In questi frangenti la troppa ingenuità non è ammessa.
Io mi auguro solo che un ceto politico in embrione non perda l’entusiasmo, ma sappia trarre l’insegnamento giusto da questa esperienza. Per questo su un punto vorrei essere chiaro e abbandonare per un momento le vesti di osservatore diversamente imparziale.
Il movimento no vax non può che essere di estrema destra
Conosco bene i dilemmi del vaccinarsi o meno, li ho avuti in famiglia, con mio figlio, sebbene di lieve entità. Per questo distinguo tra il problema individuale e l’appartenenza, la militanza, al movimento mondiale no vax. Uno può essere operaio ma non per questo appartenere al movimento operaio. Considero l’idea di libertà del movimento no vax quanto di più contrario ci possa essere all’idea di solidarietà che sta alla base dell’esistenza stessa del movimento operaio, del sindacato, della sinistra. Ne ho scritto su un testo che circola su Facebook e su diversi siti (tra cui https://www.officinaprimomaggio.eu/interventi/).
Quando è scoppiata la pandemia sono rimasto disorientato come tutti, l’unica voce era quella di un governo fatto di gente alle prime armi, del teatrino televisivo ne ho piene le scatole da tempo. Come orientarmi? Mi sono ricordato che di epidemie ne ho sentito parlare nel 1974-75 da gente che le ha studiate a fondo, da gente con cui ho lavorato, da uomini come Giulio Maccacaro, docente di statistica medica, direttore di “Sapere”, fondatore di “Epidemiologia e Prevenzione”, ispiratore di “Medicina democratica” e di quel movimento di lotta per la salute che ha svelato i danni dell’amianto e di tante altre sostanze tossiche letali o portatrici di malattie degenerative. Che ha anticipato i criteri fondatori del servizio sanitario nazionale, che ha combattuto Big Pharma e la ricerca asservita alle multinazionali, che si è battuto per una medicina territoriale e per una politica di prevenzione basata sulla consapevolezza dei cittadini, che ha pensato alla formazione degli operatori sanitari. Tutto quello che la gestione governativa dell’emergenza non ci ha voluto o saputo dare. È una grande tradizione di conoscenza e di passione civile, è la “mia” cultura alla quale dovevo restare fedele. E questa diceva che la gestione dell’epidemia non si può limitare alle campagne vaccinali. È un problema assai più complesso che va affrontato con diverse strategie, in modo da indirizzare prima di tutto le persone verso un comportamento intelligente e consapevole. Anch’io ho avuto perplessità sul vaccino, ma non sulla necessità di vaccinarsi e quando mi hanno detto “sei una cavia!” ho risposto che ne ero ben consapevole, ma che la vaccinazione ha dato i suoi frutti lo dicevano i numeri. Con quel bel po’ di tradizione alle spalle avrei dovuto correre dietro ai vari guru no vax e andare a braccetto con quel tipo con le corna di bufalo che ha dato l’assalto a Capitol Hill? O con certi personaggi che schiamazzano ai varchi del porto di Trieste?
No grazie.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/09/2020
Bielorussia - Lo strapotere di Lukašėnko e la sottomissione alla logica del capo
Nel seguire da vicino la crisi che avvolge la società della Bielorussia, si vive un intenso riverbero che mette in moto immagini, suoni e voci del popolo che abita quel territorio.
E quando si ripercorre, anche se a grandi linee, la storia di un popolo, riaffiora, seppur in modo contraddittorio, la sensazione di artificialità dei confini che racchiudono un territorio. Dire ciò non significa che non ci siano confini, anzi esiste un confine che separa e unisce l’identità di ogni persona, ma esso non è lineare, varia con il variare delle interazioni e delle circostanze, per lo più è permeabile, specialmente là dove ci sono i punti di contatto.
I confini nazionali, però, a differenza di quelli tra due individui, sono molto più astratti, in quanto vengono tracciati sulla carta, in base agli accordi raggiunti, nella stragrande maggioranza dei casi, dopo lunghi e sanguinosi conflitti.
Ed è proprio in occasione di scontri e tentativi di rivolgimenti sociali, all’interno di un determinato paese, che i vecchi e delicati equilibri geopolitici dei paesi limitrofi iniziano a traballare.
Ovviamente, tali dinamiche non sono valide in ogni quadrante, tant’è vero che gli scontri tra forze dell’ordine e Gilets Jaunes, in Francia, hanno causato, fino a questo momento, molte più vittime del conflitto che si è riaperto, tra l’amministrazione di Lukašėnko e il movimento di protesta, a partire dalla data delle ultime elezioni.
Ma l’UE non ha sanzionato la Francia, né tanto meno l’Italia ha visto un pericolo per i propri confini.
In Bielorussia, invece, il Presidente in carica e la sua cricca vedono, temono e sospettano ingerenze da parte delle forze della NATO, sono convinti che ci siano finanziatori occidentali a sostegno delle forze di opposizione.
Negli Stati Uniti, forse, neanche la CIA vede l’ombra di una probabile usurpazione del confine da parte delle truppe messicane, in relazione alle rivolte interne che hanno messo a ferro e fuoco tante città pochi mesi fa e che sono riapparse in alcuni Stati in questi ultimi giorni.
Allora, perché il Presidente della Bielorussia allerta il suo esercito per difendere il confine occidentale e allo stesso tempo chiede la protezione di Putin?
In molti potrebbero credere che si tratti di un bluff. Ma ho paura che non lo sia.
Antefatto
Essenzialmente per tre motivi strettamente interconnessi tra di loro: il primo, viene da lontano e affonda le sue radici nella mutabilità delle linee di confine, nell’area attorno alla Bielorussia, a partire dal periodo in cui inizia a prendere forma il concetto di Stato-nazione; il secondo, procedendo in ordine temporale, risiede nelle profonde crepe che causarono la Prima guerra mondiale e lo scoppio della Rivoluzione russa.
Dal 1918 al 1921 il lembo di terra che corre dal Baltico al Mar Nero, da Nord a Sud, e che, in particolar modo, fa riferimento alle Repubbliche baltiche, alla Polonia, all’Ucraina e alla Bielorussia, da Ovest verso Est, è teatro di continui capovolgimenti di fronte, per ciò che concerne la definizione dei confini e degli schieramenti in campo.
Brest Litovsks, Versailles e il trattato di Riga, furono tre tappe fondamentali per spezzettare e rimettere insieme i suddetti territori e ridisegnare i delicati equilibri geopolitici, in base alle mutevoli sfere d’influenza.
I popoli di queste aree non fecero in tempo ad approfittare della dissoluzione degli Imperi centrali e dall’Impero zarista, in quanto entrarono nell’orbita dell’Unione Sovietica, lungo il confine orientale e delle forze che dettarono le regole durante la Conferenza di pace di Parigi, lungo il confine occidentale.
A complicare il quadro della situazione ci pensarono i Governi di Francia ed Inghilterra, i quali, nel tentativo di sotterrare la potenza germanica, istigarono pesantemente il risentimento e l’odio di quasi tutto il popolo tedesco e lo buttarono nelle braccia di un branco assetato di sangue.
Una volta terminati i tragici eventi del secondo conflitto mondiale, gli uomini e le donne di quelle terre, che avevano organizzato la resistenza contro i regimi nazisti e fascisti, si allearono con il sol dell’avvenire e spianarono la strada all’avanzata dell’URSS verso l’Europa occidentale.
Il balletto a fisarmonica, com’è noto, riprese dopo la caduta del muro di Berlino, allorquando i paesi della Cortina di ferro approfittarono della disgregazione del sistema sovietico e del conseguente allentamento della sua morsa, per rivendicare la libertà di autodeterminazione, nonché la libertà di sbarazzarsi dell’economia pianificata e transitare verso un modello misto.
Il terzo motivo è recente e riguarda la guerra nell’Ucraina orientale, nell’area del Donbass, che vede contrapposti i separatisti russi, appoggiati dal Cremlino, e le milizie del Governo di Kiev. Sebbene sia sparita dalle cronache mediatiche, essa continua a mietere vittime, per via delle mine antiuomo sparse intorno all’area del conflitto.
Questa breve introduzione, a mio avviso, è necessaria, altrimenti qualche lettore potrebbe ipotizzare o immaginare che Lukašėnko sia uscito dal cappello di un prestigiatore.
Il “mercato sociale”
In realtà, forte delle sue convinzioni politiche, Lukašėnko fu uno dei pochi che si oppose allo smantellamento e allo smembramento dell’Unione Sovietica e alla sua trasformazione in CSI, nel 1991.
Un anno prima divenne deputato del Soviet bielorusso e fondò il partito “Comunisti per la Democrazia”, poiché continuava a credere che la spinta propulsiva del socialismo reale non fosse terminata e che quindi c’erano i margini per poter sperimentare i principi fondanti di questa dottrina in senso pluralista, mettendo in discussione le condotte politiche che avevano ostacolato la libertà di associazione e che avevano censurato la libertà di criticare i privilegi dei burocrati e dei dirigenti del partito unico.
Il suo agire in controcorrente fu premiato nel 1994, quando al secondo turno venne eletto Presidente della Bielorussia con un esito plebiscitario. Noncurante dalla politica economica adottata dagli altri paesi dell’ex blocco sovietico, si oppose fermamente all’introduzione selvaggia dell’economia di mercato e al processo di privatizzazione degli apparati produttivi statali.
La profonda recessione che investì la Bielorussia gli diede una mano, il forte malcontento popolare si lasciò incanalare dalla promessa del Governo di sollevare il paese dal baratro in cui era precipitato.
Il rifiuto dei diktat della Banca Mondiale e del FMI resero Lukašėnko credibile agli occhi degli strati sociali maggiormente colpiti dalla crisi.
Infatti, non solo cancellò i pochi disegni di legge liberisti adottati dal precedente Governo, ma mise a punto una strategia economica che mirava al controllo dei prezzi e al raddoppio dei salari.
Non ha soffocato l’iniziativa privata, ma ha impedito che i vantaggi della singola impresa potessero essere a discapito della maggioranza dei cittadini. E sotto questo punto di vista, il gruppo dirigente di Lukašenko è riuscito a far passare il messaggio che non ha senso parlare di progresso economico, se a giovarne sono in pochi.
C’è da aggiungere, però, che questa visione della società rimane ancorata all’interesse nazionale, al “sovranismo”, credendo, ingenuamente, nella propria indipendenza economica e politica, tranne poi constatare le miriadi di interrelazioni che legano le attività produttive del paese al resto del mondo.
In ogni caso, per un lungo periodo di tempo dal 2001 al 2009, grazie alla formula del “mercato-sociale”, la Bielorussia ha goduto di tassi di crescita del PIL che sono equiparabili a quelli cinesi, senza subire, in un primo momento, gli stravolgimenti della crisi economica, che a partire dal 2008, ha colpito l’intera area OCSE.
Fondamentalmente, le aree della semiperiferia dell’economia mondo, appartenenti a modelli di economie pianificate, hanno continuato ad espandersi, poiché potevano contare sulla non saturazione del mercato interno.
Per certi aspetti, il consolidamento della libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, nei paesi dell’uomo di ferro e di marmo, ha spiazzato l’opulenza delle società occidentali, poiché, in primo luogo, i possessori dei capitali hanno preferito investire là dove il ROI, nonostante gli elevati rischi legati alla transizione politica, esprimeva percentuali molto più elevate.
In pochi, forse, rammentano la difficoltà di trovare una serie di prodotti nei canali distributivi di quei paesi, agli inizi degli anni '90 del secolo scorso.
Non c’erano le vetrine per attirare gli allocchi, eppure nessuno di loro è mai morto di fame e di freddo. Sembra proprio che gli homeless siano un primato della società occidentale. Non è proprio così! – dicono gli storici oltranzisti liberisti.
Infatti, questi ultimi si sono sempre difesi, affermando che nell’URSS i vagabondi, gli accattoni e in generale tutti i “parassiti” erano reclusi e quindi costretti ai lavori forzati.
D’altronde, le accuse di tirannia, di brogli elettorali, di purghe per i nemici politici hanno accompagnato il nuovo volto con cui si è presentato Lukašenko, sin dal suo primo insediamento.
Stando, invece, alle dichiarazioni di indagini non sospette (1), i motivi di tanto accanimento nei confronti dei suoi Governi potrebbero risiedere proprio nel successo che l’ha accompagnato per un lungo periodo di tempo.
Da quando ha obbligato il FMI a lasciare il paese, si è guadagnato l’appellativo di dittatore, ma quella decisione è stata avallata dal consenso popolare, in quanto, grazie alla fase espansiva di cui godeva l’intera regione dell’Europa orientale e in virtù del processo di modernizzazione e ristrutturazione degli impianti produttivi di proprietà dello Stato, le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione sono migliorate. (2)
L’aumento del reddito pro capite, l’innalzamento del tenore di vita, il tasso di disoccupazione ufficiale intorno all’1%, il coefficiente di Gini tra i più bassi d’Europa, un sistema sanitario all’avanguardia e pubblico, un livello d’istruzione in grado di affrontare le nuove sfide, eccetera, sono tutti fattori che hanno contribuito a rafforzare il controllo sociale da parte del potere politico e del suo apparato amministrativo.
Il declino dell’uomo della provvidenza
Ora, se è vero che il processo di crescita ha iniziato a rallentare, dopo circa un ventennio dall’ascesa al potere di Lukašenko, non solo per la saturazione del mercato interno, ma anche per via della caduta della domanda internazionale, in seguito alla crisi del 2008, parimenti è anche vero che il modello bielorusso è caratterizzato da profonde incongruenze sul piano dell’organizzazione politica.
Nel 1996, il “Batka” – come viene ironicamente chiamato dal suo popolo – modificò la Costituzione per estendere il suo mandato a 7 anni, successivamente, nel 2004, riuscì ad apportare un’altra variazione che eliminava i limiti ai mandati del Presidente.
Da dove sorge il bisogno di non porre limiti alla carica istituzionale che si sta ricoprendo?
Un eloquente aforisma siciliano recita: «Cumannari è megghiu di futtiri». Per dire che, per le persone che entrano in questa spirale, il piacere di dirigere gli altri supera di gran lunga quello che deriva da ogni altro piacere.
La tendenza a credere di essere insostituibili è molto forte e si è avvolti nel delirio di onnipotenza, si vive nella costante ricerca di reali ed ipotetici cospiratori. Tutto ciò implica un continuo controllo di qualsiasi fonte perturbante, non c’è spazio per il dissenso. Nello specifico, però, Lukašenko è stato più volte abile a sostituire i parlamentari che lui riteneva sleali, è stato in grado di fidelizzare i deputati e di tessere con essi forme di relazioni paternalistiche.
Ha saputo recitare il ruolo del leader solo al comando, che non ha bisogno di aiuto, poiché è sostenuto direttamente dal suo “popolo”, il quale, stando ai verdetti ufficiali, gli ha dato fiducia, anzi una fiducia per tutta la vita.
E questa fiducia, fino ad un determinato periodo, è stata ripagata con il miglioramento delle condizioni materiali di esistenza degli operai delle fabbriche statali e di quelle private, degli insegnanti e dei medici, dei dipendenti pubblici e in generale della stragrande maggioranza della popolazione. Storditi da questo “miracolo economico”, gradualmente, hanno accettato passivamente una riduzione dell’agibilità politica, delegando e concentrando (3) il potere nelle mani dell’uomo della provvidenza.
Ma è evidente che in un simile contesto che si è venuto a creare, non solo siamo lontanissimi dai principi di democrazia partecipativa espressi durante la Comune di Parigi, ma siamo anche distanti dagli espedienti escogitati nella città-stato di Atene, per proteggere quella forma di democrazia dai nemici interni ed esterni. (4)
Secondo i leader delle opposizioni, senza i brogli elettorali, Lukašenko, alle ultime elezioni, avrebbe ottenuto il 3% dei consensi, mentre i dati ufficiali gli hanno attribuito una maggioranza netta. Si ha come la sensazione di trovarsi in una situazione dilaniata dagli estremi opposti, avvolti in un’atmosfera che ricorda il Grande Fratello di George Orwell o in predai a stati ipnotici derivanti dall’uso costante di anestetici.
Ma la mia ipotesi sulla longevità politica del leader bielorusso è collegata, innanzitutto, alla trasformazione del consenso iniziale e spontaneo in sottomissione alla logica del capo, della persona che diventa iper-responsabile.
Non si partecipa attivamente alle decisioni politiche, non solo per il fatto che si è persa la capacità di mettere in discussione i provvedimenti che vengono adottati, ma anche e soprattutto per la mancanza di tempo e di spazio da dedicare alle attività che producono le regole della vita associata.
Gli altri due aspetti concomitanti che hanno contribuito alla stabilità e alla lunga durata di Lukašenko sono: la congiuntura economica favorevole e il controllo capillare e la repressione di qualsiasi forma di dissenso, a partire dal 2011.
Ma quest’ultima strategia, di fronte alla trasformazione del dissenso politico in protesta sociale allargata, si sta rilevando fallimentare e rischia di esacerbare gli animi e quindi alimentare e innalzare il livello della violenza.
Insomma, sembra che la parabola discendente del Presidente sia iniziata da molti anni, ma egli continua a rimanere aggrappato alla sua carica istituzionale, non lascia la presa. Cocciuto come un mulo, non riconosce gli errori commessi e non si è reso conto che la sua politica ha cambiato rotta e che è andata contro gli interessi di quelli che lui stesso chiama “gente comune”.
I sostenitori del paradigma del “mercato sociale”, nonostante i contrasti ideologici con la Banca Mondiale e il FMI, hanno progressivamente avviato il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche e hanno introdotto tutte quelle variazioni tese a disgregare lo Stato sociale.
Già nel 2004, anche in Bielorussia, si è passati dal sistema di contrattazione collettiva a quello individuale; dal conteggio degli anni, per il calcolo della pensione, sono stati esclusi il congedo di maternità, gli studi universitari, il servizio militare. Così come non poteva mancare la solita cantilena: innalzamento dell’età pensionabile, per colpa del buco demografico!
Nel settore pubblico sono entrati in vigore contratti a tempo determinato. Essi impediscono al lavoratore di lasciare l’impiego, ma consentono al datore di lavoro, lo Stato, di licenziarlo a suo piacimento. I dipendenti dello Stato, con contratti a lungo termine, invece, sono stati costretti a ferie forzate, senza retribuzione.
Ma il provvedimento più assurdo che sfiora il grottesco, nel processo di smantellamento dello Stato sociale, rimane quello che ha scatenato le proteste di massa nel 2017, vale a dire: la tassa sulla disoccupazione. Il solo fatto di partorire l’idea di far pagare una tassa a coloro che nel corso dell’anno lavorano meno di sei mesi, la dice lunga sulla propaganda di questo Governo di schierarsi in difesa dei diritti dei lavoratori.
Del resto, mi sembra di essere giunto alla conclusione che la propagazione dei valori socialisti, nel corso degli anni, sia diventata aria fritta, mentre i monopoli strategici in mano allo Stato, organizzati in forma di società per azioni, una sorta di capitalismo collettivo, hanno eroso i benefici delle classi sociali meno abbienti, al punto di stigmatizzare i disoccupati come “parassiti sociali”.
È ridicolo che si arrivi ad utilizzare il motto del “chi non lavora non mangia”, «Kto nie rabotaiet tot nie iest», nei confronti dei disperati, di coloro che vengono espulsi dal mercato del lavoro, per via degli aumenti della produttività, piuttosto che nei riguardi degli oligarchi e della nuova borghesia emergente.
Note
1. Nell’autunno del 2010, per esempio, accade che «l’organizzazione TNS Global Research, con sede a Londra, ha intervistato 10.000 bielorussi sul loro Presidente. Il risultato è stato un Lukashenko con una forte popolarità attestarsi a circa il 75%» Matthew Raphael Johnson, Social-nazionalismo. Il pensiero politico di Alexander Lukašenko, The Occidental Observer, 27 Agosto 2011.
2. Naturalmente, questa situazione economica favorevole è stata supportata anche dagli aiuti ricevuti dalla Russia mediante i vantaggiosi prezzi di petrolio grezzo da raffinare; nel momento in cui il prezzo del petrolio nel mercato mondiale è diminuito, il Cremlino ha eliminato la sovvenzione per la Bielorussia e di conseguenza gli introiti provenienti dagli impianti di raffinazione dell’oro nero sono scemati.
3. Qualcosa del genere, con tutte le dovute differenze, accade anche nelle fiacche democrazie dei paesi occidentali, qui la tendenza è quella di rafforzare il potere decisionale del Governo e ridurre le prerogative del Parlamento, sostenendo la tesi dell’inefficienza del potere legislativo, per ciò che concerne i tempi e i ritmi della produzione di nuove leggi. Ovviamente, tale affermazione può essere facilmente smentita, se si tiene conto della” giungla legislativa” che viviamo in Italia.
4. Nella città-stato di Atene, sebbene gran parte della popolazione (gli schiavi, gli stranieri e le donne) non fosse titolare di diritti politici, gli appartenenti alla comunità dei cittadini avevano messo a punto uno stratagemma per allontanare (ostracizzare) coloro che erano diventati troppo potenti. Il nome di Temistocle, per esempio, venne scritto dai cittadini ateniesi sull’ostrakon o ostracon, un pezzo di ceramica che fungeva da scheda elettorale, poiché, dopo la vittoria della sua flotta navale contro i persiani, divenne il politico più influente di quel periodo, ma allo stesso tempo rappresentava un pericolo, in quanto il sospetto di tirannia trasudava dalle sue parole e dalle sue azioni.
Bibliografia
Matthew Raphael Johnson, Social-nazionalismo. Il pensiero politico di Alexander Lukašenko, The Occidental Observer, 27 Agosto 2011.
Fonte
E quando si ripercorre, anche se a grandi linee, la storia di un popolo, riaffiora, seppur in modo contraddittorio, la sensazione di artificialità dei confini che racchiudono un territorio. Dire ciò non significa che non ci siano confini, anzi esiste un confine che separa e unisce l’identità di ogni persona, ma esso non è lineare, varia con il variare delle interazioni e delle circostanze, per lo più è permeabile, specialmente là dove ci sono i punti di contatto.
I confini nazionali, però, a differenza di quelli tra due individui, sono molto più astratti, in quanto vengono tracciati sulla carta, in base agli accordi raggiunti, nella stragrande maggioranza dei casi, dopo lunghi e sanguinosi conflitti.
Ed è proprio in occasione di scontri e tentativi di rivolgimenti sociali, all’interno di un determinato paese, che i vecchi e delicati equilibri geopolitici dei paesi limitrofi iniziano a traballare.
Ovviamente, tali dinamiche non sono valide in ogni quadrante, tant’è vero che gli scontri tra forze dell’ordine e Gilets Jaunes, in Francia, hanno causato, fino a questo momento, molte più vittime del conflitto che si è riaperto, tra l’amministrazione di Lukašėnko e il movimento di protesta, a partire dalla data delle ultime elezioni.
Ma l’UE non ha sanzionato la Francia, né tanto meno l’Italia ha visto un pericolo per i propri confini.
In Bielorussia, invece, il Presidente in carica e la sua cricca vedono, temono e sospettano ingerenze da parte delle forze della NATO, sono convinti che ci siano finanziatori occidentali a sostegno delle forze di opposizione.
Negli Stati Uniti, forse, neanche la CIA vede l’ombra di una probabile usurpazione del confine da parte delle truppe messicane, in relazione alle rivolte interne che hanno messo a ferro e fuoco tante città pochi mesi fa e che sono riapparse in alcuni Stati in questi ultimi giorni.
Allora, perché il Presidente della Bielorussia allerta il suo esercito per difendere il confine occidentale e allo stesso tempo chiede la protezione di Putin?
In molti potrebbero credere che si tratti di un bluff. Ma ho paura che non lo sia.
Antefatto
Essenzialmente per tre motivi strettamente interconnessi tra di loro: il primo, viene da lontano e affonda le sue radici nella mutabilità delle linee di confine, nell’area attorno alla Bielorussia, a partire dal periodo in cui inizia a prendere forma il concetto di Stato-nazione; il secondo, procedendo in ordine temporale, risiede nelle profonde crepe che causarono la Prima guerra mondiale e lo scoppio della Rivoluzione russa.
Dal 1918 al 1921 il lembo di terra che corre dal Baltico al Mar Nero, da Nord a Sud, e che, in particolar modo, fa riferimento alle Repubbliche baltiche, alla Polonia, all’Ucraina e alla Bielorussia, da Ovest verso Est, è teatro di continui capovolgimenti di fronte, per ciò che concerne la definizione dei confini e degli schieramenti in campo.
Brest Litovsks, Versailles e il trattato di Riga, furono tre tappe fondamentali per spezzettare e rimettere insieme i suddetti territori e ridisegnare i delicati equilibri geopolitici, in base alle mutevoli sfere d’influenza.
I popoli di queste aree non fecero in tempo ad approfittare della dissoluzione degli Imperi centrali e dall’Impero zarista, in quanto entrarono nell’orbita dell’Unione Sovietica, lungo il confine orientale e delle forze che dettarono le regole durante la Conferenza di pace di Parigi, lungo il confine occidentale.
A complicare il quadro della situazione ci pensarono i Governi di Francia ed Inghilterra, i quali, nel tentativo di sotterrare la potenza germanica, istigarono pesantemente il risentimento e l’odio di quasi tutto il popolo tedesco e lo buttarono nelle braccia di un branco assetato di sangue.
Una volta terminati i tragici eventi del secondo conflitto mondiale, gli uomini e le donne di quelle terre, che avevano organizzato la resistenza contro i regimi nazisti e fascisti, si allearono con il sol dell’avvenire e spianarono la strada all’avanzata dell’URSS verso l’Europa occidentale.
Il balletto a fisarmonica, com’è noto, riprese dopo la caduta del muro di Berlino, allorquando i paesi della Cortina di ferro approfittarono della disgregazione del sistema sovietico e del conseguente allentamento della sua morsa, per rivendicare la libertà di autodeterminazione, nonché la libertà di sbarazzarsi dell’economia pianificata e transitare verso un modello misto.
Il terzo motivo è recente e riguarda la guerra nell’Ucraina orientale, nell’area del Donbass, che vede contrapposti i separatisti russi, appoggiati dal Cremlino, e le milizie del Governo di Kiev. Sebbene sia sparita dalle cronache mediatiche, essa continua a mietere vittime, per via delle mine antiuomo sparse intorno all’area del conflitto.
Questa breve introduzione, a mio avviso, è necessaria, altrimenti qualche lettore potrebbe ipotizzare o immaginare che Lukašėnko sia uscito dal cappello di un prestigiatore.
Il “mercato sociale”
In realtà, forte delle sue convinzioni politiche, Lukašėnko fu uno dei pochi che si oppose allo smantellamento e allo smembramento dell’Unione Sovietica e alla sua trasformazione in CSI, nel 1991.
Un anno prima divenne deputato del Soviet bielorusso e fondò il partito “Comunisti per la Democrazia”, poiché continuava a credere che la spinta propulsiva del socialismo reale non fosse terminata e che quindi c’erano i margini per poter sperimentare i principi fondanti di questa dottrina in senso pluralista, mettendo in discussione le condotte politiche che avevano ostacolato la libertà di associazione e che avevano censurato la libertà di criticare i privilegi dei burocrati e dei dirigenti del partito unico.
Il suo agire in controcorrente fu premiato nel 1994, quando al secondo turno venne eletto Presidente della Bielorussia con un esito plebiscitario. Noncurante dalla politica economica adottata dagli altri paesi dell’ex blocco sovietico, si oppose fermamente all’introduzione selvaggia dell’economia di mercato e al processo di privatizzazione degli apparati produttivi statali.
La profonda recessione che investì la Bielorussia gli diede una mano, il forte malcontento popolare si lasciò incanalare dalla promessa del Governo di sollevare il paese dal baratro in cui era precipitato.
Il rifiuto dei diktat della Banca Mondiale e del FMI resero Lukašėnko credibile agli occhi degli strati sociali maggiormente colpiti dalla crisi.
Infatti, non solo cancellò i pochi disegni di legge liberisti adottati dal precedente Governo, ma mise a punto una strategia economica che mirava al controllo dei prezzi e al raddoppio dei salari.
Non ha soffocato l’iniziativa privata, ma ha impedito che i vantaggi della singola impresa potessero essere a discapito della maggioranza dei cittadini. E sotto questo punto di vista, il gruppo dirigente di Lukašenko è riuscito a far passare il messaggio che non ha senso parlare di progresso economico, se a giovarne sono in pochi.
C’è da aggiungere, però, che questa visione della società rimane ancorata all’interesse nazionale, al “sovranismo”, credendo, ingenuamente, nella propria indipendenza economica e politica, tranne poi constatare le miriadi di interrelazioni che legano le attività produttive del paese al resto del mondo.
In ogni caso, per un lungo periodo di tempo dal 2001 al 2009, grazie alla formula del “mercato-sociale”, la Bielorussia ha goduto di tassi di crescita del PIL che sono equiparabili a quelli cinesi, senza subire, in un primo momento, gli stravolgimenti della crisi economica, che a partire dal 2008, ha colpito l’intera area OCSE.
Fondamentalmente, le aree della semiperiferia dell’economia mondo, appartenenti a modelli di economie pianificate, hanno continuato ad espandersi, poiché potevano contare sulla non saturazione del mercato interno.
Per certi aspetti, il consolidamento della libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, nei paesi dell’uomo di ferro e di marmo, ha spiazzato l’opulenza delle società occidentali, poiché, in primo luogo, i possessori dei capitali hanno preferito investire là dove il ROI, nonostante gli elevati rischi legati alla transizione politica, esprimeva percentuali molto più elevate.
In pochi, forse, rammentano la difficoltà di trovare una serie di prodotti nei canali distributivi di quei paesi, agli inizi degli anni '90 del secolo scorso.
Non c’erano le vetrine per attirare gli allocchi, eppure nessuno di loro è mai morto di fame e di freddo. Sembra proprio che gli homeless siano un primato della società occidentale. Non è proprio così! – dicono gli storici oltranzisti liberisti.
Infatti, questi ultimi si sono sempre difesi, affermando che nell’URSS i vagabondi, gli accattoni e in generale tutti i “parassiti” erano reclusi e quindi costretti ai lavori forzati.
D’altronde, le accuse di tirannia, di brogli elettorali, di purghe per i nemici politici hanno accompagnato il nuovo volto con cui si è presentato Lukašenko, sin dal suo primo insediamento.
Stando, invece, alle dichiarazioni di indagini non sospette (1), i motivi di tanto accanimento nei confronti dei suoi Governi potrebbero risiedere proprio nel successo che l’ha accompagnato per un lungo periodo di tempo.
Da quando ha obbligato il FMI a lasciare il paese, si è guadagnato l’appellativo di dittatore, ma quella decisione è stata avallata dal consenso popolare, in quanto, grazie alla fase espansiva di cui godeva l’intera regione dell’Europa orientale e in virtù del processo di modernizzazione e ristrutturazione degli impianti produttivi di proprietà dello Stato, le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione sono migliorate. (2)
L’aumento del reddito pro capite, l’innalzamento del tenore di vita, il tasso di disoccupazione ufficiale intorno all’1%, il coefficiente di Gini tra i più bassi d’Europa, un sistema sanitario all’avanguardia e pubblico, un livello d’istruzione in grado di affrontare le nuove sfide, eccetera, sono tutti fattori che hanno contribuito a rafforzare il controllo sociale da parte del potere politico e del suo apparato amministrativo.
Il declino dell’uomo della provvidenza
Ora, se è vero che il processo di crescita ha iniziato a rallentare, dopo circa un ventennio dall’ascesa al potere di Lukašenko, non solo per la saturazione del mercato interno, ma anche per via della caduta della domanda internazionale, in seguito alla crisi del 2008, parimenti è anche vero che il modello bielorusso è caratterizzato da profonde incongruenze sul piano dell’organizzazione politica.
Nel 1996, il “Batka” – come viene ironicamente chiamato dal suo popolo – modificò la Costituzione per estendere il suo mandato a 7 anni, successivamente, nel 2004, riuscì ad apportare un’altra variazione che eliminava i limiti ai mandati del Presidente.
Da dove sorge il bisogno di non porre limiti alla carica istituzionale che si sta ricoprendo?
Un eloquente aforisma siciliano recita: «Cumannari è megghiu di futtiri». Per dire che, per le persone che entrano in questa spirale, il piacere di dirigere gli altri supera di gran lunga quello che deriva da ogni altro piacere.
La tendenza a credere di essere insostituibili è molto forte e si è avvolti nel delirio di onnipotenza, si vive nella costante ricerca di reali ed ipotetici cospiratori. Tutto ciò implica un continuo controllo di qualsiasi fonte perturbante, non c’è spazio per il dissenso. Nello specifico, però, Lukašenko è stato più volte abile a sostituire i parlamentari che lui riteneva sleali, è stato in grado di fidelizzare i deputati e di tessere con essi forme di relazioni paternalistiche.
Ha saputo recitare il ruolo del leader solo al comando, che non ha bisogno di aiuto, poiché è sostenuto direttamente dal suo “popolo”, il quale, stando ai verdetti ufficiali, gli ha dato fiducia, anzi una fiducia per tutta la vita.
E questa fiducia, fino ad un determinato periodo, è stata ripagata con il miglioramento delle condizioni materiali di esistenza degli operai delle fabbriche statali e di quelle private, degli insegnanti e dei medici, dei dipendenti pubblici e in generale della stragrande maggioranza della popolazione. Storditi da questo “miracolo economico”, gradualmente, hanno accettato passivamente una riduzione dell’agibilità politica, delegando e concentrando (3) il potere nelle mani dell’uomo della provvidenza.
Ma è evidente che in un simile contesto che si è venuto a creare, non solo siamo lontanissimi dai principi di democrazia partecipativa espressi durante la Comune di Parigi, ma siamo anche distanti dagli espedienti escogitati nella città-stato di Atene, per proteggere quella forma di democrazia dai nemici interni ed esterni. (4)
Secondo i leader delle opposizioni, senza i brogli elettorali, Lukašenko, alle ultime elezioni, avrebbe ottenuto il 3% dei consensi, mentre i dati ufficiali gli hanno attribuito una maggioranza netta. Si ha come la sensazione di trovarsi in una situazione dilaniata dagli estremi opposti, avvolti in un’atmosfera che ricorda il Grande Fratello di George Orwell o in predai a stati ipnotici derivanti dall’uso costante di anestetici.
Ma la mia ipotesi sulla longevità politica del leader bielorusso è collegata, innanzitutto, alla trasformazione del consenso iniziale e spontaneo in sottomissione alla logica del capo, della persona che diventa iper-responsabile.
Non si partecipa attivamente alle decisioni politiche, non solo per il fatto che si è persa la capacità di mettere in discussione i provvedimenti che vengono adottati, ma anche e soprattutto per la mancanza di tempo e di spazio da dedicare alle attività che producono le regole della vita associata.
Gli altri due aspetti concomitanti che hanno contribuito alla stabilità e alla lunga durata di Lukašenko sono: la congiuntura economica favorevole e il controllo capillare e la repressione di qualsiasi forma di dissenso, a partire dal 2011.
Ma quest’ultima strategia, di fronte alla trasformazione del dissenso politico in protesta sociale allargata, si sta rilevando fallimentare e rischia di esacerbare gli animi e quindi alimentare e innalzare il livello della violenza.
Insomma, sembra che la parabola discendente del Presidente sia iniziata da molti anni, ma egli continua a rimanere aggrappato alla sua carica istituzionale, non lascia la presa. Cocciuto come un mulo, non riconosce gli errori commessi e non si è reso conto che la sua politica ha cambiato rotta e che è andata contro gli interessi di quelli che lui stesso chiama “gente comune”.
I sostenitori del paradigma del “mercato sociale”, nonostante i contrasti ideologici con la Banca Mondiale e il FMI, hanno progressivamente avviato il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche e hanno introdotto tutte quelle variazioni tese a disgregare lo Stato sociale.
Già nel 2004, anche in Bielorussia, si è passati dal sistema di contrattazione collettiva a quello individuale; dal conteggio degli anni, per il calcolo della pensione, sono stati esclusi il congedo di maternità, gli studi universitari, il servizio militare. Così come non poteva mancare la solita cantilena: innalzamento dell’età pensionabile, per colpa del buco demografico!
Nel settore pubblico sono entrati in vigore contratti a tempo determinato. Essi impediscono al lavoratore di lasciare l’impiego, ma consentono al datore di lavoro, lo Stato, di licenziarlo a suo piacimento. I dipendenti dello Stato, con contratti a lungo termine, invece, sono stati costretti a ferie forzate, senza retribuzione.
Ma il provvedimento più assurdo che sfiora il grottesco, nel processo di smantellamento dello Stato sociale, rimane quello che ha scatenato le proteste di massa nel 2017, vale a dire: la tassa sulla disoccupazione. Il solo fatto di partorire l’idea di far pagare una tassa a coloro che nel corso dell’anno lavorano meno di sei mesi, la dice lunga sulla propaganda di questo Governo di schierarsi in difesa dei diritti dei lavoratori.
Del resto, mi sembra di essere giunto alla conclusione che la propagazione dei valori socialisti, nel corso degli anni, sia diventata aria fritta, mentre i monopoli strategici in mano allo Stato, organizzati in forma di società per azioni, una sorta di capitalismo collettivo, hanno eroso i benefici delle classi sociali meno abbienti, al punto di stigmatizzare i disoccupati come “parassiti sociali”.
È ridicolo che si arrivi ad utilizzare il motto del “chi non lavora non mangia”, «Kto nie rabotaiet tot nie iest», nei confronti dei disperati, di coloro che vengono espulsi dal mercato del lavoro, per via degli aumenti della produttività, piuttosto che nei riguardi degli oligarchi e della nuova borghesia emergente.
Note
1. Nell’autunno del 2010, per esempio, accade che «l’organizzazione TNS Global Research, con sede a Londra, ha intervistato 10.000 bielorussi sul loro Presidente. Il risultato è stato un Lukashenko con una forte popolarità attestarsi a circa il 75%» Matthew Raphael Johnson, Social-nazionalismo. Il pensiero politico di Alexander Lukašenko, The Occidental Observer, 27 Agosto 2011.
2. Naturalmente, questa situazione economica favorevole è stata supportata anche dagli aiuti ricevuti dalla Russia mediante i vantaggiosi prezzi di petrolio grezzo da raffinare; nel momento in cui il prezzo del petrolio nel mercato mondiale è diminuito, il Cremlino ha eliminato la sovvenzione per la Bielorussia e di conseguenza gli introiti provenienti dagli impianti di raffinazione dell’oro nero sono scemati.
3. Qualcosa del genere, con tutte le dovute differenze, accade anche nelle fiacche democrazie dei paesi occidentali, qui la tendenza è quella di rafforzare il potere decisionale del Governo e ridurre le prerogative del Parlamento, sostenendo la tesi dell’inefficienza del potere legislativo, per ciò che concerne i tempi e i ritmi della produzione di nuove leggi. Ovviamente, tale affermazione può essere facilmente smentita, se si tiene conto della” giungla legislativa” che viviamo in Italia.
4. Nella città-stato di Atene, sebbene gran parte della popolazione (gli schiavi, gli stranieri e le donne) non fosse titolare di diritti politici, gli appartenenti alla comunità dei cittadini avevano messo a punto uno stratagemma per allontanare (ostracizzare) coloro che erano diventati troppo potenti. Il nome di Temistocle, per esempio, venne scritto dai cittadini ateniesi sull’ostrakon o ostracon, un pezzo di ceramica che fungeva da scheda elettorale, poiché, dopo la vittoria della sua flotta navale contro i persiani, divenne il politico più influente di quel periodo, ma allo stesso tempo rappresentava un pericolo, in quanto il sospetto di tirannia trasudava dalle sue parole e dalle sue azioni.
Bibliografia
Matthew Raphael Johnson, Social-nazionalismo. Il pensiero politico di Alexander Lukašenko, The Occidental Observer, 27 Agosto 2011.
Fonte
23/08/2020
Bielorussia - Dieci domande per interpretare la crisi: intervista a Bruno Drweski
Pubblichiamo questa utile intervista realizzata dai compagni francesi del Polo di Rinascita Comunista in Francia a Bruno Drweski, accademico e saggista con all’attivo numerosi saggi riguardanti la Polonia e la Bielorussia. Intendiamo così contribuire alla comprensione di quanto avviene nella repubblica ex-sovietica guidata negli ultimi 26 anni da Aleksandr Lukashenko, ribadendo con forza, al contempo, la nostra ferma opposizione a ogni ingerenza esterna che limiti, manipoli o distorca la libertà del popolo bielorusso nella determinazione del proprio destino.
Bruno Drweski è maître de conférences HDR presso l’INALCO (Istituto di Lingue e Civiltà Orientali di Parigi) nel settore polacco. Oltre al lavoro sulla Polonia, che include il suo ultimo libro “Solidarnosc: una solidarietà costata cara” (Delga, 2019), ha scritto un compendio sulla Bielorussia e la prefazione al libro di Stephen Parker sulla Bielorussia di Lukashenko, “L’ultima Repubblica Sovietica. Bielorussia: un’oasi sociale, economica e politica?” (Edizione Delga, 2019). La commissione internazionale del PRCF ha quindi deciso di porgli alcune domande essenziali sull’attualità in Bielorussia.
[D] Dal 1994 i media occidentali stigmatizzano il dittatore Lukashenko, per poi riconoscere che ha avuto la maggioranza del popolo alle sue spalle, ma che ogni volta la situazione è in procinto di cambiare. Anche questa volta ci è stato assicurato che il popolo bielorusso vuole che se ne vada. Tra qualche mese, saranno costretti ad ammettere che nell’estate del 2020 ha riscosso ancora una volta il sostegno della maggioranza dei suoi connazionali?
[R] Lukashenko è stato eletto inaspettatamente nel 1994. Ha sconfitto allora il candidato socialdemocratico, che voleva avvicinare il Paese al campo occidentale, e il rappresentante della nomenklatura postcomunista che non aveva difeso il potere sovietico nel 1991. Lukashenko è stato eletto su una piattaforma che ha poi portato avanti: mantenimento di un settore prevalentemente pubblico, salvaguardia dei servizi sociali ereditati dall’URSS, riabilitazione del passato sovietico e celebrazione del ruolo dei veterani della “Repubblica partigiana” e dei costruttori del Paese nel dopoguerra, sviluppo delle industrie ad alta tecnologia create nel Paese dopo il 1945, rifiuto di aderire alla NATO e perseguimento di una politica di cooperazione con i Paesi dello spazio post-sovietico e con i membri del Movimento dei Non Allineati. Questo programma è rimasto popolare fino ad oggi, anche se una parte della popolazione sembra stanca di un sistema che dà più spazio al paternalismo che alla democrazia partecipativa. Oggi è chiaro che diverse potenze straniere vogliono un cambio di regime in Bielorussia e stanno spingendo in quella direzione, il che spiega le pressioni e i tentativi di manipolare l’opinione pubblica. In questo contesto, è giusto tenere a mente e cercare per quanto possibile di distinguere il vero dal falso, le esagerazioni dalle reali evoluzioni dell’opinione pubblica.
[D] Come definire il sistema politico e sociale in vigore in Bielorussia?
[R] È un sistema fortemente centralizzato intorno al potere presidenziale, che persegue una politica paternalistica di protezione sociale e di sviluppo economico sotto l’impulso più o meno efficace dell’apparato statale e che permette ad un settore privato di svilupparsi in parallelo, senza favorire la nascita di una classe davvero troppo ricca. Questo sistema, d’altra parte, lascia poco spazio alle iniziative della base della società e non contribuisce alla politicizzazione della popolazione, cosa che fino a poco tempo fa ha portato a una certa passività da parte del corpo sociale, delle organizzazioni sociali, dei sindacati o dei partiti politici. In particolare, Lukashenko ha rifiutato di creare un partito di massa che costituisse la sua base militante, anche se ha ottenuto il sostegno di partiti come il Partito Comunista di Bielorussia, che non possono essere considerati “partiti del Presidente” perché operano “ai margini” del campo presidenziale.
[D] Perché il paese ha optato per Lukashenko nel 1994, quando tutti gli ex paesi socialisti erano passati al capitalismo neoliberista?
[R] Quando la Bielorussia ha eletto inaspettatamente Lukashenko nel 1994, lo ha fatto come reazione contro la politica d’impoverimento, privatizzazione e smantellamento di tutto ciò che era stato fatto nell’era sovietica. Si è voluto porre fine alle privatizzazioni, alla polarizzazione sociale in corso, allo sviluppo della criminalità proveniente dalla Russia di Eltsin, al regno degli oligarchi e alla frammentazione dello spazio post-sovietico. Chiaramente, questo voto è stato “filosovietico”, anche se Lukashenko non ha mai avuto l’intenzione di ricostruire un partito comunista e optare nuovamente per la costruzione di una società socialista. Si può dire che la scelta del 1994 sia stata quella di un pragmatismo socialmente orientato, rispettoso dell’eredità sovietica.
[D] Le attuali manifestazioni di protesta sono spontanee o sono il risultato di ingerenze straniere?
[R] Entrambe le cose. Nel complesso, queste manifestazioni sono state preparate in anticipo dalle solite ONG. Da una quindicina d’anni circa, giovani bielorussi seguono corsi di formazione sulla manipolazione della folla in seminari organizzati sotto l’egida di varie fondazioni, come la fondazione di Soros o l’associazione serba “per le rivoluzioni non violente” Otpor, nata sulla scia del rovesciamento di Milosevic. Fino a poco tempo fa, queste iniziative non erano riuscite a generare un forte movimento di protesta. Questa volta, la parte della popolazione che trova sempre più pesante il paternalismo del regime, così come il suo autoritarismo “morbido”, si è manifestata con più forza, ma alla fine è stata la scala del tutto inaspettata della repressione contro i manifestanti subito dopo le elezioni a spingere un’ulteriore parte della popolazione verso il movimento di protesta. Queste manifestazioni non sono state così massicce come sono state ritratte dai media occidentali, ma hanno comunque guadagnato slancio di fronte alla repressione selvaggia e senza precedenti dei manifestanti da parte della milizia e del KGB. Secondo le mie fonti a Minsk, tuttavia, non si può escludere che questa brutalità, finora sconosciuta nel Paese, sia stata provocata da funzionari più o meno legati o più o meno comprati dagli oligarchi russi, che vorrebbero aumentare il malcontento per spingere Lukashenko tra le braccia di Putin. Questi ultimi, come i loro omologhi in Occidente, vorrebbero infatti porre fine al modello sociale bielorusso “insolente”, in cui le industrie di punta sono di proprietà dello Stato e funzionano bene.
[D] C’è modo di sapere qual è attualmente lo stato dell’opinione politica in Bielorussia?
[R] Se gli oppositori sostengono di aver ottenuto il sostegno della maggioranza dei loro connazionali prima o dopo le elezioni, sondaggi d’opinione abbastanza accurati tendono a mostrare che a Minsk tra il 45% e il 50% della popolazione si è spostato a favore dell’opposizione, che è piuttosto eterogenea. Sembra che questo sia molto meno vero in provincia, ma dà comunque agli oppositori un margine di manovra di un milione di abitanti nella capitale, cioè la metà della popolazione, che è sufficiente per radunare centomila manifestanti. In TV e sui social network, mostrano giovani uomini belli e ben curati, e soprattutto belle giovani donne bionde dal fascino slavo, tutte vestite di bianco con fiori, che vanno a baciare miliziani dall’aspetto sgradevole sotto gli elmetti e le maschere nere. Queste immagini fanno rabbrividire nelle case occidentali, e questo è lo scopo.
Il resto della popolazione, a Minsk, e soprattutto nelle province, sembra ancora piuttosto fedele a Lukashenko, anche se spesso è rimasto scioccato dalla brutalità della polizia, il che spiega i tentativi di lanciare scioperi a Minsk, ma anche in diverse grandi fabbriche delle province. È difficile dire quale sia la reale percentuale di scioperanti, soprattutto quando il sindacato maggioritario non chiama allo sciopero, ma a negoziati di compromesso per preservare la pace. In compenso, di fronte alle grandi aziende di Minsk ragazzi energici, accompagnati da affascinanti giovani donne, chiedono ai lavoratori all’ingresso delle fabbriche di astenersi dal lavoro. Dalle regioni di Brest e Grodno, ci sono anche tentativi di penetrazione da parte di manifestanti più o meno bielorussi, provenienti dalla Polonia o dalla Lituania, il che spiega le manovre militari che il governo ha appena lanciato sui confini occidentali del Paese.
[D] Perché i paesi occidentali, ma anche la Russia, sono così poco entusiasti del sistema in vigore in Bielorussia?
[R] L’industria e l’agricoltura bielorussa producono molto di più delle patate, cui si vorrebbe ridurre l’immagine del Paese per far ignorare le sue grandi capacità tecnologiche, che sono state costantemente sviluppate durante l’era sovietica ma anche da quando Lukashenko è salito al potere. Autocarri giganteschi per l’industria mineraria, trattori di alta qualità, l’industria aerospaziale, i computer, l’industria militare avanzata, ecc. Si tratta di un’economia insolente agli occhi dei capitalisti, per i quali la proprietà pubblica deve necessariamente fare rima con arcaismo e inefficienza. Inoltre i cinesi, il nuovo nemico dichiarato dell’Occidente, hanno puntato molto sulle capacità produttive e scientifiche della Bielorussia e sulla sua posizione di hub verso l’Europa occidentale, per cui questo “giocattolo” deve assolutamente essere tolto dalle loro mani. E fa niente se questo significa dare “dolcetti” ai criminali oligarchi russi. Almeno all’inizio, poi si potrà sempre ridefinire la divisione del bottino fifty/fifty, o anche in proporzioni più favorevoli se nel frattempo si sarà riusciti a inceppare la macchina del Cremlino. I capitalisti sanno come cooperare per distruggere un sistema alternativo, prima di distruggersi a vicenda una volta aperto il mercato del paese preso di mira. Non è ancora il caso della Bielorussia, e ciò ormai da trent’anni: di qui il nervosismo delle élites conservatrici di tutti i paesi.
[D] Lukashenko può contare sul sostegno attivo di una parte della popolazione? Perché i suoi sostenitori si sono mobilitati in ritardo?
[R] Se Lukashenko ha visibilmente perso il sostegno di una parte dei lavoratori, che si sentono orgogliosi delle loro fabbriche e non vedono perché dovrebbero chinare il capo davanti a un potere paternalistico che funziona sempre più, ai loro occhi, come un signorotto del passato, il presidente ha ricordato loro che in Bielorussia si può smettere di lavorare e scendere in sciopero perché il potere ha garantito l’occupazione, ma che se il sistema viene cambiato allora smetteranno di nuovo di lavorare, questa volta perché saranno disoccupati. La manifestazione filogovernativa del 16 agosto a Minsk, tuttavia, ha mobilitato diverse decine di migliaia di manifestanti, e ora si stanno svolgendo manifestazioni di massa nelle principali città di provincia. Malgrado ciò, queste contromanifestazioni sono state tardive perché la popolazione non è abituata a mobilitarsi, che è il principale handicap che il regime attuale sta affrontando per sua stessa colpa.
[D] Quali sono gli interessi strategici della Russia in Bielorussia?
[R] Nonostante le tensioni che da diversi anni turbano i rapporti tra i due Paesi, l’integrazione strategica dei due Paesi è solida ed è impensabile un possibile distacco militare, perché la Bielorussia si trova a meno di 500 km da Mosca. I leader occidentali più moderati sanno di non poter ignorare gli interessi strategici della Russia e quindi che un cambiamento politico a Minsk non potrebbe in alcun modo aprire la strada all’adesione della Bielorussia alla NATO. Per quanto riguarda gli estremisti del “Deep State”, essi non conoscono limiti ai propri appetiti, poiché sono pronti a rischiare la guerra mondiale per allargare senza limiti il loro “spazio vitale”, come la caduta tendenziale del saggio di profitto li obbliga a fare. In ogni caso, Mosca non ha bisogno d’intervenire militarmente in Bielorussia perché l’esercito bielorusso è intrinsecamente integrato nelle strutture occidentali dell’esercito russo e ci sono quindi poche possibilità che cada nel campo dell’opposizione o che accetti di rompere con il fratello slavo. Questo, naturalmente, conferisce alla Russia un ruolo centrale di mediazione nella crisi attuale.
[D] Chi trarrebbe vantaggio, in Russia, se Lukashenko perdesse il potere?
[R] Il capo della società russa Uralchem, Dimitry Mazepin, un potente oligarca bielorusso stabilitosi in Russia, ha cercato a lungo di acquisire la società statale bielorussa del potassio a Soligorsk, il cui valore è stimato attorno ai 150 miliardi di dollari, incontrando il rifiuto sistematico delle autorità di Minsk. Secondo fonti vicine al potere a Minsk, ha quindi pompato un sacco di soldi per “comprare” alti funzionari bielorussi, disposti a cambiare casacca per garantire una privatizzazione del Paese da dividere tra oligarchi russi e occidentali. Le attuali proteste sono quindi una benedizione per questi capitalisti, perché spingono la Bielorussia verso la Russia, dove l’influenza degli oligarchi è abbastanza forte da far pensare che il Cremlino costringerebbe il governo bielorusso a rompere con il principio dello Stato sociale e con l’attaccamento alla proprietà pubblica delle imprese chiave. Per il Cremlino, la difficoltà sta nel non dover affrontare una “rivoluzione colorata” filo-occidentale a Minsk e nello stesso tempo spingere le autorità locali ad abbandonare il loro modello sociale, aprendo il paese alla privatizzazione di massa. In totale, il KGB bielorusso stima che 1,8 miliardi di dollari siano stati pompati in Bielorussia negli ultimi cinque anni, da ovest e da est, per “foraggiare” alti funzionari favorevoli all’integrazione con la Russia e militanti di organizzazioni dell’opposizione vicine, invece, agli interessi occidentali. È così emerso uno strato di soggetti corrotti che hanno interesse a privatizzare piuttosto che a mantenersi in posizioni di governo relativamente poco remunerative.
[D] Lukashenko sembra aver riconosciuto che sono stati commessi degli eccessi nella repressione. Ciò indica un cambiamento di linea o si è trovato di fronte al fatto compiuto e sta cercando di venirne fuori?
[R] Ci sono elementi che inducono a pensare che la brutalità della repressione potrebbe non venire dalla presidenza in sé, ma da funzionari legati all’oligarchia filo-russa che cercherebbero di gettare benzina sul fuoco per spingere Lukashenko nelle braccia di Putin, che poi imporrebbe una politica di privatizzazione in cambio del suo appoggio o di un graduale ritiro del presidente in carica. Le scuse avanzate dal Ministro dell’Interno per gli innegabili eccessi repressivi contro persone non sospettate di violenza, possono ora essere utilizzate da ambienti governativi ostili al Presidente per accusarlo di averle tradite e di non proteggerle più per gli atti commessi. Il KGB potrebbe quindi essere diviso dall’interno, e se Lukashenko o i suoi vogliono tenere duro dovranno ripulire rapidamente i propri servizi e le proprie amministrazioni, cercando allo stesso tempo di disinnescare alcuni degli avversari e ottenere l’appoggio attivo dei propri sostenitori.
[D] Tutti i paesi NATO perseguono la stessa politica in Bielorussia?
[R] Il Ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makej in particolare, ma anche diversi altri importanti dirigenti del Paese, sono evidentemente da collocare nel campo dei “filo-occidentali” e sembrano nello specifico molto legati alla Gran Bretagna, che è attivamente impegnata a sostenere i movimenti di protesta. Putin avrebbe avvertito Lukashenko, qualche tempo fa, dei legami di questo personaggio con la potenza d’oltremanica, ma quest’ultimo si è rifiutato di ascoltarlo e di rompere con il clan filo-anglosassone di cui riteneva di aver bisogno per bilanciare il peso dei sostenitori di un’unione con la Russia che andrebbe a beneficio degli oligarchi russi. L’Ambasciata britannica a Varsavia svolge un ruolo centrale nell’orchestrare il malcontento a Minsk, in collaborazione con le autorità polacche e baltiche. Scopriamo durante gli eventi di Minsk che le potenze occidentali sono divise tra un’ala “moderata”, che vuole preservare i canali di negoziazione e cooperazione con Minsk e Mosca, e un’ala estremista, interventista, determinata a esacerbare tutti i possibili conflitti in un mondo dove il sistema dominante è stretto alla gola dalla sua stessa crisi. In linea di massima, si può dire che Germania e Francia siano dalla parte dei moderati e, per quanto riguarda la Bielorussia, lo è anche l’amministrazione Trump, mentre i sostenitori dell’estremismo si trovano nel Regno Unito, in quello che anche il New York Times ora chiama l’ormai consolidato Deep State, negli Stati Baltici, in Polonia e in Repubblica Ceca. Da parte russa, è un po’ la stessa cosa: gli oligarchi e i ministeri economici con tendenze globaliste tendono a esercitare la massima pressione su Minsk, mentre i più “statalisti” e “patriottici” “ministeri della forza” sarebbero maggiormente favorevoli a una conciliazione con il regime di Lukashenko. È chiaro che la Russia ha speso molti soldi per sostenere la Bielorussia, ma bisogna anche tenere conto che le industrie bielorusse ad alta tecnologia sono indispensabili per l’industria russa del settore spaziale, aeronautico, militare, agro-industriale e della ricerca scientifica. In tempi di pace e stabilità, Lukashenko ha quindi molti argomenti per imporre le sue scelte a Putin. Indebolito, invece, è debitore nei confronti di Mosca per il prolungamento della sua posizione a capo dello Stato ed è dubbio che la Cina sia pronta a impegnarsi a sostenere un presidente che pure le è molto favorevole, perché ha bisogno soprattutto di mantenere la sua alleanza strategica con la Russia e l’Iran, il che rende la posizione della Bielorussia secondaria rispetto a questo grande gioco.
Fonte
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Bruno Drweski è maître de conférences HDR presso l’INALCO (Istituto di Lingue e Civiltà Orientali di Parigi) nel settore polacco. Oltre al lavoro sulla Polonia, che include il suo ultimo libro “Solidarnosc: una solidarietà costata cara” (Delga, 2019), ha scritto un compendio sulla Bielorussia e la prefazione al libro di Stephen Parker sulla Bielorussia di Lukashenko, “L’ultima Repubblica Sovietica. Bielorussia: un’oasi sociale, economica e politica?” (Edizione Delga, 2019). La commissione internazionale del PRCF ha quindi deciso di porgli alcune domande essenziali sull’attualità in Bielorussia.
[D] Dal 1994 i media occidentali stigmatizzano il dittatore Lukashenko, per poi riconoscere che ha avuto la maggioranza del popolo alle sue spalle, ma che ogni volta la situazione è in procinto di cambiare. Anche questa volta ci è stato assicurato che il popolo bielorusso vuole che se ne vada. Tra qualche mese, saranno costretti ad ammettere che nell’estate del 2020 ha riscosso ancora una volta il sostegno della maggioranza dei suoi connazionali?
[R] Lukashenko è stato eletto inaspettatamente nel 1994. Ha sconfitto allora il candidato socialdemocratico, che voleva avvicinare il Paese al campo occidentale, e il rappresentante della nomenklatura postcomunista che non aveva difeso il potere sovietico nel 1991. Lukashenko è stato eletto su una piattaforma che ha poi portato avanti: mantenimento di un settore prevalentemente pubblico, salvaguardia dei servizi sociali ereditati dall’URSS, riabilitazione del passato sovietico e celebrazione del ruolo dei veterani della “Repubblica partigiana” e dei costruttori del Paese nel dopoguerra, sviluppo delle industrie ad alta tecnologia create nel Paese dopo il 1945, rifiuto di aderire alla NATO e perseguimento di una politica di cooperazione con i Paesi dello spazio post-sovietico e con i membri del Movimento dei Non Allineati. Questo programma è rimasto popolare fino ad oggi, anche se una parte della popolazione sembra stanca di un sistema che dà più spazio al paternalismo che alla democrazia partecipativa. Oggi è chiaro che diverse potenze straniere vogliono un cambio di regime in Bielorussia e stanno spingendo in quella direzione, il che spiega le pressioni e i tentativi di manipolare l’opinione pubblica. In questo contesto, è giusto tenere a mente e cercare per quanto possibile di distinguere il vero dal falso, le esagerazioni dalle reali evoluzioni dell’opinione pubblica.
[D] Come definire il sistema politico e sociale in vigore in Bielorussia?
[R] È un sistema fortemente centralizzato intorno al potere presidenziale, che persegue una politica paternalistica di protezione sociale e di sviluppo economico sotto l’impulso più o meno efficace dell’apparato statale e che permette ad un settore privato di svilupparsi in parallelo, senza favorire la nascita di una classe davvero troppo ricca. Questo sistema, d’altra parte, lascia poco spazio alle iniziative della base della società e non contribuisce alla politicizzazione della popolazione, cosa che fino a poco tempo fa ha portato a una certa passività da parte del corpo sociale, delle organizzazioni sociali, dei sindacati o dei partiti politici. In particolare, Lukashenko ha rifiutato di creare un partito di massa che costituisse la sua base militante, anche se ha ottenuto il sostegno di partiti come il Partito Comunista di Bielorussia, che non possono essere considerati “partiti del Presidente” perché operano “ai margini” del campo presidenziale.
[D] Perché il paese ha optato per Lukashenko nel 1994, quando tutti gli ex paesi socialisti erano passati al capitalismo neoliberista?
[R] Quando la Bielorussia ha eletto inaspettatamente Lukashenko nel 1994, lo ha fatto come reazione contro la politica d’impoverimento, privatizzazione e smantellamento di tutto ciò che era stato fatto nell’era sovietica. Si è voluto porre fine alle privatizzazioni, alla polarizzazione sociale in corso, allo sviluppo della criminalità proveniente dalla Russia di Eltsin, al regno degli oligarchi e alla frammentazione dello spazio post-sovietico. Chiaramente, questo voto è stato “filosovietico”, anche se Lukashenko non ha mai avuto l’intenzione di ricostruire un partito comunista e optare nuovamente per la costruzione di una società socialista. Si può dire che la scelta del 1994 sia stata quella di un pragmatismo socialmente orientato, rispettoso dell’eredità sovietica.
[D] Le attuali manifestazioni di protesta sono spontanee o sono il risultato di ingerenze straniere?
[R] Entrambe le cose. Nel complesso, queste manifestazioni sono state preparate in anticipo dalle solite ONG. Da una quindicina d’anni circa, giovani bielorussi seguono corsi di formazione sulla manipolazione della folla in seminari organizzati sotto l’egida di varie fondazioni, come la fondazione di Soros o l’associazione serba “per le rivoluzioni non violente” Otpor, nata sulla scia del rovesciamento di Milosevic. Fino a poco tempo fa, queste iniziative non erano riuscite a generare un forte movimento di protesta. Questa volta, la parte della popolazione che trova sempre più pesante il paternalismo del regime, così come il suo autoritarismo “morbido”, si è manifestata con più forza, ma alla fine è stata la scala del tutto inaspettata della repressione contro i manifestanti subito dopo le elezioni a spingere un’ulteriore parte della popolazione verso il movimento di protesta. Queste manifestazioni non sono state così massicce come sono state ritratte dai media occidentali, ma hanno comunque guadagnato slancio di fronte alla repressione selvaggia e senza precedenti dei manifestanti da parte della milizia e del KGB. Secondo le mie fonti a Minsk, tuttavia, non si può escludere che questa brutalità, finora sconosciuta nel Paese, sia stata provocata da funzionari più o meno legati o più o meno comprati dagli oligarchi russi, che vorrebbero aumentare il malcontento per spingere Lukashenko tra le braccia di Putin. Questi ultimi, come i loro omologhi in Occidente, vorrebbero infatti porre fine al modello sociale bielorusso “insolente”, in cui le industrie di punta sono di proprietà dello Stato e funzionano bene.
[D] C’è modo di sapere qual è attualmente lo stato dell’opinione politica in Bielorussia?
[R] Se gli oppositori sostengono di aver ottenuto il sostegno della maggioranza dei loro connazionali prima o dopo le elezioni, sondaggi d’opinione abbastanza accurati tendono a mostrare che a Minsk tra il 45% e il 50% della popolazione si è spostato a favore dell’opposizione, che è piuttosto eterogenea. Sembra che questo sia molto meno vero in provincia, ma dà comunque agli oppositori un margine di manovra di un milione di abitanti nella capitale, cioè la metà della popolazione, che è sufficiente per radunare centomila manifestanti. In TV e sui social network, mostrano giovani uomini belli e ben curati, e soprattutto belle giovani donne bionde dal fascino slavo, tutte vestite di bianco con fiori, che vanno a baciare miliziani dall’aspetto sgradevole sotto gli elmetti e le maschere nere. Queste immagini fanno rabbrividire nelle case occidentali, e questo è lo scopo.
Il resto della popolazione, a Minsk, e soprattutto nelle province, sembra ancora piuttosto fedele a Lukashenko, anche se spesso è rimasto scioccato dalla brutalità della polizia, il che spiega i tentativi di lanciare scioperi a Minsk, ma anche in diverse grandi fabbriche delle province. È difficile dire quale sia la reale percentuale di scioperanti, soprattutto quando il sindacato maggioritario non chiama allo sciopero, ma a negoziati di compromesso per preservare la pace. In compenso, di fronte alle grandi aziende di Minsk ragazzi energici, accompagnati da affascinanti giovani donne, chiedono ai lavoratori all’ingresso delle fabbriche di astenersi dal lavoro. Dalle regioni di Brest e Grodno, ci sono anche tentativi di penetrazione da parte di manifestanti più o meno bielorussi, provenienti dalla Polonia o dalla Lituania, il che spiega le manovre militari che il governo ha appena lanciato sui confini occidentali del Paese.
[D] Perché i paesi occidentali, ma anche la Russia, sono così poco entusiasti del sistema in vigore in Bielorussia?
[R] L’industria e l’agricoltura bielorussa producono molto di più delle patate, cui si vorrebbe ridurre l’immagine del Paese per far ignorare le sue grandi capacità tecnologiche, che sono state costantemente sviluppate durante l’era sovietica ma anche da quando Lukashenko è salito al potere. Autocarri giganteschi per l’industria mineraria, trattori di alta qualità, l’industria aerospaziale, i computer, l’industria militare avanzata, ecc. Si tratta di un’economia insolente agli occhi dei capitalisti, per i quali la proprietà pubblica deve necessariamente fare rima con arcaismo e inefficienza. Inoltre i cinesi, il nuovo nemico dichiarato dell’Occidente, hanno puntato molto sulle capacità produttive e scientifiche della Bielorussia e sulla sua posizione di hub verso l’Europa occidentale, per cui questo “giocattolo” deve assolutamente essere tolto dalle loro mani. E fa niente se questo significa dare “dolcetti” ai criminali oligarchi russi. Almeno all’inizio, poi si potrà sempre ridefinire la divisione del bottino fifty/fifty, o anche in proporzioni più favorevoli se nel frattempo si sarà riusciti a inceppare la macchina del Cremlino. I capitalisti sanno come cooperare per distruggere un sistema alternativo, prima di distruggersi a vicenda una volta aperto il mercato del paese preso di mira. Non è ancora il caso della Bielorussia, e ciò ormai da trent’anni: di qui il nervosismo delle élites conservatrici di tutti i paesi.
[D] Lukashenko può contare sul sostegno attivo di una parte della popolazione? Perché i suoi sostenitori si sono mobilitati in ritardo?
[R] Se Lukashenko ha visibilmente perso il sostegno di una parte dei lavoratori, che si sentono orgogliosi delle loro fabbriche e non vedono perché dovrebbero chinare il capo davanti a un potere paternalistico che funziona sempre più, ai loro occhi, come un signorotto del passato, il presidente ha ricordato loro che in Bielorussia si può smettere di lavorare e scendere in sciopero perché il potere ha garantito l’occupazione, ma che se il sistema viene cambiato allora smetteranno di nuovo di lavorare, questa volta perché saranno disoccupati. La manifestazione filogovernativa del 16 agosto a Minsk, tuttavia, ha mobilitato diverse decine di migliaia di manifestanti, e ora si stanno svolgendo manifestazioni di massa nelle principali città di provincia. Malgrado ciò, queste contromanifestazioni sono state tardive perché la popolazione non è abituata a mobilitarsi, che è il principale handicap che il regime attuale sta affrontando per sua stessa colpa.
[D] Quali sono gli interessi strategici della Russia in Bielorussia?
[R] Nonostante le tensioni che da diversi anni turbano i rapporti tra i due Paesi, l’integrazione strategica dei due Paesi è solida ed è impensabile un possibile distacco militare, perché la Bielorussia si trova a meno di 500 km da Mosca. I leader occidentali più moderati sanno di non poter ignorare gli interessi strategici della Russia e quindi che un cambiamento politico a Minsk non potrebbe in alcun modo aprire la strada all’adesione della Bielorussia alla NATO. Per quanto riguarda gli estremisti del “Deep State”, essi non conoscono limiti ai propri appetiti, poiché sono pronti a rischiare la guerra mondiale per allargare senza limiti il loro “spazio vitale”, come la caduta tendenziale del saggio di profitto li obbliga a fare. In ogni caso, Mosca non ha bisogno d’intervenire militarmente in Bielorussia perché l’esercito bielorusso è intrinsecamente integrato nelle strutture occidentali dell’esercito russo e ci sono quindi poche possibilità che cada nel campo dell’opposizione o che accetti di rompere con il fratello slavo. Questo, naturalmente, conferisce alla Russia un ruolo centrale di mediazione nella crisi attuale.
[D] Chi trarrebbe vantaggio, in Russia, se Lukashenko perdesse il potere?
[R] Il capo della società russa Uralchem, Dimitry Mazepin, un potente oligarca bielorusso stabilitosi in Russia, ha cercato a lungo di acquisire la società statale bielorussa del potassio a Soligorsk, il cui valore è stimato attorno ai 150 miliardi di dollari, incontrando il rifiuto sistematico delle autorità di Minsk. Secondo fonti vicine al potere a Minsk, ha quindi pompato un sacco di soldi per “comprare” alti funzionari bielorussi, disposti a cambiare casacca per garantire una privatizzazione del Paese da dividere tra oligarchi russi e occidentali. Le attuali proteste sono quindi una benedizione per questi capitalisti, perché spingono la Bielorussia verso la Russia, dove l’influenza degli oligarchi è abbastanza forte da far pensare che il Cremlino costringerebbe il governo bielorusso a rompere con il principio dello Stato sociale e con l’attaccamento alla proprietà pubblica delle imprese chiave. Per il Cremlino, la difficoltà sta nel non dover affrontare una “rivoluzione colorata” filo-occidentale a Minsk e nello stesso tempo spingere le autorità locali ad abbandonare il loro modello sociale, aprendo il paese alla privatizzazione di massa. In totale, il KGB bielorusso stima che 1,8 miliardi di dollari siano stati pompati in Bielorussia negli ultimi cinque anni, da ovest e da est, per “foraggiare” alti funzionari favorevoli all’integrazione con la Russia e militanti di organizzazioni dell’opposizione vicine, invece, agli interessi occidentali. È così emerso uno strato di soggetti corrotti che hanno interesse a privatizzare piuttosto che a mantenersi in posizioni di governo relativamente poco remunerative.
[D] Lukashenko sembra aver riconosciuto che sono stati commessi degli eccessi nella repressione. Ciò indica un cambiamento di linea o si è trovato di fronte al fatto compiuto e sta cercando di venirne fuori?
[R] Ci sono elementi che inducono a pensare che la brutalità della repressione potrebbe non venire dalla presidenza in sé, ma da funzionari legati all’oligarchia filo-russa che cercherebbero di gettare benzina sul fuoco per spingere Lukashenko nelle braccia di Putin, che poi imporrebbe una politica di privatizzazione in cambio del suo appoggio o di un graduale ritiro del presidente in carica. Le scuse avanzate dal Ministro dell’Interno per gli innegabili eccessi repressivi contro persone non sospettate di violenza, possono ora essere utilizzate da ambienti governativi ostili al Presidente per accusarlo di averle tradite e di non proteggerle più per gli atti commessi. Il KGB potrebbe quindi essere diviso dall’interno, e se Lukashenko o i suoi vogliono tenere duro dovranno ripulire rapidamente i propri servizi e le proprie amministrazioni, cercando allo stesso tempo di disinnescare alcuni degli avversari e ottenere l’appoggio attivo dei propri sostenitori.
[D] Tutti i paesi NATO perseguono la stessa politica in Bielorussia?
[R] Il Ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makej in particolare, ma anche diversi altri importanti dirigenti del Paese, sono evidentemente da collocare nel campo dei “filo-occidentali” e sembrano nello specifico molto legati alla Gran Bretagna, che è attivamente impegnata a sostenere i movimenti di protesta. Putin avrebbe avvertito Lukashenko, qualche tempo fa, dei legami di questo personaggio con la potenza d’oltremanica, ma quest’ultimo si è rifiutato di ascoltarlo e di rompere con il clan filo-anglosassone di cui riteneva di aver bisogno per bilanciare il peso dei sostenitori di un’unione con la Russia che andrebbe a beneficio degli oligarchi russi. L’Ambasciata britannica a Varsavia svolge un ruolo centrale nell’orchestrare il malcontento a Minsk, in collaborazione con le autorità polacche e baltiche. Scopriamo durante gli eventi di Minsk che le potenze occidentali sono divise tra un’ala “moderata”, che vuole preservare i canali di negoziazione e cooperazione con Minsk e Mosca, e un’ala estremista, interventista, determinata a esacerbare tutti i possibili conflitti in un mondo dove il sistema dominante è stretto alla gola dalla sua stessa crisi. In linea di massima, si può dire che Germania e Francia siano dalla parte dei moderati e, per quanto riguarda la Bielorussia, lo è anche l’amministrazione Trump, mentre i sostenitori dell’estremismo si trovano nel Regno Unito, in quello che anche il New York Times ora chiama l’ormai consolidato Deep State, negli Stati Baltici, in Polonia e in Repubblica Ceca. Da parte russa, è un po’ la stessa cosa: gli oligarchi e i ministeri economici con tendenze globaliste tendono a esercitare la massima pressione su Minsk, mentre i più “statalisti” e “patriottici” “ministeri della forza” sarebbero maggiormente favorevoli a una conciliazione con il regime di Lukashenko. È chiaro che la Russia ha speso molti soldi per sostenere la Bielorussia, ma bisogna anche tenere conto che le industrie bielorusse ad alta tecnologia sono indispensabili per l’industria russa del settore spaziale, aeronautico, militare, agro-industriale e della ricerca scientifica. In tempi di pace e stabilità, Lukashenko ha quindi molti argomenti per imporre le sue scelte a Putin. Indebolito, invece, è debitore nei confronti di Mosca per il prolungamento della sua posizione a capo dello Stato ed è dubbio che la Cina sia pronta a impegnarsi a sostenere un presidente che pure le è molto favorevole, perché ha bisogno soprattutto di mantenere la sua alleanza strategica con la Russia e l’Iran, il che rende la posizione della Bielorussia secondaria rispetto a questo grande gioco.
Fonte
31/12/2019
Ex Ilva - De profundis 2019
La vicenda dell'ex Ilva di Taranto è divenuta il requiem con cui si congeda il 2019
La cronaca redatta dal Corriere di Taranto [1] del Consiglio di fabbrica presso l’ex Ilva alla presenza del primo ministro Conte ne è, tra le altre cose, l'ennesima dimostrazione.
La sostanza però sta in quelle altre cose tra le quali merita evidenza quanto segue:
1) l'azione di Conte nei confronti dei fatti ad elevato impatto sull'opinione pubblica – non tanto e non solo per la sovraesposizione di cui possono godere sui media, ma per la vasta platea che fisicamente coinvolgono – è sempre più improntata a quella che sembra essere la nuova metamorfosi delle narrazione politica, che potremmo definire di populismo paternalistico;
2) quest'ultimo sembra essere la chiave narrativa più adatta per traghettare la conservazione dell'esistente negli anni '20 del nuovo millennio. [2]
Conte, infatti, nel caso specifico di Ilva ha sostenuto che il partner indispensabile per il progetto abbozzato dal suo governo resta ArcelorMittal. Si rassegnino dunque tutti coloro che si sarebbero attesi, quanto meno, la ricerca di una multinazionale meno speculativa (ma esistono?!?) cui affidare lo stabilimento tarantino, o peggio i sostenitori di un ritorno diretto dello Stato nell’economia attraverso la nazionalizzazione dell'impianto.
Conte afferma senza alcun fraintendimento che la politica non intende cercare alcuna alternativa alla soluzione di mercato. Il presidente del consiglio s’incarica quindi di esplicitare che la classe dirigente di questo paese ha fatto definitivamente propria l'ideologia ordoliberale del "più Stato per il mercato" senza alcun infingimento di sorta; [3]
3) Morselli, a.d. di ArcelorMittal, conferma l'assioma di Conte esplicitando agli operai presenti al Consiglio di fabbrica che loro sono roba di Mittal. Qui è evidente come la narrazione si sveste dei panni paternalistici per tornare ai più duri rapporti di forza cari ai padroni delle ferriere, in cui a essere contemplato è al massimo un approccio corporativista tra padrone e lavoratori – con i decreti repressione firmati Salvini/Minniti a fornire il recinto spinato del perimetro indicato dall’amministratrice della multinazionale dell’acciaio [4] –;
4) rapporti di forza che mostrano una fenomenologia operaia, del tutto abbandonata a se stessa, in cui la coscienza di classe è umiliata a tal punto da estinguere anche il mero sussulto di dignità all'interno di una situazione che si profila sempre più priva di vie d'uscita.
A dispetto di quanto sembra suggerire l'autore dell'articolo non crediamo che, onestà intellettuale alla mano, ciò possa essere imputato ai lavoratori stessi, rei di aver tratto interesse, seppur misero, dal “bengodi salariale” in voga anche mentre l’azienda andava economicamente a rotoli durante la gestione commissariale.
Tralasciando la deriva culturale per cui, di questi tempi, si fa passare per bengodi una normale remunerazione del lavoro adeguata alla sopravvivenza, l’orizzonte estremamente limitato della classe operaia tarantina e della città che vi ruota intorno è, semmai, conseguenza diretta dell’assenza pressoché totale di qualsiasi spinta propulsiva proveniente da sinistra.
Fatta eccezione per l’encomiabile mobilitazione promossa dal sindacato USB in questi anni, infatti, la crisi di Taranto mette a nudo l’assenza di propositività che caratterizza tutte le organizzazioni antagoniste sulla questione.
I lavoratori e i cittadini di Taranto ormai lo hanno capito alla perfezione: non è più sufficiente limitarsi a millantare riconversioni al terziario turistico [5] o chiedere la nazionalizzazione dell’impianto siderurgico – per tacere della follia di chi si riempie la bocca con la chiusura dell'impianto –.
Per come è andata deteriorandosi la situazione nel corso degli anni, lavoratori e città, hanno bisogno di conoscere non soltanto con quale parola d’ordine uscire dal proprio inferno, ma anche in quale modo, attraverso quale percorso farlo.
In questo specifico ambito il silenzio è assordante sia da parte delle istituzioni in teoria competenti, sia di coloro che dovrebbero indicare una via diversa e possibilmente antitetica allo stato di cose presenti.
Manca insomma una proposta organica sul che fare, che non si limiti a slogan che vanno benissimo in sede di mobilitazione o per i meme su Facebook, ma che mostrano gambe cortissime appena si passa alla critica e al rilancio dei piani provenienti da padroni e palazzi del potere.
C’è da augurarsi (e da lavorare) che gli anni ‘20 stimolino la consapevolezza per cui, senza idee e studi alle spalle capaci di rendere percorribile il raggiungimento di un obiettivo, anche la più genuina delle mobilitazioni – e già in questo paese ne abbiamo pochissime – è destinata a rifluire nella risacca dell’esistente.
Note:
[1] https://www.corriereditaranto.it/2019/12/28/ex-ilva-fenomenologia-operaia-e-lo-smarrimento-della-politica/
[2] Conte, infatti, ha annunciato di non voler lasciare la politica al termine del proprio mandato.
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2019/12/29/conte-verso-la-verifica-il-primo-nodo-e-la-prescrizione_fdf9a677-1a3d-4c79-81b9-c2dc82dda629.html
[3] come si verificava ai tempi di Berlusconi e più in piccolo di Renzi, in cui le cordate di potere egemoni nel Bel Paese tentavano di volta in volta di trovare la quadra tra il vincolo esterno europeo e le esigenze di bottega di turno – Fininvest ai tempi del Cavaliere, massoneria cresciuta sulle rive dell’Arno ai tempi del guitto di Rignano –.
[4] http://contropiano.org/interventi/2019/12/30/la-lettera-di-due-studentesse-solidali-con-gli-operai-e-multate-per-blocco-stradale-a-prato-0122422
[5] su questo argomento specifico credo sia necessario sgomberare il campo da ogni illusione, anche del governatore Emiliano: il terziario a vocazione turistica traghetterebbe Taranto dalla padella dei problemi di Ilva alla brace del sottosviluppo della gig economy di AirBnB, Deliveroo e soci. La soluzione non è quella di trasformare la classe operaia tarantina in una prateria di cuochi, receptionist, camerieri, e pony express di cibo di strada.
La cronaca redatta dal Corriere di Taranto [1] del Consiglio di fabbrica presso l’ex Ilva alla presenza del primo ministro Conte ne è, tra le altre cose, l'ennesima dimostrazione.
La sostanza però sta in quelle altre cose tra le quali merita evidenza quanto segue:
1) l'azione di Conte nei confronti dei fatti ad elevato impatto sull'opinione pubblica – non tanto e non solo per la sovraesposizione di cui possono godere sui media, ma per la vasta platea che fisicamente coinvolgono – è sempre più improntata a quella che sembra essere la nuova metamorfosi delle narrazione politica, che potremmo definire di populismo paternalistico;
2) quest'ultimo sembra essere la chiave narrativa più adatta per traghettare la conservazione dell'esistente negli anni '20 del nuovo millennio. [2]
Conte, infatti, nel caso specifico di Ilva ha sostenuto che il partner indispensabile per il progetto abbozzato dal suo governo resta ArcelorMittal. Si rassegnino dunque tutti coloro che si sarebbero attesi, quanto meno, la ricerca di una multinazionale meno speculativa (ma esistono?!?) cui affidare lo stabilimento tarantino, o peggio i sostenitori di un ritorno diretto dello Stato nell’economia attraverso la nazionalizzazione dell'impianto.
Conte afferma senza alcun fraintendimento che la politica non intende cercare alcuna alternativa alla soluzione di mercato. Il presidente del consiglio s’incarica quindi di esplicitare che la classe dirigente di questo paese ha fatto definitivamente propria l'ideologia ordoliberale del "più Stato per il mercato" senza alcun infingimento di sorta; [3]
3) Morselli, a.d. di ArcelorMittal, conferma l'assioma di Conte esplicitando agli operai presenti al Consiglio di fabbrica che loro sono roba di Mittal. Qui è evidente come la narrazione si sveste dei panni paternalistici per tornare ai più duri rapporti di forza cari ai padroni delle ferriere, in cui a essere contemplato è al massimo un approccio corporativista tra padrone e lavoratori – con i decreti repressione firmati Salvini/Minniti a fornire il recinto spinato del perimetro indicato dall’amministratrice della multinazionale dell’acciaio [4] –;
4) rapporti di forza che mostrano una fenomenologia operaia, del tutto abbandonata a se stessa, in cui la coscienza di classe è umiliata a tal punto da estinguere anche il mero sussulto di dignità all'interno di una situazione che si profila sempre più priva di vie d'uscita.
A dispetto di quanto sembra suggerire l'autore dell'articolo non crediamo che, onestà intellettuale alla mano, ciò possa essere imputato ai lavoratori stessi, rei di aver tratto interesse, seppur misero, dal “bengodi salariale” in voga anche mentre l’azienda andava economicamente a rotoli durante la gestione commissariale.
Tralasciando la deriva culturale per cui, di questi tempi, si fa passare per bengodi una normale remunerazione del lavoro adeguata alla sopravvivenza, l’orizzonte estremamente limitato della classe operaia tarantina e della città che vi ruota intorno è, semmai, conseguenza diretta dell’assenza pressoché totale di qualsiasi spinta propulsiva proveniente da sinistra.
Fatta eccezione per l’encomiabile mobilitazione promossa dal sindacato USB in questi anni, infatti, la crisi di Taranto mette a nudo l’assenza di propositività che caratterizza tutte le organizzazioni antagoniste sulla questione.
I lavoratori e i cittadini di Taranto ormai lo hanno capito alla perfezione: non è più sufficiente limitarsi a millantare riconversioni al terziario turistico [5] o chiedere la nazionalizzazione dell’impianto siderurgico – per tacere della follia di chi si riempie la bocca con la chiusura dell'impianto –.
Per come è andata deteriorandosi la situazione nel corso degli anni, lavoratori e città, hanno bisogno di conoscere non soltanto con quale parola d’ordine uscire dal proprio inferno, ma anche in quale modo, attraverso quale percorso farlo.
In questo specifico ambito il silenzio è assordante sia da parte delle istituzioni in teoria competenti, sia di coloro che dovrebbero indicare una via diversa e possibilmente antitetica allo stato di cose presenti.
Manca insomma una proposta organica sul che fare, che non si limiti a slogan che vanno benissimo in sede di mobilitazione o per i meme su Facebook, ma che mostrano gambe cortissime appena si passa alla critica e al rilancio dei piani provenienti da padroni e palazzi del potere.
C’è da augurarsi (e da lavorare) che gli anni ‘20 stimolino la consapevolezza per cui, senza idee e studi alle spalle capaci di rendere percorribile il raggiungimento di un obiettivo, anche la più genuina delle mobilitazioni – e già in questo paese ne abbiamo pochissime – è destinata a rifluire nella risacca dell’esistente.
Note:
[1] https://www.corriereditaranto.it/2019/12/28/ex-ilva-fenomenologia-operaia-e-lo-smarrimento-della-politica/
[2] Conte, infatti, ha annunciato di non voler lasciare la politica al termine del proprio mandato.
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2019/12/29/conte-verso-la-verifica-il-primo-nodo-e-la-prescrizione_fdf9a677-1a3d-4c79-81b9-c2dc82dda629.html
[3] come si verificava ai tempi di Berlusconi e più in piccolo di Renzi, in cui le cordate di potere egemoni nel Bel Paese tentavano di volta in volta di trovare la quadra tra il vincolo esterno europeo e le esigenze di bottega di turno – Fininvest ai tempi del Cavaliere, massoneria cresciuta sulle rive dell’Arno ai tempi del guitto di Rignano –.
[4] http://contropiano.org/interventi/2019/12/30/la-lettera-di-due-studentesse-solidali-con-gli-operai-e-multate-per-blocco-stradale-a-prato-0122422
[5] su questo argomento specifico credo sia necessario sgomberare il campo da ogni illusione, anche del governatore Emiliano: il terziario a vocazione turistica traghetterebbe Taranto dalla padella dei problemi di Ilva alla brace del sottosviluppo della gig economy di AirBnB, Deliveroo e soci. La soluzione non è quella di trasformare la classe operaia tarantina in una prateria di cuochi, receptionist, camerieri, e pony express di cibo di strada.
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02/01/2019
Il “Manifesto di Ventotene”. Una decostruzione necessaria
Nel 1941 Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, confinati dal fascismo nell’isola di Ventotene, scrivono un documento per la promozione dell’unità europea che verrà poi pubblicato da Eugenio Colorni e viene oggi considerato uno dei testi fondanti dell’Unione Europea. A dire il vero, in ambito liberal-socialista spesso si è soliti dire che l’Europa abbia disatteso le idealità di questo scritto e un procedimento retorico di questo genere viene paradossalmente usato anche in uno dei tanti articoli polemici del “filosofo” rossobruno Diego Fusaro.
Tale manifesto di Ventotene era stato preceduto dal progetto di Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi che dopo la prima guerra mondiale aveva coinvolto numerosi uomini politici (Adenauer e poi Churchill) letterati (Rilke, Valery e Mann) scienziati (Einstein, Freud, Keynes) nel progetto paneuropeo, di ispirazione tecnocratica, che voleva l’unificazione economica e politica dell’Europa sotto forma di Confederazione con tutta una serie di istituti (Corte federale europea, un esercito europeo, una unificazione doganale progressiva, una moneta unica) e con una impostazione rispettosa delle diverse culture presenti in Europa e delle minoranze nazionali.
Tuttavia la natura imperialista di tale costruzione è evidente laddove Kalergi parla di sfruttamento a livello unificato delle colonie (confermando in parte la previsione di Lenin secondo cui “In regime capitalistico gli Stati Uniti d’Europa equivalgono ad un accordo per la spartizione delle colonie”). Inoltre Kalergi, in altre sue opere, accennava ad un modello di uomo, ricco di spirito ma privo di carattere che costituisse il materiale ideale per sviluppare una società cosmopolita, a dimostrazione della ispirazione elitaria del suo progetto che voleva la contaminazione tra razze e culture non per potenziare le capacità degli individui ma per indirizzarle all’ossequio mediocre dell’ordine costruito da una minoranza di competenti (dunque una contaminazione a presupposto razzista).
Per quanto riguarda il Manifesto di Ventotene c’è da dire che nell’introduzione si avverte il lettore dicendo che “Le circostanze anormali in cui tutto questo materiale fu prodotto, l’evolversi degli avvenimenti la cui precisa valutazione non poteva essere data dal confino, han fatto si che oggi si possono notare varie lacune, ed alcune parti possono anche considerarsi superate. Sarebbe forse bene riscrivere tutto da capo in modo da presentare cose completamente aggiornate. Ciò implicherebbe però un lavoro di mesi. Ma la vita politica italiana è stata ridotta dal fascismo come un arido deserto, e chi può dare un qualsiasi contributo che l’aiuti a rifiorire non deve perdere un minuto di tempo, specialmente nell’attuale tragica situazione. Meglio perciò pubblicare questi scritti quali sono, affidando agli studi successivi il compito di correggere e di aggiornare, meglio anche correre il rischio di dire qualcosa di sbagliato ma indicare agli Italiani smarriti ed incerti, almeno nelle sue grandi linee, la via da seguire, anziché tacere per un eccessivo desiderio di adeguatezza alla realtà attuale”.
E tuttavia pure in questa premessa la natura elitaria del progetto si avverte nel passo “...indicare agli Italiani smarriti ed incerti, almeno nelle sue grandi linee, la via da seguire...”. Inoltre questo elitarismo si avverte anche nella rinuncia a formare un partito federalista e nel dire che “Il compito dei federalisti nelle attuali circostanze della nostra vita politica italiana deve essere invece quello di indicare ai partiti progressisti, i quali attirano su di sé le simpatie popolari, ma sono ancora più ricchi di fervore che di idee e propositi precisi, quali debbano effettivamente essere questi propositi e come ci si debba concretamente preparare a risolvere i problemi politici attuali. Non si tratta più di formare un partito federalista, ma di aiutare i partiti progressisti italiani a diventare federalisti”.
Nella Prefazione di Eugenio Colorni si dice che “Fu così che si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
Qui possiamo individuare l’illusione che la contraddizione sia essenzialmente culturale e politica. Non si va nella dimensione in cui questi processi politici si formano e si consolidano, quella dimensione dove processi di accumulazione capitalistica ridisegnano attorno a sé la società e i territori, ma ci si ferma all’apparenza e si propongono soluzioni che tengono conto solo dell’apparenza.
Nella Prefazione, Colorni critica l’opzione internazionalista dicendo che “benché le analogie di regime interno possano facilitare i rapporti di amicizia e di collaborazione fra stato e stato, non è affatto detto che portino automaticamente e neppure progressivamente alla unificazione, finché esistano interessi e sentimenti collettivi legati al mantenimento di una unità chiusa all’interno delle frontiere”, ma si illude che l’ipotesi federalista sia un modo alternativo di costruire un ordine internazionale, quando esso va incontro agli stessi problemi e forse a problemi ancora maggiori visto che si vuole applicare a paesi con regimi diversi e sistemi sociali diversi (i quali, a detta proprio di Colorni, non sarebbero sufficienti nemmeno se fossero identici).
Colorni asserisce che “Tutti i problemi, da quello delle libertà costituzionali a quello della lotta di classe, da quello della pianificazione a quello della presa del potere e dell’uso di esso, ricevono una nuova luce se vengono posti partendo dalla premessa che la prima mèta da raggiungere è quella di un ordinamento unitario nel campo internazionale”. Egli però non motiva questo modo di vedere né si chiede se, per l’instaurazione di tale ordinamento, non si debba passare per uno o più dei problemi che invece con questo ordinamento si vorrebbero risolvere.
Egli poi aggiunge “Un altro motivo ancora – e forse il più importante – era costituito dal fatto che l’ideale di una Federazione Europea, preludio di una Federazione Mondiale, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una mèta raggiungibile e quasi a portata di mano”. E questo abbiamo visto come fosse in realtà un pio desiderio.
Ancora Colorni afferma che “Il nostro Movimento non è e non vuol essere un partito politico. Così come si è venuto sempre più nettamente caratterizzando, esso vuole operare sui vari partiti politici e nell’interno di essi, non solo affinché l’istanza internazionalista venga accentuata, ma anche e principalmente affinché tutti i problemi della sua vita politica vengano impostati partendo da questo nuovo angolo visuale, a cui finora sono stati così poco avvezzi”. Ecco che quindi ricompare la minoranza illuminata che opera sui e nei partiti politici.
Nel Manifesto vero e proprio (analizziamo in questo contesto anche una prima versione del Manifesto del 1943, perché a nostro parere essa rivela l’ideologia sottesa dei suoi estensori meglio di quella successiva e definitiva del 1944) si dice “L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro al territorio di ciascun nuovo Stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire, fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali”.
Qui possiamo vedere come gli autori attribuiscano la nascita degli imperialismi ai nazionalismi, mentre l’analisi materialistica ipotizza che l’accumulazione di capitale ad un determinato livello condiziona il perimetro all’interno del quale il nazionalismo attecchisce e si sviluppa.
Inoltre si reitera l’atteggiamento paternalista tra culture quando si dice “ha fatto estendere, dentro al territorio di ciascun nuovo Stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili” (forse per giustificare la soggezione nella quale era tenuto il Meridione d’Italia?).
Nella seconda e definitiva versione del Manifesto non a caso non si parla più di nazionalismo imperialista ma di imperialismo capitalista, quasi a voler sfumare un presupposto teorico sbagliato.
Si parla anche di “spazio vitale” (l’espressione fatta propria dal nazifascismo per giustificare l’innesco del conflitto mondiale), quasi fosse una sorta di desiderio irrazionale di espansione (e quindi derubricandolo ad espressione di mera volontà politica), quando si tratta dell’espressione ideologica che si collega all’esigenza imperialistica che è interna alle contraddizioni del capitale, per il quale anche l’ambito della nazione diventa angusto ed oppressivo. Perciò la libera circolazione delle merci, che essi vedono solo come “fattore progressivo”, è allo stesso tempo uno dei momenti della dinamica imperialista nel momento in cui ad essa (post hoc e propter hoc) segue quella dei capitali.
Gli autori hanno buon gioco ad evidenziare come anche nei periodi di pace il funzionamento degli ordinamenti che loro definiscono “liberi” (e cioè scuola, scienza e produzione) sia indirizzato totalmente alla guerra. Essi però, come in altre parti dell’elaborato, si fermano alla superficie delle cose. Non vedono che la proiezione bellica è proprio insita nella dinamica imperialistica (e quindi economica) che vede capitalismi in competizione tra loro che trascinano le nazioni con sé (e non nazioni che subordinano la produzione alla guerra).
La guerra è nella sua accezione moderna un momento della fisiologia (che è dialetticamente una patologia) capitalistica. E la produzione non è affatto un ordinamento libero. Anzi, le modalità con cui si produce sono modalità militari, in quanto la fabbrica sin dal suo inizio (sin da quando si costringeva in Inghilterra a lavorare nelle fabbriche) è una istituzione totale.
E’ sintomatico come gli estensori del Manifesto attribuiscano tutti i mali all’iperbole politica, invece di guardare alla struttura economica: “Le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e all’odio verso gli stranieri, le libertà individuali si riducono a nulla, dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestare servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l’impiego, gli averi, ed a sacrificare la vita stessa per obbiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore; in poche giornate vengono distrutti i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo”.
Le madri sono fattrici di lavoratori e devono essere prolifiche per riprodurre “l’esercito” industriale di riserva. I bambini sono dalla più tenera età posti sul mercato del lavoro. Le libertà individuali sono nulla appena varcato l’ingresso della fabbrica. La produzione costringe ad abbandonare la famiglia ed a sacrificare spesso la vita per obbiettivi di cui nessuno capisce il valore. La guerra è l’immagine un po’ più brutta della matrice che la genera e cioè il modo di produzione capitalistico. Ma il Manifesto di Ventotene questa paternità la nega e anzi retoricamente ci disegna l’opposizione tra una produzione pacifica e una politica belligerante.
Anche quando si riferisce alla Germania, il quadro che fa il Manifesto riproduce uno stereotipo dove le considerazioni, fatte anche all’interno degli ideologi liberali (si pensi a Keynes), circa le responsabilità dei vincitori della Prima Guerra Mondiale nel determinare il trionfo del nazismo in Germania sono del tutto sottaciute.
Nella prima parte (“Crisi della società moderna”) ci sono anche analisi che si ricollegano alla tradizione socialista e che cercano di ricollegare il totalitarismo nazifascista alla oppressione delle classi diseredate, ma la tendenza elitaria ricompare quando si afferma, all’inizio della seconda parte “Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti...”.
Troviamo poi anche un principio ambiguo (perché utilizzabile in molti modi) quando si dice “Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei”.
Questo principio, ripreso dall’antifascismo, è stato poi uno dei fattori ideologici che ha permesso le guerre Usa contro l’Iraq, la Serbia e la Libia. Non a caso questo principio è stato fatto proprio dal fondamentalismo neoliberista dei Radicali Italiani, che sono stati sempre in prima fila nel sostegno ideologico e politico alle guerre condotte da Usa ed Europa dopo il crollo del socialismo reale.
Singolare poi è la teoria sostenuta in questo passo dove si dice “Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell’interno, questione balcanica, questione irlandese, ecc:, che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l’hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie”.
Infatti si pensa che l’unificazione europea contribuirebbe a risolvere i problemi interni a vari Stati, mentre la questione catalana è la dimostrazione che la tendenza alla concentrazione dei fattori produttivi – resa possibile dalla libera circolazione degli stessi a livello europeo (senza meccanismi di compensazione) – lacera ancora di più il circuito di solidarietà interno ai singoli Stati, a meno che qualcuno non riesumi il patriottismo nazionalista, per cui il processo di unificazione si configura come una sorta di fuga in avanti.
Fa sorridere ed inquietare l’atteggiamento degli estensori verso la democrazia. Essi combinano la critica al totalitarismo nazionalistico ad un atteggiamento minoritario ed illuministico che non può che mostrarsi scettico verso le possibilità dei popoli di autodeterminarsi. Infatti dicono “I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sugli i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono solo essere ritoccate in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi. In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro”.
Il popolo per questi signori è sempre confuso. I milioni di teste li ossessionano ed hanno dunque bisogno di ridurre la complessità democratica con l’accetta.
Infine in questo passo si intravede la tendenza (in altre parti meno accentuata) di assimilare l’URSS alla situazione spagnola e tedesca, quasi rimpiangendo che il socialismo rivoluzionario russo non abbia avuto miglior sorte. E la critica alla burocrazia sovietica fa intravedere un’altra matrice astrattamente internazionalista, oltre quella del liberalismo ispirato dalla concezioni massoniche (si pensi a Briand e allo stesso Kalergi).
Non finisce qui. Il Manifesto aggiunge “Nel momento in cui occorre la massima decisione ed audacia, i democratici si sentono smarriti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare” e ancora “La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”.
Giunti a questo punto, gli estensori del Manifesto si preparano a criticare il concetto marxista di lotta di classe ed affermano: “Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi. Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine a cui van ridotti tutti i problemi politici, ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga di trasformare l’intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi del come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura della loro classe, per realizzare l’utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano a tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario”.
Dunque, per gli estensori del Manifesto, gli operai ispirati al principio della lotta di classe non farebbero una politica delle alleanze e quindi non riuscirebbero a raggiungere il potere. Questo assunto falso (l’alleanza tra operai e contadini nella rivoluzione russa come si dovrebbe considerare?) serve per introdurre un più sostanziale interclassismo funzionale alla ideologia elitaria degli autori. Anche questo passo non a caso viene in buona parte espunto nella versione definitiva, ma rimane il passo in cui si dice “Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche”, in cui compare un astratto politicismo che derubrica la lotta di classe a rissa.
Essi aggiungono “Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie – col predicare che la loro «vera» rivoluzione è ancora da venire – costituiscono nei momento decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto”.
Non sapendo quali siano queste altre forze rivoluzionarie, ci meravigliamo di come gli estensori del Manifesto credano in una rivoluzione di qua da venire e critichino quelli che prudentemente parlano di una rivoluzione di là da venire. L’anticomunismo del Manifesto si rende evidente quando si dice “Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere il loro quarto d’ora, convogliare masse stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese. Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo”.
Anche questo passo viene omesso nella versione definitiva (probabilmente si sceglie un atteggiamento più sfumato verso il partito comunista italiano per quanto Altiero Spinelli fosse stato espulso dal Pci nel 1937).
Tuttavia la crescente inclinazione di Spinelli verso il liberismo (complice la lettura di Luigi Einaudi, che già dal 1893 parlava di Stati Uniti d’Europa e che, con lo pseudonimo Junius, nel 1920 aveva scritto delle lettere sull’unificazione europea) è evidente quando si dice “Le gigantesche forze di progresso che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica routinière per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni nei salari, e con gli altri provvedimenti del genere; quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore opportunità di sviluppo e di impiego, e contemporaneamente vanno consolidati e perfezionati gli argini che le convogliano verso gli obbiettivi di maggiore vantaggio per tutta la collettività”.
Gli autori sognano un’alleanza tra la classe operaia e gli intellettuali, che eviti agli intellettuali una sorta di impotenza sociale e agli operai di appiattirsi sul classismo dottrinario, senza notare che la classe operaia aveva già nei suoi gruppi dirigenti intellettuali di alto livello e che, nel frattempo, Antonio Gramsci aveva già delineato un modello di intellettuale collettivo (proprio quel partito che gli elitari del Manifesto trattavano con ingiustificata supponenza).
Questa parodia di un bolscevismo in giacca e cravatta così conclude: “Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate. Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato ed attorno ad esso la nuova democrazia. Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere”.
Nella versione definitiva a “questo partito” si sostituisce “questo movimento”, aumentando nel lettore l’impressione di un pasticcio. Non si vuole fare il partito per velleità di entrismo, ma al tempo stesso si pretende di dirigere senza imporsi a propria volta una organizzazione. Il Manifesto di Ventotene, contrariamente a quello di Marx, invece di abbandonare la dissimulazione, intende perpetrarla rifiutando un contatto diretto con le masse e nascondendosi nelle istituzioni che pure considera compromesse dalla guerra.
Perché tale ingenua e presuntuosa visione delle cose potesse avere il suo infelice successo, si è dovuto aspettare che essa si piegasse alla Forche Caudine del nascente imperialismo europeo, quell’imperialismo che essa vedeva solo nei cosiddetti totalitarismi e che invece si fa presente anche nelle democrazie liberali sempre meno democratiche e sempre meno liberali.
Fonte
Tale manifesto di Ventotene era stato preceduto dal progetto di Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi che dopo la prima guerra mondiale aveva coinvolto numerosi uomini politici (Adenauer e poi Churchill) letterati (Rilke, Valery e Mann) scienziati (Einstein, Freud, Keynes) nel progetto paneuropeo, di ispirazione tecnocratica, che voleva l’unificazione economica e politica dell’Europa sotto forma di Confederazione con tutta una serie di istituti (Corte federale europea, un esercito europeo, una unificazione doganale progressiva, una moneta unica) e con una impostazione rispettosa delle diverse culture presenti in Europa e delle minoranze nazionali.
Tuttavia la natura imperialista di tale costruzione è evidente laddove Kalergi parla di sfruttamento a livello unificato delle colonie (confermando in parte la previsione di Lenin secondo cui “In regime capitalistico gli Stati Uniti d’Europa equivalgono ad un accordo per la spartizione delle colonie”). Inoltre Kalergi, in altre sue opere, accennava ad un modello di uomo, ricco di spirito ma privo di carattere che costituisse il materiale ideale per sviluppare una società cosmopolita, a dimostrazione della ispirazione elitaria del suo progetto che voleva la contaminazione tra razze e culture non per potenziare le capacità degli individui ma per indirizzarle all’ossequio mediocre dell’ordine costruito da una minoranza di competenti (dunque una contaminazione a presupposto razzista).
Per quanto riguarda il Manifesto di Ventotene c’è da dire che nell’introduzione si avverte il lettore dicendo che “Le circostanze anormali in cui tutto questo materiale fu prodotto, l’evolversi degli avvenimenti la cui precisa valutazione non poteva essere data dal confino, han fatto si che oggi si possono notare varie lacune, ed alcune parti possono anche considerarsi superate. Sarebbe forse bene riscrivere tutto da capo in modo da presentare cose completamente aggiornate. Ciò implicherebbe però un lavoro di mesi. Ma la vita politica italiana è stata ridotta dal fascismo come un arido deserto, e chi può dare un qualsiasi contributo che l’aiuti a rifiorire non deve perdere un minuto di tempo, specialmente nell’attuale tragica situazione. Meglio perciò pubblicare questi scritti quali sono, affidando agli studi successivi il compito di correggere e di aggiornare, meglio anche correre il rischio di dire qualcosa di sbagliato ma indicare agli Italiani smarriti ed incerti, almeno nelle sue grandi linee, la via da seguire, anziché tacere per un eccessivo desiderio di adeguatezza alla realtà attuale”.
E tuttavia pure in questa premessa la natura elitaria del progetto si avverte nel passo “...indicare agli Italiani smarriti ed incerti, almeno nelle sue grandi linee, la via da seguire...”. Inoltre questo elitarismo si avverte anche nella rinuncia a formare un partito federalista e nel dire che “Il compito dei federalisti nelle attuali circostanze della nostra vita politica italiana deve essere invece quello di indicare ai partiti progressisti, i quali attirano su di sé le simpatie popolari, ma sono ancora più ricchi di fervore che di idee e propositi precisi, quali debbano effettivamente essere questi propositi e come ci si debba concretamente preparare a risolvere i problemi politici attuali. Non si tratta più di formare un partito federalista, ma di aiutare i partiti progressisti italiani a diventare federalisti”.
Nella Prefazione di Eugenio Colorni si dice che “Fu così che si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
Qui possiamo individuare l’illusione che la contraddizione sia essenzialmente culturale e politica. Non si va nella dimensione in cui questi processi politici si formano e si consolidano, quella dimensione dove processi di accumulazione capitalistica ridisegnano attorno a sé la società e i territori, ma ci si ferma all’apparenza e si propongono soluzioni che tengono conto solo dell’apparenza.
Nella Prefazione, Colorni critica l’opzione internazionalista dicendo che “benché le analogie di regime interno possano facilitare i rapporti di amicizia e di collaborazione fra stato e stato, non è affatto detto che portino automaticamente e neppure progressivamente alla unificazione, finché esistano interessi e sentimenti collettivi legati al mantenimento di una unità chiusa all’interno delle frontiere”, ma si illude che l’ipotesi federalista sia un modo alternativo di costruire un ordine internazionale, quando esso va incontro agli stessi problemi e forse a problemi ancora maggiori visto che si vuole applicare a paesi con regimi diversi e sistemi sociali diversi (i quali, a detta proprio di Colorni, non sarebbero sufficienti nemmeno se fossero identici).
Colorni asserisce che “Tutti i problemi, da quello delle libertà costituzionali a quello della lotta di classe, da quello della pianificazione a quello della presa del potere e dell’uso di esso, ricevono una nuova luce se vengono posti partendo dalla premessa che la prima mèta da raggiungere è quella di un ordinamento unitario nel campo internazionale”. Egli però non motiva questo modo di vedere né si chiede se, per l’instaurazione di tale ordinamento, non si debba passare per uno o più dei problemi che invece con questo ordinamento si vorrebbero risolvere.
Egli poi aggiunge “Un altro motivo ancora – e forse il più importante – era costituito dal fatto che l’ideale di una Federazione Europea, preludio di una Federazione Mondiale, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una mèta raggiungibile e quasi a portata di mano”. E questo abbiamo visto come fosse in realtà un pio desiderio.
Ancora Colorni afferma che “Il nostro Movimento non è e non vuol essere un partito politico. Così come si è venuto sempre più nettamente caratterizzando, esso vuole operare sui vari partiti politici e nell’interno di essi, non solo affinché l’istanza internazionalista venga accentuata, ma anche e principalmente affinché tutti i problemi della sua vita politica vengano impostati partendo da questo nuovo angolo visuale, a cui finora sono stati così poco avvezzi”. Ecco che quindi ricompare la minoranza illuminata che opera sui e nei partiti politici.
Nel Manifesto vero e proprio (analizziamo in questo contesto anche una prima versione del Manifesto del 1943, perché a nostro parere essa rivela l’ideologia sottesa dei suoi estensori meglio di quella successiva e definitiva del 1944) si dice “L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro al territorio di ciascun nuovo Stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire, fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali”.
Qui possiamo vedere come gli autori attribuiscano la nascita degli imperialismi ai nazionalismi, mentre l’analisi materialistica ipotizza che l’accumulazione di capitale ad un determinato livello condiziona il perimetro all’interno del quale il nazionalismo attecchisce e si sviluppa.
Inoltre si reitera l’atteggiamento paternalista tra culture quando si dice “ha fatto estendere, dentro al territorio di ciascun nuovo Stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili” (forse per giustificare la soggezione nella quale era tenuto il Meridione d’Italia?).
Nella seconda e definitiva versione del Manifesto non a caso non si parla più di nazionalismo imperialista ma di imperialismo capitalista, quasi a voler sfumare un presupposto teorico sbagliato.
Si parla anche di “spazio vitale” (l’espressione fatta propria dal nazifascismo per giustificare l’innesco del conflitto mondiale), quasi fosse una sorta di desiderio irrazionale di espansione (e quindi derubricandolo ad espressione di mera volontà politica), quando si tratta dell’espressione ideologica che si collega all’esigenza imperialistica che è interna alle contraddizioni del capitale, per il quale anche l’ambito della nazione diventa angusto ed oppressivo. Perciò la libera circolazione delle merci, che essi vedono solo come “fattore progressivo”, è allo stesso tempo uno dei momenti della dinamica imperialista nel momento in cui ad essa (post hoc e propter hoc) segue quella dei capitali.
Gli autori hanno buon gioco ad evidenziare come anche nei periodi di pace il funzionamento degli ordinamenti che loro definiscono “liberi” (e cioè scuola, scienza e produzione) sia indirizzato totalmente alla guerra. Essi però, come in altre parti dell’elaborato, si fermano alla superficie delle cose. Non vedono che la proiezione bellica è proprio insita nella dinamica imperialistica (e quindi economica) che vede capitalismi in competizione tra loro che trascinano le nazioni con sé (e non nazioni che subordinano la produzione alla guerra).
La guerra è nella sua accezione moderna un momento della fisiologia (che è dialetticamente una patologia) capitalistica. E la produzione non è affatto un ordinamento libero. Anzi, le modalità con cui si produce sono modalità militari, in quanto la fabbrica sin dal suo inizio (sin da quando si costringeva in Inghilterra a lavorare nelle fabbriche) è una istituzione totale.
E’ sintomatico come gli estensori del Manifesto attribuiscano tutti i mali all’iperbole politica, invece di guardare alla struttura economica: “Le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e all’odio verso gli stranieri, le libertà individuali si riducono a nulla, dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestare servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l’impiego, gli averi, ed a sacrificare la vita stessa per obbiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore; in poche giornate vengono distrutti i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo”.
Le madri sono fattrici di lavoratori e devono essere prolifiche per riprodurre “l’esercito” industriale di riserva. I bambini sono dalla più tenera età posti sul mercato del lavoro. Le libertà individuali sono nulla appena varcato l’ingresso della fabbrica. La produzione costringe ad abbandonare la famiglia ed a sacrificare spesso la vita per obbiettivi di cui nessuno capisce il valore. La guerra è l’immagine un po’ più brutta della matrice che la genera e cioè il modo di produzione capitalistico. Ma il Manifesto di Ventotene questa paternità la nega e anzi retoricamente ci disegna l’opposizione tra una produzione pacifica e una politica belligerante.
Anche quando si riferisce alla Germania, il quadro che fa il Manifesto riproduce uno stereotipo dove le considerazioni, fatte anche all’interno degli ideologi liberali (si pensi a Keynes), circa le responsabilità dei vincitori della Prima Guerra Mondiale nel determinare il trionfo del nazismo in Germania sono del tutto sottaciute.
Nella prima parte (“Crisi della società moderna”) ci sono anche analisi che si ricollegano alla tradizione socialista e che cercano di ricollegare il totalitarismo nazifascista alla oppressione delle classi diseredate, ma la tendenza elitaria ricompare quando si afferma, all’inizio della seconda parte “Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti...”.
Troviamo poi anche un principio ambiguo (perché utilizzabile in molti modi) quando si dice “Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei”.
Questo principio, ripreso dall’antifascismo, è stato poi uno dei fattori ideologici che ha permesso le guerre Usa contro l’Iraq, la Serbia e la Libia. Non a caso questo principio è stato fatto proprio dal fondamentalismo neoliberista dei Radicali Italiani, che sono stati sempre in prima fila nel sostegno ideologico e politico alle guerre condotte da Usa ed Europa dopo il crollo del socialismo reale.
Singolare poi è la teoria sostenuta in questo passo dove si dice “Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell’interno, questione balcanica, questione irlandese, ecc:, che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l’hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie”.
Infatti si pensa che l’unificazione europea contribuirebbe a risolvere i problemi interni a vari Stati, mentre la questione catalana è la dimostrazione che la tendenza alla concentrazione dei fattori produttivi – resa possibile dalla libera circolazione degli stessi a livello europeo (senza meccanismi di compensazione) – lacera ancora di più il circuito di solidarietà interno ai singoli Stati, a meno che qualcuno non riesumi il patriottismo nazionalista, per cui il processo di unificazione si configura come una sorta di fuga in avanti.
Fa sorridere ed inquietare l’atteggiamento degli estensori verso la democrazia. Essi combinano la critica al totalitarismo nazionalistico ad un atteggiamento minoritario ed illuministico che non può che mostrarsi scettico verso le possibilità dei popoli di autodeterminarsi. Infatti dicono “I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sugli i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono solo essere ritoccate in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi. In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro”.
Il popolo per questi signori è sempre confuso. I milioni di teste li ossessionano ed hanno dunque bisogno di ridurre la complessità democratica con l’accetta.
Infine in questo passo si intravede la tendenza (in altre parti meno accentuata) di assimilare l’URSS alla situazione spagnola e tedesca, quasi rimpiangendo che il socialismo rivoluzionario russo non abbia avuto miglior sorte. E la critica alla burocrazia sovietica fa intravedere un’altra matrice astrattamente internazionalista, oltre quella del liberalismo ispirato dalla concezioni massoniche (si pensi a Briand e allo stesso Kalergi).
Non finisce qui. Il Manifesto aggiunge “Nel momento in cui occorre la massima decisione ed audacia, i democratici si sentono smarriti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare” e ancora “La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”.
Giunti a questo punto, gli estensori del Manifesto si preparano a criticare il concetto marxista di lotta di classe ed affermano: “Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi. Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine a cui van ridotti tutti i problemi politici, ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga di trasformare l’intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi del come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura della loro classe, per realizzare l’utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano a tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario”.
Dunque, per gli estensori del Manifesto, gli operai ispirati al principio della lotta di classe non farebbero una politica delle alleanze e quindi non riuscirebbero a raggiungere il potere. Questo assunto falso (l’alleanza tra operai e contadini nella rivoluzione russa come si dovrebbe considerare?) serve per introdurre un più sostanziale interclassismo funzionale alla ideologia elitaria degli autori. Anche questo passo non a caso viene in buona parte espunto nella versione definitiva, ma rimane il passo in cui si dice “Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche”, in cui compare un astratto politicismo che derubrica la lotta di classe a rissa.
Essi aggiungono “Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie – col predicare che la loro «vera» rivoluzione è ancora da venire – costituiscono nei momento decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto”.
Non sapendo quali siano queste altre forze rivoluzionarie, ci meravigliamo di come gli estensori del Manifesto credano in una rivoluzione di qua da venire e critichino quelli che prudentemente parlano di una rivoluzione di là da venire. L’anticomunismo del Manifesto si rende evidente quando si dice “Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere il loro quarto d’ora, convogliare masse stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese. Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo”.
Anche questo passo viene omesso nella versione definitiva (probabilmente si sceglie un atteggiamento più sfumato verso il partito comunista italiano per quanto Altiero Spinelli fosse stato espulso dal Pci nel 1937).
Tuttavia la crescente inclinazione di Spinelli verso il liberismo (complice la lettura di Luigi Einaudi, che già dal 1893 parlava di Stati Uniti d’Europa e che, con lo pseudonimo Junius, nel 1920 aveva scritto delle lettere sull’unificazione europea) è evidente quando si dice “Le gigantesche forze di progresso che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica routinière per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni nei salari, e con gli altri provvedimenti del genere; quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore opportunità di sviluppo e di impiego, e contemporaneamente vanno consolidati e perfezionati gli argini che le convogliano verso gli obbiettivi di maggiore vantaggio per tutta la collettività”.
Gli autori sognano un’alleanza tra la classe operaia e gli intellettuali, che eviti agli intellettuali una sorta di impotenza sociale e agli operai di appiattirsi sul classismo dottrinario, senza notare che la classe operaia aveva già nei suoi gruppi dirigenti intellettuali di alto livello e che, nel frattempo, Antonio Gramsci aveva già delineato un modello di intellettuale collettivo (proprio quel partito che gli elitari del Manifesto trattavano con ingiustificata supponenza).
Questa parodia di un bolscevismo in giacca e cravatta così conclude: “Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate. Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato ed attorno ad esso la nuova democrazia. Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere”.
Nella versione definitiva a “questo partito” si sostituisce “questo movimento”, aumentando nel lettore l’impressione di un pasticcio. Non si vuole fare il partito per velleità di entrismo, ma al tempo stesso si pretende di dirigere senza imporsi a propria volta una organizzazione. Il Manifesto di Ventotene, contrariamente a quello di Marx, invece di abbandonare la dissimulazione, intende perpetrarla rifiutando un contatto diretto con le masse e nascondendosi nelle istituzioni che pure considera compromesse dalla guerra.
Perché tale ingenua e presuntuosa visione delle cose potesse avere il suo infelice successo, si è dovuto aspettare che essa si piegasse alla Forche Caudine del nascente imperialismo europeo, quell’imperialismo che essa vedeva solo nei cosiddetti totalitarismi e che invece si fa presente anche nelle democrazie liberali sempre meno democratiche e sempre meno liberali.
Fonte
04/08/2017
La giuliva rievocazione del tempo che fu: “non contate sul Comune”
Ogni volta che, a fronte dei draconiani tagli governativi a pensioni, lavoro, servici pubblici, sanità, si ascoltano le parole di un Sindaco, che ammonisce i suoi concittadini a “non contare più sull’intervento del Comune”; che insiste a dire che ci si debba abituare al fatto che “i servizi pubblici dovranno essere pagati in misura sempre maggiore dai cittadini”; che il maggior dispiacere che un Sindaco possa provare è quello per cui, a causa del cosiddetto Patto di stabilità, i Comuni siano “costretti, in molti casi, all’immobilità e che oggi, in questa situazione, si sta dimostrando deleterio per la stessa sopravvivenza di molte imprese, la cui attività è legata proprio a scelte e interventi dei Comuni”.
Ogni volta che un Sindaco o un Amministratore locale si lamenta solamente per il fatto che oggi sia “del tutto teorica la sbandierata “autonomia impositiva” dei Comuni e come, in generale, gli Enti locali siano ormai ridotti al ruolo di semplici esecutori di decisioni del Governo centrale o di altri organi dello Stato”, ma i cittadini debbano, in fin dei conti, farsi una ragione dello stato delle cose e abituarsi a “non chiedere più nulla” all’Ente che, più di ogni altro, dovrebbe rappresentare il contatto diretto delle istituzioni con la popolazione; ogni volta che si ascoltano le parole dei Sindaci, a rimarcare invece il contatto diretto con le imprese che smerciano i “beni d’eccellenza del territorio”, a ribadire il “nuovo ruolo del Comune”, che si fa “volano dell’imprenditoria locale”, mettendo a disposizione “la location giusta”, per “fare la differenza” e stabilire “l’endorsement” del Comune alla “filiera produttiva” e alla sua “implementazione”, per una “sinergia” da sviluppare attraverso “un tavolo” che dia “valore aggiunto” alla “vocazione del territorio”...
Ogni volta torna alla mente quel mirabile appello, rivolto il 31 marzo 1921 dalla Giunta Comunale di Foiano della Chiana, per ribadire la vicinanza dell’Amministrazione comunale alle tribolazioni del popolo lavoratore. “Alla vigilia della pubblicazione” – era detto in quell’appello – “dell’avviso del quale sarà fissato il nuovo aumento del prezzo del pane e del grano, questa Giunta sente il bisogno di dire una parola che serva a scindere la propria responsabilità di tale provvedimento da quella del Governo su cui essa unicamente ricade. Se fu sempre doloroso per noi rimanere in questo posto senza poter fare cosa alcuna a beneficio del popolo lavoratore, che non trovasse ostacolo presso la Prefettura è ancor più doloroso rendersi esecutori di ordine così ripugnante quale è quello dell’aumento del prezzo del pane. Rimaniamo nonostante a questo posto a fine di evitare maggiori guai che alla classe lavoratrice deriverebbero da una Amministrazione borghese e nello intento di evitarne tutte le volte che la nostra buona volontà non si infranga contro gli scogli degli istituti borghesi. Noi e voi sappiamo come il Comune pur essendo nelle vostre mani non sia uno strumento idoneo a francare i lavoratori da tutte le ingiustizie ed appunto per ciò noi facciamo ricorso alla vostra coscienza di lavoratori, facendovi notare le strette in cui si è costretti ad amministrare, perché serva a voi di incitamento a saper combattere le nuove e più dure battaglie, attraverso le quali, si potrà giungere all’abbattimento del potere borghese, instaurando poi il regime dei Soviets. Solo allora giustizia sarà fatta a voi lavoratori; finché saremo strumenti sia pure ribelli dello stato borghese la nostra opera non potrà portare quel sollievo che da tanto attendete”.
E ogni volta che, mentre i lavoratori sono ridotti in schiavitù feudale dalle norme governative che incoraggiano il padronato a tornare “al tempo che fu”, si osservano le Amministrazioni Comunali ridotte a non avere altro obiettivo sociale che quello di farsi promotrici di feste, sagre, rievocazioni, con “l’obiettivo di rinverdire le più genuine tradizioni” da mussoliniana battaglia del grano, con la rievocazione “della tradizione, anche il clima di grande accoglienza e convivialità del tempo, quando con poco si riusciva mangiare” – come del resto ci stanno imponendo ottant’anni dopo; con la battitura che “è un evento così importante per tradizioni e convivialità” per dare “la possibilità a più persone di poter godere delle nostre tradizioni e dei nostri sapori”; con “la battitura che avverrà nel pomeriggio e tutti indosseranno i costumi d’epoca, del 1930 circa.
Verrà ricostruita una scena tipica del tempo, con i classici diverbi tra il padrone e il mezzadro”; con “la cena della battitura, che ricalca la tradizione contadina”;... ogni volta torna alla mente la colorita descrizione che di quelle “scene tipiche” e “conviviali” aveva fatto Roberto Cantagalli, nella sua Storia del fascismo fiorentino 1919-1925: “Suona discretamente ipocrita l’apologia cantata in coro dalla destra conservatrice liberal-cattolica, che presto si mise tutta quanta in fez, manganello e camicia nera, in onore della mezzadria come sistema ideale ed unico toccasana per salvaguardare i vantaggi della produzione, la patriarcalità dei rapporti tra proprietari e coloni, questa “mirabile, insostituibile antica condizione cristiana che, giovandosi della individualità, faceva sì che tra uomini di ceti diversi, al di sopra di ogni gelida norma giuridica, avesse modo di insinuarsi la carità fraterna”.
Una volta preso l’avvio – una volta cioè che si era insegnata all’altro ceto, quello dei contadini, la modestia (mediante le legnate delle squadracce, la distruzione delle leghe, l’incendio e il saccheggio delle cooperative, la distruzione delle case del popolo) – si poté per oltre un ventennio, a cose ormai tranquille, stabilire nelle campagne una pace da cimitero, mitizzare una Italia “rurale”, prolifica, tutta amore alla famiglia, dedita alle sagre campestri, rispettosa della proprietà privata altrui, amante delle tradizioni, devota del santo patrono, amante dell’uva, del vin buono, del pane casalingo, della porchetta, dell’albero della cuccagna, del gioco delle bocce, della corsa nel sacco e via discorrendo ma soprattutto rispettosa dei signori, cioè dei “gerarchi”, del maresciallo e del prete.
Ottant’anni dopo se ne cantano le lodi, mentre ci si fa “volano” della moderna imprenditorialità feudale.
* A Foiano della Chiana (Arezzo), il 18 e 19 aprile e a Roccastrada (Grosseto) il 24 luglio, ci furono le due più efferate stragi fasciste del 1921 in Toscana
Fonte
Ogni volta che un Sindaco o un Amministratore locale si lamenta solamente per il fatto che oggi sia “del tutto teorica la sbandierata “autonomia impositiva” dei Comuni e come, in generale, gli Enti locali siano ormai ridotti al ruolo di semplici esecutori di decisioni del Governo centrale o di altri organi dello Stato”, ma i cittadini debbano, in fin dei conti, farsi una ragione dello stato delle cose e abituarsi a “non chiedere più nulla” all’Ente che, più di ogni altro, dovrebbe rappresentare il contatto diretto delle istituzioni con la popolazione; ogni volta che si ascoltano le parole dei Sindaci, a rimarcare invece il contatto diretto con le imprese che smerciano i “beni d’eccellenza del territorio”, a ribadire il “nuovo ruolo del Comune”, che si fa “volano dell’imprenditoria locale”, mettendo a disposizione “la location giusta”, per “fare la differenza” e stabilire “l’endorsement” del Comune alla “filiera produttiva” e alla sua “implementazione”, per una “sinergia” da sviluppare attraverso “un tavolo” che dia “valore aggiunto” alla “vocazione del territorio”...
Ogni volta torna alla mente quel mirabile appello, rivolto il 31 marzo 1921 dalla Giunta Comunale di Foiano della Chiana, per ribadire la vicinanza dell’Amministrazione comunale alle tribolazioni del popolo lavoratore. “Alla vigilia della pubblicazione” – era detto in quell’appello – “dell’avviso del quale sarà fissato il nuovo aumento del prezzo del pane e del grano, questa Giunta sente il bisogno di dire una parola che serva a scindere la propria responsabilità di tale provvedimento da quella del Governo su cui essa unicamente ricade. Se fu sempre doloroso per noi rimanere in questo posto senza poter fare cosa alcuna a beneficio del popolo lavoratore, che non trovasse ostacolo presso la Prefettura è ancor più doloroso rendersi esecutori di ordine così ripugnante quale è quello dell’aumento del prezzo del pane. Rimaniamo nonostante a questo posto a fine di evitare maggiori guai che alla classe lavoratrice deriverebbero da una Amministrazione borghese e nello intento di evitarne tutte le volte che la nostra buona volontà non si infranga contro gli scogli degli istituti borghesi. Noi e voi sappiamo come il Comune pur essendo nelle vostre mani non sia uno strumento idoneo a francare i lavoratori da tutte le ingiustizie ed appunto per ciò noi facciamo ricorso alla vostra coscienza di lavoratori, facendovi notare le strette in cui si è costretti ad amministrare, perché serva a voi di incitamento a saper combattere le nuove e più dure battaglie, attraverso le quali, si potrà giungere all’abbattimento del potere borghese, instaurando poi il regime dei Soviets. Solo allora giustizia sarà fatta a voi lavoratori; finché saremo strumenti sia pure ribelli dello stato borghese la nostra opera non potrà portare quel sollievo che da tanto attendete”.
E ogni volta che, mentre i lavoratori sono ridotti in schiavitù feudale dalle norme governative che incoraggiano il padronato a tornare “al tempo che fu”, si osservano le Amministrazioni Comunali ridotte a non avere altro obiettivo sociale che quello di farsi promotrici di feste, sagre, rievocazioni, con “l’obiettivo di rinverdire le più genuine tradizioni” da mussoliniana battaglia del grano, con la rievocazione “della tradizione, anche il clima di grande accoglienza e convivialità del tempo, quando con poco si riusciva mangiare” – come del resto ci stanno imponendo ottant’anni dopo; con la battitura che “è un evento così importante per tradizioni e convivialità” per dare “la possibilità a più persone di poter godere delle nostre tradizioni e dei nostri sapori”; con “la battitura che avverrà nel pomeriggio e tutti indosseranno i costumi d’epoca, del 1930 circa.
Verrà ricostruita una scena tipica del tempo, con i classici diverbi tra il padrone e il mezzadro”; con “la cena della battitura, che ricalca la tradizione contadina”;... ogni volta torna alla mente la colorita descrizione che di quelle “scene tipiche” e “conviviali” aveva fatto Roberto Cantagalli, nella sua Storia del fascismo fiorentino 1919-1925: “
Ottant’anni dopo se ne cantano le lodi, mentre ci si fa “volano” della moderna imprenditorialità feudale.
* A Foiano della Chiana (Arezzo), il 18 e 19 aprile e a Roccastrada (Grosseto) il 24 luglio, ci furono le due più efferate stragi fasciste del 1921 in Toscana
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16/11/2016
Referendum costituzionale: perché le donne dovrebbero votare Sì?
Sapete del Referendum costituzionale? Si vota il 4 dicembre e in giro per l’Italia ci sono vari comitati che fanno campagna in favore del Sì. Uno tra questi, ad Arezzo, ha organizzato un’iniziativa, legittima, pubblicizzata attraverso un volantino che ricorda tanto altre illustrazioni vintage in cui il brand “donna” era usato in favore della vecchia Dc. Perché dovrebbe essere importante per le donne “dire sì”? Perché non dovrebbe esserlo per gli uomini? Mi spiegano allora che la riforma prevede l’aggiunta di un passaggio all’art. 55 che dice “le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”.
Alle donne dovrebbe far piacere, scrivevano ieri alcuni commentatori sulla pagina facebook di Abbatto i Muri, perché più donne nelle istituzioni significa anche più diritti per le donne stesse. Solita solfa paternalista, ma anche rispondente a un femminismo che ancora ragiona per dicotomia donna/uomo (e gli altri generi dove li mettiamo?), per cui dovremmo immaginare un mondo migliore solo se con potere in mano anche alle donne. Che le donne siano migliori è tutto da dimostrare. Ne ho ampiamente discusso in passato in relazione alle orribili quote panda/rosa che sono un modo pietoso e vittimista di rivendicare quel che appartiene a tutta l’umanità: un posto nella storia, una possibilità di autorappresentazione. Non fosse per il fatto che, però, non esiste una donna che possa rappresentare le altre e non esiste una somiglianza identitaria, economica, politica, tra donne in quanto aventi stesso organo genitale.
Di quante donne, ministre, deputate, rappresentanti istituzionali, si può dire che non rappresentano nessun@ a parte la loro categoria politica di riferimento? Molte. Potrei parlare di donne antiabortiste, razziste, omofobe, transofobe, e autoritarie che non rappresentano me e tante altre come me. Non serve essere “donna” per rappresentare un’altra donna. Mi rappresenta bene, qualora mi accontentassi di delegare qualcun@ a compiere questo dovere, una qualunque persona che abbia idee affini alle mie. Ci sono donne sulle quali non investirei un soldo bucato e tante che sul brand “donna” ci marciano per cavalcare lotte facendole diventare mode, per svuotare di contenuto battaglie antisessiste trasformando folle di precarie e speranzose militanti in megafoni sfruttati in un bieco marketing istituzionale. Ci sono donne che si autonominano rappresentanti delle “altre” salvo poi condannarle ad essere esclusivamente vittime e dunque non in grado di intendere e volere per quel che riguarda importanti e autodeterminate decisioni su quel che vogliamo fare dei nostri uteri, con la Gestazione per altri (Gpa), o con i nostri corpi, con il sex working.
Ci sono donne che impongono un codice morale e vorrebbero legiferare, proibire, impedire, quel che riguarda nostre personali scelte che non coincidono con la loro visione del mondo. Ci sono donne che ragionano come le antiabortiste per cui se non lo faccio io allora non lo fai neppure tu, l’utero è tuo ma lo gestisco io, il corpo è tuo ma l’unica libertà di scelta che puoi esercitare deve coincidere con quel che ordino io. Anche di queste donne, sovradeterminanti, prive di capacità di ascolto e di rispetto per la mia soggettività, è fatto il panorama politico italiano, perciò non si capisce come e perché io dovrei gioire per un manifestino rosa, che parla in rosa e offre sponsalizi, con un “Sì” di felice auspicio, che di fatto mi dice soltanto che siamo di fronte all’ennesima campagna elettorale in cui si usano le donne per rendere più bello il resto.
Pinkwashing a parte dunque, di cosa è fatta la proposta sulla quale siete chiamat* a votare? Gli argomenti sono gli stessi usati per promuovere la legge elettorale, centralizzando poteri, attribuendo a pochi il potere di gestione della cosa pubblica, con maggioranze risicate, sempre più risicate poiché senza il Senato tutto si svolgerà alla Camera dei deputati. Lo schema è quello della Camera dei Lord, forse, o comunque qualcosa che viene definito positivo per dare “maggiore stabilità al governo”. E di cambiamento in cambiamento il governo non sarà solo “stabile” ma attaccaticcio alle poltrone e al potere e non ci sarà verso di poter mettere in discussione un bel niente di quel che farà perché il voto, il tuo voto, comunque conterà molto meno.
Tolto il senato, che diventa l’insieme delle rappresentanze regionali, trovi ovunque un riferimento alla ratificazione di regole (trattati, leggi) Europee, alle Regioni saranno date altre funzioni [trovate tutto scritto qui], si renderà più difficile ai cittadini la possibilità di intervenire nelle cose dello Stato.
Le leggi di iniziativa popolare dovranno avere non meno di 150.000 elettori proponenti, invece che 50.000. La proposta di referendum a differenza di prima può essere avanzata da 800.000 elettori e viene approvata se ha partecipato alla votazione “la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”.
Per l’elezione del Presidente della Repubblica si va oltre il previsto terzo scrutinio a maggioranza assoluta e si continua con il quarto, quinto, sesto, settimo e oltre, durante le quali la maggioranza votante prevista diminuisce fino a diventare, praticamente, io/mammeta/tu. Il Presidente, dunque, quel che dovrebbe essere organo di garanzia, diventa netta espressione della maggioranza di governo. Le regioni possono essere paragonate a nuove imprese autonome in diretto rapporto con governo, Europa e Dio, e possono fare qualunque cosa, in termini di economia, tasse, commercio, salvo poi poter essere dichiarate illecite, per fallimento, e dunque sostituite a forza dal governo. E però, tranquille, donne, perché anche le regioni dovranno adottare regole di equilibrio nelle rappresentanze. E non vorrei intristirvi troppo ma dire che ci deve essere equilibrio, rinviando a leggi xy che non è detto si facciano o come saranno fatte, non vi garantisce un bel niente. In realtà tutto è espresso in maniera fumosa e chissà quante volte la Corte Costituzionale sarà chiamata a scegliere al nostro posto su cose che i/le contribuenti non hanno neppure deciso e approvato.
Quello che io vedo è un gran pasticcio, decisamente comico in alcuni passaggi e pur non essendo una costituzionalista non penso di sbagliare se dico che il cambiamento porterà più caos che vantaggi. Si accentreranno i poteri limitatamente all’unica Camera la cui rappresentanza è eletta con un maggioritario che esclude tre quarti dei cittadini e delle cittadine. Si renderà impossibile l’opposizione, sempre più invisibilizzata per esigenza di “stabilità governativa”. Le differenze tra le gestioni regionali creeranno differenze nell’area dei diritti tra persone che pure pagano le tasse in eguali quantità se non addirittura in maggiore quantità nelle regioni più “svantaggiate”. Quel che leggo è un impasto di proposta che dovrebbe piacere alla Lega o a quei partiti che volevano il Primo Ministro che interloquisce solo con il Re.
Dimenticavo: manca soltanto il recupero di proprietà e titoli nobiliari per i Savoia. Si sa che averci un re e una regina, più relativi principini, fa sempre la sua figura. E dunque, dicevamo, quando ogni legge, ogni regola, che riguarderà la mia vita, il welfare, la, sanità, il lavoro, il reddito, la casa, la pensione, eccetera eccetera, verrà fuori soltanto dalle decisioni di pochi, siete poi così sicuri che la nostra possa definirsi democrazia?
Oh, comunque se ci saranno più femmine a governare mi sento proprio più tranquilla. Sì sì, come no.
Ps: non demonizzo le donne che fanno campagna per il Sì e interloquisco volentieri a partire da altri argomenti che non siano le quote rosa. Per chi ha voglia di ragionarne io sono qui.
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Alle donne dovrebbe far piacere, scrivevano ieri alcuni commentatori sulla pagina facebook di Abbatto i Muri, perché più donne nelle istituzioni significa anche più diritti per le donne stesse. Solita solfa paternalista, ma anche rispondente a un femminismo che ancora ragiona per dicotomia donna/uomo (e gli altri generi dove li mettiamo?), per cui dovremmo immaginare un mondo migliore solo se con potere in mano anche alle donne. Che le donne siano migliori è tutto da dimostrare. Ne ho ampiamente discusso in passato in relazione alle orribili quote panda/rosa che sono un modo pietoso e vittimista di rivendicare quel che appartiene a tutta l’umanità: un posto nella storia, una possibilità di autorappresentazione. Non fosse per il fatto che, però, non esiste una donna che possa rappresentare le altre e non esiste una somiglianza identitaria, economica, politica, tra donne in quanto aventi stesso organo genitale.
Di quante donne, ministre, deputate, rappresentanti istituzionali, si può dire che non rappresentano nessun@ a parte la loro categoria politica di riferimento? Molte. Potrei parlare di donne antiabortiste, razziste, omofobe, transofobe, e autoritarie che non rappresentano me e tante altre come me. Non serve essere “donna” per rappresentare un’altra donna. Mi rappresenta bene, qualora mi accontentassi di delegare qualcun@ a compiere questo dovere, una qualunque persona che abbia idee affini alle mie. Ci sono donne sulle quali non investirei un soldo bucato e tante che sul brand “donna” ci marciano per cavalcare lotte facendole diventare mode, per svuotare di contenuto battaglie antisessiste trasformando folle di precarie e speranzose militanti in megafoni sfruttati in un bieco marketing istituzionale. Ci sono donne che si autonominano rappresentanti delle “altre” salvo poi condannarle ad essere esclusivamente vittime e dunque non in grado di intendere e volere per quel che riguarda importanti e autodeterminate decisioni su quel che vogliamo fare dei nostri uteri, con la Gestazione per altri (Gpa), o con i nostri corpi, con il sex working.
Ci sono donne che impongono un codice morale e vorrebbero legiferare, proibire, impedire, quel che riguarda nostre personali scelte che non coincidono con la loro visione del mondo. Ci sono donne che ragionano come le antiabortiste per cui se non lo faccio io allora non lo fai neppure tu, l’utero è tuo ma lo gestisco io, il corpo è tuo ma l’unica libertà di scelta che puoi esercitare deve coincidere con quel che ordino io. Anche di queste donne, sovradeterminanti, prive di capacità di ascolto e di rispetto per la mia soggettività, è fatto il panorama politico italiano, perciò non si capisce come e perché io dovrei gioire per un manifestino rosa, che parla in rosa e offre sponsalizi, con un “Sì” di felice auspicio, che di fatto mi dice soltanto che siamo di fronte all’ennesima campagna elettorale in cui si usano le donne per rendere più bello il resto.
Pinkwashing a parte dunque, di cosa è fatta la proposta sulla quale siete chiamat* a votare? Gli argomenti sono gli stessi usati per promuovere la legge elettorale, centralizzando poteri, attribuendo a pochi il potere di gestione della cosa pubblica, con maggioranze risicate, sempre più risicate poiché senza il Senato tutto si svolgerà alla Camera dei deputati. Lo schema è quello della Camera dei Lord, forse, o comunque qualcosa che viene definito positivo per dare “maggiore stabilità al governo”. E di cambiamento in cambiamento il governo non sarà solo “stabile” ma attaccaticcio alle poltrone e al potere e non ci sarà verso di poter mettere in discussione un bel niente di quel che farà perché il voto, il tuo voto, comunque conterà molto meno.
Tolto il senato, che diventa l’insieme delle rappresentanze regionali, trovi ovunque un riferimento alla ratificazione di regole (trattati, leggi) Europee, alle Regioni saranno date altre funzioni [trovate tutto scritto qui], si renderà più difficile ai cittadini la possibilità di intervenire nelle cose dello Stato.
Le leggi di iniziativa popolare dovranno avere non meno di 150.000 elettori proponenti, invece che 50.000. La proposta di referendum a differenza di prima può essere avanzata da 800.000 elettori e viene approvata se ha partecipato alla votazione “la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”.
Per l’elezione del Presidente della Repubblica si va oltre il previsto terzo scrutinio a maggioranza assoluta e si continua con il quarto, quinto, sesto, settimo e oltre, durante le quali la maggioranza votante prevista diminuisce fino a diventare, praticamente, io/mammeta/tu. Il Presidente, dunque, quel che dovrebbe essere organo di garanzia, diventa netta espressione della maggioranza di governo. Le regioni possono essere paragonate a nuove imprese autonome in diretto rapporto con governo, Europa e Dio, e possono fare qualunque cosa, in termini di economia, tasse, commercio, salvo poi poter essere dichiarate illecite, per fallimento, e dunque sostituite a forza dal governo. E però, tranquille, donne, perché anche le regioni dovranno adottare regole di equilibrio nelle rappresentanze. E non vorrei intristirvi troppo ma dire che ci deve essere equilibrio, rinviando a leggi xy che non è detto si facciano o come saranno fatte, non vi garantisce un bel niente. In realtà tutto è espresso in maniera fumosa e chissà quante volte la Corte Costituzionale sarà chiamata a scegliere al nostro posto su cose che i/le contribuenti non hanno neppure deciso e approvato.
Quello che io vedo è un gran pasticcio, decisamente comico in alcuni passaggi e pur non essendo una costituzionalista non penso di sbagliare se dico che il cambiamento porterà più caos che vantaggi. Si accentreranno i poteri limitatamente all’unica Camera la cui rappresentanza è eletta con un maggioritario che esclude tre quarti dei cittadini e delle cittadine. Si renderà impossibile l’opposizione, sempre più invisibilizzata per esigenza di “stabilità governativa”. Le differenze tra le gestioni regionali creeranno differenze nell’area dei diritti tra persone che pure pagano le tasse in eguali quantità se non addirittura in maggiore quantità nelle regioni più “svantaggiate”. Quel che leggo è un impasto di proposta che dovrebbe piacere alla Lega o a quei partiti che volevano il Primo Ministro che interloquisce solo con il Re.
Dimenticavo: manca soltanto il recupero di proprietà e titoli nobiliari per i Savoia. Si sa che averci un re e una regina, più relativi principini, fa sempre la sua figura. E dunque, dicevamo, quando ogni legge, ogni regola, che riguarderà la mia vita, il welfare, la, sanità, il lavoro, il reddito, la casa, la pensione, eccetera eccetera, verrà fuori soltanto dalle decisioni di pochi, siete poi così sicuri che la nostra possa definirsi democrazia?
Oh, comunque se ci saranno più femmine a governare mi sento proprio più tranquilla. Sì sì, come no.
Ps: non demonizzo le donne che fanno campagna per il Sì e interloquisco volentieri a partire da altri argomenti che non siano le quote rosa. Per chi ha voglia di ragionarne io sono qui.
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