La domanda che fine abbia fatto il futuro sottintende che tutti noi stiamo vivendo relegati in un presente che, per forza di cose, non riuscendo più a prefigurare alcun avvenire, nega anche l’accesso alla memoria del passato.
Un presente capace di vedere il proprio passato non può non vedersi proiettato anche nel futuro. Ma oggi gran parte della popolazione mondiale vive in un vero e proprio «sradicamento dal tempo» in cui gli individui «smarriscono insieme il riferimento al passato (abolito) e al futuro (bloccato)».
La diagnosi che Marc Augé, antropologo del mondo contemporaneo per eccellenza, fa sul nostro futuro è disperata e al contempo aperta a un ostinato anelito di speranza, quasi volesse riconciliare i due grandi filosofi Gunther Anders e Ernst Bloch che sul principio speranza e il principio disperazione si erano divisi recidendo la loro lunga amicizia.
Difficile non trovarsi d’accordo con la visione più negativa del libro: dopotutto è assai difficile da negare che ci si trovi di fronte a un «mondo da consumare ma non da pensare» in cui la «tirannia del presente» si gioca su una serie di «interdetti a pensare» basati sulle formule, ormai accettate come ovvie e scontate, della «fine della storia» piuttosto che della «globalizzazione» o «magari la più classica e vetusta “legge del mercato”».
Questa nuova edizione, dopo una decina d’anni, del libro – da parte della stessa casa editrice Eleuthera – ha il principale merito di farci riflettere su uno dei postulati più importanti posto da questo libro: quello sull’accelerazione del tempo fa sì che «i cambiamenti siano tali, sulla Terra, che avremo bisogno di periodi più brevi per misurarli».
Questo è il presupposto su cui si basa tutto l’impianto del ragionamento di Augé, ma potremmo anche dire che lo è anche di tante discussioni come quelle sull’accelerazionismo così in voga oggi. Se possiamo dire di essere entrati nell’era, o meglio come dice l’autore, nel «regno della cosmotecnologia» è grazie al fatto che il «tempo accelerato» ha fatto sì che la scienza entrasse nella storia.
E questo «non semplicemente nel senso che le conseguenze della scienza, le sue applicazioni, possono porre problemi etici (si sa da tempo che “scienza senza coscienza rovina l’anima”) ma anche nel senso che gli oggetti della speculazione scientifica sono diventati oggetti storici».
La ricaduta pratica delle scoperte scientifiche, sempre più insistite e amplificate in prima istanza dagli scienziati stessi, fanno sì che «l’avvenire delle nostre società, l’avvenire del pianeta come insieme di società, non è immaginabile facendo astrazione dalla scienza».
Marc Augé ci fa un quadro dei paradossi che il cambio di marcia del tempo produce sia sulle diverse società del mondo contemporaneo sia sui singoli individui, estendendo il suo sguardo fino alla lontana (ma per noi sempre vicina) Grecia classica con la propria uscita, quasi miracolosa, dal mito, alle nefaste conseguenze dei processi di colonizzazione prima e di decolonizzazione poi del continente africano che hanno causato un vero e proprio «sradicamento del tempo» per quelle popolazioni.
In questa prospettiva Augé colloca oggi la scienza come perno sia del blocco della nostra visione del futuro sia della sua possibile riapertura, prospettandone una democratizzazione, accompagnata da una campagna di istruzione, in grado di metterla a disposizione di tutti.
Se ci fermassimo qui avremmo una visione difficilmente contestabile e l’accusa che potrebbe relegarla a vana utopia potrebbe essere ribaltata evidenziando che «un’utopia dell’educazione, contrariamente a quelle che l’hanno preceduta, può definire selettivamente i suoi luoghi e progressivamente le sue tappe. Può essere riformista nel metodo, pur restando radicale come progetto».
Ma il problema sorge qui, non tanto nell’idea che la scienza possa e debba essere democraticamente messa a disposizione di tutti, quanto cosa sia l’oggetto scienza di cui stiamo parlando. Purtroppo la conclusione di un percorso stimolante – e anche, spesso, avvincente – si infrange contro un’idea di scienza come conoscenza che di per sé sia in grado di dare una finalità alla nostra esistenza singola e del mondo tutto.
«Si tratta allora di governare in vista del sapere, di assegnarsi il sapere come fine individuale e collettivo. Quindi, finalmente, di ritornare a un pensiero del tempo e fare una ragionevole scommessa: il giorno in cui sacrificheremo tutto al sapere, avremo in cambio ricchezza e giustizia».
È una visione ancora irrimediabilmente eurocentrica (ma lontana anni luce da un eurocentrismo critico alla De Martino, ad esempio) che fa della specie umana un unicum necessariamente solidale al suo interno ma completamente distaccata dal resto del mondo vivente e che ancora pone l’individuo come “la misura di tutte le cose”, dando per scontato che questa concezione di ciò che sia l’umano e di ciò a cui aspira l’umano sia il comune denominatore di tutti, indipendentemente da quale storia abbiano avuto e in quale parte del globo abitato.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/11/2020
31/12/2019
Ex Ilva - De profundis 2019
La vicenda dell'ex Ilva di Taranto è divenuta il requiem con cui si congeda il 2019
La cronaca redatta dal Corriere di Taranto [1] del Consiglio di fabbrica presso l’ex Ilva alla presenza del primo ministro Conte ne è, tra le altre cose, l'ennesima dimostrazione.
La sostanza però sta in quelle altre cose tra le quali merita evidenza quanto segue:
1) l'azione di Conte nei confronti dei fatti ad elevato impatto sull'opinione pubblica – non tanto e non solo per la sovraesposizione di cui possono godere sui media, ma per la vasta platea che fisicamente coinvolgono – è sempre più improntata a quella che sembra essere la nuova metamorfosi delle narrazione politica, che potremmo definire di populismo paternalistico;
2) quest'ultimo sembra essere la chiave narrativa più adatta per traghettare la conservazione dell'esistente negli anni '20 del nuovo millennio. [2]
Conte, infatti, nel caso specifico di Ilva ha sostenuto che il partner indispensabile per il progetto abbozzato dal suo governo resta ArcelorMittal. Si rassegnino dunque tutti coloro che si sarebbero attesi, quanto meno, la ricerca di una multinazionale meno speculativa (ma esistono?!?) cui affidare lo stabilimento tarantino, o peggio i sostenitori di un ritorno diretto dello Stato nell’economia attraverso la nazionalizzazione dell'impianto.
Conte afferma senza alcun fraintendimento che la politica non intende cercare alcuna alternativa alla soluzione di mercato. Il presidente del consiglio s’incarica quindi di esplicitare che la classe dirigente di questo paese ha fatto definitivamente propria l'ideologia ordoliberale del "più Stato per il mercato" senza alcun infingimento di sorta; [3]
3) Morselli, a.d. di ArcelorMittal, conferma l'assioma di Conte esplicitando agli operai presenti al Consiglio di fabbrica che loro sono roba di Mittal. Qui è evidente come la narrazione si sveste dei panni paternalistici per tornare ai più duri rapporti di forza cari ai padroni delle ferriere, in cui a essere contemplato è al massimo un approccio corporativista tra padrone e lavoratori – con i decreti repressione firmati Salvini/Minniti a fornire il recinto spinato del perimetro indicato dall’amministratrice della multinazionale dell’acciaio [4] –;
4) rapporti di forza che mostrano una fenomenologia operaia, del tutto abbandonata a se stessa, in cui la coscienza di classe è umiliata a tal punto da estinguere anche il mero sussulto di dignità all'interno di una situazione che si profila sempre più priva di vie d'uscita.
A dispetto di quanto sembra suggerire l'autore dell'articolo non crediamo che, onestà intellettuale alla mano, ciò possa essere imputato ai lavoratori stessi, rei di aver tratto interesse, seppur misero, dal “bengodi salariale” in voga anche mentre l’azienda andava economicamente a rotoli durante la gestione commissariale.
Tralasciando la deriva culturale per cui, di questi tempi, si fa passare per bengodi una normale remunerazione del lavoro adeguata alla sopravvivenza, l’orizzonte estremamente limitato della classe operaia tarantina e della città che vi ruota intorno è, semmai, conseguenza diretta dell’assenza pressoché totale di qualsiasi spinta propulsiva proveniente da sinistra.
Fatta eccezione per l’encomiabile mobilitazione promossa dal sindacato USB in questi anni, infatti, la crisi di Taranto mette a nudo l’assenza di propositività che caratterizza tutte le organizzazioni antagoniste sulla questione.
I lavoratori e i cittadini di Taranto ormai lo hanno capito alla perfezione: non è più sufficiente limitarsi a millantare riconversioni al terziario turistico [5] o chiedere la nazionalizzazione dell’impianto siderurgico – per tacere della follia di chi si riempie la bocca con la chiusura dell'impianto –.
Per come è andata deteriorandosi la situazione nel corso degli anni, lavoratori e città, hanno bisogno di conoscere non soltanto con quale parola d’ordine uscire dal proprio inferno, ma anche in quale modo, attraverso quale percorso farlo.
In questo specifico ambito il silenzio è assordante sia da parte delle istituzioni in teoria competenti, sia di coloro che dovrebbero indicare una via diversa e possibilmente antitetica allo stato di cose presenti.
Manca insomma una proposta organica sul che fare, che non si limiti a slogan che vanno benissimo in sede di mobilitazione o per i meme su Facebook, ma che mostrano gambe cortissime appena si passa alla critica e al rilancio dei piani provenienti da padroni e palazzi del potere.
C’è da augurarsi (e da lavorare) che gli anni ‘20 stimolino la consapevolezza per cui, senza idee e studi alle spalle capaci di rendere percorribile il raggiungimento di un obiettivo, anche la più genuina delle mobilitazioni – e già in questo paese ne abbiamo pochissime – è destinata a rifluire nella risacca dell’esistente.
Note:
[1] https://www.corriereditaranto.it/2019/12/28/ex-ilva-fenomenologia-operaia-e-lo-smarrimento-della-politica/
[2] Conte, infatti, ha annunciato di non voler lasciare la politica al termine del proprio mandato.
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2019/12/29/conte-verso-la-verifica-il-primo-nodo-e-la-prescrizione_fdf9a677-1a3d-4c79-81b9-c2dc82dda629.html
[3] come si verificava ai tempi di Berlusconi e più in piccolo di Renzi, in cui le cordate di potere egemoni nel Bel Paese tentavano di volta in volta di trovare la quadra tra il vincolo esterno europeo e le esigenze di bottega di turno – Fininvest ai tempi del Cavaliere, massoneria cresciuta sulle rive dell’Arno ai tempi del guitto di Rignano –.
[4] http://contropiano.org/interventi/2019/12/30/la-lettera-di-due-studentesse-solidali-con-gli-operai-e-multate-per-blocco-stradale-a-prato-0122422
[5] su questo argomento specifico credo sia necessario sgomberare il campo da ogni illusione, anche del governatore Emiliano: il terziario a vocazione turistica traghetterebbe Taranto dalla padella dei problemi di Ilva alla brace del sottosviluppo della gig economy di AirBnB, Deliveroo e soci. La soluzione non è quella di trasformare la classe operaia tarantina in una prateria di cuochi, receptionist, camerieri, e pony express di cibo di strada.
La cronaca redatta dal Corriere di Taranto [1] del Consiglio di fabbrica presso l’ex Ilva alla presenza del primo ministro Conte ne è, tra le altre cose, l'ennesima dimostrazione.
La sostanza però sta in quelle altre cose tra le quali merita evidenza quanto segue:
1) l'azione di Conte nei confronti dei fatti ad elevato impatto sull'opinione pubblica – non tanto e non solo per la sovraesposizione di cui possono godere sui media, ma per la vasta platea che fisicamente coinvolgono – è sempre più improntata a quella che sembra essere la nuova metamorfosi delle narrazione politica, che potremmo definire di populismo paternalistico;
2) quest'ultimo sembra essere la chiave narrativa più adatta per traghettare la conservazione dell'esistente negli anni '20 del nuovo millennio. [2]
Conte, infatti, nel caso specifico di Ilva ha sostenuto che il partner indispensabile per il progetto abbozzato dal suo governo resta ArcelorMittal. Si rassegnino dunque tutti coloro che si sarebbero attesi, quanto meno, la ricerca di una multinazionale meno speculativa (ma esistono?!?) cui affidare lo stabilimento tarantino, o peggio i sostenitori di un ritorno diretto dello Stato nell’economia attraverso la nazionalizzazione dell'impianto.
Conte afferma senza alcun fraintendimento che la politica non intende cercare alcuna alternativa alla soluzione di mercato. Il presidente del consiglio s’incarica quindi di esplicitare che la classe dirigente di questo paese ha fatto definitivamente propria l'ideologia ordoliberale del "più Stato per il mercato" senza alcun infingimento di sorta; [3]
3) Morselli, a.d. di ArcelorMittal, conferma l'assioma di Conte esplicitando agli operai presenti al Consiglio di fabbrica che loro sono roba di Mittal. Qui è evidente come la narrazione si sveste dei panni paternalistici per tornare ai più duri rapporti di forza cari ai padroni delle ferriere, in cui a essere contemplato è al massimo un approccio corporativista tra padrone e lavoratori – con i decreti repressione firmati Salvini/Minniti a fornire il recinto spinato del perimetro indicato dall’amministratrice della multinazionale dell’acciaio [4] –;
4) rapporti di forza che mostrano una fenomenologia operaia, del tutto abbandonata a se stessa, in cui la coscienza di classe è umiliata a tal punto da estinguere anche il mero sussulto di dignità all'interno di una situazione che si profila sempre più priva di vie d'uscita.
A dispetto di quanto sembra suggerire l'autore dell'articolo non crediamo che, onestà intellettuale alla mano, ciò possa essere imputato ai lavoratori stessi, rei di aver tratto interesse, seppur misero, dal “bengodi salariale” in voga anche mentre l’azienda andava economicamente a rotoli durante la gestione commissariale.
Tralasciando la deriva culturale per cui, di questi tempi, si fa passare per bengodi una normale remunerazione del lavoro adeguata alla sopravvivenza, l’orizzonte estremamente limitato della classe operaia tarantina e della città che vi ruota intorno è, semmai, conseguenza diretta dell’assenza pressoché totale di qualsiasi spinta propulsiva proveniente da sinistra.
Fatta eccezione per l’encomiabile mobilitazione promossa dal sindacato USB in questi anni, infatti, la crisi di Taranto mette a nudo l’assenza di propositività che caratterizza tutte le organizzazioni antagoniste sulla questione.
I lavoratori e i cittadini di Taranto ormai lo hanno capito alla perfezione: non è più sufficiente limitarsi a millantare riconversioni al terziario turistico [5] o chiedere la nazionalizzazione dell’impianto siderurgico – per tacere della follia di chi si riempie la bocca con la chiusura dell'impianto –.
Per come è andata deteriorandosi la situazione nel corso degli anni, lavoratori e città, hanno bisogno di conoscere non soltanto con quale parola d’ordine uscire dal proprio inferno, ma anche in quale modo, attraverso quale percorso farlo.
In questo specifico ambito il silenzio è assordante sia da parte delle istituzioni in teoria competenti, sia di coloro che dovrebbero indicare una via diversa e possibilmente antitetica allo stato di cose presenti.
Manca insomma una proposta organica sul che fare, che non si limiti a slogan che vanno benissimo in sede di mobilitazione o per i meme su Facebook, ma che mostrano gambe cortissime appena si passa alla critica e al rilancio dei piani provenienti da padroni e palazzi del potere.
C’è da augurarsi (e da lavorare) che gli anni ‘20 stimolino la consapevolezza per cui, senza idee e studi alle spalle capaci di rendere percorribile il raggiungimento di un obiettivo, anche la più genuina delle mobilitazioni – e già in questo paese ne abbiamo pochissime – è destinata a rifluire nella risacca dell’esistente.
Note:
[1] https://www.corriereditaranto.it/2019/12/28/ex-ilva-fenomenologia-operaia-e-lo-smarrimento-della-politica/
[2] Conte, infatti, ha annunciato di non voler lasciare la politica al termine del proprio mandato.
http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2019/12/29/conte-verso-la-verifica-il-primo-nodo-e-la-prescrizione_fdf9a677-1a3d-4c79-81b9-c2dc82dda629.html
[3] come si verificava ai tempi di Berlusconi e più in piccolo di Renzi, in cui le cordate di potere egemoni nel Bel Paese tentavano di volta in volta di trovare la quadra tra il vincolo esterno europeo e le esigenze di bottega di turno – Fininvest ai tempi del Cavaliere, massoneria cresciuta sulle rive dell’Arno ai tempi del guitto di Rignano –.
[4] http://contropiano.org/interventi/2019/12/30/la-lettera-di-due-studentesse-solidali-con-gli-operai-e-multate-per-blocco-stradale-a-prato-0122422
[5] su questo argomento specifico credo sia necessario sgomberare il campo da ogni illusione, anche del governatore Emiliano: il terziario a vocazione turistica traghetterebbe Taranto dalla padella dei problemi di Ilva alla brace del sottosviluppo della gig economy di AirBnB, Deliveroo e soci. La soluzione non è quella di trasformare la classe operaia tarantina in una prateria di cuochi, receptionist, camerieri, e pony express di cibo di strada.
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07/02/2017
Michele, trentenne precario, suicida. “Appartengo a una generazione perduta”
Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
Michele
Fonte
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
Michele
Fonte
07/01/2015
Il futuro? Flessibilità totale...
La tecnologia cambia il mondo, il modo di lavorare, i mestieri, il modo stesso di pensare. Lo dicono tutti, ce lo ripetono ad ogni angolo. L'unica cosa che non ci dicono è come si fa a sopravvivere nel cambiamento costante, rapido, che non concede tempi lunghi di apprendimento perché - banalmente - le competenze da acquisire per essere "appetibili" dureranno probabilmente meno del tempo necessario a farle proprie.
Facciamo un esempio? Cambiamo il cellulare spesso - i maniaci almeno una volta l'anno - i sistemi operativi si susseguono (solo cinque-sei anni fa nessuno sapeva che Google stavano mettendo a punto Android), le apps coprono campi infinitamente superiori a qualsiasi necessità ci venga in testa (non importa se vera, derivata, instillata, ecc). Il 90% di quel che ci si può fare, con uno smartphone, eccede l'uso che ne fa anche il pubblico più "nativo digitale". Persino l'adolescente che non riesce a scollare gli occhi dallo schermo, a guardarlo da fuori, scorazza al massimo tra alcuni giochi, la chat, la messaggistica e qualche informazione su Internet.
Così è per tutto. Nelle automobili non c'è più lo spinterogeno, non puoi più regolare il minimo a mano, non ti devi più preoccupare nemmeno di saper parcheggiare (manca poco perché venga generalizzata anche questa "app"). In compenso, si fa per dire, quando la macchina si ferma non sai più nemmeno perché. Né come farla ripartire.
Sì, va bene, ma cosa c'è di sbagliato? Nulla, ci mancherebbe, è l'evoluzione del sistema, non si può fermarla. Basta essere consapevoli di quel che accade a noi umani "semplici", senza ruoli direttivi nel mondo del capitale, delle grandi multinazionali finanziarie e non, degli organismi sovranazionali che pretendono di decidere anche quante volte ci possiamo soffiare il naso.
Un articolo per esemplificare la situazione ("I mestieri del futuro? Non esistono ancora", di Paolo Mastrolilli, La Stampa). Una volta fatta la tara all'ideologia del nuovismo tecnologico, quel che resta è assai semplice. Anzi, assai poco: inutile star lì a pensare a cosa vorrete fare da grandi, a studiare per fare un mestiere preciso. L'unica vostra salvezza sta nell'esser disponibili a tutto, flessibili fino all'inverosimile.
E' proprio così? Non per tutti. I ruoli direttivi, creativi, inventivi, così come le "professioni liberali" (dagli avvocati agli architetti, dai medici agli ingegneri, ecc), dovranno cambiare soltanto il desk con cui lavorano. Ovviamente usando più strumenti tecnologici, che verranno messi a disposizione a cadenza stagionale. Ai grandi finanzieri - riguardatevi Margin call, per capire di cosa stiamo parlano - o ai grandi chief executive delle multinazionali, così come al personale direttivo degli Stati, servirà come sempre soltanto capire "dove tira l'aria" e dare le disposizioni ai sottoposti affinché indirizzino tecnicamente la barca là dove indicano.
Per tutti gli altri esseri umani - la quasi totalità dei miliardi di persone che abitano il mondo - sarà invece aperta la gara della flessibilità universale, in cui l'unica dote richiesta è la "docilità" associata alla rapidità nell'apprendimento della mansione richiesta. Per un po' di tempo, a termine, perché presto diventerà obsoleta e sostituibile; anzi, da sostituire. Proprio come ognuno di voi. Se non reggete lo stress, cazzi vostri...
Vi piace questo futuro?
Il Labor Department Usa: non basta studiare, il segreto è la flessibilità
La prossima volta che uno studente vi chiede consigli sul futuro della sua carriera, non vergognatevi di non avere risposte: il 65 per cento dei ragazzi che sono oggi a scuola, infatti, farà un mestiere che non è stato ancora inventato. Preoccupatevi piuttosto di offrire suggerimenti su come diventare più «impiegabili» possibile, che poi valgono pure per chi oggi un lavoro ce l’ha, ma fra dieci anni potrebbe vederlo sparire. Tanto la chiave, per tutti, resta quella di cambiare l’istruzione e l’aggiornamento.
Il primo avvertimento di questo tipo lo aveva lanciato Cathy Davidson, oggi direttrice della Futures Initiative alla City University of New York, e codirettrice delle MacArthur Foundation Digital Media and Learning Competitions. Lo aveva fatto con il libro «Now You See It», ma simili concetti poi sono stati ripresi un po’ ovunque, compresi gli studi del Labor Department americano. La tecnologia sta provocando un mutamento storico del mondo del lavoro, e quindi è naturale aspettarsi che i nostri figli sceglieranno mestieri che ancora non esistono. Per fare un esempio banale, dieci anni fa chi avrebbe puntato ad una carriera nei social media tipo Facebook o Twitter? A tutto ciò adesso si aggiungono i robot che portano via i posti agli esseri umani, e la preoccupazione diventa panico.
Cambiare l’istruzione
Per ritrovare la serenità David Tuffley, specialista di Applied ethics and socio-technical Studies alla Griffith University, ha offerto qualche consiglio sul «Washington Post». Come aveva suggerito la stessa Davidson, per i più giovani la chiave è cambiare l’istruzione. L’approccio seguito finora non regge più, non solo perché bisogna introdurre nelle classi la tecnologia e il digitale. E’ necessario cambiare il modo di affrontare i problemi e risolverli, puntare sul lavoro di gruppo, sulla capacità di pensare fuori dagli schemi. L’abilità di ragionare con l’efficacia di un laser, mirando al cuore pratico delle questioni per realizzare risultati concreti, sarà fondamentale. Stesso discorso per la capacità di gestire i nuovi media e l’informazione, sempre più abbondante e quindi sempre più difficile da selezionare e usare, nel mare dei big data a nostra disposizione. Decisiva anche la predisposizione a costruire e lavorare in ambienti virtuali, perché il luogo fisico dove si svolge il lavoro somiglierà sempre meno a quello a cui ci siamo abituati nell’ultimo secolo.
Molti mestieri che facciamo oggi resteranno, dall’ingegnere all’avvocato, dal medico al programmatore, ma il modo di farli cambierà al punto di escludere alcuni lavoratori ed esaltarne altri. Non basterà più la laurea, in sostanza, ma diventerà decisiva la capacità di usare e trasmettere le conoscenze possedute.
Multidisciplinarietà
La realtà però è che se il 65 per cento dei lavori dei prossimi dieci anni non è stato ancora inventato, non sappiamo di cosa stiamo parlando. Possiamo provare ad immaginarli, ma la realtà finirà sempre per battere la nostra limitata fantasia. L’unico rimedio logico quindi è prepararsi ad adeguarsi, essere malleabili e pronti a cogliere le occasioni che ancora non possiamo neppure intravedere. A questo scopo la scuola deve offrire gli strumenti più ampi possibili, e puntare sulla multidisciplinarietà, in modo da stimolare la creatività dei ragazzi, aiutarli a capire in quale direzione vogliono andare, e garantire loro la capacità seguire diversi percorsi. Ci sarà tempo, poi, per specializzarsi nel settore scelto, una volta scoperto che esiste, ci piace, e ci vuole. Sono consigli ancora vaghi, certo, però rendono l’idea. Del resto stiamo parlando di una realtà che ancora non c’è, ma arriverà e ci stupirà.
Fonte
Facciamo un esempio? Cambiamo il cellulare spesso - i maniaci almeno una volta l'anno - i sistemi operativi si susseguono (solo cinque-sei anni fa nessuno sapeva che Google stavano mettendo a punto Android), le apps coprono campi infinitamente superiori a qualsiasi necessità ci venga in testa (non importa se vera, derivata, instillata, ecc). Il 90% di quel che ci si può fare, con uno smartphone, eccede l'uso che ne fa anche il pubblico più "nativo digitale". Persino l'adolescente che non riesce a scollare gli occhi dallo schermo, a guardarlo da fuori, scorazza al massimo tra alcuni giochi, la chat, la messaggistica e qualche informazione su Internet.
Così è per tutto. Nelle automobili non c'è più lo spinterogeno, non puoi più regolare il minimo a mano, non ti devi più preoccupare nemmeno di saper parcheggiare (manca poco perché venga generalizzata anche questa "app"). In compenso, si fa per dire, quando la macchina si ferma non sai più nemmeno perché. Né come farla ripartire.
Sì, va bene, ma cosa c'è di sbagliato? Nulla, ci mancherebbe, è l'evoluzione del sistema, non si può fermarla. Basta essere consapevoli di quel che accade a noi umani "semplici", senza ruoli direttivi nel mondo del capitale, delle grandi multinazionali finanziarie e non, degli organismi sovranazionali che pretendono di decidere anche quante volte ci possiamo soffiare il naso.
Un articolo per esemplificare la situazione ("I mestieri del futuro? Non esistono ancora", di Paolo Mastrolilli, La Stampa). Una volta fatta la tara all'ideologia del nuovismo tecnologico, quel che resta è assai semplice. Anzi, assai poco: inutile star lì a pensare a cosa vorrete fare da grandi, a studiare per fare un mestiere preciso. L'unica vostra salvezza sta nell'esser disponibili a tutto, flessibili fino all'inverosimile.
E' proprio così? Non per tutti. I ruoli direttivi, creativi, inventivi, così come le "professioni liberali" (dagli avvocati agli architetti, dai medici agli ingegneri, ecc), dovranno cambiare soltanto il desk con cui lavorano. Ovviamente usando più strumenti tecnologici, che verranno messi a disposizione a cadenza stagionale. Ai grandi finanzieri - riguardatevi Margin call, per capire di cosa stiamo parlano - o ai grandi chief executive delle multinazionali, così come al personale direttivo degli Stati, servirà come sempre soltanto capire "dove tira l'aria" e dare le disposizioni ai sottoposti affinché indirizzino tecnicamente la barca là dove indicano.
Per tutti gli altri esseri umani - la quasi totalità dei miliardi di persone che abitano il mondo - sarà invece aperta la gara della flessibilità universale, in cui l'unica dote richiesta è la "docilità" associata alla rapidità nell'apprendimento della mansione richiesta. Per un po' di tempo, a termine, perché presto diventerà obsoleta e sostituibile; anzi, da sostituire. Proprio come ognuno di voi. Se non reggete lo stress, cazzi vostri...
Vi piace questo futuro?
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I mestieri del futuro? Non esistono ancora
Il Labor Department Usa: non basta studiare, il segreto è la flessibilità
La prossima volta che uno studente vi chiede consigli sul futuro della sua carriera, non vergognatevi di non avere risposte: il 65 per cento dei ragazzi che sono oggi a scuola, infatti, farà un mestiere che non è stato ancora inventato. Preoccupatevi piuttosto di offrire suggerimenti su come diventare più «impiegabili» possibile, che poi valgono pure per chi oggi un lavoro ce l’ha, ma fra dieci anni potrebbe vederlo sparire. Tanto la chiave, per tutti, resta quella di cambiare l’istruzione e l’aggiornamento.
Il primo avvertimento di questo tipo lo aveva lanciato Cathy Davidson, oggi direttrice della Futures Initiative alla City University of New York, e codirettrice delle MacArthur Foundation Digital Media and Learning Competitions. Lo aveva fatto con il libro «Now You See It», ma simili concetti poi sono stati ripresi un po’ ovunque, compresi gli studi del Labor Department americano. La tecnologia sta provocando un mutamento storico del mondo del lavoro, e quindi è naturale aspettarsi che i nostri figli sceglieranno mestieri che ancora non esistono. Per fare un esempio banale, dieci anni fa chi avrebbe puntato ad una carriera nei social media tipo Facebook o Twitter? A tutto ciò adesso si aggiungono i robot che portano via i posti agli esseri umani, e la preoccupazione diventa panico.
Cambiare l’istruzione
Per ritrovare la serenità David Tuffley, specialista di Applied ethics and socio-technical Studies alla Griffith University, ha offerto qualche consiglio sul «Washington Post». Come aveva suggerito la stessa Davidson, per i più giovani la chiave è cambiare l’istruzione. L’approccio seguito finora non regge più, non solo perché bisogna introdurre nelle classi la tecnologia e il digitale. E’ necessario cambiare il modo di affrontare i problemi e risolverli, puntare sul lavoro di gruppo, sulla capacità di pensare fuori dagli schemi. L’abilità di ragionare con l’efficacia di un laser, mirando al cuore pratico delle questioni per realizzare risultati concreti, sarà fondamentale. Stesso discorso per la capacità di gestire i nuovi media e l’informazione, sempre più abbondante e quindi sempre più difficile da selezionare e usare, nel mare dei big data a nostra disposizione. Decisiva anche la predisposizione a costruire e lavorare in ambienti virtuali, perché il luogo fisico dove si svolge il lavoro somiglierà sempre meno a quello a cui ci siamo abituati nell’ultimo secolo.
Molti mestieri che facciamo oggi resteranno, dall’ingegnere all’avvocato, dal medico al programmatore, ma il modo di farli cambierà al punto di escludere alcuni lavoratori ed esaltarne altri. Non basterà più la laurea, in sostanza, ma diventerà decisiva la capacità di usare e trasmettere le conoscenze possedute.
Multidisciplinarietà
La realtà però è che se il 65 per cento dei lavori dei prossimi dieci anni non è stato ancora inventato, non sappiamo di cosa stiamo parlando. Possiamo provare ad immaginarli, ma la realtà finirà sempre per battere la nostra limitata fantasia. L’unico rimedio logico quindi è prepararsi ad adeguarsi, essere malleabili e pronti a cogliere le occasioni che ancora non possiamo neppure intravedere. A questo scopo la scuola deve offrire gli strumenti più ampi possibili, e puntare sulla multidisciplinarietà, in modo da stimolare la creatività dei ragazzi, aiutarli a capire in quale direzione vogliono andare, e garantire loro la capacità seguire diversi percorsi. Ci sarà tempo, poi, per specializzarsi nel settore scelto, una volta scoperto che esiste, ci piace, e ci vuole. Sono consigli ancora vaghi, certo, però rendono l’idea. Del resto stiamo parlando di una realtà che ancora non c’è, ma arriverà e ci stupirà.
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