Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/12/2022

Capisaldi 2022

È indiscutibilmente difficile fare il punto sull'anno che si conclude.

Nel 2022 la realtà ha più che doppiato qualsiasi fantasia: crisi sistemica del modello capitalista, crisi climatica, crisi pandemica cui ha fatto eco quella sociale accentuata dalla guerra in Ucraina.

Rammentando che al peggio non c'è mai fine vengono i sudori freddi...

Complesso, quindi, fare previsioni per il 2023 che non siano fosche, non fosse altro per gli spettri di guerra a tutto campo – compresa quella nucleare – che in Occidente vengono sventolati dai media come si trattasse di gagliardetti in una partita di calcio.

È evidente che i tempi attuali non vivono una banale sommatoria di emergenze, ma una complessiva crisi di civiltà. Il problema è che il senso comune è lontano dal prenderne compiutamente atto, mentre il tempo stringe.

Su questo versante il mondo dell'arte e della cultura – che, seppur di sistema, nei decenni passati ha rappresentato un antidoto al sonno della ragione – ha mostrato un allineamento agli interessi dominanti sfacciato, disgustoso e con sempre meno eccezioni.

Con queste premesse era arduo trovare appagamento nelle novità e infatti anche gli ascolti del 2022 sono stati prevalentemente all'insegna dell'antologia.

Fanno eccezione:

- i Fontaines D.C. autori di un trittico entusiasmante pubblicato tra 2019 e 2022;

- i Voivod usciti con l'ennesimo disco più che lusinghiero in una carriera 40ennale e soprattutto protagonisti di un concerto memorabile in quel di Genova;

- e sulla scia dei canadesi gli E-Force di Eric Forrest, frontman dei medesimi Voivod a metà anni '90, nel periodo industrial del gruppo.

Per il resto ho recuperato:

- Ummagumma e More dei Pink Floyd, che senza una valida ragione ho sempre considerato album minori e quindi di scarso interesse. Manco a dirlo mi sono dovuto ricredere, non fosse altro perchè questi sono gli ennesimi dischi che danno corpo alla tesi per cui il periodo artisticamente più fecondo per la musica pop sia stato quello degli anni '60;

- il debutto dei Dillinger Escape Plan, una pietra miliare di un genere che fondamentalmente detesto, probabilmente perchè ha esaurito tutto quello che poteva dire con questo Calculating Infinity;

- i Gun Club di Fire of Love in particolare, che a mio modesto avviso è quello che i Rolling Stones sarebbero dovuti diventare dopo il 1972 senza riuscirvi;

- i Red Temple Spirits, scoperti in questi ultimi giorni con un album monumentale, uno dei pochi che, terminato l'ascolto, lascia la sensazione netta di qualcosa di senza tempo al pari di pochissime altre opere come l'esordio dei Velvet Undergorund;

- gli Who, finalmente ascoltati oltre la dimensione dei singoli. Mi ha particolarmente colpito Quadrophenia, mentre mi ha lasciato più tiepido del previsto Tommy, abbastanza inutile discettare su Who's Next per evidenti meriti oggettivi;

- i Rolling Stones, ascoltati in rigoroso ordine enciclopedico dagli esordi a metà anni '70. Memorabili in ordine di gradimento: Aftermath, Beggars Banquet e Sticky Finges;

- i Beatles, gruppo dell'anno e la chiudo qui, perchè non so come rendere lo stupore reiteratamente vissuto ascoltando i dischi pubblicati nella seconda metà dei '60.
A pensare che questi tipi tra il 1965 e il 1969 hanno infilato Help, Rubber Soul, Revolver, Sgt. Pepper's, il White Album ed Abbey Road fa venire le vertigini e da la misura del perchè, a 60 anni di distanza, un'epoca così densa di arte pop sia assurta a mito intergenerazionale, con una punta di rammarico per non averla potuta nemmeno sfiorare.

31/12/2021

Capisaldi 2021

"Per gli 2021 gli auspici stanno a zero" e infatti l'unico vero ed autentico caposaldo dell'anno che si chiude è la grottesca, disastrosa, gestione della pandemia di Covid-19 alle nostre latitudini.

Era prevedibile che sarebbe andata a questo modo, ma consciamente nessuno riteneva possibile che la propria esistenza si trasformasse in un teatro dell'assurdo.

Merito della criminale scelta di convivere con il virus, che oltre a 137 mila morti, ci ha consegnato la completa desertificazione della nostra società, che si dibatte nel rifiuto dell'orrore scaturito dall'essere chiamata a confrontarsi con una crisi che è di civiltà.

La musica, più di tante altre forme artistiche popolari, questa crisi l'ha anticipata da tempo e in questi 12 mesi lo ha palesato in maniera inoppugnabile a più riprese. Quella più cristallina, è certamente legata alla "bolla" Maneskin, su cui altri si sono espressi in maniera impeccabile e a loro rimando.

Oltre questo, poco altro:

- un nuovo confronto con gli Slayer in cui Reign in Blood è apparso alle mie orecchie il capolavoro di cui ho sempre sentito parlare;

- i Type O Negative con Slow, Deep And Hard, uno degli ascolti più malati che la mia memoria ricordi;

- i Refused di The Shape Of Punk To Come, ascolto dell'anno insieme ai precedenti Type O Negative;

- i Bowery Electric di Lushlife un disco che pare l'istantanea dell'alienata malinconia che pervadeva il mondo occidentale pre-pandemico.

Per tutti i casi citati mi viene da parlare di ascolti rivolti allo ieri, mentre l'oggi appare criptico ai più e il domani imperscrutabile quasi a tutti.

In questi giochi di chiaro-scuri che sembrano volgere alla tenebra, è ironico che la luce sia giunta da John Carpenter con pellicole e relative colonne sonore come Essi vivono ed Il seme della follia.

20/08/2021

Afghanistan – 40 anni di devastazione imperialista nel cuore dell’Asia

Sembra un ritorno al passato quello a cui stiamo assistendo in questi giorni.

Improvvisamente assediati da una bulimica quantità di veline sensazionalistiche sull'Afghanistan, riscopriamo l’esistenza di un conflitto che si protrae da 40 anni e che, dopo 20 anni di “impegno” occidentale diretto, registra la riconquista completa del controllo del paese da parte dei Talebani: esattamente il medesimo soggetto per spodestare il quale si era mossa la pachidermica macchina da guerra USA/Nato.

Siccome stiamo parlando della guerra più lunga dell’epoca contemporanea, per costruire un ragionamento comprensibile sulla questione è bene riavvolgere il nastro, avendo cura di approcciare i fatti tramite gli strumenti dell’analisi marxista.

Il contesto geografico e storico

L'Afghanistan crocevia dell'Asia centrale


L’Afghanistan è un Paese dell’Asia centro-meridionale, che confina ad ovest con l'Iran, a sud-est con il Pakistan, a nord con le ex repubbliche sovietiche del Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan e ad est con la Cina, per soli 70km di frontiera.

Fin dall’antichità, la posizione geografica ha fatto dell’Afghanistan il crocevia dell’Asia centrale, ponendo il paese al centro di dispute imperiali di varia provenienza: dai greci ai persiani, dai mongoli a turchi, arabi, britannici e russi, praticamente ogni dominazione, dal mondo antico ad oggi, ha incrociato le proprie vicende con quelle afghane.

Questa constatazione è indispensabile per comprendere lo sfaccettato mosaico etnico [1] e culturale su cui si fonda la complessità sociale e parte dell’instabilità politica che il Paese ha vissuto nei decenni a noi più vicini.

L’impero Durrani e l’emirato islamico

L'Impero Durrani, in verde i confini alla massima espansione

L’Afghanistan che conosciamo oggi, nasce come entità storica nel 1747. In quell’anno, infatti, viene assassinato Nadir Shah Afshar, ultimo grande restauratore del potere persiano che aveva unito i territori afghani al rinato impero di Persia nei primi decenni del ‘700.

La rapida disgregazione dei domini assoggettati da Afshar conduce alla nascita di varie dinastie locali, tra cui quella afghana dei Durrani, fondata da Ahmad Shah Durrani, già comandante di cavalleria di Afshar, che, tramite le proprie doti militari, fonda un impero che dall’Afghanistan si estendeva alla totalità dell’odierno Pakistan, al Punjab indiano e alla regione del Khorasan, grosso modo corrispondente all’odierno Iran nord-orientale.

Tuttavia, quella dei Durrani è una dinastia di corto respiro (termina ufficialmente nel 1826) sia per la pochezza dei successori di Ahmad Shah, sia perché entra in collisione con gli interessi imperiali britannici, allora impegnati nella conquista dell’India prima e nel contenimento dell’Impero Russo in Asia Centrale poi.

La competizione tra Corona Britannica e Zar in Asia centrale [2], influenzò pesantemente le vicissitudini afghane, arrivando addirittura a definire i confini del Paese tra il 1885 e il 1888.

Tra ’800 e inizio ‘900 l'Afghanistan, nella forma “istituzionale” dell’emirato, combatte tre guerre contro gli inglesi (1839-1842, 1878-1880, 1919) che si concludono con il definitivo affrancamento del paese dall’ingerenza britannica e il passaggio dall’emirato islamico alla forma istituzionale monarchica.

Il periodo monarchico

Amanullah Khan, primo sovrano del neonato regno, stabilisce relazioni diplomatiche con le principali potenze europee del tempo e con la Turchia di Mustafa Kemal Ataturk, la cui azione riformatrice in funzione laica dei territori anatolici dell’ex Impero Ottomano, è riproposta in Afghanistan dal nuovo sovrano, in particolare per quanto riguarda il diritto all’istruzione e i diritti civili delle donne.

L’impatto di queste riforme su una società fortemente permeata dal patriarcato islamico e tribale sfocia in una guerra civile combattuta tra il 1928 e il 1929, che si conclude prima con la proclamazione di un brevissimo emirato islamico, poi con la restaurazione del regime monarchico ad opera Mohammed Nadir Shah.

La monarchia regge l’Afghanistan fino al luglio 1973, attuando politiche liberali di modernizzazione economica e culturale del paese che, tuttavia, non saldano le fratture etniche e tribali, ataviche in quella popolazione.

La repubblica “liberale”

L’ultimo sovrano, Mohammed Zahir Shah, viene deposto da un colpo di stato militare guidato dal primo ministro Mohammed Daud Khan che proclama la repubblica e ne diventa presidente fino a

La sua presidenza non si discosta dal percorso politico della monarchia che ha rovesciato, ma è chiamata a confrontarsi con le contraddizioni, soprattutto politiche, generate dall’apertura liberale del precedente monarca, in particolare per quel che riguarda la nascita e proliferazione di formazioni partitiche rivoluzionarie legate all’allora confinante URSS ed altre di marcata estrazione reazionaria, anche in chiave religiosa fondamentalista.

La repubblica socialista

È in questo contesto di accesa conflittualità politica che matura la cosiddetta Rivoluzione di Saur in cui il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA) rovescia il regime di Khan proclamando la Repubblica Democratica dell’Afghanistan.

L’azione del nuovo regime si caratterizza immediatamente per l’applicazione di profonde riforme socialiste, che incidendo sulla struttura economica e sociale del paese, generano la radicale inimicizia dei clan tribali e del clero islamico. In particolare, questi subiscono gli effetti della riforma agraria, che distribuisce la terra ai braccianti, e dell’abolizione della decima che i lavoratori della terra erano tenuti a versare ai latifondisti locali.

Oltre al conflitto di interessi con le istituzioni ataviche del Paese, a peggiorare l’equilibrio della neonata repubblica c’è la lotta che dal 1966 si consuma all’interno del PDPA tra due fazioni, che divergono circa la tattica politica da adottare per transitare l’Afghanistan verso un ordinamento compiutamente socialista.

Quella che di fatto non è mai stata dialettica interna tra posizioni differenti, sfocia rapidamente e nel momento peggiore – già all’indomani della proclamazione della nuova repubblica – in una lotta di potere tra quadri, che unita alla crescita dell’insorgenza reazionaria nei confronti delle riforme socialiste del nuovo regime, forza la mano dell’URSS a intervenire nel paese (è il 24 dicembre 1979).

La risposta statunitense: l’operazione Ciclone

La crisi attraversata dalla Repubblica Democratica afghana a partire dalla propria fondazione non passa inosservata agli occhi statunitensi.

L’amministrazione Carter in carica, al fine di rilanciare l’azione anticomunista nei paesi del terzo mondo, riposizionare gli interessi statunitensi in Asia dopo la sconfitta vietnamita (1975) e la perdita dell’alleato iraniano (1979) e tentare di chiudere il confronto con l’URSS, già nel luglio 1979 firma una direttiva che autorizza la CIA ad istituire un’operazione volta a sostenere l’eterogeneo fronte che si contrappone al governo guidato dal PDPA.

Il piano, ideato dal consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski, prevede il finanziamento e l’armamento degli insorti contro il governo comunista locale. A seguito dell’intervento sovietico, nel dicembre del 1979, l’operazione vive una netta escalation volta ad espandere la forza numerica e militare dell’insorgenza. La CIA, con l’appoggio dell’ISI pakistano, stabilisce entro i confini del Pakistan i campi logistici e di addestramento dei guerriglieri. Questi vengono reclutati all’interno di tutto il mondo islamico tramite il supporto finanziario dell’Arabia Saudita di cui viene messa a valore anche la rete di scuole coraniche wahhabite.[3]

È questa struttura che pone le basi per la nascita dell’“internazionale fondamentalista sunnita” che viene utilizzata dagli USA – sfuggendo più volte di mano nel corso dei decenni a seguire – per destabilizzare le aree soggette a interessi concorrenti rispetto a quelli americani: dall’Afghanistan, alla Cecenia, dall’Algeria all’ex Jugoslavia fino a Siria, Iraq e Libia. L’elenco è una lunga scia di sangue che gronda ancora oggi.[4]

La sconfitta sovietica

L’operazione statunitense incide significativamente sugli equilibri afghani determinando la sconfitta dell’URSS, che stremata militarmente ed economicamente da 9 anni di conflitto, si ritira dal Paese il 15 febbraio 1989.

Nonostante il ritiro sovietico, il governo del PDPA, retto da Mohammad Najibullah, sopravvive fino al 1992, alternando alla prosecuzione del conflitto ripetuti tentativi di dialogo e accordo politico, che gli insorti hanno regolarmente disatteso o rifiutato, conducendo infine al crollo definitivo della Repubblica Democratica afghana il 17 aprile 1992.

La guerra civile e i talebani al potere

La fine della Repubblica Democratica apre le porte ad un periodo di sanguinosa belligeranza tra le forze che avevano combattuto insieme contro l’URSS e il PDPA.

In breve: dissoltosi il comune denominatore dell’anticomunismo, le differenti fazioni jihadiste muovono guerra tra loro con l’obiettivo di consolidare il controllo sulle rispettive aree di influenza all’interno del paese e prevaricare quelle degli “alleati” del giorno prima.

Il risultato è una sanguinosissima guerra civile che termina soltanto il 27 settembre 1996, quando i Talebani conquistano Kabul ponendo sotto il proprio controllo 2/3 del Paese, corrispondenti alle frontiere occidentali e sud-orientali dell’Afghanistan. Nei restanti territori a nord, invece, si stabilisce quello che resta dell’insorgenza che aveva rovesciato il governo del PDPA sotto la guida clanistica di Ahmed Shah Massoud e Abdul Rashid Dostum.

Chi sono i Talebani

Il movimento talebano è filiazione del Harakat-i Inqilab-i Islami (“Movimento Islamico Rivoluzionario” o IRMA). Si tratta di uno dei sette gruppi dell’insorgenza anticomunista finanziata, addestrata e armata con l’operazione Ciclone dagli USA.

A differenza degli altri gruppi, questo era formato per larga parte da mullah locali, condizione che ha garantito al Movimento Rivoluzionario Islamico un ampio riscontro tra la popolazione dei territori in cui operava.

Tra questi mullah è presente Mohammed Omar, che all’indomani della sconfitta sovietica, si contrappone alle altre formazioni di insorti di cui denuncia la degenerazione fratricida che sfocia nella guerra civile.

Il suo movimento fa proselitismo tra la popolazione prostrata da un conflitto ormai decennale che non accenna a placarsi, in particolare tra gli studenti delle scuole coraniche, da cui prende anche il proprio appellativo: i talebani infatti sono letteralmente gli studenti, in questo caso del Corano.

Nel degenerante quadro interno, i Talebani risaltano agli occhi dei padrini statunitensi come l’unica forza capace di stabilizzare il Paese. Da questa constatazione nasce una riedizione su scala limitata dell’operazione Ciclone in cui il Pakistan, anche per affinità etniche, diviene retrovia logistico dei talebani, che vengono equipaggiati con armi statunitensi acquistate con denaro saudita.

L’invasione USA e NATO

Il nuovo regime fattosi emirato islamico cristallizza la situazione sul terreno che resta tale fino al 7 ottobre 2001, quando gli USA bombardano i principali centri controllati dai Talebani e invadono il Paese da nord, alleandosi con gli ultimi signori della guerra Massoud e Dostum.

L’amministrazione Bush giustifica la guerra di occupazione in Afghanistan indicando i Talebani come protettori di Al Qaida, l’organizzazione fondamentalista islamica guidata dal saudita Osama Bin Laden ritenuto principale responsabile delle azioni terroristiche che hanno distrutto le Torri Gemelle a New York e un’ala del Pentagono a Washingont D.C. l’11 settembre del 2001.

I tempi estremamente ridotti intercorsi tra il conflitto armato e il verificarsi della causa “ufficiale” che ha scatenato l’effetto dell’ennesima guerra statunitense, indicano empiricamente che l’aggressione all’Afghanistan, in realtà, era in gestazione da tempo, probabilmente da quando alla Casa Bianca sedeva ancora Bill Clinton, il quale, nel corso dei suoi mandati ha profondamente innervato la strategia statunitense e dunque l’ordine imperialista mondiale che è giunto fino ai nostri giorni, probabilmente molto più del celebre PNAC di matrice Repubblicana [5].

Nello specifico del caso afghano, la strategia dell’amministrazione Clinton muove dall’idea per cui, il dominio statunitense nel mondo post guerra fredda, sarebbe stato realizzato anche attraverso il controllo dei corridoi energetici e commerciali, di cui l’Afghanistan costituisce uno snodo naturale trovandosi nel mezzo delle rotte che collegano il bacino del Mar Caspio ricco di idrocarburi, con gli sbocchi pachistani sul Mare Arabico, in cui transitano i maggiori flussi energetici e commerciali del mondo.

La campagna militare statunitense ha gioco abbastanza facile nello schiacciare le primitive difese e strutture istituzionali talebane. Quello che non riuscirà mai a fare (ammesso che sia mai esistita una volontà in tal senso), invece, è stabilizzare il Paese [6].

In 20 anni di guerra, costata più di 2000 miliardi di dollari solo da parte statunitense [7], gli occupanti non hanno mai ottenuto il reale controllo del territorio e delle sue frontiere, e non sono riusciti a favorire la creazione di una classe dirigente minimamente accettabile.

Quella che si è liquefatta dopo l’accelerato ritiro dei militari USA/NATO, cadendo definitivamente il 15 di agosto, è stata soltanto uno squallido rimpasto di jihadisti [8] e signori della guerra anticomunisti, che hanno spartito tra se gli enormi fondi per la ricostruzione del paese tramite le rispettive reti clientelari, lasciando l’Afghanistan in rovine, gonfio di corruzione e carico di lutti.[9]

I Talebani di nuovo al potere

Al netto del sensazionalismo giornalistico occidentale, quindi, l’offensiva che ha riportato in meno di un mese i Talebani a Kabul non può stupire, come non deve stupire la totale mancanza di resistenza che gli studenti coranici hanno incontrato sul campo.

Come verificatosi durante la guerra civile del 1992-1996, è altamente probabile che larghissima parte della popolazione (compresi i coscritti nelle fila dell’esercito afghano) non ne potesse più sia degli invasori occidentali, sia del degrado garantito delle “istituzioni democratiche” imposte dagli occupanti, che in 20 anni non hanno risollevato minimamente le condizioni materiali del Paese, che anzi è stato trasformato in un narco-stato [10].

Se a questo si aggiunge il processo di “imborghesimento” che ha trasformato gli ex signori della guerra in affaristi istituzionali, l’assenza di qualsivoglia resistenza armata ai talebani è presto spiegata.

Possibili prospettive future

La situazione che si è creata sul terreno, tuttavia, apre una serie di criticità che ci interrogano come comunisti sull’immediato domani.

Il ritiro USA: sconfitta o nuova fase imperialista?

Il primo macroscopico elemento su cui riflettere è il ritiro statunitense: sia per quanto riguarda le modalità, sia per l’orizzonte strategico in cui si inserisce.

Partendo dal presupposto che la smobilitazione della macchina da guerra statunitense da un qualsiasi luogo, per noi è sempre una buona notizia, per tentare di dipanare la questione, a nostro avviso è necessario attualizzare il concetto di imperialismo in base a come si sono evolute le forme di dominio imperiale nella storia contemporanea.

Anche per questioni legate alla cultura occidentale, ci è naturale considerare la dimensione imperialista nel senso postulato della geopolitica ottocentesca: cioè come territorio occupato da una potenza a seguito della sua contesa con una potenza nemica.

Lenin, tramite una acutissima analisi della struttura creditizia e finanziaria che ha caratterizzato la prima globalizzazione, scardina radicalmente quel concetto dalla dimensione del Risiko tra stati e lo lega alla condizione materiale dei capitali che determinano l’azione imperialista degli stati in cui sono presenti.

Quando in precedenza abbiamo insinuato il dubbio che non abbia mai fatto parte della volontà statunitense l’obiettivo di controllare “fisicamente” l’Afghanistan, intendevamo suggerire l’ipotesi per cui, il capitale statunitense finanziarizzato da ormai mezzo secolo, oltre alle bolle speculative, trova valorizzazione nell’unico settore industriale in cui gli USA sono ancora dominanti: quello bellico. Per garantire profitto ai propri azionisti e “pubblicizzare” i propri prodotti, il capitale americano ha quindi la necessità fisiologica di scatenare guerre e perpetrarle senza soluzione di continuità in una dimensione che contempla, per accrescersi, esclusivamente la prospettiva della distruzione [11].

Non siamo in grado di fornire dati strutturati a sostegno di questa tesi ma l’osservazione del percorso storico statunitense successivo alla seconda guerra mondiale, dove industrializzazione e tendenza alla guerra hanno seguito un percorso inversamente proporzionale, in cui al decremento della prima è corrisposto un incremento esponenziale della seconda, conforta empiricamente la nostra analisi.

Il parallelo più volte sollevato in questi giorni tra il 30 aprile 1975 di Saigon e il 15 agosto 2021 di Kabaul, quindi, per noi ha senso di essere posto perché le due date in questione delimitano a livello temporale il passaggio dall’imperialismo degli stivali perpetuamente sul territorio da assoggettare a quello della guerra senza limiti, in cui il dominio fisico è una condizione “fluida” nello spazio e nel tempo, legato esclusivamente alle necessità di valorizzazione del capitale, in cui le velleità di potenza della classe politica sono sempre più marginali, al punto non avere dalla propria nemmeno una narrazione mediatica spendibile come indegnamente dimostrato dall’amministrazione Biden proprio in questi giorni.

Un nuovo ordine globale

Dal nostro punto di vista quanto si sta verificando è l’ennesimo prodotto delle contraddizioni generate dall’attuale fase del modo di produzione capitalista, in cui il capitale statunitense è ancora quello che determina in misura prevalente le sorti globali.

Sorti che, a nostro parere, sono chiuse entro il vicolo cieco del profitto generato dalle instabilità: siano esse politiche (negli scenari di guerra), ambientali (con i green deal) o socio sanitarie (la messa a valore dei brevetti farmaceutici e delle piattaforme digitali nella pandemia di COVID-19).

Come ogni fenomeno dialettico, la dimensione altamente distruttiva entro cui sì muove il capitale a guida statunitense può generare spinte di controtendenza, che, nel caso afghano, possono determinare l’accelerazione dello sviluppo di nuovi assetti globali multipolari.

Molti osservatori, anche compagni, non hanno mancato di sottolineare come il ritiro statunitense può essere interpretato come tentativo di destabilizzazione dell’area centro asiatica, che finirebbe per riverberarsi sugli interessi di paesi contrapposti agli USA (Russia, Iran e Cina) o che gli USA vorrebbero attirare nella propria orbita (l’India in funzione anti-cinese).

L’osservazione ha riscontri oggettivi innegabili, al contempo per noi non è scontata una riproposizione allargata degli scenari caucasici che per tutti gli anni ‘90 hanno condizionato la Russia uscita dalle ceneri dell’URSS e posto una pesante ipoteca allo sviluppo autodeterminato delle repubbliche centro asiatiche.

Infatti, gli attori citati nel possibile cambio di egemonia nell’area, hanno dimostrato una assertività inattesa: Russia e Cina, attraverso incontri bilaterali, di fatto hanno riconosciuto ai Talebani una legittimità istituzionale di cui non hanno mai goduto i precedenti governi afghani. Inoltre, a differenza di quelle occidentali, le ambasciate russa e cinese a Kabul non sono state chiuse, segno che quello lasciato dagli USA è un vuoto destinato a durare molto poco.

Nella cornice dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, inoltre, gli stati direttamente confinanti con l’Afghanistan hanno rafforzato i controlli alle frontiere con l’evidente obiettivo di porre una ipoteca alle eventuale estensione destabilizzante dell’influenza talebana oltre i territori riconquistati dagli studenti coranici.

Gli interessi talebani

Per altro, l’instaurazione di un grado minimo di stabilità è nell’interesse degli stessi Talebani che, come ai tempi della guerra civile, devono affrontare una concorrenza interna [12] per cui necessitano di raccogliere un grado minimo di legittimità nei confronti dei paesi confinanti e cementare con qualche forma di rilancio economico il consenso popolare raccolto negli anni della resistenza agli invasori occidentali [13].

Il ruolo della Cina

sembra dunque scontato che il ritiro statunitense debba lasciare il posto a una guerra per bande iihadiste nel cuore dell’Asia, piuttosto pensiamo che la condizione oggettiva rappresenti l’occasione per la Cina di porsi ulteriormente come fattore di stabilità nel consesso internazionale, tramite le politiche di sviluppo legate alla cosiddetta “nuova via della seta”.

Siamo consapevoli che, nella pratica, questa ipotesi è chiamata a confrontarsi con una quantità enorme di difficoltà, ma ci sembra anche l’unico orizzonte su cui possono convergere gli interessi dei Paesi dell’area e su cui anche in Occidente, tra comunisti, diventa sempre più urgente aprire un dibattito.

Note

[1] La composizione etnica è tra le più eterogenee del mondo. Con circa 12 milioni di persone, i pashtun costituiscono l’etnia più diffusa, benché non superino il 42% della popolazione. Occorre ricordare che ben 28 milioni di pashtun risiedono in Pakistan, sebbene vi rappresentino soltanto il 16% della popolazione. Dietro ai pashtun figurano i tagiki (27% degli afghani) e i popoli turcofoni (uzbeki e turkmeni, 12%). Segue una lunga lista di minoranze: gli hazara, in massima parte sciiti, popolano il centro dell’Afghanistan e hanno animato una consistente diaspora in Iran (1,5 milioni di persone); i beluci invece abitano nel sud, a cavallo con il Pakistan, e sono assertori di forti istanze indipendentiste.

Fonte Atlante Treccani

[2] Gli storici parlano di “grande gioco”.

[3] Il whabbismo è un movimento religioso islamico che diffonde una dottrina basata su un’interpretazione particolarmente rigida, cioè letterale, del Corano. È nato nella Penisola Arabica, divenendo religione della casa regnante saudita. Storicamente il whabbismo è stato strumentalizzato dagli imperialismi occidentali per i propri interessi: prima dall’Impero Britannico in funzione anti-ottomana, poi dagli Stati Uniti che hanno fatto dei Saud il proprio bastione all’interno del mondo islamico sfruttandone i canali di indottrinamento per costruire l'insorgenza anticomunista in Afghanistan.

[4] Una descrizione sufficientemente esaustiva dell’eterogeneo e rissoso fronte che si contrappose al regime del PDPA e alla 40esima armata sovietica è consultabile qui.
Di particolare interesse risultano i seguenti fatti:
- per la durata di tutto il conflitto i padrini degli insorti non furono mai in grado di strutturare politicamente e militarmente i differenti gruppi sotto un’unica guida;
- le milizie reclutate, armate e addestrate dal trio USA-Arabia Saudita-Pakistan erano tutte sunnite; le due formazioni sciite legate all’Iran fecero sempre “storia a se”, di fatto proponendo quella spaccatura del mondo islamico tra sunniti e sciiti che di li a poco esploderà con la guerra tra Iraq e Iran (1980-1988).

[5] Dagli accordi di libero scambio (il NAFTA ma anche quello bilaterale con la Cina che di li a pochi mesi entrerà a far parte del WTO) in materia economica, alle azioni in politica internazionale (Oslo ‘93 con l’infausta “soluzione dei due Stati”, la definitiva demolizione di due paesi cardine delle rispettive aree geografiche come l’Iraq e la ex Jugoslavia) alle leggi che spronarono ogni ambito delle istituzioni statunitensi a “colonizzare” con la propria presenza la rete, risulta evidente come tutti i cardini del mondo di oggi fossero stati scandagliati dalle amministrazioni Clinton tra gennaio 1993 e gennaio 2001.

[6] https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/08/17/la-resa-di-biden-il-crollo-di-una-narrazione-infame-0141429

[7] 2261 miliardi di dollari secondo l’analisi del Watson Institute della Brown University. Per l’Italia 8,7 miliardi di Euro.

[8] Emblematico il caso di Gulbuddin Hekmatyar, il “macellaio di Kabul”.

[9] Il macabro computo delle vittime, data la natura delle forze in campo, non può essere accurato, questi sono i numeri riportati dal Fatto Quotidiano:

Nell’ambito dell’operazione “Enduring freedom” (libertà duratura) iniziata in Afghanistan nell’ottobre 2001, sono morti più di 47mila civili afghani e 66mila tra soldati e membri delle forze dell’ordine del paese. A cui si aggiungono 2.448 militari statunitensi e 3.846 “contractor”, ossia soldati professionisti di compagnie private. Gli eserciti alleati degli Usa contano 1.144 caduti, tra questi 53 militari italiani. Le vittime tra le forze talebane e le forze di opposizione alla presenza occidentale sono state 51.191. Nel mezzo 444 operatori umanitari e 72 giornalisti. In tutto quasi 170mila caduti.

[10] Come riporta Wikipedia, la produzione e il commercio di oppiacei è letteralmente esploso con l’invasione USA/NATO dell'Afghanistan.
La constatazione che ogni organo di stampa, compresa l’enciclopedia libera più consultata al mondo, mistifica è che tale esplosione è localizzata nei territori posti sotto la giurisdizione degli occupanti occidentali, che gli oppiacei si sono premurati anche di spacciarli.

[11] Sulla questione, la testimonianza diretta di un reduce di lunga data della guerra in Afghanistan è illuminante:

"Sulla base di ciò che ho visto, le operazioni antiterrorismo degli Stati Uniti riguardano principalmente la creazione di mercati per le tecnologie e i prodotti militari degli Stati Uniti e la sicurezza delle risorse per l'impero americano."

Fonte Infoaut

[12] Nel corso degli anni, e in particolare con il deterioramento del potere del Mullah Omar, i Talebani hanno subito la scissione dei Tehreek-i Taliban prima e dei Taliban Khattak poi.
Inoltre, nelle zone di confine con l’Iran è attiva una compagine di jihadisti dissidenti rispetto agli indirizzi talebani afferente al brand dello Stato Islamico denominati “ISIS del Khorasan”.

Fonte Enrico Campofreda

[13] Anche l’universo liberale sembra essersene accorto https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/08/19/afghanistan-la-legittimita-dei-talebani-passa-dagli-affari-dagli-investimenti-di-iran-india-e-arabia-al-ruolo-di-russia-e-cina-fino-al-progetto-miliardario-del-gasdotto-che-interessa-pure-agli-us/6295346/

Fonte

31/12/2020

Capisaldi 2020

Dieci anni a fare copia/incolla di notizie e sentirli tutti, non perchè si invecchia, ma perchè le contraddizioni del modo di produzione capitalista sono deflagrate nella vita delle persone comuni in modo molto più violento, profondo e inatteso rispetto agli acciacchi dell'età.

Sì viveva già male, l'ingresso nel secondo decennio del nuovo millennio, ha reso manifesto che andando avanti così sì vivrà sempre più di merda; e infatti tra clima andato a ramengo e pandemia da Covid-19 non si vede una fine, o meglio si vede: quella sotto tre metri di terra.

Sì dirà "è il destino di ogni essere vivente" ed è vero, ma non è destino e nemmeno sta nella logica di ogni essere vivente accelerare i tempi del trapasso che, invece, il capitale ha palesato di voler spingere in scia ai primati olimpionici di Usain Bolt.

Tutto sto cappello per introdurre il fatto che, per la prima volta a mia memoria, la vita di merda è riuscita a mettere in ombra tutta la roba di qualità che ho scoperto/riscoperto in questo anno funesto, ed è veramente tanta, al pari di tempi decisamente andati.

Siccome mi viene difficile fare una cernita finisco per andare a braccio.

Lou Reed - 1973 - Berlin probabilmente disco dell'anno e pezzo dell'anno con How do you think it feels.

Deep Purple - 1970 - In Rock madonna santa, non capisco perchè in passato non mi fosse piaciuto.

King Crimson - 1969 - In The Court Of The Crimson King una delle migliori dimostrazioni, sul versante artistico, che il capitale è in crisi da mezzo secolo ormai e sì è trascinato dietro tutto il cangiante spettro espressivo che ha creato nella società. Per essere più chiari, ascolti musica così e ti domandi che senso ha tutto quanto è uscito, almeno nel medesimo genere, dopo).

Kyuss - 1992 - Blues For The Red Sun da anni coltivo l'ipotesi che gli anni a cavallo tra il 1988 e il 1994 siano stati un lasso di tempo irripetibile per la musica pesante statunitense, un magma come da definizione sotterraneo che portava in dote tutte le caratteristiche di quella che sarebbe potuta diventare una autentica new wave of US heavy metal. Le necessità di profitto dell'industria discografia fece andare la storie su un binario diverso e l'individualismo connaturato a quasi ogni musicista fece il resto. Un occasione clamorosamente mancata che ha spalancato le porte alla sterilità artistica degli ultimi due decenni.

Talking Heads - 1978 - More Songs About Buildings And Food e 1980 - Remain In Light la forza della genialità che ti conduce ad apprezzare sonorità che formalmente non ti piacciono.

Lynyrd Skynyrd - 1973 - "(Pronounced 'Lĕh-'nérd 'Skin-'nérd)" la riscoperta più intensa, non dell'anno, ma da quando ho preso a rispolverare roba che mi è piaciuta o per cui sono uscito di testa più di un decennio fa.

Lo spiegone inizia a farmi venire la barba bianca quindi, tagliando con l'accetta, oltre i titoli poc'anzi citati sono risultati imprescindibili i Rush, i Sonic Youth (che già mi avevano dato grandi soddisfazioni), i Cream (in cui ho finalmente fatto conoscenza con il Mr. Slow Hand autentico, non la loffa degli ultimi decenni...), i Mr. Bungle (migliore ri-uscita metal per quel che mi riguarda - mi hanno fatto quasi gridare al miracolo!), Bruce Springsteen (autore di un disco intenso e di rara onestà artistica, tra le cui note si possono trovare molti spunti con cui leggere la decadenza statunitense) e Tim Buckely.

Ho certamente dimenticato diverse cose (gli Swans per esempio...), tuttavia le ultime righe ci tengo a dedicarle a un paio di pacchi di cui, in un annata così del cazzo, avrei fatto a meno; mi riferisco ai Pearl Jam che procedono sulla rotta tracciata da un pilota automatico che fa invidia pure a Mario Draghi, e ai Testament, probabilmente la peggiore uscita dell'anno a cui mi sono approcciato.

Questo è tutto, o meglio quel poco che c'è stato di positivo nell'anno che più mestamente del solito si sta concludendo.

Per gli 2021 gli auspici stanno a zero, l'unica cosa sensata da augurarsi e per cui lavorare è che almeno qualche padrone vada col culo per terra.

21/11/2020

Buon viaggio Joe

Sei partito pochi minuti prima delle 10, in un freddo ma assolato sabato di Novembre, e non si può dire tu abbia scelto male, in un anno così funesto.

Ci ricorderemo di te, che la terra ti sia lieve.

19/08/2020

Putin muove, e dà Scacco al Virus

Seppur entro una dinamica del tutto di sistema – quello capitalista ovviamente – l'editoriale per TeleBorsa di Guido Salerno Aletta che riproponiamo di seguito, aiuta a diradare la coltre di narrazioni schizofreniche che quotidianamente inflazionano l'argomento Covid-19, rendendo praticamente impossibile alla persona comune, anche solo intuire l'intrecciarsi conflittuale di interessi locali e internazionali sulla faccenda.

Mentre a casa nostra il contagio è gestito in funzione della sgangherata resilienza di un sistema economico e di potere sempre più ripiegato su se stesso ma egualmente feroce, sullo scenario internazionale la competizione tra aree politico-economiche si fa sempre più serrata, di fatto alimentandosi di continue escalation e destabilizzazioni che si susseguono per strappi.

È il caso del vaccino russo contro il Covid-19, che in potenza può minare uno dei baluardi residui del capitalismo occidentale, quello della superiorità nel campo farmaceutico.

Aletta ha buon gioco a sottolineare il paragone – per altro operato dai russi stessi, che hanno battezzato il nuovo vaccino Sputnik 5 – tra l'odierna corsa al vaccino e la corsa allo spazio degli anni '60 immersi nella Guerra Fredda.

Un confronto che oggi come allora si fa sempre più "caldo", con l'aggravante di vedere contrapposte aree che condividono il medesimo sistema di riproduzione economico-sociale che gode di pessima salute ovunque – Cina esclusa – e che dunque, anche in funzione della tenuta intera, conduce "naturalmente" le classi dirigenti ad acutizzare le frizioni estere.

Il piano si fa sempre più inclinato dunque, Aletta, forse con troppa enfasi, ne da ancora una volta conto.

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Anche stavolta, davanti al mondo intero, chi ci ha messo la faccia è stato Vladimir Putin: la sua, che vale il prestigio dell'intera Russia.

Facciamo un passo indietro, perché tutto torna, come sempre: ricordate i medici militari russi che arrivarono in Italia, bardati di tutto punto con le tute per il biocontenimento di livello 3?

Venivano in missione ufficiale, concordata direttamente con il Premier Giuseppe Conte, per aiutarci nella lotta al virus ed arrivarono fino a Bergamo, la città tra le più martoriate, soprattutto per isolare il virus, per prenderne quanti più campioni possibile, cercando i ceppi più virulenti tra i malati più gravi. Andarono via, dopo aver contribuito alla sanificazione di residenze sanitarie e in tutto quasi un milione e 200mila metri quadrati di interni (più di 120 strutture tra Bergamo e Brescia) più 450mila metri quadrati di strade adiacenti e 76 pazienti dimessi (curati anche da medici russi), ed aver svolto servizio nell'ospedale da campo allestito dagli alpini nella Fiera di Bergamo ed all'ospedale Papa Giovanni XXIII.

Anche Berlino ci ha aiutato, mandando ben sette tonnellate di aiuti, tra cui respiratori, e un team di medici di Jena è stato inviato a Napoli. Anche 26 malati italiani furono trasferiti in Germania, che accolse 113 pazienti provenienti da altri Stati europei. Per quanto ci riguarda, si disse che erano stati trasferiti lì per essere curati al meglio, visto che da noi c'era carenza di posti letto in rianimazione. Con ogni probabilità, anche in Germania cercavano di isolare il virus per creare il vaccino.

Nella gara che, a dar retta agli annunci, le più famose industrie farmaceutiche occidentali stanno conducendo da mesi per arrivare prima delle altre a sconfiggere il Covid-19, da oggi sulla scacchiera globale, politica e mediatica ma soprattutto economica e strategica, va registrata una variante che, come accade nel gioco degli scacchi, può fornire a chi l'ha effettuata un vantaggio decisivo che può diventare incolmabile.

La vera sorpresa non sta tanto nell'annuncio della avvenuta registrazione in Russia del primo brevetto al mondo contro il Covid-19, quanto nel fatto che Putin ha comunicato di averlo già fatto somministrare alla propria figlia che, dopo una febbriciattola di qualche giorno, ha reagito positivamente alla inoculazione.

Aver messo di mezzo la figlia significa che Putin non solo ha voluto comunicare ufficialmente un evento burocratico, la registrazione del primo vaccino, che già di per sé ha un impatto mediatico enorme, ma soprattutto che ne ha sperimentato direttamente tutto l'impatto emotivo che l'uso del nuovo vaccino comporta.

È stata una prova di fiducia, non una sfida, quella di Putin. Diversamente dalla tragedia greca in cui Re Menelao offre in sacrificio agli Dei la vita della amatissima figlia Efigenia per ingraziarsene il favore, e poter muovere finalmente la flotta verso Troia, qui siamo di fronte alla ragione moderna che si pone di fronte alla scienza: la figlia di Putin è la prova che viene offerta a tutti i cittadini, russi e non. Testimonia la fiducia da riporre nel vaccino: anche in questo caso c'è un conflitto in corso, ma la posta in palio è la vita umana e la sconfitta del virus.

Solo l'OMS, al momento, si è pronunciato sull'annuncio, formulando una riserva rituale: "... non bisogna accelerare troppo...".

Il problema, a questo punto, è la risposta Occidentale: si chiederanno dati, elementi probanti di giudizio, ma di certo non si potrà accettare facilmente questo smacco.

È inaccettabile che la Russia sia arrivata per prima.

O forse, a pensar male, il vaccino Occidentale e Orientale c'è già, ma non va somministrato subito: bisogna lasciar consolidare la crisi, perché ci sono le elezioni americane il 3 Novembre, e Donald Trump va battuto ad ogni costo.

La narrazione mainstream sulla epidemia si trova un inatteso ostacolo.

Si griderà al falso, all'impostura? Fare bau-bau non basta.

Oppure si parerà il colpo, annunciando un altro vaccino, migliore assai?

Nella corsa al vaccino si gioca il prestigio e la superiorità dell'Occidente.

La Cina deve tacere, perché ogni sua mossa suonerebbe ora controproducente: di danni ne ha già fatti tanti. Per Pechino la partita è chiusa: se tira fuori un vaccino, è facile sostenere che era tutta una macchinazione a danno del resto del mondo. Se nega l'efficacia del vaccino russo, si espone ad un peggior giudizio: vuol dire che ne sa fin troppo di questo virus.

Tutto si gioca in campo Occidentale, dove il Deep State già freme.

Prestigio e superiorità nella corsa al Vaccino, come accadde per lo Spazio.

Putin muove, e dà Scacco al Virus.

Fonte

15/08/2020

Bielorussia - Un futuro complesso soprattutto se si esclude la dialettica

Parafrasiamo il titolo di questo articolo riscrivendolo come "Bielorussia - Un futuro complesso soprattutto se si esclude la dialettica" consci del fatto che l'attualità nel paese in questione sia difficilmente analizzabili dai nostri confini, data la scarsità quasi totale di fonti attendibili cui fare riferimento.

Resta il fatto che l'articolo seguente, che proponiamo in funzione di stimolo al dibattito non soltanto sulla cronaca bielorussa, ma anche sulle categorie che gli autori citano – a partire da quella di imperialismo – sconti l'essere basato su teorie analitiche apparentemente solide che, tuttavia, private del collante dialettico che dovrebbe unirle, finiscono per rivelarsi ingessate su se stesse e dunque incapaci a fornire una lettura del caso che vanno a studiare.

Di più, in molti passaggi pare addirittura che gli autori tentino di piegare i fatti alle categorie utilizzate per analizzarli. È il caso della incapacità di definire il regime di Lukasenko nella materialità del contesto in cui si è sviluppato, così come di fornire una lettura degli interessi di classe in quel paese che non sia l'equidistanza sia verso il regime borghese di Lukasenko, sia verso le sirene delle ingerenze occidentali in Bielorussia.

Dal canto nostro crediamo che la posizione bielorussa sia complicata da due fattori:

- l’interesse imperialista occidentale in funzione del sempiterno accerchiamento della Russia (che è antecedente all’URSS);

- il fattore economico legato alle forniture energetiche che costituiscono il punto debole del Paese e del regime di Lukashenko.

Nelle cronache odierne, il secondo ci pare preponderante rispetto al primo in quanto da tempo la dipendenza (1) del paese da petrolio, gas e in misura minore energia elettrica provenienti dalla Russia è il dato che ha reso sempre più difficile l’autonomia della Bielorussia dal proprio vicino orientale.

Si tratta di una criticità da cui deriva direttamente l’azione ondivaga in politica estera seguita negli ultimi anni da Lukashenko, in particolare da quando le compagnie energetiche russe hanno manifestato l’intenzione di porre fine alle tariffe agevolate tramite le quali la Bielorussia si riforniva di idrocarburi dalla Russia. Una decisione, quella dei colossi energetici russi, legata direttamente alla condizione di crisi che il mercato degli idrocarburi vive da più di un lustro e che nel caso della Russia in particolare si è fatto più gravoso per profitti privati e conti pubblici in seguito al colpo di stato nazista in Ucraina e al corollario di sanzioni economiche unilaterali imposte al regime di Putin.
Situazione che, per altro, sta lentamente consumando anche la tenuta di Putin stesso rispetto agli assetti di potere che il medesimo aveva consolidato a far data dalla successione a Eltsin.

Sempre l’analisi economica della Bielorussia, di contro, fornisce dati preziosi utili a smontare buona parte della retorica circa “l’ultimo dittatore d’Europa”.

Nonostante la citata questione energetica e la pesante eredità del disastro di Chernobyl che grava tutt'oggi sulle casse dello stato per il 5-7% del proprio bilancio, la Bielorussia viene riconosciuta come uno stato ad alto sviluppo umano, con una qualità sanitaria elevata, un indice di Gini tra i più basi d’Europa (2) e in generale come la repubblica ex sovietica in cui sono presenti le migliori condizioni di vita (3).

L’evidenza del gradimento di Lukashenko da parte dell’elettorato bielorusso sta probabilmente in questi numeri e nel loro raffronto con quelli dei rispettivi vicini, russi compresi che non sono altrettanto lusinghieri, anzi.

Ciò non toglie che la resilienza del sistema Lukashenko abbia ormai imboccato la via della consunzione, sia a causa delle dinamiche energetiche per cui è difficile ipotizzare un ritorno al bengodi dei prezzi al barile a 100 dollari e oltre che consentivano alla Bielorussia di potersi giovare delle tariffe scontate offerte dalla vicina Russia, sia a causa del fatto che una classe dirigente ingessata sulla eterna figura del presidente padre, alla fine viene a noia e dopo 26 anni di potere non ci riesce difficile crederlo.

Note:

1) https://en.wikipedia.org/wiki/Energy_in_Belarus
"Belarus is a net energy importer."

2) https://it.wikipedia.org/wiki/Bielorussia
"Secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, il coefficiente di Gini è uno dei più bassi in Europa"

3) https://www.esquire.com/it/news/politica/a30077918/economia-bielorussia/

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Le elezioni in Bielorussia hanno portato alla riconferma per la sesta volta consecutiva del presidente uscente Aleksandr Lukašenko, rieletto con l’80,23% dei voti.
È opportuno precisare subito che il presidente bielorusso non è un comunista, ma un “paternalista autoritario”, fautore di “un’economia di mercato socialmente orientata”. Nel 1994, anno della sua prima elezione, basò la sua campagna elettorale su un programma di lotta alla corruzione dilagante negli apparati statali e di introduzione di riforme di mercato e di privatizzazioni meno selvagge che nelle altre repubbliche ex-sovietiche.
Successivamente ha più volte ribadito la necessità di favorire e accelerare la destatalizzazione dell’economia, pur mantenendo il controllo pubblico dei grandi monopoli strategici, organizzati in forma di società per azioni, cioè di imprese capitalistiche, in cui lo stato viene ad assumere il ruolo di “capitalista collettivo”: una cosa ben diversa dalla proprietà socialista. Non stiamo parlando, quindi, di un’economia socialista pianificata, ma di un tipo di gestione della restaurazione dell’economia di mercato in maniera meno selvaggia che altrove. Un capitalismo di stato che, tuttavia, ha permesso alla Bielorussia di ottenere una buona performance economica, con la disoccupazione allo 0,5% (percentuale ben più bassa che negli USA e in tutti gli stati europei), il PIL pro capite più alto tra tutte le repubbliche ex-sovietiche, un apparato produttivo solido e funzionante per il 50% ancora nelle mani dello stato, un welfare molto più sviluppato che in altri paesi, una sanità efficiente ereditata dall’Unione Sovietica e un tenore di vita discretamente elevato. Sono queste le ragioni del relativo consenso di cui gode Lukašenko tra la popolazione.

La battaglia elettorale tra Lukašenko e i candidati dell’opposizione, per altro tutti esponenti del capitale privato bielorusso, non verteva sulla scelta tra socialismo o capitalismo, ma era tutta interna a quest’ultimo, configurandosi come uno scontro tra un fautore di un capitalismo di stato, relativamente sensibile al welfare e alle problematiche sociali, favorevole al mantenimento della politica estera fin qui condotta, delle alleanze politico-militari in atto e della collocazione internazionale del paese, contrario a ogni forma di nazionalismo esasperato e quattro sfidanti che, invece, rivendicavano un’accelerazione selvaggia delle privatizzazioni dell’apparato produttivo, il disimpegno dagli organismi d’integrazione economica e militare con la Russia e un corrispondente riposizionamento a occidente, cioè verso gli USA, l’UE e la NATO. Due visioni diverse dello stesso sistema capitalistico.
Le sfumature di linea tra i quattro sfidanti erano talmente insignificanti da far confluire, di fatto, i voti su un unico candidato d’opposizione, S. Tikhanovskaya. È evidente che ciò non è stato il risultato delle presunte repressioni, come affermato dalla stampa borghese, perché il presidente in carica avrebbe avuto tutto l’interesse a far disperdere i voti dell’opposizione tra più candidati.
Non appena l’esito elettorale è stato reso pubblico, sono immediatamente scattate, da un lato, la protesta di piazza delle opposizioni, con l’accusa di brogli, pressioni e falsificazione del risultato e, dall’altro, la campagna dei media occidentali e le dichiarazioni di esponenti dei governi borghesi e dell’UE, che pure parlano di non comprovate irregolarità e demonizzano Lukašenko come “ultimo dittatore d’Europa”, secondo un copione noto e già sperimentato in altre occasioni. Per contro, gli osservatori della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) non hanno rilevato situazioni particolari o sospette; dello stesso parere gli osservatori dei partiti e delle associazioni di Bielorussia.
Il plebiscitario risultato di Lukašenko potrebbe anche far sorgere qualche perplessità, benché egli indubbiamente goda del sostegno della maggioranza della popolazione, tuttavia la pretesa dell’opposizione di proclamare vincitrice la “casalinga” Svetlana Tikhanovskaja, moglie di un noto blogger antigovernativo già in galera, nonostante abbia raccolto appena il 9,9% dei voti, non può che far sorridere.
Tikhanovskaja, prima di partire alla volta della Lituania, dove ha raggiunto i figli, ha lanciato un appello a non scendere nelle strade e non affrontare la polizia, appello che non è stato seguito dai suoi sostenitori che da tre giorni hanno iniziato le proteste trovando la polizia ad attenderli; gli scontri dopo la terza notte di violenze hanno portato il numero degli arresti sopra quota 1000 (7000, secondo i media borghesi) e hanno visto la polizia usare lacrimogeni, proiettili di gomma e cariche per disperdere i manifestanti. Nelle ultime ore i social sono stati invasi da testimonianze e video sugli avvenimenti di Minsk che, al di là delle intenzioni, rivelano come le proteste siano tutt’altro che pacifiche, con uso della violenza da entrambe le parti e siano strumentalizzate dalle potenze occidentali che, con il pretesto di “difendere la democrazia”, mirano in realtà a un rovesciamento del regime per ottenere vantaggi strategici nella competizione interimperialista.

Infatti, in questa situazione ancora poco definita e alquanto confusa hanno iniziato da subito a muoversi, con dichiarazioni d’appoggio all’una o all’altra fazione, governi, ministri, esponenti di partiti politici: da un lato gli Stati Uniti, con il segretario di stato M. Pompeo che ha espresso “il sostegno degli USA ai manifestanti”, affermando che “il popolo bielorusso ha diritto alle libertà che rivendica”, dimenticandosi come negli USA lo stato borghese che rappresenta stia reprimendo violentemente i manifestanti che protestano contro la violenza razzista e le diseguaglianze sociali. Sulla stessa lunghezza d’onda l’Unione Europea, che ha convocato un Consiglio straordinario e minaccia sanzioni e l’Alto Commissario agli Affari Esteri, J. Borrel, che dichiara che “i bielorussi hanno diritto alla democrazia e ad elezioni libere ed eque”. Il governo italiano ha messo in dubbio la regolarità del voto e ha lamentato “la compressione dei principali diritti civili e delle fondamentali libertà democratiche” e partiti come il PD, Forza Italia e il M5S sostengono un processo di “democratizzazione” e l’eliminazione “dell’ultimo dittatore d’Europa”.

In questa logica di standard variabili, come avrebbero reagito gli USA e l’UE, paladini dei diritti umani in casa d’altri, se la Bielorussia, o qualsiasi altro paese, si fosse permesso di stigmatizzare altrettanto duramente, per esempio, le repressioni dei Gilets Jaunes in Francia (con torturati, resi invalidi, morti e dispersi), o delle lotte dei lavoratori della logistica in Italia, o dei movimenti per i diritti umani negli Stati Uniti?

Per contro, sia la Russia di Vladimir Putin sia la Cina di Xi Jinping si sono congratulati per la rielezione.
Ciò che sta avvenendo in Bielorussia è determinato dallo scontro tra gli interessi economici e militari dell’imperialismo euro-atlantico e quelli dell’imperialismo russo, con cui il governo borghese di Lukašenko mantiene relazioni contraddittorie.
Nello scontro interimperialista che ha per oggetto la Bielorussia, gli USA e l’UE sostengono quei settori del capitale privato nazionale, rappresentati politicamente dalle forze di opposizione, da Tsepkalo a Tikhanovskaya, che rivendicano riforme liberiste, maggiori privatizzazioni, tagli allo stato sociale e avvicinamento all’UE, agli USA e alla NATO. L’imperialismo euro-atlantico fomenta la protesta allo scopo di rovesciare l’attuale regime politico e sostituirlo con un altro più conforme ai suoi interessi, secondo il copione già applicato in Ucraina.
Le proteste di questi giorni ricordano infatti quelle a Kiev durante gli scontri in Piazza Maidan, che portarono al rovesciamento di Janukovič sulla base di interessi di settori oligarchici concorrenti che, sfruttando il malcontento popolare, realizzarono un colpo di stato, con la presenza di forze apertamente naziste, che ha portato l’Ucraina sotto l’influenza diretta dell’UE e degli USA.
Al di là dei rapporti formali tra i due paesi, anche la Russia ha cercato di utilizzare una parte dell’opposizione per perseguire i propri obiettivi imperialistici, favorire l’espansione in Bielorussia dei propri monopoli e imporne il dominio, cosa certamente non gradita a Lukašenko, che ha sempre difeso l’indipendenza del suo paese dall’ingerenza delle potenze straniere.

La posizione della Russia nei confronti di Lukašenko e del suo indirizzo politico-economico è contraddittoria. Da un lato, la Bielorussia è l’ultimo e unico paese alleato della Russia in Europa, con forti legami di scambi commerciali, processi di integrazione economica in atto e un’importante presenza di basi militari russe. Il mantenimento della stabilità politica in Bielorussia nel segno della continuità è, quindi, un interesse strategico della Russia. Dall’altro lato, il capitale monopolistico russo è fortemente interessato a mettere le mani sull’apparato produttivo bielorusso attraverso una sua massiccia e generalizzata privatizzazione e trova nella politica economica portata avanti da  Lukašenko un pesante ostacolo a questo suo disegno. Non stupisce, quindi, che l’oligarchia finanziaria russa abbia cercato di utilizzare una parte dell’opposizione per destabilizzare Lukašenko. Questa contraddizione è provata dal recente arresto di mercenari russi dell’organizzazione “Wagner” e da quello del candidato V. Babariko, CEO della filiale bielorussa della banca russa Gazprombank e “uomo di Mosca”.
L’intento egemonico e predatorio del capitale finanziario russo e la spregiudicata strumentalizzazione della dipendenza energetica dal petrolio e dal gas russo hanno indubbiamente aiutato i nazionalisti e la destra estrema ucraina a raccogliere consenso tra le fasce meno politicizzate della popolazione e oggi anche in Bielorussia esiste il rischio concreto che portino acqua al mulino dell’opposizione borghese filo-occidentale.
La riapertura delle trattative con la Russia per creare uno stato federale unico serve sia al consolidamento del regime bielorusso, sia a discutere i prezzi delle forniture energetiche russe, che Lukašenko ha chiesto di rivedere al ribasso, riportandoli almeno in linea con i prezzi internazionali. La frenata a questo processo d’integrazione politica tra i due paesi viene da Mosca, poiché Putin teme che ciò potrebbe far crescere le simpatie del popolo russo per il modello economico bielorusso e, quindi, alterare gli equilibri politici in Russia. In sostanza, il capitalismo di stato socialmente orientato della Bielorussia è un modello di capitalismo che l’oligarchia finanziaria russa e la sua proiezione politica al Cremlino percepiscono come pericoloso e contrario ai propri interessi.

D’altra parte, Lukašenko ha mostrato finora grande abilità a gestire i rapporti con i paesi dell’UE, sviluppando con questi gli scambi commerciali e la cooperazione nell’ambito della ricerca scientifica in modo significativo. Nel complesso, è riuscito, nei 26 anni della sua presidenza, ad evitare che la Bielorussia finisse schiacciata tra due blocchi imperialisti in competizione tra loro, USA e UE da un lato, Russia dall’altro e costretta a scegliere a quale imperialismo sottomettersi. Al contrario, finora è riuscito a preservare l’indipendenza politica ed economica del paese.

È ancora troppo presto per capire se gli eventi evolveranno come in Ucraina o se Lukašenko, avendo ancora il sostegno della maggior parte della popolazione e degli apparati istituzionali, riuscirà a superare anche questa crisi politica. La seconda ipotesi rimane obiettivamente quella più probabile, ma molto dipenderà anche dalla capacità dei comunisti e delle forze di classe bielorusse di piegare la situazione a favore dei lavoratori, sviluppandone l’autonomia politica e ideologica ed evitando che la strumentalizzazione da parte della borghesia li porti a difendere interessi altrui coinvolgendoli in false alternative di scelta tra un imperialismo e un altro.

Da questo punto di vista, anche in Bielorussia il movimento comunista e operaio attraversa una fase di debolezza e divisione. All’inizio del primo mandato di Lukašenko, nel 1994, il Partito Comunista di Bielorussia subì la scissione di una sua parte, che costituì il Partito dei Comunisti Bielorussi, successivamente ridenominatosi “Mondo Giusto” e oggi schierato con l’opposizione filo-occidentale. Per contro, il PCBy, rappresentato in parlamento, è appiattito sulle posizioni e il corso politico di Lukašenko, al quale ha confermato il proprio pieno appoggio anche alle ultime presidenziali. Un partito istituzionale, quindi, che non mostra segni di una tendenza al recupero della teoria e della prassi marxista-leninista ed è impegnato più nella difesa dell’ordinamento borghese esistente che nella lotta rivoluzionaria per il socialismo. Esiste, poi, il Partito Comunista Bielorusso dei Lavoratori (BKPT), un partito di recente costituzione, rivoluzionario e coerente, che è finora riuscito ad evitare il vicolo cieco della falsa scelta tra il sostegno al regime autoritario della borghesia nazionale (poiché questo è, in ultima istanza, il regime di Lukašenko) solo perché mantiene alcune magre garanzie sociali e il sostegno all’opposizione “democratica” che rappresenta gli interessi del capitale internazionale e promette libertà politiche.
Il BKPT, pur essendo un partito recente e ancora poco numeroso, nonostante il rifiuto della registrazione opposto dalle autorità bielorusse, nonostante la repressione, che non colpisce solo l’opposizione filo-occidentale, ha saputo non farsi catturare nella trappola del sostegno ad una delle fazioni della borghesia in lotta tra loro, avendo ben chiari gli interessi reali della classe di cui è avanguardia.
Vogliamo qui formulare l’auspicio che il BKPT mantenga la coerenza che ha finora dimostrato, cresca e si rafforzi, riuscendo a guidare la classe operaia bielorussa a riconquistare il potere e a riprendere il cammino di costruzione del socialismo, interrotto dalla controrivoluzione del 1991.

Dal canto nostro, siamo ben consapevoli sia del fatto che il regime bielorusso è una forma di dittatura borghese, sia che le contraddizioni che la Bielorussia si trova oggi ad affrontare non sono determinate da ingombranti sopravvivenze di socialismo in quella società, bensì proprio dall’assenza di socialismo. Conseguentemente, ci batteremo contro ogni forma di ingerenza e intervento imperialista, in particolare da parte dell’UE e del governo italiano, in vicende che riguardano esclusivamente i lavoratori e il popolo bielorusso.

Fonte

14/08/2020

Beirut, tra piani criminali e complottismo

Di seguito riproduciamo un testo di Altrenotizie – ripreso anche da Contropiano – che funge un po' da cartina tornasole di certe derive complottiste che, purtroppo, si sono radicate anche tra la sinistra più acuta.

Il pezzo firmato da Fabrizio Casari coglie in maniera cristallina la speculazione che i governi occidentali stanno tentando di porre in essere sul corpo dilaniato del Libano (e coglie con altrettanta precisione il ruolo che da lustri Hezbollah svolge nella regione).

Tuttavia, il problema – grosso – dell'analisi di Casari e di tanta controinformazione che si è ritagliata il proprio spazio in rete è l'analisi dei fatti che, quando si tratta di Medio Oriente, spesso assume le tinte del brand di Tom Clancy finendo per andare a parare sul complottismo.

Ci riferiamo ai passaggi in cui Casari avvalla l’ipotesi di un coinvolgimento diretto israeliano nel disastro avvenuto a Beirut, che certamente è plausibile dato lo storico delle azioni dello Stato Ebraico nella regione e non solo; tuttavia questo è l'unico fatto verificabile di quanto esposto nell'articolo di Altrenotize.
Il resto dei dati ha riscontri piuttosto deboli.

Procedendo con ordine:
– il paragone dell'energia sprigionata dalla detonazione con un terremoto di magnitudo 4,4 Richter trova pochi riscontri, decisamente più citato sulle testate internazionali è il dato di 3,3 Richter.

– Il riferimento a un ordigno atomico a basso potenziale, in gergo definito "tattico", sconta l’improbabilità di occultare una detonazione nucleare stanti gli attuali sistemi di controllo delle radiazioni, di cui praticamente tutte le “potenze” medio-grandi sono dotate e che nella zona hanno occhi sempre aperti, visti i tentativi costanti di denunciare l’esistenza/uso di armi di distruzione di massa da parte dei regimi invisi agli interessi imperialisti.
Questo senza contare il fatto che un’area soggetta a fallout nucleare risulterebbe del tutto interdetta all’accesso umano per qualche tempo anche nel caso di ordigni a basso potenziale, a Beirut invece i soccorsi si sono mobilitati tempestivamente compresi quelli portati da gente comune, dunque priva di qualsiasi, seppur blanda, protezione contro le radiazioni.

– A sostegno del ruolo attivo di Israele, Casari, basandosi sul riscontro reale delle due esplosioni, fa proprio il parere di tale Hussein Karim, secondo cui le forze armate israeliane avrebbero eseguito l’attacco mediante l’impiego di due missili, identificati nei modelli “Gabriel” e “Delilah”. In entrambi i casi, si tratta di missili di corta/media crociera, con portata che non supera i 400km.
Il “Gabriel” è una famiglia di missili sviluppata a partire da fine anni ‘60 per l’impiego antinave. Israele attualmente ha in servizio la versione 5, l’ultima. Nel merito della testata esplosiva non si trovano riferimenti precisi, ma basandosi sui dati della versione precedente è probabile che si tratti di 200/250kg di alto esplosivo.
Il “Delilah” è invece un missile aviolanciato progettato per colpire bersagli fissi e in movimento a terra e sull’acqua. Ha una portata di 250km e una testata di 30kg di alto esplosivo.
Le caratteristiche di entrambi difficilmente li mettano nelle condizioni di provocare la distruzione che si è abbattuta sul porto di Beirut, in particolare incenerire letteralmente parte della banchina portuale e polverizzare ¾ del magazzino localizzato sulla medesima (le foto si trovano facilmente in rete) in cui era stoccato il famigerato nitrato d'ammonio.
Altro dettaglio tecnico dei due missili che complica il quadro ipotizzato da Casari è quello della rispettive velocità, che si attestano nell’ordine dei 700/800 km/h di picco che ne rende difficoltosa l'osservazione a occhio nudo, ma molto meno la ripresa da parte di videocamere, che nella zona abbondavano come testimonia il mare di video apparsi quasi in tempo reale in rete che immortalano il disastro da più angolazioni.

– Ultimi ma non per importanza i dati tattici e strategici.
Una simile operazione da parte israeliana avrebbe provocato movimenti dell’aviazione/marina che non sarebbero passati inosservati, soprattutto ai russi che a far data dall’intervento in Siria detengono, se non il controllo totale, comunque uno spettro chiaro dei movimenti delle forze armate israeliane, in particolare per quel che concerne l’aviazione.
Strategicamente non si capisce cosa guadagnerebbe da una simile azione la classe dirigente israeliana. Anche considerando seriamente l’ipotesi che Netanyahu abbia scelto di sposare l’azione da “cane pazzo” per divincolarsi dal pantano in cui si è ficcato a seguito delle indagini per corruzione e della costante escalation di violenze verso i palestinesi, è improbabile che un’azione militare così azzardata avrebbe passato il vaglio dello stato maggiore israeliano, non solo per la palese gratuità vero i civili libanesi, ma per i rischi di essere rapidamente smascherata, ponendo lo Strato Ebraico nella condizione di subire pesanti ritorsioni non circoscrivibili come in passato.
Questo perchè gli ultimi 15 anni hanno quasi completamente eroso il predominio militare israeliano in Medio Oriente. Nel 2006 è caduta l’imbattibilità dell’esercito a terra con la sconfitta in Libano portata da Hezbollah, dal 2015 è venuta meno anche la superiorità nei cieli con le innumerevoli intercettazioni russe nello spazio aereo siriano e l’abbattimento di un paio di F-16 ad opera diretta della contraerea di Assad.
Insomma, Israele minaccia la guerra ogni 3x2 ma non la vuole – tranne giusto contro i palestinesi di Gaza – perchè sa di non avere più i mezzi per vincerla senza incassare ingenti perdite e danni materiali.

A fronte di tutte queste considerazioni e di altri casi simili verificatisi in giro per il mondo, per ora l’ipotesi più verosimile è, dunque, quella del tragico “incidente”, con tutto il corollario di responsabilità istituzionali a carico della classe dirigente locale di cui siamo abituati anche a casa nostra per altro.

***** 

Le tremende esplosioni che hanno squarciato il porto di Beirut appaiono, man mano che i giorni passano e le parole s’intrecciano, sempre meno fatalità e sempre più volontà precisa di qualcuno. A confermare questa lettura ci sono interessi evidenti e specifiche tecniche difficili da confutare. Il racconto della fabbrica di fuochi d’artificio non ha retto; nessuno dotato di un minimo si logica e di senno installa una fabbrica di fuochi pirotecnici in un’area ad alto traffico di persone e merci. Allora,vista la scarsa credibilità di questa pista, in soccorso del depistaggio internazionale è arrivata la storia della nave ormeggiata in porto (ovviamente russa, ma solo perché non vi sono navi cinesi che operano in zona).

Ciò che si è voluto spacciare come versione più credibile è l’ipotesi che si sia trattato di una violentissima esplosione di nitrato, ma i dati tecnici a supporto non sembrano confermare. Perché una esplosione di nitrato produce fumo nero e non bianco e rosso come si vede nei filmati. Inoltre, indipendentemente dalla quantità di nitrato, in nessun modo una sua esplosione può sviluppare la forma “a fungo” che si è vista nei video, tipica invece di una esplosione atomica, anche a bassissimo potenziale. Da ultimo, per un cortocircuito, per il fuoco o per alta temperatura il nitrato non esplode: serve un detonatore con innesco. E comunque, per quanto forte sia l’esplosione del nitrato, essa non determinerà mai un terremoto di 4,5 gradi della scala Richter, come quello registrato a seguito delle esplosioni.

Le esplosioni, va ricordato, sono state due e non simultanee. La probabilità che acquista forza di ora in ora è che si sia trattato di due missili, il secondo dei quali lanciato dopo l’arrivo dei soccorritori. Secondo Hussein Karim, esperto di esplosivi, il primo sembra un missile antinave del tipo Gabriel, il secondo del tipo Dalila. Dunque si sarebbe trattato di un attentato israeliano.

Se questa pista sarà confermata dalle indagini dell'esercito libanese, ci sarebbe da indignarsi. Ma non da stupirsi: non sarebbe infatti la prima volta che Israele colpisce in modo vigliacco e sanguinoso i paesi circostanti e lo stesso Iran. Non c’è paese arabo, sciita o sunnita, che abbia avuto il privilegio di essere risparmiato dalle aggressioni israeliane. E meno che mai ci si potrebbe stupire ora, dopo che Netanyahu ha in qualche modo rivendicato l’attacco e quando Tel Aviv gode del massimo sostegno politico e militare statunitense dalla sua nascita che la mette al riparo da ogni tipi di reazione militare e politica.

Ma quali che siano le ipotetiche, specifiche responsabilità israeliane, risultano evidenti i progetti di destabilizzazione del Libano che Stati Uniti, Francia e Israele propugnano con forza. L’obiettivo della nuova campagna di destabilizzazione in Libano è Hezbollah, il “partito di Dio”, l’organizzazione politico-religiosa sciita che ha come guida Nasrallah. Appare probabilmente un dettaglio il fatto che tra sciiti e drusi il 42% della popolazione libanese si senta rappresentato proprio dal “Partito di Dio”.

Hezbollah deve la sua popolarità in Libano sia al sostegno attivo alla popolazione che alla sua capacità di difendere l’indipendenza e la sovranità territoriale del paese dei cedri grazie ad un dispositivo militare di primissimo ordine. Ben lo sa Israele, che venne già severamente castigata nel 2006, quando invase il Libano e venne costretta alla ritirata proprio da Hezbollah, che inferse un duro colpo all’immagine di presunta invincibilità di Thasal. Del resto, quando una guerriglia affronta un esercito, se non viene distrutta ha vinto: mentre quando un esercito affronta una guerriglia, se non la distrugge ha perso. Hezbollah non solo non venne sconfitto, meno che mai disarmato, anzi aumentò notevolmente le sue capacità militari a spese dell'esercito israeliano e della popolazione dell'Alta Galilea.

Quattordici anni dopo la situazione non è cambiata: Hezbollah, in stretta alleanza con Assad, con la Russia e con l’Iran, ha svolto un ruolo importantissimo nella difesa della Siria dal terrorismo di Isis, Al Nusra ed Esercito libero siriano, tutti impegnati con ruoli diversi nel cancellare il legittimo governo siriano e consegnare ad Israele ben più che le alture del Golan. Nemmeno mezzo milione di morti ed un paese distrutto sono stati sufficienti a sconfiggere la Siria e, dopo quella del 2006 in Libano, Israele somma un’altra sconfitta nel suo progetto di occupazione di ogni lembo di terra mediorientale.

Insomma Hezbollah è oggi, agli occhi delle masse arabe, il simbolo della resistenza araba contro Israele, una nuova pagina della dottrina militare mediorientale che ha nella guerriglia organizzata e nell'insediamento popolare una forza prima sconosciuta. Che non vede più Tsahal, l'esercito israeliano, come dominatore incontrastato della regione, monito e minaccia per ogni rivendicazione politico-militare araba, deterrente internazionale contro la messa in discussione degli equilibri geopolitici di tutto il Medio Oriente e del Golfo Persico. Il Partito di Dio riscuote oggi di un credito politico e d'immagine presso tutto il mondo arabo che potrebbe dar luogo ad emulazioni in diverse realtà, quella palestinese innanzi tutto.

Le strumentalizzazioni della cosiddetta “crisi politica libanese”, che altro non è se non l’impossibilità da parte del falangismo cristiano maronita (alleato di Israele) di eliminare la componente sciita dall’arena politica, sono una parte fondamentale nelle operazioni di depistaggio mediatico. Il tentativo dell’Occidente è quello di provocare una nuova “primavera araba” che, come già in passato, viene organizzata da anni di preparativi e di infiltrazioni, di finanziamenti e direzione politica straniera. Sentiremo parlare di “rivolte spontanee”, di “lotta alla corruzione” di rivolta contro la componente religiosa sciita, di rifiuto del controllo iraniano del Libano tramite Hezbollah. Sembrano tesi verosimili ma non c'è nulla di vero. Sono le coordinate informative dell’ennesimo colpo di stato travestito da rivolta popolare già andato in onda in Egitto, Tunisia, Giordania, Iran.

Non a caso il Presidente francese, Macron, si è recato con straordinario tempismo a Beirut, volando come un falco sulle macerie a sostenere la famiglia Hariri, che come la Francia é legatissima all’Araba Saudita e ai suoi petrodollari. Non è un caso che Beirut abbia affidato l’esplorazione offshore di gas e petrolio a un consorzio capeggiato dalla francese Total con l’Eni e la russa Novatek. Il piano di salvataggio del Libano, prima della deflagrazione al porto, era stimato 10-15 miliardi di dollari, oggi è molto di più. Un fiume di denaro che l’Occidente non vuole vada ad Hezbollah: ecco perché è piombato su Beirut.

Macron ha condizionato gli aiuti internazionali alla resa incondizionata all’Occidente della sovranità libanese, rassicurando però i libanesi sulle loro sorti e sui loro soldi qualora decidessero di restituire alla Francia il dominio coloniale come lo ebbe dal 1923 al 1943. Che prova a mettere insieme Grecia ed Egitto ma si prende il NO deciso da Ankara, che umilia Parigi anche in Libia. La sponsorizzazione del consorzio composto da Grecia, Egitto, Cipro e Israele, prevede la realizzazione del gasdotto EastMed per costituire un blocco di interessi del fronte anti-Ankara ha nel Libano un altro decisivo pezzo del puzzle del sistema “alla francese”. Divertente che Macron, un omino incapace di piegare i gilet gialli, pensi di sconfiggere Hezbollah e Turchia. La grandeur dell’Eliseo ha preso un colpo di calore.

04/05/2020

54 giorni di niente. Inizia la "fase 2"

Nel momento in cui scriviamo il Paese ha raggiunto il 54esimo giorno di isolamento.

In questo lasso di tempo, la gestione sconsiderata della pandemia da Covid-19 – sono riusciti a fare peggio solo gli USA di Trump – ha causato ufficialmente la morte di oltre 28 mila persone.

Non particolarmente curante di questo e altri dati (1) il Presidente del Consiglio Conte, domenica 26 aprile ha varato la cosiddetta “fase 2”, quella in cui il sistema paese dovrebbe riattivarsi per tornare alla “normalità” a partire da lunedì 4 maggio.

Non è nostra intenzione, in questa sede, sottolineare la sconsideratezza di una simile scelta dal punto di vista sanitario (2), o quanto essa sia il risultato della costante pressione dei padroni, che prima hanno ottenuto un de potenziamento enorme della serrata generale (3), con tutto ciò che ne è conseguito a livello di estensione del contagio (4), ed ora possono finalmente accarezzare il miraggio del ritorno ai profitti di “ieri”. Un miraggio appunto, che quasi certamente nasconde un disastro di proporzioni oggi incalcolabili cui nessuno, in questo continente, pare volersi attrezzare per farvi fronte nel modo giusto (5), anche perché, a questo giro, è probabile che il consueto massacro dei subalterni non sarà sufficiente a salvare le sorti di tanti piccoli e medi “commendatori”.

È l’essenza di quella che abbiamo preso a chiamare “crisi sistemica”. Di seguito argomenteremo per quale motivo essa non venga tutt’ora percepita nella propria portata dalle classi dirigenti di questo paese.

Come scritto in apertura, 54 giorni di quarantena, al netto di un’insopportabile clima di unità nazionale sparso a piene mani da media infarciti di retorica bellica (6) hanno messo a nudo le criticità accumulatesi in 40 anni di capitalismo declinato in chiave neoliberale.

Dallo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale non più in grado di tutelare il diritto alla salute, alla deindustrializzazione per cui mascherine e ventilatori polmonari sono divenuti notte tempo beni di sconcertante rarità, anche il cittadino più disinteressato o indottrinato dal pensiero unico ha dovuto riconoscere che il Paese è semplicemente collassato.

Non esiste altro termine per definire un sistema che “tiene” provocando 28 mila morti, sottoponendo a un livello di sfruttamento che farà storia il personale sanitario e puntellandosi grazie alla solidarietà di nazioni – Cuba, Cina, Russia – tutt’oggi considerate, al più, come “in via di sviluppo”, se non come stati canaglia tout court.

Parimenti, 54 giorni di isolamento, nonostante la propaganda martellante (anche contraddittoria, vedi i litigi tra virologi, epidemiologi ed “esperti” d’ogni risma, assurti a nuovi tronisti di tutti i palinsesti mediatici) hanno consegnato all’opinione pubblica l’immagine di una classe politica e dirigente composta da “vecchi burocrati e recenti alfabetizzati” (7), completamente inadeguata a gestire l’emergenza sanitaria e del tutto incapace a comprenderne i solchi che l’attuale condizione pandemica scaverà in ogni ambito della vita sociale del Paese e non solo.

In questo periodo, abbiamo notato come nelle opinioni maturate a sinistra, spesso si produce l’equivalenza per cui l’incapacità della classe politica, nella realtà riflette “meccanicamente” la natura di classe dei provvedimenti emanati. Che esiste ed è evidente ma è accompagnata in egual misura da molta impreparazione, pressapochismo e voglia di apparire a tutti i costi per motivi i più disparati.

L’episodio più emblematico in questo senso è stato quello relativo al gruppo di lavoro, incaricato da Conte di delineare la “fase 2”, presieduto da Vittorio Colao.

L’ingaggio dell’ex CEO di Vodafone (8) ha giustamente sollevato gli strali non solo dei compagni ma anche di tanti semplici “democratici” che nel nome di Colao hanno visto identificato l’esclusivo indirizzo padronale delle scelte governative relativamente alla ripartenza del paese.

Tale indirizzo è certamente reale e si era già manifestato, come abbiamo detto poc’anzi, in una serrata particolarmente ricca di deroghe a favore dei padroni.

La scelta di Colao, tuttavia dice molto di più:

1) ci indica che l’approccio “smart” alla produzione di beni e servizi si imporrà definitivamente come terreno di imposizione di nuove subalternità per i lavoratori, mandando in soffitta – si spera definitivamente – 20 anni di tormentoni circa il ruolo salvifico incarnato dalle tecnologie digitali a prescindere da chi ne detenga la proprietà e la carica rivoluzionaria sottesa al “cognitariato” che dalla digitalizzazione avrebbe tratto libertà creativa e reddituale rispetto all’operaio fordista. Per farla breve la “classe aspirazionale” (9) tutta social network e cosmopolitismo d’accatto, rischia di ritrovarsi a fare il “rider” con una bella pettorina di Deliveroo, Just Eat o Fodora indosso (10);

2) ci dice che, improvvisamente, il lavoro vivo, quello che non può essere mediato completamente dall’automazione nemmeno nella “gig economy” dei “rider”, è tornato improvvisamente fondamentale (11); anche nella narrazione mediatica non è più derubricabile a mera variante dipendente dei profitti. Proprio al fine dell’accumulazione di profitto e della riproduzione sociale nell’attuale sistema, il lavoro vivo è, anzi, indifferibile e richiede professionalità di alto livello – capitalisticamente parlando – per essere nuovamente irregimentato dopo gli scioperi spontanei che a marzo hanno riconsegnato, seppur per breve tempo, una centralità alla “classe operaia” che non era riconosciuta come tale dagli anni ‘70 del secolo scorso.
Su questo argomento intendiamo essere particolarmente chiari: è quello un punto da cui partire, è quella la forza che va risvegliata, sostenuta e in prospettiva resa fattore sistemico a favore dei subalterni. Perché anche l’attuale problema, il tornare a lavorare, non è una questione di se, ma di come e per produrre che cosa: in quali condizioni di sicurezza, con quali contrattazioni che canonizzeranno lo “smart working”, se per produrre mascherine e respiratori oppure F-35 ecc.
Su questo fronte, per la prima volta dopo decenni, i lavoratori hanno intravisto nuovamente la possibilità di poter incidere. Non dobbiamo consentire ai padroni di mettere nuovamente sotto cloroformio queste spinte. Dai luoghi di lavoro, inoltre, può ripartire, sfruttando il potere di chi deve, per forza, tornare a lavorare una richiesta complessiva che non si limiti alle officine o ai mezzi di trasporto ma alluda alla sicurezza per tutti, anche quelli che stanno a casa ma soffrono come altri perché la sanità è stata smantellata, il reddito di emergenza è una chimera e se ti ammali non hai neppure la possibilità di fare i tamponi e rischi di morire a casa tua o in una casa di riposo.

3) ci indica che i decenni di ristrutturazione neoliberale scanditi dal mantra “più Stato per il mercato” hanno consunto fino al punto di non ritorno la capacità dello Stato stesso di formare e selezionare una classe dirigente in grado di conoscere, governare e nel caso modificare la riproduzione sociale del Paese, anche in antitesi momentanea all’accumulazione di profitto borghese (12);

4) sancisce ormai in via definitiva il totale superamento del paradigma democratico nella gestione della riproduzione sociale del Paese. La Costituzione del 1948 è formalmente ancora in vigore, ma nella prassi politica è stata sostituita in toto dal governismo emergenziale, quello che scade rapidamente negli stati di eccezione, dove si creano “task force” – ultima in ordine di tempo quella posta in essere dalla ministra Azzolina per organizzare la ristrutturazione della scuola al tempo della pandemia – di soggetti avulsi dalle istituzioni, del tutto slegati da qualsivoglia controllo democratico, con un Parlamento trasformato di fatto in un contenente vuoto di potere, di istanze e pure di legittimità dato il livello intellettuale e culturale insulso della classe politica che lo occupa.

A fronte di quanto appena esposto, è evidente come la crisi odierna travalichi ampiamente i seppur gravissimi aspetti sanitari e, dunque, sia impossibile anche soltanto sperare che “andrà tutto bene”.

Ciò, è bene sottolinearlo, non soltanto a causa del vuoto pneumatico della classe dirigente di cui abbiamo appena scritto, e dei rivolgimenti economici che stanno pesantemente minando la tenuta sociale e geografica del Paese (13), ma anche a causa dell’atomizzazione su base ultra individualista di quello che identifichiamo come l’ipotetico nostro “blocco sociale” di riferimento.

Lo dimostrano questi ultimi giorni di isolamento forzato, dove ampia parte della popolazione ha manifestato segni palesi d’insofferenza nei confronti del confinamento e una voglia di ritorno alla “normalità” che, per quanto comprensibile, è tutta declinata in chiave puramente individualista e rischia seriamente di soffiare il vento in poppa alla smania confindustriale della riapertura a tutto tondo, accelerando un ritorno di fiamma del contagio. Tutto questo mentre una profilassi di cura per il Covid-19 è ancora al di la da venire, così come un vaccino.

In questa condizione l’obiettivo da perseguire crediamo risieda nello stimolare l’autorganizzazione sociale – che è uno dei pochi lasciti positivi di questo disastro – a emanciparsi dall’alveo meramente solidaristico per elevarsi a una forma prima di coscienza e immediatamente dopo d’azione politica antagonista (14). Non è certamente un impegno facile, considerando il minimale accesso agli spazi pubblici che un potere sempre più in crisi di legittimità, molto probabilmente, proverà ad imporre come nuovo standard delle relazioni sociali.

Tuttavia, è quasi certo che la marea montante della crisi economica prossima ventura, unità alle limitatissime capacità d’azione dell’attuale classe dirigente (15), forniranno probabilmente ambiti d’azione fino a ieri impensabili.

Note:

(1) come questo “abbiamo chiuso l’Italia con 1.797 casi al giorno e la riapriamo tutta quanta insieme con 2.200

(2) https://contropiano.org/news/politica-news/2020/04/27/una-riapertura-da-pazzi-scriteriati-0127282

(3) a “lockdown” in vigore il 55% dei lavoratori italiani si recava regolarmente presso il proprio posto di lavoro

(4) https://contropiano.org/news/politica-news/2020/04/26/i-contagi-di-covid-19-aumentano-nelle-zone-dove-le-imprese-non-si-sono-fermate-0127240

(5) https://www.citystrike.org/2020/04/24/consiglio-europeo-i-lavoratori-hanno-perso/

(6) https://www.carmillaonline.com/2020/04/16/retorica-bellica-e-narrazione-della-pandemia/

(7) Aldo Giannuli – Governo e autorità hanno fallito https://youtu.be/v0XxRXYkmU8

(8) esaltato non solo in quanto presunto manager di successo, ma anche perché “sbirro dentro” https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/04/11/colao-il-manager-carabiniere-dentro/5767244/

(9) La nuova classe aspirazionale – http://www.militant-blog.org/?p=14736

(10) La città e il lavoro nella “fase 2” – http://www.militant-blog.org/?p=16044

(11) https://contropiano.org/news/politica-news/2020/04/05/quel-poco-che-funziona-in-mano-ai-lavoratori-0126335

(12) Il fatto era per altro divenuto già manifesto a fronte dell’incapacità governativa di tracciare la filiera produttiva localizzata sul territorio nazionale, al fine di tentare una seppur parziale riconversione in tempi rapidi o per contingentare la produzione già attiva sull’emergenza sanitaria rispetto alle esigenze di profitto della singola azienda (emblematico il caso dei tamponi volati in marzo da Brescia agli USA).

(13) Rimandiamo in merito alla penultima domanda rivolta a Raffaele Sciortino in questa intervista.

(14) Fase 2 – Incubo sulla città contaminata – https://www.carmillaonline.com/2020/04/29/economia-di-guerra-3-fase-due-incubo-sulla-citta-contaminata/

(15) https://www.citystrike.org/2020/04/24/consiglio-europeo-i-lavoratori-hanno-perso/

Fonte