Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2021

Dove va la Bielorussia de “l’ultimo dittatore d’Europa”?

Lo scorso 8 agosto, il Ministro degli esteri bielorusso, Vladimir Makej ha ricordato come, nel 2019, a Minsk, l’ex Consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, John Bolton, avesse parlato della necessità di eliminare “zone grige” tra Russia e NATO e, dunque, dell’esigenza di inglobare Ucraina e Bielorussia nell’Alleanza atlantica.

Lo stesso giorno, in una dichiarazione del Partito popolare europeo firmata dal capogruppo, il tedesco Manfred Weber, dalla lettone Sandra Kalniete e dal lituano Andrius Kubilius (in questi tre nomi, c’è tutto un programma) si invita a prepararsi a una rivoluzione in Bielorussia, che porterà a un inevitabile cambio di potere, nonostante il sostegno russo.

«Il regime cadrà» si afferma, «e la vittoria del popolo bielorusso è inevitabile; è solo questione di tempo. L’Unione Europea deve prepararsi alla vittoria della rivoluzione democratica». In questo vero e proprio editto, si ricorda anche che «Il parlamento europeo ha già adottato una “Piattaforma per la lotta all’impunità in Bielorussia”. Lukašenko e alti funzionari del regime, come pure i loro scagnozzi, dovranno essere giudicati per i loro crimini».

Il giorno successivo, nel corso di una “Grande conversazione” coi giornalisti, in occasione dell’anniversario delle elezioni presidenziali dell’agosto 2020, e delle successive ondate di protesta, bats’ka Lukašenko stesso ha dichiarato che «molto presto» lascerà il posto di Presidente. Non è del tutto chiaro se si riferisse alla prossima tornata elettorale, prevista per il 2025, o alludesse invece a proprie dimissioni, o a qualcos’altro.

A parere del politologo bielorusso Dmitrij Bolkunets, non solo Bruxelles, ma anche Mosca e Pechino ritengono che «il tempo di Lukašenko sia ormai passato e stanno tenendo il conto alla rovescia»: il Presidente e la sua cerchia hanno tentato di «spegnere gli incendi», ha dichiarato Bolkunets a Lenta.ru, «ma a tutt’oggi questi non sono spenti».

Inoltre, l’opposizione qualcosa «ha ottenuto: mai prima d’ora una crisi politica era durata così a lungo, al massimo alcuni mesi» e il Presidente «può solo ritardare il momento» dell’uscita di scena.

Il politologo russo Andrej Perla, intervenendo su IA Realist, afferma d’altra parte che «per fronteggiare una “rivoluzione colorata” sono sufficienti due cose: la consapevolezza della propria legittimità da parte delle autorità e la coscienza della legittimità delle autorità in carica da parte della maggioranza del popolo. In Bielorussia ci sono state entrambe le cose. In più, gli insorti hanno avuto sfortuna col Presidente: si è rivelato un uomo coraggioso e non ha mai avuto intenzione di arrendersi... Naturalmente, rimane la possibilità di destabilizzazione della situazione; ma questo è un problema della polizia e dei servizi di sicurezza».

Quest’ultima considerazione sembra sottintendere un fattore tutt’altro che secondario nelle “rivoluzioni colorate” in generale, e nella situazione bielorussa nel caso specifico: l’agente esterno, sia economico, che più strettamente politico.

Per limitarsi alle ultime esternazioni, ecco che Vilnius rifiuta di riconoscere legittimità agli accordi internazionali della Bielorussia (così come non riconosce Lukašenko presidente): lo ha dichiarato il Ministro degli esteri lituano Gabriel Landsbergis nel corso di una conferenza stampa comune con Svetlana Tikhanovskaja.

La quale Tikhanovskaja ha detto di sapere cosa occorra per far cambiare condotta a Lukašenko: «una nuova ondata di sanzioni di tutti i paesi democratici: USA, Gran Bretagna, Canada, Unione Europea e altri»... e ho detto tutto, avrebbe commentato Peppino De Filippo.

Sappiamo «che le sanzioni non sono pallottole d’argento» che, evidentemente, a parere della “leader dell’opposizione”, dovrebbero esser impiegate contro quel lupo mannaro del Presidente bielorusso, «ma contribuiscono a fermare le repressioni».

A proposito di sanzioni, Kommersant (il Sole 24 ore russo) calcola che dal momento della rielezione di bats’ka, un anno fa, contro la Bielorussia siano state attivate sanzioni, tra finanziarie e commerciali, per 1,7 miliardi di dollari (il 2,9% del PIL) e avviate 4.600 cause penali.

Nell’aprile scorso, altre sanzioni contro 9 tra le maggiori imprese bielorusse, tra cui “Belneftkhim”, “Grodno azot” e “Naftan”; a maggio, anche la UE ha attivato sanzioni contro i principali settori export bielorussi. Il tutto, giustificato con i calcoli degli exit-pool europeisti, secondo cui Lukašenko avrebbe ottenuto non l’80,1% dei voti, bensì il 10,09%, contro il 71,28% di Svetlana Tikhanovskaja; così che, a scrutini avvenuti, l’insieme dei “paesi democratici” aveva definito il voto «non libero e ingiusto» e non lo riconobbe.

Insieme alle “sanzioni democratiche” e per convincere i bielorussi della loro democraticità, l’americana USAID mette a concorso un posto, riservato a cittadini USA, per Consigliere senior per i rapporti con la società civile ucraina e bielorussa.

Secondo la russa RT, il budget annuale della rappresentanza USAID in Ucraina e Bielorussia è di circa 200 milioni di dollari e, dato che si tratta di una regione di «importanza strategica» per gli USA, la rappresentanza opererà «in stretta collaborazione» con le strutture governative del paese ospitante e coi rappresentanti della società civile. Particolare importanza avrà l’attività di illustrazione «delle priorità del governo USA».

Già nel 2017, RT scriveva che il “piano quinquennale” 2017-2022 per la democrazia nella ex repubblica sovietica prevedeva che circa 300 attivisti e funzionari statali avrebbero seguito corsi periodici di formazione in USA su «l’avanzamento della democrazia», secondo «un programma interdisciplinare di scambio della Community Connections per l’assistenza agli stati stranieri» che, tra il 2005 e il 2016, aveva già “istruito” 600 attivisti bielorussi.

RT ricordava come la USAID sia attiva in Bielorussia sin dal 1999, ma, per le restrizioni imposte da Minsk, alcune organizzazioni di opposizione locali abbiano trasferito le proprie sedi in Polonia o nei Paesi baltici, da dove coordinano le attività in territorio bielorusso.

Si arriva così a un nodo critico della questione bielorussa.

«C’è stata una “rivoluzione colorata” in Bielorussia?» Si chiedeva in questi giorni il politologo bielorusso Vsevolod Šimov su Rubaltic.ru, e rispondeva che la Minsk ufficiale definisce quanto accaduto dopo il 9 agosto 2020 un tentativo di rivoluzione colorata, una rivolta e persino un blitzkrieg, alimentato dall’esterno, volendo l’Occidente eliminare lo sgradito regime politico bielorusso, per indebolire ulteriormente la Russia.

Dunque, se per “rivoluzione colorata” si intendono «le agitazioni ispirate dalla rete di influenza occidentale con l’obiettivo di rovesciare il regime, allora è difficile non vedere elementi di una “rivoluzione colorata” negli eventi bielorussi».

Ma il punto è: com’è che in Bielorussia ci sono tutte queste ONG, fondazioni, iniziative, “media indipendenti”? Non è un mistero che «tutti questi soggetti abbiano operato con il tacito consenso delle autorità bielorusse, nel quadro di una politica estera multivettoriale e di contenimento dell’influenza russa nella repubblica».

Il regime bielorusso, scrive Šimov, «contava sul fatto che la società civile filo-occidentale non sarebbe andata oltre il quadro assegnatole, e l’Occidente stesso fosse sufficientemente soddisfatto di una Bielorussia multivettoriale guidata da Lukašenko, quale strumento per contenere la Russia».

Alla vigilia del voto del 2020, con la vicenda dei 33 militari della società privata russa “Wagner” arrestati a Minsk, spavaldamente Lukašenko aveva detto: «Non c’è bisogno di spaventarci con gli americani o la NATO». Né gli uni né l’altra «hanno inviato qui 33 persone». Anche se poi, appena un paio di settimane dopo, truppe bielorusse venivano dispiegate ai confini occidentali.

Sta di fatto, sostiene Šimov, che a Minsk non si erano del tutto sbagliati: l’Occidente, preso nella propria crisi, nella pandemia, impegnato nelle presidenziali USA, non aveva pianificato un cambio di regime in Bielorussia: almeno, non nel 2020. «Può darsi che la “rete sociale” abbia agito autonomamente»: una sorta di vertigine da successo, con la rete filo-occidentale che, sopravvalutando le proprie forze, aveva deciso che il «regime bielorusso fosse abbastanza marcio da poter essere abbattuto».

Il calcolo, però, non era preciso. Una “rivoluzione colorata” raggiunge il «successo quando riesce a ottenere l’appoggio di una parte dell’apparato statale e almeno la neutralità delle forze di sicurezza. Il che non si è verificato».

Ma non ha completamente vinto nemmeno Lukašenko: Minsk ha «perso la sua carta vincente preferita: il bilanciamento tra Occidente e Oriente, che le ha sinora permesso di ricevere vantaggi in entrambe le direzioni». Mosca ha iniziato da tempo a ridurre sistematicamente i sussidi all’economia del suo alleato “multivettore” e il deterioramento dei rapporti Minsk-Mosca potrebbe rafforzare «la fiducia della rete filo-occidentale nelle proprie forze».

In effetti, non sembrano esserci progressi nella realizzazione dello “Stato Unitario” russo-bielorusso, mentre l’opposizione filo-occidentale, «comunque la si giudichi, offre per molti un’immagine attraente: “fuga da Mosca” e costruzione di uno stato sovrano sotto gli auspici dell’Occidente».

Al contrario, «l’approccio multivettoriale di una Bielorussia come “centro d’Europa”, neutrale, amica di tutti, che fino a un certo punto ha anche funzionato, è del tutto esaurito».

Minsk continua a «eludere un’alleanza a tutti gli effetti con la Russia, sostituendola con vaghe speculazioni su una sorta di “grande Eurasia”, il cui avamposto occidentale dovrebbe essere la Bielorussia».

Bats’ka lo ha ribadito anche nella “Grande conversazione” del 9 agosto: la Bielorussia non ha bisogno di unirsi alla Russia per sviluppare l’integrazione e Mosca «non ha bisogno di un’altra bega», ha detto; la situazione potrebbe cambiare, ma «ora non si può pensare a distruggere lo stato bielorusso».

Il mondo è cambiato, ha detto Lukašenko: per «sviluppare l’integrazione economica, non è necessario includere qualcuno nella propria compagine». La Bielorussia è uno Stato sovrano e indipendente, e «quando sento accenni del tipo “nella compagine della Russia” e simili, penso sempre con la testa di Putin: la Russia ha davvero bisogno di un altro rompicapo? No».

D’altra parte, ha detto, «la Russia non ha nessun altro come alleato» tranne la Bielorussia; forse, «ovviamente, sarebbe meglio se fosse la Cina a essere vostro alleato», ha detto rispondendo a un giornalista russo; e questo «potrebbe essere anche meglio per il mondo, ma ahimè», non è così.

E non ha mancato di ribadire, come aveva fatto alla vigilia del voto di un anno fa e anche in altre occasioni, il forte disappunto per le «interferenze di certi “oligarchi russi” negli affari della Bielorussia».

Per la verità, a partire dal voto del 9 agosto 2020, Minsk ha notevolmente ridotto i rimbrotti all’indirizzo di Mosca, così come in Russia hanno preso campo discorsi secondo cui, dato che bats’ka non ha nessun altro su cui fare affidamento, il processo di integrazione dei due stati è destinato ad accelerare.

Ma il Presidente bielorusso non mostra alcuna fretta, anzi. Sempre nel corso della “Grande conversazione”, ad esempio, toccando il tema del riconoscimento della Crimea russa, ha dichiarato: «Quand’è che Lukašenko riconoscerà la Crimea? ... Quando l’ultimo oligarca in Russia riconoscerà la Crimea e inizierà a rifornirla di merci, allora anche per me la questione non avrà tempo di arrugginire».

A Mosca non scordano certo gli abbracci di bats’ka con Petro Porošenko e le sue simpatie per la «fraterna Ucraina», ribadite più di una volta anche dopo il 2014; ma, l’alternativa, al momento, appare quantomeno pericolosa.

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22/09/2020

Bielorussia - Quali prospettive per l’opposizione euroatlantica?

Gli aspiranti golpisti bielorussi stanno mettendo in piedi un gruppo consultivo per il coordinamento delle azioni con rappresentanti occidentali interessati al rovesciamento di Aleksandr Lukašenko: in maniera meno diretta, è questo quanto ha dichiarato il 19 settembre Anna Krasulina, addetta stampa della “Guaidò” bielorussa Svetlana Tikhanovskaja.

In effetti, già da giorni, una nota del Dipartimento di stato USA, annunciava per il 21 settembre l’incontro a Vilnius del proprio coordinatore per la lotta al terrorismo, Nathan Sales, coi “rappresentanti della società civile bielorussa, per discutere di come gli USA possano sostenere il popolo bielorusso nelle sue richieste di elezioni libere e giuste”.

Ma non c’è solamente Washington a preoccuparsi di “sostenere il popolo bielorusso”. Molto più vicino a Minsk, non fanno mistero delle proprie ambizioni i vecchi occupanti del territorio bielorusso.

Vilnius e Varsavia, memori chi della vecchia Confederazione (l’unione di Regno di Polonia e Granducato di Lituania nella Prima Reç Pospolita, dal XVI al XVIII secolo) che si estendeva dal Baltico al mar Neroe dai Carpazi fin quasi alla russa Smolensk; chi, invece, della II Reç Pospolita (dal 1918 al 1939: ma già senza alcuna unione, anzi, con l’annessione polacca di parti del territorio lituano. Dal 1989 esisterebbe invece la “III Reç Pospolita”) e delle sue ambizioni “da mare a mare”: Varsavia non fa mistero di considerare “vangelo” i pronostici fatti nel 2010 da George Friedman per l’americana StratFor.

Entrambe, comunque, tanto Vilnius che Varsavia, sono disposte a rappresentare insieme gli interessi generali d’oltreoceano; ma al tempo stesso, soprattutto Varsavia, ansiosa di riprendersi quello che non ha mai smesso di considerare “proprio” e che, per una ventina d’anni, fino al 1939, aveva tenuto sotto il proprio tallone, in barba a tutte le clausole sul rispetto dei diritti nazionali previste dal trattato di Riga del 1921.

Anzi, Se le rivendicazioni sulle proprietà nei cosiddetti Kresy Wschodnie – i territori orientali tornati legittimamente a far parte di Ucraina e Bielorussia nel 1939 – rischierebbero di esser contestate dalla legislazione UE, un più vasto controllo completo da parte polacca sull’intera regione può rispondere all’interesse USA di sostituire Berlino con Varsavia quale forte avamposto europeo.

Insomma, nonostante qualche litigio, Polonia e Lituania qualcosa in comune ce l’hanno. Non a caso, si è tenuta di recente a Vilnius una simbolica seduta comune dei due governi, al termine della quale i primi ministri, Saulius Skvernelis e Mateusz Morawiecki, hanno firmato una dichiarazione di sostegno “alle aspirazioni dei bielorussi a vivere in un paese libero e democratico, con la direzione di leader che siano eletti in elezioni libere e giuste”.

Inoltre “Lituania e Polonia si sono accordate per coordinare ancora più attivamente i propri sforzi, anche nei forum internazionali”. Il parlamento lituano ha anche ammonito Mosca e Minsk che non riconoscerà alcun documento firmato da Aleksandr Lukašenko con la Russia.

Ora, è quantomeno ipotesi verosimile, che al Cremlino non vedrebbero male uno “svecchiamento” a Minsk; di sicuro, però, non alle condizioni e coi personaggi dettati da Washington, Varsavia o Vilnius. Detto questo, non si deve d’altra parte nemmeno dimenticare che, pur “alleate” contro “l’aggressore orientale”, le due capitali baltiche hanno non poche reciproche dispute storiche tuttora aperte, a cominciare dalla città di Vilnius, tornata a essere capitale lituana solo nel 1939, proprio grazie a quel “tiranno sanguinario” che risiedeva allora al Cremlino, dopo un ventennio di occupazione polacca; e, di contro, la discriminazione lituana ai danni della minoranza polacca residente.

Ma non ci sono solo i “dirimpettai” ad avanzare pretese. Nella smania di mostrare una “unità d’intenti” cui non credono nemmeno loro stessi, anche a Bruxelles si sono sentiti in dovere di dire la loro.

Nella risoluzione adottata la scorsa settimana, gli euro-sproloquiatori riconoscono “Svetlana Tikhanovskaja presidente eletta e leader ad interim fino a quando non avranno luogo nuove elezioni”, che dice Bruxelles, devono svolgersi “il prima possibile”.

Manco a dirlo, a “far onore” al tricolore col voto favorevole sono stati PD, M5S, Forza Italia e Fratelli d’Italia, con l’astensione della Lega. Anche se, c’è da dire, ieri i Ministri degli esteri UE non sono riusciti ad accordarsi sulle sanzioni chieste da Tikhanovskaja contro una serie di esponenti politici bielorussi e hanno rimandato la cosa all’incontro dei Capi di stato e di governo nei prossimi giorni.

Ora, scrive Grigorij Ignatov su jpgazeta.ru, negli ultimi tempi i rapporti di Minsk con l’Unione Europea, impersonata dai più diretti vicini della Bielorussia – Lituania, Polonia e Ucraina – non erano dei peggiori: soprattutto in campo economico, il giro d’affari era tutt’altro che disprezzabile.

Ma ecco che, dopo il voto presidenziale del 10 agosto, Vilnius rifiuta di riconoscere Lukašenko e questi sposta verso la Russia il traffico mercantile che passava per i porti lituani: perdita secca del 30% per il bilancio di Vilnius. Per lo stesso motivo, Kiev perde circa 5 miliardi di dollari. Più o meno lo stesso con Polonia, Estonia e simili.

Ed ecco che il Parlamento europeo, questa volta non per bocca degli emissari orientali, ma in prima persona, dichiara: “Quando il 5 novembre scadrà il mandato dell’attuale leader autoritario Alexandr Lukašenko, il Parlamento non lo riconoscerà più come presidente del Paese“.

E ogni tentativo della UE di premere su Mosca, attraverso l’abbandono del “North stream 2”, affinché non aiuti Minsk, scrive ancora Grigorij Ignatev, non sarebbe altro che l’ennesima automutilazione: al Bundestag è stato detto che, in caso di rinuncia al gasdotto, dovrebbero essere pagate penali per circa dieci miliardi di euro al centinaio di ditte che partecipano al progetto e, quantomeno in Germania, si dovrebbero aumentare le tariffe del gas di circa il 20%.

Dunque, da una parte, non ci sono indizi che la rediviva “Confederazione” polacco-lituana faccia dei passi indietro e, da parte sua, “l’ultimo dittatore d’Europa”, sostiene che da oltre dieci anni la Bielorussia sta fronteggiando una guerra di informazione aggressiva condotta da USA, Polonia, Lituania, Repubblica Ceca e Ucraina, in cui ogni paese ha il proprio ruolo: Praga funge da hub di risorse, Varsavia da incubatore mediatico e piazzaforte dell’opposizione “in esilio”, la Lituania è un ariete nelle relazioni bielorusse-europee, l’Ucraina è un avamposto di provocazioni politiche. Guidano la coalizione gli USA.

Uno sguardo di sfuggita alle cronache degli ultimi anni ci dice, almeno su questo piano, che Bats’ka non abbia poi tutti i torti.

E, però, secondo il sito colonelcassad, stanti l’attuale livello e metodi di protesta dell’opposizione, al momento non ci sarebbero seri presupposti per il rovesciamento di Lukašenko. Le proteste di massa avrebbero potuto giocare un ruolo nelle prime una-due settimane dopo le elezioni, quando l’apparato governativo era in certo senso disorientato e la piazza avrebbe potuto motivare una parte dei funzionari politici e delle strutture di polizia a tradire Lukašenko.

Questo non si è verificato e l’opposizione, al di là di una consistente capacità di mobilitazione, ha manifestato un’evidente carenza di idee strategiche. Quella percentuale di apparato, prossima allo zero, che ha tradito, scommettendo su una rapida presa del potere da parte dell’opposizione, sta pagando con licenziamenti o retrocessioni di carriera.

Secondo colonelcassad, un solido argomento per rimanere fedeli a Bats’ka, soprattutto tra le strutture di polizia e i media, sarebbe stato il sostegno di Mosca al Presidente.

Questi, dopo i fischi con cui era stato accolto alla sua prima visita post-elettorale in un paio di fabbriche di Minsk, è riuscito, almeno sinora, a silurare anche la carta dello sciopero generale, agitata dall’opposizione dopo il fallimento del piano di presa del potere subito dopo le elezioni.

A differenza dell’ex presidente ucraino Janukovič, Bats’ka non è fuggito dal paese e, a distanza di un mese, lo sciopero non è iniziato, le fabbriche funzionano, non ci sono grandi contatti tra opposizione e lavoratori e, nonostante Tikhanovskaja, in un’intervista all’ucraina LB.ua, abbia annunciato – bontà sua – di garantirgli l’incolumità in caso se ne vada pacificamente, Lukašenko non è affatto intenzionato a lasciare.

Oltre a ciò, il sostegno occidentale a Tikhanovskaja e agli altri oppositori fuggiti in Polonia, Lituania, Ucraina, ha permesso al presidente di mettere in moto una certa retorica anti-majdan, qualificando quanto sta accadendo in Bielorussia non come un problema interno, ma esterno, e ha citato l’Ucraina quale esempio che, ovviamente, con tariffe e prezzi aumentati di varie volte, fine della sanità gratuita, diminuzione di pensioni e salari, disoccupazione e chiusure di stabilimenti, emigrazione forzata, nessun bielorusso vorrebbe seguire.

A ogni buon conto, e visti i movimenti militari in Lituania – ufficialmente: “esercitazioni”, anche con truppe USA – a 15 km dal confine bielorusso, Bats’ka nei giorni scorsi ha chiuso le frontiere con Polonia e Lituania e rafforzato quelle con l’Ucraina.

In questa condizioni, con un appoggio sempre più aperto (quantomeno ufficialmente) di Mosca a Lukašenko, il “serrate i ranghi” degli apparati di sicurezza e l’allarme contro gli oppressori di novant’anni fa, l’unica strada che pare rimanere all’opposizione sarebbe quella di passare dalle “marce delle donne” a scenari ucraini, con i soliti “ignoti cecchini che sparano sui pacifici manifestanti” o qualche “vittima sacrificale” tra i leader dell’opposizione. Ma non è certo questa una scelta che, caso mai venisse fatta, sarà decisa a Minsk e forse nemmeno a Vilnius.

Dunque, per ora, è poco verosimile che Mosca si faccia impressionare da Varsavia o Bruxelles: anzi, sembra baloccarsi coi suoi esponenti. E nemmeno a ovest si abbandonerà la scommessa su Tikhanovskaja. Gli uni continueranno a parlare di “illegittimità” di Lukašenko e gli altri che Tikhanovskaja non è che un futile burattino à la Guaidò.

Ovviamente, non è tutto così limpido e lineare. Non pochi paragonano la situazione bielorussa con quella venezuelana, anche se, con la Russia alle spalle, difficilmente qualcuno con un minimo di raziocinio, a ovest potrebbe pensare a un’azione di forza.

Ma gli interventi yankee non sono fatti solo di aperte aggressioni sul campo. Nientemeno che Jeffrey Sachs, noto come il padre della “terapia schock” russa del 1992, ha calcolato in oltre 40.000 i venezuelani uccisi dalle sanzioni statunitensi, dal 2002 a oggi, vittime dirette del blocco economico. Aleksandr Sitnikov ricorda su Svobodnaja pressa che, “se gli americani, negli ultimi 18 anni, hanno condotto una guerra non dichiarata contro il Venezuela, allora, come notano i media ucraini, ‘per i bielorussi, tutto è solo all’inizio’. Chi potrebbe saperlo meglio dei media di Kiev?”

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21/09/2020

David Sassoli al telefono con Svetlana Tikhanovskaja. O no?

Nuova performance del duo “Leksus & Vovan”, i pranker russi Aleksej Stoljarov e Vladimir Kuznetsov, già in passato autori di scherzi telefonici ai danni dell’ex presidente golpista ucraino Porošenko e dell’allora premier Grojsman, di vari congressisti USA, di Lukašenko, Erdogan, del segretario NATO Stoltenberg o dell’ex speaker nazista della Rada ucraina Andrej Parubij.

Questa volta la “vittima” è David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, mentre i falsi interlocutori impersonano la “Guaidò” bielorussa Svetlana Tikhanovskaja e il presidente lituano Gitanas Nauseda.

Tra le altre cose, Leksus e Vovan chiedono (https://youtu.be/iUsVjyJ5dIE) se l’Europarlamento non abbia per caso intenzione di introdurre sanzioni contro la Bielorussia e quali.

Il pranker che impersona il presidente lituano informa Sassoli di suoi presunti contatti diretti col premier bielorusso Roman Golovčenko e gli assicura che all’interno del governo bielorusso starebbe maturando un complotto contro Aleksandr Lukašenko: i congiurati si appresterebbero a “rovesciare il tiranno” e portare al potere la Tikhanovskaja. Una notizia, questa, giudicata da Sassoli “molto interessante”.

Forse emozionato per “l’onore” di esser stato chiamato dalla “legittima presidente” bielorussa e dal suo padrone di casa lituano; forse trepidante per esser stato messo a parte di una così preziosa “informazione” sui complotti interni bielorussi, Sassoli, a parte i professionalismi del “adesso mi informo”, o “mi lasci riflettere”, oppure “devo consultarmi con”, non sembra saper fare altro che chiedere ai falsi Gitanas e Tikhanovskaja “quale sia la cosa più utile che può fare il Parlamento europeo”, e alla fine invita i due all’assemblea plenaria di inizio ottobre a Bruxelles, per “una conferenza stampa” e per “rilanciare il vostro messaggio”.

Eppure non sembrava così indeciso, l’italico europresidente, un anno fa, allorché, insieme a quasi tutti gli eurodeputati del PD, compatti a fianco di quelli di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega, aveva votato l’infame risoluzione del 19 settembre 2019.

Certo, qualche giorno dopo, forse spaventato dalle critiche, aveva fatto un quarto di passo indietro e aveva dichiarato a “Patria indipendente”, che “Affiancare nazismo e comunismo è una operazione intellettualmente confusa e politicamente scorretta”; ma si era subito ripreso e, da buon liberale, si era erto a difesa dello “spirito” dello sproloquio del 19 settembre: “non vogliamo che tornino Paesi in cui le libertà fondamentali siano compromesse, ricordiamoci che quarant’anni fa, a Praga, che è casa nostra, arrivavano i carri armati“.

E ancora: “Ci sono stati nella storia del Novecento dei fenomeni che non hanno consentito a tante persone di godere delle libertà”.

Ad esempio, anche a Julian Assange?


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09/09/2020

Bielorussia tra rivolta e complotto

Con le proteste contro il presidente Lukashenko che non accennano a fermarsi, in questo inizio di settimana ha tenuto banco in Bielorussia la misteriosa sparizione e le ricostruzioni conflittuali della sorte dell’ultima leader dell’opposizione – o presunta tale – rimasta in patria, Maria Kolesnikova. Se la tenuta del regime di Minsk continua a non essere messa in serio dubbio dalla maggioranza degli osservatori, nondimeno l’Occidente e i paesi dell’Europa orientale alleati di Washington e Bruxelles continuano a soffiare sul fuoco del malcontento, con l’obiettivo non tanto di appoggiare le aspirazioni democratiche della popolazione bielorussa, quanto di aggiungere un altro tassello alla strategia di accerchiamento della Russia di Putin.

Per quanto riguarda la Kolesnikova, il panico si era scatenato lunedì in Occidente dopo la diffusione della notizia del suo rapimento in centro a Minsk da parte di uomini mascherati che l’avrebbero spinta in un van di colore scuro. Assieme a lei c’erano altri due attivisti dell’opposizione, Anton Rodnenkov e Ivan Kravtsov. Fonti della polizia bielorussa, citate dall’agenzia di stampa russa Interfax, avevano invece assicurato che nessuno dei tre era in stato di fermo.

Per alcune ore, l’enigma circa lo status di questi ultimi è stato al centro dell’interesse della stampa internazionale e, soprattutto, ha dato la possibilità ai governi occidentali e anti-russi in genere di montare una nuova campagna contro la brutalità di Lukashenko. Il capo della diplomazia UE, Josep Borrell, e i ministri degli Esteri di Germania e Regno Unito hanno subito espresso preoccupazione per le condizioni della Kolesnikova e dei suoi due colleghi. Da Bruxelles sono poi arrivate minacce di sanzioni contro membri della cerchia di potere di Lukashenko, sia per il presunto rapimento sia per le violenze seguite alle proteste esplose dopo le discusse elezioni presidenziali del 9 agosto scorso.

Durissima è stata in particolare la presa di posizione del ministro degli Esteri lituano, Linas Linkevicius, il cui paese, assieme alla Polonia, coerentemente con la tradizionale feroce attitudine russofoba è in prima linea nella battaglia contro Lukashenko. Linkevicius ha definito i metodi a cui sarebbe stata sottoposta Maria Kolesnikova degni della NKVD, la polizia politica dell’Unione Sovietica di Stalin. Lo stesso diplomatico lituano ha affermato che simili episodi non sono ammissibili nell’Europa del 21esimo secolo.

Se forse non lo sono da questa parte dell’oceano, lo sono invece negli Stati Uniti, di cui la Lituania è uno strettissimo alleato. Nel corso delle proteste contro la brutalità della polizia americana degli ultimi mesi, infatti, nelle città USA sono stati documentati svariati rapimenti “extra-giudiziari” di manifestanti, immobilizzati da individui non identificati e caricati su veicoli privi di segni distintivi. I fermati in questo modo sono stati rilasciati dopo molte ore, senza che contro di loro sia mai stato emesso alcun provvedimento giudiziario ufficiale.

Ad ogni modo, martedì sono poi emerse versioni dei fatti contrastanti. I leader dell’opposizione Rodnenkov e Kravtsov sarebbero giunti in Ucraina. A confermarlo è stato il ministero degli Interni di questo paese, che ha precisato come il loro abbandono del territorio bielorusso non sia stata una scelta volontaria ma seguita a un provvedimento di espulsione deciso da Minsk.

Meno chiaro è il caso della Kolesnikova. Anch’essa avrebbe dovuto essere espulsa e spedita in Ucraina, ma le cose non sono andate come dovevano per Lukashenko. A questo proposito, sempre da Kiev è arrivato un dettaglio che ha infiammato gli account sui social network dei sostenitori occidentali dell’opposizione bielorussa. La Kolesnikova avrebbe cioè distrutto il suo passaporto, impedendo così agli agenti dei servizi di sicurezza bielorussi di farle oltrepassare il confine con la forza.

Diversa è stata la ricostruzione della TV di stato bielorussa. In questo caso, i tre oppositori di Lukashenko erano diretti volontariamente verso il confine con l’Ucraina prima dell’alba di martedì ma, una volta arrivati nei pressi di un check-point, la loro auto avrebbe accelerato per evitare una pattuglia di guardie di frontiera. Un qualche incidente sarebbe poi seguito e Maria Kolesnikova avrebbe abbandonato l’automobile, per poi essere fermata e messa agli arresti dagli agenti di confine.

La Kolesnikova rimarrebbe dunque in territorio bielorusso, mentre le altre principali leader auto-proclamate della rivolta si trovano ormai all’estero. Sviatlana Tsikhanouskaya, il volto più noto in Occidente dell’opposizione e prima sfidante sconfitta da Lukashenko nelle presidenziali, ha trovato rifugio in Lituania, mentre Veronika Tsepkalo è in Polonia. Come queste ultime, che avevano preso il posto sulle schede elettorali dei rispettivi mariti, anche la Kolesnikova aveva sostituito un candidato arrestato e a cui era stato impedito di correre per la presidenza, il banchiere Viktor Babariko.

A un mese dalle contestate elezioni, la mobilitazione popolare in Bielorussa era tornata a livelli importanti nella giornata di domenica con una manifestazione che, secondo alcuni gruppi dell’opposizione, ha potuto contare su oltre centomila persone nella sola Minsk. Le forze di sicurezza di Lukashenko erano nuovamente intervenute ricorrendo spesso a metodi brutali che, come all’inizio della protesta, sembrano essere una delle ragioni principali del perdurare delle dimostrazioni.

Gli arrestati nel fine settimana sono stati un centinaio e ancora una volta le preoccupazioni maggiori del regime sembrano riguardare gli scioperi e le manifestazioni nelle fabbriche del paese, molte delle quali controllate dallo stato. Se la mobilitazione dei lavoratori bielorussi appare più o meno sotto controllo, grazie ai sindacati ufficiali così come a licenziamenti e intimidazioni, ci sono segnali di un persistente quanto giustificato malcontento nei confronti di Lukashenko.

La situazione in questo senso non promette nulla di buono se si considera l’impatto delle proteste sull’economia del paese. I dati forniti lunedì dalla Banca Centrale bielorussa hanno mostrato ad esempio come l’ex repubblica sovietica abbia bruciato quasi un sesto delle sue riserve auree e di valuta estera nel solo mese di agosto per sostenere la propria moneta durante il caos di queste settimane.

I timori per una rivolta che possa sfuggire di mano non agitano solo Lukashenko, ma anche la stessa opposizione filo-occidentale, riunita nel cosiddetto Consiglio di Coordinamento. Questa è una delle ragioni che spinge i leader della protesta a tenere aperta la porta delle trattative con il regime. L’altro motivo è da collegare invece al vicolo cieco in cui si ritrovano, quanto meno al momento e soprattutto per via del sostegno assicurato da Mosca a Lukashenko. La Bielorussia è d’altronde un elemento fondamentale per il Cremlino nella strategia di respingimento dell’offensiva UE/NATO verso i confini russi.

Ciò non toglie che le manovre occidentali continueranno, nel tentativo di destabilizzare il paese facendo leva sulle frustrazioni della popolazione bielorussa e i metodi anti-democratici di Lukashenko, la cui permanenza al potere non è vista peraltro con particolare interesse nemmeno dalla Russia nel medio e lungo periodo.

Le preoccupazioni dell’Occidente e dei governi di Lituania, Polonia e Ucraina sono soprattutto per il possibile compiersi del progetto di “Stato Unitario” tra Russia e Bielorussia, sul tavolo da due decenni ma sempre osteggiato da Lukashenko prima della recente marcia indietro, resasi necessaria per incassare l’appoggio di Putin. Con questo piano di integrazione realizzato, il fronte anti-russo vedrebbe infatti spegnersi del tutto e anche per il futuro qualsiasi velleità di “rivoluzione colorata”, ovvero di penetrare in Bielorussia per strappare il paese all’orbita strategica di Mosca.

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25/08/2020

Bielorussia, l’Occidente ci prova

La crisi che sta vivendo la Bielorussia a partire dalle controverse elezioni del 9 agosto scorso sembra essere sempre più vicina a sfuggire di mano al presidente, Alexander Lukashenko. Le frustrazioni diffuse tra la popolazione del paese dell’ex URSS appaiono più che legittime e in grado di mobilitare, in maniera cruciale, ampie fasce di lavoratori dell’industria locale, in gran parte ancora in mano pubblica. Il controllo delle proteste, tuttavia, è stato quasi subito assunto dall’opposizione anti-russa e filo-occidentale, facendo dello stallo in corso un nuovo terreno di confronto sul piano strategico tra Mosca, da una parte, e l’Occidente e gli alleati dell’Europa orientale dall’altra.

Nel fine settimana, un’altra massiccia manifestazione è andata in scena nella capitale bielorussa, Minsk, dove i dimostranti che chiedono le dimissioni di Lukashenko e nuove elezioni sono arrivati fino alla residenza ufficiale del presidente, in carica da oltre un quarto di secolo. Secondo una stima della Reuters, domenica i manifestanti potevano essere fino a 200 mila, mentre per la televisione pubblica bielorussa appena 20 mila.

La nuova escalation della crisi ha spinto Lukashenko a esprimersi in toni minacciosi contro i suoi oppositori nelle piazze. In parallelo, il presidente ha ostentato l’appoggio che si sarebbe garantito dai militari e dalle forze di sicurezza bielorusse, secondo molti osservatori da collegare al sostegno per il suo governo ottenuto dalla Russia di Vladimir Putin. I rapporti con l’alleato russo sono però ormai deteriorati e se per il Cremlino non ci sono per ora alternative a Lukashenko, il futuro di quest’ultimo alla guida del proprio paese è tutt’altro che garantito.

Gli scenari bielorussi hanno ricalcato dal 9 agosto il solito evolversi dei piani di cambio di regime o di “guerra ibrida” che gli Stati Uniti e l’Europa orchestrano e finanziano nei paesi allineati ai propri rivali strategici. Il modello ucraino o siriano è emerso così precocemente anche a Minsk, dove a contribuire all’esplosione di tensioni che rischiano di travolgere il regime è stato peraltro in parte anche lo stesso presidente.

Nel corso del 2019, le relazioni tra Russia e Bielorussia si erano evidentemente incrinate, a causa tra l’altro delle resistenze di Lukashenko all’implementazione di un accordo – vecchio di due decenni – sulla creazione di uno “stato unitario” tra i due paesi, legati da fattori storici, culturali e linguistici comuni. Putin auspicava un’accelerazione in questo senso probabilmente anche in conseguenza delle pressioni anti-russe provenienti dall’Occidente. Di fronte ai dubbi di Lukashenko, Mosca aveva allora operato un giro di vite sugli scambi economici e sulle forniture energetiche col vicino.

Per tutta risposta, il presidente bielorusso si era rivolto all’Occidente, nel tentativo non tanto di sganciarsi dalla Russia, quanto di manovrare tra le due parti e ottenerne i massimi benefici. Ciò che ne è scaturito è stato un breve periodo di relativa distensione con USA e UE, tanto che, tra l’altro, il segretario di Stato americano Pompeo era stato protagonista di una storica visita in Bielorussia a inizio febbraio, seguita il mese successivo dalla riapertura dell’ambasciata degli Stati Uniti a Minsk.

Le aperture verso l’Occidente di Lukashenko hanno comportato un prezzo da pagare per il suo regime, che si è infatti puntualmente ritrovato davanti a un focolaio di complotti all’interno del paese, volti a installare un nuovo governo dai chiari orientamenti anti-russi. Già prima delle presidenziali del 9 agosto, che avrebbero scatenato il tentativo in corso di “rivoluzione colorata” pilotata dall’Occidente, un altro evento aveva determinato una rottura dei fragilissimi equilibri creati dal rimescolamento strategico di Lukashenko.

A fine luglio, un’operazione clandestina dei servizi segreti ucraini aveva cioè portato all’arresto a Minsk di una trentina di mercenari russi, presentati alla stampa internazionale come un corpo di spedizione inviato dal Cremlino per mettere in atto un fantomatico golpe contro il presidente bielorusso e favorire gli interessi di Mosca. In realtà, i combattenti russi erano stati ingaggiati dall’intelligence ucraina sotto copertura per essere impiegati in un non meglio definito paese africano o del vicino oriente. La sosta a Minsk doveva servire ad attendere una coincidenza aerea, ma alla fine gli ucraini hanno allertato i servizi di sicurezza bielorussi che sono intervenuti con un’operazione dal massimo clamore mediatico al chiaro fine di creare ulteriori frizioni tra Putin e Lukashenko.

Quando le relazioni tra i due leader e i due paesi sembravano sull’orlo del baratro, il presidente bielorusso ha visto esplodere la protesta nel paese e, leggendo in essa il tentativo occidentale di rimuoverlo, è tornato sui propri passi, implorando l’aiuto di Putin fino al punto di legare il destino della Bielorussia a quello della Russia e di rilanciare l’ipotesi dell’unione tra i due paesi, in precedenza fermamente avversata. A livello ufficiale, il Cremlino ha così riconosciuto la vittoria alle urne di Lukashenko, con ogni probabilità legittima anche se quasi certamente con una percentuale di consensi inferiore a quella fornita dal governo (80%). Ciò non toglie che la Russia continui a nutrire forti riserve nei confronti dell’alleato e che, una volta stabilizzata la situazione, procederà a valutare alternative più affidabili per il futuro governo di Minsk.

La candidata dell’opposizione, Sviatlana Tsikhanouskaya, sta intanto provando a unificare il fronte anti-Lukashenko con un inequivocabile appello all’Occidente. La principale, se non l’unica, credenziale dell’aspirante presidente è quella di avere preso il posto, sulle schede elettorali, del marito incarcerato. La Tsikhanouskaya, in seguito a minacce contro la propria sicurezza personale, era fuggita nella vicina Lituania. Da qui, la candidata sconfitta, assieme al “coordinamento” delle forze di opposizione creato a Minsk, continua a incitare i manifestanti, sia pure mantenendo un atteggiamento più cauto verso gli scioperi dilagati nel paese e invitando talvolta al dialogo con il regime.

L’opposizione anti-Lukashenko include svariate personalità politiche ferocemente anti-russe, filo-occidentali e ultra-nazionaliste, i cui obiettivi, in caso di presa del potere, vanno dall’integrazione della Bielorussia nella NATO e nell’Unione Europea all’apertura dell’economia del paese, in primo luogo attraverso la svendita delle industrie di proprietà statale. Questa galassia di politici e opportunisti vari agisce da strumento delle mire di USA ed Europa, dirette a spingere la propria influenza verso i confini russi.

Su questo fattore sembra volere ora puntare lo stesso Lukashenko, forse per agitare sul fronte domestico lo spettro dello scenario dell’Ucraina, paese devastato economicamente e socialmente dal golpe promosso dall’Occidente nel 2014. Nei giorni scorsi, il presidente bielorusso ha infatti denunciato i paesi NATO, accusandoli di avere ammassato soldati in Polonia e in Lituania in preparazione di un possibile intervento. Se è improbabile che la NATO possa scegliere una soluzione di questo genere, vista la certa reazione della Russia, che ha a sua volta un contingente militare in Bielorussia, la mossa di Lukashenko punta a ricompattare il paese contro le ingerenze occidentali, nel tentativo anche di rassicurare le ansie del Cremlino.

Per ragioni strategiche, geografiche e storiche, la Bielorussia è un elemento cruciale per la sicurezza nazionale russa ed è probabile per questo che Mosca metterà in campo tutte le risorse possibili per evitare un ribaltamento di campo a Minsk. Ciò non toglie che il Cremlino ritenga già di non poter più puntare su Lukashenko per il futuro. La situazione in Bielorussia resta ad ogni modo estremamente fluida. Il presidente è senza alcun dubbio odiato da buona parte della popolazione, ma allo stesso tempo, vista anche l’assenza di alternative politiche credibili, è visto da molti in patria come l’unica garanzia di stabilità e come assicurazione contro una deriva ucraina.

Per quanto riguarda l’Occidente, le manovre già in atto proseguiranno per ricavare il massimo dal caos seguito alle elezioni del 9 agosto, nel tentativo di sfruttare le tensioni tra Mosca e Minsk, così come il crescente discredito di Lukashenko, causato non solo dalla sua permanenza al potere col pugno di ferro dal 1994, ma anche dalla durissima risposta messa in atto soprattutto nelle prime fasi delle proteste che continuano a lacerare il paese dell’ex Unione Sovietica.

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24/08/2020

Bielorussia: esercito in stato di allerta massima

Sono attesi per il 24 agosto gli effetti della decisione di Aleksandr Lukašenko di chiudere quelle fabbriche di proprietà statale in cui la maggioranza degli operai abbia aderito allo sciopero proclamato dall’opposizione.

Sempre per lunedì è previsto l’incontro a Vilnius (in Lituania) tra Svetlana Tikhanovskaja e il vice Segretario di stato USA, Stephen Bigan: una prassi abituale di Washington, quella di congratularsi con “il vero vincitore” di elezioni “non democratiche”: cambiano gli scenari, i tempi, i paesi, ma i “veri vincitori” sono sempre i candidati del Dipartimento di Stato che, voto o no, sono di diritto presidenti, a prescindere. Bigan sarà poi a Mosca per colloqui con il Ministro degli esteri Sergej Lavrov circa la situazione bielorussa.

Ma il vero punto delle ultime ore è stata, il 22 agosto, la messa in stato di massima allerta dell’esercito da parte di Lukašenko.

Intervenendo al poligono militare di Grodno, nella Bielorussia occidentale, in cui sono dislocati battaglioni corazzati e divisioni missilistiche, bats’ka ha motivato la decisione con “movimenti di truppe” NATO in Polonia e Lituania.

I paesi occidentali, attraverso la NATO, ha detto Aleksandr Grigor’evič, prestano sostegno militare al “presidente alternativo”, e il giorno precedente aveva addirittura parlato di una “minaccia di intervento straniero” dai confini occidentali, con l’obiettivo di strappare la regione di Grodno, in alcune aree della quale “si sono viste di recente bandiere polacche”.

Come avevamo previsto, ha detto bats’ka, tutto sta andando secondo i piani delle “rivoluzioni colorate”, ma con l’aggiunta del “fattore esterno, che non usano sempre; di solito agiscono dall’interno, rovesciano il governo in carica. Dato però che, da noi, questo è solido, ricorrono al fattore esterno“.

Una volta proclamato il “nuovo presidente”, ha detto bats’ka, quello fa appello alla NATO per difendere la popolazione “e sulla Bielorussia si può fare la croce”.

In concreto, il Ministro della difesa, Viktor Khrenin, ha detto che 18 F-16 USA, di recente trasferiti dalla Germania alla base polacca di Łask (quaranta km a sudovest di Łódź e una ventina di minuti di volo da Grodno) sono pronti al decollo.

Obiettivo potrebbero essere le regioni occidentali bielorusse – quella di Grodno in primo luogo, appunto – in cui la popolazione, ha detto Khrenin, è sottoposta alla propaganda “sull’appartenenza etnica e culturale a uno dei nostri vicini più stretti”: pare esplicito il riferimento alla Polonia, che ha occupato a lungo quelle aree.

Khrenin teme che le azioni delle forze di sicurezza bielorusse “per stabilizzare la situazione” nel Paese potrebbero venir strumentalizzate da “forze esterne e oppositori politici come pretesto per cambiare con la forza il corso politico della Bielorussia”.

Secondo Khrenin, “forze distruttive, controllate dai Servizi occidentali”, potrebbero penetrare in Bielorussia “dal confine occidentale” e, contemporaneamente, l’Occidente potrebbe agitare il concetto di “genocidio del proprio popolo“, per ricorrere all’intervento militare. Anche se l’ipotesi sembra poco realistica – la Bielorussia, agli immediati confini con la Russia, non è la Jugoslavia del 1999 – la situazione è quantomeno tesa.

Si conosce, purtroppo, il valore delle “rassicurazioni” che arrivano da Bruxelles, da dove la portavoce dell’Alleanza atlantica, Oana Lungescu, ha qualificato come “senza fondamento qualsiasi dichiarazione sul rafforzamento delle forze NATO al confine con la Bielorussia”, giurando di non nutrire intenzioni aggressive (e come non credergli!). Di sfuggita, ricordiamo che proprio il 22 agosto si concludeva in Polonia la seconda fase delle manovre NATO “Defender Europe-2020”.

Da parte sua, la “presidente alternativa”, Svetlana Tikhanovskaja, ha dichiarato da Vilnius che la decisione sulla messa in stato d’allerta non è altro che un tentativo di metter paura all’opposizione.

Da Varsavia, il capo di gabinetto presidenziale, Krzysztof Szczerski, ha ovviamente fatto voto di assoluta estraneità polacca a qualsiasi “seduzione di strappare” pezzi di territorio bielorusso: “la Polonia non ha mai avuto e non ha simili intenzioni”.

Non si può naturalmente negare la sincerità di tale assicurazione riguardo al presente; per quanto riguarda il passato, la storia ci racconta non solo delle “intenzioni” polacche per quei territori, ma anche dei fatti concreti di occupazione, di come, negli anni ’30, per la sottomissione della popolazione bielorussa, si procedesse a una completa polonizzazione della vita culturale, religiosa, scolastica, di come il governo dei pan polacchi dichiarasse apertamente che la “massa etnica bielorussa deve essere trasformata in popolo polacco; questa è la sentenza della storia e noi dobbiamo contribuirvi”.

Del resto, Varsavia, nelle settimane scorse, in occasione delle celebrazioni per il centenario del cosiddetto “miracolo sulla Vistola” (allorché l’esercito di Józef Piłsudski respinse la cavalleria rossa di Semën Budënnyj) non ha avuto remore a ricordare anche ai golpisti ucraini di considerare tuttora L’vov una città polacca.

A ogni buon conto, come si dice, per non saper né leggere né scrivere, il 23 agosto, il Ministero della difesa di Minsk ha reso pubbliche le misure adottate per rafforzare la difesa dei confini, in particolare lo spazio aereo. I reparti radio-elettronici, ha detto Khrenin, hanno il compito di “condurre ricognizioni e interferenze radio sui terminali di ricezione dei sistemi di radionavigazione satellitare“. Sono impegnati ai confini anche reparti motorizzati, corazzati e del genio.

L’osservatore Viktor Sokirko scrive su Svobodnaja Pressa che i timori espressi dal Ministro della difesa bielorusso non possono esser sottovalutati, dato che non provengono da un giovane cadetto, ma da un ufficiale che ha alle spalle esperienza e preparazione di tutto rispetto.

Da Grodno alla polacca Sokółka, scrive Sokirko, ci sono 37 km verso sudovest; alla lituana Druskininkai, 38 km a nordest; e il 22 giugno 1941, l’attacco nazista all’URSS era iniziato nel fronte centrale con il grosso delle forze corazzate tedesche che aveva aggirato a tenaglia, da nord e da sud, i reparti sovietici, proprio nell’area di Grodno e già il 28 giugno il Terzo gruppo panzer nazista era a Minsk.

Sul fronte sociale e politico, il 23 agosto si sono ripetute a Minsk le manifestazioni dell’opposizione, con le bandiere bianco-rosso-bianche fin sotto la residenza presidenziale e Lukašenko è giunto al palazzo in elicottero, con giubbetto antiproiettile e armato di mitra.

Il politologo russo Sergej Markov ha scritto che la “Bielorussia è sull’orlo dell’esplosione. A Minsk, centomila persone con bandiere bianco-rosso-bianche pro-polacche. In qualsiasi momento potrebbe iniziare l’assalto agli edifici pubblici e in qualunque momento potrebbe aversi spargimento di sangue, con parte dell’esercito che, nelle strade, potrebbe schierarsi dalla parte della rivolta filo-polacca”.

Al momento, ha scritto Markov, “non si sa nulla dei piani dei servizi speciali polacchi per tentare di rovesciare Lukašenko. Ma, in caso di aggressione polacca alla Bielorussia, la Russia è obbligata a difenderla”.

E, proprio dalla Polonia, i comunisti hanno indirizzato una “lettera aperta ai compagni del KPB”, in cui tra l’altro è detto che “esprimiamo la nostra solidarietà internazionalista ai compagni del KPB. Vediamo i disordini e le agitazioni sociali in Bielorussia come ispirati dall’esterno e, di fatto, come un’aggressione imperialista. Lo scopo dell’attacco è sottomettere un altro paese all’imperialismo occidentale e al suo sfruttamento neocoloniale”.

Da Mosca, invece, nei giorni scorsi la russa ROTFront dava “indicazioni” ai comunisti bielorussi, “quelli rimasti”. Analizzando la situazione bielorussa, le scelte passate e presenti di Lukašenko, quelle dell’opposizione sostenuta da forze esterne al Paese, la condizione operaia e delle sue organizzazioni politiche e sindacali, venuta progressivamente peggiorando con le scelte capitalistiche del bats’ka, ROTFront scriveva che “le contraddizioni di classe nella società bielorussa, grazie al capitalismo, sono oggettive e sono rinfocolate dall’esterno; il potere appartiene al capitale nazionale, in cui il termine chiave non è ‘nazionale, ma capitale!”.

Con l’attuale “dittatura borghese, in Bielorussia è in corso un degrado lento e controllato. Le proteste sono dirette da tirapiedi dell’imperialismo straniero, mentre i lavoratori svolgono il ruolo di carne da cannone. Con qualsiasi esito, li aspetta la sconfitta”. Dunque, “che fare? I comunisti (quelli rimasti in Bielorussia) dovrebbero partecipare alle proteste e smascherare entrambe le parti, spiegare ai lavoratori la necessità di lottare per i propri interessi fondamentali, e non per chimere quali ‘elezioni eque’ o un ‘presidente popolare’”.

“L’autentica tragedia degli attuali eventi in Bielorussia”, scriveva ancora ROTFront, consiste nel fatto “che larghe masse di lavoratori agiscano sotto la bandiera altrui, sotto slogan altrui, per interessi di classe altrui. Vediamo come [la lotta dei lavoratori] venga diretta da forze di classe estranee. I veri capi del ‘majdan’ bielorusso corrompono direttamente la classe operaia“.

P.S. La Bielorussia non è “l’ultimo paese socialista” in Europa; Lukašenko non è “l’ultimo dittatore comunista” in Europa, come la stampa perbene ama propagandare. Anche il nutrito welfare che aveva caratterizzato il paese, di contro alle “terapie shock” di mercato di altre ex Repubbliche sovietiche, è andato via via assottigliandosi, sotto i colpi delle privatizzazioni, cui Lukašenko stesso non è estraneo. E, però, l’ombra di un presunto “socialismo” bielorusso agita molti; o fa comodo a molti sbandierarla.

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23/08/2020

Bielorussia - Rivoluzione colorata o movimento popolare?

La situazione in Bielorussia, senza dubbio molto complessa, era inevitabilmente destinata a produrre nella sinistra internazionale una polarizzazione tra due posizioni diametralmente opposte: da una parte il movimento di opposizione viene considerato l’ennesima “rivoluzione colorata” promossa dall’imperialismo USA-UE, come quelle orchestrate spesso con successo nel passato (vedi Ucraina e altri Paesi). Dall’altra si mette in evidenza la matrice operaia e popolare delle proteste e il carattere autoritario del governo di Lukashenko. Uscendo da una logica da “tifosi”, che impedisce di valutare le cose con la necessaria obiettività, si deve rilevare che in entrambe le posizioni ci sono elementi di verità: anche se è evidente sullo scenario bielorusso lo “zampino” di potenze straniere (USA, UE, soprattutto Germania, Polonia e Stati baltici) i movimenti popolari nei Paesi “non allineati” con l’Occidente non possono sempre essere considerati come frutto di manovre dei servizi segreti o dei finanziamenti del solito Soros. Il malcontento che si è esteso nella società bielorussa affonda le sue radici nel peggioramento della qualità della vita delle masse popolari e nelle conseguenze dell’emergenza Covid, e ha trovato il suo detonatore nel risultato delle ennesime elezioni presidenziali poco trasparenti che hanno riconfermato al potere Lukashenko con una percentuale “bulgara” poco credibile. Un movimento dunque che ha radici popolari e democratiche che però che in assenza di una sinistra e di un movimento operaio forti e organizzati rischia di essere egemonizzato dalla destra neoliberista. La Bielorussia non è l’Ucraina e i gruppi apertamente nazifascisti non hanno lo stesso peso. Ma le tre donne che in questo momento vengono presentate dai media occidentali come i leader dell’opposizione hanno una storia personale illuminante: tutte e tre sono legate ad importanti uomini d’affari (https://www.eastjournal.net/archives/108926) e anche se proclamano “né con Putin né con l’UE” la prospettiva politica che sembrano condividere è sicuramente di tipo neoliberista. Peraltro è difficile pensare che i brogli, per quanto estesi e sistematici possano essere stati, abbiano potuto ridurre il consenso all’opposizione da una maggioranza relativa al 10%. Nei prossimi giorni continueremo a seguire la situazione in Bielorussia e a pubblicare nuovi materiali, soprattutto sulle questioni geopolitiche e i rapporti internazionali riguardanti questo Paese. Oggi vi proponiamo un’intervista a due esponenti della sinistra bielorussa realizzata dal sito statunitense Jacobin e tratta dal blog di Maurizio Acerbo, un comunicato di solidarietà ai lavoratori bielorussi da parte di un sindacato indipendente ucraino e un articolo del Guardian sulla contestazione a Lukashenko da parte degli operai di Minsk.

Nello Gradirà

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Un’intervista con Ksenia Kunitskaya e Vitaly Shkurin

di Volodymyr Artiukh

Le proteste in Bielorussia sono state ampiamente dipinte come una “rivoluzione colorata” filo-occidentale o “Minsk Maidan”, ignorando le ragioni più profonde del malcontento popolare nei confronti del presidente Alexander Lukashenko. Jacobin ha parlato con due militanti della sinistra in Bielorussia riguardo alle forze che stanno dietro le proteste e delle prospettive del movimento operaio organizzato che afferma la propria agenda.

Si dice spesso che la brutalità della polizia a Minsk sia senza eguali in Europa: qualcosa che i manifestanti francesi del gilet jaunes negherebbero sicuramente. Eppure qualcosa sta decisamente cambiando in Bielorussia, dopo che un sostegno popolare senza precedenti ai candidati dell’opposizione ha sfidato il governo del presidente Alexander Lukashenko che dura da ventisei anni. Quando le autorità hanno affermato di aver ottenuto l’80% dei voti nelle elezioni del 9 agosto – e la folla è scesa in piazza per protestare – lo Stato ha scatenato il terrore della polizia.

Le manifestazioni di piazza sono state inizialmente dominate dai giovani dei centri urbani. Eppure, come ho mostrato in un recente articolo, la protesta negli ultimi giorni ha cambiato forma, espandendosi in un più ampio movimento operaio che coinvolge mobilitazioni diffuse nei luoghi di lavoro. Le azioni che hanno interessato la maggior parte dei più grandi siti industriali del paese hanno visto migliaia di lavoratori riunirsi, discutere le loro richieste e minacciare una chiusura generale delle fabbriche.

Quindi, si dice che tutto in Bielorussia sia “senza precedenti”. Eppure si possono, in effetti, trovare precedenti, in Solidarnosc in Polonia o negli scioperi dei minatori nella tarda Unione Sovietica – esempi di militanza operaia alleata a movimenti di protesta più ampi che inconsapevolmente hanno aperto la strada a trasformazioni neoliberiste. La tragica storia del lavoro nello spazio post-sovietico richiede quindi un approccio attento e fondato sui recenti eventi in Bielorussia.

Per fare luce sulle contraddizioni della società bielorussa e sulla condizione della sua classe operaia, ho intervistato due rappresentanti della sinistra bielorussa, che hanno chiesto di non rivelare la loro identità. “Ksenia Kunitskaya” è un membro della rivista online Poligraf, e “Vitaly Shkurin” è un autore bielorusso di September, una piattaforma mediatica di sinistra che copre lo spazio post-sovietico. Entrambi hanno legami con circoli di attivisti e sono ben posizionati per valutare la situazione dal punto di vista della classe operaia.

VA: Sembra che né gli analisti né le autorità bielorusse si aspettassero disordini di questa portata intorno alle elezioni del 9 agosto. Cosa ha scatenato la mobilitazione pre-elettorale e le successive proteste? In quale congiuntura politica più ampia dovremmo vederli?

KK: Il primo motivo è la stanchezza che da tempo si è accumulata tra gran parte della popolazione a causa di un quarto di secolo del governo di Lukashenko. Il suo approccio è evidente nel suo stile di comunicazione brusco sia con gli avversari sia con i suoi subordinati, spesso somigliante a una disinvolta rudezza. Questo è aggravato dall’indifferenza mostrata dai funzionari locali, che non seguono l’umore della gente ma lo stato d’animo del leader. Queste qualità si sono manifestate chiaramente durante la cattiva gestione da parte del governo dell’epidemia di COVID-19 che ha irritato enormemente la popolazione.

Inoltre, il governo ha costantemente smantellato il modello di stato sociale e i suoi obblighi sociali nei confronti dei propri cittadini. Ciò era evidente con l’introduzione nel 2004 dei contratti individuali con i lavoratori invece dei contratti collettivi; la “tassa sulla disoccupazione” del 2017 e l’esclusione del servizio militare, del congedo di maternità e degli studi universitari o universitari dagli anni che contano ai fini della pensione. Anche la politica monetaria restrittiva degli ultimi cinque anni ha portato a un congelamento dei salari, mentre i prezzi hanno continuato a salire.

VS: Gli ultimi dieci anni hanno visto una depoliticizzazione dei bielorussi. Dopo le fallite proteste post-elettorali del 2010 e la successiva “rivoluzione delle mani” [quando le persone applaudirono in strada per manifestare il loro dissenso, temendo di essere arrestate se avessero organizzato proteste], molti membri di partiti e movimenti hanno subito la repressione statale.

Nel 2017, dopo che il governo ha introdotto la cosiddetta tassa sulla disoccupazione, la Bielorussia ha visto proteste non solo a Minsk, ma anche nelle piccole città di provincia, per la prima volta in sei anni. Questa tassa è stata poi rinviata. Ma sembrava che dopo la sconfitta dei partiti e dei movimenti di opposizione, la nuova opposizione a Lukashenko fosse apparsa solo nella vaga forma dei “bielorussi”.

Poiché una quota sostanziale dell’economia bielorussa è ancora di proprietà statale, la “gente comune” – i soliti elettori di Lukashenko – è composta da lavoratori di fabbriche di proprietà statale, insegnanti di scuola o medici. Negli ultimi anni, il settore pubblico è stato affamato di denaro, il che ha portato a un calo dei salari, alla contrazione della forza lavoro, alle vacanze forzate non pagate e all’aumento dell’età pensionabile. Ovviamente, questo ha politicizzato la “gente comune”, ma sfortunatamente non è emersa un’agenda forte e positiva.

KK: Inoltre, le autorità hanno prestato poca attenzione alla loro immagine positiva agli occhi della popolazione. La nostra propaganda statale è molto debole e spesso sembra ridicola: “Non abbiamo mai vissuto così bene come ora”, affermano. I loro avversari, tuttavia, hanno creato un sistema efficace di media elettronici professionali, moderni. Attraverso questi, evidenziano le carenze dello stato e conducono propaganda a favore delle riforme neoliberiste e di una politica della memoria nazionalista. Ciò ha permesso all’opposizione liberal-nazionalista di mobilitare i sostenitori prima delle elezioni, di cogliere le autorità in numerosi casi di brogli elettorali e di portare la gente in piazza.

Inoltre, le dure azioni della polizia – l’uso di granate stordenti, idranti e gas lacrimogeni, torture dei detenuti – hanno suscitato indignazione non solo tra i sostenitori dell’opposizione, ma hanno anche scioccato coloro che prima non erano interessati alla politica.

VA: Che tipo di bielorussi hanno avuto la tendenza a sostenere Lukashenko? Questo sostegno ora sta venendo meno? Ciò ha a che fare con l’indebolimento del compromesso tra “nessun diritto politico, ma pur sempre diritti di welfare”?

KK: Dopo la prima vittoria elettorale di Lukashenko nel 1994, il suo sostegno è stato molto ampio, comprendendo sostenitori di un’alleanza con la Russia e la rinascita dell’URSS, oppositori di dure riforme di mercato e madrelingua russi insoddisfatti della politica di “bielorussianizzazione”. I residenti nei villaggi lo percepivano come “il loro ragazzo”. Negli anni 2000, ha attirato sostenitori con una politica di crescita salariale costante, promettendo di portare lo stipendio medio a $500 e persino $1.000 al mese.

Una serie di crisi economiche hanno impedito la realizzazione di questo sogno. L’unione con la Russia soffre anche a causa delle contraddizioni tra le élite russe e bielorusse. E le campagne per aumentare i salari sono state sostituite da una politica monetaria restrittiva, nello spirito delle raccomandazioni del FMI.

La sociologia indipendente nella Bielorussia moderna è praticamente vietata e i sociologi associati allo stato non pubblicano dati, quindi è difficile giudicare le valutazioni reali del presidente. Ovviamente, è meno che negli anni ’90 e 2000 e le dure azioni della polizia chiaramente non hanno aumentato la sua popolarità. Allo stesso tempo, l’opinione popolare tra l’opposizione secondo cui il consenso per Lukashenko è solo del 3% è molto probabilmente un mito.

VS: Penso che il modello economico di Lukashenko basato sulla riesportazione del petrolio russo si sia esaurito, poiché la Russia ha aumentato il prezzo del petrolio per la Bielorussia e i prezzi globali sono precipitati. Ovviamente, Lukashenko non può sostenere l’attuale livello di welfare per la popolazione, quindi per lui il neoliberismo sembra essere l’unica via d’uscita.

Tuttavia, dobbiamo ricordare che una quota elevata di occupazione nel settore pubblico significa che i luoghi di lavoro sono anche luoghi di controllo politico. Poiché il tasso di disoccupazione non ufficiale in Bielorussia è piuttosto alto (circa il 10%) e le indennità di disoccupazione sono di circa $ 10 al mese, essere disoccupati non è molto confortevole. I dipendenti del settore pubblico devono partecipare regolarmente ad altre attività per salvare i loro posti di lavoro: lavorare il sabato, votare alle elezioni anticipate (dove si verificano principalmente falsificazioni) e persino partecipare alle elezioni come membri di comitati elettorali e falsificare i risultati. L’occupazione nel settore pubblico si basa su contratti a tempo determinato che impediscono a un dipendente di andarsene facilmente, ma consentono a un datore di lavoro di sbarazzarsi del lavoratore a suo piacimento. Ovviamente, a un certo punto, molti dipendenti del settore pubblico si sono resi conto che non c’è via d’uscita.

Allo stesso tempo, possiamo identificare nuovi strati sociali che supportano Lukashenko: i suoi servi nella sfera dell’ideologia e del potere. Con il primo, intendo una nuova generazione di “esperti pubblici” filo-governativi impiegati in varie istituzioni statali (dalle università alle dubbie “organizzazioni pubbliche”). Sono ospiti abituali di media statali, indipendenti e stranieri, dove promuovono lo stato bielorusso. A differenza della vecchia istituzione di noiosi impiegati in stile sovietico, queste persone sono brillanti nei loro discorsi e nel loro aspetto. Anche il vecchio sistema ufficiale in stile sovietico sostiene fortemente Lukashenko, poiché al di fuori del suo sistema sono inutili.

La polizia e i servizi segreti sono il secondo strato di sostenitori di Lukashenko. Hanno speciali benefici per il benessere che includono sussidi per l’acquisto di alloggi, pensionamento anticipato, assistenza sanitaria in cliniche speciali, vacanze in sanatori, ecc. Il numero delle forze di polizia in Bielorussia non è noto pubblicamente, ma il ministro degli interni ha detto nel 2016 che ci sono 405 agenti di polizia ogni 100.000 cittadini e, secondo una stima delle Nazioni Unite del 2013, questo numero è di 1.442 ogni 100.000. Questo lavoro è anche un fattore significativo per la mobilità sociale: le persone dei piccoli centri senza occupazione possono trasferirsi nelle città più grandi per lavorare come poliziotti. In cambio, devono obbedire ciecamente agli ordini: possiamo vedere l’esito nei primi giorni delle proteste, quando granate stordenti e gas lacrimogeni sono stati usati contro gruppi di manifestanti relativamente piccoli e disarmati.

VA: Come descriveresti il profilo sociale e di classe, le ideologie e le lamentele dei manifestanti?

KK: Primo, c’è l’opposizione tradizionale degli anni ’90: nazionalisti, liberali e l’intellighenzia che simpatizza per loro. In secondo luogo, ci sono giovani urbani, uomini d’affari e specialisti IT come quelli che si definiscono progressisti, occidentali e antisovietici. Durante la campagna elettorale, il quartier generale dell’opposizione è riuscito a mobilitare una popolazione leggermente più ampia, almeno nlle grandi città. La politicizzazione nella società durante i giorni pre-elettorali era estremamente alta. Molti cittadini scontenti sono stati coinvolti attivamente come osservatori elettorali.

Ora, settori più ampi della società si stanno unendo, scioccati dalla violenza senza precedenti della polizia e indignati dalla frode elettorale. Alcuni di loro erano insoddisfatti della propria situazione economica, ma avevano sostenuto passivamente Lukashenko come il “male minore” rispetto all’opposizione di destra. I liberali nazionali coinvolti nel processo elettorale non hanno parlato apertamente del loro programma, ma solo di elezioni eque e successivamente di ridurre la violenza della polizia come fine a se stessa.

VS: Nonostante la convinzione di molti comunisti ortodossi che questa sia una “rivoluzione dei programmatori hipster”, molti giovani manifestanti sono operai, tassisti e studenti. Non credo che si possa attribuire alcuna ideologia specifica a questo movimento spontaneo. I manifestanti portano bandiere ufficiali bielorusse [verde e rosso] così come le vecchie bandiere [bandiere bianche-rosse-bianche che servirono come simboli nazionali nel 1991–1994]. Poiché queste ultime dominano, alcuni sostengono che le proteste siano nazionaliste. Ma come ho detto, i leader dell’opposizione nazionalista tradizionale sono in prigione e non ci sono stati conflitti sui simboli tra i manifestanti. Quando i manifestanti hanno iniziato a usare la violenza contro la polizia, possiamo sospettare che fossero coinvolti i tifosi di calcio organizzati, ma sono ancora piccoli gruppi.

VA: Come paragoneresti queste proteste ad altre mobilitazioni in Bielorussia e nella regione?

VS: Tutte le proteste prima del 2010 avevano una forte impronta politica nazionalista, ma già la “rivoluzione delle mani” del 2011 non aveva un programma del genere. Dopo il Maidan ucraino nel 2014, il nazionalismo è tornato in auge tra i manifestanti: è stato mercificato come un marchio di bielorussi nuovi, di successo e più “europeo”. Le proteste in corso sono ancora più lontane dal nazionalismo e ricordano piuttosto le proteste del 2017, quando grandi folle in tutta la Bielorussia hanno protestato contro la tassa sulla disoccupazione.

Le proteste di quest’anno hanno due peculiarità: mancano di un’agenda politica e sociale a parte la contestazione dei risultati delle elezioni e sono sparse per la Bielorussia. Prima del 2017, quasi tutte le grandi manifestazioni si sono svolte a Minsk e hanno seguito lo stesso scenario: grande processione attraverso il centro della città, raduno in una grande piazza e il successivo pestaggio della polizia. Ad eccezione del 2006, quando c’era un campo tendato nella piazza principale, durato un giorno. Ma queste proteste durano già da quattro giorni in diverse città e paesi, non solo a Minsk. Anche nella capitale, i manifestanti non occupano un posto, soprattutto perché il centro della città è sotto il controllo della polizia fin dalle prime ore della sera. Durante la sera e la notte, le proteste possono avvenire in diversi quartieri; manifestanti scappano dalla polizia e tornano dopo la ritirata della polizia.

KK: Cosa ancora più significativa, la portata della violenza è diventata tale da non essere più percepita come un’immagine astratta nelle notizie. Un numero enorme di persone lo ha visto e sperimentato personalmente o ha contato vittime tra amici e parenti. L’opposizione non propone formalmente nulla che possa portare a un conflitto di interessi di classi e gruppi sociali diversi, solo nuove elezioni: questo è diventato un ulteriore fattore di mobilitazione.

VS: La maggior parte della violenza viene dalla polizia: mai prima d’ora in Bielorussia sono state usate granate flash, gas lacrimogeni e proiettili di gomma su tale scala. Penso che lo stato volesse intimidire i manifestanti, ma questo ha avuto l’effetto opposto di prolungare i disordini. Inoltre, l’entità della violenza è chiara dalla quantità di persone detenute: mai prima d’ora abbiamo avuto tremila persone in prigione in una notte.

Infine, il quarto giorno dopo le elezioni, abbiamo assistito a una nuova dimensione dell’attività di protesta: dichiarazioni dei collettivi di lavoro di tutto il paese su possibili scioperi. Sfortunatamente, queste dichiarazioni per lo più non includono alcuna richiesta sociale, solo le richieste di fermare la violenza della polizia, rilasciare tutti i detenuti e tenere nuove elezioni. Ad ogni modo, non c’è stata alcuna attività di sciopero (legale) in Bielorussia dal 1991.

Inoltre, internet come mezzo di comunicazione efficiente è stato utilizzato per la prima volta, anche se durante i primi tre giorni di proteste, il traffico internet straniero è stato interrotto e la maggior parte delle persone ha utilizzato VPN e server proxy. Pertanto, per analogia con le “rivoluzioni di Twitter” durante la primavera araba del 2011, le proteste in Bielorussia possono essere definite una “rivoluzione di Telegram”. Telegram Messenger è stato fondato da Pavel Durov dopo la sua emigrazione dalla Russia ed è diventato popolare tra gli utenti post-sovietici per acquistare droghe (in pratica somigliava all’accesso a una rete oscura, solo senza che fossero necessarie abilità tecniche da parte dell’utente). Nel 2018, un giovane emigrante dalla Bielorussia in Polonia ha avviato il canale Telegram “Nexta” (“нехта”, che significa “qualcuno” in bielorusso), e ha guadagnato popolarità tra i bielorussi a causa dei post “interni” sulle autorità bielorusse.

Ovviamente, un ragazzo non può organizzare una rete di addetti ai lavori, e ci sono sospetti che vari giornalisti e specialisti dei media emigrati durante gli anni del governo di Lukashenko lavorino per questa attività. Nexta e una rete di canali Telegram affiliati hanno condiviso foto e video da diversi punti durante le proteste. Prima della prima notte di protesta, hanno pubblicato “istruzioni su come protestare con attenzione”, ma senza cose radicali come le ricette per le molotov. Inoltre, Nexta ha fornito scenari di proteste che la gente ha seguito principalmente. Se, la prima notte, questo scenario era un posto a Minsk e grandi piazze nelle piccole città, nelle due notti successive lo scenario implicava il movimento di piccoli gruppi nei distretti dormienti di Minsk e nelle grandi strade nelle piccole città. A volte Nexta era davvero provocatorio: “Solo un’ultima spinta, mostriamo alla polizia la nostra solidarietà “,” [Città X] chiede aiuto, la polizia sta picchiando le nostre donne“. Dopo che internet ha iniziato a funzionare, i canali di Telegram hanno perso parte della loro influenza. Le proteste sono iniziate per lo più alla luce del giorno e hanno avuto un carattere eccezionalmente pacifico, per lo più sotto forma di “catene di solidarietà”: file di persone, per lo più donne, che tengono fiori lungo le strade principali.

Non vedo somiglianze tra queste proteste in Bielorussia e le precedenti proteste nell’Europa orientale. Alcuni cercano di trovare somiglianze con Euromaidan a Kiev nel 2014, ma questo è uno strumento puramente ideologico per giustificare Lukashenko e dimostrare che non è possibile alcuna alternativa. A differenza di Euromaidan, le proteste bielorusse non hanno grandi gruppi di estrema destra che guidano e usano la violenza. Abbiamo un paio di gang ultras, ma dopo Euromaidan la maggior parte di loro è stata repressa dalla polizia. In Bielorussia non c’è conflitto linguistico e ideologico, come in Ucraina. Infine, a differenza di Euromaidan, le proteste bielorusse non hanno leader: i tradizionali esponenti dell’opposizione sono in carcere e la candidata alla presidenza Sviatlana Tikhanovskaya è in Lituania. Sono assolutamente sicuro che non possa portare alla guerra come nel Donbass: non c’è conflitto ideologico tra Occidente ed Oriente.

VA: Come descriveresti l’attuale situazione della sinistra bielorussa?

KK: Il movimento di sinistra è in crisi da molto tempo, perché lo stesso Lukashenko ha usato slogan quasi socialisti per salire al potere. Quando gli esponenti di destra lo chiamano “sovietico” e “comunista”, non sembra preoccuparsene. I monumenti sovietici, i nomi delle strade e le festività sono stati conservati integralmente in Bielorussia. Quindi, in qualche modo è stato “deciso” che fosse uno “di sinistra”. Inoltre, sotto una dittatura, solo le forze politiche e i media non statali possono sopravvivere alimentati dall’estero. È noto che ingenti fondi americani ed europei donano denaro ai non comunisti.

Di conseguenza, non abbiamo grandi organi di stampa e partiti di sinistra in grado di sostenere almeno una parte della leadership. In queste condizioni, abbiamo due partiti “comunisti”. Il primo si chiama Partito Comunista di Bielorussia e sostiene il regime (comprese le sue più odiose misure antisociali); l’altro, “Un mondo giusto”, sostiene l’opposizione liberale nelle richieste di cambio di regime, concentrandosi meno sull’agenda di classe. Ci sono anche iniziative di base: circoli marxisti, piccoli media, gruppi di interesse, piccole associazioni di anarchici.

VS: Il partito della sinistra “Un mondo giusto” si è separato dal Partito Comunista nel 1996 dopo che il primo referendum di Lukashenko ha spostato gli equilibri di potere verso il presidente. Oggi è contro Lukashenko e contro l’opposizione di orientamento occidentale. Il Partito dei Verdi bielorusso, fondato nel 1994 e orientato contro l’energia nucleare, ha sviluppato un’agenda di sinistra e anti-autoritaria. È abbastanza forte e, a differenza di “Un mondo giusto” è meno orientato ai classici marxisti-leninisti. Inoltre, abbiamo tre partiti socialdemocratici, alcuni dei cui membri hanno forti orientamenti sociali, ma la maggior parte fa parte dell’establishment dell’opposizione orientato all’Occidente.

La Bielorussia aveva un movimento anarchico grande e forte, forse il più forte nello spazio post-sovietico, collegato a una scena punk-hardcore. Alcuni di loro si sono infiltrati nel Partito dei Verdi; alcuni sono finiti in prigione. È difficile dire qualcosa sull’attività degli anarchici ora, perché sono ancora l’obiettivo principale della repressione. Alcuni gruppi anarchici non si definiscono “di sinistra”, perché lo associano erroneamente a “tankies” filo-sovietici; alcuni trovano il loro sostegno dall’opposizione nazionalista orientata all’Occidente.

Infine, una moda russa di “Left YouTube” e marxisti kruzhki (piccole organizzazioni di autoeducazione) ha raggiunto la Bielorussia negli ultimi anni. Sfortunatamente, gran parte del loro contenuto non riguarda tanto la loro agenda, ma una feroce critica all’opposizione di orientamento occidentale. Incantano i loro spettatori con la nostalgia sovietica o il risentimento sovietico più che proporre un’agenda positiva per la costruzione di un ampio movimento sociale democratico. Questa sinistra YouTube e kruzhki non sono cattivi di per sé, ma non possono essere visti come l’unica strategia per la sinistra, come spesso loro stessi si propongono.

VA: Qual è l’atteggiamento di questi vari gruppi difronte a questa congiuntura politica e alle proteste?

KK: Una parte della sinistra è pronta a sostenere direttamente la protesta liberale, principalmente a livello di coinvolgimento e dichiarazioni di attivisti di base. Un’altra parte ritiene che il popolo abbia il diritto di protestare, che la violenza della polizia sia inaccettabile e oltraggiosa e che le elezioni siano state truccate, ma non può schierarsi dalla parte dell’opposizione liberale. I suoi obiettivi sono continuare la privatizzazione delle imprese, limitare la medicina gratuita e introdurre una flessibilità del lavoro ancora maggiore di quella che abbiamo ora.

Recentemente, è emersa una piccola iniziativa di base con lo scopo di portare rivendicazioni economiche e sociali nell’agenda di protesta dei lavoratori, poiché al momento tutte le proteste dei lavoratori sono incentrate su ampie richieste politiche: le dimissioni di Lukashenko, il rilascio di prigionieri politici, le cause contro le forze di sicurezza, elezioni eque.

VS: Tutti i partiti di sinistra si sono rifiutati di partecipare alle elezioni presidenziali durante la pandemia; e comunque, non avevano risorse sufficienti per mobilitare persone comuni e attivisti per trasformare il malcontento popolare nei confronti di Lukashenko in un’agenda socialista.

Allo stesso tempo, dopo che lo stato aveva già iniziato a usare la repressione contro candidati alternativi e i loro sostenitori prima delle elezioni, molti kruzhki e attivisti di YouTube hanno deciso di non prenderne atto. Hanno continuato a respingere qualsiasi opposizione a Lukashenko; alcuni sono andati alla ricerca di somiglianze con Euromaidan, avvertendo di una fine catastrofica nella decomunistizzazione e nella repressione dei gruppi di estrema destra. Ma per lo più insistono su un’astuta strategia per sviluppare YouTube di sinistra e kruzhki mentre lo stato è alle prese con l’opposizione democratica filo-occidentale.

Per me, questa posizione è un grande fallimento, perché ignora l’umore tra i bielorussi. Sono davvero stanchi del sistema di Lukashenko, e ovviamente la sinistra deve lavorare su questo, non solo biasimarli per essere pecore cieche che condurranno il paese a un’economia di mercato totale. Sotto il sistema di Lukashenko, le organizzazioni della classe operaia o di base non saranno mai in grado di cambiare la situazione.

Allo stesso tempo, quando il quarto giorno di proteste, le masse della classe operaia sono scese in piazza e la possibilità di scioperi è diventata reale, quasi nessuna organizzazione o partito di sinistra si è effettivamente opposto a questo movimento. Tutti cercano di organizzare un movimento di sciopero e proporre richieste sociali ed economiche per spostare queste proteste da un’agenda puramente elettorale a un’agenda sociale.

VA: In che misura la classe operaia prende parte ai disordini e qual è il ruolo del lavoro organizzato?

VS: I collettivi di lavoratori di più di venti fabbriche e organizzazioni statali hanno espresso il desiderio di scioperare. Dopo le prime parole sprezzanti di Lukashenko sugli scioperanti (“c’erano una ventina di scioperanti in qualche fabbrica”, ha affermato), alcuni operai della Minsk Tractor Works hanno marciato attraverso Minsk fino al Parlamento per dimostrare la loro opposizione. A mio avviso, questo non era specificamente determinato da coscienza di classe – si sovrapponeva alle “catene di solidarietà contro la violenza”. Ma il 14 agosto, fuori dal Parlamento, abbiamo potuto vedere lavoratori con striscioni che recitavano: “Siamo lavoratori, non pecore”.

KK: C’è solo una grande associazione sindacale nazionale, la Federazione dei sindacati della Bielorussia, che è entrata a far parte dell’apparato burocratico del governo di Lukashenko. Tutte le sue attività si riducono all’organizzazione di feste nazionali e all’emissione di buoni per case di riposo. Questo “sindacato” non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti dei lavoratori.

I pochi sindacati indipendenti formati sulla scia della recrudescenza del movimento operaio dei primi anni ’90 furono schiacciati. Solo poche imprese hanno cellule, ad esempio, del sindacato indipendente bielorusso. Questi sindacati indipendenti sono ora più simili alle ONG: dipendono meno dai contributi dei lavoratori che dalle sovvenzioni straniere. Le loro attività sono focalizzate sull’assistenza legale ai singoli dipendenti che ne hanno fatto richiesta.

L’ultima grande protesta dei lavoratori della metropolitana nel 1995 è stata brutalmente repressa da Lukashenko. Da allora non si è più parlato di scioperi. Oggi, stiamo assistendo al primo grande movimento di protesta dei lavoratori. Finora, queste proteste sembrano piuttosto incontri con la direzione delle imprese, i sindacati “gialli” e le autorità locali. Ora ci sono notizie che il 17 agosto i minatori di potassio di Belaruskali stanno pianificando uno sciopero (la cellula dell’Unione Indipendente è sopravvissuta lì – il suo presidente è stato picchiato quasi a morte durante il suo arresto). I collettivi di lavoratori delle grandi fabbriche hanno minacciato scioperi e questo, almeno al momento in cui scriviamo, ha costretto le autorità a frenare la violenza della polizia.

Ma finora i lavoratori hanno avanzato solo rivendicazioni democratiche generali, in linea con un’ampia protesta liberale. Le proteste hanno segnato chiaramente una nuova tendenza: i partiti politici tradizionali, sia di destra sia di sinistra, non hanno praticamente svolto alcun ruolo in esse. L’ispirazione ideologica e pratica è venuta piuttosto dai media in senso lato, inclusi i social media. Chi ha un forte presenza mediatica possiede le menti. Ma ora un media forte è nelle mani di coloro che promuovono l’agenda liberale e nazionalista. E se i lavoratori sono indottrinati in questa direzione, allora da dove verrebbe un movimento operaio, cosciente e di classe?

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Dichiarazione aperta “Per una Bielorussia libera democratica e dei lavoratori!”

Pubblicato da workres, 18 agosto 2020

Dichiarazione aperta “Per una Bielorussia libera democratica e dei lavoratori!” ai nostri fratelli e sorelle lavoratori bielorussi in lotta dal sindacato di tutti gli Ucraini “Difesa del Lavoro”.

Cari fratelli e sorelle della Bielorussia,

Siamo affascinati dalla vostra forza e dal vostro coraggio nella lotta contro il governo autocratico. È ovvio che il regime conservatore e oligarchico avesse paura soprattutto della determinata e organizzata protesta della classe lavoratrice bielorussa e dei suoi sindacati indipendenti. Solo il vostro sciopero e in generale la protesta della classe lavoratrice ha permesso non solo di fermare la brutalità della polizia contro il popolo bielorusso, ma anche di sollevare in modo deciso il tema della cancellazione del risultato delle elezioni presidenziali, falsificati dal regime.

Sosteniamo risolutamente le vostre attuali rivendicazioni generali democratiche per importanti cambiamenti nella società bielorussa, l’incriminazione di coloro che hanno manipolato i risultati delle elezioni e delle unità speciali della polizia che hanno abusato in modo estremo del proprio potere.

È molto importante ricordare l’amara esperienza dell’Ucraina, quando la giusta e onesta protesta contro il regime di Yanukovich nel 2014 fu utilizzata da forze apertamente contrarie ai lavoratori e ai sindacati. Proprio queste forze stanno attualmente portando avanti violenti attacchi contro i diritti democratici dei lavoratori e dei militanti sindacali, aumentando l’età pensionabile e attuando riforme neoliberiste e antipopolari.

Sfortunatamente la classe lavoratrice e i militanti sindacali nel 2014 non sono riusciti a diventare un fattore efficace e significativo della rivoluzione democratica in Ucraina. Erano poco organizzati e non abbastanza preparati. Questo fatto viene oggi utilizzato dai ‘protettori’ conservatori del regime autocratico, che cercano di convincere i lavoratori a non sostenere la lotta per la trasformazione democratica in Bielorussia, fermare lo sciopero e de-facto supportare il regime autocratico-capitalistico di Lukashenko.

Respingiamo risolutamente questi appelli ad una virtuale collaborazione con il regime. Solo una coerente lotta per la democrazia dà ai lavoratori una prospettiva per battere finalmente l’autocrazia e la violenza. Comunque la classe lavoratrice e i sindacati della Bielorussia dovrebbero iniziare a sviluppare i loro programmi rivendicativi. Questo programma permetterebbe alla futura Bielorussia libera e democratica di non finire sulla strada dei cambiamenti e delle riforme neoliberiste contrarie ai lavoratori. Proprio le riforme neoliberiste e le massicce privatizzazioni farebbero inevitabilmente ritornare ad una situazione di dittatura e violenza poliziesca e rafforzerebbero tanto la rivincita delle forze reazionarie quanto coloro che aspirano ad imporre un controllo esterno sulla Bielorussia, sia filo-Occidentale che filo-russo. Crediamo che la lotta per la vera indipendenza della Bielorussia democratica e del lavoro sia uno dei temi più importanti nel contesto attuale.

Noi lavoratori e militanti sindacali ucraini non abbiamo il diritto di dettare la nostra opinione ai nostri fratelli e sorelle bielorusse, i lavoratori bielorussi elaboreranno loro stessi un programma di lotta dei lavoratori e dei sindacati. Comunque noi crediamo soprattutto di avere il diritto di fare le nostre proposte, che potrebbero diventare la base per lo sviluppo di un attuale programma per i lavoratori e i sindacati e anche per un elenco di rivendicazioni dei lavoratori bielorussi. Queste proposte sono le seguenti:

- cancellazione immediata delle modifiche del 2019 al Codice del Lavoro bielorusso, ostili ai lavoratori e ai sindacati, che hanno stabilito il totale dominio dei datori di lavoro nel Paese, lavoro a tempo determinato, licenziamenti ingiustificati, il divieto delle dimissioni volontarie sono la rovina dei lavoratori bielorussi.

- Difesa del posto di lavoro con ogni mezzo necessario! Fine delle multe da parte dei datori di lavoro! Fine della trattenuta del bonus.

- Cancellazione immediata del programma governativo di privatizzazione del 2020. Revisione della privatizzazione in corso di molte delle più importanti imprese bielorusse. Nazionalizzazione di queste imprese con conseguente transizione tra l’amministrazione burocratica supportata dal governo alla gestione democratica da parte di lavoratori e impiegati!

- Stop alla proposta di riforma di Lukashenko dei trattamenti pensionistici! Immediata rinuncia all’aumento dell’età pensionabile stabilita per legge nel 2020!

- Rapida abolizione di tutte le restrizioni legali relative alla creazione di sindacati indipendenti bielorussi! Libertà di stampa senza limitazioni per i media dei lavoratori e dei sindacati!

Ci sarebbe solo una condizione da rispettare nella lotta per l’affermazione delle vostre rivendicazioni: i lavoratori della Bielorussia hanno bisogno di organizzare una relazione stabile e continuativa con tutti i collettivi lavorativi bielorussi, con i sindacati indipendenti, con i membri attivi delle comunità e gli attivisti ambientalisti.

Attualmente le forze liberali di destra sono più organizzate, e stanno cercando di fare qualsiasi cosa per evitare che i lavoratori bielorussi diventino una forza politica autonoma, cercando di farli rimanere nell’area dei politici neoliberisti con i loro programmi di riforme neoliberiste antipopolari. Per questo sarebbe corretto per i sindacati indipendenti bielorussi discutere la questione della nomina di un candidato per le future elezioni presidenziali. Un candidato di questo tipo potrebbe diventare il centro di gravità per tutte le forze veramente democratiche e lavoratrici della Bielorussia. Un’azione di questo tipo potrebbe costituire un’alternativa strategica sia alle forze del revanscismo autoritario anti-operaio che ai numerosi candidati filo-russi e filo-occidentali, che sono già impegnati a portare a termine la dissoluzione della via indipendente e democratica verso il futuro di una Bielorussia libera e governata dal popolo.

Stimati fratelli e sorelle bielorussi in lotta sindacale! La classe lavoratrice ucraina è con voi! Per favore ricordate che solo con la lotta possiamo conquistare i nostri diritti! Attualmente la vostra lotta è il punto più importante del mondo! In questo momento siete in prima linea per la vera democrazia e i diritti dei lavoratori! Siate vigilanti, determinati e buona fortuna!

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Comitato centrale dell’AUTU ‘Labour Defence ’
17 agosto 2020.


“Dimettiti!”: Lukashenko contestato dagli operai di fabbrica a Minsk

L’accerchiato presidente della Bielorussia è apparso scosso mentre la gente urlava “bugiardo” in opposizione al regime.

La permanenza di Alexander Lukashenko al potere in Bielorussia ha subito un altro colpo lunedì scorso, quando i lavoratori l’hanno contestato durante una visita alle fabbriche nei dintorni di Minsk e alcune centinaia di dipendenti della televisione di stato, un punto chiave della macchina propagandistica governativa, sono scesi in sciopero.

Le grandi fabbriche del Paese sono la spina dorsale della sua economia neo-sovietica, e la visita di Lukashenko alla fabbrica di veicoli militari MZKT, di proprietà dello Stato lunedì mattina aveva lo scopo di mostrare il persistente consenso della classe lavoratrice al presidente bielorusso, il giorno dopo la più grande manifestazione della storia recente del Paese contro il suo governo.

Invece video e audio trapelati del suo discorso a lavoratori selezionati della fabbrica lo hanno mostrato alle prese con urla come “Dimettiti!” Lukashenko è apparso scosso ma ha continuato a parlare, mentre la gente gridava “bugiardo”.

Con toni di sfida, il presidente ha detto che non prenderà in considerazione la ripetizione delle poco trasparenti elezioni della scorsa settimana.

“Voi parlate di elezioni che non sono state corrette e volete che ce ne siano” ha detto alla folla, che in risposta ha gridato “Sì!” . “La mia risposta a voi è: abbiamo tenuto le elezioni, e a meno che mi ammazziate non ce ne saranno altre”.

Come concessione, Lukashenko ha ripetuto un’offerta di emendare la costituzione per ridurre i poteri presidenziali, ma ha aggiunto che non avvierà questo processo “sotto pressione o nelle piazze”.

Il suo sforzo più grande è stato quello di giustificare il suo ruolo autoritario e la brutalità poliziesca della scorsa settimana, dicendo che sta difendendo il Paese dal caos. “Sì, non sono un santo” ha detto. “Voi sapete che sono un duro. Sapete che senza la mia durezza non ci sarebbe il Paese”.

Lukashenko, che governa il Paese da 26 anni, ha ipotizzato che le proteste contro di lui siano organizzate e finanziate da oscure forze straniere, e ha chiesto al presidente russo Vladimir Putin di intervenire.

“Vedo un intervento militare russo in Bielorussia [come] un totale e assoluto disastro, e spero fortemente che sarà evitato” ha detto Dmitri Trenin, il direttore del Carnegie Moscow Centre.

Il Cremlino ha detto che se necessario Mosca è pronta a fornire aiuto sulla base di un patto militare collettivo, ma Putin ha interrotto le offerte di supporto o il sostegno a Lukashenko. È possibile, visto che la permanenza al potere di Lukashenko è instabile, che Putin possa controllare la transizione piuttosto che intervenire direttamente.

Lunedi scorso i lavoratori delle fabbriche di tutto il Paese sono scesi in sciopero, sperando di aggiungere la loro pressione a quella delle proteste quotidiane e costringere il presidente a rinunciare alla carica.

“Per 26 anni abbiamo avuto paura delle autorità, ma ora gli eventi della scorsa settimana hanno fatto capire alla gente che dobbiamo parlare” ha detto Sergei Dylevsky, uno dei membri del comitato di sciopero della Fabbrica Trattori di Minsk. Dei circa 14.000 dipendenti della fabbrica, 4.000 hanno partecipato allo sciopero, e hanno detto che verranno al lavoro ogni giorno per segnare la presenza, ma non lavoreranno fino a che non saranno convocate nuove elezioni.

Anche i minatori di una fabbrica di cloruro di potassio a Soligorsk, un enorme impianto che rappresenta un quinto della produzione mondiale di fertilizzante al cloruro di potassio, si sono uniti allo sciopero, e ci sono informazioni analoghe da impianti di tutto il Paese.

Lo sciopero si è anche allargato alla televisione di Stato, dove finora circa 300 dei 2.000 dipendenti hanno detto che non lavoreranno finché non saranno convocate nuove elezioni e non potranno lavorare senza censura. Lunedì era in corso una battaglia per il controllo dell’emittente, ma nonostante alcune concessioni editoriali il canale sostanzialmente continua a tenere una linea pro-Lukashenko, e con la polizia antisommossa all’interno del palazzo per difenderlo dalle centinaia di dimostranti che si erano radunati fuori.

Il clima insurrezionale si è diffuso all’indomani delle contestate elezioni presidenziali della scorsa domenica, nelle quali Lukashenko si è dichiarato vincitore ed ha poi lanciato un violento attacco della polizia contro i dimostranti, durante il quale ci sono stati più di 6.700 arresti e notizie largamente diffuse di violenze e torture da parte della polizia antisommossa. Le proteste sono cresciute per tutta la scorsa settimana, culminando in un’enorme manifestazione domenica, la più grande della storia del Paese. I dimostranti si sono ripromessi di protestare ogni sera finché Lukashenko non se ne andrà.

In una video dichiarazione lunedi, la candidata dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya, che è fuggita nella vicina Lituania subito dopo il voto, ha detto di essere pronta a diventare il “leader nazionale” del Paese, proclamando la vittoria nelle elezioni presidenziali della settimana scorsa e facendo appello alla polizia di “mettersi dalla parte del popolo”.

Il marito della Tikhanovskaya rimane in prigione in Bielorussia. Ufficialmente ha conquistato solo il 10% dei voti rispetto all’80% di Lukashenko, ma poche persone in Bielorussia o all’estero pensano che il voto sia stato corretto.

Nella dichiarazione ha detto: “Sono pronta a prendermi la responsabilità e servire in questo periodo come leader nazionale in modo che il Paese si calmi, ritorni a un ritmo normale, in modo da liberare tutti i prigionieri politici nel periodo più breve possibile e prepararci... per le nuove elezioni presidenziali”

Alcuni Paesi occidentali hanno duramente criticato Lukashenko, e l’UE sta progettando nuove sanzioni contro il Paese. Lunedì il Ministro degli esteri britannico, Dominic Raab, ha tweettato: “La violenza contro manifestanti pacifici in Bielorussia è spaventosa. Il Regno Unito non accetta il risultato di queste fraudolente elezioni presidenziali e chiede un’urgente indagine tramite la @OSCE sui loro gravi difetti e sulla repressione che ne è seguita”.

Lunedì il Ministro degli interni ha detto che solo 122 degli arrestati sono ancora in prigione mentre il Ministro della Sanità ha detto che 158 persone restano ricoverate per ferite subite nell’attacco.

“Fonte The Guardian – traduzione di Nello Gradirà per Codice Rosso”

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