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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/07/2026

La Russia mette di nuovo sotto tiro Telegram

Nei giorni scorsi è stato reso noto che l’FSB, i servizi di sicurezza interni russi, hanno emesso un mandato di arresto nei confronti di Pavel Durov, fondatore e amministratore della celebre piattaforma di messaggistica istantanea Telegram, nato in Russia ma con cittadinanza francese ed emiratina.

Questo è solo l’ultimo avvenimento in una lunga storia che vede contrapposto lo stato russo alla figura di Durov, riparato in Francia nel 2014 dopo aver venduto le sue quote aziendali della compagnia che gestiva il social da lui creato in precedenza, VKontakte, un equivalente russo di facebook.

La sua decisione di abbandonare il paese fu causata, a suo dire, dal non voler sottostare alle pressioni governative per aumentare la sorveglianza sugli utenti della piattaforma.

Durov è accusato di favoreggiamento del terrorismo per non aver bandito dalla piattaforma le reti ucraine che aggregano sabotatori in territorio russo e che sarebbero state utilizzate per organizzare vari attacchi ad infrastrutture e persone nella federazione.

Telegram, tra l’altro, da alcuni mesi è già stato bloccato in Russia proprio per lo stesso motivo, ma milioni di utenti continuano ad utilizzare l’app attraverso servizi VPN e simili. Nonostante tutto, la piattaforma è anche molto utilizzata per diffondere contenuti di canali con posizioni vicine a quelle governative sulla guerra in Ucraina e altri temi.

Le autorità francesi hanno dichiarato in relazione alla vicenda che nessun cittadino verrà estradato verso altri paesi e che se la Russia si rivolgerà all’Interpol potrebbero considerare se fare degli accertamenti.

Se venisse processato in Russia, Durov potrebbe rischiare una condanna a 15 anni se non pene più severe.

È utile ricordare che nel 2024 anche la Francia aveva trattenuto in stato di fermo Durov per accertamenti legati ad accuse secondo cui la società non avrebbe acconsentito a collaborare con le autorità fornendo i dati richiesti per alcune inchieste della polizia.

Inoltre, anche le autorità ucraine avevano accusato la piattaforma di essere troppo tollerante nei confronti delle reti di arruolamento di sabotatori sul loro territorio.

Il rispetto della privacy degli utenti che, almeno in teoria, caratterizza Telegram quindi, starebbe rendendo la piattaforma invisa ad un certo numero di governi a livello internazionale. Del resto questo avviene in un momento in cui anche l’UE ha rilanciato il Chat Control, un’iniziativa che di fatto elimina ogni parvenza di privacy nelle piattaforme di messaggistica.

Fonte

11/09/2024

Telegram, la Francia e l'UE

Agosto è certamente finito col botto per chi si occupa di piattaforme, con l’arresto, in gran parte inaspettato, di Pavel Durov, 39enne fondatore della app Telegram.

In estrema sintesi la vicenda: il cofondatore di origine russa (ma con passaporto anche emiratino, francese e di Saint Kitts and Nevis) della piattaforma di messaggistica (ormai quasi un social media) è stato arrestato mentre scendeva dal suo jet privato in Francia.

Rimasto in custodia della polizia per 24 ore, poi prolungate a 96, è stato infine rilasciato mercoledì 28 agosto, dopo essere stato messo formalmente sotto accusa con una serie di capi d’imputazione ancora vaghi ma che sembrano concentrarsi sull’idea che Telegram non collabori abbastanza a fronte di inchieste su specifiche attività criminali che si svolgono sulla piattaforma.

Durov ha ottenuto la libertà su cauzione (di 5 milioni di euro), non potrà lasciare la Francia e dovrà presentarsi a una stazione di polizia due volte alla settimana.

Francia ed Europa

Le norme europee non c’entrano nulla con la vicenda, e sebbene sia piuttosto evidente, dei portavoce della Commissione si sono sentiti in dovere di specificarlo. A muoversi è la Francia e la procura di Parigi.

“La quasi totale assenza di risposta di Telegram alle richieste giudiziarie è stata portata all’attenzione della sezione criminalità informatica (J3) del tribunale nazionale della criminalità organizzata (JUNALCO) presso la procura di Parigi, in particolare dall’ufficio nazionale per i minori (OFMIN)”, è scritto in un comunicato della procura (che contiene la lista di capi d’accusa).

Tutto nasce nel febbraio 2024 quando il tribunale di Parigi apre un’inchiesta preliminare e incarica l’OFMIN di condurre l’indagine. Il Centro per la lotta contro la criminalità informatica (C3N) e l’Ufficio nazionale antifrode (ONAF) hanno successivamente preso in carico l’inchiesta.

Secondo quanto riportato da Politico, i primi problemi di Durov partono da un’indagine separata incentrata su abusi sessuali su minori in cui un sospettato avrebbe usato Telegram per adescare ragazze minorenni minacciando di diffondere CSAM (Child Sexual Abuse Material) sui social media e rivelando anche uno stupro.

Ma alle richieste delle autorità francesi per identificare il sospettato, Telegram non avrebbe dato risposta, dando luogo così a un’indagine preliminare sulla sua riluttanza a collaborare con le forze dell’ordine su una questione penale.

Anche se l’UE non c’entra con l’indagine francese, potrebbe metterci il carico a breve, in virtù del DSA, il Digital Services Act. Da febbraio la nuova legge obbliga tutte le piattaforme che operano nell’UE a proteggere gli utenti online da contenuti illegali e dannosi. Ma quelle con più di 45 milioni di utenti attivi mensili sono soggette a obblighi più stringenti e sono regolamentate direttamente dalla Commissione (invece che dalle autorità nazionali).

Telegram, nel mirino proprio per le sue funzioni da social media (con gruppi e canali da migliaia di utenti), era finora sfuggita alle maglie più strette poiché a febbraio ha dichiarato di avere solo 41 milioni di utenti nei 27 Paesi dell’UE. E a fare da controllore dovrebbe essere l’autorità di telecomunicazioni belga, BIPT. Ma la Commissione avrebbe dubbi al riguardo.

“In base al Digital Services Act (DSA) dell’Uescrive il Financial TimesTelegram avrebbe dovuto fornire un numero aggiornato questo mese, ma non l’ha fatto, dichiarando solo di avere 'significativamente meno di 45 milioni di utenti (recipients) attivi medi mensili nell’UE'”.

L’incapacità di fornire i nuovi dati pone Telegram in violazione del DSA, hanno dichiarato due funzionari dell’UE, aggiungendo che è probabile che l’indagine dell’Unione europea scopra che il numero reale è superiore alla soglia per le “piattaforme online molto grandi”. Tale designazione comporta maggiori obblighi di conformità e di moderazione dei contenuti, di auditing da parte di terzi e di condivisione obbligatoria dei dati con la Commissione europea.

Crittografia

I capi di imputazione citano anche due norme sull’importazione e fornitura di servizi/strumenti di crittografia, per le quali mancherebbe della documentazione (dichiarazione di conformità).

A livello legale di queste norme francesi se ne parla qua: “la fornitura, l’importazione e l’esportazione di mezzi crittografici in e dalla Francia sono soggette a una dichiarazione preventiva o a un’autorizzazione preventiva dell’ANSSI (l’agenzia nazionale per la cybersicurezza, ndr), a seconda delle funzionalità tecniche e dell’operazione commerciale (fornitura o importazione).”

Qui il link alla pagina dell’ANSSI che ne parla.

Questa situazione sembra per ora secondaria nella vicenda, malgrado una parte della stampa americana, nota la giornalista statunitense Marcy Wheeler, continui a discuterne come se si trattasse di un crimine relativo all’uso della crittografia, quando avrebbe a che fare con una registrazione.

“Signal, l’applicazione di messaggistica cifrata più protettiva – scrive Wheeler – si è registrata in base a questa legge quando ha richiesto per la prima volta di offrire Signal negli app store francesi. Quindi, no, loro [Signal, diversamente da Telegram, ndr] non saranno perseguiti in base a questa legge, perché stanno seguendo la legge”.

Il riferimento della giornalista a Signal sembra prendere spunto da alcuni post di uno dei principali sviluppatori di Signal (oggi ad Apple) Frederic Jacobs, che dice di ricordarsi l’incombenza burocratica per pubblicare l’app nell’App Store in Francia. E aggiunge: “Un buon promemoria per ricordare che la Francia è uno dei rari paesi al mondo ad avere l’obbligo di dichiarazione quando si importa **crittografia**.
Anche se non è necessaria l’approvazione, è fondamentale presentare una dichiarazione accurata del sistema di crittografia all’agenzia per la cybersicurezza ANSSI. Secondo i pubblici ministeri, Telegram non ha compilato accuratamente la sua dichiarazione”
.

Che dice Signal?

Più in generale vale la pena riportare interamente una risposta data da Meredith Whittaker, presidente di Signal, al giornalista Andy Greenberg (l’intervista merita tutta comunque), dopo l’arresto di Durov in Francia.

Greenberg chiede a Whittaker, che è appena stata in Francia e appare interessata all’Europa anche come possibile alternativa alla sede di Signal: “Ha davvero senso cercare questo tipo di flessibilità giurisdizionale in Europa quando il fondatore di Telegram Pavel Durov è stato appena arrestato in Francia? Questo vi fa riflettere sul futuro di Signal nell’UE?”

Risponde la presidente di Signal: “Beh, per cominciare, Telegram e Signal sono applicazioni molto diverse con casi d’uso molto diversi. Telegram è un’app di social media che consente a un individuo di comunicare con milioni di persone contemporaneamente e non fornisce una privacy significativa o una crittografia end-to-end. Signal è esclusivamente un’applicazione per comunicazioni private e sicure, senza funzioni di social media. Quindi stiamo già parlando di due cose diverse.
E ad oggi [27 agosto 2024] ci sono troppe domande senza risposta e poche informazioni concrete sulle motivazioni specifiche dietro l’arresto di Durov perché io possa darvi un’opinione informata. Per quanto riguarda la questione più ampia, siamo realisti: non c’è nessuno Stato al mondo che abbia un bilancio ineccepibile sulla crittografia.
Ovunque nel mondo ci sono anche campioni della privacy delle comunicazioni, inclusi molti nel governo francese e in Europa. Coloro che si battono da tempo per la privacy riconoscono che si tratta di una battaglia continua, con alleati e avversari ovunque. Cercare di dare priorità alla flessibilità non significa idealizzare una giurisdizione o l’altra.
Siamo consapevoli delle acque in cui dobbiamo navigare, ovunque siano. Vediamo un’enorme quantità di sostegno e di opportunità in Europa. E ci sono grandi differenze tra gli Stati. La Germania sta prendendo in considerazione una legge che imponga la crittografia end-to-end, mentre la Spagna è stata in testa nel cercare di minare la crittografia. Insomma, ancora una volta, non si tratta di un monolite”
.

In soldoni, Whittaker al momento non appare preoccupata di quanto accaduto a Telegram perché (integro un po’ quello che dice con altre info) Signal non ha funzioni che la renderebbero simile a un social; implementa la crittografia end-to-end su tutto, e non tiene metadati, quindi significa che anche volendo non ha dati da dare; si è registrata regolarmente in Francia; non fa profitti sulle attività dei suoi utenti, perché è una no profit.

La reazione di Telegram e Durov

Negli ultimi giorni c’è stata un po’ di discussione in relazione al linguaggio usato nelle FAQ di Telegram, perché ci sono state delle recentissime modifiche. In particolare sarebbe stata rimossa una frase che diceva; “Tutte le chat di Telegram e le chat di gruppo sono private tra i partecipanti. Non elaboriamo alcuna richiesta relativa alle stesse”. Tuttavia altri fanno notare che la stessa frase sarebbe ancora presente in altri punti delle FAQ.

Eviterei le congetture in punta di FAQ. Più interessante semmai l’intervento dello stesso Pavel Durov nel suo canale Telegram (si firma Du Rove, trasposizione goliardica del suo nome con la quale avrebbe ottenuto il già controverso passaporto francese, come raccontato da Mediapart).

In sostanza Durov sembra riconoscere che Telegram può fare di più contro la presenza di attività criminali, dice che non è un “paradiso anarchico” e appare molto dialogante.

Scrive Durov o se preferite Du Rove: “Ascoltiamo la voce di chi dice che [quello che abbiamo fatto finora. ndr] non è abbastanza. L’improvviso aumento del numero di utenti di Telegram a 950 milioni ha causato problemi di crescita che hanno reso più facile per i criminali abusare della nostra piattaforma. Ecco perché mi sono posto l’obiettivo personale di assicurare un miglioramento netto su questo aspetto. Abbiamo già avviato tale processo internamente e presto condividerò con voi ulteriori dettagli sui nostri progressi”.

Vedremo i prossimi sviluppi.

Fonte

31/08/2024

Zuckerberg confessa: “la gestione di Facebook è condizionata dalla Casa Bianca”

L’arresto e il successivo rilascio su cauzione, a Parigi, del fondatore e patron di Telegram, Pavel Durov, ha messo in luce cosa significhi la parola “libertà di espressione” nell’Occidente imperialista. Andiamo un attimo con ordine, perché non ci interessa affatto fare paragoni frettolosi e impressionistici.

Come ben pochi hanno notato, il mandato di cattura contro Durov è stato emesso mentre l’aereo su cui viaggiava era in volo verso Parigi. In pratica tutti i media (pressoché tutti, in effetti) che hanno divagato per un paio di giorni sull’interrogativo “si è consegnato (per salvarsi da Putin, con cui aveva avuto pesanti screzi) oppure è stata una sua ingenuità?” hanno fatto consapevolmente disinformazione, perché la tempistica mandato/arresto era nota a chiunque volesse leggere la stampa internazionale.

Poi si è venuti a sapere, o ricordato con difficoltà, che Macron aveva proposto a Durov nel 2018 di spostare la sede operativa di Telegram in Francia, in cambio della cittadinanza (poi concessa comunque, come dono avvelenato) e della messa a disposizione della polizia/servizi segreti francesi dei codici criptati della piattaforma.

In pratica, “Mac Macron” ha provato ad avere politicamente in mano una piattaforma di messaggistica in grado di rivaleggiare con Facebook, Whatsapp, X e Instagram, senza dover investire in tecnologie, vista l’assenza di magnati francesi su questo fronte. Fare grandeur con l’inventiva altrui, insomma.

Anche da queste scarne notizie certe si indovina che il controllo dei dati raccolti da piattaforme “civili”, utilizzabili da chiunque, è un obiettivo politico e militare di primaria importanza.

Va comunque sgombrato il campo da un altra “giustificazione” dell’arresto adottata e addotta dai media europei: su Telegram operano anche pedofili, spacciatori, trafficanti d’armi, “terroristi” e combattenti di svariati eserciti (compresi quello russo e ucraino), ecc., quindi il rifiuto di Durov di consegnare i codici di decriptazione significherebbe di fatto complicità con quei crimini.

Sul piano del diritto è come incolpare Telecom di quello che si dicono e fanno due abbonati qualsiasi. E l’esercizio della “moderazione”, associato alla “profilazione” delle preferenze individuali degli utenti, rende qualsiasi piattaforma un campo di gioco “privatizzato” dai suoi ideatori-proprietari a disposizione di altri privati che devono vendere le proprie merci e di (pochi) governi che possono gestire un’autoschedatura immensa e pressoché totale. Il contrario della “libertà” promessa, per di più gratuitamente.

Sul piano pratico, quella “giustificazione” è una bufala pura e semplice. Ammesso senza problemi che (anche) su Telegram vengano commessi molti dei reati indicati, non serve essere degli specialisti in indagini di polizia per capire che non è affatto impossibile contrastare quei traffici.

Certo, bisognerebbe spendere un po’ di tempo e risorse (soldi e uomini) per seguire le tracce, “travestirsi” da utenti (una specialità che ogni servizio segreto pratica da sempre...), risalire ai protagonisti degli illeciti e arrestarli. Ma vuoi mettere la comodità di un codice di decriptazione che ti fornisce elenchi sconfinati di nomi e numeri di telefono senza dover muovere un muscolo e spendere un soldo? Basta chiedere al tycoon di turno, con le buone (soldi) o le cattive (minacce) ed il gioco è fatto.

Proprio il principale tenutario di piattaforme online, Mark Zuckerberg, ha nei giorni scorsi confessato che la gestione dei social da lui controllati è politicamente concertata con il governo degli Stati Uniti (e di Israele, come ben ha capito ogni utente un po’ sveglio...). Anzi, passa i dati e le profilazioni direttamente alle agenzie governative, che così possono decidere indagini o operazioni di ogni tipo senza troppo faticare.

Qui di seguito l’articolo con cui Marinella Mondaini ricostruisce “la confessione”.
Il CEO di Meta Mark Zuckerberg ha ammesso che Facebook, su richiesta delle autorità statunitensi, ha censurato i contenuti relativi al COVID-19, ma non solo questo ha fatto.

Mark Zuckerberg, ha scritto una lettera alla Commissione giudiziaria della Camera dei rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, dove afferma di rammaricarsi di alcune decisioni prese dalla sua azienda sotto la pressione del governo e di non voler più scendere a compromessi con l’amministrazione.

Nel contesto dell’arresto in Francia di Pavel Durov, a cui hanno cucito addosso un’infinità di crimini legati all’attività del suo Telegram – ben 12: pornografia infantile, droga, rifiuto di collaborare con i servizi di intelligence, ecc. – e nel contesto anche della fuga dall’Europa del fondatore del video hosting Rumble, Chris Pawlowski, minacciato dalle autorità francesi, il CEO di Meta (riconosciuta organizzazione estremista e la sua attività è vietata in Russia), Mark Zuckerberg, è dispiaciuto per non essersi espresso “più apertamente” sulla “pressione del governo” affinché rimuovesse i contenuti relativi al COVID-19.

Zuckerberg ha affermato che nel 2021, gli alti funzionari dell’amministrazione del presidente Joe Biden “per diversi mesi hanno fatto pressioni” su Meta (che possiede Facebook e Instagram) affinché “censurasse” i contenuti riguardo il Covid, “inclusi umorismo e satira”, inoltre esprimevano grande disappunto nei confronti del nostro team quando non eravamo d’accordo”, ha aggiunto.

E nonostante a prendere le decisioni fosse Meta, Zuckerberg ritiene che “la pressione del governo era sbagliata”. “Mi dispiace che non abbiamo parlato più apertamente prima”, ha scritto Zuckerberg al presidente della commissione giudiziaria repubblicana Jim Jordan.

Meta “ha preso alcune decisioni che, guardando indietro e con le nuove informazioni, non prenderemmo oggi”.

“Sono fermamente convinto che non dovremmo compromettere i nostri standard di contenuto a causa delle pressioni di qualsiasi amministrazione in qualsiasi direzione e siamo pronti a reagire se qualcosa del genere dovesse accadere di nuovo”.

Zuckerberg ha anche affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2020, Facebook non avrebbe dovuto, in attesa del controllo dei fatti, “abbassare di prestigio” un articolo del New York Post sulle accuse di corruzione relative alla famiglia del presidente Biden. Stiamo parlando del computer portatile del figlio Hunter Biden, nel quale sono state trovate numerose informazioni compromettenti legate a droga, prostituzione e possesso illegale di armi. Quattro anni fa l’FBI lanciò l’allarme di una potenziale “campagna di disinformazione russa” contro la famiglia Biden. Tuttavia, la storia di Hunter Biden, secondo Zuckerberg, non si è rivelata essere disinformazione russa.

Come volevasi dimostrare, la “disinformazione russa” è la grande vergognosa bufala inventata dalla CIA e ora smettete di diffondere questa fake-news, pennivendoli dei mass-media italiani!

– da Facebook
Diciamo pure che la “mordacchia” pretesa sulle notizie relative al Covid – il presidente era Trump, che ben poco stava facendo per contrastare l’epidemia e quindi pretendeva la “sordina” su quanto stava accadendo – è la parte meno interessante della confessione di Zuckerberg.

Non tutti i bersagli della Casa Bianca hanno inoltre l’esposizione mediatico-politica di Hunter Biden (poi arrestato, anni dopo), che metterebbe in imbarazzo qualsiasi anchorman o giornalistucolo. Per tutti gli altri utenti, almeno quelli “politicamente rilevanti”, che non si limitano a postare foto di gattini e cuoricini, la disponibilità verso “l’amministrazione” è da sempre totale. Altrimenti non campi, direbbe Durov...

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29/08/2024

Telegram. Incriminato e scarcerato Durov. La guerra per il controllo dei social

Gli amministratori delegati di Tim, Vodafone, Iliad, Fastweb sono stati arrestati poiché alcuni boss del crimine organizzato utilizzano le loro compagnie telefoniche per comunicare tra loro con i cellulari. Dovrebbe essere questo il titolo di apertura dei giornali dei prossimi giorni se la giustizia francese o italiana agissero in coerenza con le accuse che hanno portato all’arresto nei giorni scorsi del ceo di Telegram, Pavel Durov.

Sono infatti sei i capi d’imputazione di cui è stato ufficialmente accusato dalla procura di Parigi l’oligarca franco-russo Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato di Telegram.

Durov è stato arrestato all’aeroporto Le Bourget di Parigi lo scorso 24 agosto. Secondo la Procura di Parigi è stato arrestato per la mancanza di attività di moderazione sulla sua app di messaggistica istantanea, così come per non aver collaborato nella lotta al traffico di droga e nella diffusione di contenuti pedopornografici. L’arresto è avvenuto “come parte di un’inchiesta giudiziaria aperta l’8 luglio”, ha spiegato la Procura.

Ieri pomeriggio Durov è stato interrogato da due magistrati che, secondo un comunicato stampa del procuratore di Parigi Laure Beccuau, lo hanno incriminato dopo diverse ore di interrogatorio per i reati di: “rifiuto di comunicare le informazioni necessarie alle intercettazioni autorizzate dalla legge”, complicità in vari crimini perpetrati attraverso l’utilizzo dell’app di messaggistica istantanea – traffico di stupefacenti; reati su minori; frode; e riciclaggio di denaro – e “fornitura di servizi di crittografia volti a garantire funzioni di riservatezza senza dichiarazione conforme”.

Durov è stato anche rilasciato in seguito al pagamento di una cauzione di 5 milioni di euro ma gli è proibito lasciare la Francia e dovrà effettuare una registrazione presso una stazione di polizia francese due volte a settimana.

Parlando alla stampa presso il tribunale di Parigi, il suo avvocato David-Olivier Kaminski ha stimato che “è del tutto assurdo pensare che il gestore di un social network possa essere coinvolto in atti criminali che non lo riguardano, né direttamente né indirettamente”.

Non può mancare, infine, una osservazione di carattere tutto politico: in questo mondo pare che gli unici social network da limitare e criminalizzare siano TikTok e Telegram, cioè quelli che non sono sotto il controllo dei Big Data statunitensi come Meta, Google etc.

Sia negli USA che nell’Unione Europea le classi dominanti sono ormai terrorizzate dall’idea che dei canali di comunicazione sfuggano al loro controllo e propaganda. Ma hanno il coraggio di invocare la libertà di stampa per giustificare il bavaglio che stanno stringendo sulla fonti di informazioni alternative o diverse da quelle ufficiali o ufficialmente controllate... da loro.

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26/08/2024

Arrestato in Francia il fondatore di Telegram, Pavel Durov

Ieri sera (sabato 24 -ndR), verso le 23, il fondatore di Telegram Pavel Durov è stato arrestato a Parigi, appena sceso dal suo jet privato di ritorno da un viaggio in Azerbaijan. Era stato nelle ore precedenti inserito nei Fichier des personnes recherchées: era insomma un ricercato, ma non è chiaro se sapesse del rischio di detenzione, una volta arrivato in Francia.

Il magnate delle comunicazioni è accusato di mancata collaborazione con le forze dell’ordine, riguardo i contenuti che passano sulla sua piattaforma di messaggistica. È dunque accusato di aver favorito una lunga lista di crimini: terrorismo, traffico di stupefacenti, frode, riciclaggio di denaro, ricettazione, distribuzione di materiale pedopornografico.

“Ha commesso un errore stasera. Non sappiamo perché... Era solo una tappa? In ogni caso è stato preso”, ha detto una fonte al canale Télévision française 1. Durov, fino ad ora, aveva evitato destinazioni europee, mentre era solito viaggiare tra gli Emirati, i paesi dell’area dell’ex Unione Sovietica e nel Sud America.

Proprio negli Emirati, a Dubai, il miliardario russo aveva preso la residenza e la cittadinanza, ma Durov è anche cittadino francese (e del paese caraibico di Saint Kitts e Nevis). Per questo non c’è possibilità che venga estradato altrove: è sotto accusa in un paese che lo riconosce come proprio cittadino.

L’imprenditore si era fatto molti nemici, anche tra i suoi concorrenti. Hanno avuto grande risonanza i suoi attacchi a Signal, di cui, aveva dichiarato Durov, il sistema di crittografia è stato pagato dal governo statunitense con 3 milioni di dollari, e di cui alcuni messaggi sono stati usati in procedimenti giudiziari.

Durov si è sempre fregiato del fatto che Telegram sia l’unica piattaforma che tutela davvero la libertà di parola e la privacy dello scambio di messaggi tra privati. Questo, però, ha allo stesso tempo creato la situazione per cui sui suoi canali può passare più o meno di tutto, con maggiori garanzie di non poter risalire alla fonte.

Il fatto che la criptazione end-to-end delle chat segrete di Telegram impedisca l’accesso alle informazioni dei suoi canali, e che non conceda a nessuna autorità questo accesso, è all’origine dell’arresto. Le polizie occidentali temono che, su quella piattaforma, passino contenuti legati a una gran varietà di crimini, anche contro la sicurezza nazionale.

Ma non è solo con l’Occidente che Durov ha avuto problemi. In passato il governo russo ha tentato di bloccare Telegram nel paese attraverso una decisione di tribunale, e un gruppo di 26 ONG, tra cui Human Rights Watch, Amnesty International, Freedom House, Reporter Senza Frontiere e il Comitato per la Protezione dei Giornalisti avevano criticato la decisione.

Ciò era avvenuto appena dopo l’approvazione della legge Yarovaya, entrata in vigore il primo luglio del 2018. Essa obbligava gli operatori di servizi di telecomunicazioni a conservare per sei mesi i registri dei messaggi telefonici e del traffico internet dei clienti, e anche le chiavi per decrittografare la corrispondenza degli utenti e fornire informazioni su richiesta ai servizi segreti russi.

Dalle ONG era arrivato un appello fino alle Nazioni Unite, al Consiglio d’Europa, all’OCSE, alla UE, a Washington e ad altri governi per la tutela della libertà di espressione e della privacy degli utenti di Telegram. E Maria Zakharova, portavoce degli Esteri di Mosca, non ha perso un attimo per ricordare questi fatti, chiedendo che l’Occidente se ne ricordi pure ora.

La questione Telegram rimane una questione delicata, in una posizione complessa all’interno della questione della libertà di parola, di informazione, della tutela della privacy e delle garanzie per la sicurezza nazionale, che non si può di certo sciogliere qui. Quello che è indubbio è che è subito entrata nello scontro internazionale tra filiera euroatlantica e mondo multipolare.

E inoltre, rimane il mistero del perché Durov, consapevole dei rischi a cui andava incontro, sia comunque atterrato a Parigi. Non sembra pensabile sia stata la svista di un momento, e vedremo presto gli sviluppi della faccenda.

Fonte

23/08/2020

Bielorussia - Rivoluzione colorata o movimento popolare?

La situazione in Bielorussia, senza dubbio molto complessa, era inevitabilmente destinata a produrre nella sinistra internazionale una polarizzazione tra due posizioni diametralmente opposte: da una parte il movimento di opposizione viene considerato l’ennesima “rivoluzione colorata” promossa dall’imperialismo USA-UE, come quelle orchestrate spesso con successo nel passato (vedi Ucraina e altri Paesi). Dall’altra si mette in evidenza la matrice operaia e popolare delle proteste e il carattere autoritario del governo di Lukashenko. Uscendo da una logica da “tifosi”, che impedisce di valutare le cose con la necessaria obiettività, si deve rilevare che in entrambe le posizioni ci sono elementi di verità: anche se è evidente sullo scenario bielorusso lo “zampino” di potenze straniere (USA, UE, soprattutto Germania, Polonia e Stati baltici) i movimenti popolari nei Paesi “non allineati” con l’Occidente non possono sempre essere considerati come frutto di manovre dei servizi segreti o dei finanziamenti del solito Soros. Il malcontento che si è esteso nella società bielorussa affonda le sue radici nel peggioramento della qualità della vita delle masse popolari e nelle conseguenze dell’emergenza Covid, e ha trovato il suo detonatore nel risultato delle ennesime elezioni presidenziali poco trasparenti che hanno riconfermato al potere Lukashenko con una percentuale “bulgara” poco credibile. Un movimento dunque che ha radici popolari e democratiche che però che in assenza di una sinistra e di un movimento operaio forti e organizzati rischia di essere egemonizzato dalla destra neoliberista. La Bielorussia non è l’Ucraina e i gruppi apertamente nazifascisti non hanno lo stesso peso. Ma le tre donne che in questo momento vengono presentate dai media occidentali come i leader dell’opposizione hanno una storia personale illuminante: tutte e tre sono legate ad importanti uomini d’affari (https://www.eastjournal.net/archives/108926) e anche se proclamano “né con Putin né con l’UE” la prospettiva politica che sembrano condividere è sicuramente di tipo neoliberista. Peraltro è difficile pensare che i brogli, per quanto estesi e sistematici possano essere stati, abbiano potuto ridurre il consenso all’opposizione da una maggioranza relativa al 10%. Nei prossimi giorni continueremo a seguire la situazione in Bielorussia e a pubblicare nuovi materiali, soprattutto sulle questioni geopolitiche e i rapporti internazionali riguardanti questo Paese. Oggi vi proponiamo un’intervista a due esponenti della sinistra bielorussa realizzata dal sito statunitense Jacobin e tratta dal blog di Maurizio Acerbo, un comunicato di solidarietà ai lavoratori bielorussi da parte di un sindacato indipendente ucraino e un articolo del Guardian sulla contestazione a Lukashenko da parte degli operai di Minsk.

Nello Gradirà

*****

Un’intervista con Ksenia Kunitskaya e Vitaly Shkurin

di Volodymyr Artiukh

Le proteste in Bielorussia sono state ampiamente dipinte come una “rivoluzione colorata” filo-occidentale o “Minsk Maidan”, ignorando le ragioni più profonde del malcontento popolare nei confronti del presidente Alexander Lukashenko. Jacobin ha parlato con due militanti della sinistra in Bielorussia riguardo alle forze che stanno dietro le proteste e delle prospettive del movimento operaio organizzato che afferma la propria agenda.

Si dice spesso che la brutalità della polizia a Minsk sia senza eguali in Europa: qualcosa che i manifestanti francesi del gilet jaunes negherebbero sicuramente. Eppure qualcosa sta decisamente cambiando in Bielorussia, dopo che un sostegno popolare senza precedenti ai candidati dell’opposizione ha sfidato il governo del presidente Alexander Lukashenko che dura da ventisei anni. Quando le autorità hanno affermato di aver ottenuto l’80% dei voti nelle elezioni del 9 agosto – e la folla è scesa in piazza per protestare – lo Stato ha scatenato il terrore della polizia.

Le manifestazioni di piazza sono state inizialmente dominate dai giovani dei centri urbani. Eppure, come ho mostrato in un recente articolo, la protesta negli ultimi giorni ha cambiato forma, espandendosi in un più ampio movimento operaio che coinvolge mobilitazioni diffuse nei luoghi di lavoro. Le azioni che hanno interessato la maggior parte dei più grandi siti industriali del paese hanno visto migliaia di lavoratori riunirsi, discutere le loro richieste e minacciare una chiusura generale delle fabbriche.

Quindi, si dice che tutto in Bielorussia sia “senza precedenti”. Eppure si possono, in effetti, trovare precedenti, in Solidarnosc in Polonia o negli scioperi dei minatori nella tarda Unione Sovietica – esempi di militanza operaia alleata a movimenti di protesta più ampi che inconsapevolmente hanno aperto la strada a trasformazioni neoliberiste. La tragica storia del lavoro nello spazio post-sovietico richiede quindi un approccio attento e fondato sui recenti eventi in Bielorussia.

Per fare luce sulle contraddizioni della società bielorussa e sulla condizione della sua classe operaia, ho intervistato due rappresentanti della sinistra bielorussa, che hanno chiesto di non rivelare la loro identità. “Ksenia Kunitskaya” è un membro della rivista online Poligraf, e “Vitaly Shkurin” è un autore bielorusso di September, una piattaforma mediatica di sinistra che copre lo spazio post-sovietico. Entrambi hanno legami con circoli di attivisti e sono ben posizionati per valutare la situazione dal punto di vista della classe operaia.

VA: Sembra che né gli analisti né le autorità bielorusse si aspettassero disordini di questa portata intorno alle elezioni del 9 agosto. Cosa ha scatenato la mobilitazione pre-elettorale e le successive proteste? In quale congiuntura politica più ampia dovremmo vederli?

KK: Il primo motivo è la stanchezza che da tempo si è accumulata tra gran parte della popolazione a causa di un quarto di secolo del governo di Lukashenko. Il suo approccio è evidente nel suo stile di comunicazione brusco sia con gli avversari sia con i suoi subordinati, spesso somigliante a una disinvolta rudezza. Questo è aggravato dall’indifferenza mostrata dai funzionari locali, che non seguono l’umore della gente ma lo stato d’animo del leader. Queste qualità si sono manifestate chiaramente durante la cattiva gestione da parte del governo dell’epidemia di COVID-19 che ha irritato enormemente la popolazione.

Inoltre, il governo ha costantemente smantellato il modello di stato sociale e i suoi obblighi sociali nei confronti dei propri cittadini. Ciò era evidente con l’introduzione nel 2004 dei contratti individuali con i lavoratori invece dei contratti collettivi; la “tassa sulla disoccupazione” del 2017 e l’esclusione del servizio militare, del congedo di maternità e degli studi universitari o universitari dagli anni che contano ai fini della pensione. Anche la politica monetaria restrittiva degli ultimi cinque anni ha portato a un congelamento dei salari, mentre i prezzi hanno continuato a salire.

VS: Gli ultimi dieci anni hanno visto una depoliticizzazione dei bielorussi. Dopo le fallite proteste post-elettorali del 2010 e la successiva “rivoluzione delle mani” [quando le persone applaudirono in strada per manifestare il loro dissenso, temendo di essere arrestate se avessero organizzato proteste], molti membri di partiti e movimenti hanno subito la repressione statale.

Nel 2017, dopo che il governo ha introdotto la cosiddetta tassa sulla disoccupazione, la Bielorussia ha visto proteste non solo a Minsk, ma anche nelle piccole città di provincia, per la prima volta in sei anni. Questa tassa è stata poi rinviata. Ma sembrava che dopo la sconfitta dei partiti e dei movimenti di opposizione, la nuova opposizione a Lukashenko fosse apparsa solo nella vaga forma dei “bielorussi”.

Poiché una quota sostanziale dell’economia bielorussa è ancora di proprietà statale, la “gente comune” – i soliti elettori di Lukashenko – è composta da lavoratori di fabbriche di proprietà statale, insegnanti di scuola o medici. Negli ultimi anni, il settore pubblico è stato affamato di denaro, il che ha portato a un calo dei salari, alla contrazione della forza lavoro, alle vacanze forzate non pagate e all’aumento dell’età pensionabile. Ovviamente, questo ha politicizzato la “gente comune”, ma sfortunatamente non è emersa un’agenda forte e positiva.

KK: Inoltre, le autorità hanno prestato poca attenzione alla loro immagine positiva agli occhi della popolazione. La nostra propaganda statale è molto debole e spesso sembra ridicola: “Non abbiamo mai vissuto così bene come ora”, affermano. I loro avversari, tuttavia, hanno creato un sistema efficace di media elettronici professionali, moderni. Attraverso questi, evidenziano le carenze dello stato e conducono propaganda a favore delle riforme neoliberiste e di una politica della memoria nazionalista. Ciò ha permesso all’opposizione liberal-nazionalista di mobilitare i sostenitori prima delle elezioni, di cogliere le autorità in numerosi casi di brogli elettorali e di portare la gente in piazza.

Inoltre, le dure azioni della polizia – l’uso di granate stordenti, idranti e gas lacrimogeni, torture dei detenuti – hanno suscitato indignazione non solo tra i sostenitori dell’opposizione, ma hanno anche scioccato coloro che prima non erano interessati alla politica.

VA: Che tipo di bielorussi hanno avuto la tendenza a sostenere Lukashenko? Questo sostegno ora sta venendo meno? Ciò ha a che fare con l’indebolimento del compromesso tra “nessun diritto politico, ma pur sempre diritti di welfare”?

KK: Dopo la prima vittoria elettorale di Lukashenko nel 1994, il suo sostegno è stato molto ampio, comprendendo sostenitori di un’alleanza con la Russia e la rinascita dell’URSS, oppositori di dure riforme di mercato e madrelingua russi insoddisfatti della politica di “bielorussianizzazione”. I residenti nei villaggi lo percepivano come “il loro ragazzo”. Negli anni 2000, ha attirato sostenitori con una politica di crescita salariale costante, promettendo di portare lo stipendio medio a $500 e persino $1.000 al mese.

Una serie di crisi economiche hanno impedito la realizzazione di questo sogno. L’unione con la Russia soffre anche a causa delle contraddizioni tra le élite russe e bielorusse. E le campagne per aumentare i salari sono state sostituite da una politica monetaria restrittiva, nello spirito delle raccomandazioni del FMI.

La sociologia indipendente nella Bielorussia moderna è praticamente vietata e i sociologi associati allo stato non pubblicano dati, quindi è difficile giudicare le valutazioni reali del presidente. Ovviamente, è meno che negli anni ’90 e 2000 e le dure azioni della polizia chiaramente non hanno aumentato la sua popolarità. Allo stesso tempo, l’opinione popolare tra l’opposizione secondo cui il consenso per Lukashenko è solo del 3% è molto probabilmente un mito.

VS: Penso che il modello economico di Lukashenko basato sulla riesportazione del petrolio russo si sia esaurito, poiché la Russia ha aumentato il prezzo del petrolio per la Bielorussia e i prezzi globali sono precipitati. Ovviamente, Lukashenko non può sostenere l’attuale livello di welfare per la popolazione, quindi per lui il neoliberismo sembra essere l’unica via d’uscita.

Tuttavia, dobbiamo ricordare che una quota elevata di occupazione nel settore pubblico significa che i luoghi di lavoro sono anche luoghi di controllo politico. Poiché il tasso di disoccupazione non ufficiale in Bielorussia è piuttosto alto (circa il 10%) e le indennità di disoccupazione sono di circa $ 10 al mese, essere disoccupati non è molto confortevole. I dipendenti del settore pubblico devono partecipare regolarmente ad altre attività per salvare i loro posti di lavoro: lavorare il sabato, votare alle elezioni anticipate (dove si verificano principalmente falsificazioni) e persino partecipare alle elezioni come membri di comitati elettorali e falsificare i risultati. L’occupazione nel settore pubblico si basa su contratti a tempo determinato che impediscono a un dipendente di andarsene facilmente, ma consentono a un datore di lavoro di sbarazzarsi del lavoratore a suo piacimento. Ovviamente, a un certo punto, molti dipendenti del settore pubblico si sono resi conto che non c’è via d’uscita.

Allo stesso tempo, possiamo identificare nuovi strati sociali che supportano Lukashenko: i suoi servi nella sfera dell’ideologia e del potere. Con il primo, intendo una nuova generazione di “esperti pubblici” filo-governativi impiegati in varie istituzioni statali (dalle università alle dubbie “organizzazioni pubbliche”). Sono ospiti abituali di media statali, indipendenti e stranieri, dove promuovono lo stato bielorusso. A differenza della vecchia istituzione di noiosi impiegati in stile sovietico, queste persone sono brillanti nei loro discorsi e nel loro aspetto. Anche il vecchio sistema ufficiale in stile sovietico sostiene fortemente Lukashenko, poiché al di fuori del suo sistema sono inutili.

La polizia e i servizi segreti sono il secondo strato di sostenitori di Lukashenko. Hanno speciali benefici per il benessere che includono sussidi per l’acquisto di alloggi, pensionamento anticipato, assistenza sanitaria in cliniche speciali, vacanze in sanatori, ecc. Il numero delle forze di polizia in Bielorussia non è noto pubblicamente, ma il ministro degli interni ha detto nel 2016 che ci sono 405 agenti di polizia ogni 100.000 cittadini e, secondo una stima delle Nazioni Unite del 2013, questo numero è di 1.442 ogni 100.000. Questo lavoro è anche un fattore significativo per la mobilità sociale: le persone dei piccoli centri senza occupazione possono trasferirsi nelle città più grandi per lavorare come poliziotti. In cambio, devono obbedire ciecamente agli ordini: possiamo vedere l’esito nei primi giorni delle proteste, quando granate stordenti e gas lacrimogeni sono stati usati contro gruppi di manifestanti relativamente piccoli e disarmati.

VA: Come descriveresti il profilo sociale e di classe, le ideologie e le lamentele dei manifestanti?

KK: Primo, c’è l’opposizione tradizionale degli anni ’90: nazionalisti, liberali e l’intellighenzia che simpatizza per loro. In secondo luogo, ci sono giovani urbani, uomini d’affari e specialisti IT come quelli che si definiscono progressisti, occidentali e antisovietici. Durante la campagna elettorale, il quartier generale dell’opposizione è riuscito a mobilitare una popolazione leggermente più ampia, almeno nlle grandi città. La politicizzazione nella società durante i giorni pre-elettorali era estremamente alta. Molti cittadini scontenti sono stati coinvolti attivamente come osservatori elettorali.

Ora, settori più ampi della società si stanno unendo, scioccati dalla violenza senza precedenti della polizia e indignati dalla frode elettorale. Alcuni di loro erano insoddisfatti della propria situazione economica, ma avevano sostenuto passivamente Lukashenko come il “male minore” rispetto all’opposizione di destra. I liberali nazionali coinvolti nel processo elettorale non hanno parlato apertamente del loro programma, ma solo di elezioni eque e successivamente di ridurre la violenza della polizia come fine a se stessa.

VS: Nonostante la convinzione di molti comunisti ortodossi che questa sia una “rivoluzione dei programmatori hipster”, molti giovani manifestanti sono operai, tassisti e studenti. Non credo che si possa attribuire alcuna ideologia specifica a questo movimento spontaneo. I manifestanti portano bandiere ufficiali bielorusse [verde e rosso] così come le vecchie bandiere [bandiere bianche-rosse-bianche che servirono come simboli nazionali nel 1991–1994]. Poiché queste ultime dominano, alcuni sostengono che le proteste siano nazionaliste. Ma come ho detto, i leader dell’opposizione nazionalista tradizionale sono in prigione e non ci sono stati conflitti sui simboli tra i manifestanti. Quando i manifestanti hanno iniziato a usare la violenza contro la polizia, possiamo sospettare che fossero coinvolti i tifosi di calcio organizzati, ma sono ancora piccoli gruppi.

VA: Come paragoneresti queste proteste ad altre mobilitazioni in Bielorussia e nella regione?

VS: Tutte le proteste prima del 2010 avevano una forte impronta politica nazionalista, ma già la “rivoluzione delle mani” del 2011 non aveva un programma del genere. Dopo il Maidan ucraino nel 2014, il nazionalismo è tornato in auge tra i manifestanti: è stato mercificato come un marchio di bielorussi nuovi, di successo e più “europeo”. Le proteste in corso sono ancora più lontane dal nazionalismo e ricordano piuttosto le proteste del 2017, quando grandi folle in tutta la Bielorussia hanno protestato contro la tassa sulla disoccupazione.

Le proteste di quest’anno hanno due peculiarità: mancano di un’agenda politica e sociale a parte la contestazione dei risultati delle elezioni e sono sparse per la Bielorussia. Prima del 2017, quasi tutte le grandi manifestazioni si sono svolte a Minsk e hanno seguito lo stesso scenario: grande processione attraverso il centro della città, raduno in una grande piazza e il successivo pestaggio della polizia. Ad eccezione del 2006, quando c’era un campo tendato nella piazza principale, durato un giorno. Ma queste proteste durano già da quattro giorni in diverse città e paesi, non solo a Minsk. Anche nella capitale, i manifestanti non occupano un posto, soprattutto perché il centro della città è sotto il controllo della polizia fin dalle prime ore della sera. Durante la sera e la notte, le proteste possono avvenire in diversi quartieri; manifestanti scappano dalla polizia e tornano dopo la ritirata della polizia.

KK: Cosa ancora più significativa, la portata della violenza è diventata tale da non essere più percepita come un’immagine astratta nelle notizie. Un numero enorme di persone lo ha visto e sperimentato personalmente o ha contato vittime tra amici e parenti. L’opposizione non propone formalmente nulla che possa portare a un conflitto di interessi di classi e gruppi sociali diversi, solo nuove elezioni: questo è diventato un ulteriore fattore di mobilitazione.

VS: La maggior parte della violenza viene dalla polizia: mai prima d’ora in Bielorussia sono state usate granate flash, gas lacrimogeni e proiettili di gomma su tale scala. Penso che lo stato volesse intimidire i manifestanti, ma questo ha avuto l’effetto opposto di prolungare i disordini. Inoltre, l’entità della violenza è chiara dalla quantità di persone detenute: mai prima d’ora abbiamo avuto tremila persone in prigione in una notte.

Infine, il quarto giorno dopo le elezioni, abbiamo assistito a una nuova dimensione dell’attività di protesta: dichiarazioni dei collettivi di lavoro di tutto il paese su possibili scioperi. Sfortunatamente, queste dichiarazioni per lo più non includono alcuna richiesta sociale, solo le richieste di fermare la violenza della polizia, rilasciare tutti i detenuti e tenere nuove elezioni. Ad ogni modo, non c’è stata alcuna attività di sciopero (legale) in Bielorussia dal 1991.

Inoltre, internet come mezzo di comunicazione efficiente è stato utilizzato per la prima volta, anche se durante i primi tre giorni di proteste, il traffico internet straniero è stato interrotto e la maggior parte delle persone ha utilizzato VPN e server proxy. Pertanto, per analogia con le “rivoluzioni di Twitter” durante la primavera araba del 2011, le proteste in Bielorussia possono essere definite una “rivoluzione di Telegram”. Telegram Messenger è stato fondato da Pavel Durov dopo la sua emigrazione dalla Russia ed è diventato popolare tra gli utenti post-sovietici per acquistare droghe (in pratica somigliava all’accesso a una rete oscura, solo senza che fossero necessarie abilità tecniche da parte dell’utente). Nel 2018, un giovane emigrante dalla Bielorussia in Polonia ha avviato il canale Telegram “Nexta” (“нехта”, che significa “qualcuno” in bielorusso), e ha guadagnato popolarità tra i bielorussi a causa dei post “interni” sulle autorità bielorusse.

Ovviamente, un ragazzo non può organizzare una rete di addetti ai lavori, e ci sono sospetti che vari giornalisti e specialisti dei media emigrati durante gli anni del governo di Lukashenko lavorino per questa attività. Nexta e una rete di canali Telegram affiliati hanno condiviso foto e video da diversi punti durante le proteste. Prima della prima notte di protesta, hanno pubblicato “istruzioni su come protestare con attenzione”, ma senza cose radicali come le ricette per le molotov. Inoltre, Nexta ha fornito scenari di proteste che la gente ha seguito principalmente. Se, la prima notte, questo scenario era un posto a Minsk e grandi piazze nelle piccole città, nelle due notti successive lo scenario implicava il movimento di piccoli gruppi nei distretti dormienti di Minsk e nelle grandi strade nelle piccole città. A volte Nexta era davvero provocatorio: “Solo un’ultima spinta, mostriamo alla polizia la nostra solidarietà “,” [Città X] chiede aiuto, la polizia sta picchiando le nostre donne“. Dopo che internet ha iniziato a funzionare, i canali di Telegram hanno perso parte della loro influenza. Le proteste sono iniziate per lo più alla luce del giorno e hanno avuto un carattere eccezionalmente pacifico, per lo più sotto forma di “catene di solidarietà”: file di persone, per lo più donne, che tengono fiori lungo le strade principali.

Non vedo somiglianze tra queste proteste in Bielorussia e le precedenti proteste nell’Europa orientale. Alcuni cercano di trovare somiglianze con Euromaidan a Kiev nel 2014, ma questo è uno strumento puramente ideologico per giustificare Lukashenko e dimostrare che non è possibile alcuna alternativa. A differenza di Euromaidan, le proteste bielorusse non hanno grandi gruppi di estrema destra che guidano e usano la violenza. Abbiamo un paio di gang ultras, ma dopo Euromaidan la maggior parte di loro è stata repressa dalla polizia. In Bielorussia non c’è conflitto linguistico e ideologico, come in Ucraina. Infine, a differenza di Euromaidan, le proteste bielorusse non hanno leader: i tradizionali esponenti dell’opposizione sono in carcere e la candidata alla presidenza Sviatlana Tikhanovskaya è in Lituania. Sono assolutamente sicuro che non possa portare alla guerra come nel Donbass: non c’è conflitto ideologico tra Occidente ed Oriente.

VA: Come descriveresti l’attuale situazione della sinistra bielorussa?

KK: Il movimento di sinistra è in crisi da molto tempo, perché lo stesso Lukashenko ha usato slogan quasi socialisti per salire al potere. Quando gli esponenti di destra lo chiamano “sovietico” e “comunista”, non sembra preoccuparsene. I monumenti sovietici, i nomi delle strade e le festività sono stati conservati integralmente in Bielorussia. Quindi, in qualche modo è stato “deciso” che fosse uno “di sinistra”. Inoltre, sotto una dittatura, solo le forze politiche e i media non statali possono sopravvivere alimentati dall’estero. È noto che ingenti fondi americani ed europei donano denaro ai non comunisti.

Di conseguenza, non abbiamo grandi organi di stampa e partiti di sinistra in grado di sostenere almeno una parte della leadership. In queste condizioni, abbiamo due partiti “comunisti”. Il primo si chiama Partito Comunista di Bielorussia e sostiene il regime (comprese le sue più odiose misure antisociali); l’altro, “Un mondo giusto”, sostiene l’opposizione liberale nelle richieste di cambio di regime, concentrandosi meno sull’agenda di classe. Ci sono anche iniziative di base: circoli marxisti, piccoli media, gruppi di interesse, piccole associazioni di anarchici.

VS: Il partito della sinistra “Un mondo giusto” si è separato dal Partito Comunista nel 1996 dopo che il primo referendum di Lukashenko ha spostato gli equilibri di potere verso il presidente. Oggi è contro Lukashenko e contro l’opposizione di orientamento occidentale. Il Partito dei Verdi bielorusso, fondato nel 1994 e orientato contro l’energia nucleare, ha sviluppato un’agenda di sinistra e anti-autoritaria. È abbastanza forte e, a differenza di “Un mondo giusto” è meno orientato ai classici marxisti-leninisti. Inoltre, abbiamo tre partiti socialdemocratici, alcuni dei cui membri hanno forti orientamenti sociali, ma la maggior parte fa parte dell’establishment dell’opposizione orientato all’Occidente.

La Bielorussia aveva un movimento anarchico grande e forte, forse il più forte nello spazio post-sovietico, collegato a una scena punk-hardcore. Alcuni di loro si sono infiltrati nel Partito dei Verdi; alcuni sono finiti in prigione. È difficile dire qualcosa sull’attività degli anarchici ora, perché sono ancora l’obiettivo principale della repressione. Alcuni gruppi anarchici non si definiscono “di sinistra”, perché lo associano erroneamente a “tankies” filo-sovietici; alcuni trovano il loro sostegno dall’opposizione nazionalista orientata all’Occidente.

Infine, una moda russa di “Left YouTube” e marxisti kruzhki (piccole organizzazioni di autoeducazione) ha raggiunto la Bielorussia negli ultimi anni. Sfortunatamente, gran parte del loro contenuto non riguarda tanto la loro agenda, ma una feroce critica all’opposizione di orientamento occidentale. Incantano i loro spettatori con la nostalgia sovietica o il risentimento sovietico più che proporre un’agenda positiva per la costruzione di un ampio movimento sociale democratico. Questa sinistra YouTube e kruzhki non sono cattivi di per sé, ma non possono essere visti come l’unica strategia per la sinistra, come spesso loro stessi si propongono.

VA: Qual è l’atteggiamento di questi vari gruppi difronte a questa congiuntura politica e alle proteste?

KK: Una parte della sinistra è pronta a sostenere direttamente la protesta liberale, principalmente a livello di coinvolgimento e dichiarazioni di attivisti di base. Un’altra parte ritiene che il popolo abbia il diritto di protestare, che la violenza della polizia sia inaccettabile e oltraggiosa e che le elezioni siano state truccate, ma non può schierarsi dalla parte dell’opposizione liberale. I suoi obiettivi sono continuare la privatizzazione delle imprese, limitare la medicina gratuita e introdurre una flessibilità del lavoro ancora maggiore di quella che abbiamo ora.

Recentemente, è emersa una piccola iniziativa di base con lo scopo di portare rivendicazioni economiche e sociali nell’agenda di protesta dei lavoratori, poiché al momento tutte le proteste dei lavoratori sono incentrate su ampie richieste politiche: le dimissioni di Lukashenko, il rilascio di prigionieri politici, le cause contro le forze di sicurezza, elezioni eque.

VS: Tutti i partiti di sinistra si sono rifiutati di partecipare alle elezioni presidenziali durante la pandemia; e comunque, non avevano risorse sufficienti per mobilitare persone comuni e attivisti per trasformare il malcontento popolare nei confronti di Lukashenko in un’agenda socialista.

Allo stesso tempo, dopo che lo stato aveva già iniziato a usare la repressione contro candidati alternativi e i loro sostenitori prima delle elezioni, molti kruzhki e attivisti di YouTube hanno deciso di non prenderne atto. Hanno continuato a respingere qualsiasi opposizione a Lukashenko; alcuni sono andati alla ricerca di somiglianze con Euromaidan, avvertendo di una fine catastrofica nella decomunistizzazione e nella repressione dei gruppi di estrema destra. Ma per lo più insistono su un’astuta strategia per sviluppare YouTube di sinistra e kruzhki mentre lo stato è alle prese con l’opposizione democratica filo-occidentale.

Per me, questa posizione è un grande fallimento, perché ignora l’umore tra i bielorussi. Sono davvero stanchi del sistema di Lukashenko, e ovviamente la sinistra deve lavorare su questo, non solo biasimarli per essere pecore cieche che condurranno il paese a un’economia di mercato totale. Sotto il sistema di Lukashenko, le organizzazioni della classe operaia o di base non saranno mai in grado di cambiare la situazione.

Allo stesso tempo, quando il quarto giorno di proteste, le masse della classe operaia sono scese in piazza e la possibilità di scioperi è diventata reale, quasi nessuna organizzazione o partito di sinistra si è effettivamente opposto a questo movimento. Tutti cercano di organizzare un movimento di sciopero e proporre richieste sociali ed economiche per spostare queste proteste da un’agenda puramente elettorale a un’agenda sociale.

VA: In che misura la classe operaia prende parte ai disordini e qual è il ruolo del lavoro organizzato?

VS: I collettivi di lavoratori di più di venti fabbriche e organizzazioni statali hanno espresso il desiderio di scioperare. Dopo le prime parole sprezzanti di Lukashenko sugli scioperanti (“c’erano una ventina di scioperanti in qualche fabbrica”, ha affermato), alcuni operai della Minsk Tractor Works hanno marciato attraverso Minsk fino al Parlamento per dimostrare la loro opposizione. A mio avviso, questo non era specificamente determinato da coscienza di classe – si sovrapponeva alle “catene di solidarietà contro la violenza”. Ma il 14 agosto, fuori dal Parlamento, abbiamo potuto vedere lavoratori con striscioni che recitavano: “Siamo lavoratori, non pecore”.

KK: C’è solo una grande associazione sindacale nazionale, la Federazione dei sindacati della Bielorussia, che è entrata a far parte dell’apparato burocratico del governo di Lukashenko. Tutte le sue attività si riducono all’organizzazione di feste nazionali e all’emissione di buoni per case di riposo. Questo “sindacato” non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti dei lavoratori.

I pochi sindacati indipendenti formati sulla scia della recrudescenza del movimento operaio dei primi anni ’90 furono schiacciati. Solo poche imprese hanno cellule, ad esempio, del sindacato indipendente bielorusso. Questi sindacati indipendenti sono ora più simili alle ONG: dipendono meno dai contributi dei lavoratori che dalle sovvenzioni straniere. Le loro attività sono focalizzate sull’assistenza legale ai singoli dipendenti che ne hanno fatto richiesta.

L’ultima grande protesta dei lavoratori della metropolitana nel 1995 è stata brutalmente repressa da Lukashenko. Da allora non si è più parlato di scioperi. Oggi, stiamo assistendo al primo grande movimento di protesta dei lavoratori. Finora, queste proteste sembrano piuttosto incontri con la direzione delle imprese, i sindacati “gialli” e le autorità locali. Ora ci sono notizie che il 17 agosto i minatori di potassio di Belaruskali stanno pianificando uno sciopero (la cellula dell’Unione Indipendente è sopravvissuta lì – il suo presidente è stato picchiato quasi a morte durante il suo arresto). I collettivi di lavoratori delle grandi fabbriche hanno minacciato scioperi e questo, almeno al momento in cui scriviamo, ha costretto le autorità a frenare la violenza della polizia.

Ma finora i lavoratori hanno avanzato solo rivendicazioni democratiche generali, in linea con un’ampia protesta liberale. Le proteste hanno segnato chiaramente una nuova tendenza: i partiti politici tradizionali, sia di destra sia di sinistra, non hanno praticamente svolto alcun ruolo in esse. L’ispirazione ideologica e pratica è venuta piuttosto dai media in senso lato, inclusi i social media. Chi ha un forte presenza mediatica possiede le menti. Ma ora un media forte è nelle mani di coloro che promuovono l’agenda liberale e nazionalista. E se i lavoratori sono indottrinati in questa direzione, allora da dove verrebbe un movimento operaio, cosciente e di classe?

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Dichiarazione aperta “Per una Bielorussia libera democratica e dei lavoratori!”

Pubblicato da workres, 18 agosto 2020

Dichiarazione aperta “Per una Bielorussia libera democratica e dei lavoratori!” ai nostri fratelli e sorelle lavoratori bielorussi in lotta dal sindacato di tutti gli Ucraini “Difesa del Lavoro”.

Cari fratelli e sorelle della Bielorussia,

Siamo affascinati dalla vostra forza e dal vostro coraggio nella lotta contro il governo autocratico. È ovvio che il regime conservatore e oligarchico avesse paura soprattutto della determinata e organizzata protesta della classe lavoratrice bielorussa e dei suoi sindacati indipendenti. Solo il vostro sciopero e in generale la protesta della classe lavoratrice ha permesso non solo di fermare la brutalità della polizia contro il popolo bielorusso, ma anche di sollevare in modo deciso il tema della cancellazione del risultato delle elezioni presidenziali, falsificati dal regime.

Sosteniamo risolutamente le vostre attuali rivendicazioni generali democratiche per importanti cambiamenti nella società bielorussa, l’incriminazione di coloro che hanno manipolato i risultati delle elezioni e delle unità speciali della polizia che hanno abusato in modo estremo del proprio potere.

È molto importante ricordare l’amara esperienza dell’Ucraina, quando la giusta e onesta protesta contro il regime di Yanukovich nel 2014 fu utilizzata da forze apertamente contrarie ai lavoratori e ai sindacati. Proprio queste forze stanno attualmente portando avanti violenti attacchi contro i diritti democratici dei lavoratori e dei militanti sindacali, aumentando l’età pensionabile e attuando riforme neoliberiste e antipopolari.

Sfortunatamente la classe lavoratrice e i militanti sindacali nel 2014 non sono riusciti a diventare un fattore efficace e significativo della rivoluzione democratica in Ucraina. Erano poco organizzati e non abbastanza preparati. Questo fatto viene oggi utilizzato dai ‘protettori’ conservatori del regime autocratico, che cercano di convincere i lavoratori a non sostenere la lotta per la trasformazione democratica in Bielorussia, fermare lo sciopero e de-facto supportare il regime autocratico-capitalistico di Lukashenko.

Respingiamo risolutamente questi appelli ad una virtuale collaborazione con il regime. Solo una coerente lotta per la democrazia dà ai lavoratori una prospettiva per battere finalmente l’autocrazia e la violenza. Comunque la classe lavoratrice e i sindacati della Bielorussia dovrebbero iniziare a sviluppare i loro programmi rivendicativi. Questo programma permetterebbe alla futura Bielorussia libera e democratica di non finire sulla strada dei cambiamenti e delle riforme neoliberiste contrarie ai lavoratori. Proprio le riforme neoliberiste e le massicce privatizzazioni farebbero inevitabilmente ritornare ad una situazione di dittatura e violenza poliziesca e rafforzerebbero tanto la rivincita delle forze reazionarie quanto coloro che aspirano ad imporre un controllo esterno sulla Bielorussia, sia filo-Occidentale che filo-russo. Crediamo che la lotta per la vera indipendenza della Bielorussia democratica e del lavoro sia uno dei temi più importanti nel contesto attuale.

Noi lavoratori e militanti sindacali ucraini non abbiamo il diritto di dettare la nostra opinione ai nostri fratelli e sorelle bielorusse, i lavoratori bielorussi elaboreranno loro stessi un programma di lotta dei lavoratori e dei sindacati. Comunque noi crediamo soprattutto di avere il diritto di fare le nostre proposte, che potrebbero diventare la base per lo sviluppo di un attuale programma per i lavoratori e i sindacati e anche per un elenco di rivendicazioni dei lavoratori bielorussi. Queste proposte sono le seguenti:

- cancellazione immediata delle modifiche del 2019 al Codice del Lavoro bielorusso, ostili ai lavoratori e ai sindacati, che hanno stabilito il totale dominio dei datori di lavoro nel Paese, lavoro a tempo determinato, licenziamenti ingiustificati, il divieto delle dimissioni volontarie sono la rovina dei lavoratori bielorussi.

- Difesa del posto di lavoro con ogni mezzo necessario! Fine delle multe da parte dei datori di lavoro! Fine della trattenuta del bonus.

- Cancellazione immediata del programma governativo di privatizzazione del 2020. Revisione della privatizzazione in corso di molte delle più importanti imprese bielorusse. Nazionalizzazione di queste imprese con conseguente transizione tra l’amministrazione burocratica supportata dal governo alla gestione democratica da parte di lavoratori e impiegati!

- Stop alla proposta di riforma di Lukashenko dei trattamenti pensionistici! Immediata rinuncia all’aumento dell’età pensionabile stabilita per legge nel 2020!

- Rapida abolizione di tutte le restrizioni legali relative alla creazione di sindacati indipendenti bielorussi! Libertà di stampa senza limitazioni per i media dei lavoratori e dei sindacati!

Ci sarebbe solo una condizione da rispettare nella lotta per l’affermazione delle vostre rivendicazioni: i lavoratori della Bielorussia hanno bisogno di organizzare una relazione stabile e continuativa con tutti i collettivi lavorativi bielorussi, con i sindacati indipendenti, con i membri attivi delle comunità e gli attivisti ambientalisti.

Attualmente le forze liberali di destra sono più organizzate, e stanno cercando di fare qualsiasi cosa per evitare che i lavoratori bielorussi diventino una forza politica autonoma, cercando di farli rimanere nell’area dei politici neoliberisti con i loro programmi di riforme neoliberiste antipopolari. Per questo sarebbe corretto per i sindacati indipendenti bielorussi discutere la questione della nomina di un candidato per le future elezioni presidenziali. Un candidato di questo tipo potrebbe diventare il centro di gravità per tutte le forze veramente democratiche e lavoratrici della Bielorussia. Un’azione di questo tipo potrebbe costituire un’alternativa strategica sia alle forze del revanscismo autoritario anti-operaio che ai numerosi candidati filo-russi e filo-occidentali, che sono già impegnati a portare a termine la dissoluzione della via indipendente e democratica verso il futuro di una Bielorussia libera e governata dal popolo.

Stimati fratelli e sorelle bielorussi in lotta sindacale! La classe lavoratrice ucraina è con voi! Per favore ricordate che solo con la lotta possiamo conquistare i nostri diritti! Attualmente la vostra lotta è il punto più importante del mondo! In questo momento siete in prima linea per la vera democrazia e i diritti dei lavoratori! Siate vigilanti, determinati e buona fortuna!

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Comitato centrale dell’AUTU ‘Labour Defence ’
17 agosto 2020.


“Dimettiti!”: Lukashenko contestato dagli operai di fabbrica a Minsk

L’accerchiato presidente della Bielorussia è apparso scosso mentre la gente urlava “bugiardo” in opposizione al regime.

La permanenza di Alexander Lukashenko al potere in Bielorussia ha subito un altro colpo lunedì scorso, quando i lavoratori l’hanno contestato durante una visita alle fabbriche nei dintorni di Minsk e alcune centinaia di dipendenti della televisione di stato, un punto chiave della macchina propagandistica governativa, sono scesi in sciopero.

Le grandi fabbriche del Paese sono la spina dorsale della sua economia neo-sovietica, e la visita di Lukashenko alla fabbrica di veicoli militari MZKT, di proprietà dello Stato lunedì mattina aveva lo scopo di mostrare il persistente consenso della classe lavoratrice al presidente bielorusso, il giorno dopo la più grande manifestazione della storia recente del Paese contro il suo governo.

Invece video e audio trapelati del suo discorso a lavoratori selezionati della fabbrica lo hanno mostrato alle prese con urla come “Dimettiti!” Lukashenko è apparso scosso ma ha continuato a parlare, mentre la gente gridava “bugiardo”.

Con toni di sfida, il presidente ha detto che non prenderà in considerazione la ripetizione delle poco trasparenti elezioni della scorsa settimana.

“Voi parlate di elezioni che non sono state corrette e volete che ce ne siano” ha detto alla folla, che in risposta ha gridato “Sì!” . “La mia risposta a voi è: abbiamo tenuto le elezioni, e a meno che mi ammazziate non ce ne saranno altre”.

Come concessione, Lukashenko ha ripetuto un’offerta di emendare la costituzione per ridurre i poteri presidenziali, ma ha aggiunto che non avvierà questo processo “sotto pressione o nelle piazze”.

Il suo sforzo più grande è stato quello di giustificare il suo ruolo autoritario e la brutalità poliziesca della scorsa settimana, dicendo che sta difendendo il Paese dal caos. “Sì, non sono un santo” ha detto. “Voi sapete che sono un duro. Sapete che senza la mia durezza non ci sarebbe il Paese”.

Lukashenko, che governa il Paese da 26 anni, ha ipotizzato che le proteste contro di lui siano organizzate e finanziate da oscure forze straniere, e ha chiesto al presidente russo Vladimir Putin di intervenire.

“Vedo un intervento militare russo in Bielorussia [come] un totale e assoluto disastro, e spero fortemente che sarà evitato” ha detto Dmitri Trenin, il direttore del Carnegie Moscow Centre.

Il Cremlino ha detto che se necessario Mosca è pronta a fornire aiuto sulla base di un patto militare collettivo, ma Putin ha interrotto le offerte di supporto o il sostegno a Lukashenko. È possibile, visto che la permanenza al potere di Lukashenko è instabile, che Putin possa controllare la transizione piuttosto che intervenire direttamente.

Lunedi scorso i lavoratori delle fabbriche di tutto il Paese sono scesi in sciopero, sperando di aggiungere la loro pressione a quella delle proteste quotidiane e costringere il presidente a rinunciare alla carica.

“Per 26 anni abbiamo avuto paura delle autorità, ma ora gli eventi della scorsa settimana hanno fatto capire alla gente che dobbiamo parlare” ha detto Sergei Dylevsky, uno dei membri del comitato di sciopero della Fabbrica Trattori di Minsk. Dei circa 14.000 dipendenti della fabbrica, 4.000 hanno partecipato allo sciopero, e hanno detto che verranno al lavoro ogni giorno per segnare la presenza, ma non lavoreranno fino a che non saranno convocate nuove elezioni.

Anche i minatori di una fabbrica di cloruro di potassio a Soligorsk, un enorme impianto che rappresenta un quinto della produzione mondiale di fertilizzante al cloruro di potassio, si sono uniti allo sciopero, e ci sono informazioni analoghe da impianti di tutto il Paese.

Lo sciopero si è anche allargato alla televisione di Stato, dove finora circa 300 dei 2.000 dipendenti hanno detto che non lavoreranno finché non saranno convocate nuove elezioni e non potranno lavorare senza censura. Lunedì era in corso una battaglia per il controllo dell’emittente, ma nonostante alcune concessioni editoriali il canale sostanzialmente continua a tenere una linea pro-Lukashenko, e con la polizia antisommossa all’interno del palazzo per difenderlo dalle centinaia di dimostranti che si erano radunati fuori.

Il clima insurrezionale si è diffuso all’indomani delle contestate elezioni presidenziali della scorsa domenica, nelle quali Lukashenko si è dichiarato vincitore ed ha poi lanciato un violento attacco della polizia contro i dimostranti, durante il quale ci sono stati più di 6.700 arresti e notizie largamente diffuse di violenze e torture da parte della polizia antisommossa. Le proteste sono cresciute per tutta la scorsa settimana, culminando in un’enorme manifestazione domenica, la più grande della storia del Paese. I dimostranti si sono ripromessi di protestare ogni sera finché Lukashenko non se ne andrà.

In una video dichiarazione lunedi, la candidata dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya, che è fuggita nella vicina Lituania subito dopo il voto, ha detto di essere pronta a diventare il “leader nazionale” del Paese, proclamando la vittoria nelle elezioni presidenziali della settimana scorsa e facendo appello alla polizia di “mettersi dalla parte del popolo”.

Il marito della Tikhanovskaya rimane in prigione in Bielorussia. Ufficialmente ha conquistato solo il 10% dei voti rispetto all’80% di Lukashenko, ma poche persone in Bielorussia o all’estero pensano che il voto sia stato corretto.

Nella dichiarazione ha detto: “Sono pronta a prendermi la responsabilità e servire in questo periodo come leader nazionale in modo che il Paese si calmi, ritorni a un ritmo normale, in modo da liberare tutti i prigionieri politici nel periodo più breve possibile e prepararci... per le nuove elezioni presidenziali”

Alcuni Paesi occidentali hanno duramente criticato Lukashenko, e l’UE sta progettando nuove sanzioni contro il Paese. Lunedì il Ministro degli esteri britannico, Dominic Raab, ha tweettato: “La violenza contro manifestanti pacifici in Bielorussia è spaventosa. Il Regno Unito non accetta il risultato di queste fraudolente elezioni presidenziali e chiede un’urgente indagine tramite la @OSCE sui loro gravi difetti e sulla repressione che ne è seguita”.

Lunedì il Ministro degli interni ha detto che solo 122 degli arrestati sono ancora in prigione mentre il Ministro della Sanità ha detto che 158 persone restano ricoverate per ferite subite nell’attacco.

“Fonte The Guardian – traduzione di Nello Gradirà per Codice Rosso

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25/02/2016

Iran - La difficile scalata riformista al Parlamento

di Giorgia Grifoni

Aria di cambiamento a Teheran? Sì, ma doppia. Non solo venerdì prossimo si voterà per il rinnovo del Parlamento, il quale determinerà il corso delle riforme economiche e sociali annunciate dal presidente Hassan Rohani al momento della sua elezione, ma gli iraniani saranno anche chiamati a scegliere gli 88 membri dell’Assemblea degli Esperti, organismo preposto alla nomina della Guida Suprema. Un compito che questa volta appare tanto più decisivo per l’età avanzata dell’ayatollah Ali Khamenei, e che fa apparire la sua sostituzione sempre più reale. Un consiglio degli esperti in cui la presenza di ultra-conservatori sia limitata sarebbe infatti l’unico modo per garantire un reale cambiamento nella Repubblica islamica, che seppur retta da alcune strutture democratiche, è de facto governata dalla Guida Suprema e dalle persone a lui vicine.

GLI ESPERTI. Per l’Assemblea più ambita, che ha dovuto nominare una sola persona nei suoi trent’anni di esistenza, le speranze dei riformisti si concentrano su un’unica lista, quella capeggiata dall’ayatollah Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, in passato vicinissimo a Khamenei ma escluso dall’ultima corsa alla presidenza perché “troppo vecchio”: di fatto, è stato allontanato dalle alte sfere di influenza per non aver mai condannato pubblicamente le manifestazioni dell’Onda Verde. Il portale al-Monitor riferisce che la sua lista comprende 16 nomi, tra cui spiccano alcuni conservatori moderati quali Rohani, l’ex ministro dell’intelligence Ghorbanali Dorri-Najafabadi e il suo omologo attuale Seyed Mahmoud Alavi. Grande escluso dalla corsa è Hassan Khomeini, nipote del leader della Rivoluzione islamica, che si trovava proprio nella lista di Rafsanjani. Dall’altro lato si trovano una serie di formazioni tutte in salsa conservatrice, i cui membri compaiono in numerose liste che spaziano dai più ai meno oltranzisti. Tra questi, il presidente del Consiglio dei Guardiani l’ayatollah Ahmad Jannati e l’attuale presidente dell’Assemblea degli Esperti Mohammad Yazdi.

Come consuetudine nelle elezioni degli ultimi anni, l’atmosfera si è già fatta incandescente. Il rigido Consiglio dei Guardiani, nominato dalla Guida Suprema e dal parlamento a trazione conservatrice, è riuscito a ottenere un campo quasi interamente dominato dai conservatori bloccando centinaia di candidature riformiste. I pochi che sono riusciti a entrare nella corsa, come spiega il portale al-Monitor, rappresentano solo il 10 per cento dei candidati in lizza: circa 200 su 6.200 autorizzati a concorrere possono infatti dichiararsi puramente riformisti. Il resto è composto da conservatori sia dell’ala più moderata che di quella più intransigente, di cui una buona metà rientra in quella nebulosa di affiliazione non determinata. Un epilogo scontato, in un paese privo di veri e propri partiti politici.

I RIFORMISTI. Ago della bilancia di questa elezione parlamentare è sicuramente il sostegno al presidente Hassan Rohani. Egli stesso un conservatore moderato, al voto presidenziale del 2013 era riuscito a convogliare intorno a sé il sostegno dei riformisti, il cui unico candidato in corsa, Mohamed Reza Aref, si era fatto da parte proprio per non far disperdere il voto e dare una chance al più moderato tra i conservatori. Complici gli arresti del 2009, dopo aver scatenato il movimento di protesta chiamato Onda Verde per manifestare contro i risultati delle elezioni che avevano inspiegabilmente riconfermato Mahmud Ahmadinejad, i riformisti erano stati tagliati fuori dalla vita politica. Alle elezioni parlamentari del 2012, invece, avevano optato per il boicottaggio contro la “dura repressione” della protesta del 2009: il risultato era stato un Parlamento quasi completamente privo di opposizione. Ora provano a tornare sulla scena politica, e si stringono intorno al presidente Rohani, certi che la sua presenza e la sua linea moderata siano la loro unica possibilità.

Quello a cui puntano i riformisti, infatti, è implementare le promesse elettorali di Rohani di creare un “ambiente politico, culturale ed economico più aperto” in Iran. Se internazionalmente la situazione della Repubblica Islamica è notevolmente cambiata dalla firma dell’accordo sul nucleare, internamente permangono delle criticità: oltre alla stretta sulle libertà personali e sui diritti umani, infatti, preoccupano crescita e occupazione, con un mercato intero da riformare in vista della corsa straniera agli investimenti nel paese. Tra le voci più importanti dei riformisti, Mohamad Reza Aref lo ha già assicurato durante la sua campagna elettorale, che ha visto il suo apice nella passeggiata in metropolitana effettuata la settimana scorsa: se il suo blocco dovesse vincere, ci saranno più lavoro e più crescita. L’ex vice presidente scelto da Mohamed Khatami nel suo mandato dal 1997 al 2005 guida infatti una coalizione composta da riformisti e moderati in lizza per i seggi della capitale Teheran. Parole di incoraggiamento per la lista, chiamata “Speranza”, sono arrivate anche dall’ex presidente Khatami stesso, molto popolare tra giovani e donne: nonostante il blocco di molti riformisti, ha detto domenica scorsa, “ci sono ancora abbastanza candidati meritevoli che sono in grado di risolvere i problemi della gente”.

I CONSERVATORI. E’ quindi passato all’attacco il blocco conservatore, forte dei suoi 260 attuali deputati su 290: di questi, 60 appartengono all’ala più dura del movimento, quello che si oppone all’accordo sul nucleare e che presagisce una rinata “schiavitù dell’Iran” sotto l’Occidente. In questi giorni la stampa iraniana allineata sta veicolando i suoi appelli a “preservare la dignità e il potere della Repubblica islamica”. Perché, come si legge sulle colonne del quotidiano ultra-conservatore Javan, “se l’Iran è stato un seguace delle politiche occidentali prima della Rivoluzione islamica, è oggi un operatore indipendente. l’Iran è in grado di garantire la sicurezza nazionale a molti chilometri di distanza dai suoi confini e supporta i popoli oppressi in tutto il mondo”. La stampa conservatrice, nel tentativo di squalificare i riformisti, ha puntato il dito contro l’emittente britannica BBC, che opera in Iran con un un portale in lingua farsi, rea di sostenere i candidati riformisti, definiti con il termine offensivo di “filo-britannici” dai loro detrattori.

“La BBC – si legge sulle colonne di Khorasan – si propone di formare l’opinione pubblica in Iran prima delle elezioni in linea con i suoi interessi e gusti. La politica perpetuata dagli inglesi e dai loro media è sempre stata e continua a essere quella di seminare conflitti e creare divisioni tra tutti i gruppi e le correnti”. Tanto per non farsi mancare nulla, la BBC è ricordata anche come parte delle manifestazioni dell’Onda Verde del 2009 quando, secondo Khorasan, ispirò “la sfiducia per le istituzioni elettorali, contribuendo ad avviare proteste e fomentare disordini”. Stessa sinfonia anche per Hemayat, per cui “alla vigilia delle elezioni vitali del Majlis e dell’Assemblea degli Esperti, i media che appartengono a vecchie potenze coloniali hanno assunto il ruolo di artiglieria del sistema egemonico e istruiscono la gente a non votare per le correnti rivoluzionarie”.

AFFLUENZA E SOCIAL MEDIA. I riformisti, dal canto loro, continuano a veicolare il loro messaggio di andare a votare: non è un caso, come ricorda l’AP, che essi abbiano ottenuto più seggi alle elezioni quando c’è stata una maggiore affluenza. Il loro è un incoraggiamento rivolto in particolare ai giovani, prime vittime della disastrosa situazione economica in cui per anni ha versato l’Iran, avidi navigatori del web e più inclini a offrire il proprio voto ai riformisti, soprattutto visti i precedenti del 2009, in cui a migliaia sostennero l’Onda Verde. Costituiscono quindi l’ago della bilancia di queste elezioni, che corrono sempre più sui social media. E, come previsto, le autorità stanno pensando di bloccare Telegram, l’applicazione di messaggistica istantanea più diffusa nel paese. Ufficialmente, per poter controllare che i candidati non continuino a fare campagna elettorale nelle 24 ore precedenti al voto – in Iran i tempi di campagna elettorale sono strettissimi, per questa tornata si è aperta 8 giorni prima, ndr – ma ufficiosamente perché è noto il ruolo del social russo nello scambio di articoli e opinioni.

Il portale conservatore Alef Today ha affermato che, secondo quanto rivelato da un funzionario anonimo, Telegram dovrebbe essere rallentato o bloccato da domani fino alla fine del voto “per evitare che i candidati utilizzino il servizio per scopi di campagna elettorale”. L’app, utilizzata da un iraniano su quattro, è stata già messa sotto pressione dai conservatori e rischia di trasformarsi in quello che Facebook è stato per le manifestazioni del 2009. Il sito Iranwire riporta che dieci giorni fa Mohammad Reza Aghamiri, un conservatore membro del Comitato di filtraggio iraniano, ha detto che se Telegram “non dovesse seguire le richieste delle autorità iraniane, l’applicazione sarà rimossa”. Ali Bangi, direttore di ASL19, un laboratorio di ricerca tecnologica con sede a Toronto che aiuta gli iraniani a bypassare la censura su internet, è stato chiaro: “L’opposizione – ha spiegato in un’intervista al portale Journalism is not a Crime – ha usato molto bene Facebook per la mobilitazione, soprattutto dopo le elezioni: le autorità hanno poi iniziato a vedere Facebook come loro nemico e hanno deciso di bloccarlo. Credo che Telegram avrà lo stesso ruolo: chi ha il potere di controllarlo, può decidere anche di distruggerlo”.

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