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11/09/2024

Telegram, la Francia e l'UE

Agosto è certamente finito col botto per chi si occupa di piattaforme, con l’arresto, in gran parte inaspettato, di Pavel Durov, 39enne fondatore della app Telegram.

In estrema sintesi la vicenda: il cofondatore di origine russa (ma con passaporto anche emiratino, francese e di Saint Kitts and Nevis) della piattaforma di messaggistica (ormai quasi un social media) è stato arrestato mentre scendeva dal suo jet privato in Francia.

Rimasto in custodia della polizia per 24 ore, poi prolungate a 96, è stato infine rilasciato mercoledì 28 agosto, dopo essere stato messo formalmente sotto accusa con una serie di capi d’imputazione ancora vaghi ma che sembrano concentrarsi sull’idea che Telegram non collabori abbastanza a fronte di inchieste su specifiche attività criminali che si svolgono sulla piattaforma.

Durov ha ottenuto la libertà su cauzione (di 5 milioni di euro), non potrà lasciare la Francia e dovrà presentarsi a una stazione di polizia due volte alla settimana.

Francia ed Europa

Le norme europee non c’entrano nulla con la vicenda, e sebbene sia piuttosto evidente, dei portavoce della Commissione si sono sentiti in dovere di specificarlo. A muoversi è la Francia e la procura di Parigi.

“La quasi totale assenza di risposta di Telegram alle richieste giudiziarie è stata portata all’attenzione della sezione criminalità informatica (J3) del tribunale nazionale della criminalità organizzata (JUNALCO) presso la procura di Parigi, in particolare dall’ufficio nazionale per i minori (OFMIN)”, è scritto in un comunicato della procura (che contiene la lista di capi d’accusa).

Tutto nasce nel febbraio 2024 quando il tribunale di Parigi apre un’inchiesta preliminare e incarica l’OFMIN di condurre l’indagine. Il Centro per la lotta contro la criminalità informatica (C3N) e l’Ufficio nazionale antifrode (ONAF) hanno successivamente preso in carico l’inchiesta.

Secondo quanto riportato da Politico, i primi problemi di Durov partono da un’indagine separata incentrata su abusi sessuali su minori in cui un sospettato avrebbe usato Telegram per adescare ragazze minorenni minacciando di diffondere CSAM (Child Sexual Abuse Material) sui social media e rivelando anche uno stupro.

Ma alle richieste delle autorità francesi per identificare il sospettato, Telegram non avrebbe dato risposta, dando luogo così a un’indagine preliminare sulla sua riluttanza a collaborare con le forze dell’ordine su una questione penale.

Anche se l’UE non c’entra con l’indagine francese, potrebbe metterci il carico a breve, in virtù del DSA, il Digital Services Act. Da febbraio la nuova legge obbliga tutte le piattaforme che operano nell’UE a proteggere gli utenti online da contenuti illegali e dannosi. Ma quelle con più di 45 milioni di utenti attivi mensili sono soggette a obblighi più stringenti e sono regolamentate direttamente dalla Commissione (invece che dalle autorità nazionali).

Telegram, nel mirino proprio per le sue funzioni da social media (con gruppi e canali da migliaia di utenti), era finora sfuggita alle maglie più strette poiché a febbraio ha dichiarato di avere solo 41 milioni di utenti nei 27 Paesi dell’UE. E a fare da controllore dovrebbe essere l’autorità di telecomunicazioni belga, BIPT. Ma la Commissione avrebbe dubbi al riguardo.

“In base al Digital Services Act (DSA) dell’Uescrive il Financial TimesTelegram avrebbe dovuto fornire un numero aggiornato questo mese, ma non l’ha fatto, dichiarando solo di avere 'significativamente meno di 45 milioni di utenti (recipients) attivi medi mensili nell’UE'”.

L’incapacità di fornire i nuovi dati pone Telegram in violazione del DSA, hanno dichiarato due funzionari dell’UE, aggiungendo che è probabile che l’indagine dell’Unione europea scopra che il numero reale è superiore alla soglia per le “piattaforme online molto grandi”. Tale designazione comporta maggiori obblighi di conformità e di moderazione dei contenuti, di auditing da parte di terzi e di condivisione obbligatoria dei dati con la Commissione europea.

Crittografia

I capi di imputazione citano anche due norme sull’importazione e fornitura di servizi/strumenti di crittografia, per le quali mancherebbe della documentazione (dichiarazione di conformità).

A livello legale di queste norme francesi se ne parla qua: “la fornitura, l’importazione e l’esportazione di mezzi crittografici in e dalla Francia sono soggette a una dichiarazione preventiva o a un’autorizzazione preventiva dell’ANSSI (l’agenzia nazionale per la cybersicurezza, ndr), a seconda delle funzionalità tecniche e dell’operazione commerciale (fornitura o importazione).”

Qui il link alla pagina dell’ANSSI che ne parla.

Questa situazione sembra per ora secondaria nella vicenda, malgrado una parte della stampa americana, nota la giornalista statunitense Marcy Wheeler, continui a discuterne come se si trattasse di un crimine relativo all’uso della crittografia, quando avrebbe a che fare con una registrazione.

“Signal, l’applicazione di messaggistica cifrata più protettiva – scrive Wheeler – si è registrata in base a questa legge quando ha richiesto per la prima volta di offrire Signal negli app store francesi. Quindi, no, loro [Signal, diversamente da Telegram, ndr] non saranno perseguiti in base a questa legge, perché stanno seguendo la legge”.

Il riferimento della giornalista a Signal sembra prendere spunto da alcuni post di uno dei principali sviluppatori di Signal (oggi ad Apple) Frederic Jacobs, che dice di ricordarsi l’incombenza burocratica per pubblicare l’app nell’App Store in Francia. E aggiunge: “Un buon promemoria per ricordare che la Francia è uno dei rari paesi al mondo ad avere l’obbligo di dichiarazione quando si importa **crittografia**.
Anche se non è necessaria l’approvazione, è fondamentale presentare una dichiarazione accurata del sistema di crittografia all’agenzia per la cybersicurezza ANSSI. Secondo i pubblici ministeri, Telegram non ha compilato accuratamente la sua dichiarazione”
.

Che dice Signal?

Più in generale vale la pena riportare interamente una risposta data da Meredith Whittaker, presidente di Signal, al giornalista Andy Greenberg (l’intervista merita tutta comunque), dopo l’arresto di Durov in Francia.

Greenberg chiede a Whittaker, che è appena stata in Francia e appare interessata all’Europa anche come possibile alternativa alla sede di Signal: “Ha davvero senso cercare questo tipo di flessibilità giurisdizionale in Europa quando il fondatore di Telegram Pavel Durov è stato appena arrestato in Francia? Questo vi fa riflettere sul futuro di Signal nell’UE?”

Risponde la presidente di Signal: “Beh, per cominciare, Telegram e Signal sono applicazioni molto diverse con casi d’uso molto diversi. Telegram è un’app di social media che consente a un individuo di comunicare con milioni di persone contemporaneamente e non fornisce una privacy significativa o una crittografia end-to-end. Signal è esclusivamente un’applicazione per comunicazioni private e sicure, senza funzioni di social media. Quindi stiamo già parlando di due cose diverse.
E ad oggi [27 agosto 2024] ci sono troppe domande senza risposta e poche informazioni concrete sulle motivazioni specifiche dietro l’arresto di Durov perché io possa darvi un’opinione informata. Per quanto riguarda la questione più ampia, siamo realisti: non c’è nessuno Stato al mondo che abbia un bilancio ineccepibile sulla crittografia.
Ovunque nel mondo ci sono anche campioni della privacy delle comunicazioni, inclusi molti nel governo francese e in Europa. Coloro che si battono da tempo per la privacy riconoscono che si tratta di una battaglia continua, con alleati e avversari ovunque. Cercare di dare priorità alla flessibilità non significa idealizzare una giurisdizione o l’altra.
Siamo consapevoli delle acque in cui dobbiamo navigare, ovunque siano. Vediamo un’enorme quantità di sostegno e di opportunità in Europa. E ci sono grandi differenze tra gli Stati. La Germania sta prendendo in considerazione una legge che imponga la crittografia end-to-end, mentre la Spagna è stata in testa nel cercare di minare la crittografia. Insomma, ancora una volta, non si tratta di un monolite”
.

In soldoni, Whittaker al momento non appare preoccupata di quanto accaduto a Telegram perché (integro un po’ quello che dice con altre info) Signal non ha funzioni che la renderebbero simile a un social; implementa la crittografia end-to-end su tutto, e non tiene metadati, quindi significa che anche volendo non ha dati da dare; si è registrata regolarmente in Francia; non fa profitti sulle attività dei suoi utenti, perché è una no profit.

La reazione di Telegram e Durov

Negli ultimi giorni c’è stata un po’ di discussione in relazione al linguaggio usato nelle FAQ di Telegram, perché ci sono state delle recentissime modifiche. In particolare sarebbe stata rimossa una frase che diceva; “Tutte le chat di Telegram e le chat di gruppo sono private tra i partecipanti. Non elaboriamo alcuna richiesta relativa alle stesse”. Tuttavia altri fanno notare che la stessa frase sarebbe ancora presente in altri punti delle FAQ.

Eviterei le congetture in punta di FAQ. Più interessante semmai l’intervento dello stesso Pavel Durov nel suo canale Telegram (si firma Du Rove, trasposizione goliardica del suo nome con la quale avrebbe ottenuto il già controverso passaporto francese, come raccontato da Mediapart).

In sostanza Durov sembra riconoscere che Telegram può fare di più contro la presenza di attività criminali, dice che non è un “paradiso anarchico” e appare molto dialogante.

Scrive Durov o se preferite Du Rove: “Ascoltiamo la voce di chi dice che [quello che abbiamo fatto finora. ndr] non è abbastanza. L’improvviso aumento del numero di utenti di Telegram a 950 milioni ha causato problemi di crescita che hanno reso più facile per i criminali abusare della nostra piattaforma. Ecco perché mi sono posto l’obiettivo personale di assicurare un miglioramento netto su questo aspetto. Abbiamo già avviato tale processo internamente e presto condividerò con voi ulteriori dettagli sui nostri progressi”.

Vedremo i prossimi sviluppi.

Fonte

31/08/2024

Zuckerberg confessa: “la gestione di Facebook è condizionata dalla Casa Bianca”

L’arresto e il successivo rilascio su cauzione, a Parigi, del fondatore e patron di Telegram, Pavel Durov, ha messo in luce cosa significhi la parola “libertà di espressione” nell’Occidente imperialista. Andiamo un attimo con ordine, perché non ci interessa affatto fare paragoni frettolosi e impressionistici.

Come ben pochi hanno notato, il mandato di cattura contro Durov è stato emesso mentre l’aereo su cui viaggiava era in volo verso Parigi. In pratica tutti i media (pressoché tutti, in effetti) che hanno divagato per un paio di giorni sull’interrogativo “si è consegnato (per salvarsi da Putin, con cui aveva avuto pesanti screzi) oppure è stata una sua ingenuità?” hanno fatto consapevolmente disinformazione, perché la tempistica mandato/arresto era nota a chiunque volesse leggere la stampa internazionale.

Poi si è venuti a sapere, o ricordato con difficoltà, che Macron aveva proposto a Durov nel 2018 di spostare la sede operativa di Telegram in Francia, in cambio della cittadinanza (poi concessa comunque, come dono avvelenato) e della messa a disposizione della polizia/servizi segreti francesi dei codici criptati della piattaforma.

In pratica, “Mac Macron” ha provato ad avere politicamente in mano una piattaforma di messaggistica in grado di rivaleggiare con Facebook, Whatsapp, X e Instagram, senza dover investire in tecnologie, vista l’assenza di magnati francesi su questo fronte. Fare grandeur con l’inventiva altrui, insomma.

Anche da queste scarne notizie certe si indovina che il controllo dei dati raccolti da piattaforme “civili”, utilizzabili da chiunque, è un obiettivo politico e militare di primaria importanza.

Va comunque sgombrato il campo da un altra “giustificazione” dell’arresto adottata e addotta dai media europei: su Telegram operano anche pedofili, spacciatori, trafficanti d’armi, “terroristi” e combattenti di svariati eserciti (compresi quello russo e ucraino), ecc., quindi il rifiuto di Durov di consegnare i codici di decriptazione significherebbe di fatto complicità con quei crimini.

Sul piano del diritto è come incolpare Telecom di quello che si dicono e fanno due abbonati qualsiasi. E l’esercizio della “moderazione”, associato alla “profilazione” delle preferenze individuali degli utenti, rende qualsiasi piattaforma un campo di gioco “privatizzato” dai suoi ideatori-proprietari a disposizione di altri privati che devono vendere le proprie merci e di (pochi) governi che possono gestire un’autoschedatura immensa e pressoché totale. Il contrario della “libertà” promessa, per di più gratuitamente.

Sul piano pratico, quella “giustificazione” è una bufala pura e semplice. Ammesso senza problemi che (anche) su Telegram vengano commessi molti dei reati indicati, non serve essere degli specialisti in indagini di polizia per capire che non è affatto impossibile contrastare quei traffici.

Certo, bisognerebbe spendere un po’ di tempo e risorse (soldi e uomini) per seguire le tracce, “travestirsi” da utenti (una specialità che ogni servizio segreto pratica da sempre...), risalire ai protagonisti degli illeciti e arrestarli. Ma vuoi mettere la comodità di un codice di decriptazione che ti fornisce elenchi sconfinati di nomi e numeri di telefono senza dover muovere un muscolo e spendere un soldo? Basta chiedere al tycoon di turno, con le buone (soldi) o le cattive (minacce) ed il gioco è fatto.

Proprio il principale tenutario di piattaforme online, Mark Zuckerberg, ha nei giorni scorsi confessato che la gestione dei social da lui controllati è politicamente concertata con il governo degli Stati Uniti (e di Israele, come ben ha capito ogni utente un po’ sveglio...). Anzi, passa i dati e le profilazioni direttamente alle agenzie governative, che così possono decidere indagini o operazioni di ogni tipo senza troppo faticare.

Qui di seguito l’articolo con cui Marinella Mondaini ricostruisce “la confessione”.
Il CEO di Meta Mark Zuckerberg ha ammesso che Facebook, su richiesta delle autorità statunitensi, ha censurato i contenuti relativi al COVID-19, ma non solo questo ha fatto.

Mark Zuckerberg, ha scritto una lettera alla Commissione giudiziaria della Camera dei rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, dove afferma di rammaricarsi di alcune decisioni prese dalla sua azienda sotto la pressione del governo e di non voler più scendere a compromessi con l’amministrazione.

Nel contesto dell’arresto in Francia di Pavel Durov, a cui hanno cucito addosso un’infinità di crimini legati all’attività del suo Telegram – ben 12: pornografia infantile, droga, rifiuto di collaborare con i servizi di intelligence, ecc. – e nel contesto anche della fuga dall’Europa del fondatore del video hosting Rumble, Chris Pawlowski, minacciato dalle autorità francesi, il CEO di Meta (riconosciuta organizzazione estremista e la sua attività è vietata in Russia), Mark Zuckerberg, è dispiaciuto per non essersi espresso “più apertamente” sulla “pressione del governo” affinché rimuovesse i contenuti relativi al COVID-19.

Zuckerberg ha affermato che nel 2021, gli alti funzionari dell’amministrazione del presidente Joe Biden “per diversi mesi hanno fatto pressioni” su Meta (che possiede Facebook e Instagram) affinché “censurasse” i contenuti riguardo il Covid, “inclusi umorismo e satira”, inoltre esprimevano grande disappunto nei confronti del nostro team quando non eravamo d’accordo”, ha aggiunto.

E nonostante a prendere le decisioni fosse Meta, Zuckerberg ritiene che “la pressione del governo era sbagliata”. “Mi dispiace che non abbiamo parlato più apertamente prima”, ha scritto Zuckerberg al presidente della commissione giudiziaria repubblicana Jim Jordan.

Meta “ha preso alcune decisioni che, guardando indietro e con le nuove informazioni, non prenderemmo oggi”.

“Sono fermamente convinto che non dovremmo compromettere i nostri standard di contenuto a causa delle pressioni di qualsiasi amministrazione in qualsiasi direzione e siamo pronti a reagire se qualcosa del genere dovesse accadere di nuovo”.

Zuckerberg ha anche affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2020, Facebook non avrebbe dovuto, in attesa del controllo dei fatti, “abbassare di prestigio” un articolo del New York Post sulle accuse di corruzione relative alla famiglia del presidente Biden. Stiamo parlando del computer portatile del figlio Hunter Biden, nel quale sono state trovate numerose informazioni compromettenti legate a droga, prostituzione e possesso illegale di armi. Quattro anni fa l’FBI lanciò l’allarme di una potenziale “campagna di disinformazione russa” contro la famiglia Biden. Tuttavia, la storia di Hunter Biden, secondo Zuckerberg, non si è rivelata essere disinformazione russa.

Come volevasi dimostrare, la “disinformazione russa” è la grande vergognosa bufala inventata dalla CIA e ora smettete di diffondere questa fake-news, pennivendoli dei mass-media italiani!

– da Facebook
Diciamo pure che la “mordacchia” pretesa sulle notizie relative al Covid – il presidente era Trump, che ben poco stava facendo per contrastare l’epidemia e quindi pretendeva la “sordina” su quanto stava accadendo – è la parte meno interessante della confessione di Zuckerberg.

Non tutti i bersagli della Casa Bianca hanno inoltre l’esposizione mediatico-politica di Hunter Biden (poi arrestato, anni dopo), che metterebbe in imbarazzo qualsiasi anchorman o giornalistucolo. Per tutti gli altri utenti, almeno quelli “politicamente rilevanti”, che non si limitano a postare foto di gattini e cuoricini, la disponibilità verso “l’amministrazione” è da sempre totale. Altrimenti non campi, direbbe Durov...

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29/08/2024

Telegram. Incriminato e scarcerato Durov. La guerra per il controllo dei social

Gli amministratori delegati di Tim, Vodafone, Iliad, Fastweb sono stati arrestati poiché alcuni boss del crimine organizzato utilizzano le loro compagnie telefoniche per comunicare tra loro con i cellulari. Dovrebbe essere questo il titolo di apertura dei giornali dei prossimi giorni se la giustizia francese o italiana agissero in coerenza con le accuse che hanno portato all’arresto nei giorni scorsi del ceo di Telegram, Pavel Durov.

Sono infatti sei i capi d’imputazione di cui è stato ufficialmente accusato dalla procura di Parigi l’oligarca franco-russo Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato di Telegram.

Durov è stato arrestato all’aeroporto Le Bourget di Parigi lo scorso 24 agosto. Secondo la Procura di Parigi è stato arrestato per la mancanza di attività di moderazione sulla sua app di messaggistica istantanea, così come per non aver collaborato nella lotta al traffico di droga e nella diffusione di contenuti pedopornografici. L’arresto è avvenuto “come parte di un’inchiesta giudiziaria aperta l’8 luglio”, ha spiegato la Procura.

Ieri pomeriggio Durov è stato interrogato da due magistrati che, secondo un comunicato stampa del procuratore di Parigi Laure Beccuau, lo hanno incriminato dopo diverse ore di interrogatorio per i reati di: “rifiuto di comunicare le informazioni necessarie alle intercettazioni autorizzate dalla legge”, complicità in vari crimini perpetrati attraverso l’utilizzo dell’app di messaggistica istantanea – traffico di stupefacenti; reati su minori; frode; e riciclaggio di denaro – e “fornitura di servizi di crittografia volti a garantire funzioni di riservatezza senza dichiarazione conforme”.

Durov è stato anche rilasciato in seguito al pagamento di una cauzione di 5 milioni di euro ma gli è proibito lasciare la Francia e dovrà effettuare una registrazione presso una stazione di polizia francese due volte a settimana.

Parlando alla stampa presso il tribunale di Parigi, il suo avvocato David-Olivier Kaminski ha stimato che “è del tutto assurdo pensare che il gestore di un social network possa essere coinvolto in atti criminali che non lo riguardano, né direttamente né indirettamente”.

Non può mancare, infine, una osservazione di carattere tutto politico: in questo mondo pare che gli unici social network da limitare e criminalizzare siano TikTok e Telegram, cioè quelli che non sono sotto il controllo dei Big Data statunitensi come Meta, Google etc.

Sia negli USA che nell’Unione Europea le classi dominanti sono ormai terrorizzate dall’idea che dei canali di comunicazione sfuggano al loro controllo e propaganda. Ma hanno il coraggio di invocare la libertà di stampa per giustificare il bavaglio che stanno stringendo sulla fonti di informazioni alternative o diverse da quelle ufficiali o ufficialmente controllate... da loro.

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26/08/2024

Arrestato in Francia il fondatore di Telegram, Pavel Durov

Ieri sera (sabato 24 -ndR), verso le 23, il fondatore di Telegram Pavel Durov è stato arrestato a Parigi, appena sceso dal suo jet privato di ritorno da un viaggio in Azerbaijan. Era stato nelle ore precedenti inserito nei Fichier des personnes recherchées: era insomma un ricercato, ma non è chiaro se sapesse del rischio di detenzione, una volta arrivato in Francia.

Il magnate delle comunicazioni è accusato di mancata collaborazione con le forze dell’ordine, riguardo i contenuti che passano sulla sua piattaforma di messaggistica. È dunque accusato di aver favorito una lunga lista di crimini: terrorismo, traffico di stupefacenti, frode, riciclaggio di denaro, ricettazione, distribuzione di materiale pedopornografico.

“Ha commesso un errore stasera. Non sappiamo perché... Era solo una tappa? In ogni caso è stato preso”, ha detto una fonte al canale Télévision française 1. Durov, fino ad ora, aveva evitato destinazioni europee, mentre era solito viaggiare tra gli Emirati, i paesi dell’area dell’ex Unione Sovietica e nel Sud America.

Proprio negli Emirati, a Dubai, il miliardario russo aveva preso la residenza e la cittadinanza, ma Durov è anche cittadino francese (e del paese caraibico di Saint Kitts e Nevis). Per questo non c’è possibilità che venga estradato altrove: è sotto accusa in un paese che lo riconosce come proprio cittadino.

L’imprenditore si era fatto molti nemici, anche tra i suoi concorrenti. Hanno avuto grande risonanza i suoi attacchi a Signal, di cui, aveva dichiarato Durov, il sistema di crittografia è stato pagato dal governo statunitense con 3 milioni di dollari, e di cui alcuni messaggi sono stati usati in procedimenti giudiziari.

Durov si è sempre fregiato del fatto che Telegram sia l’unica piattaforma che tutela davvero la libertà di parola e la privacy dello scambio di messaggi tra privati. Questo, però, ha allo stesso tempo creato la situazione per cui sui suoi canali può passare più o meno di tutto, con maggiori garanzie di non poter risalire alla fonte.

Il fatto che la criptazione end-to-end delle chat segrete di Telegram impedisca l’accesso alle informazioni dei suoi canali, e che non conceda a nessuna autorità questo accesso, è all’origine dell’arresto. Le polizie occidentali temono che, su quella piattaforma, passino contenuti legati a una gran varietà di crimini, anche contro la sicurezza nazionale.

Ma non è solo con l’Occidente che Durov ha avuto problemi. In passato il governo russo ha tentato di bloccare Telegram nel paese attraverso una decisione di tribunale, e un gruppo di 26 ONG, tra cui Human Rights Watch, Amnesty International, Freedom House, Reporter Senza Frontiere e il Comitato per la Protezione dei Giornalisti avevano criticato la decisione.

Ciò era avvenuto appena dopo l’approvazione della legge Yarovaya, entrata in vigore il primo luglio del 2018. Essa obbligava gli operatori di servizi di telecomunicazioni a conservare per sei mesi i registri dei messaggi telefonici e del traffico internet dei clienti, e anche le chiavi per decrittografare la corrispondenza degli utenti e fornire informazioni su richiesta ai servizi segreti russi.

Dalle ONG era arrivato un appello fino alle Nazioni Unite, al Consiglio d’Europa, all’OCSE, alla UE, a Washington e ad altri governi per la tutela della libertà di espressione e della privacy degli utenti di Telegram. E Maria Zakharova, portavoce degli Esteri di Mosca, non ha perso un attimo per ricordare questi fatti, chiedendo che l’Occidente se ne ricordi pure ora.

La questione Telegram rimane una questione delicata, in una posizione complessa all’interno della questione della libertà di parola, di informazione, della tutela della privacy e delle garanzie per la sicurezza nazionale, che non si può di certo sciogliere qui. Quello che è indubbio è che è subito entrata nello scontro internazionale tra filiera euroatlantica e mondo multipolare.

E inoltre, rimane il mistero del perché Durov, consapevole dei rischi a cui andava incontro, sia comunque atterrato a Parigi. Non sembra pensabile sia stata la svista di un momento, e vedremo presto gli sviluppi della faccenda.

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