“Complicità in genocidio” non è un hashtag. È la qualifica di un fascicolo giudiziario francese che chiama in causa due cittadine franco-israeliane: Nili Kupfer-Naouri e Rachel Touitou, accusate di aver ostacolato l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.
Kupfer-Naouri è avvocata e presidente di Israel Is Forever; Touitou è portavoce di Tsav 9. I fatti contestati ruotano attorno ad azioni di blocco dei convogli ai valichi di Kerem Shalom e Nitzana, indicate tra 1° gennaio–26 novembre 2024 e maggio 2025.
La magistratura francese ha formalizzato atti penali qualificando la condotta come “complicità in genocidio” e “incitamento pubblico e diretto al genocidio”, a seguito di denunce presentate da organizzazioni per i diritti umani (tra cui UJFP/French Jewish Union for Peace, Urgence Palestine, FIDH, Al-Haq, Al-Mezan).
Il punto politico-giuridico è questo: la Francia tratta l’ostruzione di beni umanitari essenziali in un contesto di conflitto come condotta penalmente rilevante, fino a collocarla nel perimetro dei crimini internazionali, includendo la complicità.
Anche l’Italia ha già strumenti giuridici per perseguire propri cittadini coinvolti in crimini commessi all’estero. Per il genocidio, la base è diretta: la Legge 9 ottobre 1967 n. 962 incrimina il genocidio e disciplina la punibilità anche quando il fatto è commesso fuori dal territorio nazionale.
Per condotte gravi collegate a operazioni militari (omicidi, torture, sequestri, ecc.), l’ordinamento prevede la giurisdizione sul cittadino per delitti commessi all’estero tramite l’art. 9 del Codice penale, con regole procedurali precise (tra cui, in vari casi, la richiesta del Ministro della Giustizia come condizione di procedibilità).
In parallelo, l’Italia ha ratificato lo Statuto di Roma (Legge 12 luglio 1999 n. 232): questo consolida il dovere di cooperazione internazionale e rende ancora più insostenibile l’idea che il passaporto possa valere come scudo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/02/2026
23/07/2025
È caccia ai criminali di guerra israeliani. Due fermati in Belgio
La polizia belga ha fermato e interrogato due soldati israeliani sospettati di aver commesso crimini di guerra a Gaza. L’operazione, secondo quanto riportano i media belgi, è scattata dopo una denuncia presentata dalla Hind Rajab Foundation e dal Global Legal Action Network (Glan).
I due militari sono stati bloccati al festival Tomorrowland, nella provincia di Anversa, e rilasciati dopo l’interrogatorio. La procura belga ha confermato l’avvio di un’indagine penale, precisando che i due uomini appartengono con ogni probabilità alla Brigata Givati dell’esercito israeliano e al festival avrebbero esibito la bandiera della loro unità.
Le accuse mosse nei loro confronti riguardano crimini di guerra, genocidio, attacchi contro civili, torture e sfollamenti forzati nella Striscia di Gaza.
La Hind Rajab Foundation ha dichiarato: “Questo sviluppo rappresenta un significativo passo avanti. Dimostra che il Belgio ha riconosciuto la propria giurisdizione ai sensi del diritto internazionale e sta trattando le accuse con la serietà che meritano”.
In un momento in cui troppi governi rimangono in silenzio, questa azione invia un messaggio chiaro: le prove credibili di crimini internazionali devono essere affrontate con una risposta legale, non con l’indifferenza politica.
Per la prima volta in Europa, sospettati israeliani legati a crimini commessi a Gaza sono stati formalmente arrestati e interrogati. Questo non sarebbe stato possibile senza la forza del diritto e la volontà di applicarlo.
La Hind Rajab Foundation è un gruppo pro-Palestina con sede in Belgio che guida una campagna legale contro i crimini di guerra commessi dai soldati israeliani a Gaza.
La procura belga ha spiegato di poter procedere grazie a una nuova norma, l’articolo 14/10 del codice di procedura penale in vigore dall’aprile 2024, che consente alla giustizia belga di indagare su crimini internazionali commessi all’estero in base alle Convenzioni di Ginevra e alla Convenzione Onu contro la tortura.
A dicembre, l’esercito israeliano aveva diffidato decine di soldati dal viaggiare all’estero dopo che circa 30 militari coinvolti nel genocidio di Gaza erano stati denunciati per crimini di guerra.
I loro nomi sono stati identificati grazie a video e immagini pubblicati online durante il servizio.
A gennaio, la televisione Channel 12 ha riportato che il ministero degli Esteri israeliano è a conoscenza di almeno 12 denunce presentate all’estero contro soldati israeliani per presunti crimini di guerra a Gaza.
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I due militari sono stati bloccati al festival Tomorrowland, nella provincia di Anversa, e rilasciati dopo l’interrogatorio. La procura belga ha confermato l’avvio di un’indagine penale, precisando che i due uomini appartengono con ogni probabilità alla Brigata Givati dell’esercito israeliano e al festival avrebbero esibito la bandiera della loro unità.
Le accuse mosse nei loro confronti riguardano crimini di guerra, genocidio, attacchi contro civili, torture e sfollamenti forzati nella Striscia di Gaza.
La Hind Rajab Foundation ha dichiarato: “Questo sviluppo rappresenta un significativo passo avanti. Dimostra che il Belgio ha riconosciuto la propria giurisdizione ai sensi del diritto internazionale e sta trattando le accuse con la serietà che meritano”.
In un momento in cui troppi governi rimangono in silenzio, questa azione invia un messaggio chiaro: le prove credibili di crimini internazionali devono essere affrontate con una risposta legale, non con l’indifferenza politica.
Per la prima volta in Europa, sospettati israeliani legati a crimini commessi a Gaza sono stati formalmente arrestati e interrogati. Questo non sarebbe stato possibile senza la forza del diritto e la volontà di applicarlo.
La Hind Rajab Foundation è un gruppo pro-Palestina con sede in Belgio che guida una campagna legale contro i crimini di guerra commessi dai soldati israeliani a Gaza.
La procura belga ha spiegato di poter procedere grazie a una nuova norma, l’articolo 14/10 del codice di procedura penale in vigore dall’aprile 2024, che consente alla giustizia belga di indagare su crimini internazionali commessi all’estero in base alle Convenzioni di Ginevra e alla Convenzione Onu contro la tortura.
A dicembre, l’esercito israeliano aveva diffidato decine di soldati dal viaggiare all’estero dopo che circa 30 militari coinvolti nel genocidio di Gaza erano stati denunciati per crimini di guerra.
I loro nomi sono stati identificati grazie a video e immagini pubblicati online durante il servizio.
A gennaio, la televisione Channel 12 ha riportato che il ministero degli Esteri israeliano è a conoscenza di almeno 12 denunce presentate all’estero contro soldati israeliani per presunti crimini di guerra a Gaza.
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29/08/2024
Telegram. Incriminato e scarcerato Durov. La guerra per il controllo dei social
Gli amministratori delegati di Tim, Vodafone, Iliad, Fastweb sono stati arrestati poiché alcuni boss del crimine organizzato utilizzano le loro compagnie telefoniche per comunicare tra loro con i cellulari. Dovrebbe essere questo il titolo di apertura dei giornali dei prossimi giorni se la giustizia francese o italiana agissero in coerenza con le accuse che hanno portato all’arresto nei giorni scorsi del ceo di Telegram, Pavel Durov.
Sono infatti sei i capi d’imputazione di cui è stato ufficialmente accusato dalla procura di Parigi l’oligarca franco-russo Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato di Telegram.
Durov è stato arrestato all’aeroporto Le Bourget di Parigi lo scorso 24 agosto. Secondo la Procura di Parigi è stato arrestato per la mancanza di attività di moderazione sulla sua app di messaggistica istantanea, così come per non aver collaborato nella lotta al traffico di droga e nella diffusione di contenuti pedopornografici. L’arresto è avvenuto “come parte di un’inchiesta giudiziaria aperta l’8 luglio”, ha spiegato la Procura.
Ieri pomeriggio Durov è stato interrogato da due magistrati che, secondo un comunicato stampa del procuratore di Parigi Laure Beccuau, lo hanno incriminato dopo diverse ore di interrogatorio per i reati di: “rifiuto di comunicare le informazioni necessarie alle intercettazioni autorizzate dalla legge”, complicità in vari crimini perpetrati attraverso l’utilizzo dell’app di messaggistica istantanea – traffico di stupefacenti; reati su minori; frode; e riciclaggio di denaro – e “fornitura di servizi di crittografia volti a garantire funzioni di riservatezza senza dichiarazione conforme”.
Durov è stato anche rilasciato in seguito al pagamento di una cauzione di 5 milioni di euro ma gli è proibito lasciare la Francia e dovrà effettuare una registrazione presso una stazione di polizia francese due volte a settimana.
Parlando alla stampa presso il tribunale di Parigi, il suo avvocato David-Olivier Kaminski ha stimato che “è del tutto assurdo pensare che il gestore di un social network possa essere coinvolto in atti criminali che non lo riguardano, né direttamente né indirettamente”.
Non può mancare, infine, una osservazione di carattere tutto politico: in questo mondo pare che gli unici social network da limitare e criminalizzare siano TikTok e Telegram, cioè quelli che non sono sotto il controllo dei Big Data statunitensi come Meta, Google etc.
Sia negli USA che nell’Unione Europea le classi dominanti sono ormai terrorizzate dall’idea che dei canali di comunicazione sfuggano al loro controllo e propaganda. Ma hanno il coraggio di invocare la libertà di stampa per giustificare il bavaglio che stanno stringendo sulla fonti di informazioni alternative o diverse da quelle ufficiali o ufficialmente controllate... da loro.
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Sono infatti sei i capi d’imputazione di cui è stato ufficialmente accusato dalla procura di Parigi l’oligarca franco-russo Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato di Telegram.
Durov è stato arrestato all’aeroporto Le Bourget di Parigi lo scorso 24 agosto. Secondo la Procura di Parigi è stato arrestato per la mancanza di attività di moderazione sulla sua app di messaggistica istantanea, così come per non aver collaborato nella lotta al traffico di droga e nella diffusione di contenuti pedopornografici. L’arresto è avvenuto “come parte di un’inchiesta giudiziaria aperta l’8 luglio”, ha spiegato la Procura.
Ieri pomeriggio Durov è stato interrogato da due magistrati che, secondo un comunicato stampa del procuratore di Parigi Laure Beccuau, lo hanno incriminato dopo diverse ore di interrogatorio per i reati di: “rifiuto di comunicare le informazioni necessarie alle intercettazioni autorizzate dalla legge”, complicità in vari crimini perpetrati attraverso l’utilizzo dell’app di messaggistica istantanea – traffico di stupefacenti; reati su minori; frode; e riciclaggio di denaro – e “fornitura di servizi di crittografia volti a garantire funzioni di riservatezza senza dichiarazione conforme”.
Durov è stato anche rilasciato in seguito al pagamento di una cauzione di 5 milioni di euro ma gli è proibito lasciare la Francia e dovrà effettuare una registrazione presso una stazione di polizia francese due volte a settimana.
Parlando alla stampa presso il tribunale di Parigi, il suo avvocato David-Olivier Kaminski ha stimato che “è del tutto assurdo pensare che il gestore di un social network possa essere coinvolto in atti criminali che non lo riguardano, né direttamente né indirettamente”.
Non può mancare, infine, una osservazione di carattere tutto politico: in questo mondo pare che gli unici social network da limitare e criminalizzare siano TikTok e Telegram, cioè quelli che non sono sotto il controllo dei Big Data statunitensi come Meta, Google etc.
Sia negli USA che nell’Unione Europea le classi dominanti sono ormai terrorizzate dall’idea che dei canali di comunicazione sfuggano al loro controllo e propaganda. Ma hanno il coraggio di invocare la libertà di stampa per giustificare il bavaglio che stanno stringendo sulla fonti di informazioni alternative o diverse da quelle ufficiali o ufficialmente controllate... da loro.
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21/05/2024
Mandati di cattura per Netanyhau e i vertici di Hamas
Il procuratore capo della Corte penale internazionale ha chiesto alla Camera preliminare del Tribunale di emettere mandati di arresto contro il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il suo ministro della Difesa Yoav Gallant per “crimini di guerra e crimini contro l’umanità” compiuti nella Striscia di Gaza a partire dall’8 ottobre 2023.
Lo stesso procuratore ha chiesto anche di emettere mandati di arresto nei confronti dei leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, nonché per Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri per “crimini di guerra e crimini contro l’umanità” commessi in Israele e nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023.
Il mandato dovrà ora essere ratificato dalla Corte, visto che si tratta – equiparando le istituzioni giudiziarie con le nostre – di una “richiesta dell’accusa”.
Ma è evidente che anche la sola richiesta, benché ancora priva di effetti concreti, sancisce la fine dell’“eccezionalismo” dello Stato israeliano, che per 75 anni ha potuto commettere qualsiasi crimine di guerra senza mai essere oggetto di una decisione legale così potente.
Una impunità totale nonostante Israele abbia da sempre disatteso qualsiasi risoluzione delle Nazioni Unite, ossia condanne “politiche” della comunità mondiale che sono state in altri casi più che sufficienti a scatenare guerre devastanti, anche in presenza di prove completamente false.
Basti pensare alle “armi di distruzione di massa” che solo gli Stati Uniti avevano “visto” in Iraq...
Sul piano della legalità internazionale – e quindi anche sul piano politico ed ideologico – si apre ora una fase piuttosto complessa, in quanto è scontato che ci saranno pressioni Usa ed occidentali perché siano effettuati gli arresti contro i capi di Hamas. Ma, al tempo stesso, si cercherà di delegittimare gli identici provvedimenti nei confronti dei vertici di Tel Aviv.
Ma è indubbio che diventa molto difficile inventarsi una “narrazione” secondo cui alcuni mandati sono “sacrosanti” mentre altri, della stessa identica Corte, sarebbero “inaccettabili”. Tanto più se i brutali dati numerici riferiscono di circa 1.200 vittime israeliane il 7 ottobre (alcune centinaia della quali militari in servizio attivo, il resto civili), mentre ad ora le vittime accertate palestinesi a Gaza superano i 36.000, oltre un terzo dei quali donne e bambini.
Una sproporzione abnorme, tale da far impallidire persino il ricordo – e il paragone – con le rappresaglie naziste durante la seconda guerra mondiale.
Il procuratore della Cpi – ben consapevole dell’immenso significato politico della sua decisione, ancor prima di assumerla – ha annunciato che, “come ulteriore salvaguardia” degli imputati, aveva chiesto la consulenza di “un un gruppo di esperti di diritto internazionale“, che ringrazia per il sostegno.
“Ho convocato un gruppo imparziale per sostenere l’esame delle prove e l’analisi legale in relazione a queste richieste di mandato d’arresto“, dice Karim Khan nelle motivazioni della richiesta alla Corte. Il gruppo è composto da esperti “di immensa levatura nel diritto umanitario internazionale e nel diritto penale internazionale“, tra cui Sir Adrian Fulford, la baronessa Helena Kennedy, presidente dell’Istituto per i diritti umani dell’International Bar Association, Elizabeth Wilmshurst, ex vice consigliere giuridico presso il Foreign and Commonwealth Office del Regno Unito e Danny Friedman.
Non solo. In aggiunta figurano due dei consiglieri speciali di Khan, “Amal Clooney e Sua Eccellenza il giudice Theodor Meron“.
“Questa analisi di esperti indipendenti ha sostenuto e rafforzato le richieste presentate oggi dal mio Ufficio: sono grato anche per il contributo di alcuni altri miei consiglieri speciali a questa revisione, in particolare Adama Dieng e il professor Kevin Jon Heller“. Un battaglione di giuristi che nessuna bestia ideologizzata può accusare di “antisemitismo”...
La richiesta del mandato di arresto per Netanyahu e Gallant fa riferimento alla violazione degli articoli 7 e 8 dello Statuto di Roma e si sviluppa nei seguenti capi di accusa: «Affamare i civili come metodo di guerra e come crimine di guerra; l’aver causato intenzionalmente grandi sofferenze, o gravi lesioni al corpo o alla salute; trattamenti crudeli come crimine di guerra; uccisione intenzionale o omicidio come crimine di guerra; attacchi intenzionalmente diretti contro una popolazione civile come crimine di guerra; sterminio e/o omicidio, anche nel contesto di morti per fame, come crimine contro l’umanità; persecuzione come crimine contro l’umanità, altri atti inumani come crimini contro l’umanità».
La richiesta di mandato di cattura mette a nudo in primo luogo l’immonda ipocrisia dell’Occidente neoliberista, che ha sempre cercato di ammantare di “legalità” il proprio insopportabile “doppio standard”: feroce con i “nemici”, indulgente con gli “amici”.
La stessa Corte Penale dell’Aja, ricordiamo, quasi un erede diretta del Tribunale di Norimberga, nonostante sia nata con lo Statuto di Roma come organismo sovranazionale per perseguire le violazioni delle convenzioni di Ginevra, i crimini di guerra, i genocidi, e le aggressioni tra Stati, non è stata riconosciuta in primo luogo dagli Stati Uniti, che non ammettono alcuna autorità mondiale al di sopra della propria (nazionale). Seguiti in questo da altri autentici “campioni della democrazia” come lo stesso Israele e l’Ucraina.
La Corte è comunque riconosciuta da ben 124 Stati, i due terzi del componenti dell’Onu, e praticamente da tutti i membri dell’Unione Europea. Mentre ne sono rimasti fuori anche Cina, Russia e India, giganti che non intendono vedere la propria libertà di azione nelle mani di un organismo voluto e strutturato soprattutto dai paesi occidentali.
Se il mandato di cattura sarà effettivamente emesso, insomma, Netanyahu e Gallant potrebbero andare solo nei paesi che non riconoscono la Corte (Usa e Ucraina in testa, insomma, ma anche in Russia e Cina), mentre dovrebbero in teoria essere arrestati se provano e metter piede a Roma, Parigi, Berlino o Londra.
Ovvio che i governi occidentali si guarderanno bene dal “disturbare” la mobilità dei due genocidi alla guida di Israele, ma proprio il disattendere un atto di giurisdizione internazionale sarà elemento di discredito assoluto agli occhi del resto del mondo.
Al di là degli effetti giuridici o “carcerari” insomma, il mandato di cattura devasta la trama delle menzogne suprematiste occidentali, mettendo a nudo la pura e semplice “volontà di potenza” che anima l’imperialismo in questa fase di degrado su molti piani.
Ne è consapevole il vertice di Tel Aviv, che ha reagito immediatamente con rabbia e ben scarsa lucidità: «Mettere i leader di un paese che è andato in battaglia per proteggere i suoi cittadini sulla stessa linea dei terroristi assetati di sangue è cecità morale – ha scritto su X Benny Gantz, che aveva appena minacciato di uscire dal governo Netanyahu – Accettare la richiesta del procuratore generale sarebbe un crimine storico».
Scarsa lucidità, dicevamo, perché la contrapposizione proposta (“leader di un paese” e “terroristi assetati di sangue“) si affida a classificazioni per nulla univoche a livello internazionale.
Ad esempio, addirittura la Turchia di Erdogan, pur essendo membro della Nato, riconosce Hamas come rappresentante – tra gli altri – del popolo palestinese e non come “organizzazione terroristica“.
In effetti, la scelta del Procuratore della Corte Penale mette al centro un principio da cui ogni “liberale” dovrebbe far molta fatica a prendere le distanze: conta quel che fai, non chi sei. Governo o gruppo di resistenza variamente motivato, non è importante.
Una narrazione falsaria è andata in pezzi. Non sarà semplice costruirne una altrettanto credibile...
Fonte
Lo stesso procuratore ha chiesto anche di emettere mandati di arresto nei confronti dei leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, nonché per Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri per “crimini di guerra e crimini contro l’umanità” commessi in Israele e nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023.
Il mandato dovrà ora essere ratificato dalla Corte, visto che si tratta – equiparando le istituzioni giudiziarie con le nostre – di una “richiesta dell’accusa”.
Ma è evidente che anche la sola richiesta, benché ancora priva di effetti concreti, sancisce la fine dell’“eccezionalismo” dello Stato israeliano, che per 75 anni ha potuto commettere qualsiasi crimine di guerra senza mai essere oggetto di una decisione legale così potente.
Una impunità totale nonostante Israele abbia da sempre disatteso qualsiasi risoluzione delle Nazioni Unite, ossia condanne “politiche” della comunità mondiale che sono state in altri casi più che sufficienti a scatenare guerre devastanti, anche in presenza di prove completamente false.
Basti pensare alle “armi di distruzione di massa” che solo gli Stati Uniti avevano “visto” in Iraq...
Sul piano della legalità internazionale – e quindi anche sul piano politico ed ideologico – si apre ora una fase piuttosto complessa, in quanto è scontato che ci saranno pressioni Usa ed occidentali perché siano effettuati gli arresti contro i capi di Hamas. Ma, al tempo stesso, si cercherà di delegittimare gli identici provvedimenti nei confronti dei vertici di Tel Aviv.
Ma è indubbio che diventa molto difficile inventarsi una “narrazione” secondo cui alcuni mandati sono “sacrosanti” mentre altri, della stessa identica Corte, sarebbero “inaccettabili”. Tanto più se i brutali dati numerici riferiscono di circa 1.200 vittime israeliane il 7 ottobre (alcune centinaia della quali militari in servizio attivo, il resto civili), mentre ad ora le vittime accertate palestinesi a Gaza superano i 36.000, oltre un terzo dei quali donne e bambini.
Una sproporzione abnorme, tale da far impallidire persino il ricordo – e il paragone – con le rappresaglie naziste durante la seconda guerra mondiale.
Il procuratore della Cpi – ben consapevole dell’immenso significato politico della sua decisione, ancor prima di assumerla – ha annunciato che, “come ulteriore salvaguardia” degli imputati, aveva chiesto la consulenza di “un un gruppo di esperti di diritto internazionale“, che ringrazia per il sostegno.
“Ho convocato un gruppo imparziale per sostenere l’esame delle prove e l’analisi legale in relazione a queste richieste di mandato d’arresto“, dice Karim Khan nelle motivazioni della richiesta alla Corte. Il gruppo è composto da esperti “di immensa levatura nel diritto umanitario internazionale e nel diritto penale internazionale“, tra cui Sir Adrian Fulford, la baronessa Helena Kennedy, presidente dell’Istituto per i diritti umani dell’International Bar Association, Elizabeth Wilmshurst, ex vice consigliere giuridico presso il Foreign and Commonwealth Office del Regno Unito e Danny Friedman.
Non solo. In aggiunta figurano due dei consiglieri speciali di Khan, “Amal Clooney e Sua Eccellenza il giudice Theodor Meron“.
“Questa analisi di esperti indipendenti ha sostenuto e rafforzato le richieste presentate oggi dal mio Ufficio: sono grato anche per il contributo di alcuni altri miei consiglieri speciali a questa revisione, in particolare Adama Dieng e il professor Kevin Jon Heller“. Un battaglione di giuristi che nessuna bestia ideologizzata può accusare di “antisemitismo”...
La richiesta del mandato di arresto per Netanyahu e Gallant fa riferimento alla violazione degli articoli 7 e 8 dello Statuto di Roma e si sviluppa nei seguenti capi di accusa: «Affamare i civili come metodo di guerra e come crimine di guerra; l’aver causato intenzionalmente grandi sofferenze, o gravi lesioni al corpo o alla salute; trattamenti crudeli come crimine di guerra; uccisione intenzionale o omicidio come crimine di guerra; attacchi intenzionalmente diretti contro una popolazione civile come crimine di guerra; sterminio e/o omicidio, anche nel contesto di morti per fame, come crimine contro l’umanità; persecuzione come crimine contro l’umanità, altri atti inumani come crimini contro l’umanità».
La richiesta di mandato di cattura mette a nudo in primo luogo l’immonda ipocrisia dell’Occidente neoliberista, che ha sempre cercato di ammantare di “legalità” il proprio insopportabile “doppio standard”: feroce con i “nemici”, indulgente con gli “amici”.
La stessa Corte Penale dell’Aja, ricordiamo, quasi un erede diretta del Tribunale di Norimberga, nonostante sia nata con lo Statuto di Roma come organismo sovranazionale per perseguire le violazioni delle convenzioni di Ginevra, i crimini di guerra, i genocidi, e le aggressioni tra Stati, non è stata riconosciuta in primo luogo dagli Stati Uniti, che non ammettono alcuna autorità mondiale al di sopra della propria (nazionale). Seguiti in questo da altri autentici “campioni della democrazia” come lo stesso Israele e l’Ucraina.
La Corte è comunque riconosciuta da ben 124 Stati, i due terzi del componenti dell’Onu, e praticamente da tutti i membri dell’Unione Europea. Mentre ne sono rimasti fuori anche Cina, Russia e India, giganti che non intendono vedere la propria libertà di azione nelle mani di un organismo voluto e strutturato soprattutto dai paesi occidentali.
Se il mandato di cattura sarà effettivamente emesso, insomma, Netanyahu e Gallant potrebbero andare solo nei paesi che non riconoscono la Corte (Usa e Ucraina in testa, insomma, ma anche in Russia e Cina), mentre dovrebbero in teoria essere arrestati se provano e metter piede a Roma, Parigi, Berlino o Londra.
Ovvio che i governi occidentali si guarderanno bene dal “disturbare” la mobilità dei due genocidi alla guida di Israele, ma proprio il disattendere un atto di giurisdizione internazionale sarà elemento di discredito assoluto agli occhi del resto del mondo.
Al di là degli effetti giuridici o “carcerari” insomma, il mandato di cattura devasta la trama delle menzogne suprematiste occidentali, mettendo a nudo la pura e semplice “volontà di potenza” che anima l’imperialismo in questa fase di degrado su molti piani.
Ne è consapevole il vertice di Tel Aviv, che ha reagito immediatamente con rabbia e ben scarsa lucidità: «Mettere i leader di un paese che è andato in battaglia per proteggere i suoi cittadini sulla stessa linea dei terroristi assetati di sangue è cecità morale – ha scritto su X Benny Gantz, che aveva appena minacciato di uscire dal governo Netanyahu – Accettare la richiesta del procuratore generale sarebbe un crimine storico».
Scarsa lucidità, dicevamo, perché la contrapposizione proposta (“leader di un paese” e “terroristi assetati di sangue“) si affida a classificazioni per nulla univoche a livello internazionale.
Ad esempio, addirittura la Turchia di Erdogan, pur essendo membro della Nato, riconosce Hamas come rappresentante – tra gli altri – del popolo palestinese e non come “organizzazione terroristica“.
In effetti, la scelta del Procuratore della Corte Penale mette al centro un principio da cui ogni “liberale” dovrebbe far molta fatica a prendere le distanze: conta quel che fai, non chi sei. Governo o gruppo di resistenza variamente motivato, non è importante.
Una narrazione falsaria è andata in pezzi. Non sarà semplice costruirne una altrettanto credibile...
Fonte
07/08/2023
USA - Trump palesa la crisi politica permanente del Paese
Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti e ultra-favorito alle primarie del Partito Repubblicano, è stato accusato martedì 1 agosto di «complotto contro lo Stato Americano» dal tribunale federale di Washington.
A Washington, Trump si è presentato di persona, declinando la possibilità che gli venisse formalizzato il tutto per via telematica.
Ha dichiarato la propria innocenza, e fuori dagli uffici – durante una breve locuzione – ha parlato senza mezzi termini di «persecuzione».
Poco prima della diffusione della notizia, sulla sua seguitissima piattaforma social Truth Social – creata dopo che Twitter l’aveva bandito – aveva anticipato che sarebbe stata lanciata «una nuova accusa-bidone al vostro presidente preferito».
Già il 18 luglio aveva infatti ricevuto un “avviso di garanzia” da parte del procuratore Jack Smith.
Trump ha fatto di quest’ennesimo atto d’accusa un’occasione di campagna per le primarie, ad appena tre settimane dal primo vero dibattito tra gli sfidanti alla candidatura ufficiale dei repubblicani.
Dopo l’annuncio della nuova serie di accuse, un portavoce della campagna di Donald Trump ha pubblicato una nota in cui si paragona questa presunta persecuzione alle pagine più buie dei “totalitarismi” del XX Secolo, della «Germania nazista degli anni Trenta» all’«ex-Unione Sovietica e gli altri regime autoritari e dittatoriali».
Che lo staff di uno dei candidati presidenziali paragoni gli Stati Uniti attuali alla Germania nazista o all’Unione Sovietica, senza che tra le file dei repubblicani nessuno abbia qualcosa da ridire, ci dà la cifra non solo del processo di delegittimazione reciproca in un clima di fortissima polarizzazione politica, ma della crisi di legittimazione tout court delle istituzioni statunitensi da parte di metà del paese.
È bene ricordare che The Orange Man non ha mai espresso il ben che minimo rimpianto per ciò che è successo il 6 gennaio 2021, né tanto meno ha chiesto scusa a chicchessia, né ha mai ammesso la legittimità del potere di Joe Biden.
Bisogna ricordare inoltre che più di un migliaio di persone sono state incolpate per il loro ruolo nell’assalto del 6 gennaio, tra i quali membri dei gruppi di estrema destra che gravitano nella galassia trumpiana, condannati per ‘complotto sedizioso’.
Gli scontri si erano verificati dopo che Trump aveva incitato i propri sostenitori a «battersi come dannati» per «impedire il furto delle elezioni».
Per il Dipartimento di Giustizia si tratta di inchiodare Trump alle responsabilità avute nel tentativo di sovvertire i risultati usciti dalle urne alle presidenziali statunitensi del novembre del 2020 e negli avvenimenti del 6 gennaio del 2021, culminati nell’assalto a Capitol Hill.
Questo a meno da un anno e mezzo delle prossime elezioni presidenziali e a qualche mese dall’inizio delle primarie, sia repubblicane che democratiche.
Un atto tutt’altro che scontato, dal significato epocale e dalle conseguenze difficilmente ponderabili, visto il clima di guerra civile strisciante tra lo zoccolo duro dei sostenitori di Trump; tra i quali i vari episodi giudiziari non hanno assolutamente scalfito – anzi – il consenso per The Donald, assolutamente maggioritario dentro il partito.
L’équipe di Trump, per dirne una, ha già utilizzato 40 milioni di dollari, raccolti grazie alle varie donazioni, per sostenerne le spese giudiziaria prima ancora che sia iniziato un qualsiasi processo.
Si tratta principalmente di 4 capi d’accusa, più pesanti di quelli delle precedenti vicende giudiziarie, per la figura che gode del maggiore consenso nel Grand Old Party.
Per la precisione, il procuratore speciale Jack Smith ha annunciato che il Grand Jury (un panel di 23 cittadini, 12 dei quali sarebbero sufficienti per stabilire lo stato d’accusa), riuniti da diversi mesi a Washington, ha approvato 4 dei capi d’accusa contro l’anziano presidente.
Per l’accusa si tratta di “complotto fraudolento contro gli Stati Uniti” (circolazione di false informazioni sulla frode e le macchine per il conteggio dei voti, pressione sulla giustizia e sul vice-presidente, Mike Pence, per incitare a rigettare i voti negli Stati in cui ha vinto Joe Biden, designazione di «falsi grandi elettori» negli Stati); “complotto per privare gli elettori del loro diritto di voto”; “complotto per fare ostruzione a una procedura ufficiale”; e, in ultimo, “tentativo di ostruzione a questa procedura” (la certificazione della vittoria di Joe Biden da parte del Congresso).
In una dichiarazione alla stampa di appena di 3 minuti Jack Smith ha affermato che il 6 gennaio del 2021 c’è stato «un assalto senza precedenti contro la sede della democrazia americana (…) l’assalto è stato alimentato dalle menzogne, le menzogne dell’accusato cercando di fare ostruzione a una funzione fondamentale del governo americano: il processo di raccolta, conteggio e certificazione dei risultati dell’elezione presidenziale».
Smith ha incoraggiato i suoi concittadini a leggere integralmente le 45 pagine dell’atto d’accusa – consultabili tra l’altro sul sito del giornale Politico – che integrano e sintetizzano i risultati della Commissione parlamentare sull’assalto a Capitol Hill, comprendenti le testimonianze di coloro che si erano ai tempi potuti avvalere della facoltà di non presentarsi davanti alla commissione: Mark Meadows, e soprattutto, l’allora vicepresidente Mike Pence.
Proprio Pence si è visto rimproverare da Trump il fatto di essere «troppo onesto», quando aveva cercato di fargli credere che alcune delle «infrazioni elettorali» rilevanti erano state registrate dal Ministero della Giustizia.
In maniera ostinata Trump ha sfruttato ciò che era successo nel pomeriggio del 6 gennaio per cercare di di far rinviare ai parlamentari la certificazione del voto, rifiutando la sera stessa di ritirare le sue obiezioni (come gli raccomandava anche il suo consigliere giuridico), mentre il suo avvocato Rudy Giuliani – di fatto complice di Trump – cercava in ogni modo di far deragliare il passaggio dei poteri.
Più che il rapporto della Commissione – dissolta all’inizio del 2023 dalla nuova maggioranza repubblicana scaturita dalle elezioni midterm, ma il cui il rapporto finale era stato reso pubblico nel dicembre 2022 – l’atto di accusa si sforza di mostrare che Trump sapeva perfettamente di aver perso le elezioni e che le sue rimostranze non avevano alcun fondamento legale.
La Commissione, è bene ricordarlo, aveva raccomandato che dalla giustizia federale fossero promosse contro di lui inchieste penali per reati anche più gravi di quelli che poi sono stati formulati.
Sempre la Commissione aveva espresso un giudizio molto politico, stimando che Donald Trump non avrebbe più dovuto svolgere alcuna funzione pubblica.
Nelle 45 pagine del rapporto sono stati menzionati almeno sei cospiratori, senza che ne venisse però fatto il nome, ma ben presto identificati dalla stampa.
Si tratta di avvocati e consiglieri che hanno elaborato il traballante scenario dei «falsi grandi elettori»: Rudy Giuliani, John Eastman, Sidney Powell, Kenneth Chesebro e Jeffrey Clark (un consulente politico).
Il procuratore vuole giungere ad un «rapido processo», di fatto prima delle elezioni presidenziali del 2024, e forse prima che la Convention repubblicana della prossima estate ufficializzi – con ogni probabilità – Trump come candidato presidenziale per il GOP.
Processi e campagna politica presidenziale si intrecceranno quindi costantemente da qui in avanti.
Già in giugno, Trump, era comparso di persona davanti al tribunale federale della Florida, che gli aveva contestato ben 37 capi d’imputazione per avere conservato – e rifiutato di restituire – informazioni classificate come “confidenziali” nella sua proprietà di Mar-a-Lago.
Il processo era stato fissato il 20 maggio prossimo, ma altri carichi sono stati aggiunti dal pubblico ministero il 27 luglio, cosa che potrebbe ritardarne la celebrazione.
Nel marzo del 2024, Trump comparirà comunque a Manhattan per la presunta falsificazione di documenti contabili, legati al pagamento di una somma di 130 mila dollari (circa 120 mila euro) all’attrice porno Stormy Daniels; ma il calendario di questo processo potrebbe cambiare, come ha lasciato intendere il procuratore Alvin Bragg.
In conclusione.
Il passaggio pacifico dei poteri era uno dei pilastri della democrazia nord-americana che ne certificava la stabilità e determinava una garanzia in grado di legittimarne la sua egemonia come sistema politico tra i più avanzati in Occidente, con una fisiologica alternanza di poteri tra la compagine democratica e quella repubblicana (per decenni molto più simili di quanto venisse raccontato ai margini dell’Impero), senza che ne venissero messi in discussione i fondamenti, almeno dalla fine della guerra di Secessione (1861-1865) in poi.
Ma ora la corsa alla Casa Bianca inizia senza che sia stato sanato quel deficit di legittimità promosso dal trumpismo e dal suo armamentario cospirazionista.
È un aspetto della crisi sistemica che – come ha mostrato il downgrade di Fitch sui titoli di stato USA – mostra ogni giorno la sua crescente profondità.
Fonte
A Washington, Trump si è presentato di persona, declinando la possibilità che gli venisse formalizzato il tutto per via telematica.
Ha dichiarato la propria innocenza, e fuori dagli uffici – durante una breve locuzione – ha parlato senza mezzi termini di «persecuzione».
Poco prima della diffusione della notizia, sulla sua seguitissima piattaforma social Truth Social – creata dopo che Twitter l’aveva bandito – aveva anticipato che sarebbe stata lanciata «una nuova accusa-bidone al vostro presidente preferito».
Già il 18 luglio aveva infatti ricevuto un “avviso di garanzia” da parte del procuratore Jack Smith.
Trump ha fatto di quest’ennesimo atto d’accusa un’occasione di campagna per le primarie, ad appena tre settimane dal primo vero dibattito tra gli sfidanti alla candidatura ufficiale dei repubblicani.
Dopo l’annuncio della nuova serie di accuse, un portavoce della campagna di Donald Trump ha pubblicato una nota in cui si paragona questa presunta persecuzione alle pagine più buie dei “totalitarismi” del XX Secolo, della «Germania nazista degli anni Trenta» all’«ex-Unione Sovietica e gli altri regime autoritari e dittatoriali».
Che lo staff di uno dei candidati presidenziali paragoni gli Stati Uniti attuali alla Germania nazista o all’Unione Sovietica, senza che tra le file dei repubblicani nessuno abbia qualcosa da ridire, ci dà la cifra non solo del processo di delegittimazione reciproca in un clima di fortissima polarizzazione politica, ma della crisi di legittimazione tout court delle istituzioni statunitensi da parte di metà del paese.
È bene ricordare che The Orange Man non ha mai espresso il ben che minimo rimpianto per ciò che è successo il 6 gennaio 2021, né tanto meno ha chiesto scusa a chicchessia, né ha mai ammesso la legittimità del potere di Joe Biden.
Bisogna ricordare inoltre che più di un migliaio di persone sono state incolpate per il loro ruolo nell’assalto del 6 gennaio, tra i quali membri dei gruppi di estrema destra che gravitano nella galassia trumpiana, condannati per ‘complotto sedizioso’.
Gli scontri si erano verificati dopo che Trump aveva incitato i propri sostenitori a «battersi come dannati» per «impedire il furto delle elezioni».
Per il Dipartimento di Giustizia si tratta di inchiodare Trump alle responsabilità avute nel tentativo di sovvertire i risultati usciti dalle urne alle presidenziali statunitensi del novembre del 2020 e negli avvenimenti del 6 gennaio del 2021, culminati nell’assalto a Capitol Hill.
Questo a meno da un anno e mezzo delle prossime elezioni presidenziali e a qualche mese dall’inizio delle primarie, sia repubblicane che democratiche.
Un atto tutt’altro che scontato, dal significato epocale e dalle conseguenze difficilmente ponderabili, visto il clima di guerra civile strisciante tra lo zoccolo duro dei sostenitori di Trump; tra i quali i vari episodi giudiziari non hanno assolutamente scalfito – anzi – il consenso per The Donald, assolutamente maggioritario dentro il partito.
L’équipe di Trump, per dirne una, ha già utilizzato 40 milioni di dollari, raccolti grazie alle varie donazioni, per sostenerne le spese giudiziaria prima ancora che sia iniziato un qualsiasi processo.
Si tratta principalmente di 4 capi d’accusa, più pesanti di quelli delle precedenti vicende giudiziarie, per la figura che gode del maggiore consenso nel Grand Old Party.
Per la precisione, il procuratore speciale Jack Smith ha annunciato che il Grand Jury (un panel di 23 cittadini, 12 dei quali sarebbero sufficienti per stabilire lo stato d’accusa), riuniti da diversi mesi a Washington, ha approvato 4 dei capi d’accusa contro l’anziano presidente.
Per l’accusa si tratta di “complotto fraudolento contro gli Stati Uniti” (circolazione di false informazioni sulla frode e le macchine per il conteggio dei voti, pressione sulla giustizia e sul vice-presidente, Mike Pence, per incitare a rigettare i voti negli Stati in cui ha vinto Joe Biden, designazione di «falsi grandi elettori» negli Stati); “complotto per privare gli elettori del loro diritto di voto”; “complotto per fare ostruzione a una procedura ufficiale”; e, in ultimo, “tentativo di ostruzione a questa procedura” (la certificazione della vittoria di Joe Biden da parte del Congresso).
In una dichiarazione alla stampa di appena di 3 minuti Jack Smith ha affermato che il 6 gennaio del 2021 c’è stato «un assalto senza precedenti contro la sede della democrazia americana (…) l’assalto è stato alimentato dalle menzogne, le menzogne dell’accusato cercando di fare ostruzione a una funzione fondamentale del governo americano: il processo di raccolta, conteggio e certificazione dei risultati dell’elezione presidenziale».
Smith ha incoraggiato i suoi concittadini a leggere integralmente le 45 pagine dell’atto d’accusa – consultabili tra l’altro sul sito del giornale Politico – che integrano e sintetizzano i risultati della Commissione parlamentare sull’assalto a Capitol Hill, comprendenti le testimonianze di coloro che si erano ai tempi potuti avvalere della facoltà di non presentarsi davanti alla commissione: Mark Meadows, e soprattutto, l’allora vicepresidente Mike Pence.
Proprio Pence si è visto rimproverare da Trump il fatto di essere «troppo onesto», quando aveva cercato di fargli credere che alcune delle «infrazioni elettorali» rilevanti erano state registrate dal Ministero della Giustizia.
In maniera ostinata Trump ha sfruttato ciò che era successo nel pomeriggio del 6 gennaio per cercare di di far rinviare ai parlamentari la certificazione del voto, rifiutando la sera stessa di ritirare le sue obiezioni (come gli raccomandava anche il suo consigliere giuridico), mentre il suo avvocato Rudy Giuliani – di fatto complice di Trump – cercava in ogni modo di far deragliare il passaggio dei poteri.
Più che il rapporto della Commissione – dissolta all’inizio del 2023 dalla nuova maggioranza repubblicana scaturita dalle elezioni midterm, ma il cui il rapporto finale era stato reso pubblico nel dicembre 2022 – l’atto di accusa si sforza di mostrare che Trump sapeva perfettamente di aver perso le elezioni e che le sue rimostranze non avevano alcun fondamento legale.
La Commissione, è bene ricordarlo, aveva raccomandato che dalla giustizia federale fossero promosse contro di lui inchieste penali per reati anche più gravi di quelli che poi sono stati formulati.
Sempre la Commissione aveva espresso un giudizio molto politico, stimando che Donald Trump non avrebbe più dovuto svolgere alcuna funzione pubblica.
Nelle 45 pagine del rapporto sono stati menzionati almeno sei cospiratori, senza che ne venisse però fatto il nome, ma ben presto identificati dalla stampa.
Si tratta di avvocati e consiglieri che hanno elaborato il traballante scenario dei «falsi grandi elettori»: Rudy Giuliani, John Eastman, Sidney Powell, Kenneth Chesebro e Jeffrey Clark (un consulente politico).
Il procuratore vuole giungere ad un «rapido processo», di fatto prima delle elezioni presidenziali del 2024, e forse prima che la Convention repubblicana della prossima estate ufficializzi – con ogni probabilità – Trump come candidato presidenziale per il GOP.
Processi e campagna politica presidenziale si intrecceranno quindi costantemente da qui in avanti.
Già in giugno, Trump, era comparso di persona davanti al tribunale federale della Florida, che gli aveva contestato ben 37 capi d’imputazione per avere conservato – e rifiutato di restituire – informazioni classificate come “confidenziali” nella sua proprietà di Mar-a-Lago.
Il processo era stato fissato il 20 maggio prossimo, ma altri carichi sono stati aggiunti dal pubblico ministero il 27 luglio, cosa che potrebbe ritardarne la celebrazione.
Nel marzo del 2024, Trump comparirà comunque a Manhattan per la presunta falsificazione di documenti contabili, legati al pagamento di una somma di 130 mila dollari (circa 120 mila euro) all’attrice porno Stormy Daniels; ma il calendario di questo processo potrebbe cambiare, come ha lasciato intendere il procuratore Alvin Bragg.
In conclusione.
Il passaggio pacifico dei poteri era uno dei pilastri della democrazia nord-americana che ne certificava la stabilità e determinava una garanzia in grado di legittimarne la sua egemonia come sistema politico tra i più avanzati in Occidente, con una fisiologica alternanza di poteri tra la compagine democratica e quella repubblicana (per decenni molto più simili di quanto venisse raccontato ai margini dell’Impero), senza che ne venissero messi in discussione i fondamenti, almeno dalla fine della guerra di Secessione (1861-1865) in poi.
Ma ora la corsa alla Casa Bianca inizia senza che sia stato sanato quel deficit di legittimità promosso dal trumpismo e dal suo armamentario cospirazionista.
È un aspetto della crisi sistemica che – come ha mostrato il downgrade di Fitch sui titoli di stato USA – mostra ogni giorno la sua crescente profondità.
Fonte
05/04/2023
USA - Trump formalmente incriminato
Occuparsi del caso Donald Trump ha senso soltanto se lo si guarda come una delle manifestazioni più evidenti della crisi statunitense.
Sarebbe inutile e anche noioso ripetere tutti i dettagli di cui sono pieni i media mainstream, anche italiani. Specialmente per chi è vissuto da adulto in questo paese negli ultimi 30 anni è impossibile non vedere le somiglianze tra il “caso Trump” e il “caso Berlusconi”. Il deja vu non lascia scampo…
E non stiamo parlando degli aspetti boccacceschi o degli interventi chiaramente incostituzionali (dal rifiuto di riconoscere l’autorità della legge, e quindi della magistratura, all’uso del potere politico per scopi anche personali, ecc.), ma proprio dell’irruzione nella “dialettica politica parlamentare” di una variabile imprevista, estranea alla sua logica ed eversiva del sistema di potere stesso.
Ricordiamo che “eversivo” è il termine che qualifica l’azione distruttrice svolta da chi è dentro il sistema di potere, mentre quando l’azione arriva da interessi posti fuori del sistema la giusta definizione è “sovversivo”. O rivoluzionario, insomma.
Non a caso sia nel caso di Trump che in quello di Berlusconi si è parlato molto di “pericolo fascista”, anche perché entrambi hanno sdoganato sia pratiche politiche, sia l’ideologia più reazionaria dei rispettivi paesi, che però hanno referenti sociali e storie istituzionali diverse.
Ma non c’è dubbio che gli Stati Uniti siano decisamente più centrali nell’”ordine mondiale”. E quindi le convulsioni degli States assumono una rilevanza assoluta che è impossibile ignorare.
Com’è noto ieri Trump è apparso davanti al Tribunale di Manhattan, a New York, dove ha ascoltato l’elenco dei 34 capi di imputazione a suo carico (tutti di categoria “felony”, con pena massima a 4 anni di carcere), consegnato le proprie impronte digitali e poi è tornato in Florida dove ha tenuto il suo inevitabile comizio travestito da conferenza stampa senza domande.
Ha ovviamente denunciato i suoi accusatori: il procuratore distrettuale di Manhattan Alvin Bragg (“un magistrato sostenuto da Soros”), il giudice Juan Merchan che ha presieduto all’udienza di incriminazione (un “odiatore professionale di Trump”), lo Special Counsel Jack Smith (che guida l’inchiesta sui documenti top secret portati dalla Casa Bianca nella sua residenza privata di Mar-a-Lago), Letitia James (l’attorney general democratica e afro-americana dello Stato di New York che ha guidato l’inchiesta sui beni della Trump Organization che sarebbero stati sovrastimati per ottenere prestiti bancari). E via maledicendo...
Tutto già visto anche in Italia, certo, ma pesa anche la differenza tra i sistemi giudiziari. Negli Usa “l’accusa” (il Procuratore, ai vari livelli) non è rappresentata da un magistrato, ma da un “civile” che viene nominato alla carica dopo una campagna elettorale uguale a quella per le cariche politiche.
Quella di procuratore, del resto, è quasi sempre il primo gradino della carriera politica per gli aspiranti a cariche più importanti.
È quindi facilmente dimostrabile – o comunque molto convincente – che nel caso di personaggi politici, e massimamente in quello di presidenti o ex degli States, i procuratori si muovano sulla base di finalità politiche, utilizzando il codice come un’arma.
Era accaduto anche per Bill Clinton, addirittura mentre era ancora in carica, sottoporsi agli imbarazzanti interrogatori sui suoi “rapporti inappropriati” con una stagista...
E qui si arriva rapidamente alla battaglia già aperta per le prossime elezioni presidenziali (il 5 novembre del prossimo anno), con Trump che prova a rappresentare ancora una volta la parte “invisibile” del paese contro i rappresentanti dell’establishment, sbrigativamente classificati tutti come “democratici”.
Il passaggio preliminare è però eliminare i concorrenti all’interno del partito repubblicano. E in effetti ha costretto il governatore della Florida, De Santis, nonché i “moderati” storici come Mitt Romney a schierarsi seppur tiepidamente dalla sua parte. Poi ci sarà eventualmente lo scontro bis con Joe Biden, già accusato di volere la terza guerra mondiale (in un certo senso è perfino vero...).
A questo scopo il processo per aver comprato il silenzio di una pornostar – che dovrebbe svolgersi praticamente in contemporanea con la campagna elettorale per le presidenziali – può essere per Trump sia una possibilità che un problema.
Lo ha capito bene il procuratore di Manhattan che, contrariamente alle consuetudini, non gli ha fatto scattare le foto segnaletiche, privandolo di un’immagine forte da “perseguitato” da utilizzare sui manifesti e negli spot.
Ma il problema, ripetiamo, non è se Trump può di nuovo correre per la Casa Bianca e magari vincere nuovamente. Il problema è che la “democrazia statunitense”, quella narrata al mondo come l’esempio migliore di un sistema politico che maschera il potere di pochi sotto forme “liberali”, è da tempo scossa dalle fondamenta.
Perché un pagliaccio furbastro come “The Donald” non avrebbe alcuna possibilità di far politica o sfuggire al carcere se non ci fosse una metà del paese che lo vede – da ciechi, certo – come una possibilità di riscatto o tutela contro poteri oscuri, ma certamente fortissimi.
È questa capacità di rappresentare strumentalmente interessi sociali calpestati a costituire la forza dei reazionari come Trump nella loro resistibile ascesa alla testa di un paese.
È un sistema di potere fondato sul massimo arricchimento di pochi che infoltisce le schiere degli impoveriti, e al tempo stesso reprime o ostacola con ogni mezzo (dalla polizia all’esclusione dai media) ogni loro possibile rappresentanza autentica (dal sindacato ai partiti politici), a produrre la fine della “dialettica politica” restringendola ad un’alternanza tra uguali.
Inevitabile che da questa tenaglia possa uscir fuori solo qualche “joker” ben inserito nella classe dominante ma pronto a sfruttare ogni opportunità per scopi non proprio “sistemici”. Un “eversore”. Insomma, un reazionario...
Ma che la finta “democrazia parlamentare” non sa bene come contenere, incartandosi tra richiami alle regole o a princìpi morali mai peraltro rispettati. Che Trump vinca o perda, insomma, il gioco politico è ormai cambiato. E la tentazione di preservare la “stabilità” con l’accentramento del potere in poche mani, intoccabili, non può che peggiorare la crisi (anche di rappresentanza).
Avviene lo stesso in Finlandia, in Italia, in Francia, in Spagna ecc..
Che avvenga negli Stati Uniti, però, è tutt’altro che un dettaglio...
Fonte
Sarebbe inutile e anche noioso ripetere tutti i dettagli di cui sono pieni i media mainstream, anche italiani. Specialmente per chi è vissuto da adulto in questo paese negli ultimi 30 anni è impossibile non vedere le somiglianze tra il “caso Trump” e il “caso Berlusconi”. Il deja vu non lascia scampo…
E non stiamo parlando degli aspetti boccacceschi o degli interventi chiaramente incostituzionali (dal rifiuto di riconoscere l’autorità della legge, e quindi della magistratura, all’uso del potere politico per scopi anche personali, ecc.), ma proprio dell’irruzione nella “dialettica politica parlamentare” di una variabile imprevista, estranea alla sua logica ed eversiva del sistema di potere stesso.
Ricordiamo che “eversivo” è il termine che qualifica l’azione distruttrice svolta da chi è dentro il sistema di potere, mentre quando l’azione arriva da interessi posti fuori del sistema la giusta definizione è “sovversivo”. O rivoluzionario, insomma.
Non a caso sia nel caso di Trump che in quello di Berlusconi si è parlato molto di “pericolo fascista”, anche perché entrambi hanno sdoganato sia pratiche politiche, sia l’ideologia più reazionaria dei rispettivi paesi, che però hanno referenti sociali e storie istituzionali diverse.
Ma non c’è dubbio che gli Stati Uniti siano decisamente più centrali nell’”ordine mondiale”. E quindi le convulsioni degli States assumono una rilevanza assoluta che è impossibile ignorare.
Com’è noto ieri Trump è apparso davanti al Tribunale di Manhattan, a New York, dove ha ascoltato l’elenco dei 34 capi di imputazione a suo carico (tutti di categoria “felony”, con pena massima a 4 anni di carcere), consegnato le proprie impronte digitali e poi è tornato in Florida dove ha tenuto il suo inevitabile comizio travestito da conferenza stampa senza domande.
Ha ovviamente denunciato i suoi accusatori: il procuratore distrettuale di Manhattan Alvin Bragg (“un magistrato sostenuto da Soros”), il giudice Juan Merchan che ha presieduto all’udienza di incriminazione (un “odiatore professionale di Trump”), lo Special Counsel Jack Smith (che guida l’inchiesta sui documenti top secret portati dalla Casa Bianca nella sua residenza privata di Mar-a-Lago), Letitia James (l’attorney general democratica e afro-americana dello Stato di New York che ha guidato l’inchiesta sui beni della Trump Organization che sarebbero stati sovrastimati per ottenere prestiti bancari). E via maledicendo...
Tutto già visto anche in Italia, certo, ma pesa anche la differenza tra i sistemi giudiziari. Negli Usa “l’accusa” (il Procuratore, ai vari livelli) non è rappresentata da un magistrato, ma da un “civile” che viene nominato alla carica dopo una campagna elettorale uguale a quella per le cariche politiche.
Quella di procuratore, del resto, è quasi sempre il primo gradino della carriera politica per gli aspiranti a cariche più importanti.
È quindi facilmente dimostrabile – o comunque molto convincente – che nel caso di personaggi politici, e massimamente in quello di presidenti o ex degli States, i procuratori si muovano sulla base di finalità politiche, utilizzando il codice come un’arma.
Era accaduto anche per Bill Clinton, addirittura mentre era ancora in carica, sottoporsi agli imbarazzanti interrogatori sui suoi “rapporti inappropriati” con una stagista...
E qui si arriva rapidamente alla battaglia già aperta per le prossime elezioni presidenziali (il 5 novembre del prossimo anno), con Trump che prova a rappresentare ancora una volta la parte “invisibile” del paese contro i rappresentanti dell’establishment, sbrigativamente classificati tutti come “democratici”.
Il passaggio preliminare è però eliminare i concorrenti all’interno del partito repubblicano. E in effetti ha costretto il governatore della Florida, De Santis, nonché i “moderati” storici come Mitt Romney a schierarsi seppur tiepidamente dalla sua parte. Poi ci sarà eventualmente lo scontro bis con Joe Biden, già accusato di volere la terza guerra mondiale (in un certo senso è perfino vero...).
A questo scopo il processo per aver comprato il silenzio di una pornostar – che dovrebbe svolgersi praticamente in contemporanea con la campagna elettorale per le presidenziali – può essere per Trump sia una possibilità che un problema.
Lo ha capito bene il procuratore di Manhattan che, contrariamente alle consuetudini, non gli ha fatto scattare le foto segnaletiche, privandolo di un’immagine forte da “perseguitato” da utilizzare sui manifesti e negli spot.
Ma il problema, ripetiamo, non è se Trump può di nuovo correre per la Casa Bianca e magari vincere nuovamente. Il problema è che la “democrazia statunitense”, quella narrata al mondo come l’esempio migliore di un sistema politico che maschera il potere di pochi sotto forme “liberali”, è da tempo scossa dalle fondamenta.
Perché un pagliaccio furbastro come “The Donald” non avrebbe alcuna possibilità di far politica o sfuggire al carcere se non ci fosse una metà del paese che lo vede – da ciechi, certo – come una possibilità di riscatto o tutela contro poteri oscuri, ma certamente fortissimi.
È questa capacità di rappresentare strumentalmente interessi sociali calpestati a costituire la forza dei reazionari come Trump nella loro resistibile ascesa alla testa di un paese.
È un sistema di potere fondato sul massimo arricchimento di pochi che infoltisce le schiere degli impoveriti, e al tempo stesso reprime o ostacola con ogni mezzo (dalla polizia all’esclusione dai media) ogni loro possibile rappresentanza autentica (dal sindacato ai partiti politici), a produrre la fine della “dialettica politica” restringendola ad un’alternanza tra uguali.
Inevitabile che da questa tenaglia possa uscir fuori solo qualche “joker” ben inserito nella classe dominante ma pronto a sfruttare ogni opportunità per scopi non proprio “sistemici”. Un “eversore”. Insomma, un reazionario...
Ma che la finta “democrazia parlamentare” non sa bene come contenere, incartandosi tra richiami alle regole o a princìpi morali mai peraltro rispettati. Che Trump vinca o perda, insomma, il gioco politico è ormai cambiato. E la tentazione di preservare la “stabilità” con l’accentramento del potere in poche mani, intoccabili, non può che peggiorare la crisi (anche di rappresentanza).
Avviene lo stesso in Finlandia, in Italia, in Francia, in Spagna ecc..
Che avvenga negli Stati Uniti, però, è tutt’altro che un dettaglio...
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31/03/2023
Brasile - Bolsonaro ritorna nel Paese
di Glória Paiva
Jair Bolsonaro è tornato in Brasile ieri (30/03) dopo aver trascorso tre mesi negli Stati Uniti. L’ex presidente ha lasciato il suo paese d’origine il 30 dicembre, due giorni prima della fine del suo mandato, rifiutandosi di seguire la tradizione di consegnare la fascia presidenziale al suo successore, Luis Inácio Lula da Silva, la cui vittoria Bolsonaro non ha mai riconosciuto pubblicamente. Ora dovrà affrontare almeno 20 indagini in corso contro di lui ed è già stato citato a testimoniare in uno dei casi. Allo stesso tempo, viene accolto nel suo partito come il principale nome dell’opposizione al governo attuale e un importante sostegno per la destra e l’estrema destra nelle elezioni comunali del 2024.
Bolsonaro ha più volte rimandato il suo ritorno in Brasile, in un soggiorno prolungato che alcuni esponenti dell’opposizione, internauti e giornalisti hanno considerato una sorta di fuga. Come riportato da CNN Brasil, i piani dell’ex presidente, al suo arrivo, prevedevano un corteo per le strade di Brasília e un discorso ai suoi sostenitori già in aeroporto, ma il forte schema di sicurezza messo in atto dalla Polizia Federale non lo hanno permesso. Né sono stati consentiti manifestazioni e accampamenti come quelli visti tra dicembre e gennaio di quest’anno. La piazza Três Poderes – scenario di violente manifestazioni golpiste l’8 gennaio – ha avuto la sicurezza rafforzata.
L’accoglienza dell’esponente dell’estrema destra è stata tutt’altro rispetto a quanto i gruppi bolsonaristi su Telegram e Whatsapp avevano promesso: “la terra avrebbe tremato” al suo ritorno, dicevano. Al contrario, poco più di 100 persone lo stavano aspettando nell’area arrivi dell’aeroporto di Brasilia, dove il suo volo commerciale è arrivato prima delle 7 del mattino. Tuttavia, l’ex presidente ha utilizzato un’altra uscita e si è recato nella sede del Partito Liberale (PL), dove ha incontrato l’ex first lady, Michelle Bolsonaro, il presidente del PL, Valdemar Costa Neto, diversi membri del suo passato governo e sostenitori.
Ora, Costa Neto intenderebbe utilizzare l’immagine dell’ex presidente e di sua moglie Michelle durante le elezioni comunali del 2024, in particolare per aprire spazio nelle grandi città come Rio de Janeiro e São Paulo e nella regione nord-est, dove il forte elettorato di Lula tende ad essere decisivo nelle elezioni presidenziali. Alcuni esperti sottolineano inoltre che la coppia potrebbe sostenere il PL nel diffondere ulteriormente il bolsonarismo tra il pubblico evangelico e le donne. Durante il ricevimento presso la sede del partito, Bolsonaro ha affermato il suo obiettivo di fare sì che il PL e i suoi alleati conquistino, insieme, il 60% delle amministrazioni comunali in tutto il paese nel 2024.
In un video ottenuto dalla CNN Brasil, Costa Neto definisce Bolsonaro il “leader di un movimento che è qui per restare” – non a caso Bolsonaro ha affittato una casa a Brasilia e ha già una squadra di guardie di sicurezza, autisti e auto ufficiali, normalmente destinate per gli ex presidenti. Tra pochi giorni Bolsonaro assumerà anche la carica di presidente onorario del partito, con uno stipendio di 40mila reais (circa 7mila euro).
Nonostante lo abbia negato negli ultimi giorni, il ritorno di Bolsonaro in Brasile rappresenta, per la destra e l’estrema destra, la più grande opera di opposizione nel cammino del governo Lula, che deve affrontare sfide importanti in ambito sociale ed economico. L’attuale presidente, per mettere in opera le sue promesse elettorali, ha bisogno del sostegno di un parlamento che finora si è dimostrato ostile e turbolento, con tendenze conservatrici e sedute segnate da offese, dissapori e fake news. Attualmente, il presidente della Camera dei Deputati Arthur Lira è in contenzioso con il Senato e il governo per approvare misure economiche, fiscali e sociali che interessano il Planalto. Un altro scontro politico difficile per Lula in questo momento è con la Banca Centrale, che il presidente critica costantemente a causa degli alti tassi di interesse, fattore che incide direttamente sulla crescita del paese.
Resa dei conti con la Giustizia
Mentre si trovava a Orlando, Bolsonaro passava il tempo a criticare il governo Lula e a difendersi dalle accuse a lui rivolte, in particolare il suo ruolo nella crisi umanitaria che ha decimato parte della popolazione indigena Yanomami e la crisi dei gioielli ricevuti da Bolsonaro – e non dichiarati – durante la sua visita in Arabia Saudita mentre era il capo dello Stato.
Il 5 aprile Bolsonaro dovrà testimoniare sul caso e spiegare alla polizia federale perché ha cercato di tenere per se armi, collane, orologi e altri oggetti ricoperti di diamanti, per un valore di 17 milioni di reais (3 milioni di euro), ricevuti in dono dal regno dell’Arabia Saudita nel 2021. Secondo una determinazione del 2016, i regali ricevuti dai capi dello Stato brasiliano in viaggio devono essere incorporati nel patrimonio pubblico, a meno che non si tratti di oggetti di carattere personale.
Gli articoli di lusso sono stati sequestrati dal Fisco dopo che un consigliere di Bolsonaro, il colonnello Mauro Cid, ha tentato di entrare in Brasile senza dichiararne l’ingresso. Per mesi il governo Bolsonaro ha cercato di recuperare i gioielli, muovendosi attraverso tre ministeri, militari di alto rango e facendo pressioni anche sul capo dell’agenzia delle entrate, ma senza successo.
Bolsonaro è anche oggetto di sei inchieste presso il Supremo Tribunale Federale in casi come la sua condotta negazionista e la diffusione di notizie false durante la pandemia di Covid-19, l’esistenza di milizie digitali antidemocratiche e il ruolo dell’ex presidente nell’organizzazione degli atti golpisti a Brasilia l’8 gennaio.
Nell’ambito della Giustizia Elettorale, Bolsonaro è oggetto di indagine in 16 procedimenti, il più emblematico e recente dei quali è stato l’incontro tenutosi con gli ambasciatori brasiliani, nel luglio 2022, durante il quale Bolsonaro ha ripetuto disinformazione sul sistema elettorale del paese e ha diffuso dubbi sulla sicurezza del sistema di voto elettronico. Altre richieste di indagine in analisi includono anche l’omissione dello Stato nel caso degli Yanomami e l’uso della struttura presidenziale per articolare campagne di disinformazione. Queste e altre procedure potrebbero, come minimo, rendere Bolsonaro inammissibile alla presidenza nel 2026.
Le indagini devono ancora andare in primo grado e un’eventuale condanna definitiva di Bolsonaro per i suoi crimini richiederebbe anni. Finora, i giuristi stimano che Bolsonaro sia riuscito a proteggersi da accuse formali facendo nominare nel 2019 un suo alleato come procuratore generale della repubblica, Ricardo Aras. L’anno scorso, Aras ha archiviato più di 100 richieste di indagine contro il presidente. Nel 2021, l’ONG Transparência Internacional ha denunciato “l’allineamento sistematico della Procura Generale della Repubblica con il governo Bolsonaro” come uno dei fattori di rischio per la democrazia brasiliana. Il mandato di Aras dura fino a settembre di quest’anno.
Fonte
Jair Bolsonaro è tornato in Brasile ieri (30/03) dopo aver trascorso tre mesi negli Stati Uniti. L’ex presidente ha lasciato il suo paese d’origine il 30 dicembre, due giorni prima della fine del suo mandato, rifiutandosi di seguire la tradizione di consegnare la fascia presidenziale al suo successore, Luis Inácio Lula da Silva, la cui vittoria Bolsonaro non ha mai riconosciuto pubblicamente. Ora dovrà affrontare almeno 20 indagini in corso contro di lui ed è già stato citato a testimoniare in uno dei casi. Allo stesso tempo, viene accolto nel suo partito come il principale nome dell’opposizione al governo attuale e un importante sostegno per la destra e l’estrema destra nelle elezioni comunali del 2024.
Bolsonaro ha più volte rimandato il suo ritorno in Brasile, in un soggiorno prolungato che alcuni esponenti dell’opposizione, internauti e giornalisti hanno considerato una sorta di fuga. Come riportato da CNN Brasil, i piani dell’ex presidente, al suo arrivo, prevedevano un corteo per le strade di Brasília e un discorso ai suoi sostenitori già in aeroporto, ma il forte schema di sicurezza messo in atto dalla Polizia Federale non lo hanno permesso. Né sono stati consentiti manifestazioni e accampamenti come quelli visti tra dicembre e gennaio di quest’anno. La piazza Três Poderes – scenario di violente manifestazioni golpiste l’8 gennaio – ha avuto la sicurezza rafforzata.
L’accoglienza dell’esponente dell’estrema destra è stata tutt’altro rispetto a quanto i gruppi bolsonaristi su Telegram e Whatsapp avevano promesso: “la terra avrebbe tremato” al suo ritorno, dicevano. Al contrario, poco più di 100 persone lo stavano aspettando nell’area arrivi dell’aeroporto di Brasilia, dove il suo volo commerciale è arrivato prima delle 7 del mattino. Tuttavia, l’ex presidente ha utilizzato un’altra uscita e si è recato nella sede del Partito Liberale (PL), dove ha incontrato l’ex first lady, Michelle Bolsonaro, il presidente del PL, Valdemar Costa Neto, diversi membri del suo passato governo e sostenitori.
Ora, Costa Neto intenderebbe utilizzare l’immagine dell’ex presidente e di sua moglie Michelle durante le elezioni comunali del 2024, in particolare per aprire spazio nelle grandi città come Rio de Janeiro e São Paulo e nella regione nord-est, dove il forte elettorato di Lula tende ad essere decisivo nelle elezioni presidenziali. Alcuni esperti sottolineano inoltre che la coppia potrebbe sostenere il PL nel diffondere ulteriormente il bolsonarismo tra il pubblico evangelico e le donne. Durante il ricevimento presso la sede del partito, Bolsonaro ha affermato il suo obiettivo di fare sì che il PL e i suoi alleati conquistino, insieme, il 60% delle amministrazioni comunali in tutto il paese nel 2024.
In un video ottenuto dalla CNN Brasil, Costa Neto definisce Bolsonaro il “leader di un movimento che è qui per restare” – non a caso Bolsonaro ha affittato una casa a Brasilia e ha già una squadra di guardie di sicurezza, autisti e auto ufficiali, normalmente destinate per gli ex presidenti. Tra pochi giorni Bolsonaro assumerà anche la carica di presidente onorario del partito, con uno stipendio di 40mila reais (circa 7mila euro).
Nonostante lo abbia negato negli ultimi giorni, il ritorno di Bolsonaro in Brasile rappresenta, per la destra e l’estrema destra, la più grande opera di opposizione nel cammino del governo Lula, che deve affrontare sfide importanti in ambito sociale ed economico. L’attuale presidente, per mettere in opera le sue promesse elettorali, ha bisogno del sostegno di un parlamento che finora si è dimostrato ostile e turbolento, con tendenze conservatrici e sedute segnate da offese, dissapori e fake news. Attualmente, il presidente della Camera dei Deputati Arthur Lira è in contenzioso con il Senato e il governo per approvare misure economiche, fiscali e sociali che interessano il Planalto. Un altro scontro politico difficile per Lula in questo momento è con la Banca Centrale, che il presidente critica costantemente a causa degli alti tassi di interesse, fattore che incide direttamente sulla crescita del paese.
Resa dei conti con la Giustizia
Mentre si trovava a Orlando, Bolsonaro passava il tempo a criticare il governo Lula e a difendersi dalle accuse a lui rivolte, in particolare il suo ruolo nella crisi umanitaria che ha decimato parte della popolazione indigena Yanomami e la crisi dei gioielli ricevuti da Bolsonaro – e non dichiarati – durante la sua visita in Arabia Saudita mentre era il capo dello Stato.
Il 5 aprile Bolsonaro dovrà testimoniare sul caso e spiegare alla polizia federale perché ha cercato di tenere per se armi, collane, orologi e altri oggetti ricoperti di diamanti, per un valore di 17 milioni di reais (3 milioni di euro), ricevuti in dono dal regno dell’Arabia Saudita nel 2021. Secondo una determinazione del 2016, i regali ricevuti dai capi dello Stato brasiliano in viaggio devono essere incorporati nel patrimonio pubblico, a meno che non si tratti di oggetti di carattere personale.
Gli articoli di lusso sono stati sequestrati dal Fisco dopo che un consigliere di Bolsonaro, il colonnello Mauro Cid, ha tentato di entrare in Brasile senza dichiararne l’ingresso. Per mesi il governo Bolsonaro ha cercato di recuperare i gioielli, muovendosi attraverso tre ministeri, militari di alto rango e facendo pressioni anche sul capo dell’agenzia delle entrate, ma senza successo.
Bolsonaro è anche oggetto di sei inchieste presso il Supremo Tribunale Federale in casi come la sua condotta negazionista e la diffusione di notizie false durante la pandemia di Covid-19, l’esistenza di milizie digitali antidemocratiche e il ruolo dell’ex presidente nell’organizzazione degli atti golpisti a Brasilia l’8 gennaio.
Nell’ambito della Giustizia Elettorale, Bolsonaro è oggetto di indagine in 16 procedimenti, il più emblematico e recente dei quali è stato l’incontro tenutosi con gli ambasciatori brasiliani, nel luglio 2022, durante il quale Bolsonaro ha ripetuto disinformazione sul sistema elettorale del paese e ha diffuso dubbi sulla sicurezza del sistema di voto elettronico. Altre richieste di indagine in analisi includono anche l’omissione dello Stato nel caso degli Yanomami e l’uso della struttura presidenziale per articolare campagne di disinformazione. Queste e altre procedure potrebbero, come minimo, rendere Bolsonaro inammissibile alla presidenza nel 2026.
Le indagini devono ancora andare in primo grado e un’eventuale condanna definitiva di Bolsonaro per i suoi crimini richiederebbe anni. Finora, i giuristi stimano che Bolsonaro sia riuscito a proteggersi da accuse formali facendo nominare nel 2019 un suo alleato come procuratore generale della repubblica, Ricardo Aras. L’anno scorso, Aras ha archiviato più di 100 richieste di indagine contro il presidente. Nel 2021, l’ONG Transparência Internacional ha denunciato “l’allineamento sistematico della Procura Generale della Repubblica con il governo Bolsonaro” come uno dei fattori di rischio per la democrazia brasiliana. Il mandato di Aras dura fino a settembre di quest’anno.
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USA - Fiato sospeso per l’arresto di Trump
Donald Trump dovrebbe consegnarsi alle autorità giudiziarie martedì prossimo 4 aprile. Un gran giurì del tribunale di New York ha votato per l’incriminazione dell’ex presidente Usa per aver comprato nel 2016 il silenzio dell’attrice porno Stormy Daniels affinché mantenesse segreta una loro relazione.
Il Time riferisce che i funzionari dell’intelligence hanno registrato un aumento della retorica violenta dopo che la notizia del possibile atto d’accusa si è diffusa il 18 marzo, con la maggior parte delle minacce rivolte alle forze dell’ordine, ai giudici e ai funzionari governativi di New York.
Diverse agenzie della sicurezza hanno discusso potenziali piani di sicurezza per le vicinanze del tribunale penale di Manhattan. Il dipartimento di polizia di New York ha comunicato ai suoi 36.000 agenti di essere mobilitati e pronti a rispondere a qualsiasi potenziale protesta o disordini
Trump è il primo presidente o ex presidente della storia americana a essere incriminato. Nei suoi confronti pendono oltre trenta capi di accusa per frode aziendale. L’ufficio del procuratore ha contattato i legali di Trump per la consegna dell’ex presidente, che dovrà presentarsi in tribunale a Manhattan, presumibilmente all’inizio della prossima settimana, affinché un giudice gli comunichi l’accusa, e sarà posto agli arresti per un breve periodo, per sottoporsi a procedure quali la foto segnaletica e la rilevazione delle impronte digitali. Dovrà quindi dichiararsi colpevole o non colpevole.
Ma l’ex presidente Usa, non intende arrendersi e ha mobilitato sia gli alleati chiave al Congresso, che i suoi sostenitori nell’America profonda alla ricerca di sostegno.
Trump avrebbe già parlato con alcuni leader del partito alla Camera e con i membri della commissione che intende mettere sotto inchiesta il procuratore distrettuale Alvin Bragg, ovvero il titolare dell’indagine che ha portato all’incriminazione di Trump.
Il governatore della Florida, Ron De Santis, ritenuto il principale competitore repubblicano di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, stavolta si è subito schierato a sostegno del suo rivale, annunciando che non concederà l’estradizione per trasferirlo a New York: “La Florida non risponderà alla richiesta di estradizione”. “La strumentalizzazione del sistema giudiziario per far avanzare un’agenda politica – ha commentato De Santis su Twitter – capovolge lo stato di diritto ed è anti-americana“.
Dal canto suo Trump sta mobilitando anche la sua base sociale attraverso un appello diffuso via mail. “Il deep state – scrive Trump nella email – userà qualsiasi cosa avrà a disposizione per chiudere il movimento che tu hai messo al primo posto“. “Noi – si legge ancora nel messaggio di Trump – stiamo vivendo il capitolo più buio della storia americana. Da quando ho cominciato a correre per la carica di presidente da completo outsider politico, la corrotta classe al potere ha cercato di chiudere il movimento America First”.
Dentro il Partito Repubblicano crescono le prese di posizione che a sostegno dell’ex presidente. Il senatore Lindsey Graham, uno dei leader del Partito Repubblicano, ha duramente contestato le accuse contro Trump. “Questo – ha dichiarato in un’intervista a Fox News – è letteralmente un vodoo legale. Questa è una persecuzione politica, questa è la combinazione di odio politico e persecuzione selettiva”. Un’analoga reazione arriva anche dall’ex vice presidente degli Stati Uniti e probabile candidato alla nomination repubblicana per le elezioni presidenziali del 2024, Mike Pence, che ha definito l’incriminazione dell’ex presidente, Donald Trump, una “persecuzione politica”. “Penso che la stragrande maggioranza del popolo americano la vedrà in questo modo”, ha aggiunto l’ex vice di Trump in un’intervista alla Cnn.
“Arrivando in un momento di profonde divisioni politiche, è probabile che le accuse rafforzino piuttosto che rimodellare le prospettive di scontro tra coloro che ritengono che la resa dei conti giudiziaria fosse attesa da tempo e coloro che ritengono che Trump sia preso di mira per scopi politici da un procuratore democratico” scrive l’Associated Press.
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Il Time riferisce che i funzionari dell’intelligence hanno registrato un aumento della retorica violenta dopo che la notizia del possibile atto d’accusa si è diffusa il 18 marzo, con la maggior parte delle minacce rivolte alle forze dell’ordine, ai giudici e ai funzionari governativi di New York.
Diverse agenzie della sicurezza hanno discusso potenziali piani di sicurezza per le vicinanze del tribunale penale di Manhattan. Il dipartimento di polizia di New York ha comunicato ai suoi 36.000 agenti di essere mobilitati e pronti a rispondere a qualsiasi potenziale protesta o disordini
Trump è il primo presidente o ex presidente della storia americana a essere incriminato. Nei suoi confronti pendono oltre trenta capi di accusa per frode aziendale. L’ufficio del procuratore ha contattato i legali di Trump per la consegna dell’ex presidente, che dovrà presentarsi in tribunale a Manhattan, presumibilmente all’inizio della prossima settimana, affinché un giudice gli comunichi l’accusa, e sarà posto agli arresti per un breve periodo, per sottoporsi a procedure quali la foto segnaletica e la rilevazione delle impronte digitali. Dovrà quindi dichiararsi colpevole o non colpevole.
Ma l’ex presidente Usa, non intende arrendersi e ha mobilitato sia gli alleati chiave al Congresso, che i suoi sostenitori nell’America profonda alla ricerca di sostegno.
Trump avrebbe già parlato con alcuni leader del partito alla Camera e con i membri della commissione che intende mettere sotto inchiesta il procuratore distrettuale Alvin Bragg, ovvero il titolare dell’indagine che ha portato all’incriminazione di Trump.
Il governatore della Florida, Ron De Santis, ritenuto il principale competitore repubblicano di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, stavolta si è subito schierato a sostegno del suo rivale, annunciando che non concederà l’estradizione per trasferirlo a New York: “La Florida non risponderà alla richiesta di estradizione”. “La strumentalizzazione del sistema giudiziario per far avanzare un’agenda politica – ha commentato De Santis su Twitter – capovolge lo stato di diritto ed è anti-americana“.
Dal canto suo Trump sta mobilitando anche la sua base sociale attraverso un appello diffuso via mail. “Il deep state – scrive Trump nella email – userà qualsiasi cosa avrà a disposizione per chiudere il movimento che tu hai messo al primo posto“. “Noi – si legge ancora nel messaggio di Trump – stiamo vivendo il capitolo più buio della storia americana. Da quando ho cominciato a correre per la carica di presidente da completo outsider politico, la corrotta classe al potere ha cercato di chiudere il movimento America First”.
Dentro il Partito Repubblicano crescono le prese di posizione che a sostegno dell’ex presidente. Il senatore Lindsey Graham, uno dei leader del Partito Repubblicano, ha duramente contestato le accuse contro Trump. “Questo – ha dichiarato in un’intervista a Fox News – è letteralmente un vodoo legale. Questa è una persecuzione politica, questa è la combinazione di odio politico e persecuzione selettiva”. Un’analoga reazione arriva anche dall’ex vice presidente degli Stati Uniti e probabile candidato alla nomination repubblicana per le elezioni presidenziali del 2024, Mike Pence, che ha definito l’incriminazione dell’ex presidente, Donald Trump, una “persecuzione politica”. “Penso che la stragrande maggioranza del popolo americano la vedrà in questo modo”, ha aggiunto l’ex vice di Trump in un’intervista alla Cnn.
“Arrivando in un momento di profonde divisioni politiche, è probabile che le accuse rafforzino piuttosto che rimodellare le prospettive di scontro tra coloro che ritengono che la resa dei conti giudiziaria fosse attesa da tempo e coloro che ritengono che Trump sia preso di mira per scopi politici da un procuratore democratico” scrive l’Associated Press.
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