La Treccani ha inserito nella nostra lingua un neologismo di stampo geopolitico: broligarchia s. f.
Si tratta di un adattamento della voce inglese broligarchy, composta dai sostantivi bro(ther)(‘fratello’) e (o)ligarchy (‘oligarchia’). Broligarchy è una creazione della giornalista Carole Cadwalladr, autrice dell’articolo intitolato How to survive the broligarchy: 20 lessons for the post-truth world (Come sopravvivere alla broligarchia: 20 lezioni per il mondo della post-verità), pubblicato da theguardian.com il 17 novembre 2024.
Dunque, “Broligarchia” è la ristretta cerchia di uomini ricchissimi e potenti, rappresentanti delle grandi aziende nell’àmbito delle tecnologie più avanzate, competitive e innovative, che condizionano o mirano a condizionare gli orientamenti politici e le scelte dei governi.
La broligarchia riscrive le regole dei giochi globali. È un fenomeno mondiale, non solo americano, accomunato dal desiderio di sfuggire a ogni controllo democratico. Peter Thiel, imprenditore e politico statunitense, un vero broligarca, ha detto: “La libertà è incompatibile con la democrazia”.
I nababbi al potere non si accontentano di accumulare miliardi con razzi, e-vehicle, e-commerce, social media o criptovaluta, ma puntano a ridisegnare le fondamenta della società, svuotando la democrazia dall’interno. Con la promessa di deportazioni in stile distopico, ha scritto Carlo Pizzati, su Stampa.it, il 24 novembre 2024, Società.
In realtà, “Broligarchia” è un neologismo per parlare del secondo mandato di Donald Trump e di una nuova era politica. Un governo costruito come un club esclusivo di miliardari e vecchi amici fidati.
Tra le figure più discusse, spicca Elon Musk, scelto per dirigere il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, un nuovo ministero creato su misura per tagliare le spese federali; Robert F. Kennedy Jr., noto per posizioni anti-scientifiche, assegnato al Ministero della Salute; e altri nomi con evidenti conflitti d’interesse e i portafogli mai sufficientemente capienti, come ha scritto Gaia Bertotti, su Mondonuovo.club il 14 dicembre 2024.
A ben vedere, “broligarchia” è in uso sui social media da anni, ma solo ora appare nei media tradizionali. Ciò riflette l’idea che i membri di un’élite tecnologica e finanziaria, i miliardari e i proprietari di piattaforme, per quanto capricciosi e irresponsabili possano essere, stanno ora usurpando il potere precedentemente esercitato da governi e legislatori, ha notato l’Ansa.it, il 5 gennaio 2025, nella rubrica Lifestyle.
In definitiva, che cos’è davvero la broligarchia? Sembrava un trend, è un’estetica, una cosa di internet e come tutte le cose di internet rischiava di non esiste davvero. Poteva essere confinata a quelle pagine Instagram come Entrepreneur Being Entrepreneur, in cui uno dei contenuti più apprezzati sono le mail sprezzanti che i Ceo inviano a dipendenti che non possono rispondere.
In queste comunicazioni interne, i broligarchi emanano effettivamente quella masculine energy che Zuckerberg vorrebbe vedere irradiata nel mondo intero, ha notato Francesco Gerardi, in RivistaStudio.com, il 23 gennaio 2025, in Politica.
Poi, però, abbiamo visto e sentito Donald Trump a Tel Aviv prima e a Sharm el-Sheik poi, occasione in cui la broligarchia è stata eretta a nuovo modo di condurre trattati internazionali, così nuovo da non aver neanche bisogno della presenza dei rappresentanti delle parti in causa del conflitto.
Ecco la prova provata che la broligarchia è davvero uscita da Internet per accomodarsi alla Casa Bianca. E da lì imperversare in tutto il famigerato globo terracqueo.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/10/2025
10/01/2025
Il servilismo di Zuckerberg (Meta) verso i poteri forti
Ci sono due notizie che riguardano Marck Zuckerberg e il suo impero nei social network (Meta etc.).
La prima è che Meta eliminerà il fact cheking sui post in circolazione ma solo negli Stati Uniti. In Europa e nel resto del mondo il combinato disposto tra “esperti” piuttosto discutibili e algoritmo continuerà a cancellare le notizie dissonanti – su Palestina e Israele per esempio – insieme a vere e proprie fake news. La fine dei controlli sui social network di Meta coincide con l’avvento al potere di Donald Trump e viene sbandierata come un ritorno alla “libera espressione”.
Joel Kaplan, il nuovo responsabile per gli affari globali di Meta ed ex vice capo dello staff della Casa Bianca sotto la presidenza di George W. Bush, ha comunicato infatti le modifiche alle politiche sui contenuti su Workplace. “Siamo ottimisti sul fatto che questi cambiamenti ci aiuteranno a tornare al nostro impegno fondamentale per la libera espressione”, ha scritto Kaplan allo staff di Meta. Kaplan, che ha assunto il suo nuovo ruolo la scorsa settimana, ha fatto sapere che Meta eliminerà le restrizioni su determinati argomenti e concentrerà la sua applicazione del fact checking su violazioni di elevata gravità, offrendo al contempo agli utenti “un approccio più personalizzato ai contenuti politici”. Una dichiarazione che odora di allineamento al potere lontano un chilometro.
La seconda notizia, meno nota, è che Mark Zuckerberg, ha annunciato l’ingresso nel board dei direttori di Dana White, Charlie Songhurst... e di John Elkann.
La notizia è stata resa nota da Italia Oggi secondo cui Dana White è stato scelto per fare pace con Donald Trump. Diversi giornali americani hanno infatti segnalato come la nomina di White, grande sostenitore di Trump, segnali, di fatto, uno spostamento a destra di Meta.
Charlie Songhurst è un investitore tecnologico che ha messo soldi in più di 500 startup a livello globale, ha una vasta esperienza in ambito di intelligenza artificiale e deep tech e, in precedenza, ha ricoperto il ruolo di General Manager e Head of Global Corporate Strategy presso Microsoft, concentrandosi su partnership, fusioni e acquisizioni.
Infine c’è la domanda sul perché Zuckerberg avrebbe voluto anche John Elkann nel suo board. Stando alle dichiarazioni ufficiali “John è amministratore delegato di Exor e presidente di due società automobilistiche di Exor, Stellantis e Ferrari. Ha una profonda esperienza nella gestione di grandi aziende globali e apporta una prospettiva internazionale al nostro consiglio di amministrazione”. Secondo Italia Oggi si tratta di una dichiarazione un po’ povera e che di certo non giustifica l’entrata di Elkann nell’impero di Zuckerberg.
Il giornale economico prova a fornire due risposte.
Secondo la prima, Exor, cassaforte finanziaria degli Elkann, ha una grande varietà di “interessi” e nella sua strategia punta molto anche sul settore della salute e della tecnologia. Nel 2024 Exor è diventato un investitore di lungo termine in Philips, il leader mondiale della tecnologia per il settore della salute (ha acquistato una partecipazione del 15% in Philips). In quest’ottica l’ingresso di Elkann nel mondo digitale di Meta potrebbe essere visto con un ulteriore ampliamento degli interessi verso il mondo tecnologico. Negli ultimi mesi Meta ha infatti rilasciato Llama 3.3, ultima versione del chatbot, concorrente di ChatGPT. Realtà che potrebbe, nel breve futuro, arrivare anche sulle auto. Il settore automotive è infatti molto interessato all’intelligenza artificiale nel suo insieme e più in generale ai sistemi di infotainment, cioè quel sistema che combina informazioni e intrattenimento, integrando funzionalità come navigazione GPS, connettività smartphone, streaming musicale e assistenti vocali, migliorando così l’esperienza di guida e la sicurezza. Tema che inevitabilmente interessa anche Stellantis e/o Ferrari. Il che non esclude possibili collaborazioni future con Meta.
La seconda risposta sembra meno legata a interessi sugli investimenti nelle tecnologie e più a quelli “relazionali” con le istituzioni internazionali. Meta ha avuto anche recentemente contenziosi rilevanti e costosi con la Commissione Ue e non solo. Negli ultimi mesi del 2024, il colosso tech è stato multato dalla Commissione Europea per 800 milioni di euro per aver violato le norme antitrust e dal garante della privacy dell’Irlanda per 251 milioni di euro per una gestione errata dei dati degli utenti. In Italia, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato Meta e la sua controllata europea Meta Platforms Ireland Ltd. per la messa in atto di due pratiche commerciali ingannevoli relative alla creazione e alla gestione degli account dei social network Facebook e Instagram, portando alla violazione degli articoli 20, 21 e 22 del Codice del Consumo. John Elkann potrebbe essere una figura capace di fare da ponte tra Zuckerberg e le istituzioni europee e ridurre i contenziosi.
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La prima è che Meta eliminerà il fact cheking sui post in circolazione ma solo negli Stati Uniti. In Europa e nel resto del mondo il combinato disposto tra “esperti” piuttosto discutibili e algoritmo continuerà a cancellare le notizie dissonanti – su Palestina e Israele per esempio – insieme a vere e proprie fake news. La fine dei controlli sui social network di Meta coincide con l’avvento al potere di Donald Trump e viene sbandierata come un ritorno alla “libera espressione”.
Joel Kaplan, il nuovo responsabile per gli affari globali di Meta ed ex vice capo dello staff della Casa Bianca sotto la presidenza di George W. Bush, ha comunicato infatti le modifiche alle politiche sui contenuti su Workplace. “Siamo ottimisti sul fatto che questi cambiamenti ci aiuteranno a tornare al nostro impegno fondamentale per la libera espressione”, ha scritto Kaplan allo staff di Meta. Kaplan, che ha assunto il suo nuovo ruolo la scorsa settimana, ha fatto sapere che Meta eliminerà le restrizioni su determinati argomenti e concentrerà la sua applicazione del fact checking su violazioni di elevata gravità, offrendo al contempo agli utenti “un approccio più personalizzato ai contenuti politici”. Una dichiarazione che odora di allineamento al potere lontano un chilometro.
La seconda notizia, meno nota, è che Mark Zuckerberg, ha annunciato l’ingresso nel board dei direttori di Dana White, Charlie Songhurst... e di John Elkann.
La notizia è stata resa nota da Italia Oggi secondo cui Dana White è stato scelto per fare pace con Donald Trump. Diversi giornali americani hanno infatti segnalato come la nomina di White, grande sostenitore di Trump, segnali, di fatto, uno spostamento a destra di Meta.
Charlie Songhurst è un investitore tecnologico che ha messo soldi in più di 500 startup a livello globale, ha una vasta esperienza in ambito di intelligenza artificiale e deep tech e, in precedenza, ha ricoperto il ruolo di General Manager e Head of Global Corporate Strategy presso Microsoft, concentrandosi su partnership, fusioni e acquisizioni.
Infine c’è la domanda sul perché Zuckerberg avrebbe voluto anche John Elkann nel suo board. Stando alle dichiarazioni ufficiali “John è amministratore delegato di Exor e presidente di due società automobilistiche di Exor, Stellantis e Ferrari. Ha una profonda esperienza nella gestione di grandi aziende globali e apporta una prospettiva internazionale al nostro consiglio di amministrazione”. Secondo Italia Oggi si tratta di una dichiarazione un po’ povera e che di certo non giustifica l’entrata di Elkann nell’impero di Zuckerberg.
Il giornale economico prova a fornire due risposte.
Secondo la prima, Exor, cassaforte finanziaria degli Elkann, ha una grande varietà di “interessi” e nella sua strategia punta molto anche sul settore della salute e della tecnologia. Nel 2024 Exor è diventato un investitore di lungo termine in Philips, il leader mondiale della tecnologia per il settore della salute (ha acquistato una partecipazione del 15% in Philips). In quest’ottica l’ingresso di Elkann nel mondo digitale di Meta potrebbe essere visto con un ulteriore ampliamento degli interessi verso il mondo tecnologico. Negli ultimi mesi Meta ha infatti rilasciato Llama 3.3, ultima versione del chatbot, concorrente di ChatGPT. Realtà che potrebbe, nel breve futuro, arrivare anche sulle auto. Il settore automotive è infatti molto interessato all’intelligenza artificiale nel suo insieme e più in generale ai sistemi di infotainment, cioè quel sistema che combina informazioni e intrattenimento, integrando funzionalità come navigazione GPS, connettività smartphone, streaming musicale e assistenti vocali, migliorando così l’esperienza di guida e la sicurezza. Tema che inevitabilmente interessa anche Stellantis e/o Ferrari. Il che non esclude possibili collaborazioni future con Meta.
La seconda risposta sembra meno legata a interessi sugli investimenti nelle tecnologie e più a quelli “relazionali” con le istituzioni internazionali. Meta ha avuto anche recentemente contenziosi rilevanti e costosi con la Commissione Ue e non solo. Negli ultimi mesi del 2024, il colosso tech è stato multato dalla Commissione Europea per 800 milioni di euro per aver violato le norme antitrust e dal garante della privacy dell’Irlanda per 251 milioni di euro per una gestione errata dei dati degli utenti. In Italia, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato Meta e la sua controllata europea Meta Platforms Ireland Ltd. per la messa in atto di due pratiche commerciali ingannevoli relative alla creazione e alla gestione degli account dei social network Facebook e Instagram, portando alla violazione degli articoli 20, 21 e 22 del Codice del Consumo. John Elkann potrebbe essere una figura capace di fare da ponte tra Zuckerberg e le istituzioni europee e ridurre i contenziosi.
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31/08/2024
Zuckerberg confessa: “la gestione di Facebook è condizionata dalla Casa Bianca”
L’arresto e il successivo rilascio su cauzione, a Parigi, del fondatore e patron di Telegram, Pavel Durov, ha messo in luce cosa significhi la parola “libertà di espressione” nell’Occidente imperialista. Andiamo un attimo con ordine, perché non ci interessa affatto fare paragoni frettolosi e impressionistici.
Come ben pochi hanno notato, il mandato di cattura contro Durov è stato emesso mentre l’aereo su cui viaggiava era in volo verso Parigi. In pratica tutti i media (pressoché tutti, in effetti) che hanno divagato per un paio di giorni sull’interrogativo “si è consegnato (per salvarsi da Putin, con cui aveva avuto pesanti screzi) oppure è stata una sua ingenuità?” hanno fatto consapevolmente disinformazione, perché la tempistica mandato/arresto era nota a chiunque volesse leggere la stampa internazionale.
Poi si è venuti a sapere, o ricordato con difficoltà, che Macron aveva proposto a Durov nel 2018 di spostare la sede operativa di Telegram in Francia, in cambio della cittadinanza (poi concessa comunque, come dono avvelenato) e della messa a disposizione della polizia/servizi segreti francesi dei codici criptati della piattaforma.
In pratica, “Mac Macron” ha provato ad avere politicamente in mano una piattaforma di messaggistica in grado di rivaleggiare con Facebook, Whatsapp, X e Instagram, senza dover investire in tecnologie, vista l’assenza di magnati francesi su questo fronte. Fare grandeur con l’inventiva altrui, insomma.
Anche da queste scarne notizie certe si indovina che il controllo dei dati raccolti da piattaforme “civili”, utilizzabili da chiunque, è un obiettivo politico e militare di primaria importanza.
Va comunque sgombrato il campo da un altra “giustificazione” dell’arresto adottata e addotta dai media europei: su Telegram operano anche pedofili, spacciatori, trafficanti d’armi, “terroristi” e combattenti di svariati eserciti (compresi quello russo e ucraino), ecc., quindi il rifiuto di Durov di consegnare i codici di decriptazione significherebbe di fatto complicità con quei crimini.
Sul piano del diritto è come incolpare Telecom di quello che si dicono e fanno due abbonati qualsiasi. E l’esercizio della “moderazione”, associato alla “profilazione” delle preferenze individuali degli utenti, rende qualsiasi piattaforma un campo di gioco “privatizzato” dai suoi ideatori-proprietari a disposizione di altri privati che devono vendere le proprie merci e di (pochi) governi che possono gestire un’autoschedatura immensa e pressoché totale. Il contrario della “libertà” promessa, per di più gratuitamente.
Sul piano pratico, quella “giustificazione” è una bufala pura e semplice. Ammesso senza problemi che (anche) su Telegram vengano commessi molti dei reati indicati, non serve essere degli specialisti in indagini di polizia per capire che non è affatto impossibile contrastare quei traffici.
Certo, bisognerebbe spendere un po’ di tempo e risorse (soldi e uomini) per seguire le tracce, “travestirsi” da utenti (una specialità che ogni servizio segreto pratica da sempre...), risalire ai protagonisti degli illeciti e arrestarli. Ma vuoi mettere la comodità di un codice di decriptazione che ti fornisce elenchi sconfinati di nomi e numeri di telefono senza dover muovere un muscolo e spendere un soldo? Basta chiedere al tycoon di turno, con le buone (soldi) o le cattive (minacce) ed il gioco è fatto.
Proprio il principale tenutario di piattaforme online, Mark Zuckerberg, ha nei giorni scorsi confessato che la gestione dei social da lui controllati è politicamente concertata con il governo degli Stati Uniti (e di Israele, come ben ha capito ogni utente un po’ sveglio...). Anzi, passa i dati e le profilazioni direttamente alle agenzie governative, che così possono decidere indagini o operazioni di ogni tipo senza troppo faticare.
Qui di seguito l’articolo con cui Marinella Mondaini ricostruisce “la confessione”.
Non tutti i bersagli della Casa Bianca hanno inoltre l’esposizione mediatico-politica di Hunter Biden (poi arrestato, anni dopo), che metterebbe in imbarazzo qualsiasi anchorman o giornalistucolo. Per tutti gli altri utenti, almeno quelli “politicamente rilevanti”, che non si limitano a postare foto di gattini e cuoricini, la disponibilità verso “l’amministrazione” è da sempre totale. Altrimenti non campi, direbbe Durov...
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Come ben pochi hanno notato, il mandato di cattura contro Durov è stato emesso mentre l’aereo su cui viaggiava era in volo verso Parigi. In pratica tutti i media (pressoché tutti, in effetti) che hanno divagato per un paio di giorni sull’interrogativo “si è consegnato (per salvarsi da Putin, con cui aveva avuto pesanti screzi) oppure è stata una sua ingenuità?” hanno fatto consapevolmente disinformazione, perché la tempistica mandato/arresto era nota a chiunque volesse leggere la stampa internazionale.
Poi si è venuti a sapere, o ricordato con difficoltà, che Macron aveva proposto a Durov nel 2018 di spostare la sede operativa di Telegram in Francia, in cambio della cittadinanza (poi concessa comunque, come dono avvelenato) e della messa a disposizione della polizia/servizi segreti francesi dei codici criptati della piattaforma.
In pratica, “Mac Macron” ha provato ad avere politicamente in mano una piattaforma di messaggistica in grado di rivaleggiare con Facebook, Whatsapp, X e Instagram, senza dover investire in tecnologie, vista l’assenza di magnati francesi su questo fronte. Fare grandeur con l’inventiva altrui, insomma.
Anche da queste scarne notizie certe si indovina che il controllo dei dati raccolti da piattaforme “civili”, utilizzabili da chiunque, è un obiettivo politico e militare di primaria importanza.
Va comunque sgombrato il campo da un altra “giustificazione” dell’arresto adottata e addotta dai media europei: su Telegram operano anche pedofili, spacciatori, trafficanti d’armi, “terroristi” e combattenti di svariati eserciti (compresi quello russo e ucraino), ecc., quindi il rifiuto di Durov di consegnare i codici di decriptazione significherebbe di fatto complicità con quei crimini.
Sul piano del diritto è come incolpare Telecom di quello che si dicono e fanno due abbonati qualsiasi. E l’esercizio della “moderazione”, associato alla “profilazione” delle preferenze individuali degli utenti, rende qualsiasi piattaforma un campo di gioco “privatizzato” dai suoi ideatori-proprietari a disposizione di altri privati che devono vendere le proprie merci e di (pochi) governi che possono gestire un’autoschedatura immensa e pressoché totale. Il contrario della “libertà” promessa, per di più gratuitamente.
Sul piano pratico, quella “giustificazione” è una bufala pura e semplice. Ammesso senza problemi che (anche) su Telegram vengano commessi molti dei reati indicati, non serve essere degli specialisti in indagini di polizia per capire che non è affatto impossibile contrastare quei traffici.
Certo, bisognerebbe spendere un po’ di tempo e risorse (soldi e uomini) per seguire le tracce, “travestirsi” da utenti (una specialità che ogni servizio segreto pratica da sempre...), risalire ai protagonisti degli illeciti e arrestarli. Ma vuoi mettere la comodità di un codice di decriptazione che ti fornisce elenchi sconfinati di nomi e numeri di telefono senza dover muovere un muscolo e spendere un soldo? Basta chiedere al tycoon di turno, con le buone (soldi) o le cattive (minacce) ed il gioco è fatto.
Proprio il principale tenutario di piattaforme online, Mark Zuckerberg, ha nei giorni scorsi confessato che la gestione dei social da lui controllati è politicamente concertata con il governo degli Stati Uniti (e di Israele, come ben ha capito ogni utente un po’ sveglio...). Anzi, passa i dati e le profilazioni direttamente alle agenzie governative, che così possono decidere indagini o operazioni di ogni tipo senza troppo faticare.
Qui di seguito l’articolo con cui Marinella Mondaini ricostruisce “la confessione”.
Il CEO di Meta Mark Zuckerberg ha ammesso che Facebook, su richiesta delle autorità statunitensi, ha censurato i contenuti relativi al COVID-19, ma non solo questo ha fatto.Diciamo pure che la “mordacchia” pretesa sulle notizie relative al Covid – il presidente era Trump, che ben poco stava facendo per contrastare l’epidemia e quindi pretendeva la “sordina” su quanto stava accadendo – è la parte meno interessante della confessione di Zuckerberg.
Mark Zuckerberg, ha scritto una lettera alla Commissione giudiziaria della Camera dei rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, dove afferma di rammaricarsi di alcune decisioni prese dalla sua azienda sotto la pressione del governo e di non voler più scendere a compromessi con l’amministrazione.
Nel contesto dell’arresto in Francia di Pavel Durov, a cui hanno cucito addosso un’infinità di crimini legati all’attività del suo Telegram – ben 12: pornografia infantile, droga, rifiuto di collaborare con i servizi di intelligence, ecc. – e nel contesto anche della fuga dall’Europa del fondatore del video hosting Rumble, Chris Pawlowski, minacciato dalle autorità francesi, il CEO di Meta (riconosciuta organizzazione estremista e la sua attività è vietata in Russia), Mark Zuckerberg, è dispiaciuto per non essersi espresso “più apertamente” sulla “pressione del governo” affinché rimuovesse i contenuti relativi al COVID-19.
Zuckerberg ha affermato che nel 2021, gli alti funzionari dell’amministrazione del presidente Joe Biden “per diversi mesi hanno fatto pressioni” su Meta (che possiede Facebook e Instagram) affinché “censurasse” i contenuti riguardo il Covid, “inclusi umorismo e satira”, inoltre esprimevano grande disappunto nei confronti del nostro team quando non eravamo d’accordo”, ha aggiunto.
E nonostante a prendere le decisioni fosse Meta, Zuckerberg ritiene che “la pressione del governo era sbagliata”. “Mi dispiace che non abbiamo parlato più apertamente prima”, ha scritto Zuckerberg al presidente della commissione giudiziaria repubblicana Jim Jordan.
Meta “ha preso alcune decisioni che, guardando indietro e con le nuove informazioni, non prenderemmo oggi”.
“Sono fermamente convinto che non dovremmo compromettere i nostri standard di contenuto a causa delle pressioni di qualsiasi amministrazione in qualsiasi direzione e siamo pronti a reagire se qualcosa del genere dovesse accadere di nuovo”.
Zuckerberg ha anche affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2020, Facebook non avrebbe dovuto, in attesa del controllo dei fatti, “abbassare di prestigio” un articolo del New York Post sulle accuse di corruzione relative alla famiglia del presidente Biden. Stiamo parlando del computer portatile del figlio Hunter Biden, nel quale sono state trovate numerose informazioni compromettenti legate a droga, prostituzione e possesso illegale di armi. Quattro anni fa l’FBI lanciò l’allarme di una potenziale “campagna di disinformazione russa” contro la famiglia Biden. Tuttavia, la storia di Hunter Biden, secondo Zuckerberg, non si è rivelata essere disinformazione russa.
Come volevasi dimostrare, la “disinformazione russa” è la grande vergognosa bufala inventata dalla CIA e ora smettete di diffondere questa fake-news, pennivendoli dei mass-media italiani!
– da Facebook
Non tutti i bersagli della Casa Bianca hanno inoltre l’esposizione mediatico-politica di Hunter Biden (poi arrestato, anni dopo), che metterebbe in imbarazzo qualsiasi anchorman o giornalistucolo. Per tutti gli altri utenti, almeno quelli “politicamente rilevanti”, che non si limitano a postare foto di gattini e cuoricini, la disponibilità verso “l’amministrazione” è da sempre totale. Altrimenti non campi, direbbe Durov...
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16/07/2022
08/01/2021
Zuckerberg sospende Trump, la censura diventa un affare “privato”
Nel bel mezzo dell’evento di politica interna più eccezionale dell’intera storia della Repubblica statunitense, “Mr. Facebook” Mark Zuckerberg ha deciso di bloccare gli account sulle sue piattaforme social del “suo” Presidente Donald Trump.
“Gli eventi scioccanti delle ultime 24 ore dimostrano che Trump intende utilizzare il resto della permanenza in carica per minare la transizione pacifica e legale del potere al suo successore eletto, Joe Biden.
Crediamo che il pubblico abbia diritto al più ampio accesso possibile ai discorsi politici, anche se controversi. Ma adesso i rischi sono troppo grandi”.
Queste sono le parole con cui nel pomeriggio di ieri, ora italiana, Zuckerberg ha motivato la sospensione degli account di Trump.
Una prima sospensione era stata decisa per 24 ore, mentre Twitter aveva optato per una di 12, con la parallela rimozione, anche da YouTube, del video in cui “The Donald” chiedeva ai suoi sostenitori di tornare a casa, pur ribadendo l’illegalità (fragilent) della tornata elettorale. In seguito, la sospensione è stata prolungata almeno fino al 20 gennaio, giorno di ingresso e giuramento di Joe Biden alla Casa Bianca.
La decisione rispetto al funzionamento concreto odierno della politica del XXI secolo non è di poco conto. Secondo Edward Snowden infatti questo sarà ricordato “nel bene e nel male come una svolta nella battaglia per il controllo del discorso online”.
Il dato che qui interessa è che il Presidente della nazione a oggi più potente almeno del “mondo occidentale” è stato censurato in un passaggio estremamente delicato per il paese da un privato, seppur un imprenditore tra i più ricchi del pianeta.
La censura all’interno di un’organizzazione statuale è sempre stata appannaggio del potere più o meno pubblicamente costituito, che tramite gli strumenti dello Stato oscurava gli elementi che giudicava contrari alla propria funzione.
In questo caso invece il ruolo assunto dai social network nell’arena del dibattito pubblico, così come nella messa in connessione di individui sempre più atomizzati al livello di massa, concede un potere a quelle “organizzazioni private” che parallelamente si ergono anche a poteri economici ben più grandi di molti Stati esistenti in giro per il mondo.
A sostegno di ciò, basterebbe ricordare come Recep Erdoğan nella sera del 15 luglio del 2016 riuscì ad inviare un messaggio tramite la piattaforma Facetime, chiedendo alla sua gente di scendere in strada per respingere il tentativo di colpo di stato, aggirando il blocco delle maggiori piattaforme a cui pure i golpisti avevano pensato.
E se televisioni e giornali nella maggior parte dei casi rispondono a interessi non immediatamente pubblici, pur svolgendo una funzione tale, a nostra memoria nelle democrazie liberali mai era successo che un capo di Stato fosse stato censurato nello svolgimento delle proprie funzioni – seppur giudicate come potenzialmente antisistemiche.
La privatizzazione della censura pone inoltre un accento sul reale status democratico della rete, che tale in verità non è mai stata, essendo, dalle infrastrutture ai software, uno strumento che di pubblico ha ben poco.
E così, a uscire ulteriormente indebolito è il ruolo dello Stato, già fortemente occupato da interessi privatistici e particolari nei due secoli di democrazie liberali, eppure stavolta scavalcato da coloro a cui storicamente, in questo pezzo di mondo, ha curato gli interessi.
Fonte
“Gli eventi scioccanti delle ultime 24 ore dimostrano che Trump intende utilizzare il resto della permanenza in carica per minare la transizione pacifica e legale del potere al suo successore eletto, Joe Biden.
Crediamo che il pubblico abbia diritto al più ampio accesso possibile ai discorsi politici, anche se controversi. Ma adesso i rischi sono troppo grandi”.
Queste sono le parole con cui nel pomeriggio di ieri, ora italiana, Zuckerberg ha motivato la sospensione degli account di Trump.
Una prima sospensione era stata decisa per 24 ore, mentre Twitter aveva optato per una di 12, con la parallela rimozione, anche da YouTube, del video in cui “The Donald” chiedeva ai suoi sostenitori di tornare a casa, pur ribadendo l’illegalità (fragilent) della tornata elettorale. In seguito, la sospensione è stata prolungata almeno fino al 20 gennaio, giorno di ingresso e giuramento di Joe Biden alla Casa Bianca.
La decisione rispetto al funzionamento concreto odierno della politica del XXI secolo non è di poco conto. Secondo Edward Snowden infatti questo sarà ricordato “nel bene e nel male come una svolta nella battaglia per il controllo del discorso online”.
Il dato che qui interessa è che il Presidente della nazione a oggi più potente almeno del “mondo occidentale” è stato censurato in un passaggio estremamente delicato per il paese da un privato, seppur un imprenditore tra i più ricchi del pianeta.
La censura all’interno di un’organizzazione statuale è sempre stata appannaggio del potere più o meno pubblicamente costituito, che tramite gli strumenti dello Stato oscurava gli elementi che giudicava contrari alla propria funzione.
In questo caso invece il ruolo assunto dai social network nell’arena del dibattito pubblico, così come nella messa in connessione di individui sempre più atomizzati al livello di massa, concede un potere a quelle “organizzazioni private” che parallelamente si ergono anche a poteri economici ben più grandi di molti Stati esistenti in giro per il mondo.
A sostegno di ciò, basterebbe ricordare come Recep Erdoğan nella sera del 15 luglio del 2016 riuscì ad inviare un messaggio tramite la piattaforma Facetime, chiedendo alla sua gente di scendere in strada per respingere il tentativo di colpo di stato, aggirando il blocco delle maggiori piattaforme a cui pure i golpisti avevano pensato.
E se televisioni e giornali nella maggior parte dei casi rispondono a interessi non immediatamente pubblici, pur svolgendo una funzione tale, a nostra memoria nelle democrazie liberali mai era successo che un capo di Stato fosse stato censurato nello svolgimento delle proprie funzioni – seppur giudicate come potenzialmente antisistemiche.
La privatizzazione della censura pone inoltre un accento sul reale status democratico della rete, che tale in verità non è mai stata, essendo, dalle infrastrutture ai software, uno strumento che di pubblico ha ben poco.
E così, a uscire ulteriormente indebolito è il ruolo dello Stato, già fortemente occupato da interessi privatistici e particolari nei due secoli di democrazie liberali, eppure stavolta scavalcato da coloro a cui storicamente, in questo pezzo di mondo, ha curato gli interessi.
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