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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/09/2025

Varsavia chiude le frontiere e si strangola da sola

Un vecchio proverbio popolare descrive in modo crudo l’idiozia di un marito che vuole fare un grosso dispetto alla moglie. Torna inevitabilmente alla mente guardando quel che sta facendo una certa “Europa”, quella collocata ad est.

Non paghi della figuraccia internazionale fatta con la storia dell’“assalto russo” con droni – almeno nelle sedi che contano, i media italioti si bevono di tutto... – i dirigenti polacchi più “europeisti”, guidati da Donald Tusk, hanno preso due decisioni importanti: l’organizzazione di manovre militari al confine con la Bielorussia (in contemporanea con le esercitazioni Zapad, dall’altra parte) e la completa chiusura dei confini con Minsk, oltre che con l’exclave di Kaliningrad.

Sulle manovre, poche cose da dire, ma significative. Come tutte le esercitazioni di una certa importanza (numero dei soldati coinvolti), a quelle russe-bielorusse erano stati invitati i paesi membri dell’Osce (come prevedono i trattati).

Tra quanti hanno presenziato c’erano due alti ufficiali dell’aeronautica statunitense, più rappresentanti di Turchia e Ungheria. In pratica tre paesi della Nato, tra cui quello che guida, più altri venti paesi. Ha colpito in modo particolare la presenza alle manovre dell’India con 65 militari sul campo.

Per di più questi “ospiti” sono stati liberi di fare quello che volevano. «Vi mostreremo tutto ciò che vi interessa. Potete andare, guardare, parlare con la gente», ha detto loro il ministro bielorusso Viktor Khrenin. Non male, per una “dittatura”. E comunque non risultano invitati “terzi” alle manovre della “democratica” Polonia...

Dovrebbe risultare interessante – anche se sottaciuta – la partecipazione simbolica di soldati indiani alle esercitazioni russe, segno che l’ormai debordante suprematismo occidentale sta convincendo il resto del mondo a cercare alleanze alternative, non solo sul piano economico.

Fin qui, comunque, siamo quasi nella norma. La chiusura dei confini, invece, sotto la grancassa della retorica militare nasconde un mezzo suicidio economico. Sia per Varsavia che per l’intera UE.

Come segnalano i giornali economici, questa decisione recide un’arteria commerciale da 25 miliardi di euro l’anno, visto che movimenta il 90% del traffico merci su rotaia tra la Cina e l’UE. E non ha neanche una scadenza temporale prevedibile (“il traffico verrà ripristinato una volta che il confine sarà pienamente sicuro”, dice il governo).

Ed era una rotta in rapida espansione, visto che i volumi di carico tra Cina e UE sono cresciuti del 10,6% nel 2024, mentre il valore delle merci è balzato di quasi l’85% a 25,07 miliardi di euro. Il corridoio rappresenta ora il 3,7% di tutto il commercio UE-Cina, in aumento dal 2,1% di un anno prima, praticamente il doppio.

A farne le spese immediatamente è la società PKP Cargo, controllata dallo stato polacco. Se la chiusura durasse a lungo, dicono gli amministratori, inevitabilmente quel traffico prenderebbe altre rotte (Kazakhstan, Turchia, ecc.) e ci resterebbe anche dopo un’eventuale riapertura.

La dimostrazione del delirio sta comunque nel fatto che soltanto una settimana prima l’azienda statale polacca aveva varato il suo primo treno merci Varsavia-Cina, trasportando merci da diversi paesi europei, destinata a cementare il ruolo della Polonia come hub e ad aumentare il profilo internazionale di PKP Cargo.

Come corollario immediato circa 10.000 autisti bielorussi impiegati da aziende di trasporti polacche (vengono pagati di meno, ovviamente) sono bloccati: non possono tornare a lavorare in Polonia, e neanche tornare a casa. Tutti i carichi sono fermi, comprese le spedizioni time-sensitive come medicine e alimenti.

La chiusura non è ovviamente piaciuta a Pechino, che ha mandato immediatamente il suo ministro degli esteri a Varsavia per incontrare il pari grado Radosław Sikorski (quel genio che aveva gioito sui social, ringraziando “l’America”, all’indomani dell’attentato al gasdotto Nord Stream, che portava gas russo a basso costo in Germania e in parte anche in Polonia).

Il portavoce polacco ha spiegato che “Durante i colloqui è stato messo molto in chiaro che in questa situazione, la logica del commercio, che è anche benefica per noi, sta per essere sostituita dalla logica della sicurezza”.

“E allora mangiatevi la sicurezza”, deve aver pensato la delegazione cinese (sono diplomaticamente corretti, certe cose non le dicono...).

Sarà un caso, ma subito dopo è stata ufficializzata l’apertura – da parte di Pechino – della “nuova Via della Seta” alternativa, che passa per il circolo polare artico. Questo sabato partirà dal porto di Quingdao la prima portacontainer, diretta a Rotterdam e Amburgo, lungo quella che è stata battezzata China-Europe Artic Express.

Sulla carta geografica appare un giro molto lungo, ma è una falsa prospettiva (la terra è sferica, le carte sono piatte); in realtà il viaggio durerà solo 18 giorni rispetto ai 28-40 necessari sulla rotta più antica, attraverso lo Stretto di Malacca, l’Oceano Indiano e il canale di Suez.

Certo, in treno ci avrebbe comunque lo stesso tempo (18 giorni), forse con costi un po’ minori, “ma se volete suicidarvi, chi siamo noi per impedirvelo?”

A Varsavia, in effetti, sembrano contenti di fare quel che agli Usa piace di più. “Sono abbastanza sicuro che Washington sia più che felice di vedere le rotte chiuse – almeno temporaneamente – perché hanno fatto pressioni sull’Unione Europea per introdurre dazi aggiuntivi sulla Cina a causa delle esportazioni russe di petrolio e gas verso la Cina”, ha detto Piotr Krawczyk, ex capo dell’Agenzia per l’Intelligence Estera polacca. “Sono anche abbastanza sicuro che gli americani sorridano e sostengano il governo polacco nel non avere fretta di riaprirlo – almeno non molto presto”.

Il che è certamente vero, ma... siete sicuri che le merci importate da Pechino siano sostituibili in tempi brevi con merci Usa e che le vostre siano adatte a sostituire quelle cinesi che arrivano negli States? Se l’incastro non funziona – e, a occhio, non può funzionare, per lo meno in tempi economicamente accettabili – per Varsavia e la UE si apre un’altra fonte di crisi.

Ma se vi sentite “più sicuri” così...

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11/09/2025

L'“incidente polacco”, un Tonchino in salsa europea

A 24 ore di distanza, con qualche elemento concreto in più (le dichiarazioni e la propaganda le lasciamo agli arruolati), possiamo provare a sintetizzare l’analisi dell’“incidente polacco” – i droni, forse russi, che hanno sconfinato sul confine orientale di Varsavia – e ipotizzare cosa possa essere effettivamente accaduto.

Dal che, come sempre, discende un briciolo di valutazione politica.

Gli “elementi concreti” vengono forniti da fonti militari (alcune della Nato, altre bielorusse) e da analisti militari sperimentati, tipo Analisi Difesa per quanto riguarda l’Italia.

Partiamo dalle cose relativamente certe.

I droni erano di tipo “Gerbera”, che un sito molto “europeista-militarista” descrive così: “I droni Gerbera appartengono alla categoria degli UAV tattici, progettati per missioni di ricognizione, sorveglianza e potenzialmente anche attacco. Sebbene la documentazione ufficiale sia limitata, analisti militari occidentali hanno identificato questo modello come parte della nuova generazione di droni russi, sviluppata con l’obiettivo di contrastare le difese aeree convenzionali e di operare in scenari di conflitto ibrido.”

In pratica sono droni senza carica esplosiva (anche se in qualche misura potrebbero portarla), utili sia per acquisire informazioni sulla disposizione del nemico, sia come “esca” per attirare i missili anti-missile delle difese avversarie.

I droni dell’altra notte erano certamente “disarmati”, come si vede dalle foto scattate a quelli caduti nei campi (non ci sono “buche” causate da esplosioni) o anche dai danni provocati dall’unico caduto su una casa di campagna.

Secondo elemento certo. L’allarme ai militari polacchi è stato dato da quelli bielorussi – stretti alleati di Mosca, notoriamente – per tramite del capo di stato maggiore, Pavel Muraveiko. Che subito dopo ha emesso un comunicato in cui spiega: “Durante gli scontri aerei fra Russia e Ucraina nella notte, le forze per la difesa aerea Bielorussia intercettano costantemente droni che hanno perso la loro traiettoria in seguito all’impatto con strumenti elettronici. Alcuni di questi droni sono stati distrutti dalla difesa aerea del nostro Paese nel nostro spazio aereo”.

Il governo di Varsavia ha confermato che la Bielorussia aveva informato la Polonia circa l’avvicinamento di droni. E, da parte sua, “la Polonia ha notificato alla Bielorussia l’avvicinamento di droni non identificati dal territorio ucraino”.

Bielorussia e Ucraina, in sintesi, si sono coordinate fin dall’inizio per affrontare il problema rappresentato da droni – sia russi che ucraini – finiti “fuori rotta” per l’intervento delle contromisure elettroniche (attivate dalle due parti per contrastare gli “oggetti volanti” nemici).

Prima osservazione: se gli alleati di Mosca avvertono un paese Nato che sono in volo dei droni fuori controllo, dovrebbe essere difficile definire questo sconfinamento un “atto intenzionale”. Ma andiamo avanti.

Terza cosa certa. La Polonia ha bloccato il traffico aereo e chiuso gli aeroporti più vicini alla zona interessata – il che è ovviamente doveroso, di fronte ad un allarme di questo genere – ma prima dell’alba li aveva già riaperti. Segno che la situazione è tornata rapidamente sotto controllo e senza ulteriori pericoli.

Stabiliti gli elementi certi, anche gli analisti militari più seri avanzano in genere tre ipotesi.

1) Una provocazione russa per “testare” le reazioni della Nato e/o della UE. Ma è resa poco credibile dalla politica che Mosca sta praticando da tempo nei confronti di “Europa” e Stati Uniti, tesa sostanzialmente ad evitare l’escalation (militari occidentali in Ucraina, Kiev nella Nato, ecc.) e quindi il confronto militare diretto con una potenza certamente più “impegnativa” della sola Ucraina, benché supportata e armata dalla Nato.

2) Un incidente provocato dall’uso di “contromisure elettroniche” nel bel mezzo di un traffico di droni di entrambe le parti in conflitto, che ha portato diversi velivoli al di fuori dei rispettivi confini.

3) Un’operazione “false flag” coordinata tra Kiev e Varsavia (l’ala “europeista”, soprattutto, rappresentata dal primo ministro Donald Tusk, contrapposta a quella nazionalista del presidente Karol Nawrocki) “per innalzare la tensione con Mosca e sensibilizzare gli alleati NATO meno sensibili agli appelli alla mobilitazione contro la minaccia Russia”.

Diciamo che la seconda e la terza sembrano più credibili, anche perché in fondo non si escludono a vicenda. Può essere benissimo che un vero “incidente casuale” sia sfruttato per innalzare la tensione. Così come la storia è piena di “incidenti del Tonchino” (o “boccette con l’antrace”) preparati ad arte per giustificare un intervento militare.

Guardando le reazioni sia europee che statunitensi si può forse arrivare ad individuare l’ipotesi più realistica.

Il primo ministro polacco, Tusk, ha definito l’incidente una “provocazione su larga scala” e ha attivato l’articolo 4 del trattato NATO, in base al quale i membri dell’alleanza possono richiedere consultazioni con i propri alleati “ogni qualvolta, a giudizio di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una qualsiasi delle Parti siano minacciate”.

Il fatto che non si sia appellato all’art. 5 – quello che prevede il sostegno “anche militare” degli alleati – dimostra che si cerca, sì, di “alzare la tensione”, ma non fino al punto da rischiare di trasformarla subito in conflitto aperto. Specie se non si sa cosa faranno gli Stati Uniti... 

Significativa, di riflesso, la reazione di quell’asino in mezzo ai suoni messo a fare il segretario generale della Nato, l’olandese Rutte (quello che a Washington chiamava Trump “paparino”!): è in corso una “valutazione completa”, ma che questa incursione sia stata “intenzionale o meno, è assolutamente irresponsabile e pericolosa. Il mio messaggio a Putin è chiaro: porre fine alla guerra in Ucraina (...) smettere di violare il nostro spazio aereo e sapere che siamo vigili e difenderemo ogni centimetro del territorio NATO”.

Della serie: non abbiamo ancora deciso come classificare l’incidente, non giuriamo che sia “intenzionale” (quindi siamo pronti a scaricare la tensione sulla sola Varsavia, se ha “esagerato”), ma comunque mandiamo “un fermo avvertimento” a Putin. Chiacchiere e distintivo, insomma, ma nessuna dichiarazione di guerra... 

Ancora più significativa l’unica dichiarazione di Trump sull’incidente: “perché la Russia viola lo spazio aereo polacco con i droni? Eccoci qui!” I commentatori “europeisti” l’hanno giudicata “ambigua” o “criptica”, ma sicuramente è densa di dubbi su come siano andate veramente le cose.

È sicuro infatti che sia i paesi baltici (rappresentati nella Commissione europea da zucche vuote pronte alla guerra, come Kaja Kallas o Kubilus) e la Polonia premono da tempo per andare allo scontro diretto con Mosca, ma hanno bisogno del totale impegno statunitense e dell’intera “Europa” per non essere rapidamente schiacciati. Da questo punto di vista Biden offriva maggiori garanzie ai guerrafondai...

A questa gente serve un “incidente del Tonchino” per “stimolare” Trump ad abbandonare qualsiasi velleità “trattativista” con Mosca, ed anche a eliminare dubbi e distinguo all’interno dell’Unione Europea.

Il precedente del sbotaggio al gasdotto North Stream (distrutto da agenti ucraini, supportati dai servizi di Varsavia, poi individuati dalla magistratura tedesca), oltre ad episodi minori, sta lì a certificare che il futuro del Pianeta – in questo angolo di Mondo – è in mano a nanerottoli ringhiosi disposti a tutto pur di realizzare i propri deliri di grandezza. Come Netanyahu e soci, insomma...

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05/07/2024

Vertice della Shangai Cooperation Organization, un passo nel mondo multipolare

Si è conclusa ieri la 24esima riunione del Consiglio dei Capi di Stato della Shangai Cooperation Organization. La riunione si è svolta ad Astana, capitale del Kazakhistan, che ha passato la presidenza di turno dell’organizzazione alla Cina.

Il summit si è svolto su due giorni, il 3 e 4 luglio, ma già il primo del mese l’intervista rilasciata sulla testata cinese Xinhua dal presidente kazako, Tokayev, aveva dato il sentore dell’importanza di questo appuntamento annuale. I temi da lui evidenziati come all’ordine del giorno sono quelli di un mondo multipolare.

Innanzitutto, un nuovo paradigma di sicurezza, rivendicato apertamente dalla Russia e rilanciato anche dalla Cina, in tutte le sue proposte di mediazione delle crisi più calde di questa fase storica. E ovviamente, anche transizione ecologica e miglioramento economico.

Nell’intervista, Tokayev si è concentrato sulla relazione con Pechino, e su cinque aree di collaborazione. Investimenti, in particolare in agricoltura, nuove energie, industria dell’automobile e industrializzazione in generale, e infine la produzione di prodotti ad alto valore aggiunto.

Insomma, un piano di crescita globale, orientato verso lo sviluppo di tratti da economia matura e non solo da fornitore di materie prime per l’Occidente. Chiaramente, in questa prospettiva, gioca un ruolo fondamentale la Belt and Road Iniziative cinese.

Giunto al suo decimo anno, questo enorme programma economico, tra alti e bassi così come tra varie ridefinizioni, è riuscito tuttavia a trasformare l’Asia centrale da area senza sbocchi al mare ad area con una funzione di hub logistico di carattere internazionale. E ulteriori progetti sono ora in discussione.

Il 3 luglio si sono svolti anche bilaterali importanti tra Cina, Russia e Iran, da un anno nella SCO. A dimostrazione di come tale Organizzazione, seppur priva dei caratteri di una vera e propria alleanza geostrategica, sia sicuramente un luogo di incontro degli interessi per una governance globale alternativa a quella euroatlantica.

Tra Putin e Xi Jinping si tratta del secondo incontro nell’arco di tre mesi, durante il quale il presidente cinese è tornato a definire l’omologo russo “un caro amico“.

Anche se la partnership è tutto fuorché “senza limiti“, possiamo dire che anche negli ultimi giorni è stata confermata la convergenza degli interessi dei due paesi.

Interessante poi l’incontro di Putin con Erdogan. Sul tavolo i dossier della guerra in Ucraina, per cui è stata augurato l’arrivo di un cessate il fuoco al più presto e poi una pace giusta. Anche se il portavoce del Cremlino Peskov ha ribadito che la Turchia non può fare da mediatrice con Kiev.

Sono stati trattati anche altri conflitti, come quello a Gaza o quello in Siria, ma soprattutto è stato discusso un possibile passo avanti nella costruzione della seconda centrale nucleare turca, a Sinop. Rosatom avrebbe un ruolo centrale in questo progetto.

Il 2024 è stato proclamato come Anno dell’Ecologia da parte della SCO, con l’adozione di vari documenti su ecologia, conservazione delle risorse naturali, ecoturismo e mitigazione del cambiamento climatico.

Nel febbraio di quest’anno si è tenuto anche un evento SCO-ONU intitolato “Un pianeta, un futuro: unire gli sforzi per la sostenibilità ambientale“.

Per questo alla due giorni appena conclusa è intervenuto anche il segretario generale dell’ONU Guterres, come impegno per una maggiore collaborazione tra le due organizzazioni deciso da una risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite lo scorso settembre.

Tokayev ha sottolineato che parlare di un destino comune per l’umanità ha attirato molte attenzioni riguardo all’opportunità di costruire un nuovo modello di relazioni internazionali. Non tutti hanno però interpretato questo passaggio in maniera positiva.

Il Guardian ha scritto che la SCO mira ad essere una sorta di “anti-NATO“. Prima del vertice, la CNN aveva indicato l’attesa ammissione della Bielorussia nel gruppo di Shangai come un’altra mossa di Pechino e Mosca per renderla un vero e proprio contrappeso geopolitico rispetto a USA e alleati.

La Bielorussia è infatti divenuto ufficialmente il decimo membro della SCO, che è così arrivata a rappresentare quasi metà della popolazione mondiale e quasi un terzo della sua economia.

Il presidente bielorusso Lukashenko ha affermato: “i paesi della maggioranza globale dovrebbero prendere l’iniziativa dal momento che l’Occidente autoreferenziale ed egoista non ci è riuscito“.

Queste parole fanno eco a quelle già pronunciate da Putin durante l’incontro con Xi Jinping, nelle quali la SCO è identificata come “uno dei pilastri chiave di un ordine mondiale equo e multipolare“.

Lo stesso presidente del Dragone, circa una settimana fa, aveva dichiarato che il suo paese vuole costruire “ponti di comunicazione” con gli altri paesi, in particolare con l’Asia centrale e il Sud Globale.

Ma come lo stesso Putin ha confermato, la SCO è uno dei pilastri, non l’unico, nello sviluppo di un mondo multipolare. Nigel Gould-Davies, ricercatore presso l’International Institute for Strategic Studies di Londra ed ex ambasciatore britannico in Bielorussia, ha sottolineato come ci siano “significative differenze di sicurezza tra i suoi membri“.

Quello che unisce i membri di questa organizzazione è comunque una visione autonoma da quella che vorrebbero imporre le centrali imperialiste occidentali. E certamente la Cina ne è il principale motore, seppur è evidente che esistano ancora molte distanze in politica estera.

Non si può dunque parlare ancora di una “anti-NATO“, ma si può certamente parlare di un incontro che ha dato un’importante spinta allo sviluppo di un mondo multipolare.

Un mondo in cui anche le potenze emergenti dovranno destreggiarsi tra interessi non sempre convergenti, ma sicuramente alternativi a quelli euroatlantici.

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27/03/2024

“Kiev, Usa e britannici dietro l’attentato di Mosca ad opera dell’Isis”

Come prevedibile, con il passare dei giorni si irrigidisce la contrapposizione tra i vertici russi e il corrispettivo euro-atlantico sull’attribuzione della responsabilità dell’attentato al Crocus City Hall di Mosca.

Ieri, in un’intervista, il capo del Servizio di sicurezza federale russo (FSB, l’ex Kgb) Alexander Bortnikov ha ammesso che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Ucraina sono responsabili dell’attacco al municipio di Crocus.

“Crediamo che questo sia vero. In ogni caso, stiamo parlando delle informazioni fattuali di cui disponiamo. Questa è un’informazione generale, ma [questi paesi, ndr] hanno una lunga storia di questo tipo“, ha detto dopo aver partecipato a una riunione allargata del consiglio dell’ufficio del procuratore generale.

Bortnikov ritiene che l’Ucraina abbia cercato di dimostrare anche ai suoi alleati-protettori, visibilmente sfiduciati nelle sue possibilità di “vittoria”, di essere abbastanza capace.

“Cosa ci si aspetta che faccia per dimostrare la sua capacità? Si prevede che effettuerà sabotaggi e atti terroristici nelle retrovie. Questo è ciò a cui mirano sia i capi dei servizi speciali ucraini che i servizi speciali britannici. Anche i servizi speciali statunitensi hanno ripetutamente menzionato questa possibilità“, ha detto.

Il giorno prima lo stesso Vladimir Putin aveva ammesso che gli attacchi sono stati commessi da miliziani dello Stato Islamico, ma non era ancora chiaro chi aveva “ordinato” la strage.

Bortnikov ha quindi chiarito che “il cliente non è stato ancora identificato”, ma l’FSB ormai “vede” chi ha organizzato l’attacco e ha reclutato gli autori.

“Riteniamo che l’azione sia stata preparata dagli stessi islamisti radicali e, naturalmente, dai servizi speciali occidentali; gli stessi servizi speciali dell’Ucraina sono direttamente collegati a questo” [attentato, ndr].

«Affineremo ulteriormente le informazioni per capire se la presenza e la partecipazione della parte ucraina è reale o meno. In ogni caso, per ora c’è motivo di dire che è proprio così».

Ha osservato che i terroristi volevano fuggire in Ucraina, erano attesi lì e sarebbero stati accolti “come eroi“. Ma i servizi speciali russi hanno fatto di tutto per impedire che ciò accadesse.

Immediate le smentite dal “fronte occidentale”.

«Le ipotesi della Russia di un legame con l’Ucraina per quanto riguarda l’attentato a Mosca sono ridicole». Lo dichiara una fonte diplomatica alleata all’Ansa. «Non è stata presentata alcuna prova: si tratta di un altro esempio della disinformazione del Cremlino».

Sulla stessa falsariga – come ovvio – anche il ministro degli esteri Antonio Tajani, in un intervento su La7. «Mi sembra molta propaganda, chiaramente l’attentato è di matrice islamica, ci sono stati problemi nelle repubbliche musulmane dell’ex Unione Sovietica e c’è sempre una situazione di grande tensione. Credo che sia un’azione dimostrativa di quel mondo contro la Russia, peraltro già prevista».

Ma proprio Tajani dice poco e troppo. Che la Russia sia odiata da molte organizzazioni islamiste, è certamente vero. Ma sono anche innumerevoli le prove concrete che questo odio è stato nei decenni quanto meno “accompagnato” da un supporto diretto degli Stati Uniti, anche se spesso queste organizzazioni hanno finito per rivoltarsi loro contro (Al Qaeda, in primo luogo, fin dagli anni ‘80 favorita per radicalizzare la resistenza anti-sovietica in Afghanistan e poi diventata “indipendente”).

Così come è vero che l’attentato di Mosca era stato più che “previsto” dagli Stati Uniti, la cui ambasciata a Mosca aveva avvertito i propri concittadini a non frequentare “nelle prossime 48 ore” (poi diventate due settimane) “i luoghi affollati, compresi i concerti”.

Sappiamo di ripeterci, ma se qualcuno conosce i dettagli di un attentato che deve avvenire a breve (“i concerti”) significa sicuramente che ha rapporti diretti con il gruppo degli attentatori. Ovviamente con i “livelli dirigenti”, non tanto con i kamikaze mandati allo sbaraglio.

All’interno di un qualsiasi Stato questa connessione sarebbe una certezza tale da indirizzare le indagini di polizia e magistratura. Tra Stati diversi, persino avversari o addirittura “nemici” – come Russia e Usa-Nato – ovviamente ci si deve fermare davanti al fatto che le indagini vengono svolte “dalla vittima” e non si può invadere lo spazio investigativo altrui.

In definitiva gli attentatori – strano che i loro volti continuino ad essere oscurati nei video che circolano sui media occidentali, senza azzardare neanche un raffronto con quelli girati dal vivo, nel teatro, dove hanno agito a volto scoperto – sono in mano russa. E certamente vengono “convinti a parlare” con metodi non troppo diversi da quelli in uso nella base Usa di Guantanamo o (ai tempi) in quella di Abu Graib.

Una manipolazione dell’informazione pesante è però arrivata nel pomeriggio di ieri nel tentativo di rinforzare la linea euro-atlantica – “ha stato l’Isis e basta”. Da allora tutti i media bombardano all’unisono con il mantra “anche Lukashenko smentisce Putin”, secondo cui i quattro attentatori catturati vicino Bryansk stavano fuggendo verso l’Ucraina.

Incuriositi, siamo andati in cerca delle fonti originali. E abbiamo scoperto qualcosa di parecchio diverso. Il presidente bielorusso ha infatti “rivendicato” ai sistemi di sicurezza del proprio paese il merito di aver “dissuaso” i quattro dal provare ad entrare dal confine.

Per la precisione, “Abbiamo messo in allerta le nostre unità. In particolare sono state coinvolte le forze del ministero degli Interni, allestite postazioni sulle strade – comprese quelle alla frontiera con la Russia – e schierate le forze del Kgb, del Comitato per i confini di Stato e alcune unità militari”.

“Ecco perché (i presunti attentatori, ndr) non sono potuti entrare in Bielorussia. Lo hanno visto e quindi si sono allontanati e si sono diretti verso la sezione del confine ucraino-russo”, dove secondo Lukashenko le operazioni per l’arresto dei presunti autori della strage “sono andate molto bene”.

Anche da diverse immagini mostrate dai media e attribuite agli autovelox si vede che la macchina con i quattro attentatori era di fatto “monitorata” dalla polizia russa, evidentemente per capirne le intenzioni e individuare con precisione il possibile “paese ospitante”.

E anche noi, pur nella nostra limitata possibilità di “indagine”, avevamo ipotizzato che i quattro fermati a Bryansk potessero – sì – cercare di arrivare in Ucraina, ma attraverso la Bielorussia, il cui confine è certamente meno militarizzato di quello russo-ucraino (la guerra è in corso).

Dunque “la versione di Lukashenko” non smentisce, semmai conferma la lettura russa, dando un ruolo importante anche all’alleata Minsk.

Strano che i media occidentali, non guardino neanche le fonti e si limitino a copi-incollare una velina... Forse perché il loro ruolo, ormai, è quello di “preparare il proprio paese alla guerra“.

Fra l’altro stanno emergendo, da fonti non russe, altre informazioni. Dalerdzhon Mirzoyev, Saidakrami Murodali Rachabalizoda, Shamsidin Fariduni e Muhammadsobir Fayzov, sono tutti cittadini del Tagikistan o di origine tagika. Ma almeno due di loro – Fariduni e Saidakrami – avevano trascorso un periodo in Turchia poco prima dell’attacco ed erano entrati in Russia insieme con lo stesso volo da Istanbul, ha detto un funzionario turco.

Il primo era arrivato a Istanbul il 20 febbraio ed è ripartito per la Russia il 2 marzo, mentre il secondo è entrato il 5 gennaio per poi andarsene insieme all’altro. Entrambi hanno soggiornato in un piccolo hotel del distretto di Fatih.

Questa zona, a ridosso del quartiere turistico Eminou, sembra diventata la «preferita» dai militanti, con una serie di alberghetti dove gli estremisti si sono sistemati in attesa di ordini.

Nella medesima area sarebbero state affittate delle case «sicure» messe a disposizione di elementi provenienti dalle ex repubbliche sovietiche e dal Medio Oriente.

È appena il caso di ricordare che la Turchia di Erdogan, nonostante le “bizzarrie” politiche che l’hanno fatta diventare una sorta di “cavallo pazzo”, oltre ad avere una lunga storia di “favoreggiamento” dell’Isis in funzione anti-curda e anti-siriana, è un pur sempre un membro della Nato.

E se è certamente molto improbabile che i quattro “terminali finali” possano dare informazioni di prima mano sul livello politico alto dei “mandanti”, sicuramente l’indicazione sul loro “comandante diretto” rimasto al sicuro e, soprattutto sui meccanismi (armi, documenti, ospitalità, logistica, ecc.) utilizzati nel giro del mondo dal Tajikistan alla Russia via Turchia, potranno fornire un mare di dettagli utili a ricostruire l’ambiente internazionale che li ha favoriti.

Ne vedremo delle belle, ci sembra...

P.s. Sulla presunta “estraneità” dell’Ucraina ai contatti con gli integralisti islamici basta forse leggere l’articolo di Alberto Negri, o quelli apparsi perfino su il manifesto o direttamente gli allarmati articoli del New York Times di qualche anno fa).

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03/03/2024

Guerra in Ucraina - Tre possibili scenari per l'interventismo francesce

Nonostante la ben poca solidarietà incassata sulla questione dello schieramento delle truppe di terra, Macron non fa marca indietro. Non solo ha affermato che le sue parole sono state "pesé" e "mesuré", ovvero che non ha parlato a vanvera e che il dibattito esiste, ma ha convocato il 7 marzo, cioè giovedì prossimo, i leader dei partiti per discutere la situazione in Ucraina e, verosimilmente, rimettere in circolo l'idea delle truppe. Dando sempre per scontato che abbiamo a che fare con attori razionali (che è la base di ogni mio ragionamento, e spero di non sbagliarmi mai in questo assunto) cerchiamo di capire che cosa queste ipotetiche truppe francesi, e non solo, andrebbero a fare in Ucraina, sempre ammesso che alla fine ci vadano, o vengano presi provvedimenti affinché ci vadano (se poi ci arriveranno sarà, ovviamente, un'altra storia).

Escludiamo subito l'idea che vadano impiegate in combattimento, non solo perché la cosa equivarrebbe a una guerra aperta tra Russia e NATO (o almeno tra Russia e i paesi NATO che invieranno truppe), ma soprattutto perché sarebbero inutili. A essere generosi la Francia potrebbe schierare 30.000 soldati, per di più senza alcun tipo di appoggio aereo (se gli aerei francesi operassero da aeroporti ucraini verrebbero attaccati lì, se operassero da aeroporti polacchi o romeni trascinerebbero nel conflitto anche i paesi in cui si trovano le basi che li ospitano, senza contare che non è detto che verrebbero autorizzati) o navale, perché la Convenzione di Montreux ne vieterebbe il passaggio attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. E 30.000 uomini al fronte, da soli, non servirebbero a nulla. Quindi è chiaro che lo scopo non è quello.

Potrebbe trattarsi semplicemente di istruttori e specialisti, magari in numero maggiore di quelli che sono già presenti in Ucraina (perché che ci siano, e non solo francesi, lo sappiamo da un pezzo, e ora lo ammette ufficialmente anche Le Monde). La vedo difficile, perché Macron ha parlato esplicitamente di truppe, non di tecnici. Quindi, se non vanno a combattere e non vanno a istruire, che ci vanno a fare? L'ipotesi più razionale è che vadano a mettersi in mezzo, ovvero a stabilirsi in regioni dove non si combatte con lo scopo di impedire ai russi, in caso ne avessero l'intenzione, di attaccarle. La scusa si trova senza problemi – proteggere la popolazione civile o roba del genere – e, non essendo impiegate direttamente nei combattimenti, non si potrebbe parlare di operazione ostile alla Russia, che si troverebbe di fronte a un dilemma: considerarle un bersaglio, e quindi procedere a una serissima escalation (anche se l'escalation sarebbe stata messa in atto dalla Francia) o non attaccarle e quindi rinunciare all'idea, in caso l'avessero, di occupare le regioni dove si stanzierebbero. Che sia questa la direzione in cui Macron e chi lo sostiene (i paesi baltici, ovviamente, e verosimilmente la Gran Bretagna) è l'ipotesi più probabile, come riporta anche il Financial Times che, citando un anonimo "senior European defence official" afferma che lo scopo è "creare deterrenza e ambiguità nei confronti della Russia" impiegando le truppe "in missioni limitate come sminamento, manutenzione o riparazione dei sistemi d'arma, oppure assistenza nel tenere sicure le frontiere di altri paesi minacciati dalla Russia, come la Moldavia".

Quindi mi sono divertito a immaginare quali sono le aree in cui queste truppe "in missioni limitate" potrebbero essere schierate, e ne ho ipotizzate tre: tutte comportano un problema strategico per la Russia, e conseguentemente un problema di sopravvivenza per le truppe occidentali impiegate. Ho escluso uno schieramento al confine tra Russia e Ucraina per la questione degli attori razionali, perché finirebbe malissimo immediatamente. Ovviamente nulla vieta di combinare le aree (ad esempio 1 e 2), dipende da quanti uomini verrebbero spediti; così come più paesi (i baltici da una parte, Francia e Gran Bretagna dall'altra ad esempio) potrebbero schierarsi in aree diverse combinandole tutte.

La prima area che ho identificato è quella al confine occidentale dell'Ucraina, con base a Lvov. Mi pare anche la soluzione più razionale: minimizza il rischio di operazioni aeree russe, esclude qualunque ipotesi di scontro di terra con l'esercito russo, protegge le linee di rifornimento che vanno dalla Polonia al fronte, e libera un certo numero di soldati ucraini che fanno la guardia al confine – non molti, però, perché quello è un confine amico e sostanzialmente ci sono quasi solo unità di polizia e delle guardie di frontiera. Ragionando da complottari, questa soluzione potrebbe essere addirittura concordata con Mosca: i russi a Lvov non hanno nessuna intenzione di andare, quindi si potrebbe dire che non ci sono andati grazie all'intervento risolutore della NATO che ha frustrato le ambizioni imperiali del tiranno, quindi alla fine abbiamo vinto noi. Ma questa, appunto, è fantapolitica. Possibilità che le cose vadano malissimo con questo schieramento, direi 25%.

La seconda area è più rischiosa: il confine nord dell'Ucraina, quello con la Bielorussia. Questo libererebbe un gran numero di unità militari ucraine al momento stazionate a nord, a far la guardia in caso di attacco russo dalla Bielorussia. Quanti siano non è chiarissimo ma sono almeno 120.000, il che sarebbe un bel problema per i russi che se li ritroverebbero sugli altri fronti nel giro di pochi giorni. Questo potrebbe avere due grosse controindicazioni. La prima, un attacco preventivo russo dalla Bielorussia prima che le truppe NATO si schierino; la seconda, un attacco russo dalla Bielorussia a truppe NATO schierate, con tutte le conseguenze del caso. Possibilità che le cose vadano malissimo, 50-75%.

La terza area è la più rischiosa di tutte: intorno alla Moldavia e alla Romania, ovvero chiudendo la Transnistria e schierandosi nei porti ucraini del Mar Nero e del Danubio, dai quali partono non solo i mercantili ma anche i droni armati contro la flotta russa e la Crimea. Uno schieramento del genere sarebbe inaccettabile per la Russia, che non fa mistero di voler prendere il controllo anche di quella zona se non si arrivasse a una soluzione diplomatica che la soddisfi. Direi che la possibilità che le cose vadano malissimo in questo caso è del 75-99%. Diciamo pure 99,99%.

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01/03/2024

La Von der Leyen evoca la guerra alla Russia, la Germania la prevede

Come una pietra che rotola, in Europa dilagano gli apprendisti stregoni sulla guerra.

Dal Parlamento europeo al Reichstag alcuni leader sembrano aver imboccato la strada dell’escalation bellica contro la Russia come un treno senza freni. A peggiorare le cose ci sono poi le notizie che vengono dalla Transnistria e dalla Bielorussia.

Due giorni fa è stato Macròn ad evocare l’ipotesi di mettere sul campo in Ucraina i soldati dei paesi della Nato suscitando, per fortuna, scarsi entusiasmi.

Ieri in un discorso al Parlamento europeo di Strasburgo, che somiglia de facto ad una dichiarazione di guerra, la Von der Leyen ha dichiarato che “una guerra in seno all’Europa non è imminente, ma non è neppure impossibile”.

I rischi di una guerra non dovrebbero essere esagerati, ma bisogna prepararsi, ha affermato la presidente della Commissione europea, capofila dei guerrafondai nella Ue: “E tutto ciò inizia con l’urgente necessità di ricostruire, rifornire e modernizzare le forze armate degli Stati membri. L’Europa dovrebbe sforzarsi di sviluppare e produrre la prossima generazione di capacità operative vincenti. E di garantire che disponga della quantità sufficiente di materiale bellico e della superiorità tecnologica di cui potremmo aver bisogno in futuro. Il che significa potenziare la nostra capacità industriale di difesa nei prossimi cinque anni”, ha chiarito la von der Leyen.

A rendere più gravide di conseguenze le sue dichiarazioni belliciste, la presidente della Commissione Europea ha avanzato l’idea di finanziare gli acquisti e la produzione comune di armamenti europei con i fondi sequestrati alla Russia.

A Berlino intanto il governo tedesco ha elaborato un piano in quattro fasi in cui descrive come si svolgerebbe un attacco della Russia “contro la Nato e la Germania”. A riferirlo è il quotidiano “Bild, il quale afferma di aver visionato il documento preparato per il Bundestag dall’esecutivo federale a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina.

Pochi giorni fa era stato il Capo di Stato Maggiore della Bundeswher, Carsten Breuer, a dichiarare che entro cinque anni la Germania deve prepararsi alla guerra contro la Russia.

Il “Bild” scrive che nel piano denominato “Analisi del rischio per la protezione civile”, l’attacco russo contro l’ex repubblica sovietica viene descritto come “un cambiamento fondamentale nella situazione della sicurezza per tutta l’Europa”. Come Paese al centro del continente, la Germania è esposta a potenziali avversari. In questo scenario, un’azione offensiva di “un aggressore” contro il territorio della Nato e quello tedesco diviene “plausibile”.

Il documento ufficiale tedesco prevede una prima fase, in cui l’attaccante (la Russia ndr) attuerebbe campagne di disinformazione, soprattutto nei media e sui social network allo scopo “di dividere la popolazione, destabilizzare la società e minare la fiducia nella liberaldemocrazia”. Allo stesso tempo, potrebbero verificarsi attacchi informatici contro “computer e Internet”, nonché sabotaggi e attentati contro le “infrastrutture critiche”. Le operazioni verrebbero svolte “principalmente in segreto, affinché le singole azioni non vengano attribuite in maniera inequivocabile ad attori statali o che agiscono per conto di uno Stato”.

Nella seconda fase, truppe dell’aggressore, che “Bild” identifica nella Russia, manovrano ai confini della Nato, con l’Alleanza atlantica che reagisce inviando reparti sul proprio fianco orientale come deterrenza. Dal territorio interessato, iniziano a fuggire i primi residenti, mentre l’attaccante moltiplica le attività di spionaggio e sabotaggio, gli attacchi informatici e di altro genere al fine di ritardare i movimenti delle truppe della Nato. L’aggressore colpisce anche nello spazio, disattivando i satelliti del nemico.

In Germania, vengono poi attaccate strutture logistiche nei principali centri urbani come aziende chimiche, impianti idrici e centrali nucleari. In questa fase, l’aggressore potrebbe impiegare armi chimiche. Successivamente, attacchi selettivi colpirebbero obiettivi anche in Germania con armamenti convenzionali e mezzi non convenzionali. Nello spazio, numerosi satelliti verrebbero disturbati o distrutti.

La quarta fase prevede uno scenario di guerra con lo sfondamento della “Russia” nel territorio della Nato fino in Germania, dove i combattimenti si svolgerebbero “per terra, mare e aria”. Nello spazio, ha luogo per la prima volta “un conflitto su scala globale”. Durante la guerra, la Russia potrebbe impiegare armi chimiche e batteriologiche, nonché missili nucleari e bombe a impulso elettromagnetico. In particolare, come evidenzia il governo tedesco, “eventi reali negli ultimi anni” hanno dimostrato che la Russia è pronta a impiegare armi chimiche. Secondo l’esecutivo federale, infine, “è possibile osservare un aumento delle minacce con armi nucleari da parte del Cremlino”.

Mentre a Bruxelles e Berlino si evocano piani e scenari di guerra con la Russia, sul campo il conflitto rischia di estendersi ad altri teatri di prossimità, in primo luogo la Transnistria e la Bielorussia.

I rappresentanti della repubblica indipendente della Transnistria sì sono riuniti ieri per una sessione straordinaria del Congresso. Nei giorni scorsi si era diffusa la voce che «molto probabilmente», alla vigilia del discorso di Putin sullo stato della nazione, all’Assemblea federale, i ‘deputatì della Transnistria avrebbero chiesto di poter aderire alla Federazione Russa. Al momento la richiesta è più contenuta e sarebbe quella di chiedere “protezione alla Russia”.

Più a nord invece, secondo il giornale statunitense Politico un gruppo di fuoriusciti bielorussi denominato BYPOL e che opera dalla Polonia, avrebbe addestrato ufficiali e sabotato attivamente la Russia nella guerra contro l’Ucraina, il tutto in preparazione di un fantomatico colpo di Stato a Minsk contro Lukaschenko. “Abbiamo elaborato un piano e lo metteremo in atto al momento giusto”, ha detto l’ex ufficiale bielorusso Aliaksandr Azarau ai media belgi VRT.

A detta di Azarau, per garantire la sconfitta del presidente russo Vladimir Putin in Ucraina è necessario indebolire il governo guidato da Lukashenko. “Senza Putin non c’è Lukashenko”, ha detto. “Se l’Ucraina riesce a lanciare un’offensiva di successo, Putin non avrà più tempo per la Bielorussia”.

Al momento, dunque, le sparate di Macròn sembrano essere state stoppate mentre si registra troppa indulgenza sia verso i fomenti della Von der Leyen che verso la militarizzazione dell’economia tedesca.

I peggiori scenari da incubo si stanno palesando sotto i nostri occhi e proprio nel cuore dell’Europa. È un treno in corsa che va fermato, con ogni mezzo necessario.

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06/08/2023

Varsavia-Kiev: pan polacchi e servi della gleba ucraini


La Polonia continua a inasprire la tensione al confine con la Bielorussia, trasferendo a est nuove unità militari e veicoli blindati.

Nella società polacca è abbastanza popolare l’idea di ripristinare la “giustizia storica”, riappropriandosi dei “Kresy Wschodnie” i territori di Ucraina e Bielorussia occidentali – che nel periodo tra le due guerre facevano parte della Rzeczpospolita Polska del 1922-1939 e le cui popolazioni Varsavia aveva tentato in ogni modo, senza successo, di “polonizzare”.

Rischierà davvero Varsavia, sostenuta da Vilnius, un’avventura militare contro la Bielorussia, sapendo che Mosca interverrà a difesa dell’alleato?

L’allarme era stato lanciato dal presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko già nel 2020, al tempo dei “torbidi” che ebbero al centro la boldrin-quartapelliana Svetlana Tikhanovskaja.

Ma la Polonia, nota Vsevolod Šimov, non è uno stato così autonomo da poter agire senza il consenso di USA e UE e la «retorica occidentale sulla “integrità territoriale ucraina” e sulla “inviolabilità dei confini post-sovietici” agiscono non solo contro Mosca, ma anche contro Varsavia».

Inoltre, annettendo territori orientali, la Polonia amplierebbe la linea di contatto diretto con la Russia, oggi limitata al breve confine con Kaliningrad ed è improbabile che ciò contribuisca a rafforzare la sicurezza nazionale, sbandierata da Varsavia.

Per di più, i sentimenti nazionalistici che serpeggiano tra le persone strapazzano il governo per la particolare generosità (contributi per figli minori, per istruzione; pensione) dimostrata verso gli immigrati ucraini.

Lo scorso giugno, l’ufficiale Rzeczpospolita citava un’indagine sociologica, secondo cui la percentuale di polacchi a favore dell’assistenza ai rifugiati ucraini è scesa in cinque mesi dal 62 al 42%.

È così che, di contro, è balzato dal 6 al 15% un partito nazionalista e neo-pilsudskiano come Confederazione (Konfederacja Wolnosc i Niepodleglosc), tra i cui slogan c’è “Fermiamo l’ucrainizzazione della Polonia!” e che chiede che i profughi ucraini, se intendono vivere in Polonia, condannino i massacri banderisti di OUN-UPA del 1943.

Un esponente del partito, Janusz Korwin-Mikke, ha dichiarato che «Anche se in Russia fosse tutto mostruoso e vi regnasse il cannibalismo, sarei favorevole a buone relazioni con la Russia, perché ho paura del crescente potere dell’Ucraina e voglio avere un alleato alle spalle».

Le elezioni parlamentari d’autunno prospettano un’ulteriore avanzata di Confederazione che, d’altra parte, sembra distinguersi dai nazional-reazionari governativi di PiS, solo per un “euroscetticismo” di facciata.

Esponenti di Confederazione hanno preso parte alla conferenza di Varsavia sulla guerra, organizzata dal settimanale Myśl Polska, con partecipanti anche britannici, americani, rumeni.

Il “confederato” Grzegorz Braun ha detto che il coinvolgimento polacco nel conflitto in Ucraina è visto dal governo come una «possibilità di rinvio delle elezioni. La società polacca si sta stancando della prevalenza ucraina negli affari esteri e interni».

Secondo l’ex comandante USA in Iraq, Douglas Macgregor, «L’escalation è particolarmente pericolosa per la Polonia. Se verrà trascinata in uno scontro diretto con la Russia, gli USA non invieranno un solo reparto in aiuto. Abbiamo oltrepassato le linee rosse dei russi... L’Unione Europea sta sprofondando sempre più sul piano economico... Le conseguenze delle sanzioni sono state catastrofiche per l’Occidente».

È così che anche da parte della Varsavia ufficiale si tirano delle linee: dopo che Marcin Przydacz, capo dell’Ufficio presidenziale di politica internazionale, sulla scia del Ministro della guerra britannico Ben Wallace dopo il vertice di Vilnius, aveva detto che l’Ucraina dovrebbe «cominciare ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto per l’Ucraina» e, per questa ragione, Kiev aveva convocato l’ambasciatore polacco, ecco che il premier Mateusz Morawiecki ha replicato stizzito: «La convocazione dell’ambasciatore polacco al Ministero degli esteri ucraino non sarebbe mai dovuta avvenire. Considerata la portata del sostegno fornito dalla Polonia all’Ucraina, non dovrebbero verificarsi tali errori».

Dunque, anche per gli attriti dovuti alla decisione polacca di prorogare il divieto di importazione di prodotti agricoli ucraini a prezzi di dumping, secondo Gazeta Wyborcza, in autunno la competizione sarà per assicurarsi soprattutto il voto degli agricoltori: in Polonia, un buon 40% di popolazione rientra pur sempre nel settore agricolo.

Ma, osserva Elena Panina su News Front, da non sottovalutare nemmeno l’elemento femminile, tra le cui file, in particolare tra le donne fino a 30 anni di età, sono abbastanza acuti i sentimenti anti-ucraini. A livello ufficiale, comunque, è improbabile che la «strategica russofobia polacca sia inferiore all’antipatia tattica per i banderisti».

Così, la questione del grano rappresenta sì una “pugnalata alla schiena” inferta a Kiev, ma Varsavia non tralascia nemmeno occasione di urlare l’astio anti-russo.

Spinte da Varsavia, Ungheria, Bulgaria, Romania e Slovacchia hanno chiesto alla Commissione europea di prorogare il divieto di importazione di prodotti agricoli ucraini anche dopo il 15 settembre; ora, all’avvicinarsi della data di scadenza del divieto, è ancora la Polonia a incitare i vicini a bloccare congiuntamente il grano ucraino se la Commissione europea dovesse rifiutare la proroga fino a fine anno.

Da qui, come detto, la nevrastenica reazione ukro-golpista nei confronti di Marcin Przydacz e la replica altrettanto astiosa di Morawiecki. E dopo le parole, altrettanto rabbiose, del Ministro dell’Istruzione, Przemyslaw Czarnek – i polacchi sono i «maggiori alleati dell’Ucraina... aiutarli è nell’interesse del popolo polacco... Ma siamo alleati, non Freier» – dal tedesco-yiddish: “cliente di bordello” – ecco quelle della ex premier Beata Szydlo, secondo cui il governo «ucraino non esiste per giudicare e criticare ciò di cui parlano i polacchi... dovrebbe prendere a cuore le opinioni provenienti dalla Polonia».

Da qui, nota Vladimir Kornilov su RIA Novosti, traspare l’autentica natura degli sciovinisti polacchi, convinti dell’avverarsi dei loro sogni di una nuova Rzeczpospolita: parlano di “democrazia, amicizia, valori europei”, ma non appena il lacchè ucraino tocca il punto dolente dei pan polacchi, rispunta l’atteggiamento secolare verso gli ucraini, legato soprattutto ai “Kresy Wschodnie”, i “territori orientali”.

I pan polacchi, dice Kornilov, si considerano in diritto di «mandare al macello gli ucraini; ma basta che una parola di esasperazione risuoni dagli stessi ucraini, che subito “Schiavo, stai al tuo posto! Chi sei tu per criticare il tuo pan!”».

Chiaro che ora le due capitali tentano di mitigare i toni con l’argomento che gli attriti tra Polonia e Ucraina “fanno il gioco di Mosca”.

Con argomenti meno aspri, nella sostanza Varsavia dice comunque agli ucraini: «la vostra missione è combattere la Russia e morire. Ma dovete capire che non vi permetteremo di commerciare il grano e non perdoneremo il massacro della Volynia».

In ogni caso, come a Varsavia, in questi giorni, si è ricordato l’anniversario dell’insurrezione del 1944, coi soliti toni liberal-revisionisti sulla “sanguinaria malvagità di Stalin”, che avrebbe fermato di proposito l’avanzata dell’Esercito Rosso alle porte di Varsavia, così in Ucraina e fuori di essa si insiste sulla goebbelsiana vulgata del “golodomor” – anche questo, ca va sans dire, “staliniano” – ai danni del popolo ucraino e dalle pagine del Corriere si sproloquia che «riconoscere oggi l’Holodomor come genocidio è chiaramente un modo per esprimere solidarietà all’Ucraina».

A quella nazigolpista, però.

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02/08/2023

Guerra in Ucraina - Arriverà l’ordine USA per l’intervento polacco?

C’è un’espressione nella lingua russa che, nella situazione attuale, si adatta bene alla possibile evoluzione dei rapporti a est della Vistola: “pestare due volte lo stesso rastrello”.

Il riferimento è, ancora una volta, agli allarmi polacchi su un ipotetico attacco al “Suwalki Gap”, che in «due ore porterebbe le forze russo-wagneriane a Varsavia», come pretesto per tornare a “polonizzare”, a cent’anni di distanza, alcune regioni di paesi vicini.

Il vice primo-ministro polacco Jaroslaw Kaczynski, dalla frontiera polacco-bielorussa, ha parlato della costituzione di altre divisioni dell’esercito e di «vari tipi di apparecchiature elettroniche» da aggiungere alla recinzione che delimita la frontiera.

Il fatidico manico del “rastrello” che, pestato, arriva diretto in mezzo agli occhi, già per la seconda volta, non riguarda solo le reazioni russe a un intervento polacco in Ucraina occidentale, come paventa l’intelligence russa.

Da mesi, il Ministro della difesa Mariusz Blaszczak pianifica il dislocamento di nuove unità militari nel Voivodato di Podlaski, al confine con la Bielorussia. Viene accelerata la realizzazione di una ferrovia militare veloce (finanziata dalla UE) dalla Polonia alla Lituania; annunciata la costruzione di una superstrada da Bialystok al confine lituano fino a Suwalki che, secondo Blaszczak, ha destinazione militare.

Blaszczak ha annunciato anche lo schieramento, entro fine 2023, di un battaglione di genieri nell’area di Augustow, sempre per “rafforzare il confine orientale” e mettere in sicurezza il corridoio di Suwalki.

«La Polonia sta attivamente preparando i cittadini alla guerra con la Russia. I campi di addestramento sono sovraffollati», scriveva a fine 2022 il giornale del Dipartimento della guerra USA Stars and Stripes.

Centinaia di migliaia di riservisti polacchi, tra i 18 e i 58 anni, sono tenuti a seguire corsi di preparazione bellica e il modo più semplice per sottrarsi alla mobilitazione, scrive la polacca Niezależny Dziennik Polityczny, è quello di lasciare la Polonia: la «fuga di uomini in età militare è già diventata un fenomeno di massa».

Secondo il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko, una Brigata polacca è già dislocata a 40 km da Brest e un’altra a un centinaio di chilometri da Grodno. La risposta russo-bielorussa, come annunciato da Minsk a fine 2022, è stata l’avvio di esercitazioni a combattimenti urbani in uno dei campi di addestramento bielorussi.

Sulla russa Fond Strategiceskoj Kul’tury, Vladimir Prokhvatilov ricorda come le mosse di Varsavia rientrino nella strategia yankee a lungo termine, per la creazione di infrastrutture militari agli immediati confini russi.

Nel 2014, infatti, il famigerato direttore della Stratfor, George Friedman, riconosceva l’impossibilità, allora, di uno scontro diretto NATO-Russia per il solo motivo dell’assenza di adeguate infrastrutture NATO in Europa orientale e Ucraina.

Ora questa carenza è colmata e, tra l’altro, di piani polacchi per un’operazione in Bielorussia tesa a coinvolgere la NATO nel conflitto in Ucraina, ha parlato anche l’ex analista della CIA Larry Johnson, in un’intervista al canale Dialogue works: «proprio ora», ha detto, si prende coscienza della disfatta ucraina.

Non si può più fingere che il regime di Kiev stia vincendo e, in un impeto di disperazione, la Polonia tenta di coinvolgere la NATO.

Dunque, Varsavia continua la corsa a dotarsi del «più forte esercito di terra europeo», con un bilancio di guerra balzato dai 11-12 miliardi di dollari del 2022, ai 20 del 2023. Il 27 luglio, i media polacchi, citando Korea Times, hanno scritto della richiesta polacca a Seoul di un prestito di 15,6 miliardi di dollari per l’acquisto di armi coreane: 48 caccia leggeri FA-50, oltre 600 complessi di artiglieria semovente K9, un migliaio di carri armati K2 e circa 300 lanciarazzi multipli K239, analogo al HIMARS.

Questi mezzi, vanno ad aggiungersi ai 20 sistemi HIMARS (dei 500 in programma) già ricevuti dagli USA e alle due batterie di “Patriot”, in attesa di altre quattro. Nei piani, rientrano anche altri 200 tank “Abrams” (42 nel 2023), 96 elicotteri “Apache”, caccia F-35, oltre alla cinquantina di F-16 già in dotazione.

Nell’ottobre 2019, il “think tank” neoconservatore americano Jamestown Foundation aveva pubblicato un rapporto che, a dispetto del titolo – Come proteggere i paesi baltici – trattava di operazioni offensive NATO su vasta scala contro Russia e Bielorussia, scrivendo che «bisogna prima di tutto risolvere la questione di Kaliningrad», da occupare con truppe polacche e americane, trasformandola in una regione della Polonia.

In ogni caso, la maggior parte degli osservatori polacchi, concorda sull’ovvia considerazione che, senza ordini d’oltreoceano, Varsavia non intraprenderà nulla di avventuristico contro la Bielorussia, e tantomeno contro la Russia.

Dice più o meno questo anche il filosofo politico Radoslaw Czarniecki e aggiunge che le prossime presidenziali americane rappresentano un buon deterrente per convincere Washington a una qualche svolta verso la politica interna, così che il “pericolo di guerra” si attenuerà.

Secondo l’analista Konrad Rankas, però, sentito da Ukraina.ru, una guerra polacco-russa costituisce purtroppo uno scenario reale, e Varsavia potrebbe avviarla sia in Bielorussia che in Ucraina; e se anche non crede in un’azione volta a ripristinare il dominio polacco sui “Kresy Wschodnie”, Rankas dice che ciò non significa che in Ucraina occidentale «non possano comparire un esercito polacco e un’amministrazione polacca. L’idea di una “unione polacco-ucraina”, chiamata in Polonia “Ukro-Polin”, è tuttora vista come un “piano B” in caso di rapido crollo del regime a Kiev e uscita dell’Ucraina dalla guerra. “Ukro-Polyn” garantirebbe la sua continuazione, facendo affidamento almeno sulla “Piccola Polonia orientale” (Galizia) e Volynia».

Czarniecki ritiene comunque che la crescente preoccupazione per la minaccia di un conflitto nucleare globale non solo renda improbabile uno scontro armato tra Russia e Polonia (e quindi NATO), ma potrebbe anche portare a una cessazione delle ostilità in Ucraina.

Ma c’è anche chi teme davvero un coinvolgimento diretto di Varsavia nel conflitto in Ucraina, non solo perché spinta dagli USA, ma anche per gli interessi pre-elettorali della coalizione di governo. Così, Niezalezny Dziennik Polityczny vede nella recente visita di Blaszczak a Washington la ricerca del via libera yankee.

Il 18 luglio, Blaszczak era alla base del V Corpo (durante la Guerra fredda, rispondeva al comando USA nel cosiddetto “Fulda Gap”, in Germania occidentale) dell’esercito americano a Fort Knox, dove ha preso parte all’entrata in carica del vice comandante di questa struttura, il generale polacco Maciej Jablonsky, il che evidenzia la destinazione del Corpo alle operazioni in Polonia.

Secondo Jacek Tochman, che ne scrive sullo stesso giornale polacco, l’attivismo bellicista di Varsavia deriva dal fatto che molti alleati di Kiev, e soprattutto la Casa Bianca, sono sempre più insoddisfatti della mancanza di risultati positivi della controffensiva ucraina; così che, «con un alto grado di certezza, possiamo affermare che nel prossimo futuro inizierà la parte successiva del piano americano, in cui il ruolo principale non sarà svolto dall’Ucraina, ma dalla Polonia!».

In generale, conclude Dmitrij Minin, ancora su Fond Strategiceskoj Kul’tury, la questione è che, a differenza degli Stati Uniti, in cui «ci si attende una perdita di consenso per il coinvolgimento diretto in una guerra, in Polonia, al contrario, per la psicosi nazionale ci si aspetta una crescita di consenso e ciò potrebbe spingere i reazionari di PiS ad azioni dirette».

Così che la combinazione di fattori esterni e interni crea un serio pericolo di guerra, con il possibile intervento diretto polacco.

Vaneggianti deliri e oblio di mente ottenebrata e malvagità e lacrime e rabbia e sete di strage, canterebbe Ovidio.

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01/07/2023

Diventano concrete le mire polacche sull’Ucraina

I lettori non ce ne vogliano: tocca di nuovo trattare della Polonia e delle sue mire sui cosiddetti “Kresy Wschodnie”, quei territori oggi ucraini che Varsavia non ha mai spesso di considerare propri, nemmeno nel periodo della Repubblica popolare, pur dovendo allora uniformare il proprio linguaggio ufficiale alla comune narrativa dell’ex campo socialista.

Se appena poche settimane fa erano stati i vaneggiamenti (per quanto, da prendere abbastanza seriamente) dell’ex segretario della NATO Anders Fogh Rasmussen, ora è la volta dei “timori” espressi dai nazionalisti polacchi per la ridislocazione in Bielorussia di alcune migliaia di uomini della “Wagner”.

Così, Varsavia ora non tenta nemmeno di minimizzare i propri piani di intervento su quell’area dell’Ucraina nordoccidentale direttamente confinante con la Bielorussia, che rimane tutt’oggi una delle maggiori “pietre d’inciampo” nei rapporti polacco-ucraini: la Volynia, teatro di stragi di decine di migliaia di civili polacchi da parte dei nazionalisti ucraini di OUN-UPA, nel 1942-’43.

A parlare direttamente della necessità di “rafforzare le difese”, è stato questa volta il leader del partito di governo Diritto e Giustizia, Jaroslav Kaczynski – gemello del defunto ex presidente polacco Lech Kaczynski – denominato da quelle parti, per la sua influenza politica, “Naczelnik Polski” (Capo della Polonia), alla maniera del vecchio dittatore Jozef Pilsudski, e da poco rientrato nei ranghi governativi con la carica di vice Primo ministro.

Ed è stato proprio Kaczynski, e non il Primo ministro Mateusz Morawiecki, a esporre il 28 giugno i risultati della riunione del Comitato governativo per la sicurezza. Nell’occasione, ha dichiarato che Varsavia si trova ora di fronte a «nuova situazione in Bielorussia: la presenza del gruppo “Wagner”. Pensiamo che si tratti di circa 8.000 soldati.

È un elemento pericoloso per l’Ucraina, potenzialmente pericoloso per la Lituania e forse pericoloso anche per noi... In relazione a ciò, è stato deciso il rafforzamento delle nostre difese alla frontiera orientale, sia con misure temporanee, sia con altre che assumeranno carattere permanente»
.

Questo veniva detto a Varsavia, nel momento in cui i presidenti polacco e lituano, Andrzej Duda e Gitanas Nauseda si incontravano a Kiev con il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij e, nell’occasione, oltre le questioni formali di rappresentanza e di coordinamento per il prossimo vertice NATO a Vilnius, si è quasi sicuramente parlato dell’introduzione ufficiale di reparti polacchi in Volynia.

D’altronde, era stato proprio pan Kaczynski che da Kiev, nel marzo 2022, aveva parlato di dispiegamento di “forze di pace NATO” in Ucraina. Qualcuno vi aveva scorto un serio pericolo di scontro diretto NATO-Russia e si era allora optato per una brigata lituano-polacca-ucraina (LITPOLUKRBRIG) che, in rappresentanza del cosiddetto “Triangolo di Lublino”, sin dal 2016 agisce nel quadro di operazioni “umanitarie” ONU, UE e NATO.

Concretamente, nota però Oleg Khavic su Ukraina.ru, dei reparti che fanno parte della Brigata, il battaglione lituano è concentrato sul “Suwalski gap”, mentre il battaglione ucraino è impegnato, con l’80° Brigata di cui fa parte, sul fronte di Artëmovsk. Così che, per la Volynia, non rimangono che i reparti polacchi.

Di fatto, sono in allestimento due nuove Brigate, ognuna composta di tre battaglioni, due dei quali composti da polacchi e il terzo misto polacco-ucraino, con comando polacco e personale ucraino addestrato in Polonia. Le due Brigate sono equipaggiate con materiale NATO, trasferito nell’area di Rzeszow e Lublino durante le manovre “Defender Europe 23”.

A partire dallo scorso 12 giugno, nell’ambito delle manovre “Anakonda-23”, i battaglioni hanno condotto esercitazioni sperimentali FEX (Field Experimentation Exercise), con una nuova struttura organizzativa (Future Task Force), per testare la loro preparazione alla missione prevista.

In sostanza, le nuove unità, dovrebbero prendere il controllo delle aree di Kovel’, Sarny e Vladimir; il comando di Brigata sarà a Lutsk: di fatto, un distretto militare rafforzato polacco nella Volynia (per ora) ucraina.

Finora, la dislocazione di tali forze era prevista per l’autunno; con ogni evidenza, l’arrivo dei reparti “Wagner” in Bielorussia ha accelerato i tempi. A detta di “Naczelnik Polski”, si dovrebbe cominciare già dopo il vertice NATO del 11-12 luglio.

E mentre mette a punto i propri (con benestare USA-NATO) piani sull’Ucraina, Varsavia è pronta ad accogliere i sistemi di difesa anti-aerea e anti-missilistica americani, uno dei maggiori punti d’attrito con Mosca, ma passo “naturale” di Washington, sulla strada della trasformazione della Polonia in principale piazzaforte NATO in Europa.

Già nel 2008, alla riunione del Consiglio Russia-NATO, Vladimir Putin aveva ricordato come Mosca avesse dismesso le proprie basi a Cuba e in Vietnam, arretrato le armi pesanti dalla parte occidentale della Russia e “in cambio” avesse ricevuto basi NATO in Romania e Bulgaria, sistemi anti-missilistici in Polonia e Rep. Ceca, ecc.

Le nuove forniture yankee a Varsavia, secondo la Reuters, comportano una spesa di 15 miliardi di dollari, destinati dal bilancio USA a Raytheon e Lockheed Martin, per 48 lanciatori “Patriot”, con relativi 644 missili e attrezzature correlate.

Non a caso, da tempo Varsavia proclama di voler dar vita al più potente esercito d’Europa, portando il numero di militari a trecentomila unità, con un bilancio di guerra che raggiunge il 4% del PIL; procede a ritmo accelerato all’acquisto di mezzi, dagli aerei, ai sistemi “HIMARS”, ai carri “Abrams”, artiglierie semoventi e altri mezzi dalla Corea del Sud e, più di recente, hanno cominciato ad arrivare in Polonia i nuovi sistemi americano-norvegesi “NASAMS”.

Come risposta, a Mosca si pensa al dispiegamento, nelle aeree occidentali del paese, di missili ipersonici “Kinžal” e “Iskander”.

Come raccontava l’Enea virgiliano: «né luminosa di luce siderea era l’aria, ma sul cielo fosco eran nubi».

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30/06/2023

Guerra in Ucraina - Il Cremlino prova a “normalizzare” la crisi. Kiev delegittima Putin sui negoziati

Per l’ex capo della Cia “Putin deve guardarsi le spalle”

Il presidente russo Vladimir Putin "ora deve guardarsi le spalle”. È quanto afferma l’ex capo del Pentagono e poi della Cia Leon Panetta in una intervista a Repubblica Sulle conseguenze della tentata insurrezione di Prigozhin, Panetta osserva che: “Non bisogna mai sottovalutare Putin, perché è un ex colonnello del KGB, è stato a lungo al potere e sa come sopravvivere, però credo che ora debba guardarsi le spalle”. Come prima cosa, “ha evidenziato spaccature molto gravi all’interno del regime. Poi Putin ha detto che Prigozhin è un traditore, ma almeno finora non lo ha punito, perché evidentemente non si sente pronto a farlo o non lo ritiene conveniente. Questo è un grave segnale di debolezza, che in una monarchia assoluta invita i suoi avversari ad approfittarne per attaccare il re”.

Lukashenko. “L’Occidente colpirà i nostri punti dolenti”

Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha affermato che il tentativo di ammutinamento della compagnia militare privata Wagner darà l’opportunità all’Occidente di colpire nei punti dolenti Russia e Bielorussia. “Affrontiamo il peggio, stiamo attraversando tempi difficili”, riferisce l’agenzia di stampa bielorussa BelTA. “I funzionari occidentali trarranno sicuramente alcune conclusioni dalla marcia di Wagner su Mosca” – ha affermato Lukashenko – “Coordineranno il loro lavoro, si concentreranno e colpiranno nei punti più dolenti”.

Il presidente bielorusso intanto ha firmato la legge sulla ratifica del protocollo all’accordo con la Russia sul gruppo di forze militare regionale.

Il protocollo è stato firmato dai ministri della difesa dei due paesi, Viktor Khrenin della Bielorussia e Sergey Shoigu della Russia. Il documento è volto ad adeguare il quadro giuridico per la cooperazione bilaterale in ambito militare. Specifica la procedura di pianificazione e le misure finanziarie per garantire il funzionamento del gruppo di forze regionale.

Il 10 ottobre 2022, il presidente bielorusso Alexander Lukashenko aveva annunciato la formazione di un gruppo di forze regionale composto al suo interno da militari bielorussi, in base al suo accordo con Mosca. Le prime unità russe sono arrivate in Bielorussia a metà ottobre. Dopo i colloqui con Lukashenko a Minsk il 19 dicembre 2022, il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che Mosca e Minsk continueranno la pratica delle esercitazioni congiunte, anche all’interno del gruppo di forze regionale. All’inizio di gennaio, il ministero della Difesa bielorusso ha affermato che il gruppo regionale era rafforzato e pronto a difendere lo Stato dell’Unione.

Il Cremlino al lavoro per normalizzare la compagnia Wagner

Secondo il Wall Street Journal, che cita funzionari anonimi e “disertori” della milizia russa, nelle ore successive alla rivolta di Progozhin il viceministro degli Esteri russo, Andrej Rudenko, è volato a Damasco per consegnare personalmente un messaggio al presidente siriano Bashar al Assad: le forze del gruppo Wagner nel Paese non opereranno più in quel Paese in maniera indipendente. Il ministero degli Esteri russo avrebbe riferito telefonicamente lo stesso messaggio al presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadera, Mosca avrebbe inoltre assicurato al presidente che la crisi dello scorso sabato non arresterà l’espansione della presenza russa in Africa. Nei giorni scorsi – prosegue il Wall Street Journal – aerei governativi russi hanno fatto la spola dalla Siria al Mali, un altro dei teatri internazionali della presenza della compagnia Wagner.

Il Wall Street Journal stima che circa 6mila mercenari e dipendenti del gruppo Wagner operino attualmente al di fuori del territorio di Russia e Ucraina, svolgendo una molteplicità di funzioni più o meno legali e regolamentate: da servizi di protezione e difesa di siti minerari, petroliferi e industriali, a operazioni militari contro gruppi islamisti a fianco delle forze armate siriana e di diversi Paesi africani.

Negoziati di pace. Il Cremlino apre, Kiev chiude

Il cardinale Zuppi, segretario della CEI, sta lavorando ad una “missione di pace” facendo la spola tra Kiev e Mosca. Finora non è trapelato molto sui risultati di questa visita. L’inviato speciale del Papa, il cardinale Matteo Zuppi, ha visitato la Russia con proposte per risolvere il conflitto ucraino, riporta l’agenzia russa Ria Novosti, sebbene non siano stati raggiunti risultati concreti dalle parti, “gli esperti ritengono che questa e altre iniziative simili costituiranno alla fine la base per una cessazione delle ostilità”.

In un’intervista al network Russia Today, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato che la Russia era e rimane pronta a discutere qualsiasi iniziativa di pace.

Ha osservato che diversi paesi hanno espresso la loro intenzione di agire come mediatori per risolvere la crisi ucraina, comprese le iniziative della Cina, del Vaticano e dei paesi africani. Peskov, riferendosi alle parole di Putin, ha affermato che ora si stanno formulando iniziative specifiche e la Russia rimane aperta a discutere eventuali proposte.

Dall’Ucraina arriva l’ennesima doccia gelata sulle possibilità di un negoziato

“Abbiamo già ripetuto che non ha senso prendere iniziative che non portino alla fine della guerra a condizioni eque, bensì congelino il conflitto. Ciò condurrebbe alla ripresa della guerra nel futuro. Ecco il motivo per cui sosteniamo unicamente i passi di chi non va oltre la formula della pace avanzata da Zelensky” ha dichiarato Il consigliere presidenziale ucraino Podolyak, vera e propria anima nera dello staff di Zelenski.

“L’Ucraina – aggiunge – non ha bisogno di essere persuasa a porre fine alla guerra, non l’abbiamo iniziata noi, le chiavi si trovano al Cremlino e le mediazioni devono partire da lì: occorre che i russi abbandonino le terre occupate. Credo che il Vaticano possa coordinare il monitoraggio delle condizioni di detenzione e di ritorno dei prigionieri ucraini e dei bambini deportati in Russia”.

Quanto a Putin, secondo Podolyak “Emerge un leader debole a capo di un sistema di potere fragile e questo stravolge la tesi di chi pensava che la guerra dovesse finire con la sconfitta russa. Ciò per il fatto che sono a rischio gli arsenali nucleari di un Paese dove diversi attori oscuri stanno già pensando alla redistribuzione del potere. Ormai è iniziato il caos interno. Putin ha perso il controllo, il re è nudo. Dunque, il mondo democratico dovrebbe comprendere che non è più lui il partner con cui negoziare”.

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29/06/2023

Guerra in Ucraina - La controffensiva langue. Polonia e Baltici preoccupati per la Wagner in Bielorussia

Qui di seguito un aggiornamento delle notizie dal fronte di guerra basato su fonti russe, ucraine e statunitensi.

L’esercito russo ha respinto un attacco delle truppe ucraine nella direzione di Zaporozhye. Lo ha detto a RIA Novosti Oleg Cechov, capo del centro stampa del gruppo Vostok. “Nella direzione di Zaporozhye, le unità avanzate del gruppo di truppe Vostok, con il supporto dell’artiglieria, hanno respinto un attacco nemico nell’area di Malaya Tokmachka. Il fuoco dell’artiglieria ha distrutto i veicoli ucraini che hanno cercato di attaccare con forze fino a un plotone in direzione Novodanilovka e Lugovoi”, ha riferito la fonte.

Sempre secondo quanto riporta RIA Novosti le truppe ucraine stanno cercando di avanzare sulla sporgenza Vremevsky e hanno anche lanciato una nuova offensiva vicino al villaggio di Rabotino in direzione Orekhovsky. L’aviazione russa ha bombardato i concentramenti ucraini nella direzione di Orekhovsky.

A Melitopol, sempre nella regione di Zaporozhye, il sistema di difesa aerea russo è dovuto entrare in funzione per incursioni ucraine dal cielo, riferiscono le autorità cittadine sul canale Telegram. Una “serie di esplosioni” si sono verificate nella città di Melitopol occupata dai russi, secondo Vladimir Rogov, un collaboratore dell’amministrazione dell’oblast di Zaporizhzhia.

Il portavoce del comando orientale ucraino, Serhii Cherevatyi, riferisce che le forze armate ucraine sono avanzate fino a 1.400 metri in vari settori della linea del fronte nell’ultimo giorno, ma Cherevatyi non ha nominato le aree esatte. Nel frattempo, il 27 giugno il vice ministro della Difesa Hanna Maliar ha riferito che le forze ucraine sono gradualmente avanzate sui fianchi di Bakhmut negli ultimi quattro giorni.

In una intervista al Financial Times il ministro della Difesa ucraino, Oleksiy Reznikov ha affermato che “I recenti e modesti successi ucraini contro le forze russe sono solo una ”anteprima” di una controffensiva molto più grande: l’evento principale dell’attacco deve ancora arrivare e quando accadrà, lo vedrete tutti… Tutti vedranno tutto”.

Intanto l’agenzia ucraina Unian – su fonte dello Stato Maggiore ucraino – riferisce che le forze armate russe hanno tentato ieri senza successo di attaccare cinque insediamenti ucraini in quattro direzioni. “Il nemico continua a concentrare i suoi sforzi principali nelle direzioni Lymansk, Bakhmut e Marynka, dove continuano pesanti battaglie. Durante la giornata (di ieri, ndr) si sono verificati oltre 30 scontri”, si legge nel rapporto. In particolare, in direzione Lyman, i russi hanno effettuato azioni offensive senza successo nella direzione di Belogorovka. Inoltre, nella direzione di Bakhmut hanno effettuato operazioni offensive senza successo nell’area di Orekhovo-Vasilyevka.

Il think thank statunitense Institute for the Study of War così sintetizza la situazione sul campo: “Fonti ucraine e russe hanno riferito che le forze ucraine hanno continuato le operazioni di controffensiva sui fianchi settentrionale e meridionale di Bakhmut. Il portavoce dello stato maggiore ucraino Andriy Kovalev ha dichiarato che le forze ucraine hanno condotto con successo operazioni offensive a sud di Velyka Novosilka vicino al confine amministrativo dell’oblast di Donetsk-Zaporizhia e a sud di Orikhiv nell’oblast di Zaporizhia occidentale. Fonti russe hanno affermato che le forze ucraine hanno condotto attacchi di terra a sud e sud-est di Velyka Novosilka, e un importante milblogger ha affermato che le forze ucraine hanno ottenuto ulteriori guadagni a sud di Rivnopil (10 km a sud-ovest di Velyka Novosilka) dopo aver catturato l’insediamento il 26 giugno. Il funzionario dell’occupazione dell’oblast di Zaporizhia Vladimir Rogov ha affermato che le forze ucraine hanno condotto contrattacchi a sud di Orikhiv per riconquistare le posizioni perse”.

Dalla sintesi di queste notizie dal fronte, sia di fonte russa che ucraina e statunitense, emerge che le forze armate russe non si stanno solo difendendo ma attaccano, nel contempo la controffensiva ucraina ottiene solo successi marginali.

Polonia e Repubbliche Baltiche preoccupate dalla Wagner in Bielorussia

Il presidente polacco Andrzej Duda ha affermato che è necessario rafforzare il fianco orientale della NATO negli Stati baltici e in Polonia a causa del dispiegamento delle truppe Wagner in Bielorussia.

“È in corso il ridispiegamento de facto delle forze russe, il Gruppo Wagner, in Bielorussia, insieme al suo capo Yevgeny Prigozhin. Questi sono segnali molto negativi per noi”, ha detto Duda il 27 giugno.

Anche la Lettonia e la Lituania hanno espresso preoccupazione per il ridispiegamento della Wagner, poiché entrambe confinano con la Bielorussia.

Il gruppo di monitoraggio bielorusso Belarusian Hajun ha confermato che l’aereo privato di Prigozhin era atterrato all’aeroporto militare di Machulishchy vicino a Minsk.

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28/06/2023

Le grida “d’allarme” lituane anticipano i reali piani NATO


Il 26 giugno, nel corso della visita a Vilnius per le manovre NATO “Griffin Storm 2023”, il Ministro della guerra tedesco Boris Pistorius ha annunciato l’intenzione di dislocare in Lituania, su base permanente, ulteriori quattromila uomini – oltre gli 800 presenti dal 2017 – per rafforzare il fianco est della NATO.

Il presidente lituano Gitanas Nauseda ha assicurato che Vilnius, entro il 2026, appronterà tutto il necessario (caserme, logistica e altro) per la permanenza della brigata tedesca.

Pochi giorni prima, il Ministro della guerra lituano, Arvydas Anusauskas aveva espresso a una delegazione del Senato USA, l’interesse lituano a rendere permanente anche la presenza dei 500 soldati yankee che dal 2019 si alternano nel paese.

Persino alcuni osservatori occidentali considerano il passo tedesco come «una lenta marcia verso un potenziale futuro scontro diretto della NATO con la Russia».

La Polonia accresce il dispiegamento di mezzi e uomini attorno a Kaliningrad, scrive Evgenij Umerenkov su Komsomol’skaja Pravda, e ora si rafforza la presenza NATO nei Paesi baltici, attuata sinora a rotazione coi “Battaglioni plurinazionali”, cui partecipa anche l’Italia, dispiegati a partire dal 2017.

A parere dell’esperto militare Aleksandr Nosovič, la decisione tedesca fa il paio con la dislocazione di sistemi HIMARS nell’area di Danzica: tali passi, uno dopo l’altro, dovranno prima o poi portare a un punto, oltre il quale o si dà il via al processo inverso, oppure allo scontro armato diretto.

Per ora, Polonia e Lituania stanno continuando sulla strada dell’accerchiamento di Kaliningrad: ci sono «americani, tedeschi, francesi. Con una tale concentrazione di forze su entrambi i lati delle frontiere della regione, tutto questo non può che concludersi molto male».

Anche se l’iniziativa, di solito, proviene formalmente da Vilnius e Varsavia, dice Umerenkov, il fatto che la NATO la sostenga rientra nei piani USA, che vanno avanti da «venti anni, di posizionarsi alle nostre frontiere».

Quando, nel 2004, con l’ennesimo allargamento della NATO, i Paesi baltici entrarono nell’Alleanza atlantica, era già chiaro l’obiettivo di trasformarli in un avamposto NATO: non a caso, ancor prima del 24 febbraio 2022, Washington e Bruxelles strepitavano sulla “necessità di difendere i Baltici”, perché la terza guerra mondiale “comincerà con l’aggressione russa alle democrazie baltiche”.

Ora poi, che i reparti della “Wagner” sono acquartierati in Bielorussia, si sarebbero accresciuti i pericoli per “la libertà di Polonia e Lituania”.

Tra l’altro, nella questione Bielorussia-Polonia-Lituania, non è fuori luogo ricordare quello che la NATO considera il punto debole del proprio fianco orientale, il cosiddetto “Suwalki gap”, l’ipotetico corridoio terrestre lungo circa 100 km, in grado di collegare il territorio bielorusso alla regione di Kaliningrad.

Se questo “corridoio” finisse sotto pieno controllo russo e bielorusso, l’intera regione baltica si troverebbe in una “sacca”. Dunque, dice Nosovič, non sarebbe male che i tedeschi, prima di dislocare reparti della Bundeswehr in Lituania, riflettessero sulla faccenda; «d’altra parte, se la NATO sta lentamente muovendo verso una guerra diretta con la Russia, nemmeno questa considerazione la fermerà».

La russa RT ricorda che il 26 giugno, oltre a Pistorius, era presente a Vilnius anche Jens Stoltenberg, il quale avrebbe detto che al prossimo vertice della NATO, in programma proprio a Vilnius tra un paio di settimane, si discuterà del passaggio dal solo pattugliamento aereo sui Paesi baltici – attuato a rotazione: dallo scorso marzo sono di scena caccia tedeschi e britannici – al sistema di difesa antiaerea e antimissilistica su rotazione, con la dislocazione, anche in Estonia e Lettonia, di sistemi tedeschi IRIS-T SLM.

Ma, si sa, è la Russia che si sta muovendo verso ovest. No?

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06/04/2023

Crescono le mire polacche sull’Ucraina

Mentre Vladimir Zelenskij arriva su un vagone d’oro a Varsavia, in quello che è ufficialmente l'hub degli “aiuti” militari occidentali a Kiev, nessuno pare ormai nascondere che ci sia una certa “stanchezza” nel campo dei curatori occidentali dell’Ucraina nazi-golpista.

Le forniture di armi – per la maggior parte datate – alle truppe di Kiev, che sono servite e servono a ripulire gli arsenali di molti paesi NATO dal “ferro vecchio” per far posto alle appetitose commesse di nuove tecnologie di distruzione, sembrano pian piano esaurire il proprio compito.

In diverse alte sfere militari occidentali non si fa mistero dell’augurio che, a questo punto, sarebbe preferibile che la fantomatica “controffensiva” ucraina di primavera non cominciasse nemmeno (o, peggio, cominciasse subito, così da chiudere al più presto il discorso ucraino) per evitare altre figuracce che finirebbero ai danni di quelle stesse armi occidentali.

L’ulteriore allargamento della NATO alla Finlandia (di cui si parla diffusamente in altra parte del giornale) pare inoltre aver allentato in buona parte l’interesse per l’Ucraina. Lo aveva detto anche il neo Presidente ceco, Petr Pavel, che il conflitto in Ucraina, proprio in ragione delle forniture (e delle carenze) di armi, non può durare più a lungo.

Insomma: nessuno crede che, dietro le quinte, non ci si stia muovendo – e probabilmente da tempo – per venire a capo della questione, cercando in qualche modo di salvare, se non tutta la faccia, almeno la bocca, per potersi poi vantare di qualcosa per cui, in realtà, ci si è sinora mossi nella direzione contraria.

D’altronde, è addirittura quello che è forse il più vecchio (tra quelli oggi in circolazione) e uno dei più autorevoli media polacchi, Mysl Polska, a dirsi sicuro della vittoria... russa.

Antoni Koniuszewski scrive infatti su Mysl Polska che la lotta tra Russia e Occidente in Ucraina è «una lotta a morte, in cui ci si gioca di tutto, soprattutto per Mosca. Evidentemente, alla Russia non avevano lasciato altra scelta. Dopo la vittoria sul Terzo Reich, era maturata a lungo la contrapposizione tra gli alleati. Tuttavia, la “guerra fredda” si è protratta molto e solo nel XXI secolo è successo quello che doveva accadere da tanto tempo».

In ogni caso, a parere di Koniuszewski, tanto Kiev quanto Varsavia non rivestono che un piccolo ruolo internazionale; a dispetto delle pretese di grandezza polacche e dei suoi appetiti territoriali, aggiungiamo noi.

E allora, cosa fa Zelenskij a Varsavia? Di cosa discute col Presidente polacco Andrzej Duda, a parte le informazioni ufficiali rilasciate alla stampa «sugli sviluppi della situazione in prima linea ucraina, sul sostegno internazionale e sulla cooperazione economica» (Ag. Nova)?

Già un paio di giorni fa, sul quotidiano Rzeczpospolita, l‘ex comandante delle forze di terra polacche ed ex vice Ministro della difesa, Waldemar Skrzypczak, aveva espresso l’opinione che Vladimir Zelenskij potesse presto recarsi a Varsavia per prepararsi ai negoziati con Mosca.

«Credo che si tratti del primo di una serie di viaggi», aveva detto Skrzypczak; «Zelenskij ha bisogno di cominciare a creare intorno a sé un’atmosfera di sostegno politico. Egli è in possesso della forza militare, ma ora, quando si avvicina la fine del conflitto, a mio parere, lui ha bisogno proprio dell’appoggio politico».

Su questo giornale si è detto più volte delle mire, anche abbastanza palesi, di Varsavia nei confronti dei vicini ex-sovietici, Ucraina e Bielorussia. Presentarsi ora quale principale “portavoce” delle linee atlantiche sul tema ucraino, evidentemente, agli occhi polacchi può costituire un passo avanti per reclamare anche ufficialmente alcuni “diritti storici”.

Forse è proprio su questo, piuttosto che per «per prepararsi ai negoziati con Mosca», che Zelenskij e Duda si incontrano. Dicono infatti alla redazione di RuBaltic.ru che Varsavia è la penultima capitale «dove potrebbe recarsi Zelenskij per consigliarsi sui colloqui con la Russia. Concordare le condizioni per i colloqui di pace, Zelenskij può soltanto con un paese, gli USA. Coi polacchi, Zelenskij può parlare solo dell’allargamento degli aiuti militari e di una nuova escalation».

In effetti, notano a RuBaltic, l’Ucraina è talmente importante per Washington, ha un così alto significato geostrategico, che non si porrà mai il suo passaggio sotto controllo polacco.

Sta di fatto, però – come nota il polonista Stanislav Stremidlovskij – che già lo scorso anno l’ex Ministro degli esteri polacco, Radoslaw Sikorski, aveva apertamente dichiarato che, dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, Varsavia non era affatto convinta che il regime di Kiev potesse reggere all’urto e si stava quindi preparando a un possibile ingresso in Ucraina occidentale, in quelli che i polacchi chiamano “Kresy Wschodnie”. Tesi ripetuta anche qualche settimana fa.

Dopo i recentissimi colloqui tra il Presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko e il direttore dell’Intelligence estera russa Sergej Nariškin, durante i quali a farla da padrone era stata proprio la “questione polacca”, a Mosca si era detto che, appunto, la maggiore attenzione era appuntata su Varsavia, che potrebbe voler arrischiare qualcosa del tipo dell’avanzata di Jozef Pilsudski contro Bielorussia e Ucraina occidentali nel 1918-1919.

Sarà una coincidenza, ma nelle stesse ore in cui Zelenskij era a pranzo con Andrzej Duda, Lukašenko volava a Mosca per colloqui di lavoro; dopo l’incontro con Vladimir Putin, oggi prenderà parte alla seduta del Consiglio superiore dello Stato unitario Russia-Bielorussia.

Insomma, in pochi in Polonia dimenticano il passato, anche se la comune russofobia cementa, temporaneamente, diverse scelte comuni. Ma, non foss’altro la presenza di centinaia di migliaia di ucraini sfollati in Polonia, visti con crescente insofferenza, torna di continuo a rinfocolare i vecchi rancori.

Tanto più che i più radicali tra i nazionalisti polacchi non hanno alcuna intenzione di dimenticare le “imprese” dei nazionalisti ucraini ai danni dei civili polacchi.

Nei giorni scorsi, la Fondazione “Wolyn, ktory pamietamy” (La Volynia che noi ricordiamo) ha aspramente criticato la deposizione di corone a L’vov, da parte di esponenti polacchi di alto livello, al monumento che ricorda polacchi e ucraini caduti nella guerra del 1918-1919. I nazionalisti polacchi dicono che non si possano mettere sullo stesso piano i difensori polacchi di L’vov e le bande dei loro assassini ucraini.

I quali ucraini, secondo un sondaggio condotto dall’Istituto internazionale di sociologia di Kiev, hanno per l’83% (era del 22% dieci anni fa) un atteggiamento positivo proprio nei confronti di Stepan Bandera, che fu a capo di quelle bande terroristiche.

Nessuna meraviglia, quindi, che appena l’8% consideri positivamente Vladimir Lenin, che il 64% veda l’Ucraina come una ex colonia dell’impero russo e oltre il 50% affermi che fosse stata l’Unione Sovietica a scatenare la Seconda guerra mondiale. In compenso, il 63% degli ucraini intervistati, considera quello polacco il popolo più vicino.

Mentre gli stessi polacchi non si fanno scrupolo di portar via vagoni interi di preziose terre nere ucraine: la stessa “attività”, nota Ukraina.ru, praticata dai tedeschi durante la guerra. Un paragone che non fa una grinza.

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31/12/2022

Guerra in Ucraina - Intensi attacchi missilistici su tutto il Paese

di Francesco Dall'Aglio

Tra mercoledì, ieri notte e ieri sera, tre diversi attacchi di missili russi su vari tipi di bersagli in Ucraina. Di quello che è in corso al momento è inutile parlare, perché non ne conosciamo ancora portata e conseguenze – sembrerebbero implicati solo i Geran, ma contro cosa non è ancora chiaro. Non sembra, ad ogni modo, un attacco particolarmente imponente.

Molto più serio è stato quello di ieri, che ha preso di mira bersagli militari in prossimità della linea del fronte (depositi di carburante, depositi di munizioni e simili). Ovviamente non è possibile sapere con certezza cosa sia stato colpito e con che risultati.

Stanotte e stamattina presto l’attacco più importante: una doppia ondata di missili su infrastrutture energetiche, installazioni industriali e sistemi di difesa aerea a Kiev, Kharkiv, Odessa, Nikolaev, Dnepropetrovsk, Ivano-Frankivsk, Lviv, Vinnitsa e Khmelnytsky, in pratica tutto il paese.

Come già avvenuto in precedenza i primi missili a dirigersi sui bersagli sono stati dei decoy, per rivelare le posizioni dell’antiaerea ucraina. Stavolta però non si tratta di vecchi missili riadattati ma di sistemi specifici, gli E95M (uno è in foto, mi spiace per la qualità bassa ma vanno piuttosto veloci) sviluppati dalla ditta Eniks di Kazan’ (qui la descrizione del prodotto, convenientemente anche in inglese, con una foto più chiara).

Gli E95M sono stati sviluppati per l’addestramento dei sistemi contraerei sia fissi che portatili dell’esercito russo, ma possono anche servire ad attirare la contraerea ucraina; sono in grado di simulare la traccia radar di un certo numero di armamenti, dai missili agli aerei agli elicotteri.

Non sono armati, ma lo sono i missili della seconda ondata che li seguono, che entrano in azione una volta che la contraerea ha ingaggiato gli E95M e probabilmente li ha anche abbattuti, visto che non è importante che sopravvivano (né credo che lanciati così in profondità siano in grado di tornare alla base).

Una volta che la posizione della contraerea è stata individuata è facile eliminarla. Fonti ucraine e russe parlano di almeno quattro batterie di difesa aerea eliminate. Non sono ovviamente in grado di confermare la cosa, ma di certo i sistemi di difesa aerea di Odessa sono stati smantellati in larga parte.

Infine, sempre ieri mattina, si è ripetuto l’incidente dell’S-300 ucraino che, fallito il bersaglio, continua a volare. Stavolta però non è finito in Polonia ma a Gorbakha, nel distretto di Ivanava, regione di Brest. Insomma, in Bielorussia. Cosa potenzialmente piuttosto pericolosa, visto che poteva fornire un’ottima scusa per intervenire direttamente nel conflitto.

Invece i bielorussi se la sono giocata sportivamente, dichiarando di avere abbattuto il missile una volta entrato nello spazio aereo bielorusso, e che i frammenti caduti nei campi non hanno provocato né danni né vittime. L’ambasciatore ucraino è stato convocato al Ministero degli esteri a Minsk e gli è stato chiesto di assicurarsi che la cosa non si ripeta.

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