La questione ucraina potrebbe riflettersi sulla fiducia che i polacchi hanno sinora accordato al regime sanfedista di Varsavia. E, di converso, il “fattore polacco” potrebbe avere qualche conseguenza sul conflitto in Ucraina.
“I polacchi non hanno intenzione di dimenticare i massacri di Volynia, e i nazionalisti e neonazisti dei battaglioni ucraini“, afferma l’esperto militare russo Konstantin Sivkov, sanno bene che i polacchi, alla fine, faranno i conti con loro in maniera radicale. In che modo potrebbe verificarsi questa coincidenza di fattori?
Dopo il ritiro russo dalla Black Sea Grain Initiative, Mosca sta attuando il più serrato blocco marittimo dell’Ucraina, colpendo in particolare le sue infrastrutture portuali, in modo che nessun vascello possa attraccarvi. E Kiev non dispone di forze e mezzi sufficienti per rispondere adeguatamente. Questo a sud.
A nord, la Polonia sta rafforzando le proprie posizioni a difesa del cosiddetto “Przesmyk suwalski” (in inglese “Suwalki Gap”: quell’ipotetico corridoio di circa cento chilometri che va dal confine bielorusso alla regione russa di Kaliningrad, coincidente grosso modo con la frontiera tra Polonia e Lituania) considerato dalla NATO uno dei punti deboli dell’Alleanza.
In caso di blocco marittimo di Kaliningrad, Mosca potrebbe vedersi costretta a prendere il controllo del corridoio per rifornire la regione via terra: in questo caso, la penetrazione attraverso «il corridoio di Suwalki costituirebbe un’azione difensiva per spezzare il blocco della regione russa» sul Baltico, afferma Sivkov su Komsomol’skaja Pravda.
In effetti, proprio ieri il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha parlato di movimenti di circa 100 (cento!) uomini della “Wagner” (tra l’altro, sempre ieri è di nuovo comparso Evgenij Prigožin che, intervistato da Afrique Media, ha elogiato Putin per il fatto che, al Forum Russia-Africa, si sono «costruiti rapporti di fiducia personale con la maggior parte dei leader africani»), tra quelli dislocati in Bielorussia, in direzione del corridoio.
Nella mente di pan Morawiecki, quei 100 (cento!) “musicisti” rappresenterebbero un ‘serio pericolo’ per Varsavia, dal momento che, «vestiti da guardie di frontiera bielorusse potrebbero favorire l’ingresso in Polonia di “migranti illegali”», oppure, presentandosi essi stessi come “migranti illegali”, potrebbero «destabilizzare la Polonia».
Quella stessa Polonia che ambisce a disporre dell’esercito più numeroso d’Europa, ribadendo i piani di accrescimento delle forze armate da 172.000 a 300.000 uomini.
Ma c’è anche un’altra eventualità, di cui ormai nessuno più tace, e cioè l’introduzione di truppe polacche in Ucraina occidentale, da sole o insieme a quelle lituane. Per quanto anche tra Varsavia e Vilnius, le pretese nazionalistiche non manchino da cento anni, in particolare per la regione di Vilnius e i distretti di Šalcininkai, Trakai, Švenčionys, popolati da forti comunità polacche.
In questo caso, come potrebbero reagire le forze armate di Kiev che, a loro dire, combattono per “l’integrità territoriale” del paese?
I generali ucraini dovrebbero allora scegliere tra Polonia e Russia; si tratterebbe di un rebus oltremodo serio, specialmente per i nazionalisti ucraini più convinti: essi «sanno che i polacchi farebbero sicuramente i conti con loro fino all’ultimo», per vendicarsi delle stragi compiute dalla bande OUN-UPA nel 1943.
Basti pensare che, nei giorni scorsi, alla vigilia del 80° anniversario dell’inizio dei massacri di Volynia, l’organizzazione nazionalista “Gioventù polacca”, al posto di frontiera polacco-ucraino di Medika-Šegini, da entrambi i lati del confine aveva piantato alcune centinaia di croci con i nomi dei villaggi polacchi in Volynia e Galizia, distrutti dai banderisti insieme agli abitanti.
Non è un caso che si tratti dello stesso punto di frontiera in cui più attive e partecipate erano state, nelle settimane precedenti, le manifestazioni degli agricoltori polacchi contro l’importazione di prodotti agricoli ucraini a prezzi stracciati.
Questo è l’atteggiamento dei più accesi nazionalisti polacchi nei confronti dell’Ucraina, che non di rado supera il comune denominatore anti-russo delle élite sanfediste e neo-naziste sia di Varsavia che di Kiev.
Da parte russa, invece, come dimostrato anche in occasione di scambi di prigionieri – sono stati rilasciati anche vari caporioni neo-nazisti di Azov: ognuno ne dia la valutazione che crede – è stata dimostrata «una buona dose di lealtà».
Così, in caso di invasione polacca delle regioni di L’vov e Ivano-Frankovsk, e a dispetto della “reciproca simpatia” (si fa per dire!) tra nazionalisti polacchi e nazionalisti ucraini, non ci sarebbe da stupirsi se si dovesse assistere al passaggio di reparti neo-nazisti ucraini al fianco della Russia (d’altronde, il nazionalismo è un cancro che si spande piuttosto rigogliosamente).
Essi, per quanto paradossale possa apparire, potrebbero «ritenerlo più accettabile che non trovarsi improvvisamente dalla parte della Polonia».
Per parte USA, secondo il conduttore radiofonico statunitense Garland Nixon, Washington può benissimo permettere a Varsavia di intervenire in Ucraina, senza però fornirle un sostegno diretto: quantomeno, non ufficialmente.
A parere di Garland, gli yankee considerano i polacchi una “merce di scambio” nel conflitto in Ucraina: «agli USA non importa assolutamente nulla della Polonia. I polacchi sono materiale sacrificabile». Agli occhi di USA e UE, i polacchi sono «troppo conservatori», quindi non li amano.
Ma, in ogni caso, dice Nixon, un intervento polacco in Ucraina giocherebbe a favore di Washington: «le truppe di Varsavia verrebbero presto annientate e la popolazione chiederebbe le dimissioni del governo, così che gli USA ne approfitterebbero per installare propri scagnozzi».
Per quanto si possa dubitare fortemente del fatto che USA e UE non amino i polacchi specificamente perché «troppo conservatori», e anche dell’idea che gli yankee debbano aspettare le dimissioni di un qualunque governo per «installare i propri scagnozzi» in una qualche capitale, pochi dubbi che, davvero, il “fattore polacco” potrebbe avere qualche seria conseguenza sul conflitto in Ucraina.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/07/2023
28/06/2023
Le grida “d’allarme” lituane anticipano i reali piani NATO
Il 26 giugno, nel corso della visita a Vilnius per le manovre NATO “Griffin Storm 2023”, il Ministro della guerra tedesco Boris Pistorius ha annunciato l’intenzione di dislocare in Lituania, su base permanente, ulteriori quattromila uomini – oltre gli 800 presenti dal 2017 – per rafforzare il fianco est della NATO.
Il presidente lituano Gitanas Nauseda ha assicurato che Vilnius, entro il 2026, appronterà tutto il necessario (caserme, logistica e altro) per la permanenza della brigata tedesca.
Pochi giorni prima, il Ministro della guerra lituano, Arvydas Anusauskas aveva espresso a una delegazione del Senato USA, l’interesse lituano a rendere permanente anche la presenza dei 500 soldati yankee che dal 2019 si alternano nel paese.
Persino alcuni osservatori occidentali considerano il passo tedesco come «una lenta marcia verso un potenziale futuro scontro diretto della NATO con la Russia».
La Polonia accresce il dispiegamento di mezzi e uomini attorno a Kaliningrad, scrive Evgenij Umerenkov su Komsomol’skaja Pravda, e ora si rafforza la presenza NATO nei Paesi baltici, attuata sinora a rotazione coi “Battaglioni plurinazionali”, cui partecipa anche l’Italia, dispiegati a partire dal 2017.
A parere dell’esperto militare Aleksandr Nosovič, la decisione tedesca fa il paio con la dislocazione di sistemi HIMARS nell’area di Danzica: tali passi, uno dopo l’altro, dovranno prima o poi portare a un punto, oltre il quale o si dà il via al processo inverso, oppure allo scontro armato diretto.
Per ora, Polonia e Lituania stanno continuando sulla strada dell’accerchiamento di Kaliningrad: ci sono «americani, tedeschi, francesi. Con una tale concentrazione di forze su entrambi i lati delle frontiere della regione, tutto questo non può che concludersi molto male».
Anche se l’iniziativa, di solito, proviene formalmente da Vilnius e Varsavia, dice Umerenkov, il fatto che la NATO la sostenga rientra nei piani USA, che vanno avanti da «venti anni, di posizionarsi alle nostre frontiere».
Quando, nel 2004, con l’ennesimo allargamento della NATO, i Paesi baltici entrarono nell’Alleanza atlantica, era già chiaro l’obiettivo di trasformarli in un avamposto NATO: non a caso, ancor prima del 24 febbraio 2022, Washington e Bruxelles strepitavano sulla “necessità di difendere i Baltici”, perché la terza guerra mondiale “comincerà con l’aggressione russa alle democrazie baltiche”.
Ora poi, che i reparti della “Wagner” sono acquartierati in Bielorussia, si sarebbero accresciuti i pericoli per “la libertà di Polonia e Lituania”.
Tra l’altro, nella questione Bielorussia-Polonia-Lituania, non è fuori luogo ricordare quello che la NATO considera il punto debole del proprio fianco orientale, il cosiddetto “Suwalki gap”, l’ipotetico corridoio terrestre lungo circa 100 km, in grado di collegare il territorio bielorusso alla regione di Kaliningrad.
Se questo “corridoio” finisse sotto pieno controllo russo e bielorusso, l’intera regione baltica si troverebbe in una “sacca”. Dunque, dice Nosovič, non sarebbe male che i tedeschi, prima di dislocare reparti della Bundeswehr in Lituania, riflettessero sulla faccenda; «d’altra parte, se la NATO sta lentamente muovendo verso una guerra diretta con la Russia, nemmeno questa considerazione la fermerà».
La russa RT ricorda che il 26 giugno, oltre a Pistorius, era presente a Vilnius anche Jens Stoltenberg, il quale avrebbe detto che al prossimo vertice della NATO, in programma proprio a Vilnius tra un paio di settimane, si discuterà del passaggio dal solo pattugliamento aereo sui Paesi baltici – attuato a rotazione: dallo scorso marzo sono di scena caccia tedeschi e britannici – al sistema di difesa antiaerea e antimissilistica su rotazione, con la dislocazione, anche in Estonia e Lettonia, di sistemi tedeschi IRIS-T SLM.
Ma, si sa, è la Russia che si sta muovendo verso ovest. No?
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09/05/2023
Il 9 Maggio di Kiev e Varsavia
La sbandierata controffensiva ucraina, se pure lancia segnali di esistenza in vita, sotto forma di attentati, sabotaggi, voli di droni dagli effetti più o meno efficaci, nel suo insieme, viene presentata sin dallo scorso novembre dai media europeisti più guerrafondai come qualcosa di massiccio, un attacco concentrico di “milioni” di uomini e mezzi.
Tuttavia continua a essere rinviata.
Se finora doveva essere la primavera a sancire l’attacco “fine di Russia”, con l’europeista «sconfitta strategica» di Mosca espressa nelle “democratiche” farneticazioni del capo dell’Intelligence militare golpista, Kirill Budanov, secondo cui la sua banda ha assassinato e assassinerà russi in ogni angolo del pianeta, ecco che ora lo stesso capintesta della junta nazi-golpista, Vladimir Zelenskij, annuncia l’offensiva per... la prossima estate, mentre il suo Ministro della guerra, Aleksej Reznikov, dichiara che, nel mondo, l’attesa per la controffensiva ucraina è “sopravvalutata”.
Nell’attesa, alla vigilia della ricorrenza considerata sacra dai russi, la Festa della Vittoria – che Zelenskij intende abolire, a favore di una fanto-liberale ‘festa dell’Europa’ – il 9 Maggio, nell’anniversario della firma della capitolazione nazista, le sirene d’allarme aereo sono risuonate in gran parte delle regioni ucraine, attaccate da razzi e artiglierie russe, che non danno segno della carenza di scorte declamata a ovest.
D’altronde, anche ammesso (e difficilmente concesso) che la controffensiva “democratica” possa esser tale da costringere Mosca a venire a patti con le condizioni ukro-atlantiche, per Kiev verrebbe meno, con ciò stesso, la fonte primaria del sostegno militare – ma, soprattutto, economico – con cui il regime golpista sopravvive.
Dunque, la continuazione del conflitto al livello attuale è vantaggiosa per il regime majdanista, ma lo è ancor più per tutti i “piazzisti” euro-americani. Lo scorso 6 maggio, Zelenskij lo ha spiattellato sfacciatamente a The Washington Post: «credo che quante più vittorie otteniamo sul campo di battaglia, tante più persone crederanno in noi e, quindi, noi riceveremo maggiore sostegno».
Ma ciò non esclude che, come scrive l’americana Newsweek, Kiev abbia un bisogno «immediato della pace per cercare di ripristinare l’economia», tanto più che la decantata promessa della NATO di sostenere l’Ucraina «tanto quanto è necessario», è tutto fuor che solida.
E, nota il settimanale, il conflitto viene finanziato non da un qualche soggetto astratto chiamato NATO, ma dai «contribuenti occidentali, persone reali, i cui redditi e la cui qualità di vita soffrono oggi notevolmente» da tali spese e che sono sempre più stufi di pagare gli armamenti da spedire a Kiev.
È addirittura l’ambasciatore ucraino a Londra, Vadim Pristajko, a metter le mani avanti, costretto ad ammettere che la crisi ucraina ha smesso di interessare gli europei; mentre il vice premier polacco Piotr Glinski dichiara sconsolato che una buona metà degli europei desidererebbe tornare a buoni rapporti con Mosca.
Ma, a dispetto di tale sconforto polacco, non è escluso che se il fronte ucraino dovesse presto venir meno, e in attesa di aprire la partita più grossa con la Cina, in Europa il ruolo di Kiev potrebbe esser preso da Varsavia.
Ci sono per l’appunto alcune circostanze, che vanno considerate e che sembrano parlare di una possibile “sostituzione di truppe d’attacco”: non dei famosi reparti ceceni “Akhmat” che avrebbero dovuto sostituire quelli della “Wagner” nella presa di Artëmovsk. No: in scala più estesa, da un po’ di tempo gli osservatori russi guardano al possibile passaggio di mano della “questione russa” da Kiev a Varsavia.
Oggi, i rapporti russo-polacchi paiono aver raggiunto il minimo: se il 9 maggio, nell’anniversario della Vittoria, Varsavia compirà l’ennesimo affronto ai danni dell’ambasciata russa in Polonia, o dell’ambasciatore Sergej Andreev, è possibile che si arrivi alla rottura completa dei rapporti diplomatici.
Alla precedente Giornata della Vittoria, a maggio 2022, durante la cerimonia al memoriale dei soldati sovietici morti per la liberazione della Polonia, l’ambasciatore Andreev venne imbrattato di vernice rossa.
Due mesi prima, Varsavia aveva parlato dell’assenza di “linee rosse” nei rapporti con Mosca e della necessità di “rompere” con tutto ciò che è russo. Quest’anno, nelle scorse settimane, la polizia polacca, con tanto di tronchesi, ha forzato il cancello e fatto irruzione nella scuola dei figli dei diplomatici russi a Varsavia.
Ora, è il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, con il consenso di Andreev, a parlare della presa di coscienza sulla necessità di rompere i rapporti con la Polonia.
Sembra proprio, scrive la russa Vzgljad, che la rottura sia inevitabile e sia solo questione di tempo, per quanto, sbotta Dmitrij Bavyrin, cosa si «deve ancora aspettare? Che diano fuoco all’ambasciata? Che multino per l’uso della lingua russa? La richiesta ufficiale di riparazioni per la liberazione della Polonia dai nazisti?». Per non parlare, ovviamente, di tutti i monumenti ai soldati dell’Esercito Rosso, abbattuti dalle autorità polacche negli ultimi dieci anni.
Già così, nonostante che Polonia e Russia siano gli unici due paesi che nel secolo scorso più al mondo abbiano sofferto dal terrorismo banderista ucraino, oggi Varsavia, a livello di alte cariche, dichiara che la sconfitta militare della Russia è il senso della propria esistenza, e dà vita a uno speciale comitato governativo, il cui unico compito è escogitare metodi su come danneggiare i russi.
Così che, conclude Bavyrin, la rottura delle relazioni con Varsavia potrebbe addirittura servire di ammonimento ad altre capitali messesi sul terreno della russofobia.
Sul tema anche Igor’ Ul’janov, su Segodnja.ru, constata come diversi fattori stiano a indicare che Varsavia si stia preparando a una contrapposizione armata con Mosca: dagli appelli ad alto livello a infliggere una schiacciante sconfitta alla Russia, all’aumento del bilancio militare fino al 4% del PIL, alla costituzione di alcuni distaccamenti militari agli immediati confini con Kaliningrad, da cui, tra l’altro, possono ora entrare in Polonia solo i titolari di doppia cittadinanza che, solitamente, oltre che russa, è anche tedesca, lettone o lituana.
Si attendono inoltre elicotteri “Apache” e carri “Abrams” dagli USA che, secondo il Ministro della difesa Mariusz Blaszczak, sarebbero necessari per la difesa delle cosiddette “porte di Brest” (brama brzeska): l’accesso più diretto sulla traiettoria da Varsavia verso Brest, Minsk, Smolensk e Mosca, il percorso seguito da Napoleone nel 1812 e da Hitler nel 1941.
Ancora: in tutto il paese è in atto una campagna per l’addestramento militare volontario e tutti gli uomini, indipendentemente dall’età, sono esortati a recarsi ai distretti militari più vicini per addestrarsi a maneggiare le armi nei fine settimana; si programma poi di portare a trecentomila le forze di Difesa territoriale.
Gli italici sabati fascisti prendono la forma polacca dello stimolo ufficiale agli sport di combattimento, come arti marziali miste, boxe, wrestling e ogni settimana, in diverse parti del paese, si svolgono in pompa magna tutti i tipi di campionati delle varie arti marziali.
Ora, per quanto il regime sanfedista di Varsavia sia tra i più reazionari (vi si può esser multati, o arrestati, solo per aver tirato fuori di tasca un fazzoletto rosso, “simbolo comunista”) e altezzosi d’Europa, è improbabile che i suoi esponenti siano così gonzi da credere che il loro paese non subirebbe una sorte simile a quella ucraina, in caso di conflitto totale con la Russia. Per cui, è pensabile che le loro ambizioni si limitino a un “battibecco” territoriale, per quanto pur sempre pericolosissimo.
E infatti, a parere di Ul’janov, tutti i fatti elencati indicherebbero che la Polonia brama di impossessarsi di Kaliningrad, che la trasformerebbe in leader del mar Baltico, col relativo monopolio dei terminali di gas, e un conflitto della NATO con la Russia in quell’area servirebbe a puntino alle brame di Varsavia. Chiusa la partita ucraina, se ne aprirebbe un’altra.
Insomma: un cretino tira l’altro e tutti e due insieme mettono insieme i mattoni del monumento alla stupidità euro-liberale.
Fonte
Tuttavia continua a essere rinviata.
Se finora doveva essere la primavera a sancire l’attacco “fine di Russia”, con l’europeista «sconfitta strategica» di Mosca espressa nelle “democratiche” farneticazioni del capo dell’Intelligence militare golpista, Kirill Budanov, secondo cui la sua banda ha assassinato e assassinerà russi in ogni angolo del pianeta, ecco che ora lo stesso capintesta della junta nazi-golpista, Vladimir Zelenskij, annuncia l’offensiva per... la prossima estate, mentre il suo Ministro della guerra, Aleksej Reznikov, dichiara che, nel mondo, l’attesa per la controffensiva ucraina è “sopravvalutata”.
Nell’attesa, alla vigilia della ricorrenza considerata sacra dai russi, la Festa della Vittoria – che Zelenskij intende abolire, a favore di una fanto-liberale ‘festa dell’Europa’ – il 9 Maggio, nell’anniversario della firma della capitolazione nazista, le sirene d’allarme aereo sono risuonate in gran parte delle regioni ucraine, attaccate da razzi e artiglierie russe, che non danno segno della carenza di scorte declamata a ovest.
D’altronde, anche ammesso (e difficilmente concesso) che la controffensiva “democratica” possa esser tale da costringere Mosca a venire a patti con le condizioni ukro-atlantiche, per Kiev verrebbe meno, con ciò stesso, la fonte primaria del sostegno militare – ma, soprattutto, economico – con cui il regime golpista sopravvive.
Dunque, la continuazione del conflitto al livello attuale è vantaggiosa per il regime majdanista, ma lo è ancor più per tutti i “piazzisti” euro-americani. Lo scorso 6 maggio, Zelenskij lo ha spiattellato sfacciatamente a The Washington Post: «credo che quante più vittorie otteniamo sul campo di battaglia, tante più persone crederanno in noi e, quindi, noi riceveremo maggiore sostegno».
Ma ciò non esclude che, come scrive l’americana Newsweek, Kiev abbia un bisogno «immediato della pace per cercare di ripristinare l’economia», tanto più che la decantata promessa della NATO di sostenere l’Ucraina «tanto quanto è necessario», è tutto fuor che solida.
E, nota il settimanale, il conflitto viene finanziato non da un qualche soggetto astratto chiamato NATO, ma dai «contribuenti occidentali, persone reali, i cui redditi e la cui qualità di vita soffrono oggi notevolmente» da tali spese e che sono sempre più stufi di pagare gli armamenti da spedire a Kiev.
È addirittura l’ambasciatore ucraino a Londra, Vadim Pristajko, a metter le mani avanti, costretto ad ammettere che la crisi ucraina ha smesso di interessare gli europei; mentre il vice premier polacco Piotr Glinski dichiara sconsolato che una buona metà degli europei desidererebbe tornare a buoni rapporti con Mosca.
Ma, a dispetto di tale sconforto polacco, non è escluso che se il fronte ucraino dovesse presto venir meno, e in attesa di aprire la partita più grossa con la Cina, in Europa il ruolo di Kiev potrebbe esser preso da Varsavia.
Ci sono per l’appunto alcune circostanze, che vanno considerate e che sembrano parlare di una possibile “sostituzione di truppe d’attacco”: non dei famosi reparti ceceni “Akhmat” che avrebbero dovuto sostituire quelli della “Wagner” nella presa di Artëmovsk. No: in scala più estesa, da un po’ di tempo gli osservatori russi guardano al possibile passaggio di mano della “questione russa” da Kiev a Varsavia.
Oggi, i rapporti russo-polacchi paiono aver raggiunto il minimo: se il 9 maggio, nell’anniversario della Vittoria, Varsavia compirà l’ennesimo affronto ai danni dell’ambasciata russa in Polonia, o dell’ambasciatore Sergej Andreev, è possibile che si arrivi alla rottura completa dei rapporti diplomatici.
Alla precedente Giornata della Vittoria, a maggio 2022, durante la cerimonia al memoriale dei soldati sovietici morti per la liberazione della Polonia, l’ambasciatore Andreev venne imbrattato di vernice rossa.
Due mesi prima, Varsavia aveva parlato dell’assenza di “linee rosse” nei rapporti con Mosca e della necessità di “rompere” con tutto ciò che è russo. Quest’anno, nelle scorse settimane, la polizia polacca, con tanto di tronchesi, ha forzato il cancello e fatto irruzione nella scuola dei figli dei diplomatici russi a Varsavia.
Ora, è il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, con il consenso di Andreev, a parlare della presa di coscienza sulla necessità di rompere i rapporti con la Polonia.
Sembra proprio, scrive la russa Vzgljad, che la rottura sia inevitabile e sia solo questione di tempo, per quanto, sbotta Dmitrij Bavyrin, cosa si «deve ancora aspettare? Che diano fuoco all’ambasciata? Che multino per l’uso della lingua russa? La richiesta ufficiale di riparazioni per la liberazione della Polonia dai nazisti?». Per non parlare, ovviamente, di tutti i monumenti ai soldati dell’Esercito Rosso, abbattuti dalle autorità polacche negli ultimi dieci anni.
Già così, nonostante che Polonia e Russia siano gli unici due paesi che nel secolo scorso più al mondo abbiano sofferto dal terrorismo banderista ucraino, oggi Varsavia, a livello di alte cariche, dichiara che la sconfitta militare della Russia è il senso della propria esistenza, e dà vita a uno speciale comitato governativo, il cui unico compito è escogitare metodi su come danneggiare i russi.
Così che, conclude Bavyrin, la rottura delle relazioni con Varsavia potrebbe addirittura servire di ammonimento ad altre capitali messesi sul terreno della russofobia.
Sul tema anche Igor’ Ul’janov, su Segodnja.ru, constata come diversi fattori stiano a indicare che Varsavia si stia preparando a una contrapposizione armata con Mosca: dagli appelli ad alto livello a infliggere una schiacciante sconfitta alla Russia, all’aumento del bilancio militare fino al 4% del PIL, alla costituzione di alcuni distaccamenti militari agli immediati confini con Kaliningrad, da cui, tra l’altro, possono ora entrare in Polonia solo i titolari di doppia cittadinanza che, solitamente, oltre che russa, è anche tedesca, lettone o lituana.
Si attendono inoltre elicotteri “Apache” e carri “Abrams” dagli USA che, secondo il Ministro della difesa Mariusz Blaszczak, sarebbero necessari per la difesa delle cosiddette “porte di Brest” (brama brzeska): l’accesso più diretto sulla traiettoria da Varsavia verso Brest, Minsk, Smolensk e Mosca, il percorso seguito da Napoleone nel 1812 e da Hitler nel 1941.
Ancora: in tutto il paese è in atto una campagna per l’addestramento militare volontario e tutti gli uomini, indipendentemente dall’età, sono esortati a recarsi ai distretti militari più vicini per addestrarsi a maneggiare le armi nei fine settimana; si programma poi di portare a trecentomila le forze di Difesa territoriale.
Gli italici sabati fascisti prendono la forma polacca dello stimolo ufficiale agli sport di combattimento, come arti marziali miste, boxe, wrestling e ogni settimana, in diverse parti del paese, si svolgono in pompa magna tutti i tipi di campionati delle varie arti marziali.
Ora, per quanto il regime sanfedista di Varsavia sia tra i più reazionari (vi si può esser multati, o arrestati, solo per aver tirato fuori di tasca un fazzoletto rosso, “simbolo comunista”) e altezzosi d’Europa, è improbabile che i suoi esponenti siano così gonzi da credere che il loro paese non subirebbe una sorte simile a quella ucraina, in caso di conflitto totale con la Russia. Per cui, è pensabile che le loro ambizioni si limitino a un “battibecco” territoriale, per quanto pur sempre pericolosissimo.
E infatti, a parere di Ul’janov, tutti i fatti elencati indicherebbero che la Polonia brama di impossessarsi di Kaliningrad, che la trasformerebbe in leader del mar Baltico, col relativo monopolio dei terminali di gas, e un conflitto della NATO con la Russia in quell’area servirebbe a puntino alle brame di Varsavia. Chiusa la partita ucraina, se ne aprirebbe un’altra.
Insomma: un cretino tira l’altro e tutti e due insieme mettono insieme i mattoni del monumento alla stupidità euro-liberale.
Fonte
26/03/2023
Gli appetiti di Varsavia: niente di nuovo dal fronte polacco
Domandando alla Commissione europea se intenda aumentare la spesa per la “sicurezza esterna” nel periodo 2023-2027, l’eurodeputato polacco Joachim Brudzinski ha chiesto lo stanziamento di fondi aggiuntivi per la “difesa” della Polonia, adducendo ovviamente la situazione ucraina e la pretesa polacca di «giocare un ruolo strategico» sul fianco orientale della NATO. Non a caso, dalla Polonia passa attualmente quasi il 90% delle forniture militari occidentali alla junta di Kiev.
I fondi europei dovrebbero servire alla modernizzazione delle forze armate polacche: nel 2022 Varsavia ha stanziato per la “difesa” il 2,4% del PIL e le previsioni, a detta del presidente Andrzej Duda, sono di arrivare al 3% già in quest’anno e poi al 4%.
A parere dell’esperto militare russo Andrej Koškin, la Polonia prosegue sulla strada, intrapresa ormai da anni, di tentare di spostare il centro d’attenzione occidentale dall’asse Parigi-Berlino a est, in particolare verso l’area del Baltico, con Varsavia come elemento di punta.
Già un mese fa, il Ministro della difesa Mariusz Blaszczack aveva annunciato per il 20 marzo l’operatività della prima guarnigione permanente USA in Polonia, che si occuperà del «supporto infrastrutturale alle truppe americane» nel paese.
E intanto Varsavia mette gli occhi sulla exclave russa di Kaliningrad. Ancora Blaszczack ha dichiarato che presto la 16° Divisione meccanizzata della Pomerania, il cui quartier generale è a Elbląg, a 45 km dal confine russo, verrà rifornita con sistemi HIMARS, ora che il Congresso USA ha approvato la richiesta fatta nel 2019 da Varsavia per ulteriori 500 lanciatori, munizionamento e altre armi per 10 miliardi di dollari.
È molto importante, ha detto Blaszczack, «che l’esercito polacco sia dotato di armi che si sono dimostrate valide al fronte, in guerra, che nelle mani degli ucraini si rivelano molto efficaci».
A Mosca si suppone che i nuovi lanciatori (che coprono distanze fino a 300 km, mentre la versione che entrerà in servizio quest’anno avrà una gittata fino a 500 km) possano esser dispiegati nell’area di Olsztyn, cioè a 103 km in linea retta da Kaliningrad.
In ogni caso, commentatori russi dubitano che i nuovi HIMARS possano servire da mezzo di pressione psicologica su Mosca, vista la dotazione di sistemi missilistici Iskander-M da parte delle forze russe schierate nella regione di Kaliningrad.
La spiegazione più logica per il dispiegamento degli HIMARS e la concentrazione di forze NATO attorno alla exclave russa è probabilmente il piano di costringere la Russia a “disperdere” le proprie forze.
In ogni caso, anche l’arrivo dei nuovi lanciatori missilistici, rientra in quella che il Telegraph e Defense24 definiscono la più estesa campagna di riarmo intrapresa da Varsavia negli ultimi 50 anni: in programma, l’acquisto di carri armati (mille K2 sudcoreani e 250 Abrams americani), aerei, elicotteri, sistemi missilistici e artiglieria.
E, appunto, Abrams e K2 armeranno la nuova Divisione polacca, con quattro brigate che saranno schierate nel Voivodato di Podlachia, confinante sia con la regione di Kaliningrad che con la Bielorussia; un’altra brigata di artiglieria sarà armata con obici semoventi Krab polacchi e K-9 sudcoreani.
Non dimentichiamo che nell’estremo nord della Podlachia è situato il famoso “istmo di Suwalki” (“Przesmyk suwalski”, in inglese “Suwalki Gap”): quell’ipotetico corridoio di circa 100 km che, via terra, va dal confine bielorusso alla regione russa di Kaliningrad e coincide grosso modo con la frontiera tra Polonia e Lituania, considerato dalla NATO uno dei punti deboli dell’Alleanza.
Naturalmente, a fronte delle ambizioni polacche (Varsavia ha in programma di portare da 125.000 a 300.000 il numero di militari in servizio), Mosca non sta a guardare: le forze russe di terra nella regione di Kaliningrad, che erano passate da 25.000 uomini nel 1999 a 10.500 nel 2010, vengono ora gradualmente ripristinate.
Già prima dell’avvio delle operazioni in Ucraina, era stata ripristinata la 18° Divisione di fanteria motorizzata della Guardia, che era stata sciolta venti anni fa e si è proceduto alla completa riorganizzazione delle forze della flotta del Baltico, con reparti di fanteria di marina, rafforzate da unità aeree.
Sono di stanza nella regione una brigata di missili Iskander, un reggimento corazzato (T-72B3M), una brigata di artiglieria e due brigate di fanteria motorizzata; tre reggimenti contraerei armati con S-300 e S-400, due reggimenti di aviazione d’attacco (Su-30SM2) e uno di elicotteri, oltre a una squadriglia di elicotteri dell’aviazione di marina. La base navale di Baltijsk è stata rafforzata da motovedette lanciamissili armate di Kalibr.
A detta degli osservatori, l’ulteriore militarizzazione della Polonia, così come l’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO dovrebbe, nei piani dell’Alleanza atlantica, costringere la Russia a dislocare ancora più forze a protezione della vulnerabile Kaliningrad, indebolendo così le forze impegnate in Ucraina. Allo stesso scopo, servirebbe anche il piano NATO di aumento da 30.000 a 100.000 delle truppe stanziate in Polonia, Norvegia e Paesi baltici.
D’altronde, a parte la boutade dell’ambasciatore polacco in Francia, Jan Rosciszewski, secondo cui spetterà a Varsavia «difendere l’onore occidentale» contro la Russia una volta che Kiev cadrà, già un anno fa l’ex comandante delle forze di terra polacche, Waldemar Skrzypczak, aveva detto senza mezzi termini che Kaliningrad è «territorio occupato» dal 1945 e, dunque, «abbiamo il diritto di rivendicare quel territorio».
Ma, qual è di fatto la reale consistenza attuale delle forze polacche? Da qui al 2035, Varsavia ha ordini di armi per oltre 117 miliardi di dollari, e un bilancio per la difesa per il 2023 di 26 miliardi di dollari. Per chiarire però la vera dinamica del rafforzamento delle forze armate polacche, è necessario considerare anche il deflusso di mezzi, in particolare verso l’Ucraina.
Oltre gli ultimi dieci Leopard forniti a Kiev, di cui ha parlato Blaszczak, ci sono stati i circa 60 carri PT-91 Twardy e, a seconda delle fonti, i 230-250 carri T-72 di varie modificazioni: in generale, oltre la metà delle riserve di blindati polacchi sono andati in Ucraina, insieme a droni, lanciarazzi multipli, obici semoventi e altri mezzi.
Lo scorso 14 marzo, il primo ministro Morawiecki ha annunciato la prossima consegna di MiG-29: non è noto il numero, ma Varsavia dispone attualmente 28 MiG-29 di cui, secondo Duda, solo 16 idonei al volo. Nella classifica 2022 dei “fornitori” di Kiev, la Polonia è comunque seconda, dietro agli USA.
Anche con il decantato passaggio a trecentomila uomini, le cose non sembrano così lisce: secondo la società di reclutamento “Gi Group”, il numero di persone, soprattutto in età 25-44 anni, che preferirebbero emigrare, è in notevole aumento e, stando ai sondaggi, sta crescendo l’opposizione alla guerra.
Così che, nota Evgenij Žukov su Life, non è azzardato dire che Varsavia punti sulla vittoria dell’Ucraina, mentre le parole dell’ambasciatore Rosciszewski sulla «lotta per i valori europei» non riflettono il quadro reale della preparazione polacca a una guerra in grande stile.
L’intera riforma militare è infatti progettata sul lungo periodo e, al momento, anche a causa delle forniture all’Ucraina, il paese è praticamente indifeso. E se qualcuno conta sull’intervento degli “alleati” NATO a fianco della Polonia in un eventuale conflitto con la Russia, a parere di Konstantin Sivkov, Varsavia rischia seriamente di rimanere “in uno splendido isolamento“.
In questa fase, nota Sivkov, una previsione più realistica potrebbe essere quella di dar seguito alle vecchie mire polacche, annettendo la Galizia ucraina e avviando operazioni per staccare da essa altre regioni occidentali, trasformandole in zone cuscinetto “per motivi di sicurezza“.
Tanto che il generale Keith Kellogg, presidente del Centro per la sicurezza americana, scrive su American Thinker che il risultato più probabile del conflitto in Ucraina sarà una tregua umiliante per il regime di Kiev, dopo di che il paese cesserà di esistere e dovrà esser diviso: il territorio a est del Dnepr, alla Russia e quello a ovest, alla Polonia.
Così che, a meno di manovre a noi segrete, le parole di Rosciszewski sembrano più a effetto che altro. Come disse il Gran coppiere a Ezechia, parlando a nome del re d’Assiria: «Pensi forse che la semplice parola possa sostituire il consiglio e la forza nella guerra?». Non per questo, però, l’ingordigia della “iena d’Europa” è meno pericolosa.
Fonte
I fondi europei dovrebbero servire alla modernizzazione delle forze armate polacche: nel 2022 Varsavia ha stanziato per la “difesa” il 2,4% del PIL e le previsioni, a detta del presidente Andrzej Duda, sono di arrivare al 3% già in quest’anno e poi al 4%.
A parere dell’esperto militare russo Andrej Koškin, la Polonia prosegue sulla strada, intrapresa ormai da anni, di tentare di spostare il centro d’attenzione occidentale dall’asse Parigi-Berlino a est, in particolare verso l’area del Baltico, con Varsavia come elemento di punta.
Già un mese fa, il Ministro della difesa Mariusz Blaszczack aveva annunciato per il 20 marzo l’operatività della prima guarnigione permanente USA in Polonia, che si occuperà del «supporto infrastrutturale alle truppe americane» nel paese.
E intanto Varsavia mette gli occhi sulla exclave russa di Kaliningrad. Ancora Blaszczack ha dichiarato che presto la 16° Divisione meccanizzata della Pomerania, il cui quartier generale è a Elbląg, a 45 km dal confine russo, verrà rifornita con sistemi HIMARS, ora che il Congresso USA ha approvato la richiesta fatta nel 2019 da Varsavia per ulteriori 500 lanciatori, munizionamento e altre armi per 10 miliardi di dollari.
È molto importante, ha detto Blaszczack, «che l’esercito polacco sia dotato di armi che si sono dimostrate valide al fronte, in guerra, che nelle mani degli ucraini si rivelano molto efficaci».
A Mosca si suppone che i nuovi lanciatori (che coprono distanze fino a 300 km, mentre la versione che entrerà in servizio quest’anno avrà una gittata fino a 500 km) possano esser dispiegati nell’area di Olsztyn, cioè a 103 km in linea retta da Kaliningrad.
In ogni caso, commentatori russi dubitano che i nuovi HIMARS possano servire da mezzo di pressione psicologica su Mosca, vista la dotazione di sistemi missilistici Iskander-M da parte delle forze russe schierate nella regione di Kaliningrad.
La spiegazione più logica per il dispiegamento degli HIMARS e la concentrazione di forze NATO attorno alla exclave russa è probabilmente il piano di costringere la Russia a “disperdere” le proprie forze.
In ogni caso, anche l’arrivo dei nuovi lanciatori missilistici, rientra in quella che il Telegraph e Defense24 definiscono la più estesa campagna di riarmo intrapresa da Varsavia negli ultimi 50 anni: in programma, l’acquisto di carri armati (mille K2 sudcoreani e 250 Abrams americani), aerei, elicotteri, sistemi missilistici e artiglieria.
E, appunto, Abrams e K2 armeranno la nuova Divisione polacca, con quattro brigate che saranno schierate nel Voivodato di Podlachia, confinante sia con la regione di Kaliningrad che con la Bielorussia; un’altra brigata di artiglieria sarà armata con obici semoventi Krab polacchi e K-9 sudcoreani.
Non dimentichiamo che nell’estremo nord della Podlachia è situato il famoso “istmo di Suwalki” (“Przesmyk suwalski”, in inglese “Suwalki Gap”): quell’ipotetico corridoio di circa 100 km che, via terra, va dal confine bielorusso alla regione russa di Kaliningrad e coincide grosso modo con la frontiera tra Polonia e Lituania, considerato dalla NATO uno dei punti deboli dell’Alleanza.
Naturalmente, a fronte delle ambizioni polacche (Varsavia ha in programma di portare da 125.000 a 300.000 il numero di militari in servizio), Mosca non sta a guardare: le forze russe di terra nella regione di Kaliningrad, che erano passate da 25.000 uomini nel 1999 a 10.500 nel 2010, vengono ora gradualmente ripristinate.
Già prima dell’avvio delle operazioni in Ucraina, era stata ripristinata la 18° Divisione di fanteria motorizzata della Guardia, che era stata sciolta venti anni fa e si è proceduto alla completa riorganizzazione delle forze della flotta del Baltico, con reparti di fanteria di marina, rafforzate da unità aeree.
Sono di stanza nella regione una brigata di missili Iskander, un reggimento corazzato (T-72B3M), una brigata di artiglieria e due brigate di fanteria motorizzata; tre reggimenti contraerei armati con S-300 e S-400, due reggimenti di aviazione d’attacco (Su-30SM2) e uno di elicotteri, oltre a una squadriglia di elicotteri dell’aviazione di marina. La base navale di Baltijsk è stata rafforzata da motovedette lanciamissili armate di Kalibr.
A detta degli osservatori, l’ulteriore militarizzazione della Polonia, così come l’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO dovrebbe, nei piani dell’Alleanza atlantica, costringere la Russia a dislocare ancora più forze a protezione della vulnerabile Kaliningrad, indebolendo così le forze impegnate in Ucraina. Allo stesso scopo, servirebbe anche il piano NATO di aumento da 30.000 a 100.000 delle truppe stanziate in Polonia, Norvegia e Paesi baltici.
D’altronde, a parte la boutade dell’ambasciatore polacco in Francia, Jan Rosciszewski, secondo cui spetterà a Varsavia «difendere l’onore occidentale» contro la Russia una volta che Kiev cadrà, già un anno fa l’ex comandante delle forze di terra polacche, Waldemar Skrzypczak, aveva detto senza mezzi termini che Kaliningrad è «territorio occupato» dal 1945 e, dunque, «abbiamo il diritto di rivendicare quel territorio».
Ma, qual è di fatto la reale consistenza attuale delle forze polacche? Da qui al 2035, Varsavia ha ordini di armi per oltre 117 miliardi di dollari, e un bilancio per la difesa per il 2023 di 26 miliardi di dollari. Per chiarire però la vera dinamica del rafforzamento delle forze armate polacche, è necessario considerare anche il deflusso di mezzi, in particolare verso l’Ucraina.
Oltre gli ultimi dieci Leopard forniti a Kiev, di cui ha parlato Blaszczak, ci sono stati i circa 60 carri PT-91 Twardy e, a seconda delle fonti, i 230-250 carri T-72 di varie modificazioni: in generale, oltre la metà delle riserve di blindati polacchi sono andati in Ucraina, insieme a droni, lanciarazzi multipli, obici semoventi e altri mezzi.
Lo scorso 14 marzo, il primo ministro Morawiecki ha annunciato la prossima consegna di MiG-29: non è noto il numero, ma Varsavia dispone attualmente 28 MiG-29 di cui, secondo Duda, solo 16 idonei al volo. Nella classifica 2022 dei “fornitori” di Kiev, la Polonia è comunque seconda, dietro agli USA.
Anche con il decantato passaggio a trecentomila uomini, le cose non sembrano così lisce: secondo la società di reclutamento “Gi Group”, il numero di persone, soprattutto in età 25-44 anni, che preferirebbero emigrare, è in notevole aumento e, stando ai sondaggi, sta crescendo l’opposizione alla guerra.
Così che, nota Evgenij Žukov su Life, non è azzardato dire che Varsavia punti sulla vittoria dell’Ucraina, mentre le parole dell’ambasciatore Rosciszewski sulla «lotta per i valori europei» non riflettono il quadro reale della preparazione polacca a una guerra in grande stile.
L’intera riforma militare è infatti progettata sul lungo periodo e, al momento, anche a causa delle forniture all’Ucraina, il paese è praticamente indifeso. E se qualcuno conta sull’intervento degli “alleati” NATO a fianco della Polonia in un eventuale conflitto con la Russia, a parere di Konstantin Sivkov, Varsavia rischia seriamente di rimanere “in uno splendido isolamento“.
In questa fase, nota Sivkov, una previsione più realistica potrebbe essere quella di dar seguito alle vecchie mire polacche, annettendo la Galizia ucraina e avviando operazioni per staccare da essa altre regioni occidentali, trasformandole in zone cuscinetto “per motivi di sicurezza“.
Tanto che il generale Keith Kellogg, presidente del Centro per la sicurezza americana, scrive su American Thinker che il risultato più probabile del conflitto in Ucraina sarà una tregua umiliante per il regime di Kiev, dopo di che il paese cesserà di esistere e dovrà esser diviso: il territorio a est del Dnepr, alla Russia e quello a ovest, alla Polonia.
Così che, a meno di manovre a noi segrete, le parole di Rosciszewski sembrano più a effetto che altro. Come disse il Gran coppiere a Ezechia, parlando a nome del re d’Assiria: «Pensi forse che la semplice parola possa sostituire il consiglio e la forza nella guerra?». Non per questo, però, l’ingordigia della “iena d’Europa” è meno pericolosa.
Fonte
23/06/2022
Kaliningrad, l’Europa scherza col fuoco
Con la chiusura al transito delle merci attraverso il corridoio che collega la Russia alla propria exclave di Kaliningrad, il governo lituano ha in questi giorni inaugurato un nuovo livello di provocazione nei confronti di Mosca che minaccia, forse come mai è accaduto dal 24 febbraio scorso, l’esplosione di una guerra tra Mosca e la NATO. Da membro debole ed estremamente vulnerabile dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea, la Lituania ha agito senza dubbio su indicazione o, quanto meno, con il permesso di Washington e Bruxelles. L’iniziativa sarebbe giustificata dalla necessità di estendere anche qui le sanzioni europee contro la Russia, ma essa non ha in realtà nessuna giustificazione legale, essendo il traffico di beni verso la provincia russa affacciata sul Baltico regolato da un trattato bilaterale di quasi tre decenni fa.
Il territorio di Kaliningrad (già Königsberg), quartier generale della Flotta del Baltico russa, è stato controllato per oltre quattro secoli dalla Polonia, dalla Prussia e dalla Germania, fino all’annessione sovietica dopo la seconda guerra mondiale. Prima del 1991, i collegamenti con questo “oblast” non rappresentavano un problema, dal momento che la Lituania era parte dell’URSS. Successivamente, l’indipendenza delle repubbliche baltiche e la perdita della continuità territoriale con Kaliningrad avevano portato alla stipula di un trattato nel novembre del 1993 che, fino a qualche giorno fa, ha assicurato la libera circolazione di merci e uomini attraverso la Lituania e la Bielorussia.
Questa exclave è incastrata tra la Polonia e, appunto, la Lituania, ovvero tra due paesi NATO, di cui il primo ha da tempo delle mire su questo stesso territorio. La decisione del governo di Vilnius blocca il transito di merci su rotaia, ma solo quelle previste dalla lista nera UE. Tra queste figurano carbone, materiali da costruzione, greggio e derivati del petrolio, prodotti di alta tecnologia e metalli di vario genere. Secondo il governatore della regione di Kaliningrad, Anton Alikhanov, il bando riguarda circa la metà dei beni importati.
Nella regione non sembrano tuttavia scarseggiare i beni di prima necessità, parte dei quali sono prodotti in loco. La rotta via mare resta inoltre aperta per la Russia. Le autorità locali hanno già fatto sapere che almeno due navi cargo sono partite da San Pietroburgo per garantire la consegna delle merci fermate dalla Lituania e altre ancora verranno utilizzate a questo scopo se la situazione non dovesse tornare alla normalità nel breve periodo. Queste rassicurazioni non hanno comunque evitato una certa corsa ad accaparrarsi beni di prima necessità da parte della popolazione di Kaliningrad, come hanno mostrato svariati filmati circolati in rete.
Il blocco imposto dal governo lituano è una provocazione in piena regola e non è del tutto chiaro cosa sia stato a motivarla nello specifico, oltre alla stupidità pura e semplice dei vertici europei e dello stesso paese baltico. Il fatto che Kaliningrad sia geograficamente separata dal resto della Russia fa in modo che l’accesso a questo territorio sia garantito dal diritto internazionale. Perciò, l’iniziativa di Vilnius è giudicata da molti come un possibile casus belli che può giustificare una dichiarazione di guerra da parte di Mosca.
Il governo russo aveva già avvertito dell’intenzione dell’Europa di spingere la Lituania ad attuare una sorta di assedio economico ai danni di Kaliningrad. Durante la discussione di uno dei pacchetti di sanzioni adottato da Bruxelles, ad esempio, nel mese di aprile la Russia aveva spiegato che un eventuale blocco del proprio “oblast” occidentale avrebbe dovuto essere “rotto” per il bene della popolazione che vi abita.
Di conseguenza, non sorprende che le dichiarazioni provenienti da Mosca sulla situazione a Kaliningrad siano state particolarmente minacciose. Lunedì, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito “senza precedenti” la mossa della Lituania. La situazione, secondo Peskov, “è più che seria” e “richiede un’analisi molto approfondita” prima che vengano prese “decisioni e contromisure”. Nella mattinata di martedì, la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha alzato il livello della ipotetica reazione russa, lasciando intendere che la vicenda potrebbe essere risolta unilateralmente da Mosca senza cercare un accordo con Vilnius.
Intervenendo in un programma televisivo, la diplomatica russa ha affermato che, nel caso il suo governo dovesse stabilire che quella lituana è stata una “decisione apertamente ostile”, allora da parte di Mosca “non ci saranno tentativi di trovare una formula per disinnescare la crisi”, ma soltanto una “risposta adeguata”. La gravità della situazione è determinata appunto dal fatto che la Lituania è un paese NATO e una risposta militare russa al blocco deciso nei giorni scorsi implicherebbe l’applicazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede cioè l’intervento automatico degli altri membri dell’Alleanza in appoggio al paese “aggredito”.
Discussioni molto accese sono in corso anche sul tipo di risposta che Mosca starebbe studiando se non ci sarà un passo indietro da parte del governo di Vilnius. La riapertura forzata del corridoio che permette i collegamenti di terra è la scelta più ovvia, ma qualche commentatore ha sollevato un’altra possibilità. Essendo la decisione lituana un ripudio a tutti gli effetti dell’accordo dei primi anni Novanta sulla delimitazione dei confini post-sovietici, Mosca potrebbe a sua volta disconoscere questi stessi confini, con conseguenze che sono facilmente immaginabili. Altri strumenti, oltre a quelli militari, sono comunque a disposizione della ritorsione russa, come il taglio delle forniture elettriche che costituiscono un fattore importantissimo nel quadro delle politiche energetiche lituane.
Resta il fatto che la responsabilità primaria dell’iniziativa ultra-provocatoria di Vilnius va attribuita all’Europa. Il ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis, ha in qualche modo rimandato a Bruxelles la questione del blocco delle merci, chiarendo che la decisione è stata presa in seguito a “consultazioni con la Commissione Europea” e “in accordo con le sue linee guida” relative alle sanzioni anti-russe.
Come già anticipato, non sono immediatamente comprensibili le vere ragioni del comportamento dell’Europa, per non parlare di quelle del governo lituano. Riguardo a quest’ultimo paese, se i governi post-sovietici sono stati dominati da elementi ferocemente anti-russi e ultra-atlantisti, da un punto di vista razionale politiche di questo genere sono poco meno che suicide, sia per l’esposizione del paese in un eventuale conflitto con la Russia sia per il fatto che la comunità russa ammonta a circa il 15% della popolazione lituana.
Per qualcuno, il flop in Ucraina avrebbe convinto l’Europa a provocare la Russia su un altro fronte, presumibilmente per moltiplicare lo sforzo militare di Mosca o, nella peggiore della ipotesi, per consegnare alla NATO l’occasione per entrare direttamente nel conflitto. La difficoltà nel comprendere la gestione europea della crisi ucraina e, ora, di Kaliningrad è accentuata dai messaggi contraddittori che stanno arrivando nelle ultime settimane. Segnali di una ricerca disperata di una via d’uscita al disastro ucraino si alternano a dichiarazioni e iniziative di senso opposto.
È possibile che la presa d’atto dell’impossibilità di sconfiggere la Russia in Ucraina stia lentamente penetrando nelle strutture del potere in Europa, ma allo stesso tempo persistano tendenze a provocare Mosca nell’illusione di potere in qualche modo indebolire questo paese o ridurlo a uno stato di quasi vassallaggio. Ad ogni modo, l’insensata decisione della Lituania si inserisce in un clima surriscaldato negli ultimi giorni da uscite a tratti deliranti di personalità politiche e militari occidentali.
Il culmine in questo senso lo ha toccato probabilmente il nuovo comandante delle forze armate britanniche, Patrick Sanders. In un messaggio ai soldati di sua maestà, il generale ha parlato dell’imperativo di “forgiare un esercito capace di combattere con gli alleati e di sconfiggere la Russia in battaglia”. Secondo Sanders, questa generazione deve prepararsi “ancora una volta a combattere sul territorio europeo”. Ugualmente preoccupanti sono state anche le dichiarazioni più recenti del segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, e del primo ministro britannico, Boris Johnson. Entrambi hanno in sostanza prospettato uno sforzo a lungo termine in appoggio al regime neo-nazista di Kiev, fino a quando, secondo l’ex sindaco di Londra, l’Ucraina non avrà riconquistato il Donbass e la Crimea.
Se nel breve periodo non dovessero prevalere posizioni e decisioni strategiche decisamente più assennate di queste, il futuro dell’Europa risulterà ancora più cupo di quello verso cui la sua classe dirigente la sta rapidamente conducendo. L’illusione di ribaltare le sorti del conflitto in Ucraina e di negare il raggiungimento dei legittimi obiettivi della Russia rischia di innescare uno scontro potenzialmente rovinoso, soprattutto per l’Occidente.
Va ricordato, a questo proposito, che Mosca sta conducendo dal 24 febbraio quella che definisce correttamente una “operazione militare speciale”, con l’impiego cioè di forze relativamente limitate e concentrandosi su obiettivi puramente militari. Le continue provocazioni occidentali e il tentativo di allargare il fronte del conflitto potrebbero però a un certo punto spingere il Cremlino a passare a un’operazione di guerra a tutti gli effetti. In quel caso, il livello di distruzione sofferto dall’Ucraina o da altri paesi come quelli del Baltico e l’umiliazione a cui andrebbe incontro l’Europa, per non parlare della gravità della crisi economica che si innescherebbe, farebbero impallidire i già pesantissimi scenari a cui si sta assistendo in questi ultimi quattro mesi.
Fonte
Il territorio di Kaliningrad (già Königsberg), quartier generale della Flotta del Baltico russa, è stato controllato per oltre quattro secoli dalla Polonia, dalla Prussia e dalla Germania, fino all’annessione sovietica dopo la seconda guerra mondiale. Prima del 1991, i collegamenti con questo “oblast” non rappresentavano un problema, dal momento che la Lituania era parte dell’URSS. Successivamente, l’indipendenza delle repubbliche baltiche e la perdita della continuità territoriale con Kaliningrad avevano portato alla stipula di un trattato nel novembre del 1993 che, fino a qualche giorno fa, ha assicurato la libera circolazione di merci e uomini attraverso la Lituania e la Bielorussia.
Questa exclave è incastrata tra la Polonia e, appunto, la Lituania, ovvero tra due paesi NATO, di cui il primo ha da tempo delle mire su questo stesso territorio. La decisione del governo di Vilnius blocca il transito di merci su rotaia, ma solo quelle previste dalla lista nera UE. Tra queste figurano carbone, materiali da costruzione, greggio e derivati del petrolio, prodotti di alta tecnologia e metalli di vario genere. Secondo il governatore della regione di Kaliningrad, Anton Alikhanov, il bando riguarda circa la metà dei beni importati.
Nella regione non sembrano tuttavia scarseggiare i beni di prima necessità, parte dei quali sono prodotti in loco. La rotta via mare resta inoltre aperta per la Russia. Le autorità locali hanno già fatto sapere che almeno due navi cargo sono partite da San Pietroburgo per garantire la consegna delle merci fermate dalla Lituania e altre ancora verranno utilizzate a questo scopo se la situazione non dovesse tornare alla normalità nel breve periodo. Queste rassicurazioni non hanno comunque evitato una certa corsa ad accaparrarsi beni di prima necessità da parte della popolazione di Kaliningrad, come hanno mostrato svariati filmati circolati in rete.
Il blocco imposto dal governo lituano è una provocazione in piena regola e non è del tutto chiaro cosa sia stato a motivarla nello specifico, oltre alla stupidità pura e semplice dei vertici europei e dello stesso paese baltico. Il fatto che Kaliningrad sia geograficamente separata dal resto della Russia fa in modo che l’accesso a questo territorio sia garantito dal diritto internazionale. Perciò, l’iniziativa di Vilnius è giudicata da molti come un possibile casus belli che può giustificare una dichiarazione di guerra da parte di Mosca.
Il governo russo aveva già avvertito dell’intenzione dell’Europa di spingere la Lituania ad attuare una sorta di assedio economico ai danni di Kaliningrad. Durante la discussione di uno dei pacchetti di sanzioni adottato da Bruxelles, ad esempio, nel mese di aprile la Russia aveva spiegato che un eventuale blocco del proprio “oblast” occidentale avrebbe dovuto essere “rotto” per il bene della popolazione che vi abita.
Di conseguenza, non sorprende che le dichiarazioni provenienti da Mosca sulla situazione a Kaliningrad siano state particolarmente minacciose. Lunedì, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito “senza precedenti” la mossa della Lituania. La situazione, secondo Peskov, “è più che seria” e “richiede un’analisi molto approfondita” prima che vengano prese “decisioni e contromisure”. Nella mattinata di martedì, la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha alzato il livello della ipotetica reazione russa, lasciando intendere che la vicenda potrebbe essere risolta unilateralmente da Mosca senza cercare un accordo con Vilnius.
Intervenendo in un programma televisivo, la diplomatica russa ha affermato che, nel caso il suo governo dovesse stabilire che quella lituana è stata una “decisione apertamente ostile”, allora da parte di Mosca “non ci saranno tentativi di trovare una formula per disinnescare la crisi”, ma soltanto una “risposta adeguata”. La gravità della situazione è determinata appunto dal fatto che la Lituania è un paese NATO e una risposta militare russa al blocco deciso nei giorni scorsi implicherebbe l’applicazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede cioè l’intervento automatico degli altri membri dell’Alleanza in appoggio al paese “aggredito”.
Discussioni molto accese sono in corso anche sul tipo di risposta che Mosca starebbe studiando se non ci sarà un passo indietro da parte del governo di Vilnius. La riapertura forzata del corridoio che permette i collegamenti di terra è la scelta più ovvia, ma qualche commentatore ha sollevato un’altra possibilità. Essendo la decisione lituana un ripudio a tutti gli effetti dell’accordo dei primi anni Novanta sulla delimitazione dei confini post-sovietici, Mosca potrebbe a sua volta disconoscere questi stessi confini, con conseguenze che sono facilmente immaginabili. Altri strumenti, oltre a quelli militari, sono comunque a disposizione della ritorsione russa, come il taglio delle forniture elettriche che costituiscono un fattore importantissimo nel quadro delle politiche energetiche lituane.
Resta il fatto che la responsabilità primaria dell’iniziativa ultra-provocatoria di Vilnius va attribuita all’Europa. Il ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis, ha in qualche modo rimandato a Bruxelles la questione del blocco delle merci, chiarendo che la decisione è stata presa in seguito a “consultazioni con la Commissione Europea” e “in accordo con le sue linee guida” relative alle sanzioni anti-russe.
Come già anticipato, non sono immediatamente comprensibili le vere ragioni del comportamento dell’Europa, per non parlare di quelle del governo lituano. Riguardo a quest’ultimo paese, se i governi post-sovietici sono stati dominati da elementi ferocemente anti-russi e ultra-atlantisti, da un punto di vista razionale politiche di questo genere sono poco meno che suicide, sia per l’esposizione del paese in un eventuale conflitto con la Russia sia per il fatto che la comunità russa ammonta a circa il 15% della popolazione lituana.
Per qualcuno, il flop in Ucraina avrebbe convinto l’Europa a provocare la Russia su un altro fronte, presumibilmente per moltiplicare lo sforzo militare di Mosca o, nella peggiore della ipotesi, per consegnare alla NATO l’occasione per entrare direttamente nel conflitto. La difficoltà nel comprendere la gestione europea della crisi ucraina e, ora, di Kaliningrad è accentuata dai messaggi contraddittori che stanno arrivando nelle ultime settimane. Segnali di una ricerca disperata di una via d’uscita al disastro ucraino si alternano a dichiarazioni e iniziative di senso opposto.
È possibile che la presa d’atto dell’impossibilità di sconfiggere la Russia in Ucraina stia lentamente penetrando nelle strutture del potere in Europa, ma allo stesso tempo persistano tendenze a provocare Mosca nell’illusione di potere in qualche modo indebolire questo paese o ridurlo a uno stato di quasi vassallaggio. Ad ogni modo, l’insensata decisione della Lituania si inserisce in un clima surriscaldato negli ultimi giorni da uscite a tratti deliranti di personalità politiche e militari occidentali.
Il culmine in questo senso lo ha toccato probabilmente il nuovo comandante delle forze armate britanniche, Patrick Sanders. In un messaggio ai soldati di sua maestà, il generale ha parlato dell’imperativo di “forgiare un esercito capace di combattere con gli alleati e di sconfiggere la Russia in battaglia”. Secondo Sanders, questa generazione deve prepararsi “ancora una volta a combattere sul territorio europeo”. Ugualmente preoccupanti sono state anche le dichiarazioni più recenti del segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, e del primo ministro britannico, Boris Johnson. Entrambi hanno in sostanza prospettato uno sforzo a lungo termine in appoggio al regime neo-nazista di Kiev, fino a quando, secondo l’ex sindaco di Londra, l’Ucraina non avrà riconquistato il Donbass e la Crimea.
Se nel breve periodo non dovessero prevalere posizioni e decisioni strategiche decisamente più assennate di queste, il futuro dell’Europa risulterà ancora più cupo di quello verso cui la sua classe dirigente la sta rapidamente conducendo. L’illusione di ribaltare le sorti del conflitto in Ucraina e di negare il raggiungimento dei legittimi obiettivi della Russia rischia di innescare uno scontro potenzialmente rovinoso, soprattutto per l’Occidente.
Va ricordato, a questo proposito, che Mosca sta conducendo dal 24 febbraio quella che definisce correttamente una “operazione militare speciale”, con l’impiego cioè di forze relativamente limitate e concentrandosi su obiettivi puramente militari. Le continue provocazioni occidentali e il tentativo di allargare il fronte del conflitto potrebbero però a un certo punto spingere il Cremlino a passare a un’operazione di guerra a tutti gli effetti. In quel caso, il livello di distruzione sofferto dall’Ucraina o da altri paesi come quelli del Baltico e l’umiliazione a cui andrebbe incontro l’Europa, per non parlare della gravità della crisi economica che si innescherebbe, farebbero impallidire i già pesantissimi scenari a cui si sta assistendo in questi ultimi quattro mesi.
Fonte
22/06/2022
La provocazione della Lituania, benzina sul fuoco verso l’escalation
La Lituania, membro del blocco di stati “eurostatunitensi” oltranzisti, ha esteso anche al trasporto su gomma il divieto di transito dalla Russia all’enclave di Kaliningrad per le merci colpite dalle sanzioni Ue, entrato in vigore dallo scorso fine settimana per il trasporto su rotaia.
L’entrata in vigore del nuovo blocco sulle merci russe è stata confermata dall’agenzia russa Interfax, secondo cui si è formata una lunga fila di camion al check point di Medininkai, al confine con la Bielorussia, dove numerosi Tir starebbero venendo rimandati indietro.
In una nota il governo regionale di Kaliningrad fa sapere che “i beni che vengono normalmente trasportati in treno o con i camion possono essere trasportati ora solo via mare”. Le merci bloccate perché ritenute oggetto di sanzioni da parte dell’Unione Europea sono acciaio, carbone, materiali da costruzione e tecnologie come i semiconduttori, ma il blocco si sta rivelando, nei fatti, assai più esteso.
Già nei giorni scorsi la Russia ha chiesto alla Lituania di revocare immediatamente il blocco del transito di beni verso Kaliningrad, altrimenti si vedrà costretta a contromisure. “A meno che il transito commerciale tra la regione di Kaliningrad e il resto del territorio della Russia non venga pienamente ripristinato nel prossimo futuro, la Russia si riserva il diritto di agire in difesa degli interessi nazionali”, aggiunge la nota, che accusa la Lituania di aver violato i suoi “obblighi legali internazionali”, a partire dalla “dichiarazione congiunta del 2002 della Federazione Russa e dell’Unione Europea sul transito tra la regione di Kaliningrad e il resto del territorio russo”.
Se come contromisura la Russia chiudesse il corridoio di Suwalki, – una striscia di 80 chilometri tra Polonia e Lituania che separa Kaliningrad dalla Bielorussia – le tre repubbliche baltiche (Lituania, Lettonia, Estonia) aderenti alla Ue e alla Nato si troverebbero isolate via terra (vedi cartina).
Con una stolida ma significativa dichiarazione, il rappresentante della sicurezza europea Borrell ha affermato che: “Conformemente alle sanzioni Ue ci sono restrizioni a importazioni ed esportazioni in relazione ad alcune merci, inclusa la proibizione del transito di quei beni nel territorio Ue. E la Lituania non fa altro che attuare le linee guida previste dalla Commissione, ma verificheremo ancora gli aspetti legali per assicurarci di essere in piena osservanza delle regole”.
La Russia contesta questa misura in quanto i flussi sono diretti dalla Russia alla Russia, essendo Kalinigrad territorio russo. Sabato scorso, mentre il blocco era già cominciato, il viceministro degli Esteri lituano, Mantas Adomenas, aveva affermato di essere in attesa di “chiarimenti dalla Commissione Europea sull’applicazione delle sanzioni europee al transito commerciale verso Kaliningrad”.
Se l’Unione Europea non interverrà sulla decisione della Lituania di bloccare il transito sul suo territorio delle merci russe soggette a sanzioni Ue e dirette dal resto della Federazione verso Kaliningrad, la Russia riterrà di avere “le mani libere” per “risolvere il problema con ogni mezzo”. Ha dichiarato il vicepresidente della Commissione esteri della Duma Andrej Klimov.
Secondo Klimov, la Nato “de jure avvia un blocco inaccettabile di un’entità costituente della Federazione Russa attraverso le mani di uno dei suoi paesi membri” e “quest’ultima può essere valutata come un’aggressione diretta contro la Russia, costringendoci letteralmente a ricorrere con urgenza a un’adeguata autodifesa”.
Insomma la tensione è schizzata verso l’alto. Anche a occhio nudo è visibile come la decisione unilaterale della Lituania getti benzina sul fuoco su una situazione già incandescente, quasi a sabotare il minimo canale negoziale tra Ue e Russia che sembrava essersi aperto con la visita a Kiev di Macròn, Draghi e Scholz.
La missione diplomatica dei tre capi di governo e di stato europei era stata però preceduta la sera prima da colloqui telefonici tra il presidente ucraino Zelenski con Johnson e Biden e poi era stata seguita immediatamente da una visita improvvisa di Johnson a Kiev il giorno dopo. Quasi a blindare e chiudere ogni tentazione di aprire canali di dialogo che potessero arrivare ad un cessate il fuoco e alla riapertura di negoziati tra Ucraina e Russia.
La Lituania, insieme alle altre repubbliche baltiche e alla Polonia, è uno degli stati della Ue appartenenti al blocco più oltranzista contro la Russia e sincronizzato con gli interessi di Washington e Londra piuttosto che con quelli dei paesi centrali dell’Unione Europea.
Alzare la tensione con la Russia su Kalinigrad ad una sola settimana di distanza dalla visita dei tre leader europei a Kiev non può essere ritenuta neanche lontanamente una casualità. Somiglia molto ad una provocazione tesa a costringere la Russia a intervenire contro uno o più paesi della Nato e avviare quella escalation di guerra che un altro pezzo di Europa vorrebbe assolutamente evitare.
Fonte
18/05/2022
Europa, la nuova frontiera USA
Tra propaganda e storytelling addomesticati, tra narrazioni improvvisate e verità negate, nell’ubriacatura di chi scambia nazisti per irredentisti e la resa con l’evacuazione, se c’è una cosa chiara in questa guerra per procura che gli Stati Uniti fanno combattere agli ucraini, è che Kiev è completamente asservita – e non da oggi – agli interessi statunitensi. Sono venuti alla luce le totali influenze di Washinton su Kiev, il cui inizio risale a prima del golpe di Euro Maidan. In principio l’attività USA è stata dedita all’organizzazione del colpo di stato, poi è proseguita con una continua e profonda ingerenza nelle vicende interne del Paese, al punto dall’esibirne l’eterodirezione dello stesso.
Londra e Washington hanno riempito i depositi di armi dell’Ucraina e la quantità del suo esercito (330.000 uomini) come il suo livello di armamento, ad una analisi neutrale risultavano poco compatibili con il bilancio di un Paese coperto dai debiti e con un PIL affatto entusiasmante. Ma non solo: l'addestramento tanto della sua milizia nazista come dell'esercito regolare, la formazione dei suoi servizi segreti, il saccheggio delle sue risorse minerarie e l'uso del suo territorio per creare laboratori di guerra batteriologica – pericolosi da tenere in patria, ma eccellenti se vicino alla Russia – hanno rappresentato l’esatta dimensione della presenza USA in Ucraina.
Oligarchi, militari, politici, militanti neonazisti, ognuno ha svolto la sua parte. Una intera classe dirigente – se così la si vuole chiamare – e i suoi bravacci hanno ceduto la sovranità dell’Ucraina agli Stati Uniti, con i quali hanno trovato identità politica e affari in comune. Di buon grado Kiev si è resa funzionale alla strategia statunitense che aveva ed ha due obiettivi: prendere possesso delle sue notevoli ricchezze di suolo e sottosuolo e utilizzarla come pedina fondamentale nella provocazione politica e militare contro Mosca.
Il riscontro di questo intreccio di interessi lo si ha anche misurando gli investimenti statunitensi a Kiev. Secondo quanto affermato nell’aula del Congresso USA dalla deputata democratica del Missouri, Cori Bush, "gli Stati Uniti hanno dato più aiuti militari all'Ucraina che a qualsiasi altro Paese negli ultimi due decenni, e il doppio del costo annuale della guerra in Afghanistan, persino quando le truppe statunitensi erano sul terreno".
E siccome il diavolo si annida nei dettagli, è utile notare come una delle principali beneficiari dei fondi statunitensi per l'Ucraina sia la Raytheon, del cui consiglio di amministrazione faceva parte il Segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, prima di essere chiamato da Biden alla Casa Bianca; oppure che Hunter Biden (figlio del presidente) sia il principale beneficiario dell'attività mineraria in Ucraina. Sono, ovviamente, solo mere coincidenze.
La Russia aveva le sue ragioni per ritenere il nazismo ucraino in alleanza con gli USA una minaccia alla sua sicurezza nazionale. I tentativi di colpo di Stato in Bielorussia e Kazakistan (membri del CSTO), che nelle intenzioni di Washington avrebbero dovuto accerchiare la Russia, e le massicce manovre militari Nato che si sono svolte fino a poche centinaia di chilometri dal confine russo, sono stati la diretta attuazione sul campo del vertice atlantico del giugno 2021, in cui i governi di Mosca e Pechino sono stati esplicitamente definiti come nemici e la loro alleanza come una "crescente influenza da contrastare".
Dalla neutralità all’ostilità
Obiettivo da raggiungere con ulteriori allargamenti dell’Alleanza? Non c’è dubbio che la decisione di Svezia e Finlandia di entrare nella NATO, ponendo fine alla loro storia di neutralità, altera l'equilibrio militare in Europa. Solo l'Austria e l'Irlanda restano fuori dalla NATO, ma anche in questo caso si tratta di una questione di forma più che di sostanza. Sebbene Svezia e Finlandia siano sempre stati partner dell'Alleanza Atlantica, con la quale hanno regolarmente condotto esercitazioni congiunte ed avuto accesso a forniture militari, l'adesione formale alla NATO significa la fine di un’epoca che aveva portato agli "accordi di Helsinki".
Si potrebbe ipotizzare che con l'ingresso di Stoccolma ed Helsinki nella NATO, la Russia abbia aumentato il numero dei suoi nemici, ma questa sarebbe una lettura superficiale di una congiuntura a breve termine. Certo, da un punto di vista militare non si tratta di una decisione banale, poiché si tratta di due potenze artiche che rafforzano il loro peso strategico in forza dei cambiamenti climatici degli ultimi 30 anni, che hanno in parte trasformato l'Artico in uno sbocco navigabile. Ma, come ha già affermato Putin, l’ingresso dei due paesi non rappresenta un problema in sé, dal momento che entrambi hanno già dichiarato che non ospiteranno basi nucleari e rampe missilistiche.
Non vi è dubbio che il nuovo assetto Nato darà l’opportunità a Mosca di aumentare il livello del dispositivo militare nella zona, con particolare incremento nella base di Kalinigrad. Più in generale, servirà a produrre una profonda revisione e modernizzazione della dottrina militare russa e, oltre a questo, determinerà un aumento del dispositivo cinese (per ora sostanzialmente a carattere scientifico) nell’Artico.
Sotto il profilo militare entrambi i Paesi condividono un confine di 1.340 chilometri con la Russia, che però, con la base militare di Kaliningrad controlla il Baltico e l'Artico. Kaliningrad si trova in una posizione chiave per due motivi: da un lato, il porto del Mar Baltico che ospita la base della flotta navale russa, si trova in una delle poche zone in cui il mare non ghiaccia. Ospita i sistemi Iskander, ossia missili balistici tattici a corto raggio in grado di trasportare testate nucleari, con una gittata fino a 500 chilometri e i missili lanciati dalle rampe come dai sottomarini possono colpire ovunque in Europa. D'altra parte, controllando il Corridoio di Suwalki – che collega l'oblast con la Bielorussia ed è l'unico passaggio terrestre tra la Polonia e i Paesi baltici – Mosca potrebbe isolare Lettonia, Estonia e Lituania in un colpo solo e imporsi rapidamente su Varsavia.
Vedremo quali saranno le condizioni di ingresso dei due paesi nordici nella Nato, giacché in assenza di senso della misura il vantaggio della particolare posizione potrebbe divenire lo svantaggio di una pericolosa esposizione. Da quanto si capisce Mosca reagirà modulando la risposta a quella che appare comunque una decisione basata su un principio di ostilità che sostituisce quello precedente di neutralità. Svezia e Finlandia diventeranno da adesso obiettivi militari. Resta da vedere se le loro popolazioni gradiranno l’uscita dalla neutralità per diventare un bersaglio.
Da parte loro gli europei occidentali non dovrebbero nemmeno rallegrarsi di questo nuovo schema: Kalinigrad costituisce una parte del territorio russo nel mezzo dell'Unione Europea: estesa per 15.000 chilometri quadrati e incastonata tra Lituania e Polonia, è un importante avamposto militare russo situato a 1.400 chilometri da Parigi e Londra, 530 da Berlino e 280 da Varsavia. Insomma, contrariamente a quanto potrebbe suggerire l'addizione matematica, l'ingresso di Svezia e Finlandia non rappresenta affatto un rafforzamento del livello di sicurezza continentale, ma piuttosto un aumento del rischio di conflitto e il nuovo accordo balistico della Russia aumenterà la fragilità militare dell'Europa.
Il nuovo equilibrio militare che si sta formando ci riporta ai blocchi, solo che ora sono tre e non più due. Si chiude un'epoca in cui l'idea di distensione e sicurezza collettiva era formalizzata da accordi come quelli di Helsinki del 1975, dai trattati Salt 1 e Salt 2 del 1972 o dall'accordo Safe Skies del 1992, tutti formalmente cestinati da Trump e sostanzialmente da Biden.
Probabilmente è questo che gli Stati Uniti intendevano quando hanno applaudito alla fine della Guerra Fredda: l'inizio di quella calda.
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22/11/2016
Mosca schiera i missili a Kaliningrad: “la Nato ci minaccia”
"La minaccia reale alla sicurezza oggi non è la Russia" ma tra le altre "l'imminente collocamento in Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia, di unità di combattimento delle forze armate della NATO, che costituiscono la spina dorsale delle forze armate statunitensi". E’ quanto ha detto oggi il portavoce del ministero della Difesa generale di Mosca, il maggiore Igor Konashenkov, a proposito delle polemiche scatenate dalla decisione russa di schierare un sistema missilistico nell’enclave di Kaliningrad.
Il ministero della Difesa russo ha risposto a una dichiarazione del rappresentante ufficiale del Dipartimento di Stato americano, John Kirby, che aveva definito la presenza di sistemi missilistici anti-aerei S-400, di altri complessi missilistici operativo-tattici Iskander e di sistemi missilistici per la difesa costiera Bastion nella enclave di Kaliningrad (sul Mar Baltico) "una minaccia per la sicurezza europea".
Konashenkov ha detto che per "l'ex contrammiraglio della marina statunitense e ora un portavoce del Dipartimento di Stato, non sarebbe male sapere che la regione di Kaliningrad è parte integrante della Federazione Russa". Aggiungendo che "la sicurezza dello Stato russo è prerogativa solo della leadership del nostro paese. Pertanto, tutti i reclami e suggerimenti su dove, quando, cosa e come fare sul nostro territorio" è meglio che Kirby "se li tenga per sé" secondo il generale.
E poi il generale non ha rinunciato al suo affondo, ormai quasi d'obbligo nella accesa dialettica tra Russia e Stati Uniti: "la minaccia reale per sicurezza oggi non è la Russia ma la saturazione degli armamenti e di militari di origine non europea". Per poi citare le dislocazioni in Polonia e Romania e "l'imminente collocamento in Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia, delle unità di combattimento delle forze armate della NATO”, oltre allo schieramento degli US Marine Corps in Norvegia.
"Quando un Paese diventa membro della Nato, è davvero difficile resistere alla pressione dei Paesi più potenti dell'Alleanza, come gli Stati Uniti, e qualsiasi cosa può facilmente apparire lì: un sistema di difesa anti-missilistica e nuove basi e nuovi sistemi di attacco, se serve – ha dichiarato ieri il presidente russo Vladimir Putin facendo riferimento alla necessità di difendersi da parte di Mosca, in un'intervista rilasciata al regista statunitense Oliver Stone. Dobbiamo prendere contromisure come per esempio colpire con i nostri sistemi missilistici quelle installazioni che dal nostro punto di vista ci minacciano" ha aggiunto il capo del Cremlino.
I missili supersonici Oniks installati a Kaliningrad, nell'ambito del sistema anti-nave Bastion, hanno fatto la loro prima apparizione la scorsa settimana nei combattimenti in Siria. I missili tattici Iskander e S-400, invece, sono destinati alla difesa aerea. Dalla base di Kaliningrad potrebbero colpire aerei e missili Nato dalla maggior parte delle regioni del Baltico.
Fonte
21/10/2015
Il nuovo novembre russo
Una volta, il 7 novembre, si celebrava in Unione Sovietica l'anniversario della Rivoluzione Socialista; era forse, accanto al Capodanno, la festa più importante del paese. Quei balordi di comunisti si ostinano tuttora a celebrarla, anche in Russia, come possono, nonostante il 7 novembre sia stato sostituito, forse per uno scrupolo “temporale”, per allontanarsi per gradi dalla tradizione, con la data del 4 novembre, istituita nel 2005. Dunque in Russia il 7 novembre è giorno lavorativo e si sta invece a casa tre giorni prima, a celebrazione della giornata dell’Unità nazionale e a ricordare la liberazione della Russia dagli invasori polacchi e lituani, nel 1612.
Ma ora c'è chi si ostina ancor più dei comunisti, a voler ricordare il 7 novembre: per carità, non come anniversario della Rivoluzione socialista, bensì quale Giornata in ricordo della dinastia dei Romanov, la casa regnante zarista che dominò la Russia per trecento anni e che, nel marzo 1917, cessò le proprie funzioni in seguito alla sollevazione delle masse operaie e contadine che portò all'instaurazione del governo borghese provvisorio, deposto a sua volta a novembre dalla rivoluzione socialista guidata dai bolscevichi.
La proposta viene dal deputato del Consiglio della regione di Leningrado (la città ha ripreso da molti anni il vecchio nome zarista, ma la regione ha conservato quello rivoluzionario: anche qui, si procede per gradi) Vladimir Petrov, secondo il quale la nuova festività può aiutare a superare tutta una serie di contrapposizioni politiche e storiche - la metafisica trionfa a partire dai nomi delle cose.
A parere di Petrov, gli avvenimenti dell'ottobre 1917 non sono positivi per lo sviluppo storico della Russia e, tantomeno, legittima sarebbe la fucilazione della famiglia reale nel 1918. “Nella società si discute del possibile ritorno nel paese degli eredi della famiglia Romanov e dell'attribuzione a loro di uno status speciale”, dice Petrov.
In effetti, alcune “prove generali” di tale ritorno si sono svolte nell'agosto scorso, con le visite in Crimea di discendenti del ramo cadetto dei Romanov e da tempo si parla, nemmeno tanto sottovoce, di una rinascita della famiglia imperiale Romanov, in occasione del centenario della fucilazione, tra due anni. Inoltre, dice sempre Petrov, “gli storici discutono sulla legittimità della abdicazione di Nicola II”. Vuoi vedere che il potere sovietico si è retto per 70 anni su un malinteso giuridico!
Ma Petrov non è solo nella sua campagna dinastica. I simpatizzanti monarchici della regione di Kaliningrad – l'ex prussiana Königsberg, l'enclave russa in territorio polacco – hanno proclamato che essi non permetteranno mai la “restaurazione” dell'Urss: piuttosto, faranno come i leghisti nostrani, proclameranno la secessione. L'organizzazione “Avanguardia baltica della resistenza russa” ha inaugurato a Jaroslavskoe, nei dintorni di Kaliningrad, un memoriale a ricordo della “fratellanza d'armi russo-tedesca nella lotta contro il bolscevismo”: sulla stele di pietra l'iscrizione “S nami Bog”, la traduzione russa del tedesco “Got mit Uns” – dio è con noi. Il video pubblicato a testimonianza dell'avvenimento recita “Russi e tedeschi, già al tempo della guerra civile, avanzarono spalla a spalla contro i nemici della civiltà, contro i persecutori della fede cristiana e tale unione fu cementata nel sangue. Quel nemico mortale era il bolscevismo”. La “Avanguardia baltica della resistenza russa” è stata fondata nel 2008 a ricordo dell'alleanza tra generali bianchi e truppe tedesche che, nel nord della appena nata Repubblica socialista russa, combatterono tra il 1918 e il 1920 per la restaurazione del potere dei latifondisti e del grande capitale.
Non è dato sapere quali misure siano state adottate, a parte l'oscuramento del video, per mettere al loro posto gli eredi dello spirito zarista. Per ora, ci si deve accontentare di festeggiare e ricordare il 4 novembre del 1612, anno della salita al trono della dinastia Romanov.
Fonte
12/06/2014
Kaliningrad, Baltico, l’avamposto russo nel cuore dell’Europa
Doveva essere la Hong Kong russa, avamposto del libero commercio. Messa tra Polonia e Lituania sulle coste del Mar Baltico l’exclave di Kaliningrad diventa oggi avamposto militare strategico per la Russia. L’Oblast di Kaliningrad che già fu una delle aree più militarizzate dell’Unione Sovietica.
Un po’ di storia prima dell’attualità. Costruita sulle macerie dell’antica Königsberg, dal 1457 capoluogo della Prussia orientale, nel 1724 la città dà i natali al filosofo Immanuel Kant. Ma nel 1945 la sua storia cambia per sempre quando, al termine della Seconda Guerra Mondiale viene tolta alla Germania dall’Unione Sovietica e diventa Kaliningrad. L’Oblast, la regione di Kaliningrad fu una delle aree più militarizzate dell’URSS. Col crollo del Muro di Berlino, altro scontro con la storia: l’ex Armata Rossa allo sbando e il banditismo dilangante in quella area franca senza padroni.
430 mila abitanti, principalmente russi, ma anche bielorussi, ucraini, lituani, armeni, tedeschi e polacchi. E’ la Federazione Russa, che nel 1996 la salva dal collasso concedendole lo status di Zona Economica Speciale. Vantaggi fiscali che permettono alla regione di attrarre acquirenti e investitori esteri interessati agli scambi commerciali soprattutto con gli ex Paesi satellite dell’URSS ora entrati nell’Unione Europea. Il vantaggio di uno speciale regime di transito transfrontaliero, introdotto nel 2012 dopo che Mosca e Bruxelles avevano concordato una revisione del Trattato di Schengen.
Oggi Mosca avvia nell’exclave di Kaliningrad un’imponente esercitazione militare a bilanciare le recenti manovre della NATO tra Lituania, Estonia e Lettonia. Tutto ciò mentre nell’Ucraina dell’est si continua a combattere. L’imponenza delle due esercitazioni militari della NATO - Saber Strike 9 e BALTOPS - non poteva che innescare una reazione del Cremlino. Rispetto al 2013, quando la NATO schierò per il tradizionale appuntamento annuale 1.800 soldati, quest’anno l’escalation della crisi in Ucraina fa balzare i numeri a 4.700 soldati e oltre 800 veicoli militari esibiti a Mosca.
Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, aveva definito le manovre militari ai confini con la Russia un atto di ostilità poiché violerebbero l’accordo del 1997, col quale è stabilito che la NATO non può effettuare alcuno “stazionamento permanente di forze di combattimento significative” a ridosso dei confini russi. Richiami alla crisi nel Caucaso del nord con la Georgia che spinse il Cremlino all’intervento militare. Ora Mosca ha deciso di esibire il proprio arsenale. Marines, paracadutisti, navi, elicotteri e mezzi corazzati posizionati a Kaliningrad sul mar Baltico.
Gli specialisti di cose militari di LookOut scrivono del dispiegamento della divisione paracadutista di Pskov, mentre i marines hanno effettuato una simulazione di difesa del litorale da un possibile attacco via mare di forze nemiche. A prestare supporto dall’alto sono stati i caccia bombardieri Su-34 e Tu-22M3 e gli elicotteri d’assalto Mi-24. Insomma un’esercitazione imponente che però – ha precisato una nota del ministero della Difesa russo – è in linea, sul piano delle forze dispiegate, con le esercitazioni effettuate dalla NATO nel Baltico. Esibizione di muscoli dispendiosa per ora 0-0.
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