Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Nazionalisti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nazionalisti. Mostra tutti i post

30/07/2023

Il conflitto in Ucraina e il “fattore polacco”

La questione ucraina potrebbe riflettersi sulla fiducia che i polacchi hanno sinora accordato al regime sanfedista di Varsavia. E, di converso, il “fattore polacco” potrebbe avere qualche conseguenza sul conflitto in Ucraina.

“I polacchi non hanno intenzione di dimenticare i massacri di Volynia, e i nazionalisti e neonazisti dei battaglioni ucraini“, afferma l’esperto militare russo Konstantin Sivkov, sanno bene che i polacchi, alla fine, faranno i conti con loro in maniera radicale. In che modo potrebbe verificarsi questa coincidenza di fattori?

Dopo il ritiro russo dalla Black Sea Grain Initiative, Mosca sta attuando il più serrato blocco marittimo dell’Ucraina, colpendo in particolare le sue infrastrutture portuali, in modo che nessun vascello possa attraccarvi. E Kiev non dispone di forze e mezzi sufficienti per rispondere adeguatamente. Questo a sud.

A nord, la Polonia sta rafforzando le proprie posizioni a difesa del cosiddetto “Przesmyk suwalski” (in inglese “Suwalki Gap”: quell’ipotetico corridoio di circa cento chilometri che va dal confine bielorusso alla regione russa di Kaliningrad, coincidente grosso modo con la frontiera tra Polonia e Lituania) considerato dalla NATO uno dei punti deboli dell’Alleanza.

In caso di blocco marittimo di Kaliningrad, Mosca potrebbe vedersi costretta a prendere il controllo del corridoio per rifornire la regione via terra: in questo caso, la penetrazione attraverso «il corridoio di Suwalki costituirebbe un’azione difensiva per spezzare il blocco della regione russa» sul Baltico, afferma Sivkov su Komsomol’skaja Pravda.

In effetti, proprio ieri il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha parlato di movimenti di circa 100 (cento!) uomini della “Wagner” (tra l’altro, sempre ieri è di nuovo comparso Evgenij Prigožin che, intervistato da Afrique Media, ha elogiato Putin per il fatto che, al Forum Russia-Africa, si sono «costruiti rapporti di fiducia personale con la maggior parte dei leader africani»), tra quelli dislocati in Bielorussia, in direzione del corridoio.

Nella mente di pan Morawiecki, quei 100 (cento!) “musicisti” rappresenterebbero un ‘serio pericolo’ per Varsavia, dal momento che, «vestiti da guardie di frontiera bielorusse potrebbero favorire l’ingresso in Polonia di “migranti illegali”», oppure, presentandosi essi stessi come “migranti illegali”, potrebbero «destabilizzare la Polonia».

Quella stessa Polonia che ambisce a disporre dell’esercito più numeroso d’Europa, ribadendo i piani di accrescimento delle forze armate da 172.000 a 300.000 uomini.

Ma c’è anche un’altra eventualità, di cui ormai nessuno più tace, e cioè l’introduzione di truppe polacche in Ucraina occidentale, da sole o insieme a quelle lituane. Per quanto anche tra Varsavia e Vilnius, le pretese nazionalistiche non manchino da cento anni, in particolare per la regione di Vilnius e i distretti di Šalcininkai, Trakai, Švenčionys, popolati da forti comunità polacche.

In questo caso, come potrebbero reagire le forze armate di Kiev che, a loro dire, combattono per “l’integrità territoriale” del paese?

I generali ucraini dovrebbero allora scegliere tra Polonia e Russia; si tratterebbe di un rebus oltremodo serio, specialmente per i nazionalisti ucraini più convinti: essi «sanno che i polacchi farebbero sicuramente i conti con loro fino all’ultimo», per vendicarsi delle stragi compiute dalla bande OUN-UPA nel 1943.

Basti pensare che, nei giorni scorsi, alla vigilia del 80° anniversario dell’inizio dei massacri di Volynia, l’organizzazione nazionalista “Gioventù polacca”, al posto di frontiera polacco-ucraino di Medika-Šegini, da entrambi i lati del confine aveva piantato alcune centinaia di croci con i nomi dei villaggi polacchi in Volynia e Galizia, distrutti dai banderisti insieme agli abitanti.

Non è un caso che si tratti dello stesso punto di frontiera in cui più attive e partecipate erano state, nelle settimane precedenti, le manifestazioni degli agricoltori polacchi contro l’importazione di prodotti agricoli ucraini a prezzi stracciati.

Questo è l’atteggiamento dei più accesi nazionalisti polacchi nei confronti dell’Ucraina, che non di rado supera il comune denominatore anti-russo delle élite sanfediste e neo-naziste sia di Varsavia che di Kiev.

Da parte russa, invece, come dimostrato anche in occasione di scambi di prigionieri – sono stati rilasciati anche vari caporioni neo-nazisti di Azov: ognuno ne dia la valutazione che crede – è stata dimostrata «una buona dose di lealtà».

Così, in caso di invasione polacca delle regioni di L’vov e Ivano-Frankovsk, e a dispetto della “reciproca simpatia” (si fa per dire!) tra nazionalisti polacchi e nazionalisti ucraini, non ci sarebbe da stupirsi se si dovesse assistere al passaggio di reparti neo-nazisti ucraini al fianco della Russia (d’altronde, il nazionalismo è un cancro che si spande piuttosto rigogliosamente).

Essi, per quanto paradossale possa apparire, potrebbero «ritenerlo più accettabile che non trovarsi improvvisamente dalla parte della Polonia».

Per parte USA, secondo il conduttore radiofonico statunitense Garland Nixon, Washington può benissimo permettere a Varsavia di intervenire in Ucraina, senza però fornirle un sostegno diretto: quantomeno, non ufficialmente.

A parere di Garland, gli yankee considerano i polacchi una “merce di scambio” nel conflitto in Ucraina: «agli USA non importa assolutamente nulla della Polonia. I polacchi sono materiale sacrificabile». Agli occhi di USA e UE, i polacchi sono «troppo conservatori», quindi non li amano.

Ma, in ogni caso, dice Nixon, un intervento polacco in Ucraina giocherebbe a favore di Washington: «le truppe di Varsavia verrebbero presto annientate e la popolazione chiederebbe le dimissioni del governo, così che gli USA ne approfitterebbero per installare propri scagnozzi».

Per quanto si possa dubitare fortemente del fatto che USA e UE non amino i polacchi specificamente perché «troppo conservatori», e anche dell’idea che gli yankee debbano aspettare le dimissioni di un qualunque governo per «installare i propri scagnozzi» in una qualche capitale, pochi dubbi che, davvero, il “fattore polacco” potrebbe avere qualche seria conseguenza sul conflitto in Ucraina.

Fonte

05/09/2018

Elezioni europee. Rompiamo il falso schema “europeisti versus nazionalisti”

L’orizzonte delle europee e la crisi della governance UE

Non siamo degli appassionati del rito elettorale, ma per la prima volta la scadenza di solito più inutile – le elezioni europee – assume un valore strategico.

E’ quasi sorprendente, visto che tutta la costruzione dell’Unione Europea è stata pensata per congelare dentro trattati di fatto non modificabili (se non all’unanimità, ossia mai) rapporti di forza temporanei e indirizzi di governance in grado di vanificare eventuali risultati elettorali divergenti in qualche singolo paese.

Come spiegava il cerbero Wolfgang Schaeuble in una riunione dell’Eurogruppo, “non si può assolutamente permettere ad un’elezione di cambiare nulla. Perché abbiamo elezioni ogni giorno, siamo in 19 e, se ogni volta che c’è una elezione, cambia qualcosa i contratti tra noi non significherebbero nulla”.

Tutta la costruzione, però, poggiava su una maggioranza politica che sembrava eterna: la grosse koalition su scala continentale tra “popolari” e “socialisti”. Ancora nel 2009 questa coalizione sfiorava i due terzi dei seggi a Strasburgo e quindi garantiva che qualsiasi scelta fatta nella formazione della Commissione (il “governo” europeo, quello che fa le leggi e le “raccomandazioni”, che controlla/contratta la stesura delle “leggi di stabilità” nazionali, ecc.), o nel Consiglio Europeo, venisse approvata senza problemi.

I primi scricchiolii sono stati avvertiti già nel 2015, quando la maggioranza è scesa al 54%, mentre cresceva l’opposizione di destra che andava al governo in alcuni paesi, ed ora è diventata un protagonista problematico in quasi tutti. Esisteva anche un’opposizione di sinistra, molto variegata quanto ad orientamenti, ma politicamente ininfluente o subordinata ai “socialisti”.

Il crollo di questa coalizione in Italia (dove le filiali locali Forza Italia e Pd, come si vede meglio ora, hanno praticato per 25 anni la stessa identica politica: privatizzazioni, distruzione dei diritti del lavoro, tagli alle pensioni, precarizzazione, ecc., come “raccomandato” dalla Ue), e l’uscita della Gran Bretagna dal prossimo Parlamento, rendono ora “contendibile” la maggioranza.

L’allarme è stato fatto squillare nelle redazioni mainstream e nelle direzioni dei partiti politici “europeisti”, con la scontata chiamata a raccolta di tutte le forze “liberali ed europeiste” contro quelle “reazionarie e sovraniste”.

Le trappole di questo linguaggio sono innumerevoli – e ce ne occuperemo quanto prima – ma il ragionamento politico è semplicissimo: bisogna a tutti i costi mantenere a Strasburgo una maggioranza favorevole allo statu quo. Anche a costo di tirar fuori dall’armadio un frasario “antifascista” che era stato dimenticato da almeno un ventennio (per non disturbare membri del “partito popolare europeo” come l’ungherese Orbàn o gli alleati nazisti al governo in Ucraina, oltre ai segnali di “dialogo” con i fascisti all’interno di ogni paese; qui da noi i noti Veltroni, Violante, ecc.), almeno quanto basta per facilitare l’accodamento di una parte della “sinistra”.

Lo schema descritto dalla narrazione è dunque classicamente bipolare – europeisti versus sovranisti – senza ammettere altri protagonisti. Lo si può vedere dalla cartina allestita dal Corriere della Sera, che in Francia neanche menziona France Insoumise di Jean-Luc Mélénchon (19,6% alle recenti presidenziali, e in crescita nei sondaggi), mentre continua a considerare rilevante il Partito Socialista (dato nei sondaggi ancora all’8%, ma in rapidissimo calo); oppure, in Germania, cancella Die Linke (che pure vanta un dignitoso 9,2% alle elezioni politiche di un anno fa), mentre enfatizza al massimo i razzisti dell’Afd (che avevano preso il 7%, ma crescono cavalcando la paura anti-immigrati).


Dal punto di vista delle classi sociali, questi due schieramenti corrispondono al grande capitale finanziario e multinazionale (“europeista” e “cosmopolita” per definizione) e alla piccola-media borghesia, nazionalista per insufficiente dimensione del capitale, dunque incapace di “competere” sul piano globale.

Per il nostro “blocco sociale” – lavoratori con qualsiasi tipo di contratto, pensionati, disoccupati, precari, studenti, migranti, poveri di tutte le etnie, ecc. – non è prevista alcuna rappresentanza né diritto di parola. Al massimo, nella prospettiva dell’establishment neoliberista, viene auspicata una sua partecipazione, silenziosa e subordinatissima, al blocco “europeista”, usando lo spauracchio del fascismo alle porte e ramazzando frazioni della scompaginata “sinistra”.

Sul fronte interno il più chiaro nell’esplicitare questa partizione è stato Massimo Cacciari: “Per le elezioni del 2019 ci vuole un progetto transnazionale che vada da Macron a Tsipras e possa sfidare i sovranisti”. E lo faranno, non c’è alcun dubbio, perché ne va della loro sopravvivenza politica.

Che il fronte cosiddetto “sovranista” – in realtà banalmente nazionalista e retrogrado – sia una destra pericolosa e violenta, è assolutamente vero. E’ una destra che cavalca l’impoverimento generale (dai “ceti medi” a quelli popolari) causato dalla crisi economica fin dal 2008, aggravato da “politiche di austerità” pro-cicliche, a malapena rabberciate con il quantitative easing della Bce, ora agli sgoccioli.

Ma non è una destra realmente “anti-europeista”, ossia determinata a scassare la governance inscritta nei trattati. Sul piano economico, infatti, è altrettanto liberista del fronte “repubblicano”, con forse qualche condiscendenza in meno verso gli “investitori internazionali” che pretendono condizioni di favore (ma neanche questo è certo, viste le politiche fiscali adottate dai vari membri del “gruppo di Visegrad”).

Le politiche sociali sono grosso modo identiche, la “guerra ai poveri” accomuna senza problemi gli esponenti nazionali dei due fronti, tanto da renderli indistinguibili (a parte gli insulti reciproci). Dalla casa alle pensioni, dal reddito alle tutele del lavoro, non c’è tema in cui sia possibile riconoscere una differenza “forte”.

L’unico terreno che sembrerebbe distinguere i due schieramenti è quello dell’accoglienza verso i migranti, ma anche in questo caso le differenze reali sono molto minori di quelle sbandierate.
La Germania “europeista” di Angela Merkel (spesso contraddetta dal suo ministro dell’interno Seehofer) ha rapidamente ridotto la propria disponibilità di accoglienza ai soli “dotati di specializzazioni professionali utili” all’economia nazionale.

La Francia “repubblicana” di Macron – il più nazionalista dei sedicenti “europeisti” – si nota più per la durezza usata nei loro confronti (da Calais a Bardonecchia, con annesso sconfinamento in territorio italiano) che per la disponibilità a farli entrare.

In Italia Salvini ha sposato il “modello Minniti”, predecessore ai vertici del Pd, ma sbraita in modo decisamente più sguaiato, senza reali mutamenti sostanziali, coprendosi spesso di ridicolo (“Tripoli è un porto sicuro” le batte tutte...).

La chiusura dei confini è insomma generalizzata e risparmia, per ora, solo i migranti interni, quelli con passaporto Ue che, ricordiamolo, sono sempre e soltanto “migranti economici”, restituibili in qualsiasi momento al paese di provenienza, secondo le dottrine maggiormente in auge.

Dunque quello nazionalista e reazionario è un fronte che immagina “un’altra Europa”, altrettanto feroce sul piano economico e sociale interno, e blindata come una fortezza verso l’esterno. Ma niente affatto “alternativa”; molto poco diversa da quella attuale, insomma, solo con molte “facce nuove” decisamente poco presentabili.

Solo nello scenario italiano esiste un “terzo polo” non chiaramente collocabile in uno dei campi: i 5 Stelle. La loro idea “strategica” – autodefinirsi “né di destra, né di sinistra” – era poco più di un furbata per cercare di sottrarsi alla classificazioni novecentesche. Ma in questa Unione Europea, attraversata da questo scontro, questa ideuzza non ha nemmeno il terreno dove essere coltivata. Impossibile qualificare Macron o Merkel come “sinistra”, mentre certamente sono “destra” i nazionalisti d’ogni lingua e risma... Fuori dalle chiacchiere sulla “legalità”, insomma, e dentro uno scontro intorno alle caratteristiche future della Ue, appaiono come il più classico dei vasi di coccio in mezzo alle palle da cannone.

A prima vista, dunque, c’è necessità soprattutto di uno schieramento continentale popolare assolutamente indipendente da questi due fronti. Ed è per fortuna in via di formazione, a partire dalla firma della Dichiarazione di Lisbona, che ha visto convergere France Insoumise, Podemos e il portoghese Bloco de Esquerra, nonché l’adesione di Potere al Popolo per l’Italia. In questa direzione sembra andare anche Aufstehen, il movimento tedesco che punta esplicitamente a superare il tradizionale bacino di Die Linke (ma che risente pesantemente del clima anti-immigrati tedesco), oltre a interessanti e niente affatto “minori” gruppi danesi, olandesi, sloveni, ecc.

Tutto bene, dunque? Non proprio... “A sinistra”, in Italia come altrove, sopravvivono – pur deperendo a vista d’occhio – nostalgie di “alleanze di centrosinistra”, mal celate spesso sotto confusissimi appelli ad “allargare” il campo antiliberista fino a comprendere frammenti di ceto politico dispersi e molto ondivaghi, senza radicamento sociale, privo quasi sempre di rappresentatività reale, storicamente disposto a quasi tutto. Una “irresistibile” voglia di pastrocchi che – per oggettiva debolezza numerica e di idee – fin d’ora pare destinata a subire, almeno in parte, la forza gravitazionale della nebulosa invocata da Cacciari (“da Macron a Tsipras”).

Come sempre, critichiamo una logica politica, non qualche organizzazione particolare. Sappiamo bene che una “cultura” malamente sopravvissuta per 25 anni è diffusa in molti ambiti e in molte menti, e non può essere superata con un semplice atto di volontà o una “presa di coscienza” fulminea... Ma va superata, pena la scomparsa o la subordinazione definitiva di una soggettività autonoma di classe che abbia l’ambizione di esser riconosciuta “dalle masse”.

Su questo vogliamo perciò essere chiarissimi: noi vogliamo allargare la coalizione sociale antagonista (Potere al Popolo, il sindacalismo conflittuale, i movimenti sociali e territoriali, ecc.) radicandola con forza dentro il nostro blocco sociale. Vogliamo crescere come quantità di attivisti e qualità politica organizzando la nostra gente per raggiungere obiettivi concreti, vitali, per migliorare le condizioni di vita e risvegliare il protagonismo sociale.

Per riuscirci abbiamo bisogno di percorrere le strade e tutti i luoghi dove si scontrano interessi di classe opposti; abbiamo bisogno di confrontare proposte e idee davanti a tutti, non di rinchiuderci in qualche sala a contrattare – “manuale Cencelli” alla mano – candidature marginali in cambio di silenzio complice sulle politiche sociali passate, presenti e future.

L’Europa è il teatro dove si gioca la partita, lo andiamo ripetendo da anni. E l’Unione Europea è il potere quasi-statuale che determina le politiche poi applicate all’interno degli Stati nazionali in apparente “autonomia”.

Rompere questa gabbia è la condizione per costruire una diversa comunità di Stati con priorità sociali opposte e alternative a quelle della Ue.

Non c’è futuro, per la nostra gente, né con gli “europeisti” del grande capitale, né con i nazionalisti delle “piccole patrie”. E’ ora di sgombrare il campo dalle cortine fumogene, dagli equivoci interessati e dal “pensiero bipolare” che ha ucciso quella che si autodefiniva “sinistra”.

Fonte

11/07/2016

Tokyo. Il nazionalista Abe si prende il Senato, ora punta alla Costituzione

Forte della vittoria appena riportata dalla sua coalizione nel voto per il rinnovo del Senato il premier nazionalista giapponese, Shinzo Abe, ha subito annunciato l’intenzione di avviare colloqui con gli altri partiti politici per modificare ulteriormente la costituzione “pacifista” del Paese.

Il Partito Liberaldemocratico di Abe (centrodestra nazionalista) e l’alleato centrista Komeito hanno ottenuto insieme 70 dei 121 seggi in palio al Senato (56 l’LDP e 14 il Komeito), rispetto ai 59 detenuti in precedenza, superando ampiamente la maggioranza assoluta. Un risultato ottimo e oltre le aspettative per Abe che si era prefissato come obiettivo soddisfacente la conquista di ‘soli’ 61 seggi. In tutto la coalizione di governo può contare ora al Senato su 77 seggi, cui si aggiungono 4 ‘indipendenti’ vicini a posizioni nazionaliste.

L’altra metà dei 242 seggi del Senato sarà rinnovato tra tre anni ma intanto il governo controlla saldamente i due terzi del Senato, oltre che i due terzi della Camera bassa, il che vuol dire che Abe potrà indire un referendum per imporre le prime modifiche alla legge fondamentale intoccata da settant’anni. “Spero che il dibattito su questa questione si intensificherà” ha detto in conferenza stampa Abe, il cui partito Liberaldemocratico da sempre sostiene la riforma della carta fondamentale giapponese, dettata nel 1947 dagli Stati Uniti dopo la sconfitta di Tokyo alla fine della Seconda guerra mondiale e l’occupazione del paese.

Per i nazionalisti giapponesi di destra la Costituzione in vigore rappresenta una umiliazione insopportabile, ma la maggioranza dei cittadini del paese tiene ancora al mantenimento all’articolo 9, quello che ripudia “per sempre” la guerra e che per molti decenni ha impedito a Tokyo di ricostituire il proprio esercito. Secondo gli esperti il premier potrebbe non prendere di mira direttamente l’articolo 9, accontentandosi in un primo tempo di emendamenti più soft per non allarmare l’opinione pubblica interna.

Recentemente il governo di Shinzo Abe ha comunque già di fatto aggirato gli articoli ‘pacifisti’ della Costituzione giapponese non solo rafforzando e riarmando le forze armate, ma prevedendo che possano partecipare anche a missioni fuori dal territorio nazionale. Ciò che ora manca è un adeguamento della Carta Costituzionale alle nuove norme già imposte dalla coalizione di centro-destra impegnata in un duello economico-militare soprattutto con la Cina. In particolare il governo di Tokyo ha investito soprattutto nella rapida creazione di una possente marina da guerra, già impegnata negli ultimi anni in crescenti e pericolose scaramucce con quella di Pechino per il possesso di alcuni arcipelaghi contesi dalle due potenze.

Nonostante gli scarsi risultati ottenuti in politica economica – la cosiddetta Abenomics ha avuto effetti assai contenuti sull’occupazione e sui consumi – il premier giapponese continua a collezionare una vittoria elettorale dopo l’altra, rafforzando il controllo delle istituzioni e indebolendo le opposizioni di centro-sinistra e sinistra, parte delle quali molto critiche nei confronti della corsa agli armamenti e della escalation nazionalista in cui Abe ha coinvolto il Giappone.

Per le opposizioni le elezioni sono andate molto male. In particolare per il Partito Democratico, che ha perso 11 seggi passando dai 60 che deteneva a 49. Una sconfitta netta nonostante la recente fusione con il piccolo Partito dell’Innovazione e l’alleanza elettorale con il Partito Comunista (che ottiene 6 seggi, raddoppiando il precedente risultato) e altre due formazioni minori di centrosinistra.

Per evitare che lo scontento popolare diffuso per gli scarsi effetti della sua politica economica (Pil stagnante e deflazione) potessero ripercuotersi sui consensi al suo Partito Liberaldemocratico, Abe ha rinviato per la seconda volta il previsto aumento dell’Iva ed ha promesso in caso di vittoria nuovi incentivi fiscali alle imprese. E alla fine l’ha spuntata, diventando il primo premier giapponese a poter contare sul controllo totale della Camera e del Senato.

Anche se a votare sono andati solamente il 54.7% degli aventi diritto, due punti in più rispetto al 52.6 registrato alle elezioni per il Senato di tre anni fa ma comunque un netto segnale di disaffezione di quasi metà dell’elettorato.

La Borsa giapponese ha accolto con entusiasmo la vittoria oltre le aspettative di Abe, ma ovviamente il risultato elettorale non farà altro che acuire la tensione nell’area. Pechino non potrà non reagire alle mosse di Tokyo con analoghe decisioni in campo militare ed economico, e la competizione tra le due potenze non potrà che crescere.

Fonte

26/10/2015

La Polonia va all’ultradestra che guarda a Washington


La vittoria dell’ultradestra alle elezioni legislative di ieri era prevista, ma non ci si aspettava un’affermazione così netta di Diritto e Giustizia (PiS), partito conservatore di stampo cattolico (sarebbe meglio dire reazionario), ultranazionalista, populista ed ‘euroscettico’ (qualsiasi cosa voglia dire questo termine usato dalla stampa per etichettare forze politiche di destra e di sinistra).

La formazione guidata da Jeroslaw Kaczynski ha trionfato conquistando quasi il 40% dei voti, che il sistema maggioritario traduce in una maggioranza assoluta dei seggi, 238 sui 460 che compongono il Sejm, la camera bassa di Varsavia, se gli exit poll sui primi voti scrutinati saranno confermati dal risultato definitivo atteso per oggi.

Brutto risultato invece per i liberali europeisti di Piattaforma Civica (Po). Il partito dell’ex premier polacco e attuale presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk si è fermato al 23.4% dei consensi, ottenendo solo 135 seggi e una quota assai inferiore alle aspettative della vigilia.

Al terzo posto si è piazzata la formazione del cantante rock 'anti-sistema' Pawel Kukiz, denominata “Kukiz’s 15”, in realtà anche lui su posizioni nazionaliste, con il 9% e 44 seggi. A seguire i liberali di ‘Nowocczesna’ (Moderni) con il 7% e 24 deputati e il partito di centrodestra Psl con il 5% e 18 seggi.

E il vento di destra ha fatto scomparire dai banchi del parlamento di Varsavia l’opposizione di sinistra (socialdemocratica) che non è riuscita a raggiungere la soglia minima richiesta per poter accedere all’Assemblea.

Da segnalare che alle urne si è recato solo il 51,6% degli aventi diritto, tra l’altro uno dei più alti tassi di partecipazione alle elezioni degli ultimi anni.

La destra nazional-conservatrice ha candidato alla carica di premier la cinquantaduenne Beata Szydlo, scelta per i suoi ‘toni moderati’ (anche se più volte ha detto di ispirarsi all'ungherese Orban ed è spesso accostata dai media alla francese Marine Le Pen), e quasi sicuramente porterà a casa il risultato di formare un esecutivo monocolore (oppure in coalizione con il Psl) che potrà contare sul sostegno del capo dello Stato Andrzej Duda, anche lui esponente di Diritto e Giustizia eletto alla carica di Presidente della Repubblica lo scorso maggio. A dominare la scena, avvertono in molti, sarà comunque Jaroslaw Kaczynski, il leader della formazione uscita vincitrice dalle urne che somma alla sua aggressiva retorica sulla difesa dell’identità nazionale e della tradizione cattolica più conservatrice, una visione politica ed economica da “destra sociale”, favorevole all’intervento dello Stato nell’economia oltre che al sostegno pubblico alle famiglie e alle piccole imprese. Una destra nazionalista che vuole stare nella Nato ed anzi vuole aumentare la presenza militare dell'alleanza nel paese in funzione anti russa e che negli ultimi anni ha accresciuto la sua polemica nei confronti della vicina Germania e dell’Unione Europea in quanto tale, guardando più a Washington che a Bruxelles. Più volte il PiS si è dichiarato contrario all'ingresso della Polonia nell'Eurozona.

Sull’elettorato ha fatto presa la violenta campagna elettorale del partito contro l’apertura delle frontiere e le ondate migratorie che hanno interessato il continente europeo negli ultimi mesi, nonostante che la Polonia sia un paese di emigrazione e non certo di immigrazione. Dei profughi afghani o siriani a Varsavia non c’è traccia, eppure la paura diffusa dalla destra ha fatto breccia.

La candidata premier Ewa Kopacz della Piattaforma Civica non è riuscita invece a convincere gli elettori, nonostante il partito abbia guidato il paese negli ultimi anni segnati da una crescita del Pil – mediamente del 4% – assai superiore ai livelli continentali. Un ‘miracolo polacco’ che però ha lasciato indietro fasce consistenti della popolazione ed aumentato le diseguaglianze sociali.

Oltre a cavalcare il sentimento xenofobo di una parte consistente della popolazione del paese, la destra ultranazionalista ha stravinto attaccando le misure economiche varate dal precedente governo liberale e filo europeo, e promettendo misure ad hoc per sostenere le fasce della popolazione più colpite dall’integrazione della Polonia nell’Unione Europea, a partire dai giovani e dagli abitanti delle aree rurali. Ad esempio Diritto e Giustizia ha annunciato l’imposizione di nuove tasse contro le catene della grande distribuzione per favorire il piccolo e medio commercio interno ed anche contro le banche straniere, ha promesso l’abbassamento dell’età pensionabile, agevolazioni fiscali per le famiglie meno abbienti ed anche per le piccole imprese, impegnandosi a tagliare dal 19 al 15% la tassazione. Al contempo il partito vincitore delle elezioni di ieri ha in programma di utilizzare le risorse della Banca Centrale per immettere nell’economia del paese 90 miliardi di euro in sei anni, anche per controbilanciare un aumento della spesa pubblica che se realmente attuato non potrà che vedere l’opposizione delle istituzioni europee ed un aumento dei contrasti con Bruxelles e Francoforte.

Fonte

25/09/2015

Catalogna: al voto con la pistola puntata alla tempia

E’ mobilitazione generale negli ambienti reazionari e di potere spagnoli per cercare di evitare che domenica le elezioni regionali catalane consegnino il Parlament ad una netta maggioranza indipendentista aprendo di fatto la strada alla separazione di Barcellona da Madrid.

Per questa sera alle 20 è addirittura prevista una messa “per l’Unità della Spagna” nella Cattedrale di Valencia tenuta dall’arcivescovo Antonio Cañizares, che spalleggiato dal suo vice ha anche chiesto a tutte le parrocchie di includere “orazioni antiseparatiste” in tutte le messe per ben un mese.

Se qualcuno si rivolge alla suprema divinità affinché sbarri la strada agli indipendentisti, i poteri di fatto (quelli che governano al di là delle maggioranze parlamentari) stanno ricorrendo a ben più materiali minacce per convincere gli elettori catalani a rinunciare ad un voto che potrebbe sancire l’inizio di un iter per la proclamazione di una Repubblica Catalana indipendente dallo Stato spagnolo che in molti attendono da tempo.

Se nei giorni scorsi erano intervenute le due maggiori associazioni bancarie, la Liga (la federazione calcistica spagnola), alcune imprese e multinazionali straniere e addirittura Obama, Cameron e Merkel, nelle ultime ore è toccato ad altri poteri forti far sentire la propria voce.

Negli ultimi giorni Barcellona è stata letteralmente invasa da esponenti politici di primo piano del panorama politico iberico, tutti impegnati a sparare le ultime cartucce unioniste. Per il premier Mariano Rajoy però, la passeggiata prevista martedì scorso nel centro di Reus si è conclusa con una precipitosa fuga dopo soli cinquanta metri di passerella, viste le rumorose e determinate contestazioni di un folto gruppo di attivisti della sinistra indipendentista. E così stasera il capo del governo spagnolo ha pensato bene di farsi accompagnare, nel comizio di chiusura della campagna elettorale del Partito Popolare, dal leader della destra francese Nicolas Sarkozy. Anche i leader del Psoe Pedro Sanchez, di Podemos Pablo Iglesias e di Ciutadans Albert Rivera (l'unico indigeno dei tre) si sono praticamente trasferiti in Catalogna per gli ultimi giorni di campagna elettorale.

Che la sfida sarà vinta dagli indipendentisti sembra ormai scontato, con tutti i sondaggi che danno alle due liste apertamente sovraniste – i moderati di "Junts pel Si" e gli anticapitalisti della Cup – una netta maggioranza dei seggi. Ma le rilevazioni pronosticano una quota indipendentista compresa tra il 46 e il 49%, quindi al di sotto della soglia della maggioranza assoluta e della possibilità quindi di rivendicare che la maggior parte dei catalani hanno votato a favore del distacco. Il variegato fronte politico unionista – i liberali di Ciutadans, i popolari, i socialisti, i regionalisti di Uniò – sono in netta minoranza. In mezzo ai due schieramenti, quello indipendentista e quello unionista, ce n’è però un terzo, anch’esso relativamente variegato, composto da Podemos, da Izquierda Unida e da vari movimenti ecologisti e socialisti di sinistra che rivendicano posizioni federaliste favorevoli ad una maggiore autonomia per la comunità autonoma che domenica va al voto ma che respingono anche l’ipotesi dell’indipendenza totale, pur dicendosi favorevoli all’esercizio del diritto all’autodeterminazione. E poi ci sono molti indecisi, alcune centinaia di migliaia di elettori che ancora non hanno scelto se e come schierarsi in quello che più che un appuntamento elettorale amministrativo sembra un plebiscito pro o contro l’indipendenza. A frenare alcuni settori potenzialmente favorevoli allo schieramento indipendentista è il fatto che a guidarlo sia quell’Artur Mas che, da governatore della regione, ha in questi anni applicato politiche rigoriste pesantissime e governato all’insegna di un autoritarismo non diverso da quello espresso a livello centrale da Rajoy. Un handicap che Mas sembra avere ben presente, non a caso ha scelto di andare alle elezioni fondendo nella stessa lista i suoi liberalnazionalisti di Convengenza e Unione e i repubblicani socialdemocratici di Esquerra, accompagnati da vari esponenti dell’associazionismo indipendentista trasversale e guidati da un personaggio come Raul Romeva, l’ex europarlamentare rossoverde di Iniciativa per Catalunya Verds.

Nel frattempo dalla capitale del Regno arrivano allarmi e messe in guardia sempre più pesanti e roboanti sulle presunte conseguenze che la separazione potrebbe avere per i cittadini catalani. Se molte imprese di grandi dimensioni hanno minacciato di abbandonare il Principato e gli istituti finanziari spagnoli di non garantire i depositi dei risparmiatori, in maniera abbastanza scomposta il governo centrale ha ammonito che lasciare la Spagna significa anche uscire automaticamente da Ue ed euro, mentre il governatore della Banca centrale ha addirittura avvertito del rischio di un 'corralito' catalano, cioè dell'applicazione di misure di sospensione o riduzione dei ritiri dai propri depositi bancari come avvenuto in Argentina e di recente in Grecia.

Lo stesso primo ministro ha raccolto e amplificato gli allarmi e le minacce affermando che in caso di vittoria degli indipendentisti sarebbero a rischio le pensioni, i depositi bancari e i diritti dei cittadini spagnoli in Catalogna. "Alcuni dicono che l'indipendenza della Catalogna è la panacea di tutti i mali, che creerà nuovi posti di lavoro. E' tutto falso", ha dichiarato Rajoy in un'intervista alla radio Onda Cero. "Significherà l'uscita dall'Ue. Cosa accadrà alle pensioni? Ci sono più pensionati che contribuenti, cosa succederà alle istituzioni finanziarie, ai depositi bancari, alla moneta?", ha chiesto Rajoy.

Il primo ministro spagnolo ha poi ricordato che qualsiasi rottura da parte dei nazionalisti catalani dopo il voto "non avrà valore legale, andremo ovviamente davanti alla Corte Costituzionale. Cosa è la Spagna spetta agli spagnoli non solo ad alcuni".

Ma l’ondata di insulti razzisti provenienti dagli ambienti reazionari contro il vicesindaco di Barcellona dimostra qual è la vera natura della cultura nazionalista spagnola. Dopo che Gerardo Pisarello ha cercato nei giorni scorsi di evitare che fosse collocata sul balcone del Municipio una bandiera spagnola accanto a quella catalana stesa poco prima dal consigliere di ERC Alfred Bosch, sui social network e su alcuni media sciovinisti sono fioccati commenti razzisti a valanga, “giustificati” dalle origini argentine del vice di Ada Colau. Moltissimi i post in cui i difensori dell’unità della Spagna hanno accostato “gli stranieri” e "gli immigrati" agli indipendentisti catalani. Pisarello, figlio di un avvocato progressista sequestrato e assassinato dai militari di estrema destra durante il colpo di stato in Argentina nel 1976, è arrivato a Barcellona nel 2001 per svolgere il suo lavoro di Docente di Diritto Costituzionale, integrandosi velocemente nei movimenti e nella vita politica cittadina tanto da essere scelto come proprio collaboratore da Ada Colau, fino ad allora capofila del movimento contro gli sfratti, all’interno dell’amministrazione municipale del capoluogo catalano.

Anche ai numerosi cittadini stranieri – circa 200 mila – che domenica potranno votare si rivolge la sinistra indipendentista, denunciando il razzismo e lo sciovinismo dei popolari ma anche la visione oligarchica della società tipica dei liberali guidati da Artur Mas. Anna Gabriel, numero due della lista della Cup – coalizione indipendentista e anticapitalista – chiede il voto ai settori popolari affinché le elezioni di domenica non solo assumano il carattere di un plebiscito indipendentista, ma anche quello “costituente”. Il capolista della Cup Antonio Baños ha ricordato la road map sulla quale lavorano le forze antagoniste dopo le elezioni: dichiarazione unilaterale di indipendenza nel caso in cui i sovranisti conquistino la maggioranza dei seggi ma anche la maggioranza dei voti; il varo immediato di un piano di disobbedienza alle leggi spagnole che sia basato su “zero sfratti, zero privatizzazioni, zero corruzione”; l’inizio di un “processo costituente popolare” per dar vita a una costituzione “scritta da tutti e non da dodici saggi chiusi all’interno di una stanza con i militari franchisti a sorvegliarli nella stanza accanto”.

Fonte

24/07/2015

Nuovo giro di vite fascista in Ucraina. Al bando i partiti comunisti

Non conosce tregua l'opera di fascistizzazione della cultura e dell'ideologia ufficiali in Ucraina dopo la presa del potere dei partiti nazionalisti. Il Consiglio municipale di Kiev ha approvato a larga maggioranza il progetto di "museo dell'occupazione sovietica", e le autorità della capitale ucraina stanno valutando tre possibili siti, tra cui l'ampio spazio che circonda il monumento alla Madre Patria realizzato proprio durante l'epoca sovietica.
Il museo dovrebbe accogliere in particolare monumenti e simboli dell'Urss che verranno progressivamente eliminati dagli spazi pubblici in seguito all'approvazione nell'aprile scorso delle leggi sulla de-sovietizzazione del Paese.

Non si tratterebbe di fatto del primo museo di questo genere a Kiev - un piccolo "museo dell'occupazione sovietica" gestito dall'organizzazione "umanitaria" Memorial esiste dal 2007, ma non riceve fondi statali e la sua apertura provocò l'irritazione di Mosca, che la definì "un insulto" - ma gli ideatori del progetto intendono rafforzare la campagna anticomunista con nuovi simboli. Simboli spacciati come parte di un recupero dell'identità nazionale ucraina che in realtà rappresentano una rivalutazione di un passato oscuro e criminale, basato su ideologie scioviniste ed escludenti nei confronti delle popolazioni di lingua russa maggioritarie nell'est del paese e di quelle appartenenti alle altre minoranze che vivono invece nell'ovest.

A chiarire il clima di repressione e terrore che si è instaurato nell'Ucraina post-maidan e post-golpe la dichiarazione del Ministro della Giustizia ucraino di Kiev, Pavel Petrenko, che alle agenzie di stampa ha detto: "Ho firmato tre decreti, che riconoscono che il Partito Comunista d'Ucraina nella sua attività non è conforme alla legge sulla de-comunistizzazione. La conseguenza giuridica di ciò è che questa forza politica e altri due partiti politici comunisti non possono essere soggetti al processo elettorale e partecipare alle elezioni presidenziali e alle elezioni locali".

"Questo è veramente un momento storico", ha detto il segretario del Consiglio di sicurezza di Kiev, Oleksandr Turcinov.

L'iter avviato immediatamente dopo il colpo di stato del febbraio dello scorso anno dalle nuove autorità contro la presenza nel paese di forze politiche comuniste e antifasciste sembra quindi avviarsi non verso la messa fuori legge tout court del Pcu e di altre formazioni - che striderebbe con l'ingresso di Kiev nello spazio politico ed economico dell'Unione Europea - ma verso la loro esclusione totale dalle competizioni elettorali e dalla vita pubblica. Condizione che di fatto esiste già e che ha impedito ai comunisti e ai socialisti di entrare nel parlamento di Kiev dove invece prima del golpe il gruppo del Pcu era tra i più numerosi avendo ottenuto il 13% dei consensi. Che sono diventati neanche il 4% alle ultime competizioni tenutesi dopo la conquista del potere da parte degli ultranazionalisti alla quale al Pcu è stato sì permesso di partecipare, ma senza visibilità sui media, senza agibilità politica, con la maggior parte delle sue sedi chiuse, in un clima di criminalizzazione, arresti e continue aggressioni.

«In seguito all'approvazione delle leggi di decomunistizzazione - ha spiegato il ministro Petrenko - è stata formata una commissione che ha passato un mese a controllare i tre partiti comunisti in Ucraina», cioè il Partito Comunista d'Ucraina, il Partito Comunista Rinnovato e il Partito Comunista dei Lavoratori e dei Contadini. «In base alle conclusioni della commissione - ha proseguito l'esponente del regime - ho firmato i tre decreti confermando che le attività, la denominazione, i simboli, gli statuti e i programmi dei partiti comunisti non rispondevano ai requisiti della parte 2 dell'articolo 3 della legge “Sulla condanna dei regimi totalitari comunista e nazionalsocialista in Ucraina e il divieto di propaganda dei loro simboli”».

Una legge che teoricamente mette al bando i comunisti equiparandoli ai nazisti, in un paese dove leader di formazioni apertamente fasciste ricoprono importanti incarichi di governo...

Fonte