Intervenendo al congresso di Solidarnosc, il presidente polacco Andrzej Duda ha detto, tra le altre cose, che «la Polonia ha di nuovo mostrato come si sia radicata qui da noi la democrazia. Ricordiamo bene che prima del 1989 solo i maiali si recassero alle urne. Le persone che conoscevano la situazione, comprendevano quale farsa rappresentassero le elezioni comuniste e quindi non vi partecipavano».
Ormai da più di trent’anni le élite polacche dipingono la Repubblica popolare come un periodo di “non libertà”, di “occupazione sovietica”, plaudendo di contro all’abbattimento dei memoriali ai soldati sovietici caduti per la liberazione della Polonia, al divieto di “propaganda del regime comunista”.
Ora si aggiunge l’epiteto attribuito da Duda a tutti coloro che partecipavano alle elezioni nella Repubblica popolare, fino alle ultime tenutesi nel 1985. Lui, per ragioni anagrafiche, non può definirsi “maiale”; a differenza di suo padre e sua madre, accademici, cresciuti e affermatisi sotto il “dominio dei maiali”.
Ma cosa c’è dietro la contumelia del “presidente”, pronunciata per di più nel momento in cui Varsavia è alle prese con la formazione di un nuovo governo, dopo il voto del 15 ottobre?
Di certo, c’è la ricerca del consenso delle formazioni che stanno ancora più a destra di “Diritto e Giustizia” (PiS) di Jaroslaw Kaczynski, partito dello stesso Duda che, pur avendo ottenuto il più alto numero di voti, si trova però in minoranza nel parlamento, surclassato dall’alleanza liberal-“europeista” di “Piattaforma civica” di Donald Tusk, centrodestra di “Terza via” e socialdemocratici di “Nuova sinistra”: una coalizione che pare abbia beneficiato della inconsueta affluenza di oltre il 74% degli elettori.
Al momento, comunque, difficile escludere una qualsiasi combinazione di alleanze, comprese quelle che potrebbero vedere la “Sinistra” a braccetto di PiS.
D’altronde, se si escludono gli “ultra-destri” di “Confederazione” (dati per “filo-russi”; ma, semmai, piuttosto anti-ucraini), basta guardare ai programmi delle diverse formazioni in campo militare, che non si differenziano per quanto riguarda assoluta fedeltà alla NATO, voglia di basi americane stanziate in permanenza, sogno di una disfatta strategica russa e pieno sostegno all’Ucraina nazigolpista.
Proprio riguardo all’ultimo punto, una critica a Kiev arriva dall’ufficiale Rzeczpospolita, che imputa a Vladimir Zelenskij «tre errori fondamentali», considerato che per il “conflitto” commerciale con Varsavia, gli ucraini «hanno scelto né il momento, né il luogo, né gli argomenti migliori».
A proposito della denuncia ucraina per l’embargo polacco sul grano, presentata al OMC senza attendere le elezioni polacche del 15 ottobre, secondo il quotidiano Kiev sarebbe entrata consapevolmente a gamba tesa nella campagna elettorale polacca e questo «è stato il primo errore di Zelenskij», che avrebbe potuto «aspettare con calma qualche settimana», perché per gli ucraini è «molto più vantaggioso» che Varsavia pensi a «come contrapporsi alla Russia, che non a come bloccare l’importazione di grano» ucraino.
In altre parole, Rzeczpospolita rimprovera a Kiev di aver danneggiato, con la disputa cerealicola, quei politici polacchi che puntavano all’appoggio dell’elettorato più disposto a sostenere l’Ucraina. Il carattere «assurdo delle autorità ucraine ha invece aggiunto popolarità alla destra e ha indotto PiS a ricordarsi degli interessi nazionali polacchi».
Il secondo errore Zelenskij l’ha commesso quando all’ONU ha imputato a Varsavia di fare il gioco di Mosca.
Il terzo errore è stato la premiazione a Lublino, subito dopo l’annullamento dell’incontro con Duda a New York, di Bianka Zalewska (a suo tempo “famosa” per i reportage dal Donbass a bordo di un tank dei nazisti di “Ajdar” e nel 2014 sospettata di essere in realtà una cecchino filo-nazista), del canale di opposizione TVN.
Candidata ideale per l’assegnazione del premio, dal punto di vista dell’Ucraina, commenta Rzeczpospolita, ma non altrettanto per i polacchi, infuriati perché Zelenskij non si sia consultato con Varsavia sui nomi da premiare.
«E perché mai avrebbe dovuto consultarsi coi polacchi? Dopotutto gli USA avevano premiato Zalewska col International Woman of Courage; dunque, Zelenskij si è probabilmente consultato con gli americani».
Ma, al di là degli errori rinfacciati a Kiev, pare che i pan polacchi temano che, alla fin fine, la Polonia possa trovarsi fuori dai giochi quando, prima o poi, si discuterà della “ricostruzione” dell’Ucraina e della spartizione dei suoi territori.
Intanto, Varsavia è alle prese con la formazione del nuovo governo. Duda comincerà le consultazioni la prossima settimana, ma è opinione comune che in nessun modo PiS, a dispetto dei timori di Rzeczpospolita, riuscirà ad accaparrarsi una terza conferma.
Il vice-leader di Piattaforma civica e Sindaco di Varsavia Rafal Trzaskowski, ha confermato che il partito indicherà Donald Tusk quale candidato a primo ministro. E in questo non c’è alcuna novità, se non quella che il prossimo governo eredita dal precedente un enorme deficit di bilancio, che a fine anno rischia di raggiungere i 22 miliardi di dollari (rispetto ai 14 previsti; con un deficit finanziario superiore al 5% del PIL) e che la solita Rzeczpospolita definisce come “buco di Morawiecki”, primo ministro uscente.
Per cui, una delle prime preoccupazioni del prossimo esecutivo sarà quella di operare tagli, che presumibilmente, nel più affermato stile liberal-”europeista”, colpiranno la spesa sociale.
Così che il tanto atteso – a Bruxelles e dintorni – rientro di Varsavia nella “famiglia europeista”, con il probabile insediamento dell’ex primo ministro ed ex presidente del Consiglio europeo, potrebbe portare ad appianare alcuni “attriti” con Bruxelles, e forse anche a smussare le punte più sanfediste del decennale governo PiS.
In politica estera, confermato il comune (escludendo forse “Confederazione”) astio anti-russo, alcune novità sono attese nei rapporti con l’ovest d’Europa.
È di questa opinione, ad esempio, Aleksandra Rybinska, presidente del Fondo di cooperazione polacco-tedesco, la quale ha dichiarato a Polskie Radio che proprio sui fronti di Bruxelles e Berlino si attendono i maggiori cambiamenti di linea governativa e, nello specifico, Varsavia andrà verso aperte concessioni a UE e Germania.
Questo è quanto si era verificato nel periodo del governo di coalizione di Piattaforma civica e Partito contadino, nel 2008-2015. Nei confronti di Berlino, ad esempio, è probabile che Tusk rinunci al progetto di Porto centrale di comunicazioni, inviso alla Germania, mentre da Bruxelles si attendono i fondi del Recovery Plan.
Credo, afferma Rybinska, che “Piattaforma” riesca a convincere i polacchi che sia «sufficiente fare concessioni a Berlino e Bruxelles in diverse sfere, perché Varsavia possa sedersi al tavolo a cui si adottano le decisioni più importanti».
A suo parere, Germania e Francia intendono approfittare di un possibile governo Tusk per accelerare i piani di federalizzazione della UE – trasferimento di ampie competenze agli organi UE, con conseguente ulteriore restrizione delle sovranità nazionali – prima delle europee del prossimo giugno.
Per quanto riguarda l’appoggio all’Ucraina, secondo Rybinska, la posizione polacca è relativamente importante ed è probabile che si mantenga al precedente livello: fondamentali (ma guarda!) sono gli stanziamenti americani, soprattutto ora, con gli eventi mediorientali.
Il fatto è che, in Polonia, della politica estera rispondono sia il governo che il presidente, che ora appartengono a due schieramenti diversi.
Dal momento che il mandato presidenziale scade ad agosto 2025, non è escluso che in questi due anni che rimangono, si ripeta la situazione del periodo del precedente governo Tusk, con l’allora presidente Lech Kaczynski, gemello dell’attuale leader di PiS, Jaroslaw, che riuscì a bloccare tutta una serie di leggi.
Non ci sarà da annoiarsi.
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16/10/2023
Polonia - La destra primo partito ma l’opposizione è in grado di fare una coalizione di governo
Il partito della destra nazionalista Diritto e Giustizia(Pis), partito che guida l’attuale governo, sarebbe il primo con il 36,8% voti.
Al secondo posto si piazzerebbe l’alleanza elettorale della destra europeista Coalizione Civica con il 31,6%.
Secondo gli exit poll l’opposizione se si unisce potrebbe formare la maggioranza con 248 seggi su 460.
Una proiezione, infatti permette di indicare che Diritto e Giustizia avrebbe ottenuto 200 seggi, mentre i tre partiti di opposizione, Coalizione Civica (163 seggi), Terza Via (55 seggi) e Nuova Sinistra (30 seggi), si sono presentati con liste separate, ma con lo stesso obiettivo di battere Diritto e Giustizia e ripristinare buoni relazioni con l’Unione europea.
Il partito di destra che governa la Polonia dal 2015, il PiS, si è riconfermato il più votato, ma ha perso molto rispetto al 2019, quando ancora era in grado di avere la maggioranza da solo, senza doversi cercare un alleato. L’unico partito che prima del voto sembrava disposto a unirsi con il PiS, seppur con difficoltà, è stato il grande sconfitto di queste elezioni Konfederacja, un partito ancora più destra del PiS. Fondato nel 2018 rubando consensi al PiS, Konfederacja avrebbe ottenuto poco più del 6 per cento, molto meno rispetto alle aspettative, troppo poco per offrire al PiS seggi sufficienti per un’alleanza di governo.
La Costituzione polacca non definisce in modo preciso a chi assegnare il mandato per formare il governo e il ruolo del presidente Andrzej Duda, (anche lui del PiS) sarà determinante. Potrebbe dare un mandato esplorativo al suo stesso partito in quanto è stato il più votato, e questo avrebbe tempo fino a dicembre per formare un governo, ma i numeri mancano e Duda potrebbe quindi decidere di accelerare la procedura e chiamare subito l’opposizione a formare il nuovo governo.
Un governo di coalizione di stampo europeista sarebbe una discreta stampella sia per la Ue che per l’Ucraina e il blocco euroatlantico, un supporto che stava iniziando a traballare sotto le spinte del governo della destra nazionalista polacca.
Secondo alcuni analisti l’esito delle elezioni parlamentari nel Paese avrebbe influenzato l’agenda interna, ma non avrebbe influito sulla posizione internazionale della Polonia, in particolare, sulla questione ucraina e sulle relazioni con Russia e Bielorussia, sia il partito di governo Diritto e Giustizia che la Coalizione Civica all’opposizione, infatti, hanno le stesse posizioni.
Fonte
Al secondo posto si piazzerebbe l’alleanza elettorale della destra europeista Coalizione Civica con il 31,6%.
Secondo gli exit poll l’opposizione se si unisce potrebbe formare la maggioranza con 248 seggi su 460.
Una proiezione, infatti permette di indicare che Diritto e Giustizia avrebbe ottenuto 200 seggi, mentre i tre partiti di opposizione, Coalizione Civica (163 seggi), Terza Via (55 seggi) e Nuova Sinistra (30 seggi), si sono presentati con liste separate, ma con lo stesso obiettivo di battere Diritto e Giustizia e ripristinare buoni relazioni con l’Unione europea.
Il partito di destra che governa la Polonia dal 2015, il PiS, si è riconfermato il più votato, ma ha perso molto rispetto al 2019, quando ancora era in grado di avere la maggioranza da solo, senza doversi cercare un alleato. L’unico partito che prima del voto sembrava disposto a unirsi con il PiS, seppur con difficoltà, è stato il grande sconfitto di queste elezioni Konfederacja, un partito ancora più destra del PiS. Fondato nel 2018 rubando consensi al PiS, Konfederacja avrebbe ottenuto poco più del 6 per cento, molto meno rispetto alle aspettative, troppo poco per offrire al PiS seggi sufficienti per un’alleanza di governo.
La Costituzione polacca non definisce in modo preciso a chi assegnare il mandato per formare il governo e il ruolo del presidente Andrzej Duda, (anche lui del PiS) sarà determinante. Potrebbe dare un mandato esplorativo al suo stesso partito in quanto è stato il più votato, e questo avrebbe tempo fino a dicembre per formare un governo, ma i numeri mancano e Duda potrebbe quindi decidere di accelerare la procedura e chiamare subito l’opposizione a formare il nuovo governo.
Un governo di coalizione di stampo europeista sarebbe una discreta stampella sia per la Ue che per l’Ucraina e il blocco euroatlantico, un supporto che stava iniziando a traballare sotto le spinte del governo della destra nazionalista polacca.
Secondo alcuni analisti l’esito delle elezioni parlamentari nel Paese avrebbe influenzato l’agenda interna, ma non avrebbe influito sulla posizione internazionale della Polonia, in particolare, sulla questione ucraina e sulle relazioni con Russia e Bielorussia, sia il partito di governo Diritto e Giustizia che la Coalizione Civica all’opposizione, infatti, hanno le stesse posizioni.
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10/11/2021
I fascisti polacchi “difendono” i confini dell’Europa
Ursula von der Leyen, a nome della UE, e Jens Stoltenberg per la NATO hanno assunto i toni della libertà e della democrazia minacciate, pronte a difendersi con le sanzioni oggi e magari con i bombardieri umanitari domani. Questo perché ai confini tra Bielorussia e Polonia poche migliaia di migranti cercano di entrare nell’Europa più ricca.
Non è il governo di Lukashenko che li usa come armi improprie, come invece hanno affermato le autorità euro-atlantiche e polacche, per le quali le persone sono “cose”.
Quelle persone non sono scudi umani di una nuova guerra per la libertà, ma sono semplicemente poveri e rifugiati che cercano un futuro migliore; e che la Bielorussia non trattiene.
Praticamente la UE, la NATO e la Polonia accusano Lukaschenko di non fare gratis, ai confini della UE, quello che Erdogan fa in Turchia in cambio di 9 miliardi di euro all’anno.
Il tiranno turco respinge e imprigiona i migranti per conto della ricca Europa, che per questo lo finanzia, lo arma e lo legittima, come ha spiegato anche Draghi. D’altra parte la Bielorussia è anche “colpevole” di non collaborare a sufficienza con l’agenzia europea Frontex, ossia quell’organizzazione che consegna i migranti ai tagliagole e ai lager libici e che per questo è duramente criticata dall’ONU e accusata di crimini contro l’umanità.
Insomma UE e NATO minacciano nuove sanzioni a quella che definiscono “dittatura”, perché non fa lager sufficientemente vasti ed efficienti per i migranti. E intanto affidano la difesa dei confini a quelli che fino a ieri erano i fascisti polacchi. Nel nome della democrazia.
Non c’è limite allo schifo.
Non è il governo di Lukashenko che li usa come armi improprie, come invece hanno affermato le autorità euro-atlantiche e polacche, per le quali le persone sono “cose”.
Quelle persone non sono scudi umani di una nuova guerra per la libertà, ma sono semplicemente poveri e rifugiati che cercano un futuro migliore; e che la Bielorussia non trattiene.
Praticamente la UE, la NATO e la Polonia accusano Lukaschenko di non fare gratis, ai confini della UE, quello che Erdogan fa in Turchia in cambio di 9 miliardi di euro all’anno.
Il tiranno turco respinge e imprigiona i migranti per conto della ricca Europa, che per questo lo finanzia, lo arma e lo legittima, come ha spiegato anche Draghi. D’altra parte la Bielorussia è anche “colpevole” di non collaborare a sufficienza con l’agenzia europea Frontex, ossia quell’organizzazione che consegna i migranti ai tagliagole e ai lager libici e che per questo è duramente criticata dall’ONU e accusata di crimini contro l’umanità.
Insomma UE e NATO minacciano nuove sanzioni a quella che definiscono “dittatura”, perché non fa lager sufficientemente vasti ed efficienti per i migranti. E intanto affidano la difesa dei confini a quelli che fino a ieri erano i fascisti polacchi. Nel nome della democrazia.
Non c’è limite allo schifo.
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Sulle vere molle di una crisi diplomatica dai toni sempre più duri, oltre alle note registrate più sopra, sembra il caso di aggiungere anche alcune considerazioni di politica”interna” all’Unione Europea. Vi proponiamo queste, registrate da un lancio dell’agenzia giornalistica Agi.
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La crisi dei migranti è stata provvidenziale per Varsavia
L’acme con la Bielorussia arriva dopo le tensioni con Bruxelles sullo stato di diritto
A volte le crisi possono aiutare, e la crisi alla frontiera con la Bielorussia arriva in un momento quanto mai opportuno per il partito polacco al governo, Legge e Giustizia (PiS).
Migliaia di migranti, di origine per lo più mediorientale, sono ammassati al confine e stanno cercando di oltrepassare la barriera di filo spinato che separa il territorio tra Polonia e Bielorussia.
La crisi va avanti da inizio estate, ma in questi giorni ha raggiunto l’acme: è stata creata artificialmente dal regime di Lukashenko che ha architettato la rappresaglia per le sanzioni imposte dall’Ue alle politiche illiberali e liberticide varate a Minsk dopo le proteste per i risultati delle elezioni presidenziali dello scorso anno.
Crisi opportuna dopo le tensioni con l’Ue
Eppure questa crisi è quanto mai opportuna per il partito nazionalista al governo in Polonia, un governo sotto pressione tanto sul fronte interno ed esterno: è una boccata d’ossigeno che serve a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica.
Non a caso gli sforzi di Varsavia di difendere il confine che separa l’Unione europea dall’ultima dittatura del Vecchio Continente stanno ottenendo il sostegno anche di governi e istituzioni con cui la Polonia è stata letteralmente ai ferri corti, perchè accusata di esser arretrata sul fronte della democrazia e dello Stato di diritto.
Approccio morbido
Non solo: la Polonia, membro dell’Ue e della Nato, negli ultimi tempi è stata anche duramente criticata per la sua retorica sulla migrazione.
Ma le ultime ore suggeriscono un ammorbidimento dell’approccio: dalla Commissione europea alla Nato, dai Paesi Bassi alla Germania, tutti hanno espresso solidarietà a Varsavia. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha voluto parlare con il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki per esprimergli sostegno.
La Germania ha esortato l’Ue ad “agire”: “La Polonia o la Germania non possono farcela da sole”, ha detto il ministro dell’Interno ad interim Horst Seehofer, aggiungendo che “i polacchi stanno svolgendo un servizio molto importante per tutta l’Europa”. Persino la Nato, con il segretario generale, Jens Stoltenberg, ha voluto telefonare al presidente polacco, Andrej Duda, per esprimergli “solidarietà”.
Il fronte interno
E non basta: perché la crisi aiuta il PiS anche sul fronte interno. Solo sabato migliaia di persone hanno marciato nelle strade di tutto il Paese per protestare contro l’inasprimento delle leggi sull’aborto (proteste seguite alla morte di una giovane donna a cui i medici avevano volontariamente ritardato l’aborto). La crisi dunque serve a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica.
Anche perché i partiti di opposizione si trovano in una difficile situazione, quella di non sapere quale linea scegliere: alcuni esponenti, preoccupati dalla situazione umanitaria delle persone intrappolate al confine, hanno chiesto più generosità, altri si sono persino spinti fino alla zona di confine chiusa per cercare di aiutare i migranti.
È stato gioco facile, dunque, per i media di Stato polacchi, diventati essenzialmente un megafono del PiS, accusarli di “sostenere i migranti e Lukashenko”.
Fonte
26/10/2015
La Polonia va all’ultradestra che guarda a Washington
La vittoria dell’ultradestra alle elezioni legislative di ieri era prevista, ma non ci si aspettava un’affermazione così netta di Diritto e Giustizia (PiS), partito conservatore di stampo cattolico (sarebbe meglio dire reazionario), ultranazionalista, populista ed ‘euroscettico’ (qualsiasi cosa voglia dire questo termine usato dalla stampa per etichettare forze politiche di destra e di sinistra).
La formazione guidata da Jeroslaw Kaczynski ha trionfato conquistando quasi il 40% dei voti, che il sistema maggioritario traduce in una maggioranza assoluta dei seggi, 238 sui 460 che compongono il Sejm, la camera bassa di Varsavia, se gli exit poll sui primi voti scrutinati saranno confermati dal risultato definitivo atteso per oggi.
Brutto risultato invece per i liberali europeisti di Piattaforma Civica (Po). Il partito dell’ex premier polacco e attuale presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk si è fermato al 23.4% dei consensi, ottenendo solo 135 seggi e una quota assai inferiore alle aspettative della vigilia.
Al terzo posto si è piazzata la formazione del cantante rock 'anti-sistema' Pawel Kukiz, denominata “Kukiz’s 15”, in realtà anche lui su posizioni nazionaliste, con il 9% e 44 seggi. A seguire i liberali di ‘Nowocczesna’ (Moderni) con il 7% e 24 deputati e il partito di centrodestra Psl con il 5% e 18 seggi.
E il vento di destra ha fatto scomparire dai banchi del parlamento di Varsavia l’opposizione di sinistra (socialdemocratica) che non è riuscita a raggiungere la soglia minima richiesta per poter accedere all’Assemblea.
Da segnalare che alle urne si è recato solo il 51,6% degli aventi diritto, tra l’altro uno dei più alti tassi di partecipazione alle elezioni degli ultimi anni.
La destra nazional-conservatrice ha candidato alla carica di premier la cinquantaduenne Beata Szydlo, scelta per i suoi ‘toni moderati’ (anche se più volte ha detto di ispirarsi all'ungherese Orban ed è spesso accostata dai media alla francese Marine Le Pen), e quasi sicuramente porterà a casa il risultato di formare un esecutivo monocolore (oppure in coalizione con il Psl) che potrà contare sul sostegno del capo dello Stato Andrzej Duda, anche lui esponente di Diritto e Giustizia eletto alla carica di Presidente della Repubblica lo scorso maggio. A dominare la scena, avvertono in molti, sarà comunque Jaroslaw Kaczynski, il leader della formazione uscita vincitrice dalle urne che somma alla sua aggressiva retorica sulla difesa dell’identità nazionale e della tradizione cattolica più conservatrice, una visione politica ed economica da “destra sociale”, favorevole all’intervento dello Stato nell’economia oltre che al sostegno pubblico alle famiglie e alle piccole imprese. Una destra nazionalista che vuole stare nella Nato ed anzi vuole aumentare la presenza militare dell'alleanza nel paese in funzione anti russa e che negli ultimi anni ha accresciuto la sua polemica nei confronti della vicina Germania e dell’Unione Europea in quanto tale, guardando più a Washington che a Bruxelles. Più volte il PiS si è dichiarato contrario all'ingresso della Polonia nell'Eurozona.
Sull’elettorato ha fatto presa la violenta campagna elettorale del partito contro l’apertura delle frontiere e le ondate migratorie che hanno interessato il continente europeo negli ultimi mesi, nonostante che la Polonia sia un paese di emigrazione e non certo di immigrazione. Dei profughi afghani o siriani a Varsavia non c’è traccia, eppure la paura diffusa dalla destra ha fatto breccia.
La candidata premier Ewa Kopacz della Piattaforma Civica non è riuscita invece a convincere gli elettori, nonostante il partito abbia guidato il paese negli ultimi anni segnati da una crescita del Pil – mediamente del 4% – assai superiore ai livelli continentali. Un ‘miracolo polacco’ che però ha lasciato indietro fasce consistenti della popolazione ed aumentato le diseguaglianze sociali.
Oltre a cavalcare il sentimento xenofobo di una parte consistente della popolazione del paese, la destra ultranazionalista ha stravinto attaccando le misure economiche varate dal precedente governo liberale e filo europeo, e promettendo misure ad hoc per sostenere le fasce della popolazione più colpite dall’integrazione della Polonia nell’Unione Europea, a partire dai giovani e dagli abitanti delle aree rurali. Ad esempio Diritto e Giustizia ha annunciato l’imposizione di nuove tasse contro le catene della grande distribuzione per favorire il piccolo e medio commercio interno ed anche contro le banche straniere, ha promesso l’abbassamento dell’età pensionabile, agevolazioni fiscali per le famiglie meno abbienti ed anche per le piccole imprese, impegnandosi a tagliare dal 19 al 15% la tassazione. Al contempo il partito vincitore delle elezioni di ieri ha in programma di utilizzare le risorse della Banca Centrale per immettere nell’economia del paese 90 miliardi di euro in sei anni, anche per controbilanciare un aumento della spesa pubblica che se realmente attuato non potrà che vedere l’opposizione delle istituzioni europee ed un aumento dei contrasti con Bruxelles e Francoforte.
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