Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/12/2024
Meloni in Lapponia per fare da cerniera sulla sicurezza tra Nord e Sud Europa
Aveva poi delegato il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, a rappresentare l’Italia nel prosieguo dei lavori, in quanto esponente – conservatore – del MED-5, il dialogo a cinque tra paesi del Mediterraneo che comprende anche Malta, Cipro e Spagna.
Nell’arco di pochi giorni i due si sono incontrati nuovamente, dall’altra parte del Vecchio Continente.
Infatti, ieri pomeriggio si sono conclusi i due giorni di lavori del Vertice Nord-Sud, chiamato dal suo omologo finnico Petteri Orpo a Saariselkä, in Lapponia. Tra gli invitati c’erano Mitsotakis, appunto, il capo di governo svedese Ulf Kristersson e anche l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas.
Insomma, una riunione assolutamente non di secondo piano, che ha avuto come focus proprio gli unici due temi affrontati personalmente da Meloni al Consiglio Europeo, racchiusi nel più generale concetto di “sicurezza“, da declinare sui confini.
L’incontro ha infatti provato a unificare la linea da tenere riguardo alle frontiere, che sono da chiudere ai migranti o ai “nemici” della UE.
La discussione ha svolto una funzione propedeutica a un Consiglio straordinario da svolgersi nella prima metà del 2025, su sicurezza e difesa. “Dal tema dei migranti, al tema della difesa e al tema di uno scenario nel quale le guerre diventano ibride e le minacce si moltiplicano, dobbiamo mettere insieme gli sforzi”, ha specificato Meloni ai microfoni.
Il padrone di casa, Orpo, era già stato tra i promotori di una lettera che aveva aperto la strada a un maggior impegno della BEI in campo militare. Ma è “la capa” di Palazzo Chigi a spingere per fare da cerniera tra i paesi del Nord e del Sud Europa sui temi accennati, tentando di trovare un’intesa che acceleri il disegno imperialista europeo.
La difesa europea esige uno sforzo economico per il riarmo che oggi cozza pesantemente con gli altri vincoli euroatlantici, ovvero quelli sui conti pubblici. La riunione è servita anche per intavolare una discussione sul come affrontare questa sfida, pur non sbilanciandosi ancora su soluzioni quali Eurobond o l’esclusione delle spese militari dal Patto di Stabilità.
“Dobbiamo fare tutti di più per garantire che il pilastro della NATO si rafforzi”, ha detto Meloni, con chiaro riferimento alla gamba europea dell’alleanza atlantica, e ha poi aggiunto che bisogna guardare non solo “al fianco orientale, ma anche ad altri luoghi”.
Con “altri luoghi” intende sostanzialmente il ‘Mediterraneo allargato’, come ha esplicitato recentemente il generale Carmine Masiello.
È sul mare che sono stati trovati i primi punti di incontro tra i confini di paesi in posizioni molto differenti. La gestione delle connessioni marittime preoccupa tutte le realtà coinvolte, e non parliamo semplicemente di trasporti e flotte in transito: i recenti danneggiamenti di cavi sottomarini nel Baltico hanno ricordato l’attenzione che meritano.
Ma è parlando di Mediterraneo che risalta l’indirizzo delle mire europee, di cui Meloni si fa portavoce. Il suo interesse per inserire in questo formato sulla sicurezza sia la difesa sia le migrazioni va compreso nel valore strategico degli accordi che si vogliono stringere con i paesi africani, che non riguardano solo la gestione dei flussi, ma si presentano come partenariati onnicomprensivi.
Dall’energia agli investimenti per la rilocalizzazione di alcune filiere, la posta in gioca delle intese con i paesi di provenienza dei migranti parlano di un quadro più complesso. Quadro che, appunto, Meloni è andata a discutere persino in Lapponia, rilanciandone la centralità che gli deve essere riservata nella proiezione europea in quello che considera il proprio “cortile di casa“.
Non bisogna poi dimenticare che, da una parte, la Russia è presente in Libia, attraverso il sostegno dato ad Haftar. Dall’altra, l’Italia ha forti interessi nell’Artico, settore di crescenti tensioni internazionali: vi è presente sia ENI sia Leonardo, per le trasmissioni satellitari, e gli alpini partecipano alle esercitazioni NATO effettuate nella zona.
Il vertice svoltosi in Lapponia parla dunque di una UE che punta a rafforzarsi come attore della competizione globale, a partire dalla difesa e da una rinnovata presenza in Africa.
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25/11/2024
Due cavi internet e il punto di rottura del Baltico
Due cavi danneggiati non fanno una prova, ma sono abbastanza da scatenare indagini e sospetti di guerra ibrida. Specie se stanno sott’acqua, e per di più nelle acque politicamente agitate del Mar Baltico, dove si specchiano, e si interconnettono, Paesi come la Svezia, la Danimarca, la Germania, la Finlandia, la Lituania, e la Russia, tutti protagonisti di un giallo in cui a un certo punto si aggiungerà un attore inaspettato, come vedremo.
Quello stesso specchio d’acqua dove passa il gasdotto Nordstream (che fu sabotato nel 2022 – lo scorso agosto il Wall Street Journal [dopo l’inchiesta della magistratura tedesca, che ha individuato anche i responsabili, ndr] ha attribuito il sabotaggio a militari ucraini), e che è spesso oggetto di interferenze del segnale GPS, come avevo raccontato in questa newsletter.
Sta di fatto che, lo scorso weekend, due cavi internet sottomarini nel Mar Baltico sono stati improvvisamente danneggiati, a poco tempo l’uno dall’altro. A riferirlo inizialmente sono state le stesse società che gestiscono queste infrastrutture.
Il primo è un cavo di 218 km che va dalla Lituania alla Svezia (isola di Gotland) – si chiama BCS East-West Interlink – e sarebbe stato fisicamente danneggiato domenica mattina alle 10 ora locale, secondo la società telco Telia Lietuva.
Il secondo – si chiama C-Lion – si estende insieme a gasdotti e cavi elettrici per 1200 chilometri da Helsinki (Finlandia) a Rostock (Germania), e secondo Cinia, la società finlandese controllata dallo Stato che gestisce il collegamento, sarebbe stato danneggiato nella notte di domenica (prime ore del lunedì). Le riparazioni – attraverso una nave specializzata in arrivo dalla Francia – potrebbero richiedere fino a due settimane.
Il danneggiamento si è verificato nella zona economica speciale svedese a sud dell’isola di Öland, quindi le autorità svedesi sono responsabili delle indagini sul caso, e stanno indagando, ha dichiarato a SVT il ministro svedese della Difesa Carl-Oskar Bohlin.
In questo contesto, ancora molto incerto, è rotolata come un macigno la dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Finlandia e Germania, arrivata molto a caldo, lunedì stesso.
“Siamo profondamente preoccupati per la rottura del cavo sottomarino che collega Finlandia e Germania nel Mar Baltico. Il fatto che un simile incidente sollevi immediatamente il sospetto di un danno intenzionale la dice lunga sull’instabilità dei nostri tempi. È in corso un’indagine approfondita. La nostra sicurezza europea non è minacciata solo dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, ma anche dalla guerra ibrida condotta da attori malintenzionati. La salvaguardia delle nostre infrastrutture critiche condivise è fondamentale per la nostra sicurezza e la resilienza delle nostre società”.
L’incidente arriva anche due giorni dopo che una nave russa, Yantar, è stata scortata lontano da un’area con cavi critici nel mare d’Irlanda, nota Politico. La Yantar è ufficialmente classificata come nave ausiliaria di ricerca oceanografica generale con capacità di salvataggio subacqueo, ma la sua presenza ha destato preoccupazione per la sicurezza dei cavi di interconnessione che corrono tra l’Irlanda e il Regno Unito e che trasportano il traffico internet globale dagli imponenti data center gestiti da aziende tech come Google e Microsoft, riferisce il Guardian.
La questione però è complessa. Per capirlo, bisogna ricordare che lo scorso agosto Pechino aveva ammesso che una nave di proprietà cinese avesse danneggiato un gasdotto critico del Mar Baltico, ma che si era trattato di un incidente.
Dico questo perché nelle ore successive al danneggiamento dei due cavi internet avvenuto una settimana fa, alcuni ricercatori che esplorano fonti aperte (OSINT) hanno segnalato sui social la presenza di una nave cinese nell’area, la YI PENG 3, con una rotta sospetta.
Arriviamo quindi a metà settimana, quando anche le autorità parlano di una nave cinese. Infatti la polizia svedese, che come detto sopra sta indagando sul presunto sabotaggio, dichiara che una nave cinese al largo delle coste danesi sarebbe oggetto “di interesse”, mentre la marina danese starebbe sorvegliando una nave da carico registrata in Cina.
La nave, identificata dalla Danimarca come la già citata Yi Peng 3, e che era stata individuata online anche da alcuni analisti, avrebbe passato i due cavi domenica e lunedì, all’incirca nel momento in cui si ritiene che siano stati recisi. La nave è stata sorvegliata da una vascello della marina danese poiché si trovava nelle acque tra Svezia e Danimarca, scrive il Guardian.
Certo, la dichiarazione del comando della difesa danese è piuttosto laconica, sembra una conferma per sottrazione: “La Difesa danese può confermare che siamo presenti nell’area vicino alla nave cinese Yi Peng 3. La Difesa danese al momento non ha ulteriori commenti”.
Come nota il sito specializzato Maritime-executive, la Yi Peng 3 “era in navigazione nel Baltico nel periodo in cui si sono verificate le due rotture consecutive dei cavi. I suoi dati AIS [sistema di identificazione automatica, in sintesi una tecnologia nautica che consente lo scambio di informazioni sulla navigazione e dati identificativi tra imbarcazioni, ndr ] mostrano insolite variazioni di rotta e velocità in posizioni che potrebbero corrispondere ai due incidenti. La nave è stata intercettata da una pattuglia della Marina danese mentre transitava verso il Grande Belt il 18 novembre. Ha poi gettato l’ancora nel Kattegat, con la pattuglia in attesa nelle vicinanze. Nonostante l’apparenza di un intervento formale, la Danimarca non ha annunciato il fermo”.
La Yi Peng 3, una nave cargo registrata in Cina, partita dal porto russo di Ust-Luga e diretta a Port Said, in Egitto, scrive il Financial Times, ed è passata vicino ai cavi svedese-lituano e finlandese-tedesco all’incirca nel momento in cui sono stati tagliati, secondo i dati forniti dal gruppo di monitoraggio marittimo MarineTraffic. Il sito finlandese MTV Uutiset ha realizzato un video che intende mostrare questa concomitanza (di seguito ne ho estratto due screenshot).
La Yi Peng 3 è di proprietà della Ningbo Yipeng Shipping, una società che possiede solo un’ulteriore nave e che ha sede vicino alla città portuale cinese orientale di Ningbo. Un rappresentante della Ningbo Yipeng ha dichiarato al Financial Times che “il governo ha chiesto alla società di cooperare con le indagini”, ma non ha risposto a ulteriori domande. Mentre scrivo, la Yi Peng 3 risulta ancora nel Kattegat.
Trattenere una nave straniera senza un mandato è insolito. Tuttavia, un articolo raramente utilizzato in una convenzione secolare potrebbe dare ai danesi l’autorità legale per trattenere la Yi Peng 3, ha dichiarato al WSJ Kenneth Øhlenschlæger Buhl, analista militare ed esperto di diritto marittimo del Royal Danish Defense College.
Alcuni sostengono che la mossa aggressiva della marina danese segni un cambiamento di politica. “Diversi funzionari che hanno familiarità con l’indagine hanno detto che si sospetta che dietro il sabotaggio ci sia la Russia e che i suoi agenti potrebbero aver usato la nave registrata in Cina per avere plausible deniability.(...). E che è improbabile che il governo cinese fosse a conoscenza del complotto”, scrive ancora il WSJ.
Come una simile operazione sia possibile in pratica, però, nessuno al momento lo ha spiegato. La Russia, dal suo canto, ha respinto qualsiasi suggestione in proposito, puntando il dito contro gli ucraini.
Malgrado la dichiarazione congiunta e a caldo di lunedì – insieme al governo tedesco – del governo finlandese, i servizi finlandesi hanno rilasciato dichiarazioni più blande, osservando che le rotture accidentali dei cavi sono comuni in tutto il mondo e ammontano a circa 200 incidenti all’anno, la maggior parte dei quali è attribuibile all’ancoraggio o alla pesca a strascico, nota sempre the Maritime-Executive.
Mentre martedì il primo ministro finlandese Orpo aveva precisato che era troppo presto per parlare di sabotaggio. Cautela è arrivata anche da funzionari americani interpellati da CNN.
La vicenda – sia che si risolva in un danno accidentale, sia che prenda corpo l’ipotesi di sabotaggio, al momento ancora tutta da dimostrare – evidenzia in ogni caso il livello di tensione che attraversa quell’area, e che s‘interseca con le preoccupazioni per la sicurezza delle reti di comunicazione, specie quelle delicate come i cavi sottomarini.
Lo scorso settembre gli Stati Uniti avrebbero rilevato un aumento dell’attività militare russa intorno a cavi sottomarini chiave, secondo due funzionari statunitensi sentiti dalla CNN. La Russia, hanno continuato le fonti statunitensi, starebbe puntando sempre di più sulla costruzione di un’unità militare dedicata, composta da una flotta di navi di superficie, sottomarini e droni navali. L’unità, la “General Staff Main Directorate for Deep Sea Research”, sarebbe nota con l’acronimo russo GUGI e, almeno secondo think tank statunitensi, nutrirebbe particolare interesse verso il Baltico.
Lo scorso maggio la Russia aveva pubblicato un piano per ridisegnare la sua area nel Mar Baltico, espandendo unilateralmente i confini marittimi del Paese con la Lituania e la Finlandia, entrambi membri Nato (la Finlandia solo dal 2023). Il piano era poi stato cancellato dal sito web del governo, riferisce il Financial Times.
Infine, esattamente un mese fa, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, è arrivato in elicottero a Rostock per inaugurare un nuovo comando navale Nato nella città costiera del Baltico. Il Command Task Force Baltic sarà guidato da un ammiraglio tedesco, con il dispiegamento di ufficiali navali di altri 11 Paesi, e avrà l’obiettivo di proteggere le principali vie di approvvigionamento, le rotte commerciali e le infrastrutture critiche.
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26/05/2024
I guerrafondai dilagano in Europa. Vanno fermati
Ma è anche una dichiarazione che esplicita come la Nato – o parte di essa, in particolare alcuni paesi europei – sia decisa nel muovere contro la Russia, anche a rischio della guerra. Del resto, prima di Stoltenberg era stato un altro “grande boiardo” europeo, Mario Draghi, ad affermare pochi mesi fa che non si può permettere alla Russia di vincere in Ucraina. Il whatever it thakes, questa volta era implicito.
Il rischio concreto è che gli appelli di Stoltenberg preparino il terreno a un intervento più ampio e diretto di Paesi membri della Nato, anche senza il cappello all’Alleanza atlantica.
In realtà gli ucraini già colpiscono in territorio russo dallo scorso autunno, quando era ormai evidente il fallimento della controffensiva, ed hanno colpito con i missili Himars forniti dagli USA obiettivi in Crimea e nei territori russi di Belgorod e Kursk oppure con l’assistenza tecnica di consiglieri militari britannici e francesi sul campo.
Stoltenberg ha valutato le reazioni al suo appello all’escalation e in una intervista successiva a quella all’Economist, ha provato a gettare acqua sul fuoco.
”Non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina” perché l’Alleanza Atlantica ”non entrerà a far parte del conflitto” ha dichiarato il Segretario generale della Nato nel corso di un’intervista con il giornale tedesco Welt am Sonntag. ”Mentre aumentiamo il nostro sostegno all’autodifesa dell’Ucraina, non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina o per estendere l’ombrello di difesa aerea della Nato all’Ucraina. La Nato non entrerà a far parte del conflitto”, ha affermato Stoltenberg. Di questo si parlerà al vertice della Nato previsto dal 9 all’11 luglio a Washington.
Ma il vaso di Pandora ormai è stato aperto. Colpisce il fatto che in questo tripudio bellicista europeo, appaiano come i più “saggi” il premier ungherese, Viktor Orbán, che si sta già chiamando fuori paventando la spinta alla guerra di una parte dell’Europa, o il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che è stato il primo a mettere la mani avanti sottolineando che le decisioni Nato devono essere collegiali.
Tra i più fomentati guerrafondai in prima fila ci sono i baltici e i polacchi. Ingrida Simonyte, primo ministro della Lituania ha confermato che è pronta ad inviare truppe in Ucraina per esercitazioni e addestramento
Il ministro degli Esteri polacco, Radosaw Sikorski, non vuole rivelare i piani, ma non esclude gli «scarponi sul terreno». Stesso discorso per i finlandesi, che assieme ai baltici studiano di intervenire in Ucraina non come Nato, ma con una «coalizione di volenterosi», bypassando dunque eventuali riluttanze di altri paesi membri dell’Alleanza Atlantica.
I britannici si sentono già in una «situazione di pre guerra», come ha confermato il capo di stato maggiore, Patrick Sanders. E poi c’è stato Macron, il quale ha riaffermato come la Francia sia l’unico paese UE che garantisce una deterrenza nucleare europea e che oggi questa è a disposizione dello scontro con la Russia.
Questi vanno fermati, prima che trascinino l’Europa – e l’Italia – dentro una guerra devastante. Whatever it thakes! La manifestazione nazionale del 1 Giugno a Roma servirà a riaffermare anche questo.
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11/12/2023
Imperialismo USA-UE: dalla guerra in Ucraina al conflitto globale
Tutto questo non deve alimentare illusioni su un rapido “ritorno alla normalità” antecedente al febbraio 2022.
Anche perché era stata proprio quella “normalità” che, almeno da una ventina d’anni (senza ovviamente considerare i decenni precedenti di lavorio yankee attorno ai confini, prima sovietici e poi russi), aveva preparato il terreno che, alla fine, ha visto Mosca dover ricorrere all’intervento diretto.
Nessuna illusione; tanto più che discorsi e passi di Washington indicano quali siano le reali intenzioni yankee, al di là dei farfugliamenti di Joe Biden sull’inevitabile scontro della Russia con la NATO, se il fronte ucraino dovesse crollare.
Farfugliamenti che, se da un lato somigliano allo stantio motto euro-atlantico della Russia che «si è avvicinata pericolosamente ai confini della NATO» – come se Mosca avesse allargato le proprie frontiere, e non fosse stata invece l’Alleanza atlantica ad aver ampliato a dismisura la propria area di dominio – o anche al nuovissimo focus del cancelliere Olaf Scholz secondo cui sarebbe stata Mosca a chiudere le forniture di gas alla Germania, dall’altro lato devono far riflettere sui reali piani di alcune frange “lungimiranti” del Potomac.
Prendiamo un paio di “cosette”.
A ottobre scorso, gli USA avevano accresciuto di tre volte gli acquisti di uranio dalla Russia, arrivando a oltre 43 tonnellate. E, a parte la oculata selettività yankee in fatto di sanzioni alla Russia, non è che l’uranio sia un ingrediente nelle ricette per la carbonara!
Quindi, con una cerimonia alla base aerea USA di Ramstein, lo scorso 8 dicembre, il U.S. European Command (EUCOM) ha inaugurato ufficialmente il comando Space-Euraf che, con uno staff iniziale di 30 persone, controllerà le attività militari dallo spazio su Europa e Africa.
Il comando, riporta Die junge Welt, si trova nelle immediate vicinanze del nuovo Centro spaziale NATO ed è la quarta componente della forza spaziale (creata nel 2019 da Donald Trump e incorporata in un comando regionale USA), dopo il comando centrale per Vicino e Medio Oriente, con base in Florida, il Comando Indo-Pacifico (alle Hawaii) e il US Forces Korea (Osan Airbase a Pyeongtaek) in Corea del Sud.
Il Comando europeo (EUCOM) afferma che Space-Euraf è destinato a «dissuadere i potenziali avversari, reagire alle crisi e rafforzare alleanze e partnership».
All’inaugurazione, il comandante dello Space Operations of the US Space Force, generale Chance Saltzman ha affermato che «Abbiamo raggiunto un punto in cui sarebbe difficile rinunciare a questi mezzi». Il generale Michael Langley, responsabile per l’Africa, ha detto: «Siamo sul chi va là».
Sin dalla creazione della forza spaziale, Trump e il suo vice Michael Pence avevano dichiarato che si trattava di mantenere il dominio americano militare globale.
Negli anni ’80, Ronald Reagan aveva lanciato il programma “Star Wars”: anche considerando i dubbi sollevati di recente sulla sua autenticità (che comunque aveva costretto l’URSS ad adottare misure di difesa), di sicuro gli USA si rifiutano da decenni anche solo di parlare del controllo degli armamenti nello spazio.
Appena una settimana fa, ricorda Die junge Welt, gli USA hanno chiarito per cosa possa e debba usarsi la forza spaziale: il 21 novembre, la RPDC ha messo in orbita per la prima volta un satellite di ricognizione militare.
Il giorno seguente, l’agenzia KCNA riportava foto aeree dalla base aerea USA “Anderson” a Guam e altre grandi basi militari. Il 2 dicembre, un portavoce del US Space Force ha dichiarato che Washington potrebbe impedire le «capacità spaziali di un avversario» con una molteplicità di «mezzi reversibili e irreversibili».
Ma anche sulla terra, i paesi UE aumentano la produzione di armi e munizionamenti. Il Ministro della guerra finlandese Antti Häkkänen annuncia l’allargamento della produzione di proiettili d’artiglieria da spedire in Ucraina: «abbiamo intenzione di sostenere l’Ucraina con maggior impegno rispetto a oggi. E, così facendo, aumentiamo la capacità finlandese di produrre munizionamento» ha detto, accennando a investimenti di decine di milioni di euro e augurandosi che l’esempio di Helsinki venga seguito da altri paesi UE.
A detta di Häkkänen, perfetto testimone del sempre più aperto sogno di un ritorno alla “Grande Finlandia” – che mette gli occhi sulla Karelia e sulle frontiere ante-1940 fino a Leningrado – negli ultimi 30 anni le capacità difensive della UE si sarebbero di molto ridotte; dunque, è tempo di «innalzare le capacità militari dei paesi europei, accrescendo le riserve di munizionamento, acquistando cannoni e carri armati».
Häkkänen ha annunciato il ventesimo pacchetto di assistenza militare a Kiev, per un valore di 100 milioni di euro, portando così l’aiuto militare finlandese, dall’inizio del conflitto, a 1,5 miliardi di euro.
E questo rientra nei piani annunciati lo scorso marzo da Josep Borrel per la fornitura a Kiev di 1 milione di proiettili da 155 mm nel corso dell’anno (secondo Bloomberg, però, nei primi sei mesi le forniture a Kiev erano ferme al 30% di quanto previsto: circa 300.000 proiettili), per una somma di 1 miliardo di euro, cui si aggiunge un altro miliardo per acquisti di proiettili per reintegrare le scorte UE.
Ma, a parere dell’esperto militare Jurij Knutov, col pretesto degli “aiuti all’Ucraina”, i paesi NATO non fanno altro che allargare le proprie produzioni per tempi futuri, con installazioni produttive nella stessa Ucraina.
Appena pochi giorni fa, si è tenuta a Washington una conferenza con rappresentanti di oltre 350 imprese del complesso militare-industriale di una cinquantina di paesi del blocco occidentale, il cui tema centrale è stato appunto quello dell’apertura di industrie militari in Ucraina.
Gli europei capiscono, afferma Knutov, che nei prossimi anni una tale potenza industriale, allargata ad altri paesi oltre quelli tradizionali, sarà necessaria a loro stessi e non solo all’Ucraina: «La concezione strategica NATO di conduzione della guerra sta radicalmente cambiando, ora che l’Operazione speciale russa in Ucraina ha dimostrato che il vecchio approccio dell’Alleanza è inappropriato e inefficace.
Così, la leadership NATO, col pretesto di “aiutare Ucraina”, ha deciso di migliorare le proprie risorse e capacità militari. Dato però che l’Alleanza è orientata a una contrapposizione a lungo termine con la Russia, tutte le armi e i munizionamenti aggiuntivi andranno a riempire gli arsenali degli stessi paesi NATO».
Questo è il loro “ritorno alla normalità”: il loro abituale e congenito anelito imperialista ai cannoni al posto del burro.
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05/04/2023
Finlandia, l’insidia della NATO
Dietro alla retorica che ha accompagnato la cerimonia ufficiale di martedì è facile ipotizzare che almeno in alcuni ambienti della classe dirigente finlandese circoli più di una preoccupazione per la trasformazione del paese nell’avamposto NATO con il più lungo confine condiviso con la Russia. Tra le righe del discorso del presidente, Sauli Niinistö, si intravede ad esempio un certo disagio per avere compromesso la sicurezza della Finlandia. Il messaggio di quest’ultimo è sembrato essere diretto non tanto al segretario Stoltenberg o alla Casa Bianca, quanto al presidente russo Putin. Niinistö ha tenuto cioè a precisare che l’ingresso di Helsinki nella NATO “non è contro nessuno”.
L’affermazione è oggettivamente e ovviamente assurda, ma altamente indicativa dello stato d’animo di una classe politica piegatasi in fretta ai diktat di Washington dopo l’inizio delle operazioni russe in Ucraina nel febbraio dello scorso anno. La rassicurazione del presidente finlandese è stata poi seguita da una precisazione illusoria. A suo dire, l’adesione “non cambia le basi e gli obiettivi della nostra politica estera e della sicurezza”, visto che la Finlandia resterà “un paese scandinavo stabile e prevedibile che si batte per la risoluzione pacifica dei conflitti”.
I cambiamenti, anche se non immediatamente evidenti, ci saranno e risulteranno forse decisivi per l’architettura della sicurezza europea. Per cominciare, a Helsinki e a Bruxelles deve essere sfuggito il fatto che la crisi ucraina era esplosa fondamentalmente per la minaccia dell’ingresso nella NATO di un paese al confine con la Russia e, come rimedio, è stato deciso proprio di allargare il numero dei suoi membri, includendo per l’appunto un altro paese confinante con la Russia. La soluzione non può quindi contribuire ad attenuare le tensioni, bensì a moltiplicarle.
Con la Finlandia, il confine NATO-Russia è più che raddoppiato, passando da 1.233 a 2.572 km. Se si considera che a breve anche la Svezia dovrebbe entrare a farne parte, oltre il 90% del Mar Baltico sarà inoltre controllato da paesi NATO. La flotta baltica russa dovrà quindi tenere in considerazione questa nuova realtà, con riflessi strategici abbastanza ovvi. Uno di questi è il posizionamento di armi nucleari nell’enclave di Kaliningrad. Inoltre, nell’area a est di San Pietroburgo, città situata ad appena 250 km dal confine finlandese, potrebbe essere introdotta da parte della Russia una zona di esclusione aerea, la cui eventuale violazione da parte di velivoli NATO rischierebbe di provocare un serissimo incidente.
Le dichiarazioni degli esponenti del governo di Mosca sono state ad ogni modo minacciose ma tendenti a non incoraggiare un’escalation. Per il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, l’adesione della Finlandia alla NATO rappresenta “una significativa espansione del conflitto” in corso in Ucraina. Il ministero degli Esteri ha a sua volta giudicato gli eventi come “un cambiamento fondamentale della situazione in Europa settentrionale, in precedenza una delle aree più stabili del pianeta”. Le contromisure russe dipenderanno però “dalle specifiche condizioni dell’integrazione della Finlandia nell’Alleanza Atlantica, inclusa la [possibile] creazione sul suo territorio di basi militari NATO e il dispiegamento di armi offensive”.
Martedì, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha abbassato ulteriormente i toni con una dichiarazione ufficiale rilasciata per chiarire le differenze tra la situazione ucraina e quella finlandese. L’allargamento della NATO comporta sì “una violazione degli interessi nazionali russi”, ma, a differenza dell’Ucraina, la Finlandia “non è mai stata anti-russa”, né Mosca “ha mai avuto dispute” con Helsinki.
L’ingresso nella NATO della Finlandia è ad ogni modo la logica conclusione di un percorso di avvicinamento iniziato almeno dalla metà degli anni Novanta, quando Helsinki sottoscrisse con l’Alleanza la cosiddetta Partnership per la Pace, aprendo la strada alla partecipazione alle “missioni” in Kosovo, Afghanistan e Iraq. Le forze armate finlandesi si sarebbero così progressivamente adeguate agli standard NATO, mentre gli alti ufficiali hanno iniziato a prendere parte alle riunioni del Patto Atlantico. Soprattutto, Helsinki ha staccato ordini importanti per armamenti di produzione americana, tra cui, recentemente, missili Stinger e altri ordigni per quasi 400 milioni di dollari a fine novembre e, qualche mese prima, ben 64 caccia F-35 per un valore di oltre 9 miliardi.
La richiesta ufficiale di adesione era stata alla fine presentata il 18 maggio scorso assieme alla Svezia. Nel vertice NATO di Madrid il successivo 4 luglio i negoziati furono poi completati, ma la ratifica di tutti e 30 i membri sarebbe stata più difficoltosa. Per meglio dire, Turchia e Ungheria hanno ritardato fino a pochi giorni fa l’approvazione da parte dei rispettivi parlamenti, lasciando però per il momento in sospeso la candidatura della Svezia.
L’impulso alla militarizzazione e l’ingresso nella NATO sono dunque l’eredità tossica del governo uscente della premier Sanna Marin, autentica icona della finta sinistra occidentale. La coalizione guidata dal suo Partito Social Democratico ha riconosciuto la sconfitta nelle elezioni di domenica, anche se è stata in realtà determinante la flessione dei partner minori: i Verdi, l’Alleanza di Sinistra e il Partito di Centro. I socialdemocratici hanno infatti ottenuto tre seggi in più rispetto alla precedente tornata, ma sono stati superati sia dal Partito di Coalizione Nazionale conservatore sia dall’estrema destra dei Veri Finlandesi.
Il leader del Partito di Coalizione Nazionale, Petteri Orpo, proverà a mettere assieme una nuova maggioranza di governo, anche se un’eventuale accordo con il Partito Social Democratico o con i Veri Finlandesi non sarà comunque sufficiente. Almeno un altro partito dovrà essere convinto ad appoggiare l’esecutivo e tutta da verificare sarà l’eventuale disponibilità a far parte di una coalizione che potrebbe essere composta da un partito legato all’estremismo di destra.
Qualunque sia la composizione del futuro governo di Helsinki, i prossimi mesi vedranno il consolidamento della Finlandia come stato di frontiera NATO al servizio degli interessi americani. Nemmeno i Veri Finlandesi, a differenza di altri partiti dell’ultra-destra europea, auspicano un approccio più cauto alla crisi russo-ucraina, avendo da parte loro già espresso da tempo opinione favorevole all’ingresso nel Patto Atlantico. Sul fronte interno, un possibile governo guidato da Orpo opererà invece un netto ridimensionamento della spesa pubblica, come conferma l’impegno a tagliare circa sei miliardi di euro nei prossimi quattro anni.
L’uscita di scena di Sanna Marin, dimessasi mercoledì da segretario del suo partito, segna così una nuova imbarazzante sconfitta per quegli ambienti “liberal” occidentali che intendono costruirsi credenziali pseudo-progressiste attorno alle questioni di genere o ai temi ambientali, mostrando un disinteresse quasi totale per le questioni di classe e le crescenti disparità economiche che caratterizzano le società occidentali. L’altro elemento centrale è l’attitudine guerrafondaia e l’isteria anti-russa, che ha fatto appunto della premier finlandese uscente una delle voci più convinte nel sostenere il regime di Zelensky.
Una scelta di campo per l’ex neutrale Finlandia che potrebbe costare carissima in termini di sicurezza, ma non solo. L’ingresso nella NATO avrà infatti conseguenze negative anche in ambito economico. La perdita già consistente di un mercato importante per le esportazioni finlandesi, come quello russo, rischia di diventare definitiva, mentre resteranno un miraggio i possibili benefici derivanti dallo status di neutralità e da un approccio equilibrato alla crisi, simile a quello scelto finora dalla Turchia.
Come ha riassunto efficacemente in un post sul suo canale Telgram il docente russo di scienze politiche Dmitry Evstafiev, “l’inerzia delle politiche russofobe ha prevalso su tutte le considerazioni razionali” a Helsinki. La classe politica finlandese “ha a un certo punto creduto troppo nell’imminente collasso della Russia”, assecondando l’offensiva occidentale e scegliendo l’opzione NATO, fino a che “è diventato ormai tardi per [provare a] invertire la rotta”.
Fonte
03/04/2023
Sulla guerra guadagna (forse) chi partecipa
Che la guerra sia una gran partita di giro in cui qualcuno (parecchi) ci guadagna, non penso ci sia bisogno di ribadirlo; così come non penso ci sia bisogno di ribadire che, al di là delle prese di posizione a uso dei media, non c’è amicizia tra stati ma solo affari. Questo si estende anche all’Ucraina.
Chi si è esposto maggiormente, sia dal punto di vista diplomatico che da quello dell’invio di aiuti, non lo ha fatto gratis e passerà all’incasso, prima e dopo la conclusione del conflitto.
La Polonia è uno di questi paesi. Stamattina il Ministro della Difesa polacco, Mateusz Morawiecki, ha annunciato con un tweet che le FFAA ucraine hanno commissionato 100 trasporto truppe KTO “Rosomak”, un veicolo che è polacco per modo di dire, visto che è la versione su licenza del “Patria” finlandese, che ha venduto parecchio sia in Europa (è utilizzato dalle FFAA svedesi, slovacche, croate e in futuro molto probabilmente anche bulgare, oltre ovviamente a quelle finlandesi e a quelle polacche che, appunto, se lo producono su licenza) e fuori (Sudafrica, Emirati Arabi Uniti e Giappone).
Il mezzo è prodotto dal 2002: non è male, si è comportato decentemente in Afghanistan, ma sicuramente non c’erano progetti per estenderne la produzione. Soldi trovati a terra, come si dice dalle mie parti – ed è interessante che l’Ucraina abbia deciso di acquistarli dalla Polonia e non dalla Finlandia, che resta la titolare della licenza: ma appunto, la Polonia ha dato di più ed è giusto che riceva.
I fondi per l’acquisto non sono ucraini, ovviamente, ma non meglio specificati “fondi UE e USA”, stando a quanto scritto dal ministro – soldi dei contribuenti, insomma.
Del resto sono ben spesi, c’è qualcosina per tutti: la mitragliatrice in dotazione ai mezzi è la UKM-2000 prodotta dalla Zakłady Mechaniczne Tarnów, sempre polacca, il lancia-fumogeni è della Zakłady Metalowe Dezamet S.A., sempre polacca, mentre il cannoncino automatico da 30 mm Mk44 Bushmaster II è prodotto dalla statunitense Northrop Grumman che non credo abbia bisogno di presentazioni.
E c’è qualcosa anche per noi, anzi più di qualcosa: la torretta che ospita le armi è la Hitfist della Oto Melara, guardate quanto è bella (non scherzo, è bella veramente).
La Hifist non è presente sui “Patria”, che montano una torretta prodotta in Norvegia: ma la Norvegia è cattiva e non ha mandato nulla, quindi nulla deve ricevere.
Noi invece siamo buoni, anche se non quanto la Polonia, poi Oto Melara è una delle compagnie di Leonardo S.p.A. per la quale il Ministro Crosetto ha fatto per anni il senior advisor, non scherziamo. Queste sono le vere eccellenze italiane, altro che la chianina e i pomodorini del piennolo.
Fonte
04/07/2022
La crisi ucraina: origine, sviluppi e prospettive (parte I)
La formazione storica dell’Ucraina
La formazione storica dell’Ucraina è frutto di un processo plurisecolare e caratterizzato da varie fasi che a oggi non ha ancora raggiunto un’esaustiva definizione in termini di confini geografici e di identità culturale e nazionale. La sua posizione nella parte del bassopiano sarmatico a nord del mar Nero ha, infatti, favorito nel corso dei secoli l’avvicendarsi di popoli e di potenze egemoni provenienti soprattutto da est. Lo stesso toponimo Ucraina (Ukraina) composto da u (“vicino, presso”) e okraina (“periferia”) dalla radice slava kraj (“limite”, “bordo”) significa “marca di confine”, quasi a delinearne le sorti geopolitiche di terra contesa.
Le vaste pianure del bassopiano Sarmatico meridionale per secoli vennero attraversate e temporaneamente occupate da vari popoli, Sarmati e Sciti nel I millennio a.c. e successivamente Goti, Unni, Avari e Bulgari, fino a che verso la fine del IX secolo venne fondata la Rus’ di Kiev, una confederazione monarchica medioevale degli Slavi orientali, su parte del territorio delle odierne Ucraina, Russia occidentale, Bielorussia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia orientali, a opera dei Variaghi (vichinghi), detti anche Rus´ (carta 1). I marinai Variaghi cominciarono a stabilirsi in insediamenti stabili e a imporre il loro dominio sulle locali tribù slave e col tempo si assimilarono linguisticamente a queste ultime, sviluppando peraltro un florido commercio fluviale fra il mar Nero e il Baltico. Questa confederazione viene considerata il più antico Stato organizzato slavo-orientale, del quale Kiev fu a lungo la capitale. La sua storia fu, tuttavia, caratterizzata da divisioni interne e da tentativi di invasione: nel 1169 il principe Andrej Bogoljubskij, che aveva già trasferito la capitale dello Stato a Vladimir, nella parte occidentale dell’attuale Ucraina, saccheggiò Kiev e dopo le incursioni dei Peceneghi e dei Cumani del X secolo, nel 1240, la stessa Kiev venne rasa al suolo dai Tataro-mongoli. Nel medioevo Kiev è stato il punto centrale della cultura degli slavi orientali e ha costituto la base dell’identità nazionale ucraina. Nel XIII secolo l’unità territoriale della Rus’ crollò a causa sia della frammentazione in diversi principati che della devastazione creata dall’invasione mongola. Nel 1242, infatti, il nipote di Gengis Khan, Batu Khan, fondò il Khanato dell’orda d’Oro che rimase in vita fino al 1502.
Dopo 260 anni di occupazione mongola, durante i secoli XVII e XVIII, emerse e prosperò l’Etmanato cosacco. Un’entità statale costituita dai cosacchi dell’Ucraina tra il 1649 e il 1764, anno in cui Caterina II di Russia abolì ufficialmente l’Etmanato e la carica di Etmano e il suo territorio fu spartito tra la Polonia e l’Impero russo.
In relazione a questa fase storica, di fondamentale importanza per i suoi sviluppi successivi risulta il Trattato di Perejaslav (1654) stipulato tra l’Etmanato cosacco e lo zar di Russia Alessio I. L’accordo decretò la separazione dell’Ucraina dalla Polonia e il suo ingresso nell’orbita del potere zarista rafforzandone la potenza. Inoltre, la zona, che ai tempi del predominio polacco dal punto di vista religioso faceva riferimento alla tradizione cattolica, passò sotto l’influenza della chiesa ortodossa.
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| Carta 1: l’estensione territoriale della Rus di Kiev e le linee delle invasioni da est |
Dopo l’abbattimento dell’impero zarista, al termine della I Guerra mondiale coesistevano addirittura due Ucraine: la Repubblica Popolare dell’Ucraina Occidentale e Transcarpazia (1918, linea verde nella carta 2) e la Repubblica Ucraina di Kiev (1917-21, linea viola), inserite entrambe in modo grossolano nel più vasto spazio etno-linguistico ucraino (linea tratteggiata). Nel 1922 una versione ridotta di quest’ultima divenne la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina (arancione), cui nel 1924 la Russia sottrasse la fascia di territorio che congiunge le alture del Don al Mar d’Azov (strisce rosa e marroni).
Questo nucleo venne successivamente ampliato, sempre per iniziativa unilaterale del Cremlino: nel 1939 vi fu, infatti, annesso parte del territorio polacco (azzurro) comprensivo dell’importante città di Leopoli. Nel 1940 furono aggiunti i territori romeni (rosso) della Bucovina settentrionale e del Budjak (Vecchia Bessarabia) e la sottile e slavofona Transnistria (strisce verdi orizzontali) fu ceduta alla neonata Repubblica Socialista Sovietica Moldova per diluirne la componente romena. Nel 1945 venne incorporata per esplicito volere di Josif Stalin la Rutenia cecoslovacca (verde acqua). Una regione subcarpatica etnicamente eterogenea, i cui confini arbitrariamente ridisegnati sottraevano anche all’Ungheria diverse municipalità di frontiera.
Infine, nel 1948, vennero annesse le isole romene (giallo), strategiche per scongiurare l’isolamento navale-militare di Odessa in caso di conflitto.
Il 19 febbraio 1954 la Crimea (fucsia) venne scorporata dalla Russia da Nikita Khruščёv (nato da famiglia ucraina) e donata alla repubblica sovietica retta da Aleksej Kiričenko (Primo segretario del Partito comunista ucraino dal 1953 al 1957) per commemorare l’anniversario del Trattato di Perejaslav del 1654. Accordo che viene celebrato dagli ucraini filo-russi come l’unione dei popoli slavi orientali russi, ucraini e bielorussi, mentre per i nazionalisti ucraini segna l’inizio del giogo russo sull’Ucraina.
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| Carta 2: l’estensione e variazioni territoriali dell’Ucraina dal 1922 al 1954. |
La divisione dell’Europa in 2 blocchi
La divisione dell’Europa in due aree di influenza delineata alla conferenza di Yalta nel febbraio del 1945, a seguito dell’inasprirsi dei rapporti fra le due superpotenze nei primi anni del Dopoguerra, portò alla cosiddetta Guerra Fredda, alla corsa al riarmo e alla contrapposizione frontale anche strategico-militare tra i due blocchi. Il 9 aprile 1949 venne, infatti, fondata, su proposta statunitense, la Nato (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) da 12 Paesi (Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti) con l’obiettivo di controbilanciare il potere dell’Unione Sovietica e dei suoi paesi satelliti in Europa. Il proposito era di creare una sorta di deterrente contro eventuali velleità espansionistiche dell’URSS. Dall’altro lato, il 14 maggio 1955, URSS, Albania (uscita nel ‘68 ), Bulgaria, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania Est, Polonia e Romania firmarono a Varsavia il Trattato di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca, noto in seguito come Patto di Varsavia, un’alleanza militare che aveva a sua volta lo scopo di fare da deterrente all’espansionismo Usa, in risposta all’ingresso della Germania Ovest nella Nato il 9 maggio 1955.
Le due organizzazioni politico-militari non si scontrarono mai in Europa durante il periodo della Guerra Fredda, ma furono direttamente o indirettamente coinvolte comunque in attività militari in altre aree del Pianeta dove Stati Uniti e Unione Sovietica cercavano di espandere le loro sfere di influenza, dal Vietnam all’Afghanistan. Il Patto di Varsavia fu sciolto il 1 luglio 1991, in seguito alla crisi dell’Unione Sovietica e alla distensione est/ovest voluta da Gorbaciov e precedette di pochi mesi la disgregazione della stessa (25 dicembre 1991).
La fine del Bipolarismo
La fine del Bipolarismo (1944-1991), iniziata con la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989 e sancita dalla dissoluzione dell’URSS nel dicembre del 1991, ha aperto una nuova fase storica che gli analisti hanno denominato “Nuovo ordine mondiale”. Da un periodo storico protrattosi per circa 45 anni e caratterizzato dal predominio geopolitico e militare globale di USA e URSS, si è repentinamente passati a un nuovo scenario internazionale dominato da un’unica superpotenza.
All’inizio degli anni ’90, con una Russia in profonda difficoltà economica, in molti (anche all’interno della Nato) iniziarono a chiedersi se avesse ancora senso mantenere un’alleanza fondata proprio per contrastare un potenziale nemico che non esisteva più, o che per lo meno si era trasformato in qualcosa di diverso. Si aprì un ampio confronto sul futuro dell’Alleanza atlantica, con vari analisti e alcuni politici che ritenevano costosa e rischiosa una sua eventuale espansione verso est.
Venendo a mancare gli scopi per cui era stata fondata, vale a dire il contenimento del presunto espansionismo sovietico, l’Alleanza Atlantica, invece di essere disciolta al pari dell’antagonista Patto di Varsavia (1955-1991), subisce una significativa trasformazione in termini di finalità e strategie.
La trasformazione della Nato
La nuova strategia statunitense enunciata nella direttiva “National Security Strategy of United States”, pubblicata dall’amministrazione di Bush padre nell’agosto del 1991 all’indomani della I Guerra del Golfo, indica chiaramente che “al fine di stabilire un nuovo ordine mondiale risulta indispensabile l’affermazione della leadership mondiale statunitense” e che “dobbiamo lavorare con gli altri ma dobbiamo anche essere leader”.
In questo quadro di previsioni viene ridisegnato il ruolo della Nato: da organizzazione politico-militare difensiva (art. 5 dello statuto) a mezzo più rapido di intervento nell’applicazione delle strategie geopolitiche e, nel contempo, di sostituzione e ridimensionamento del ruolo dell’Onu.
Il processo di “espansione della Nato” è il frutto, da un lato, dell’ambizione dell’Occidente di allargare la propria sfera di influenza includendo anche paesi storicamente legati o addirittura interni, all’Unione Sovietica, mentre dall’altro, della volontà di molti di quei Paesi di allontanarsi e proteggersi dalla potenziale aggressività della Russia. I casi di invasione da parte prima dell’URSS (Polonia e Repubbliche Baltiche) e poi della Russia (Cecenia) non erano, infatti, mancati in passato.
L’Alleanza Atlantica, sotto le direttive di Washington, procedette quindi al varo della cosiddetta politica delle “porte aperte” per offrire possibilità di adesione a nuovi membri europei e al contempo, fissare le condizioni in termini di modello politico, economico e militare da assolvere come chiaramente illustra il seguente testo del Servizio Studi del Senato tratto da “La NATO verso il vertice di Bucarest” del marzo 2008.
“In base alla politica delle “porte aperte” ogni paese europeo in grado di contribuire alla sicurezza dell’area euro-atlantica può essere invitato dai paesi membri a entrare nell’Alleanza. Nella prassi affermatasi dopo la caduta del Muro di Belino e il lancio del Partenariato per la pace (Pfp) nel 1999, tra le condizioni necessarie per l’ingresso è stata attribuita maggiore importanza alla presenza: di una democrazia funzionante, di un’economia fondata sul libero mercato, al controllo del governo democraticamente eletto sulle forze armate e alla capacità materiale e volontà politica di contribuire alle attività di sicurezza della Nato”.La politica di apertura ha consentito alla Nato, e in particolare agli Stati Uniti, di tutelare piuttosto efficacemente i propri interessi geopolitici. Secondo molti esperti la politica delle “porte aperte” è stata da un lato funzionale alla politica estera statunitense mentre dall’altro vissuta come una provocazione e una minaccia alla sicurezza nazionale da parte della Russia, come avevano previsto diversi analisti e politici, che può compromettere la stabilità dell’Est Europa.
“Nel 1999 è stato introdotto il Membership Action Plan (Map). Si tratta di un programma di assistenza, aggiornato annualmente paese per paese, al processo di riforma delle forze armate e delle istituzioni politiche ed economiche. La partecipazione al Map non comporta automaticamente l’adesione, anche se mira ad agevolarla, né comporta la fissazione di una scadenza temporale entro la quale decidere in merito all’adesione del paese interessato. Alcuni, tra cui gli Stati Uniti, sostengono con forza la necessità di estendere anche ai Balcani occidentali i positivi effetti che generalmente si ritiene abbiano avuto i precedenti allargamenti all’Europa orientale. È opinione diffusa in molti paesi Nato che l’adesione dei paesi una volta membri del Patto di Varsavia abbia consolidato la stabilità regionale, riducendo la possibilità di guerre in Europa”.
L’Unilateralismo e gli interventi Usa e Nato negli anni ‘90
Nel gennaio 1991, mentre stava ormai terminando la Guerra Fredda con l’imminente dissoluzione del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica, gli Stati Uniti scatenavano nel Golfo Persico quella che viene considerata la prima guerra della fase post-bipolare. Annunciando alla comunità mondiale che «non esiste alcun sostituto alla leadership degli Stati Uniti, rimasti il solo Stato con una forza e una influenza globali», aprivano di fatto l’era dell’ “Unilateralismo”.
Il nuovo corso bellico della Nato, preceduto da un primo limitato intervento in Bosnia nel 1995 (1), si concretizza per la prima volta su vasta scala, sotto la presidenza Clinton (1993-2000), nella primavera del 1999 nell’ambito della crisi fra Serbia e Kosovo, allorché in presenza di contrasti in seno al Consiglio di Sicurezza a causa dell’opposizione di Russia e Cina a un intervento militare dell’Onu contro la Serbia, l’amministrazione Clinton, di concerto con gli alleati europei, delibera l’attacco aereo contro lo stato balcanico e la sua regione autonoma a maggioranza albanese, precedentemente occupata, a causa delle attività dell’UCK (l’Esercito di Liberazione del Kosovo), dalle truppe federali jugoslave (composte all’epoca da Serbia e Montenegro) di Milosevic. Serbia e Kosovo subiscono pesanti bombardamenti per 78 giorni anche con proiettili all’uranio impoverito, fino a che il Presidente jugoslavo accetta le condizioni proposte che portano alla fine della cosiddetta Guerra del Kosovo. I termini negoziati dalle parti negli Accordi di Kumanovo del 9 giugno 1999, tuttavia, non verranno rispettate dalla Nato, tant’è che la Serbia arriverà a perdere la propria regione autonoma a seguito della dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte di Pristina del 2008 e, ovviamente, subito riconosciuta dai Paesi occidentali, veri ispiratori dell’operazione.
Il rapporto “collaborativo” Nato-Russia di Clinton
L’atto fondatore delle relazioni fra Russia e Nato (2 ), il “Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security” un primo impegno reciproco ad astenersi da minacce e uso della forza, venne firmato il 27 maggio 1997 a Parigi dai capi di Stato o di governo dei 16 paesi al tempo membri dell’Alleanza, oltre che da Javier Solana e Boris Eltsin. Lo “storico” accordo aprì di fatto la strada all’ampliamento della Nato ai paesi che fino al 1991 avevano fatto parte del Patto di Varsavia. La Russia di Boris Eltsin nel nuovo scenario internazionale, pertanto, non assumeva più i connotati di antagonista globale degli Stati Uniti, divenendo invece una sorta di vassallo esterno Nato, visto che il suddetto accordo prevedeva in un prossimo futuro l’istituzione di un Consiglio congiunto permanente in cui Nato e Russia avrebbero potuto consultarsi, coordinare le proprie politiche, e la dove possibile, adottare decisioni e azioni congiunte su questioni di sicurezza comuni (questo in teoria).
Un ulteriore passo in avanti verso la distensione est-ovest si registro al Vertice di Pratica di Mare nel 2002, nel cui contesto la sottoscrizione del documento “Nato-Russia relations: a new quality” da parte di Bush Jr e di Vladimir Putin, divenuto presidente da solo un anno e mezzo, sembrava aver posto definitivamente fine ai tempi della contrapposizione e offrì speranze di cambiamento delle relazioni tra i due ex contendenti. Nel testo infatti è riportato che: «Come firmatari del Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security, riaffermiamo gli obiettivi, i principi e gli impegni assunti allora: in particolare la determinazione a costruire insieme una pace duratura e inclusiva nell’area euro-atlantica in base ai principi di democrazia, sicurezza cooperativa e all’asserto che la sicurezza di tutta la comunità euro-atlantica sia indivisibile. Siamo convinti che la qualità della nuova relazione fra NATO e Russia fornirà un contributo essenziale al raggiungimento di questo obiettivo».
L’ampliamento della Nato
Nel 1999 la Nato, sulla scia del nuovo corso delle relazioni con la Russia di Eltsin e contravvenendo alla promessa fatta a Gorbaciov di «non allargarsi di un pollice a Est», iniziava, con l’ingresso di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, la sua espansione a Est sempre più a ridosso della Russia. Con l’ingresso della Macedonia del Nord nel 2020 la Nato, in soli 20 anni, è riuscita, attraverso varie tappe, a estendersi da 16 a 30 membri, incorporando paesi dell’ex Patto di Varsavia, dell’ex URSS, della ex Jugoslavia, offrendo prospettive anche a Ucraina, Georgia e Bosnia-Erzegovina (carta 3).
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| Carta 3: le tappe dell’ampliamento a est della Nato |
Agli ingressi di Stati dell’Est europeo di “oltre cortina”, all’ultimo vertice straordinario Nato di Madrid (28-30 giugno 2022) si sono aggiunte, Svezia e Finlandia, due Paesi che, sull’onda emotiva scatenata dal conflitto in corso in Ucraina, hanno deciso di rinunciare alla tradizionale posizione di neutralità militare e, nelle settimane immediatamente precedenti il summit, avanzando richiesta di adesione all’Alleanza. Il 28 giugno, il primo giorno del vertice, la delegazione turca ha ritirato la propria decisiva opposizione alle domande di adesione di Finlandia e Svezia alla Nato e ha firmato un memorandum tripartito tramite il quale Erdogan consegue una netta vittoria politico-strategica e la Nato registra un ulteriore ampliamento salendo a 32 membri (carta 4). Nel documento sottoscritto dai ministri degli Esteri di Turchia, Svezia e Finlandia è prevista «sulla base delle informazioni fornite dalla Turchia», l’estradizione di membri del PKK, come presunti terroristi, ma anche degli appartenenti alle organizzazioni affiliate come l’Ypg curdo-siriano, le forze di autodifesa del Rojava, oltre a dissidenti interni appartenenti alla rete di Fetullah Gülen, indicato da Erdogan come l’ideatore del fallito golpe ai suoi danni del 15 luglio 2016.
Nel testo è riportato infatti che «i Paesi hanno convenuto che Finlandia e Svezia affronteranno le richieste in sospeso della Turchia di espulsione di sospetti terroristi in modo rapido e accurato per quanto riguarda informazioni, prove e intelligence dalla Turchia», un passaggio inequivocabile che si somma ad altre concessioni fatte dai due paesi scandinavi. L’accordo prevede infatti che Finlandia e Svezia riprendano a vendere armi ad Ankara, la promulgazione di una nuova legge in Svezia «più severa sulla criminalità terroristica che entrerà in vigore il 1° luglio» oltre a un «inasprimento della legislazione antiterrorismo» e la cessazione di qualsiasi supporto alle Ypg/Pyd curde e al movimento di opposizione turco facente capo a Gülen.
Gli Stati Uniti hanno, inoltre, promesso a Erdogan la fornitura di aerei da caccia F-16, decisione che, tuttavia deve essere sottoposta all’approvazione del Congresso statunitense ma che Biden si dichiara “fiducioso di poter ottenere”.
Il Segretario Generale della Nato Stoltemberg e i leader occidentali hanno concluso con dichiarazioni di soddisfazione il vertice enfatizzando l’ingresso dei nuovi membri nordici che avrà l’effetto di mutare, a proprio favore, i rapporti geopolitici e militari nell’area del Baltico aumentando la pressione ai confini della Russia.
In realtà, il vero vincitore della partita risulta senza dubbio il “Sultano” Erdogan che ottiene tutte le richieste avanzate e si rilancia ulteriormente come figura di mediazione fra Russia e Ucraina/Occidente per lo sblocco del commercio del grano dai porti del Mar Nero. Con i prezzi dei cereali alle stelle e le proteste sociali per il costo della farina che si spargono a macchia d’olio in varie regioni del Sud del mondo, Erdogan stacca un dividendo politico di straordinaria importanza e rilancia proficuamente la sua politica espansiva “neottomana”.
Andrea Vento – 1 luglio 2022
Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati
Note
1. Operazione Deliberate Force condotta dalla Nato contro le postazioni serbe in Bosnia fra il 30 agosto e il 20 settembre 1995
2. https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_25468.htm
Fonte
01/07/2022
Turchia - A Erdogan via libera al massacro dei curdi
Quando entrai a Kobane il primo ottobre 2014 i curdi siriani rischiavano la strage con la bandiera nera del Califfato che sventolava a soli 400 metri dalla prima linea. I curdi iracheni erano intanto accorsi a difendere le loro postazioni dall’avanzata dell’Isis mentre ai curdi turchi, in conflitto perenne con Ankara, erano i jihadisti, sostenuti dai servizi turchi, a tagliare la gola.
Allora i curdi erano i nostri eroi, acclamati come i difensori del fronte contro la barbarie, e ora, per far entrare Svezia e Finlandia nella Nato, abbiamo svenduto a Erdogan la loro sorte e i tanto conclamati valori occidentali.
Perché di questo si tratta leggendo il memorandum firmato dai ministri degli esteri di Turchia, Svezia e Finlandia. Al punto 8 del documento si prevede, «sulla base delle informazioni fornite dalla Turchia», l’estradizione di membri del Pkk, come presunti terroristi, ma anche degli appartenenti alle organizzazioni affiliate come l’Ypg curdo-siriano, le milizie che proteggono l’esistenza del Rojava, un esperimento politico laico, multi-etnico e multi-religioso che dovremmo preservare.
In tutto questo non si fa minimamente cenno al fatto che la Turchia occupa parti del territorio siriano e iracheno, che bombarda sistematicamente non solo le milizie armate ma anche i civili, curdi, siriani, iracheni, compresi gli yezidi, proprio coloro che soffrirono di più delle stragi e degli stupri dei jihadisti. Finlandia e Svezia toglieranno anche il bando alla vendita di armi ad Ankara.
In poche parole si tratta di un via libera su tutta la linea a Erdogan per fare quello che vuole nel nord della Siria, in Iraq e, ovviamente, anche nel Kurdistan turco dove in anni passati sono stati rase al suolo città come Cizre. Consiglio il documentario “Kurdbûn – Essere curdo”, diretto dal regista curdo-iraniano Fariborz Kamkari, da mesi nelle sale italiane. Si comprende che tra un Putin e un Erdogan non passa poi molta differenza.
In compenso Erdogan per bombardare i curdi usa i nostri elicotteri Agusta (Leonardo) e ricatta l’Europa con i suoi tre milioni e mezzo di profughi siriani, per cui l’Unione europea versa 6 miliardi di euro perché li tenga ben lontani da noi. Si chiama, per i valori occidentali, «esternalizzazione delle frontiere» e degli esseri umani.
Il Sultano della Nato ha stabilmente insediato le truppe e occupato il territorio di altri stati senza che nessuno osi alzare neppure il sopracciglio. È lui a decidere, con la nostra complicità, chi siamo noi, che cosa è davvero l’Alleanza atlantica e soprattutto anche il destino dei curdi, siriani e iracheni, da scambiare sul tavolo del negoziato per l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato.
Fanno sorridere amaramente alcuni titoli dei giornali italiani del genere: «Erdogan cede alle richieste degli alleati». Casomai è il contrario. E se ne accorgerà presto anche il presidente del consiglio Draghi, atteso in Turchia per uno scottante bilaterale.
Noi, per quanto ci riguarda, abbiamo già ceduto alle richieste turche: chiediamo il permesso ad Ankara anche per esercitare con le navi dell’Eni il diritto acquisito di trivellare nella zona greca di Cipro, cosa che naturalmente ha fatto infuriare gli ellenici. Figuriamoci quando ci toccherà discutere sulla Zona Economica Esclusiva tracciata tra Turchia e Libia da Erdogan nel 2019 che allora salvò il governo di Tripoli dalle truppe del generale Haftar alle porte della capitale.
Ma l’Italia non ha molte carte da giocare, se non chiedere al Sultano di aiutarci a mettere un po’ d’ordine tra le fazioni comandate anche dai turchi e a portare a casa qualche barile di petrolio e di gas libico, visto che all’ex colonia ci lega un gasdotto con una portata di 30 miliardi metri cubi, che sarebbero più di un terzo dei nostri consumi annuali.
L’Italia, dalla caduta di Gheddafi nel 2011, è diventata in questi anni il Paese più esangue del Mediterraneo: va bene ricostruire l’, ma forse sarebbe più di nostra competenza avviare una sia pure timida azione di governo e diplomatica per una dignitosa ricollocazione del Paese dove è sempre stato geograficamente.
In realtà stiamo dando al massacratore di curdi Erdogan tutte le soddisfazioni che vuole. Mentre il Sultano si potrà vantare di avere portato Svezia e Finlandia nella Nato – rendendole ai suoi occhi alleati «ragionevoli» – allo stesso tempo è in trattative con Washington per una nuova partita di caccia F-16 e forse gli Stati Uniti gli sbloccheranno pure gli F-35, se rinuncia ad altre forniture di batterie antimissile S-400 di Mosca.
E così Erdogan, contando sull’acquiescienza nostra e di Washington, ci dà dentro con la «sua» guerra ai curdi. Che noi naturalmente, da meschini alchimisti del doppio standard, facciamo finta di non vedere.
Fonte
20/05/2022
Il prezzo del sì: estradizione dei curdi e armi per Ankara
Oggi sul tavolo ha l’adesione alla Nato di Svezia e Finlandia. Erdogan sa che serve l’unanimità e ha posto le sue condizioni, niente arriva gratis: Helsinki e Stoccolma devono cessare di essere Stati-santuario del Pkk, consegnargli i membri del Partito curdo dei Lavoratori e cancellare l’embargo di armi verso Ankara deciso proprio nel 2019, a fronte dell’occupazione delle città curdo-siriane di Gire Spi e Serekaniye.
Così i due paesi scandinavi invieranno delegazioni in Turchia per negoziare il sì di Ankara all’adesione. Il prezzo lo pagheranno i curdi, quelli in diaspora e chi in Medio Oriente lavora da anni alla costruzione di società alternative al settarismo regionale, tra Siria e Iraq.
In Svezia e Finlandia vivono circa 100mila curdi, l’80% in territorio svedese. L’emigrazione è iniziata negli anni ‘70, per farsi più prepotente dopo il colpo di stato turco del 1980. Secondo Ankara, da qui il Pkk gestirebbe la sua rete di finanziamenti e reclutamento in Europa, grazie alla tolleranza delle autorità locali.
Il ministro degli esteri Cavusoglu ha detto di aver condiviso con le autorità svedesi le prove della presenza di membri del Pkk sul territorio dello stato, liberi di operare: «Gli abbiamo detto che non ci basta la dichiarazione della Svezia che il Pkk è già sulla loro lista del terrorismo – ha riportato ai giornalisti Cavusoglu domenica scorsa, dopo un incontro con gli omologhi di Helsinki e Stoccolma – Ci hanno risposto che penseranno a un nuovo piano».
Lunedì qualche dettaglio in più. Ankara avrebbe chiesto alla Svezia l’estradizione di undici presunti membri del Pkk, alla Finlandia di sei, seppur la lista dei desideri sarebbe ben più lunga: secondo il ministero della giustizia turco, negli ultimi cinque anni sarebbero state mosse 33 richieste di estradizione, mai accolte.
Un comportamento che agli occhi turchi è incomprensibile, soprattutto alla luce della propaganda durata decenni intorno all’omicidio di Olof Palme del 1986: all’epoca si seguì anche la pista curda, rispuntata a fine anni ‘90 dopo le dichiarazioni di un ex membro del Pkk che dava al suo gruppo la responsabilità della morte del primo ministro svedese. Ordinata dallo stesso Ocalan, si disse, dopo che Stoccolma aveva dato il via libera all’estradizione di otto combattenti. Una pista presto abbandonata ma che non esita a ricomparire nei momenti di necessità turchi.
E poi c’è il legame che Stoccolma ha intessuto con l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est, espressione del confederalismo democratico teorizzato dal leader del Pkk, Ocalan: oltre al sostegno attraverso la coalizione anti-Isis, una delegazione di alto livello svedese – con a capo la ministra degli esteri Ann Linde – nel 2020 ha fatto visita alle Forze democratiche siriane (federazione multietnica e multiconfessionale nata durante la lotta all’Isis e ora impegnata contro l’invasione turca) e lo scorso anno il ministro della difesa Hultqvist ha avuto un colloquio video con il loro leader, Mazloum Abdi, a cui ha rinnovato l’appoggio del suo paese.
La seconda richiesta viene da sé: scongelare l’esportazione di armi. «Non diremo di sì ai paesi che applicano sanzioni alla Turchia», il commento di lunedì del presidente turco a cui servono armi per proseguire nelle guerre in giro per il Mediterraneo. A partire proprio da quella contro le comunità curde sparse tra Turchia, Siria e Iraq: l’ultima operazione, “Blocco dell’Artiglio”, è cominciata a metà aprile e prende di mira le regioni di Zap e Avasin, le montagne del nord iracheno base militare e ideologica del Pkk. Oltre 900 i bombardamenti turchi.
Ma non va come dovrebbe: quasi impossibili da espugnare, le montagne garantiscono al Pkk la difesa utile al contrattacco. Se secondo l’esercito turco, in un mese le perdite sarebbero state di soli sei soldati, molto diverso è il bilancio delle Hpg, le forze armate curde: in un comunicato di due giorni fa danno conto di 427 militari turchi uccisi, sette droni e un elicottero abbattuti.
Fonte
18/05/2022
Europa, la nuova frontiera USA
Tra propaganda e storytelling addomesticati, tra narrazioni improvvisate e verità negate, nell’ubriacatura di chi scambia nazisti per irredentisti e la resa con l’evacuazione, se c’è una cosa chiara in questa guerra per procura che gli Stati Uniti fanno combattere agli ucraini, è che Kiev è completamente asservita – e non da oggi – agli interessi statunitensi. Sono venuti alla luce le totali influenze di Washinton su Kiev, il cui inizio risale a prima del golpe di Euro Maidan. In principio l’attività USA è stata dedita all’organizzazione del colpo di stato, poi è proseguita con una continua e profonda ingerenza nelle vicende interne del Paese, al punto dall’esibirne l’eterodirezione dello stesso.
Londra e Washington hanno riempito i depositi di armi dell’Ucraina e la quantità del suo esercito (330.000 uomini) come il suo livello di armamento, ad una analisi neutrale risultavano poco compatibili con il bilancio di un Paese coperto dai debiti e con un PIL affatto entusiasmante. Ma non solo: l'addestramento tanto della sua milizia nazista come dell'esercito regolare, la formazione dei suoi servizi segreti, il saccheggio delle sue risorse minerarie e l'uso del suo territorio per creare laboratori di guerra batteriologica – pericolosi da tenere in patria, ma eccellenti se vicino alla Russia – hanno rappresentato l’esatta dimensione della presenza USA in Ucraina.
Oligarchi, militari, politici, militanti neonazisti, ognuno ha svolto la sua parte. Una intera classe dirigente – se così la si vuole chiamare – e i suoi bravacci hanno ceduto la sovranità dell’Ucraina agli Stati Uniti, con i quali hanno trovato identità politica e affari in comune. Di buon grado Kiev si è resa funzionale alla strategia statunitense che aveva ed ha due obiettivi: prendere possesso delle sue notevoli ricchezze di suolo e sottosuolo e utilizzarla come pedina fondamentale nella provocazione politica e militare contro Mosca.
Il riscontro di questo intreccio di interessi lo si ha anche misurando gli investimenti statunitensi a Kiev. Secondo quanto affermato nell’aula del Congresso USA dalla deputata democratica del Missouri, Cori Bush, "gli Stati Uniti hanno dato più aiuti militari all'Ucraina che a qualsiasi altro Paese negli ultimi due decenni, e il doppio del costo annuale della guerra in Afghanistan, persino quando le truppe statunitensi erano sul terreno".
E siccome il diavolo si annida nei dettagli, è utile notare come una delle principali beneficiari dei fondi statunitensi per l'Ucraina sia la Raytheon, del cui consiglio di amministrazione faceva parte il Segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, prima di essere chiamato da Biden alla Casa Bianca; oppure che Hunter Biden (figlio del presidente) sia il principale beneficiario dell'attività mineraria in Ucraina. Sono, ovviamente, solo mere coincidenze.
La Russia aveva le sue ragioni per ritenere il nazismo ucraino in alleanza con gli USA una minaccia alla sua sicurezza nazionale. I tentativi di colpo di Stato in Bielorussia e Kazakistan (membri del CSTO), che nelle intenzioni di Washington avrebbero dovuto accerchiare la Russia, e le massicce manovre militari Nato che si sono svolte fino a poche centinaia di chilometri dal confine russo, sono stati la diretta attuazione sul campo del vertice atlantico del giugno 2021, in cui i governi di Mosca e Pechino sono stati esplicitamente definiti come nemici e la loro alleanza come una "crescente influenza da contrastare".
Dalla neutralità all’ostilità
Obiettivo da raggiungere con ulteriori allargamenti dell’Alleanza? Non c’è dubbio che la decisione di Svezia e Finlandia di entrare nella NATO, ponendo fine alla loro storia di neutralità, altera l'equilibrio militare in Europa. Solo l'Austria e l'Irlanda restano fuori dalla NATO, ma anche in questo caso si tratta di una questione di forma più che di sostanza. Sebbene Svezia e Finlandia siano sempre stati partner dell'Alleanza Atlantica, con la quale hanno regolarmente condotto esercitazioni congiunte ed avuto accesso a forniture militari, l'adesione formale alla NATO significa la fine di un’epoca che aveva portato agli "accordi di Helsinki".
Si potrebbe ipotizzare che con l'ingresso di Stoccolma ed Helsinki nella NATO, la Russia abbia aumentato il numero dei suoi nemici, ma questa sarebbe una lettura superficiale di una congiuntura a breve termine. Certo, da un punto di vista militare non si tratta di una decisione banale, poiché si tratta di due potenze artiche che rafforzano il loro peso strategico in forza dei cambiamenti climatici degli ultimi 30 anni, che hanno in parte trasformato l'Artico in uno sbocco navigabile. Ma, come ha già affermato Putin, l’ingresso dei due paesi non rappresenta un problema in sé, dal momento che entrambi hanno già dichiarato che non ospiteranno basi nucleari e rampe missilistiche.
Non vi è dubbio che il nuovo assetto Nato darà l’opportunità a Mosca di aumentare il livello del dispositivo militare nella zona, con particolare incremento nella base di Kalinigrad. Più in generale, servirà a produrre una profonda revisione e modernizzazione della dottrina militare russa e, oltre a questo, determinerà un aumento del dispositivo cinese (per ora sostanzialmente a carattere scientifico) nell’Artico.
Sotto il profilo militare entrambi i Paesi condividono un confine di 1.340 chilometri con la Russia, che però, con la base militare di Kaliningrad controlla il Baltico e l'Artico. Kaliningrad si trova in una posizione chiave per due motivi: da un lato, il porto del Mar Baltico che ospita la base della flotta navale russa, si trova in una delle poche zone in cui il mare non ghiaccia. Ospita i sistemi Iskander, ossia missili balistici tattici a corto raggio in grado di trasportare testate nucleari, con una gittata fino a 500 chilometri e i missili lanciati dalle rampe come dai sottomarini possono colpire ovunque in Europa. D'altra parte, controllando il Corridoio di Suwalki – che collega l'oblast con la Bielorussia ed è l'unico passaggio terrestre tra la Polonia e i Paesi baltici – Mosca potrebbe isolare Lettonia, Estonia e Lituania in un colpo solo e imporsi rapidamente su Varsavia.
Vedremo quali saranno le condizioni di ingresso dei due paesi nordici nella Nato, giacché in assenza di senso della misura il vantaggio della particolare posizione potrebbe divenire lo svantaggio di una pericolosa esposizione. Da quanto si capisce Mosca reagirà modulando la risposta a quella che appare comunque una decisione basata su un principio di ostilità che sostituisce quello precedente di neutralità. Svezia e Finlandia diventeranno da adesso obiettivi militari. Resta da vedere se le loro popolazioni gradiranno l’uscita dalla neutralità per diventare un bersaglio.
Da parte loro gli europei occidentali non dovrebbero nemmeno rallegrarsi di questo nuovo schema: Kalinigrad costituisce una parte del territorio russo nel mezzo dell'Unione Europea: estesa per 15.000 chilometri quadrati e incastonata tra Lituania e Polonia, è un importante avamposto militare russo situato a 1.400 chilometri da Parigi e Londra, 530 da Berlino e 280 da Varsavia. Insomma, contrariamente a quanto potrebbe suggerire l'addizione matematica, l'ingresso di Svezia e Finlandia non rappresenta affatto un rafforzamento del livello di sicurezza continentale, ma piuttosto un aumento del rischio di conflitto e il nuovo accordo balistico della Russia aumenterà la fragilità militare dell'Europa.
Il nuovo equilibrio militare che si sta formando ci riporta ai blocchi, solo che ora sono tre e non più due. Si chiude un'epoca in cui l'idea di distensione e sicurezza collettiva era formalizzata da accordi come quelli di Helsinki del 1975, dai trattati Salt 1 e Salt 2 del 1972 o dall'accordo Safe Skies del 1992, tutti formalmente cestinati da Trump e sostanzialmente da Biden.
Probabilmente è questo che gli Stati Uniti intendevano quando hanno applaudito alla fine della Guerra Fredda: l'inizio di quella calda.
Fonte
16/05/2022
Il biglietto di Svezia e Finlandia per la Nato lo pagheranno... i curdi
Nel volgere di pochi giorni due storici bastioni della “neutralità” come Svezia e Finlandia si sono “convinte” – chissà quanto autonomamente – ad abbandonare un posizionamento di lungo periodo (per la Svezia data ormai a 208 anni...), scegliendo “l’ombrello” nucleare statunitense contro il vicino russo.
Non ci sarebbe stato alcun ostacolo – se non l’ovvia contrarietà di Mosca – se un sub-imperialista come Erdogan non avesse “fiutato l’affare”. Non se ne parla, ha tuonato dal suo ridotto di Ankara, perché quei due Paesi vengono definiti dalla Turchia “alberghi per terroristi”.
Il riferimento è sia ai membri dell’organizzazione separatista curda PKK, sia ai seguaci di Fetullah Gulen, miliardario residente negli Usa ritenuto la mente del tentato golpe del 2016.
Contemporaneamente, però, il ministro degli esteri di Istanbul ci ha tenuto a far sapere che comunque uno spiraglio c’è (“non chiude la porta all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato“). Ed è proprio quello indicato dal suo capo: Svezia e Finlandia buttino fuori curdi e gulenisti, e potranno ottenere il placet anche dalla Turchia.
Una volta capito bene qual è il prezzo da pagare, e stabilito che saranno i curdi a doverlo pagare, il sorriso è tornato sui volti dei macellai che spingono per l’escalation bellica.
È appena il caso di ricordare che il rapporto di Erdogan con la Nato (e soprattutto con gli Usa) è ondivago. Il tentativo di golpe per farlo politicamente (e fisicamente) fuori è fallito, ma ovviamente ha lasciato strascichi e totale diffidenza.
Che ci fossero gli Stati Uniti dietro quel tentativo è certo, anche perché quella notte tutti gli aeroporti europei interpellati negarono il permesso di atterraggio all’aereo che portava Erdogan lontano di palazzi del potere assaltati da una parte dell’esercito turco.
Ma non è nuovo neanche il “commercio di curdi” con altri paesi. Ed è sufficiente ricordare come proprio la Russia di Eltsin e Putin (era a capo dei Kgb “riformato”) cacciò Abdullah Ocalan, capo riconosciuto del PKK, imbarcandolo su un aereo diretto in Italia. Dove sembrava che il governo guidato da Massimo D’Alema fosse disponibile ad accoglierlo.
Come si sa, invece, il governo italiano scaricò la patata bollente al compiacente Kenya, che permise ai servizi segreti turchi di arrestare Ocalan non appena atterrato a Nairobi.
Questa è la brutale realtà dei “valori democratici” sbandierati dalla più infima classe politica che l’Occidente abbia mai avuto.
Naturalmente la Turchia si sta anche giocando la partita come “mediatore” tra Russia e Ucraina (in realtà, tra Russia e Nato), e dunque usa “il caso” dell’ammissione di Svezia e Finlandia come occasione per massimizzare il proprio ruolo. Senza mai strappare eccessivamente il filo che la lega a Washington (evitando così una possibile ripetizione vincente di un tentativo di golpe).
Mano libera contro i curdi per Erdogan, e via libera per l’ulteriore allargamento a Est della Nato. Un vero patto tra serial killer, in nome dei “diritti umani”.
Fonte
14/04/2022
Ucraina, la guerra della NATO
La questione è riemersa anche grazie a un reportage di giornalisti francesi pubblicato dal quotidiano Le Figaro. Il reporter Georges Malbrunot ha raccontato del proprio stupore alla vista di membri delle forze speciali britanniche e americane sul campo in Ucraina con compiti di comando. Una fonte dell’intelligence francese citata da Malbrunot ha rivelato che, fin dall’inizio delle operazioni militari russe a fine febbraio, in Ucraina erano presenti uomini delle “SAS” inglesi e delle forze “Delta” americane.
La pubblicazione dell’esclusiva di Le Figaro coincide curiosamente con le dichiarazioni straordinarie fatte nei giorni scorsi dal responsabile della politica estera europea, Josep Borrell, il quale dopo un incontro con Zelensky, ufficialmente a Kiev, aveva affermato che “la guerra sarà vinta sul campo di battaglia”. Questa frase confermava l’intenzione occidentale di continuare ad alimentare il conflitto con l’invio sempre più massiccio di armi al regime ucraino, ma è da collegare evidentemente anche alla partecipazione attiva alle ostilità di militari e mercenari pagati dall’Occidente. In definitiva, la realtà sul campo indica come sia già di fatto in corso una guerra tra Russia e NATO.
Il secondo arresto dell’oligarca
Il problema della partecipazione straniera alla guerra si è intrecciata in questi giorni alla notizia, riportata dal canale Telegram dei servizi di sicurezza di Kiev (SBU), dell’arresto del leader del principale partito di opposizione ucraino, Viktor Medvedchuk. Un’immagine di quest’ultimo in manette e in abiti militari è circolata rapidamente in rete e ha fatto subito pensare a una mossa di Zelensky per uno scambio di prigionieri con Mosca. Medvedchuk e il suo partito “Piattaforma di Opposizione-Per la Vita” sono considerati filo-russi e la stampa occidentale descrive regolarmente il primo come un “oligarca vicino a Putin”.
La vicenda di Medvedchuk testimonia in primo luogo e ancora una volta del carattere autoritario del regime di Zelensky, impegnato a reprimere tutte le voci di opposizione che chiedono, e non da ora, relazioni normali con la Russia. Qualche mese fa, Medvedchuk era finito agli arresti domiciliari con l’accusa di “tradimento”, ma dopo l’inizio delle operazioni militari era circolata la notizia della sua fuga, forse in Russia. Chiaramente si trattava di un “fake” e qualcuno ipotizza che il politico-miliardario ucraino sia rimasto tutto il tempo in stato di detenzione. Zelensky o la SBU avrebbero ora inscenato un nuovo arresto per avere una pedina di scambio con Mosca, magari nel tentativo di far uscire da Mariupol qualche pezzo grosso dell’intelligence di paesi occidentali impegnato a fianco dei nazisti di Azov.
Una conferma della presenza di mercenari inviati dall’Occidente è arrivata comunque proprio da uno di questi ultimi o, meglio, da parenti o amici che gestiscono il suo account Twitter. Il combattente in questione sarebbe il cittadino britannico Aiden Aslin, noto come “Cossack Gundi”, arresosi ai russi “dopo 48 giorni” di resistenza a Mariupol. Aislin aveva combattuto con le milizie curde filo-occidentali in Siria, a conferma di come il governo di Londra e altri suoi alleati abbiano dirottato sul fronte ucraino parte delle forze ultra-reazionarie usate negli ultimi anni per cercare di rovesciare il regime di Assad. Altre conferme spunteranno probabilmente nei prossimi giorni, ma sui “social” circolano già notizie più o meno confermate di mercenari di varia provenienza in compagnia del battaglione Azov, tra cui almeno un cittadino afgano.
Putin e il “genocidio”
Il peggioramento delle prospettive del conflitto per il regime ucraino e i suoi sponsor occidentali va di pari passo con l’escalation sia delle provocazioni e delle “fake news” di Kiev sia della retorica anti-russa di Europa e Stati Uniti. Se sul campo non ci sono possibilità di ostacolare il raggiungimento degli obiettivi di Mosca, l’unico fronte che rimane è insomma quello della propaganda. In questo quadro va inserita l’ennesima uscita del presidente americano Biden. In un comizio nello stato dell’Iowa, caratterizzato nuovamente da segnali allarmanti circa la sua salute mentale, Biden ha accusato Putin di “genocidio”.
La definizione, oggettivamente ridicola e facilmente attribuibile alle azioni ucraine nel Donbass, rappresenta un ulteriore passo avanti rispetto a quella di “criminale di guerra” dei primi di aprile. Se una strategia si può individuare nelle parole di Biden è di de-umanizzare il più possibile la leadership russa e le operazioni militari in Ucraina per far digerire all’opinione pubblica occidentale, già sottoposta non-stop alla macchina della propaganda dei media “mainstream”, un possibile futuro coinvolgimento diretto della NATO nel conflitto.
Più probabilmente, almeno per ora, il marchio di “criminale di guerra” e “genocida” serve a gettare su Putin la responsabilità delle conseguenze economiche delle sanzioni contro la Russia che anche negli Stati Uniti stanno spingendo l’inflazione a livelli mai visti negli ultimi quarant’anni. In tutti i casi, appare piuttosto improbabile che Biden e i democratici riescano a convincere gli elettori americani delle colpe del Cremlino. Tutti i segnali, infatti, lasciano intravedere una sconfitta più o meno pesante per il partito del presidente nel voto di “metà mandato” del prossimo novembre.
Dall’Ucraina ai diritti umani in India
L’uso strumentale delle accuse rivolte ai rivali di Washington conduce a un’altra notizia di questi giorni tangenzialmente collegata ai fatti russo-ucraini. Il governo americano sembra avere improvvisamente scoperto che i propri “partner strategici” indiani violano regolarmente i diritti umani dei loro cittadini. L’imprevista preoccupazione della Casa Bianca è stata espressa in particolare lunedì dal segretario di Stato Blinken durante una conferenza stampa. Casualmente, l’avvertimento a Delhi è stato lanciato pubblicamente il giorno dopo un colloquio telefonico tra Biden e il primo ministro indiano Modi, nel quale quest’ultimo deve avere ribadito la posizione neutrale del suo governo sul conflitto in Ucraina, respingendo perciò ancora una volta le pressioni americane per denunciare Mosca.
Nella circostanza non vi è nulla di nuovo, visto che gli USA sfruttano regolarmente la questione dei diritti umani come un’arma per colpire i nemici o per rimettere in linea gli alleati. I diritti umani sono l’ultimo dei pensieri di Washington, anche perché l’imperialismo americano è il principale responsabile di crimini indicibili contro le popolazioni di un lungo elenco di paesi. Nel caso dell’India, dove le violazioni dei diritti umani sono peraltro pratica comune soprattutto ai danni della minoranza musulmana, il cambio di tono del dipartimento di Stato indica però la crescente impazienza per le resistenze di Delhi. In particolare, la Casa Bianca teme che la guerra in Ucraina finisca per spingere l’India ad abbracciare le dinamiche multipolari euro-asiatiche, vanificando gli sforzi degli ultimi anni per farne un avamposto della strategia di contenimento della Cina.
Finlandia e Svezia verso la NATO?
Un’altra dimostrazione del percorso auto-lesionista intrapreso dall’Europa è la notizia dell’intenzione dei governi di Finlandia e Svezia di presentare richiesta di adesione alla NATO. Il primo passo decisivo verso l’abbandono dello status di neutralità, peraltro e soprattutto per la Svezia ormai solo formale, potrebbe essere fatto nel corso del vertice NATO di Madrid di fine giugno. In quell’occasione verrà forse ufficializzata l’istanza dei due paesi nordici, anche se saranno i rispettivi parlamenti a decidere nelle prossime settimane.
Il conflitto ucraino ha fornito così l’occasione per prendere un’iniziativa che le classi dirigenti finlandesi e svedesi stavano valutando da tempo. Le due premier di Finlandia e Svezia hanno tenuto una conferenza stampa congiunta mercoledì dedicata proprio alla questione NATO. Il clima che viene alimentato all’interno dei due paesi è quello di una sorta di stato di “assedio”, con una Russia praticamente sul punto di invadere entrambi. Anche se trapela poco o nulla dai media ufficiali, è possibile in ogni caso che ci siano posizioni contrarie all’ingresso nel Patto Atlantico.
D’altra parte, a rigor di logica, l’unica ragione per cui Mosca dovrebbe mai considerare una “aggressione” contro Finlandia o Svezia è precisamente l’avanzamento, in questo caso a nord-ovest, dei confini NATO, com’è appunto accaduto nel caso dell’Ucraina. Più che una mossa difensiva, quindi, quella di Helsinki e Stoccolma rischia di diventare una scommessa suicida, facendo aumentare drammaticamente le probabilità di guerra laddove la neutralità ha invece garantito pace e stabilità per oltre sette decenni.
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