Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/08/2026

Trump sempre più ‘estroso’ cerca Kim che risponde coi missili

Kim non perde tempo

La notizia sembra quasi di routine, visto il copione della storia, i personaggi e gli interpreti: la Corea del Nord ieri ha sparato una salva di 10 missili balistici, partiti da un’area non molto lontana da Pyongyang. I vettori, che secondo gli specialisti di Seul appartengono al tipo “KN-25”, hanno una gittata che, nel caso specifico, è stata di 300 km. I missili, che possono essere armati con testate nucleari tattiche, sono caduti in mare, a est della penisola coreana e, come ha precisato il Ministero della Difesa di Tokio, “al di fuori della Zona economica esclusiva giapponese”. Sul minaccioso atto dimostrativo di Kim, l’altra Corea a Sud, oltre la ‘condanna’: “ha ordinato alle sue forze armate di mantenere la massima prontezza durante le esercitazioni congiunte in corso con gli Stati Uniti. Il lancio – prosegue il comunicato dell’agenzia – è avvenuto dopo che Kim Yi-Jong, sorella del leader Kim Jong-Un, ha condannato mercoledì le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, nonostante l’ordine del Presidente americano Donald Trump di ridurre sostanzialmente la partecipazione statunitense alle esercitazioni”. Ed è proprio questo il nocciolo di tutta la questione, che poi si è sviluppata, passando dalle minacce verbali alle vie di fatto, ancorché solo dimostrative. C’è un nesso che lega, abbastanza a sorpresa, un vistoso cambiamento di strategia politica da parte di Trump alle manovre militari congiunte tra Usa e Corea del Sud. Il Presidente degli Stati Uniti ha frenato bruscamente, per quanto riguarda la sua solidarietà totale a Seul. Di più: ha addirittura ordinato la fine anticipata delle manovre militari, lanciando segnali di dialogo verso Pyongyang. E Kim, da scafato biscazziere, ha colto al volo l’opportunità. Ed è partito al contrattacco, per creare le premesse di un eventuale meeting da una posizione di forza.

Realpolitik trumpiana

Trump è ormai una specie di re Mida al rovescio: il mitico sovrano trasformava in oro tutto ciò che toccava. Lui, invece, ha il disgraziato potere di far diventare maleodorante sostanza galleggiante qualsiasi cosa tratti in politica internazionale. L’ultima riguarda proprio il rigurgito di “considerazione”, (in verità trattasi di “realpolitik” tanto al chilo) nei confronti di Kim Jong-Un, padre-padrone della Corea del Nord. L’argomento è stravecchio e ha ormai fatto la muffa, per come è trattato in tutti i think-tank che lavorano per il Dipartimento di Stato. Parliamo del “rischio atomico” rappresentato da Pyongyang che, se dovessimo stilare una scala della pericolosità, è probabilmente al primo posto nel pianeta. Per tutta una serie di motivi. La beffa della storia è che l’America si è imbarcata (e ci ha in qualche modo coinvolti) in una serie di conflitti, dall’Iraq all’Iran, con la scusa di eliminare armi di distruzione di massa sostanzialmente inesistenti. Mentre, invece, chi gioca davvero al “piccolo chimico” sulle spalle dell’umanità (come Kim) viene temuto e trattato con circospezione. Quasi col “rispetto” che nella malavita americana si porta verso i capibastone. That’s all right, boys? Secondo quello che riporta la Reuters, “il Ministro della Difesa sudcoreano Ahn Gyu-back ha dichiarato in Parlamento che si ritiene che i missili balistici a corto raggio siano lanciarazzi multipli, aggiungendo che Seul li sta monitorando perché potrebbero essere potenzialmente schierati vicino al confine con il Sud. Lo stesso Ahn aveva affermato che la Corea del Nord possiede tra le 80 e le 120 testate nucleari. Le esercitazioni militari congiunte tra Corea del Sud e Stati Uniti – conclude la Reuters – sono state interrotte bruscamente venerdì, dopo che il Presidente Donald Trump ha ordinato una sostanziale riduzione della partecipazione statunitense e ha dichiarato di voler rilanciare il dialogo diplomatico con il leader nordcoreano Kim Jong-Un”.

Foreign policy rischiosa

La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato si prendono troppi rischi a condurre una politica estera così “creativa” (si fa per dire) in Estremo oriente, specie con un personaggio assolutamente incontrollabile come Kim Jong-Un. È l’autorevole parere del New York Times, che dedica una lunga analisi all’ennesimo salto della quaglia fatto (assai inopinatamente) da Trump, nel bel mezzo delle esercitazioni con gli alleati sudcoreani. Ma, a parte i modi (the Donald non ha mai brillato per “esprit de finesse”), la sostanza dice che la decisione arriva in un momento in cui l’universo degli alleati americani si interroga sulla reale affidabilità del “Big Bro” a stelle e strisce. E tra dazi doganali, imposti con furia iconoclasta, ritirate militari più o meno strategiche (per questioni di borsellino) e improvvisi rovesciamenti di alleanze (sempre per la foia del “business is business”), l’appeal degli Usa per molti equivale, ormai, a quello di un grizzly che non mangia da tre giorni. Aggressivi e voraci, oltre che prepotenti. Aggiungeteci anche l’inaffidabilità e abbiamo chiuso il cerchio. Dunque, scrive il Times, “la decisione del Presidente Trump di ridurre le esercitazioni militari è giunta in un momento in cui gli alleati mettono in discussione l’impegno degli Stati Uniti nei confronti delle alleanze di lunga data. Per anni, gli eserciti degli Stati Uniti e della Corea del Sud hanno partecipato a una delle più grandi esercitazioni militari al mondo, con migliaia di soldati di entrambi i Paesi che si preparano a una possibile aggressione da parte della Corea del Nord. Su ordine del Presidente, il Pentagono ha ridotto le esercitazioni di quest’anno e ridimensionato alcune componenti a fuoco vivo dell’esercitazione, che erano già in corso. Secondo funzionari militari, sia in servizio che in pensione, questa mossa rischia di compromettere la prontezza operativa delle forze armate statunitensi nella regione, in un momento in cui gli alleati mettono in discussione l’impegno dell’Amministrazione Trump nei confronti delle partnership di lunga data e del contrasto alla Cina”.

La Cina “coglie l’attimo”

“Grand strategy” nel senso più vero del termine, in questi frangenti, in tutto l’Estremo oriente. Con un effetto-domino della diplomazia, mentre Trump entrava in rotta di collisione con il governo della Corea del Sud, Wang Yi, il potente Ministro degli Esteri di Pechino, era in visita ufficiale a Seul. Come riporta il South China Morning Post di Hong Kong, il braccio destro di Xi Jinping “ha esortato i sudcoreani a esercitare una vera autonomia strategica e ha anche invitato Seul a sviluppare parallelamente i rapporti con Pechino e Washington, anziché schierarsi nelle rivalità tra le grandi potenze. Secondo una dichiarazione del Ministero degli Esteri cinese, Wang avrebbe detto al consigliere per la sicurezza nazionale sudcoreano Wi Sung-lac che Pechino auspicava che Seul raggiungesse l’autonomia strategica, si astenesse dal confronto con altri blocchi o dal prendere posizione e sviluppasse relazioni con le grandi potenze, come la Cina e gli Stati Uniti, senza esclusione reciproca”. Vecchia saggezza cinese: Se non puoi vincere, cerca almeno di non perdere.

Fonte

02/04/2026

La prima guerra mondiale asimmetrica

Ogni guerra richiede calcoli, e ogni calcolo rifiuta sia la retorica che l’ideologia. Tra quel che si dice e quel che si fa, insomma, passa una differenza abissale. Per capire cosa accade e chi può vincere si deve risolvere un’equazione che tiene insieme le armi esistenti, le loro qualità, la dotazione immagazzinata, il ritmo di consumo, il ritmo e le possibilità di produzione, i costi.

È l’equazione che consente ad una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc.).

Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.

Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito ed implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.

I concetti teorici sono pochi ma chiari:
a) questa è una guerra asimmetrica tanto quanto quelle degli ultimi 40 anni, ma è una guerra mondiale, non locale. L’Iran è strategicamente connesso con Cina, Russia e Corea del Nord, in combinazione semi-amichevole con Pakistan e India. La guerra contro Teheran è uno stadio della guerra contro Russia e Cina, per gli Stati Uniti. Lo sanno tutti e ognuno reagisce come sa e può, in base ai calcoli e non all’enfasi guerrafondaia. In fondo, la guerra nucleare totale non conviene a nessuno, neanche ai sionisti fuori di cranio che comandano a Tel Aviv; 
b) con alle spalle 40 anni di guerre asimmetriche contro avversari quasi inesistenti, l’Occidente è bloccato in una logica di guerra breve, con un dispositivo progettato per l’intensità – non per la durata. L’Iran, al contrario, ha sintetizzato le esperienze di questi ultimi 40 anni in una strategia industriale-militare fatta per durare molto di più nel tempo, pur essendo nell’immediatezza dello scontro chiaramente più debole.

Questione di costi per unità di prodotto, tecnologie correnti in produzione di massa o avanguardistiche producibili in pochi esemplari per volta, strutture industriali disegnate per realizzare un obbiettivo politico-statuale oppure per massimizzare il profitto delle imprese costruttrici private.

Ce ne sono ovviamente diversi altri, ma già questi portano alla conclusione inevitabile anche un ex Commissario europeo: l’Iran (e quindi Russia e Cina, con buona pace dei geopolitici da tastiera) ha molte più possibilità di uscire vincente da questo scontro. Che ovviamente non significa «senza danni», anzi... ma se qualcuno di potente mette in discussione la tua stessa esistenza e indipendenza, sopravvivere limitando i danni è già certamente un grande risultato.

Recuperare terreno sarà per l’Occidente il problema da impostare e risolvere nel medio futuro, se riuscirà a far fronte alla crisi di credibilità della principale arma esibita negli ultimi decenni: la deterrenza militare. Già la fuga dall’Afghanistan, oltretutto in quelle modalità “vietnamite”, l’aveva grandemente ridimensionata.

Ma per ora neanche la «strategia della decapitazione» dei vertici iraniani (e dei cosiddetti proxy) può cambiare di molto l’equazione, ossia il confronto tra le grandezze in gioco ora.

Buona lettura. E calcolo...

*****

L’architettura militare e strategica della guerra aperta dal 28 febbraio 2026 conferma un’asimmetria fondamentale: l’Iran ha strutturato i suoi mezzi per una guerra lunga, duratura, frammentata e asimmetrica, mentre gli Stati Uniti e Israele hanno concepito i loro dispositivi – scorte, dottrine, tempo – per guerre brevi o medie, ad altissima intensità ma di durata limitata.

È in questo prisma temporale, nel cuore di un nuovo scenario in cui si afferma l’asse Cina-Russia-Iran-Corea del Nord e in cui India e Pakistan giocano le loro ambiguità, che vanno lette le evoluzioni future in Medio Oriente, inclusa la futura riapertura dello Stretto di Hormuz e l’escalation agli estremi del confronto sino-americano.

Nella “guerra delle scorte”, l’Iran incassa il lungo termine

I missili e i droni di Teheran: una base industriale pensata per durare

Prima della guerra, l’arsenale balistico iraniano era stimato tra 1.700 e 2.900 missili balistici. Alcune valutazioni parlavano fino a circa 2.500 missili specificamente balistici.

Nonostante la distruzione di circa la metà delle sue scorte durante la “guerra dei dodici giorni” del 2025 e la neutralizzazione di 1.500 missili aggiuntivi in produzione, l’Iran ha ricostituito in pochi mesi quasi 900 missili balistici a medio raggio (MRBM), passando da circa 1.800 a 2.720 missili, il che implica un tasso di produzione di 150-200 missili al mese in questo periodo.

Stime tecniche indipendenti confermano che l’architettura industriale iraniana – “città dei missili”, fosse di colata di propellenti (carburante), linee di produzione – consente una capacità fisica da 136 a 217 missili a propellente solido al mese, ovvero fino a 2.600 missili all’anno in regime massimo.

In pratica, i vincoli legati ai precursori chimici e ai componenti elettronici suggeriscono piuttosto una capacità sostenibile di almeno 100 missili balistici al mese per diversi mesi, che rimane molto al di sopra del ritmo di produzione occidentale di intercettori.

Sui droni, l’Iran dispone inoltre di una capacità quasi industriale: i recenti attacchi mostrano che può lanciare diverse migliaia di droni in poche settimane, continuando al contempo a produrne durante il conflitto, in particolare Shahed e derivati, dalla produzione molto economica, spesso assemblati a partire da componenti importati e, contrariamente ai missili, in siti produttivi facilmente spostabili – rendendo più difficile la loro distruzione da parte del nemico.

La logica di produzione industriale iraniana, attraverso queste scelte, non è più quella di una “scorta” fissa ma di un flusso continuo, alimentato da filiere globalizzate di elettronica e motori.

I lanciatori: chiave di volta della resilienza iraniana

Il cuore della resilienza iraniana risiede meno nel numero di missili prodotti in valore assoluto che nella combinazione tra scorte, cadenza di produzione e capacità di preservare o rigenerare i suoi sistemi di lancio.

Prima del 28 febbraio 2026, i servizi israeliani e diverse valutazioni aperte stimavano che l’Iran disponesse di circa 400-550 lanciatori balistici – veicoli TEL e piattaforme fisse interrate – con un valore di riferimento frequentemente citato intorno ai 470 sistemi. Spesso dispersi in “città missilistiche” sotterranee, in tunnel e su telai civili modificati, questi lanciatori costituiscono l’interfaccia critica tra le scorte di missili – Shahab‑1 (gittata di circa 300 km), Shahab‑2 (~500 km), Qiam‑1 (700-800 km), Fateh‑110 (200-300 km), Fateh‑313 (~500 km), Zolfaghar (~700 km) e Dezful (~1.000 km) per gli SRBM; Shahab‑3 (~1.300 km), Ghadr‑1 (~1.600-1.950 km), Emad (~1.700 km), Sejjil (~2.000 km), Khorramshahr/Kheibar (~2.000-3.000 km), Haj Qassem (~1.400 km), Kheibar Shekan (~1.450 km) e i nuovi Fattah‑1/2 (~1.400-1.500 km, il cui stato operativo è ancora discusso) per gli MRBM – e la capacità reale di proiettare il fuoco in profondità.

Le prime settimane di guerra hanno visto un massiccio sforzo di controforza: secondo l’esercito israeliano, più del 60% dei lanciatori iraniani è stato neutralizzato già il 5 marzo, circa 300 TEL e piattaforme distrutti o gravemente danneggiati, cifra che sale al 75% pochi giorni dopo, con 300-415 sistemi fuori combattimento.

Le fonti aperte concordano comunque nel dire che al 25 marzo l’Iran conserverebbe ancora circa 100-200 lanciatori, di cui 100-120 pienamente operativi, in grado di mettere in batteria Shahab‑3, Ghadr‑1, Sejjil, Khorramshahr o Kheibar Shekan per colpire Israele o le basi americane fino a 2.000-3.000 km, e Qiam‑1, Fateh‑110/313, Zolfaghar o Dezful per saturare gli obiettivi del Golfo su distanze di 200-1.000 km.

Soprattutto, i precedenti post-guerra dei dodici giorni mostrano che in assenza di bombardamento continuo, Teheran è in grado di recuperare circa 100-200 lanciatori in meno di dodici mesi – ovvero 50-100 lanciatori all’anno, 4-8 al mese – riparando i TEL danneggiati e convertendo nuovi telai pesanti civili, anche se i tempi di ripristino variano da poche settimane per danni lievi a diversi mesi per strutture e tunnel colpiti in profondità.

In altre parole, se gli attacchi israelo-statunitensi hanno ben compresso la capacità di salva iraniana – come mostra il crollo di quasi il 90% del ritmo di lanci balistici osservato successivamente – non hanno tuttavia eliminato la facoltà di Teheran di conservare un nucleo di lanciatori dispersi, protetti, rendendolo capace di impiegare l’intero suo spettro balistico – dal Fateh‑110 a 200 km al Sejjil e al Khorramshahr a 2.000-3.000 km – e, soprattutto, di rigenerare progressivamente questa capacità di lancio nel lungo periodo – che è precisamente la logica di guerra asimmetrica prolungata che il regime ha ricercato.

La carenza di intercettori: perché l’Occidente è bloccato in una logica di guerra breve

Un dispositivo progettato per l’intensità – non per la durata

Dal lato statunitense e israeliano, il contrasto è netto.

Gli Stati Uniti dispongono di scorte importanti di intercettori Patriot e THAAD, ma questi non sono dimensionati per sostenere mesi di saturazione al ritmo attuale:
- schieravano circa tra 530 e 630 intercettori THAAD a fine 2025, con una produzione annua dell’ordine di 35-45 intercettori – ovvero 3 o 4 al mese.
- analogamente per i Patriot PAC‑3 MSE, disponevano di diverse migliaia di esemplari prodotti all’inizio del 2026, con una produzione di circa 500 nel 2024 e 600 nel 2025, cioè tra 40 e 50 al mese.

Al contrario, il consumo osservato dal 28 febbraio è di tutt’altro ordine: più di 800 intercettori Patriot sono stati lanciati in 5 giorni, poi probabilmente 1.000 o 1.200 nelle prime due settimane – ovvero tra uno e due anni di produzione mondiale del sistema – per contrastare circa 2.000 droni e 500 missili iraniani.

I THAAD, risorsa più rara e molto più costosa, sono impiegati in decine di esemplari aggiuntivi, dopo già 100-150 missili lanciati durante la guerra del giugno 2025.

La conclusione del Center for Strategic and International Studies (CSIS) è chiara: se il Pentagono non affronta un crollo immediato dei suoi inventari, ogni salva accelera la riduzione di una scorta che impiegherà anni per essere ricostituita al ritmo di produzione attuale – specialmente in un contesto multi-teatro (Iran, Ucraina, Pacifico).

Le diverse fonti aperte parlano esplicitamente di “guerra delle scorte” e sottolineano che questa guerra è una corsa contro il tempo, che diventa sempre più problematica per i paesi occidentali: il loro modello presuppone una guerra breve o media, non un conflitto ad alta intensità prolungato.

La dipendenza dalle munizioni intelligenti: la nostra vulnerabilità strategica

Questa logica non si limita agli intercettori. Si estende in realtà all’insieme delle munizioni guidate (missili da crociera, JDAM, JASSM, SM‑3/6, Aster, ecc.).

Le forze occidentali si basano su sistemi molto sofisticati, ma costosi e lunghi da produrre. Secondo il CSIS, i primi dodici giorni di guerra sarebbero costati 16,5 miliardi di dollari, con un costo giornaliero ampiamente trainato dal consumo di munizioni.

I margini di manovra nella produzione sono limitati: MBDA per l’Europa, Lockheed Martin per i Patriot e i JASSM, Raytheon per lo SM‑3, operano già a piena capacità e non possono moltiplicare per tre o quattro i loro ritmi senza investimenti massicci e diversi anni di tempo.

In altre parole, il sistema occidentale sa colpire duro, ma non necessariamente a lungo – o almeno non al ritmo attuale – mentre l’Iran, con vettori meno costosi e una dottrina di saturazione, può mantenere una pressione sostenibile per diversi mesi.

La lunga guerra asimmetrica dell’Iran

Una dottrina di saturazione dispersa e incrementale

I rapporti del Jewish Institute for National Security of America (JINSA) e di altri think tank descrivono una dottrina iraniana incentrata su:
- l’uso massiccio di missili balistici a corto raggio (SRBM), missili da crociera e droni contro obiettivi vicini (basi americane, infrastrutture del Golfo);
- la preservazione degli MRBM rimanenti per attacchi puntuali ad alto valore (Israele, installazioni critiche) ed effetti di dissuasione;
- una capacità di adattamento tattico: aggiustamento delle salve, multi-vettore (droni, missili balistici e missili da crociera), attacchi simultanei da più direzioni.

Questa architettura è adatta a una guerra lunga e asimmetrica. Contrariamente a quanto sostiene la propaganda del regime, la Repubblica Islamica non si è preparata a condurre la battaglia decisiva: ha sviluppato una strategia che cerca di saturare le difese sul lungo termine, di consumare le scorte nemiche e di mantenere il costo del conflitto al di là di ciò che le opinioni pubbliche e le industrie occidentali possono assorbire.

Il fatto che la maggior parte degli attacchi iraniani sia ora realizzata da droni prodotti in flusso continuo è coerente con questa logica: il drone è oggi la munizione di logoramento per eccellenza.

Un’organizzazione industriale resiliente ed esternalizzata

L’altro pilastro di questa strategia è la resilienza industriale: l’Iran ha disperso e interrato le sue capacità produttive, basandosi massicciamente su catene di approvvigionamento esterne per l’elettronica e i precursori chimici.

L’analisi dei detriti dei droni Shahed mostra una forte dipendenza da componenti occidentali e asiatici, accumulati via hub come gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia, l’India o i paesi dell’Asia centrale.

La Cina, in particolare, è diventata un fornitore chiave di perclorati (ammonio, sodio), essenziali per la produzione di propellenti solidi, nonché di microelettronica e moduli GNSS BeiDou – un sistema cinese di GPS.

Questa architettura a rete – industriale, logistica, tecnologica – fa sì che distruggere le scorte non basta: finché questi flussi esistono, l’Iran può rigenerare una parte delle sue capacità, anche sotto bombardamento, e mantenere una postura di negazione e molestia regionale.

La nuova ecologia strategica della guerra

I “CRINK+”: un’architettura strategica strutturata dalla Cina

Al di là dello scontro immediato, la guerra iraniana rivela il consolidamento di un’architettura strategica allargata, in cui Cina, Russia, Iran e Corea del Nord – che si possono raggruppare sotto la sigla “CRINK” – formano un nucleo duro attorno al quale gravitano Pakistan, India, Iraq, Siria e, in modo ambivalente, la Turchia.

Pechino vi occupa un ruolo di architetto implicito: fornitore di input critici nella chimica, nell’elettronica o nell’energia, partner finanziario e diplomatico, guardiano dell'“amicizia senza limiti” con Mosca e di relazioni speciali con Islamabad e Pyongyang, e garante di corridoi eurasiatici attraverso le Nuove vie della seta, che danno profondità strategica a Teheran.

Mosca ricicla verso l’Iran la sua esperienza di guerra di logoramento e le sue interdipendenze energetiche, mentre la Corea del Nord e il Pakistan contribuiscono all’ecosistema balistico-nucleare e alla diffusione di vettori e know-how.

Attorno a questo nucleo, l’Iraq e la Siria offrono profondità logistiche e terreni di proiezione per le milizie e i proxy, mentre la Turchia “ potenza cerniera tra la NATO e l’Asia “ cerca di trarre vantaggio dal vuoto relativo lasciato dagli Stati Uniti di Donald Trump per ricomporre a suo favore gli equilibri in Siria, Iraq, Mar Nero e Caucaso.

Sia lassa che strutturante, questa architettura a rete non si traduce in un’alleanza formale ma in una convergenza di interessi negativi “ indebolire la centralità strategica americana, testare la resilienza delle scorte e delle opinioni occidentali, assicurarsi i corridoi energetici e commerciali eurasiatici “ che fa della Cina il perno silenzioso di questa prima guerra mondiale asimmetrica, in cui il retro fronte decisivo si trova ora in Asia più che in Europa.

L’India, il Pakistan e le altre potenze regionali

Sebbene India e Pakistan non facciano formalmente parte della rete dei CRINK, occupano per molti versi una posizione strutturante:
- l’India cerca di preservare le sue relazioni con la Russia, di contenere la Cina e di assicurarsi i suoi approvvigionamenti energetici avvicinandosi agli Stati Uniti;
- il Pakistan mantiene legami politico-militari stretti con la Cina e ha intrattenuto in passato cooperazioni sensibili con l’Iran e l’Arabia Saudita.

Entrambi i paesi hanno interesse che lo Stretto di Hormuz finisca per riaprire, ma non necessariamente che una vittoria netta americana smantelli gli equilibri regionali da cui traggono parte della loro leva.

Questa ambiguità rafforza l’idea che l’ambiente strategico si stia frammentando attorno a un centro di gravità asiatico, dove la guerra in Iran è uno dei molteplici fronti del confronto in gestazione tra Washington e Pechino.

Hormuz: lo stress test della Seconda guerra fredda

Lo Stretto riaprirà, ma a quali condizioni?

Gli analisti dell’energia concordano nel ritenere che lo Stretto di Hormuz sia troppo centrale per rimanere chiuso a lungo.

Tuttavia, il modo in cui riaprirà – accordo fragile, accordo tacito, presenza accresciuta di marine asiatiche – dipenderà molto dal rapporto di forza percepito all’esito di questa fase della guerra:
- se gli Stati Uniti impongono una forma di status quo avendo intaccato le loro scorte di munizioni, l’Iran potrà rivendicare una vittoria politica: essere sopravvissuto a un’offensiva di vasta portata;
- se l’Iran riesce a mantenere una capacità di disturbo residua (missili SRBM, droni) nonostante gli attacchi, la riapertura di Hormuz avverrà sotto la minaccia persistente di chiusure temporanee, il che strutturerà il premio al rischio sui mercati energetici.

In entrambi i casi, la conclusione per Pechino, Mosca, Pyongyang e altri sarà la stessa: il modello occidentale di guerra breve basata su scorte limitate di munizioni intelligenti è vulnerabile al logoramento.

Un’attenzione clinica: l’Iran come preludio allo scontro contro Pechino

I rapporti occidentali lo sottolineano già: la guerra in Iran è osservata con un’attenzione clinica da Pechino per trarne lezioni in vista di un passaggio all’azione intorno a Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale.

Washington e i suoi alleati devono ripensare la profondità delle loro scorte, la diversificazione dei loro mezzi – armi meno costose, effector mix, droni – e la capacità della loro base industriale di sostenere una guerra di logoramento lunga.

L’asse CRINK, al contrario, vede ora nella strategia iraniana una prova che è possibile, con mezzi inferiori, tenere testa alla superiorità tecnologica occidentale giocando sui volumi, la dispersione e la durata.

In questa prospettiva, la guerra in Iran non deve essere letta come un episodio isolato o una parentesi – ma come il primo stress test in piena scala di un Mondo in cui il confronto sino-americano si svolgerà tanto in guerre di logoramento condotte per procura quanto in scontri diretti.

Bibliografia

1) Carl Parkin, “Always Be Casting: An Estimate of Iranian Solid Rocket Motor Production”, Arms Control Wonk, 29 settembre 2025.

2) Mark F. Cancian e Chris H. Park, “Assessing the Air Campaign After Three Weeks: Iran War By the Numbers”, CSIS, 25 marzo 2026.

3)Mark F. Cancian e Chris H. Park, “Iran War Cost Estimate Update: $11.3 Billion at Day 6, $16.5 Billion at Day 12”, CSIS, 13 marzo 2026.

4) Si veda ad esempio il più recente di Ari Cicurel, “The Eroding Shield: Air Defenses Against Iran”, JINSA’s Gemunder Center for Defense and Strategy, marzo 2026.

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11/03/2026

Alla “fine della storia”... aveva ragione la Corea del Nord

Sarà pure una simpatica coincidenza, quella dell’associazione tra Francis Fukuyama e una riflessione da lui pubblicata, di cui l’autore è invece Shahn Louis. Il primo è l’autore del discusso libro “La fine della storia e l’ultimo uomo”, il secondo è un analista di intelligence con esperienza presso il Dipartimento della Difesa e l’Intelligence Community degli USA, ed è anche membro del Comitato Nazionale per le Relazioni USA-Cina.

Ma con un po’ di fantasia si può immaginare che il messaggio è che, alla “fine della storia”, la Corea del Nord aveva ragione. In un mondo in cui il banditismo imperiale è la regola, la rinuncia al proprio programma nucleare fatta dalla Libia nel 2003 è stato un insegnamento ben imparato da Pyongyang. L’unico strumento per salvarsi da un’aggressione imperialista è poter schierare una deterrenza nucleare, e la corsa al riarmo che ne deriverà, compreso l’aumento del rischio di un conflitto mondiale, è tutta in capo alle “democrazie” occidentali.

Fonte

28/01/2026

La nuova National Defense Strategy e il momento della verità per gli alleati degli USA

Lo scorso 23 gennaio il rinominato Dipartimento della Guerra statunitense, guidato da Pete Hegseth, ha pubblicato la National Defense Strategy del 2026. Il nuovo documento strategico della difesa stelle-e-strisce segue le orme della nuova National Security Strategy che ha creato tanto scalpore solo poche settimane fa. E mette gli alleati di Washington di fronte a una domanda: sono pronti ad affrontare la nuova era della competizione globale?

In questa nuova fase, le armi USA saranno impegnate primariamente verso le Americhe, mentre gli alleati storici dovranno accollarsi le spese della propria difesa. Scelta di “disimpegno” di cui, ad ogni modo, si avvantaggeranno largamente le imprese belliche statunitensi, cosa che si era già capita con il maggiore impegno del PIL nelle spese militari approvato dalla NATO.

La centralità data all’emisfero occidentale, su cui far valere una nuova dottrina Monroe, o “Donroe” come molti l’hanno chiamata, esposta nella National Security Strategy ha il proprio risvolto nella ridefinizione di come le forze armate devono intendere la priorità da assegnare ai vari fronti. Con importanti cambiamenti rispetto a come gli States si sono mossi fino all'amministrazione Biden.

Innanzitutto, le armi stelle-e-strisce saranno utilizzate primariamente per garantire la sicurezza interna, intesa sia in riferimento ai flussi migratori sia al terrorismo interno (nel testo si parla di quello islamico, ma è facile capire che The Donald tornerà all’attacco anche degli “Antifa”, con un’attenta modulazione dovuta alle larghe mobilitazioni contro la sua ICE). A ciò si aggiunge lo scudo missilistico Golden Dome.

E poi, però, ci sono tre settori delle Americhe che vengono indicati come terreno imprescindibile per gli interessi stelle-e-strisce: il Canale di Panama, il Golfo del Messico – “d’America”, nel documento – e la Groenlandia. L’Operazione Absolute Resolve viene indicata come un esempio del modo in cui Washington è pronta ad una “azione che concretamente porti avanti gli interessi statunitensi” nelle Americhe: tutti avvertiti.

Viene rielaborato largamente l’atteggiamento verso gli altri grandi attori dello scenario globale. A partire dalla Cina. Il Dragone rimane, com’è ovvio, l’avversario strategico centrale. Ma il documento specifica: “si tratta semplicemente di garantire che né la Cina né chiunque altro possa dominare noi o i nostri alleati. Ciò non richiede un cambio di regime o qualche altro tipo di lotta esistenziale. Piuttosto, una pace dignitosa, a condizioni favorevoli agli americani ma che la Cina possa anche accettare e a cui sottostare, è possibile”.

Questa, almeno, è l’opinione del Dipartimento della Guerra. Ma comunque rimane il fatto che Taiwan non è mai nominata nel testo, e che invece l’attenzione dei militari si concentra su di una deterrenza fondata sulla superiorità militare, non sul confronto diretto sul campo di battaglia. Questa deterrenza si dispiega lungo la First Line Chain, di cui certo fa parte Formosa e il suo arcipelago, ma che non è più evidentemente indicata come il fulcro della politica sul Pacifico.

L’Indo-Pacifico presto rappresenterà più della metà dell’economia mondiale. La sicurezza, la libertà e la prosperità è quindi direttamente collegata alla capacità statunitense di commerciare e impegnarsi da una posizione di forza nell’Indo-Pacifico. Se la Cina – o chiunque altro, se è per questo – dominasse questa regione ampia e cruciale, sarebbe in grado di porre efficacemente il veto sull’accesso degli americani al centro di gravità dell’economia mondiale, con implicazioni durature per le prospettive economiche statunitensi, compresa la nostra capacità di reindustrializzare il paese.

Nel documento si mette in evidenza come il nodo centrale non sia da considerarsi l’indipendenza di Taiwan, ma la capacità di mantenere la propria superiorità militare in un’area in cui Washington ha bisogno di limitare la penetrazione economica cinese. Tra le altre cose, spostando il baricentro delle filiere verso il proprio territorio nazionale... magari anche a discapito della stessa industria dei semiconduttori di Taiwan.

Della Russia vengono messe in evidenza la resilienza e la capacità di impegnarsi in una guerra di lungo periodo. Tuttavia, Mosca viene definita come una “minaccia gestibile” per la NATO. Dal Pentagono sottolineano che le economie europee sovrastano quella russa e che, pertanto, gli europei hanno tutte le capacità (e sono in sostanza obbligati) ad assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale, incluso il sostegno all’Ucraina. Altro messaggio chiaro a Zelensky per i futuri negoziati.

Per quanto di Pyongyang si evidenzi il pericoloso arsenale nucleare, viene anche scritto che la “Corea del Sud è in grado di prendere le principali responsabilità di scoraggiare la Corea del Nord con il sostegno critico ma più limitato degli Stati Uniti”. Infine, l’Iran viene visto come un pericolo rispetto agli obiettivi sul Medio Oriente, e in particolare rispetto all’alleato fondamentale israeliano.

Ugualmente, però, il testo del Dipartimento della Guerra ribadisce anche qui la necessità che siano i paesi della zona ad assumersi più responsabilità di difesa. Il testo esalta le opportunità di stabilizzazione a cui possono dare vita i percorsi di integrazione regionale tra i suoi vari attori. L’importanza degli Accordi di Abramo in questo processo viene evidenziata.

Insomma, la nuova strategia delle forze armate statunitensi espone la chiara volontà di disimpegno diretto, rimanendo però l’ago della bilancia mondiale, lasciando agli altri il “lavoro sporco”. E in tutto ciò, il complesso militare-industriale stelle-e-strisce riceverà una forte spinta, anche per garantire il rafforzamento dei nuovi segmenti legati all’IA, ai droni, a tutte quelle realtà economiche che hanno largamente sostenuto Trump fino adesso.

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08/09/2025

L’operazione fallita dei SEAL in Corea del Nord

Avete mai notato che alcuni sottomarini hanno dei curiosi alloggiamenti cilindrici sullo scafo? I primi ad averli, erano sottomarini italiani come lo Sciré. Servivano, e servono ancora, a rilasciare dei mezzi subacquei che trasportavano gli incursori sommozzatori in prossimità delle coste più difese e impenetrabili, per compiere delicate azioni di sabotaggio o per effettuare ricognizioni con lo scopo di acquisire informazioni di massima importanza per gli apparati d’intelligence.

Proprio questo tipo di operazione segreta, secondo quanto rivelato ieri in esclusiva dal New York Times, è stata tentata e fallita dal Team 6 della Navy SEAL, uno dei raggruppamenti di incursori più preparato al mondo, sulle coste dalla Corea del Nord, uno dei paesi maggiormente ostili agli Stati Uniti, e forse uno dei più impenetrabili al mondo.

Un raid al massimo livello di segretezza

L’operazione top-secret, precisano fin dalle prime righe gli autori dell’articolo “bomba” Dave Philipps e Matthew Cole, è stata autorizzata durante la prima amministrazione Trump, pianificata nel 2018 e condotta nel 2019. Ha provocato delle vittime nella popolazione nordcoreana e si è conclusa in un compromettente fallimento per l’US Navy che ha probabilmente impiegato uno sottomarino nucleare classe Los Angels o classe Ohio, almeno una coppia dei suoi Advanced SEAL Delivery System o SDV, dei mini-sottomarini alloggiati in dei “Dry Deck Shelters”, o DDS, che possono trasportare una squadra di incursori completamente equipaggiata nelle acque poco profonde che li condurranno alla costa designata, e un team di 8 operatori divisi in due squadre.

Nel 2019 la costa che fa da sfondo a questo raid della massima segretezza, viene localizzata in una parte non meglio specificata della Corea del Nord. L’obiettivo della missione, lanciata in una “fredda notte d’inverno”, in un paese che imponendo il coprifuoco – posso assicurarvi – cade in un’oscurità quasi “totale”, era quello di “installare un dispositivo elettronico che avrebbe permesso agli Stati Uniti di intercettare le comunicazioni del leader nordcoreano Kim Jong-un” per consentire all’allora presidente Trump una qualche posizione di vantaggio durante “i colloqui nucleari ad alto livello” che si sarebbero tenuti nel breve periodo.

L’inchiesta del NY Times sottolinea come la missione avesse come scopo principale quello di “colmare un punto cieco strategico” nell’ottenimento di informazioni sensibili dal momento che le agenzie di intelligence statunitensi si erano scontrare per anni con la “quasi impossibilità di reclutare fonti umane e intercettare le comunicazioni nell’isolato stato autoritario della Corea del Nord”.

Le informazione “intercettate” attraverso il dispositivo clandestino avrebbero concesso agli Stati Uniti un vantaggio, ma l’invio di un commando, nel caso qualcosa fosse andato storto, avrebbe anche potuto portare il mondo sull’orlo del baratro: ossia verso un’escalation tra la prima potenza nucleare del mondo e un regime che ha fondato la sua intera strategia di deterrenza sull’osteggiato programma missilistico, e che aveva condotto, tra il 2006 e il 2017, ben sei test nucleari. Compreso quello che aveva previsto la detonazione di ordigno ritenuto analogo a una bomba H, la bomba all’idrogeno.

Il Team 6 della SEAL da Bin Laden alla Corea

Trump aveva approvato personalmente l’operazione, e il “Red Squadron” del Team 6 dei SEAL, lo stesso commando che aveva eliminato Bin Laden nel raid in Pakistan del 2011, si era addestrato alla perfezione per raggiungere una spiaggia che sarebbe dovuta essere deserta, dopo essere arrivata in prossimità con l’ausilio dei mini-sub.

Quando il commando di 8 uomini in mute da sub, respiratori e visori notturni ha raggiunti la superficie, un’imbarcazione norcoreana ha inavvertitamente incrociato la loro rotta, facendo luce per capire cosa stessa succedendo. Nello stesso momento le armi automatiche dotate di silenziatori hanno immediatamente eliminato la minaccia. Tutti i nordcoreani che li avevano “probabilmente” scoperti erano morti. Ma ormai l’operazione era compromessa nella sua segretezza. Così i Seal sono scomparsi nelle acque gelide e oscure con la stessa spettrale furtività con la quale erano apparsi. Senza piazzare nessun dispositivo per le intercettazioni. La missione era fallita.

Operazioni nere e silenzio

Secondo quanto riportato dal New York Times, che ha pubblicato la notizia a 24 ore dall’imponente sfilata militare di Pechino cui ha assistito anche il leader nordcoreane Kim Jong-un, l’operazione in questione “non è mai stata pubblicamente riconosciuta, né nemmeno accennata, dagli Stati Uniti o dalla Corea del Nord”.

I dettagli che la riguardano – se è realmente esistita, e si ritiene che lo sia – sono classificati. Ma tutti ora si interrogano sulla “legalità” delle operazioni nere come questa. Perché, e questo è un dato certo, non è la prima volta che unità delle forze speciali americane vengono inviate in territorio ostile per condurre operazioni miliari o paramilitare all’insaputa del Congresso. Esiste addirittura una sezione “esperta” in questo genere di cose, si chiama “Tertia Optio” ed è gestita dalla CIA.

Fonti a conoscenza dei fatti e un raid nel 2005

Le fonti dei giornalisti della testata newyorkese sarebbero “dozzine”, tra personale militare e personale dello staff politico autorizzato a conoscere i dettagli di questa delicata e fallimentare missione top-secret che ha provocato la morte di quelli che si stima essere quattro innocenti pescatori di molluschi sopraggiunti nel posto sbagliato, e nel momento sbagliato. Pur avendone tutto il diritto.

A bordo della loro imbarcazione l’ispezione condotta velocemente dagli incursori della Marina americana non rinvenne né armi né uniformi. Almeno stando alle dichiarazione rilasciate sotto anonimato.

Sempre secondo gli autori dell’inchiesta, già nel 2005 un commando dei SEAL aveva impiegato un mini-sottomarino per sbarcare e lasciare con successo le coste della Corea del Nord durante la presidenza di George W. Bush. I dettagli dell’operazione e il suo obiettivo non sono mai stati resi pubblici, ma evidentemente c’erano le “basi” per lanciare una seconda operazione che seguisse uno schema simile per consentire al nuovo inquilino della Casa Bianca di conoscere la posizione del suo misterioso omologo nordcoreano, e capire come affrontare dei futuri negoziati.

Al tempo non fu possibile determinare se i nordcoreani avessero davvero capito cosa fosse successo, e se intendessero accusare gli Stati Uniti o semplicemente la Corea del Sud. In ogni caso, si rammenta come il vertice sul nucleare in Vietnam si svolse regolarmente alla fine del febbraio 2019, senza raggiungere alcun accordo. Lasciando questa oscura questione in un cassetto che ora, proprio durante la seconda amministrazione Trump, è stato riaperto.

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07/09/2025

La Corea del Nord esce dall’isolamento e torna protagonista a Mosca e Pechino

Un pugno di morti per sedersi al tavolo dei grandi. A Pechino il leader nordcoreano Kim Jong-un passa trionfalmente all’incasso dopo aver inviato munizioni, armi e truppe in aiuto ai russi in guerra contro gli ucraini ottenendo un pieno e vistoso ritorno sulla scena internazionale.

Secondo quanto riferito il 2 settembre dal governo della Corea del Sud, circa 2.000 militari nordcoreani inviati in Russia per partecipare ai combattimenti nella regione di Kursk invasa in piccola parte dalle truppe ucraine sarebbero stati uccisi.

Il Servizio di Intelligence Nazionale di Seul ha inoltre segnalato che Pyongyang prevede di inviare un ulteriore contingente di circa 6.000 soldati a sostegno delle operazioni russe e che circa 1.000 genieri sono già arrivati in territorio russo.

Le truppe già presenti sarebbero impiegate principalmente come forze di supporto. Secondo Seul, da ottobre dello scorso anno la Corea del Nord avrebbe inviato circa 13.000 militari in Russia per supportare le operazioni russe, e il regime di Pyongyang ha confermato la perdita di circa 350 soldati durante le prime fasi del conflitto. In una recente cerimonia in onore dei caduti, alla presenza di Kim Jong-un erano esposte le fotografie di 101 militari rimasti uccisi.

Benché spesso si parli in Occidente di truppe nordcoreane impiegate in Ucraina tutti i riscontri sembrano confermare che le forze militari di Pyongyang hanno combattuto solo sul territorio russo, nella regione di Kursk, dove peraltro oggi Mosca intende schierare 6mila genieri nordcoreani per bonificare da mine e ordigni inesplosi i mille chilometri quadrati che vennero occupati dagli ucraini tra l’agosto 2024 e il marzo 2025.

Un dispiegamento che consentirà a Mosca di utilizzare i propri reparti di guastatori del Genio in prima linea, a supporto dell’offensiva in corso su diversi fronti in Ucraina.

In passato i genieri nordcoreani realizzarono una missione simile per bonificare aree della regione ucraina di Donetsk occupate dai russi. Pyongyang avrebbe inviato ai russi, secondo l’intelligence sudcoreana, milioni di proiettili d’artiglieria, decine di obici e missili balistici a corto raggio.

Al di là del numero reale di perdite subite, le truppe nordcoreane hanno maturato una reale esperienza bellica in questo conflitto che ha caratteristiche inedite. Nei giorni scorsi infatti il generale Kyrylo Budanov, alla testa dell’intelligence militare ucraino (HUR) ha affermato che “solo tre eserciti al mondo sono in grado di combattere la guerra di oggi: ucraino, russo e nordcoreano”, riconoscendo implicitamente l’ampio valore militare dell’intervento nordcoreano al fianco dei russi e aggiungendo che la Russia sta aiutando la Corea del Nord a produrre i droni kamikaze a lungo raggio Garpiya e Geran, basati sul modello iraniano Shahed-136 e già da tempo prodotti ed evoluti in Russia.

Un recente video di propaganda di 19 minuti proveniente da Pyongyang, illustra l’influenza delle lezioni apprese nel conflitto a Kursk nel corso di alcune esercitazioni, mostrando un ampio impiego di droni multilivello sia a livello tattico che operativo, missili anticarro mobili adattati a veicoli leggeri e soprattutto capacità ISR e di comunicazione ampliate. Elementi analizzati da Frontelligence Insight hanno evidenziato l’impatto dell’addestramento impartito dai russi circa impiego e controllo dei droni in diverse tipologie di missioni, la gestione di sistemi anti-drone cinetici ed elettronici e l’adozione di tattiche tese a ridurre l’esposizione dei militari.

Le preoccupazioni di Seul

Non è un quindi un caso che la Corea del Sud sia preoccupata dall’esperienza bellica maturata dalle forze d Pyongyang.

Il ministero della Difesa sudcoreano ha annunciato oggi un ambizioso programma per formare mezzo milione di soldati nell’uso dei droni, sottolineando il ruolo crescente dei sistemi senza pilota nei teatri bellici e l’obiettivo di rafforzare l’industria nazionale dei droni.

La base della 36ma Divisione di fanteria dell’Esercito a Wonju, Gangwon, sarà il primo centro militare dedicato all’addestramento ai droni. Il progetto prevede di dare a ogni soldato la possibilità di ottenere competenze operative e certificazioni nel pilotaggio di droni, oltre a favorire la collaborazione con l’industria locale. Il ministero ha stanziato circa 20,5 miliardi di won (15 milioni di dollari) per acquisire migliaia di droni da addestramento e sviluppare infrastrutture e programmi didattici.

Programmi pilota partiranno entro l’anno in tutti i rami delle forze armate, con la 36ma Divisione come modello centrale per testare nuove tecnologie, inclusi droni potenziati dall’intelligenza artificiale. L’iniziativa mira non solo a rafforzare le capacità militari, ma anche a fornire ai soldati competenze spendibili nel settore civile, analogamente a quanto avvenuto negli anni Novanta con l’addestramento informatico promosso dall’ex presidente Kim Dae-jung.

Intese più forti con la Russia

Oggi il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha ribadito che i militari nordcoreani “non sono dispiegati in Ucraina ma sul territorio della Federazione russa” all’Eastern Economic Forum (EEF), dove il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato la realizzazione di nuovi ponti tra Russia e Corea del Nord.

“I piani includono anche la costruzione di nuovi ponti, incluso uno verso la Repubblica Popolare Democratica di Corea sul fiume Tumen, che dovrebbe essere inaugurato il prossimo anno. Vorrei anche sottolineare eventi significativi, come il ripristino dei voli tra Vladivostok e Pyongyang dopo la pandemia di Covid, nonché l’avvio dei voli diretti tra le capitali della Russia e della Repubblica Popolare Democratica di Corea. Il primo volo su questa rotta si è svolto alla fine di luglio e un mese prima erano già stati ripristinati i collegamenti ferroviari diretti tra Mosca e Pyongyang. Sono convinto che queste decisioni serviranno ad avvicinare ulteriormente i nostri Paesi e a consolidare i legami”.

Il supporto militare offerto a Mosca dalla Corea del Nord sarebbe stato ricompensato non solo con aiuti economici ma forse anche con tecnologie militari avanzate nel campo missilistico, aeronautico e subacqueo.

La Commissione militare centrale della Corea del Nord ha ordinato alla Flotta del Mare orientale (Mar del Giappone) di avviare il collaudo di droni sottomarini armati di testate nucleari, secondo quanto riportato da una fonte militare informata al sito d’informazione “Daily NK” citato in Italia da Agenzia Nova.

Il progetto, che segue le indicazioni di Kim Jong-un di dotare la marina di armi nucleari, prevede l’impiego del drone Haeil (“tsunami”), lungo 13 metri e largo 1,5 metri, capace di trasportare una singola testata nucleare.

Le prove sarebbero iniziate il 27 agosto presso un laboratorio dell’Accademia di scienze per la difesa nazionale, coinvolgendo selezione e addestramento del personale, ricognizione delle rotte marittime e aggiornamento delle strutture di carica. Il programma prevede tre fasi: operazioni sperimentali limitate, valutazione e miglioramento, e infine aumento del numero dei droni in servizio.

Il drone subacqueo (UUV) Haeil è concepito come arma strategica contro obiettivi fissi come porti e ancoraggi navali.

Il riavvicinamento a Pechino

Le conseguenze della guerra in Ucraina e il successivo approccio di Europa e Stati Uniti nei confronti delle nazioni amiche di Mosca ha determinato numerosi effetti politico – strategici imprevisti. I dazi di Donald Trump all’India hanno favorito un inaspettato avvicinamento in vista di ampie intese tra New Delhi e Pechino ma anche tra Corea del Nord e Cina.

Xi Jinping e Kim Jong-un hanno oggi messo da parte la reciproca diffidenza e, nel loro primo incontro dopo sei anni, hanno promesso di rafforzare i rapporti strategici. Il presidente cinese ha accolto il più giovane leader nordcoreano nella Grande Sala del Popolo di Pechino, all’indomani della grande parata militare che ha celebrato l’80° anniversario della vittoria sul Giappone nella Seconda guerra mondiale.

“Il Partito comunista cinese e il governo attribuiscono grande importanza all’amicizia tradizionale tra Cina e Repubblica Democratica Popolare di Corea e sono disposti a mantenere, consolidare e sviluppare le relazioni tra i due Paesi”, ha detto Xi, citato dall’agenzia di stampa statale Xinhua.

“Questa posizione non cambierà indipendentemente da come si evolverà la situazione internazionale”. Xi ha descritto Cina e Corea del Nord come “buoni vicini”, affermando che Pechino continuerà a rafforzare il coordinamento con Pyongyang per mantenere la pace e la stabilità nella penisola coreana.

“Cina e Corea del Nord dovranno rafforzare il coordinamento strategico negli affari internazionali e regionali per salvaguardare gli interessi reciproci”, ha ribadito. “La Cina è disposta a incrementare gli scambi ad alto livello e la comunicazione strategica con la Corea del Nord, ad approfondire lo scambio di esperienze nella gestione del partito e dello Stato e a rafforzare la comprensione reciproca e l’amicizia. Inoltre, la Cina rafforzerà le interazioni a tutti i livelli e realizzerà una cooperazione pratica in vari settori”.

Un riavvicinamento che sgombra il campo dalle voci circa le titubanze della Cina in seguito all’intesa strategica tra Russia e Corea del Nord che prevede il reciproco aiuto militare in caso aggressione straniera.

Il leader nordcoreano dopo 20 ore di viaggio sul suo treno blindato è giunto a Pechino con la figlia di 10 anni Kim Ju Ae (che molti considerano la sua più probabile erede) dove ha affermato di apprezzare la “posizione imparziale” di Pechino sulla questione della Penisola Coreana e ha sottolineato che “l’amicizia tra i due Paesi rimarrà immutata” indipendentemente dall’evoluzione dell’ambiente internazionale.

Pochi i dettagli sui contenuti dei colloqui bilaterali ma è noto che Pechino non ama avere la potenza nucleare nordcoreano ai suoi confini e vorrebbe il disarmo atomico della Penisola anche se Pyongyang non tornerà indietro sul proprio programma atomico. In luglio, la sorella di Kim, Yo Jong, ha dichiarato che qualsiasi tentativo di negare lo status della Corea del Nord come potenza nucleare sarebbe stato “rigorosamente respinto”.

Il ritorno con piena dignità della Corea del Nord sulla scena internazionale grazie alle intese con Mosca e Pechino rappresenta il vero successo di Kim, ottenuto con l’invio di truppe nordcoreane nella regione di Kursk.

Quei caduti (indipendentemente dal fatto che siano 101, 350 o 2mila) definiti tutti “eroi” dal regime, costituiscono quindi il prezzo pagato per un successo politico e strategico che porta Pyongyang fuori dall’isolamento internazionale e la proietta verso una inedita fase di sviluppo economico e di strette relazioni con tutte le grandi potenze se si concretizzeranno le voci di un possibile riavvio dei colloqui con gli Stati Uniti interrottisi dopo il primo mandato di Trump.

I “miracoli” dell’Occidente

Solo pochi anni or sono sarebbe apparso impossibile ipotizzare un asse tra Cina, Corea del Nord e Russia o tra India e Cina, eppure la politica dell’Occidente è riuscita a compiere anche questo “prodigio” oltre a riunire intorno a Russia, Cina e India gran parte delle nazioni africane, asiatiche e dell’America Latina.

Prima i proclami di Joe Biden e degli europei a isolare la Russia ha determinato l’effetto opposto a quello desiderato con una crescita senza precedenti delle nazioni che aderiscono o vogliono aderire ai BRICS+ e alla Shangai Cooperation Organization (SCO).

Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con la sua aggressiva politica economica, ha intimidito l’Europa ma ha inasprito le relazioni con Cina e India. Le immagini della parata di Pechino in cui Xi Jinping aveva alla sua destra Putin e a sinistra Kim hanno determinato duri commenti da parte della UE dove l’Alta rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha accusato Pechino di costituire con Russia, Iran e Corea del Nord “un’alleanza autocratica” che sfida l’ordine globale.

La Cina ha respinto come “estremamente illecite e irresponsabili” le dichiarazioni della Kallas, ormai sbeffeggiata con cadenza regolare dalla diplomazia e dai media cinesi per la sua profonda inadeguatezza a ricoprire il ruolo di “ministro degli Esteri” della UE.

Puerile l’accusa di autocrazia formulata da una UE che, solo per fare un esempio, mantiene e consolida stretti rapporti con monarchie assolute e simil-monarchie nostri fornitori energetici in Medio Oriente e Asia Centrale.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinesi Guo Jiakun ha risposto alle dichiarazioni di Kallas definendole “intrise di pregiudizi ideologici e prive di un basilare buon senso storico. È una mancanza di rispetto per la storia della Seconda guerra mondiale e danneggia gli interessi dell’Ue”, ha aggiunto il portavoce, invitando i rappresentanti di Bruxelles a “promuovere solide relazioni con Pechino, piuttosto che fare il contrario”.

L’aspetto più grave per la UE, oltre che sul piano dei rapporti con la Cina e circa le possibili conseguenze economiche per un’Europa già in profonda crisi e in balìa dei “capricci” di Trump, è non aver partecipato (anche con delegazioni di minor livello) alla parata militare di Pechino per la vittoria contro il Giappone e i suoi alleati (cioè Italia e Germania) nella Seconda guerra mondiale.

L’assenza degli europei rafforzerà la narrazione, ora non più solo russa, che dipinge un’Europa impegnata a riscrivere la Storia di quella guerra e afflitta dal ritorno del nazismo come dimostra il sostegno all’Ucraina che ha come eroe della patria Stepan Bandera, alleato (anche se scomodo) del Terzo Reich.

In questo contesto non aiuta l’Europa il fatto che a mal gestire l’intera vicenda sia un Alto rappresentane apertamente russofoba che auspicò lo sfaldamento della Russia in 16 repubbliche in guerra tra loro, per giunta proveniente da quelle repubbliche baltiche che fecero parte prima dell’Impero zarista e poi dell’URSS e che accolsero i nazisti come liberatori offrendo migliaia di volontari alle SS.

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14/06/2025

La statunitense che gestiva una laptop farm per i nordcoreani

Il 27 ottobre 2023 l’Fbi fa irruzione nella casa di una cinquantenne americana che vive a Phoenix, in Arizona, e ci trova 90 laptop connessi a internet. È l’inizio di una storia incredibile, ricostruita mese dopo mese dalle carte giudiziarie, e negli ultimi giorni da un reportage del Wall Street Journal che aggiunge molti dettagli proprio su di lei, Christine Chapman.

Chapman è una ex cameriera e massaggiatrice di una piccola città a nord di Minneapolis, che sulla soglia dei 50 anni aveva provato a riciclarsi come sviluppatrice web, partecipando a un corso di coding. Il piano però non funziona, tanto che nel gennaio 2021 in un video drammatico su TikTok la donna chiede aiuto per trovare un posto dove stare. “Vivo in una roulotte. Non ho l’acqua corrente, non ho un bagno funzionante. E ora non ho il riscaldamento. Sono davvero spaventata. Non so cosa fare”.

In verità, un lavoro nell’IT lo aveva appena trovato. A partire proprio da quei mesi, poco prima del video, Chapman aveva ricevuto una richiesta su LinkedIn di “essere il volto degli Stati Uniti” per un’azienda che procurava posti a lavoratori IT d’oltreoceano.

La strana richiesta aveva funzionato, almeno per lei. Dopo un po’ di tempo il suo coinvolgimento era cresciuto, tanto che nei suoi video su TikTok lo stato d’animo era mutato, e ora la donna parlava della sua intensa vita lavorativa e dei suoi molti clienti nel settore informatico. Quello che probabilmente non sapeva è che i suoi clienti erano hacker nordcoreani.

Certo, è difficile che non fosse consapevole di quello che stava facendo, stando agli atti. La sua casa era infatti diventata quella che l’Fbi chiama una “laptop farm”, dove lei raccoglieva e faceva funzionare decine e decine di computer che erano spediti da centinaia di aziende a quelli che ritenevano essere lavoratori tech americani da remoto, e che invece erano hacker nordcoreani che si collegavano ai suddetti laptop, intascavano per qualche tempo gli stipendi, e infiltravano le reti aziendali scaricando dati sensibili.

Nel gennaio 2023 dunque il vento è cambiato per Chapman. Grazie al lavoro di intermediazione per queste società d’oltreoceano (che include il furto di identità di americani e la falsificazione di documenti e di dichiarazioni al fisco), Chapman ha decisamente aumentato i suoi redditi e si è trasferita in una casa in Arizona con un giardino per i suoi tre chihuahua. Ogni tanto viaggia e va a qualche concerto.

Ma per l’Fbi Chapman era la collaboratrice in loco ( il “mulo”, diremmo, se fosse solo riciclaggio di denaro) di uno schema criminale più grande e ben strutturato, così composto:

– gruppi di cybercriminali nordcoreani rubano l’identità di cittadini statunitensi;

– fanno domanda per lavori a distanza negli Stati Uniti attraverso la trasmissione di informazioni false;

– fanno i colloqui a distanza utilizzando a volte l’intelligenza artificiale per mascherare volti e voci;

– ottengono, incredibilmente (e qui si aprirebbe una immensa parentesi su come sia stata possibile la loro assunzione, ma la riprendo alla fine), di piazzarsi in centinaia di aziende statunitensi, tra cui alcune che fanno parte di Fortune 500, cioè delle principali imprese Usa, in genere attraverso agenzie di staffing o altre organizzazioni di contracting;

– ricevono i computer portatili dalle aziende (che pensano di mandarli a casa del lavoratore invece arrivano tutti nel salotto di Chapman);

– accedono, proprio tramite i computer aziendali, cui sono collegati dalla Corea del Nord, ai sistemi interni delle società statunitensi; 

– sono pagati per il loro lavoro, almeno finché non vengono licenziati;

– e, quando riescono, scaricano informazioni riservate dai loro datori di lavoro.

Chapman non è un caso isolato o atipico. Per l’Fbi questo tipo di truffa coinvolgerebbe più in generale migliaia di lavoratori nordcoreani e porterebbe centinaia di milioni di dollari all’anno a Pyongyang.

In pratica, stretta dalle sanzioni internazionali, la Corea del Nord ha sviluppato vari modi creativi per raccogliere denaro. Oltre agli attacchi informatici alle società di criptovalute, ora hanno pensato bene di sfruttare le debolezze della gig economy, le lasche catene di fornitura del lavoro sempre più parcellizzato e spersonalizzato. E un esercito di lavoratori precari o disoccupati domestici alla disperata ricerca di un modo per sostentarsi.

“Quello che stiamo facendo non funziona e, se funziona, non è abbastanza veloce”, ha dichiarato a Wired Michael ‘Barni’ Barnhart, ricercatore informatico alla società DTEX che ha rilasciato un rapporto sulle attività informatiche nordcoreane, pubblicando più di 1000 indirizzi email che sostiene siano collegati all’attività dei lavoratori informatici di quel Paese. Si tratterebbe di team di hacker “statali” e lavoratori IT che operano da più organizzazioni militari e di intelligence. E che possono tenersi una quota dei guadagni (200 dollari su 5mila al mese, secondo Barnhart).

Il ruolo di Chapman non si limitava ad accogliere i laptop. Dei post-it sui computer sparsi per casa sua identificavano l’azienda e il lavoratore a cui dovevano appartenere. Inoltre i dispositivi non rimanevano sempre da lei. Ne ha spedito 49 all’estero, molti dei quali a Dandong, una città cinese al confine con la Corea del Nord.

A volte riceveva le buste paga a casa sua, le firmava e le depositava nella sua banca, per poi inoltrare i fondi a un altro conto dopo aver preso una parte, sempre stando agli atti.

Dopo la perquisizione e in attesa del giudizio (la sentenza è prevista per il 16 luglio) Chapman si è ritrovata di nuovo senza un soldo, e dall’agosto 2024 si è trasferita in un rifugio per senzatetto a Phoenix. A febbraio si è dichiarata colpevole di frode, furto d’identità e riciclaggio di denaro. Rischia un massimo di nove anni di carcere.

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09/06/2025

Corea del Sud, dal golpe alla svolta elettorale

Il tentato colpo di stato di sei mesi fa e la successiva rimozione del presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol, al termine di un procedimento di impeachment, hanno pesato in maniera decisiva sull’esito del voto anticipato di martedì nel paese del nord-est asiatico per eleggere il suo successore. A vincere è stato infatti il candidato di centro-sinistra Lee Jae-myung con un margine piuttosto consistente, anche se inferiore alle previsioni, su Kim Moon-soo, candidato del Partito del Potere Popolare (PPP) del deposto presidente, grazie anche all’affluenza più alta registrata dal 1997 (79,4%). Il nuovo presidente potrà contare sulla maggioranza del suo Partito Democratico (DP) in Parlamento, ma è atteso da una serie di questioni spinose sia sul fronte domestico, a cominciare dall’economia e dalle crescenti disuguaglianze sociali, sia sul piano internazionale, con i riflessi delle politiche commerciali ultra-aggressive dell’amministrazione Trump e della rivalità sempre più accesa tra Cina e Stati Uniti.

Yoon aveva ordinato lo stato di emergenza lo scorso dicembre nel tentativo di chiudere di fatto il Parlamento perché diventato a suo dire un ostacolo all’implementazione dell’agenda del governo. L’assemblea legislativa unicamerale sudcoreana aveva però sventato il tentativo delle forze armate di dare seguito all’ordine del presidente, votando a larga maggioranza una risoluzione che annullava l’introduzione della legge marziale. Inevitabilmente era seguito un voto di impeachment nei confronti di Yoon, appoggiato anche da una parte dei deputati del suo partito. In seguito, il provvedimento era stato approvato dalla Corte Costituzionale, ovvero l’ultimo passo per ratificare la rimozione del presidente, come previsto dalla Costituzione della Corea del Sud.

Vista la popolarità dell’impeachment, Lee e il suo partito avevano insistito in campagna elettorale sull’impegno a sconfiggere le forze anti-democratiche. Kim, da parte sua, aveva cercato di prendere le distanze da Yoon, mentre aveva spinto sulle tematiche economiche e attaccato il principale rivale per via di alcuni procedimenti legali a suo carico in fase di svolgimento. I sondaggi e i primi exit poll davano una vittoria di Lee con un divario ben superiore al 10%, ma i dati definitivi hanno registrato un certo avvicinamento da parte del candidato conservatore (49,4% a 41,2%). Complessivamente, gli altri tre candidati minori in corsa non hanno invece raggiunto il 10% dei consensi.

Il voto anticipato era atteso con particolare trepidazione dagli ambienti economici e finanziari sudcoreani, preoccupati per gli effetti destabilizzanti del “caso” Yoon in un momento di estrema tensione in parallelo al ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. L’imposizione di dazi molto pesanti ai propri partner commerciali, anche se per il momento sospesi, e l’insistenza del presidente americano sulla necessità da parte degli alleati di sostenere una quota maggiore delle spese per la loro difesa avevano fatto scattare l’allarme e moltiplicato gli appelli per un governo stabile in tempi brevi.

Lee Jae-myung, sconfitto di misura da Yoon nelle presidenziali del 2022, continua a essere definito da molti come un “radicale” che propone politiche economiche anti-liberiste, il riavvicinamento a Cina e Corea del Nord e un’attitudine più cauta nei confronti del Giappone. Questi orientamenti in ambito economico e degli affari esteri caratterizzano storicamente il Partito Democratico sudcoreano, ma, a parte qualche più o meno timido risultato sul piano della diplomazia con Pyongyang, presidenti e governi di centro-sinistra hanno negli ultimi anni perseguito politiche non molto differenti da quelli di centro-destra.

Infatti, sul piano economico e sociale, il predecessore di Yoon, il “progressista” Moon Jae-in aveva lasciato un’eredità tossica al candidato del suo partito nelle presidenziali del 2022 proprio per la mancata implementazione, tra l’altro, di politiche volte a ridurre il precariato nel mercato del lavoro, ad allargare la rete del welfare e a mettere un freno alla crisi abitativa. D’altra parte, lo stesso neo-presidente Lee aveva operato una sorta di svolta moderata nel corso della campagna elettorale appena terminata, così da intercettare gli elettori del PPP favorevoli all’impeachment di Yoon mentre i sondaggi indicavano un restringimento del vantaggio sul rivale conservatore.

Il possibile riassetto dell’alleanza con gli Stati Uniti sarà comunque uno degli argomenti in cima all’agenda di Lee Jae-myung. Nel suo primo discorso pubblico da presidente, quest’ultimo ha annunciato l’intenzione di riaprire il dialogo con la Corea del Nord, così da operare un’inversione di rotta rispetto al suo predecessore, che era tornato subito alla linea dura nei rapporti con il regime di Kim Jong-un. La precoce apertura di Lee potrebbe trovare una sponda nell’amministrazione Trump a Washington, da dove sono arrivati recentemente segnali del possibile ritorno alle politiche di conciliazione perseguite dal presidente repubblicano nel suo primo mandato.

Qualche osservatore ha fatto notare che la questione è oggi complicata dal rafforzamento della partnership militare tra Russia e Corea del Nord. Tuttavia, l’uscita di scena di Biden e Yoon potrebbe determinare un approccio più pragmatico da parte dei due alleati, intrecciandosi alle prove di disgelo in corso tra Russia e Stati Uniti. È chiaro che queste dinamiche vanno messe in relazione alle già ricordate “minacce” trumpiane di ridurre la presenza militare americana in Corea del Sud e le pressioni su Seoul per farsi carico di una quota più consistente delle spese dedicate alla difesa.

A rendere ancora più complesso il quadro è il rapporto tra Sudcorea e Cina. Anche in questo caso, il neo-presidente Lee è su posizioni più realiste, coerentemente con l’importanza di Pechino sul piano commerciale per il suo paese. Un ulteriore passo avanti in questo senso potrebbe essere facilmente prevedibile, vista l’attitudine di Lee e del suo partito, nonché per via delle politiche commerciali della Casa Bianca. Ad aprile, com’è noto, Trump aveva annunciato dazi del 25% sulle importazioni sudcoreane, per poi metterli in pausa in attesa di possibili negoziati e accordi bilaterali.

Lee dovrà quindi trovare una soluzione che sventi o riduca l’impatto di queste misure che potrebbero entrare in vigore dal prossimo 8 luglio, tenendo in considerazione il fatto che un consolidamento dei rapporti commerciali con la Cina rischierebbe di irrigidire le posizioni americane. Oltretutto, proprio nelle ultime ore Trump ha ordinato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio (dal 25% al 50%), con un impatto pesante anche sui produttori sudcoreani. Gli scenari in rapido cambiamento metteranno così a dura prova l’inclinazione pragmatica di Lee.

Il nuovo presidente si è anche immediatamente ritrovato a fare i conti con le pressioni degli ambienti del business del paese. Le organizzazioni che rappresentano le aziende della Corea del Sud, subito dopo le elezioni, hanno infatti lanciato appelli coordinati al presidente per sollecitare misure che favoriscano la crescita economica in un clima internazionale sempre più difficile. Nel concreto, ciò che viene richiesto è un piano di riforme che riduca ulteriormente regolamentazioni e diritti dei lavoratori a favore della competitività. Vale a dire una strada che metterebbe in fretta Lee contro una parte consistente dei suoi elettori e della base di appoggio del suo Partito Democratico.

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29/12/2024

I soldati del «dittatore Kim» in Russia già dal 2022? C’è da crederci...

«È morto in ospedale l’unico soldato nordcoreano catturato finora dagli ucraini, il fante che doveva servire a dimostrare il coinvolgimento del dittatore Kim al fianco di Putin» (Corriere della Sera, 28 dicembre 2024).

I media ucraini e sudcoreani hanno pubblicato una foto che avrebbe dovuto mostrare il primo prigioniero nordcoreano catturato dalle forze di Kiev nella regione di Kursk.

A dir poco curioso il fatto, testimoniato da Ukraina.ru, per cui la stessa foto fosse già apparsa online nel 2022. Così che si è dovuti ricorrere a un “correttivo” e, a distanza di ventiquattr’ore, l’agenzia sudcoreana Yonhap, citando fonti di intelligence di Seoul, ha assicurato che l’uomo ritratto nella foto era morto per le ferite riportate.

E, ci tiene a specificare il Corriere, è «morto in ospedale», testimonianza concreta dello spirito “umanistico” dei soldati di Kiev, tutt’altro ceppo che non quei selvaggi discendenti di Rjurik, che abbattono direttamente sul posto i prigionieri feriti... par di vederli.

Dunque: niente testimone e non ci sarà più modo di assicurarsi della faccenda di prima mano. Peccato. Peccato soprattutto per le “fonti” sicure del Corriere della Sera; tanto più che nemmeno Kiev ha confermato ufficialmente la cattura o la morte di nessun militare (o civile) nordcoreano.

Non rimane quindi che basarsi sulle assicurazioni di Vladimir Zelenskij, che lo scorso 14 dicembre, scrivendo in lingua inglese sul suo canale Telegram, assicurava il mondo (e il Corriere) che «i russi hanno iniziato a utilizzare i soldati nordcoreani nelle loro offensive: in numero significativo», tanto che «ci sono già perdite notevoli in questa categoria».

Ovviamente, per pietà cristiana, il nazigolpista-capo evitava di pubblicare anche una sola foto dei presunti soldati nordcoreani uccisi; la caritatevole commiserazione ha impedito al “banderista pacifista” (solo nel 2019 e solo per racimolare voti) di mostrare i caduti nordcoreani, coi «volti bruciati per impedirne il riconoscimento» (Corriere). Tant’è.

Il 17 ottobre, Zelenskij aveva persino indicato in diecimila uomini il numero “esatto” di soldati nordcoreani che, a suo dire, dovevano combattere in Ucraina al fianco delle forze russe e, dopo di lui, il Segretario generale della NATO Mark Rutte aveva specificato che i militari del «dittatore Kim» venivano dislocati nella regione di Kursk per aiutare l’esercito russo a liberarne il territorio e che la cosa doveva «cessare immediatamente». Pena: cosa?

Come corollario, a inizio novembre, Kiev e Seoul accusavano Pyongyang di avere, a loro dire, inviato truppe in alcuni poligoni di addestramento nell’Estremo Oriente russo – Vladivostok, Ussurijsk, Khabarovsk e Blagoveshchensk – per poi essere trasferite nella zona di operazioni. Manco a dirlo, nessuna prova veniva presentata a sostegno di quelle affermazioni.

A questo punto, corre l’obbligo di informare il Corriere della Sera, che il capo del Pentagono, Lloyd Austin, non ha trovato soldati nordcoreani né in Estremo Oriente, né nella zona di operazioni militari e ha specificato di non poter confermare le informazioni di Kiev e Seoul.

Più clemente (nei confronti degli italici pennivendoli) il Segretario di stato, Anthony Blinken che, pur non avendo visto nordcoreani, aveva detto di aspettarseli da un momento all’altro.

Più caustico (e, per parte nostra, siamo propensi a prestargli fede) era parso lo scorso 28 ottobre il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, in occasione dei lanci di missili occidentali sulle regioni russe, secondo cui le isterie occidentali sul sostegno della RPDC alla Russia non sono altro che un «tentativo di giustificare retroattivamente» la presenza dei militari occidentali in Ucraina.

Tutto ciò, aveva detto Lavrov «è parte della guerra ibrida di NATO e UE contro il nostro Paese», dal momento che «senza l’aiuto di specialisti occidentali, senza dati di intelligence spaziale, di cui gli ucraini certamente non dispongono, senza specialisti nella programmazione delle missioni di volo, le truppe di Kiev non possono usare alcuna attrezzatura missilistica».

Ora che, a distanza di un paio di mesi, anche alcuni media occidentali, come Le Monde e Times, parlino apertamente di piani franco-britannici e polacchi per l’invio di mercenari (militari ufficialmente messi in congedo) ai confini ucraini, che dovrebbero entrare in campo già nelle prime settimane del 2025, ci permettiamo di avvertire i redattori del Corriere che, se intendono degnamente silenziare il contributo euro-atlantico in uomini alla “causa ucraina”, allora la canea sui «fantaccini» nordcoreani dovrà tornare a farsi più ululante; non due semplici righe, en passant, tra rimbrotti al «vice zar» Dmitrij Medvedev, ammonimenti sul «solito bluff di Putin» e lagnanze all’indirizzo del premier slovacco Robert Fitso per il suo tradimento “europeista”

Se bruciare i volti «per impedirne il riconoscimento» sembra pratica crudele e, per ciò stesso, perfettamente attribuibile, nella visione delle italiche redazioni, a quei semi-barbari che popolano le regioni iperboree a oriente del Tanai e fino ai margini estremo-orientali delle “terre conosciute”, quali sotterfugi si applicheranno ai civilissimi mercenari celti, franchi, burgundi del XXI secolo «per impedirne» l’identificazione, una volta caduti prigionieri dei feroci opricniki al servizio del novello “Zar”?

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19/12/2024

Zelenskij verso l’ammaina-bandiera, i giornalisti verso il manicomio

Cambia il regista, cambia il copione, l’attore si adegua. Se ne va Biden, sta per arrivare Trump (che ha figli sistemati in altri business, senza stipendi ucraini) e Zelenskij finalmente “scopre” quel che tutto il mondo ha capito da un pezzo: non può vincere la guerra, non può neanche recuperare un pezzetto del Donbass o della Crimea e – siccome non può pubblicamente dire che rinuncia ai territori che sono costati centinaia di migliaia di morti – si affida alla diplomazia futura.

A rendere decisamente meno “teatrale” il passaggio c’è sicuramente la situazione sul terreno, con l’esercito russo che avanza a velocità di crociera negli oblast russofoni e altrettanto fa nel Kursk, il pezzetto di territorio “invaso” dagli ucraini alla ricerca di un “contrappeso” da mettere sul tavolo dell’inevitabile trattativa.

Meglio fermarsi il prima possibile, insomma, piuttosto che attendere una situazione ancora peggiore. Come accade in tutte le guerre ormai perdute.

Cambia il copione, ma il nuovo testo non è ancora stato distribuito a tutta la troupe, sembra. E quindi c’è chi va avanti come prima, come gli ultimi soldati giapponesi nelle isole sperdute...

Certamente non è ancora arrivato ai media italiani, che da un lato ci ammanniscono la rivendicazione dell’attentato a Mosca contro il generale Kirillov come una “grande azione” contro un “obiettivo legittimo” (definizione del sedicente laburista Starmer, sempre più in bilico sulla poltrona da primo ministro britannico, ma patetico “guerriero indomabile” quando parla di Ucraina), dall’altro non sanno più che inventarsi per “condire” quel che avviene sul fronte militare, dove non c’è una buona notizia che sia una.

Tiene banco da mesi, ormai, il “mistero dei soldati nordcoreani”, che “certamente ci sono”, anzi “stanno combattendo” (a volte vengono dati nel Kursk, altre volte dalla parti di Pokrovsk, a 900 km di distanza) ma… non se trova uno da mostrare alle telecamere, né vivo né morto né prigioniero (gira da tempo una sola fotografia sfocata di un soldato dai tratti asiatici, come se la Russia non avesse popolazioni ai confini kazachi, azeri, uzbeki, cinesi, mongoli, ecc).

Per fugare il dubbio – o la certezza – che quella dei nordcoreani in Ucraina sia solo una delle tante panzane raccontate dai vertici di Kiev e megafonate dai media mainstream, a quelli del Corriere della Sera è venuta un’idea fulminante, nella sua semplicità: i soldati di Pyongyang ci sono, stanno combattendo, anzi muoiono a migliaia perché non conoscono le lingue, ma non ne viene fatto vedere neanche uno perché i mefistofelici russi “bruciano i loro volti per renderli irriconoscibili”. Che crudeltà verso così fedeli alleati…

Naturalmente per credere a questa ennesima variazione narrativa bisogna essere totalmente all’oscuro di cosa avviene in qualsiasi guerra (e magari non aver mai visto neanche un film di quel genere…).

In pratica ci viene detto che quando qualcuno dei tanti soldati coreani muore – tra un assalto a una trincea, un drone killer, un colpo di bazooka, in mezzo alla neve e ciabattando nel fango… – scatta un “cancellatore di volti” con la sua tanichetta di benzina che (sotto il fuoco ucraino, in mezzo al fango, ecc) corre a fare il suo terribile lavoro. Come se si stesse a sbianchettare un documento di testo seduti in redazione, no?

E questi “sbianchettatori di volti” sarebbe così bravi da non perdersi neanche un nordcoreano morto tra le migliaia di soldati russi e non che – secondo i bollettini stampa di Kiev – fanno la stessa fine ogni giorno.

Neanche il super-efficiente esercito ucraino – sempre stando alle note di quel ministero della difesa – riuscirebbe ad acchiapparne uno, né vivo né morto, prima che uno “sbianchettatore” compia la sua opera (rivelando con le fiamme anche la sua posizione, praticamente un suicida…).

Vabbè... Ormai lo abbiamo capito piuttosto bene che la “professionalità” del giornalismo mainstream è un ricordo di altri tempi, o un pregio di pochissimi e perciò notevoli inviati. Però anche come barzellettieri sono veramente arrivati alla frutta…

Ragazzi, se le sparate di così stupide i lettori finiranno con non credere più a nulla di quel che dite, neanche i risultati delle partite. Se non alzate il livello il direttore farà bene a licenziarvi...

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14/12/2024

Guerra in Ucraina - I soldati nordcoreani ci sono davvero?

Tutti ne parlano ma nessuno li ha mai visti in azione rileva InsideOver. Da qualche mese allarmi a intensità e numeri variabili: cento, mille o forse più di diecimila soldati nordcoreani operativi in Ucraina al fianco delle forze del Cremlino. Segnalazioni da sospettabili tre fonti: dal National Intelligence Service (NIS), la principale agenzia di intelligence della Corea del Sud; dagli 007 ucraini; e infine dal Pentagono ad aggiustare il tiro su un’indiscrezione che ormai era stata ripresa da tutto il mondo.

La strana storia dei militari nordcoreani in Ucraina

Indiscrezione-notizia secondo cui Kim Jong Un avrebbe inviato in Russia, nella regione di Kursk, 11-12mila militari per aiutare il suo alleato, Vladimir Putin, a rimpinguare le fila del proprio esercito impegnato a combattere contro Kiev. Lo abbiamo rilanciato anche noi, Remocontro. Ora Federico Giuliani ci aiuta in una difficile verifica: «al netto di voci e avvertimenti, non sono fin qui emerse prove ufficiali in grado di confermare la reale presenza di migliaia di soldati nordcoreani in Ucraina, né, soprattutto, di accertare la loro rilevanza militare sul campo».

I dubbi della stessa BBC

Persino la BBC ha iniziato a farsi qualche domanda. «Nonostante settimane di resoconti secondo cui circa 10.000 soldati nordcoreani sarebbero stati inviati a Kursk per unirsi alla controffensiva russa, i soldati con cui siamo stati in contatto non li hanno ancora incontrati», ha scritto Paul Adams in un reportage realizzato in Ucraina. Adams ha cercato di capire meglio cosa stesse accadendo, ha chiesto informazioni ai militari ucraini ma si è sentito rispondere in maniera emblematica. «Non ho visto né sentito nulla sui coreani, vivi o morti. È molto difficile trovare un coreano nella foresta oscura di Kursk», gli ha spiegato un soldato ucraino.

Eppure l’esercito ucraino ha diffuso quelle che ha presentato come intercettazioni di comunicazioni radio nordcoreane. I militari di Kiev hanno poi ricevuto l’ordine di catturare prigionieri nordcoreani, preferibilmente con documenti, dietro le promesse di importanti ricompense.

L’ennesimo nuovo ministro ucraino

All’inizio di novembre il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, annunciava i primi scontri a fuoco con gruppi di soldati inviati da Kim. Zelensky aggiungeva che queste «prime battaglie con la Corea del Nord avrebbero aperto un nuovo capitolo di instabilità nel mondo». Sarebbero arrivate conferme da parte di non meglio specificate fonti statunitensi riprese da Reuters e altre agenzie, mentre Seoul specificava di «non credere che le truppe di entrambe le parti siano state impegnate in un combattimento diretto, bensì di ritenere che si fosse verificato un ‘incidente’ che avrebbe coinvolto un piccolo numero di soldati nordcoreani ‘vicino alla linea del fronte’». Ma ci sono o non ci sono?

«Indossano uniformi russe, stanno seguendo un addestramento tattico e vengono schierati sotto vari comandi dell’esercito russo in prima linea», ha insistito Umerov. La notizia dei soldati di Kim al fianco dei russi contro gli ucraini era stata confermata anche dalla Nato e dal suo neo segretario Mark Rutte. C’è però un piccolo, grande, problema: dove sono davvero i nordcoreani? Se, come ritengono alcune fonti, ci sono stati degli scontri, che fine hanno fatto i soldati asiatici uccisi? Nessuno li ha fotografati o ne ha recuperato i corpi? Ancora: perché non ci sono video chiari che dimostrino l’effettiva presenza di contingenti militari nordcoreani sulla linea del fronte? In rete circolano alcune clip molto ambigui. Insomma, non sono fin qui emerse prove ufficiali e nitide a confermare la presenza di militari nordcoreani in Ucraina.

La delegazione nord coreana che diventano esercito

«È probabile, quasi certo, che Kim abbia inviato alcuni alti funzionari in Russia – così come migliaia di lavoratori, forse impegnati nel Donbass – ma, da qui a parlare di “truppe nordcoreane in azione”, il salto in avanti è forse troppo precipitoso. La certezza è che Mosca ha quasi travolto gli ucraini a Kursk. Con o, come sembra, senza un decisivo contributo delle fantomatiche forze speciali di Kim» precisa Federico Giuliani.

«Certo, la narrazione dei nordcoreani al confine dell’Europa fa comodo a tutti: a Kiev, che così può sventolare l’ombra di un nuovo nemico; allo stesso Cremlino, che inganna la Nato su altro nemico in campo; alla Corea del Nord, che dal canto suo potrebbe aver inviato qualcuno – e qualche arma – in Ucraina per prendere nota su scontri e battaglie vere da cui imparare».

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02/11/2024

Guerra in Ucraina - Truppe di Kiev arretrano nel Donetsk. Russi alle porte di Pokrovsk

Le Forze armate russe hanno conquistato Leonidivka, si tratta dell’ultimo successo militare di Mosca nella regione di Donetsk negli ultimi giorni in cui hanno preso il controllo anche di Selidove, Hirnyk, Tsukuryne e Izmailivk.

Il mese di ottobre è stato di quello maggior successo militare per la Russia da luglio 2022. Dopo mesi di linee del fronte per lo più stagnanti, le truppe russe hanno sfondato nella regione del Donbass costringendo ad arretrare le forze ucraine. Secondo il New York Times, i russi hanno preso il controllo di almeno 160 miglia quadrate (414 kmq) di territorio e stanno conquistando altre città e località strategiche.

Gli esperti dubitano che il previsto aumento delle spese militari possa ribaltare a favore di Kiev l’andamento della guerra nelle regioni orientali. Il bilancio ucraino proposto per il 2025 prevede uno stanziamento di circa il 26% del Pil per la difesa. Le spese militari cresceranno di 1,6 miliardi di dollari rispetto al 2024, raggiungendo circa 53,4 miliardi di dollari.

L’obiettivo fondamentale dei russi nel Donbass è prendere la città ferroviaria di Pokrovsk, per ostacolare seriamente la capacità dell’Ucraina di rifornire le sue forze nella regione. Pokrovsk è una delle roccaforti del fronte orientale dell’Ucraina. La sua posizione geografica non solo la rende uno degli hub logistici più importanti, ma è anche vicina a quella che è vista come la retroguardia profonda dell’Ucraina. Dnipro, con una popolazione di circa 1 milione di persone, dista solo due ore di auto da Pokrovsk. Per Kiev, perdere Pokrovsk significherebbe anche avere la guerra più vicina all’Ucraina centrale e alle sue retrovie più protette.

Per Mosca, l’importanza di Pokrovsk è enorme. Solo 17.000 dei 60mila abitanti vivono ancora nella città, che è stata quasi distrutta dai bombardamenti continui. Tuttavia, le rovine di Pokrovsk si trovano a soli 20 chilometri dal confine amministrativo della regione di Donetsk, la linea che il Cremlino si è dato come obiettivo.

Gli esperti affermano che i progressi della Russia nel mese scorso sono dovuti a diversi fattori. L’Ucraina starebbe perdendo terreno anche a causa dell’impiego da parte della Russia di missili e razzi a guida computerizzata e della mancanza di fortificazioni ucraine nella regione. Kiev inoltre soffre di una cronica mancanza di truppe fresche. Per questo ha avviato una nuova campagna di mobilitazione, per reclutare altri 160.000 soldati: questo piano incontra resistenze sempre più forti tra la popolazione.

A sostegno della Russia sono pronti almeno 10.000 soldati nordcoreani, ora in fase di addestramento, che verranno impiegati in prevalenza nella regione di Kursk, in territorio russo, dove è in corso da alcuni mesi una offensiva ucraina. La Corea del Nord difende la sua decisione di assistere militarmente la Russia, contestata dagli Stati Uniti e gli altri alleato di Kiev. In una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’ambasciatore nordcoreano Kim Song ha affermato il diritto delle nazioni a “sviluppare relazioni bilaterali in tutti i campi”.

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30/10/2024

Siglata l’alleanza strategica tra Russia e Corea del Nord

La Duma di Stato, ossia il Parlamento della Federazione russa, ha ratificato l’accordo per il partenariato strategico globale tra la Federazione e la Repubblica popolare democratica di Corea, o Corea del Nord, come viene denominata in Occidente.

La notizia è stata divulgata direttamente dal sito del Parlamento russo, con un comunicato datato 24 ottobre. Il documento, presentato direttamente da Vladimir Putin, aveva superato il primo giro di firme lo scorso 19 giugno a Pyongyang.

L’accordo tra Russia e Corea del Nord

L’accordo, si apprende, prevede il mantenimento di un partenariato tra i due Paesi basato sui principi del rispetto reciproco della sovranità, dell’integrità territoriale e della non ingerenza negli affari interni.

Inoltre, le parti hanno ribadito la loro volontà di rafforzare la stabilità strategica globale e promuovere un sistema multipolare di relazioni internazionali.

“Le relazioni tra la Federazione russa e la Corea del Nord a livello parlamentare si stanno sviluppando nel quadro della cooperazione tra le parti”, ha affermato il presidente della Duma di Stato Vyacheslav Volodin.

“Sia Russia Unita che il Partito Comunista [i due partiti alla guida rispettivamente di Russia e Corea del Nord] stanno facendo molto per rafforzare la comprensione reciproca e la dimensione parlamentare, che permette una maggior comprensione. Per noi è importante che le relazioni si sviluppino ulteriormente”, ha aggiunto Volodin.

Le notizie sulle truppe nordcoreane in territorio russo

La notizia è di particolare rilievo in relazione al “panico” generato sui (o forse dovremmo dire dai...) media occidentali sui presunti preparativi di effettivi dell’esercito nordcoreano da spedire al fronte ucraino.

Nel recente summit dei Brics+ avvenuto a Kazan, Putin non ha né smentito né confermato le varie indiscrezioni. Ha però messo in guardia la Nato, facendo intendere che l’alleanza con Pyongyang (e l’addestramento di truppe nordcoreane in territorio russo) potrebbe essere una risposta simmetrica alla presenza occidentale tra le file ucraine.

Solo ieri infatti nella regione di Bryansk è stata documentata la presenza di soldati statunitensi, canadesi e polacchi in un gruppo di sabotaggio respinto nel tentativo di oltrepassare il confine tra Russia e Ucraina.

Alleati militari

Sull’accordo è tornato anche il viceministro degli Esteri russo Andrey Rudenko. Rudenko ha dichiarato che questo accordo eleva la partnership tra Russia e Corea del Nord allo status di alleanza e che prevede assistenza militare in caso di aggressione a una delle parti.

“Se la Russia o la Corea del Nord si troveranno in uno stato di guerra, la clausola sull’assistenza in caso di attacco nel Trattato di partenariato strategico globale sarà messa in vigore”, ha detto Rudenko a Zvezda.

“L’accordo eleva le relazioni tra la Federazione Russa e la Corea del Nord al livello di un’alleanza, è di natura quadro e copre tutte le aree della nostra interazione”.

Sempre a Kazan, tuttavia, Putin ha fatto intendere tra le righe che la suddetta clausola posta nell’articolo 4 – l’equivalente dell’articolo 5 in ambito Nato – non è stata ancora attivata.

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20/07/2024

Il Giappone si prepara a scenari di guerra nel Pacifico

“Il Giappone sta affrontando l’ambiente di sicurezza più severo e complesso dalla fine della Seconda guerra mondiale. Non si può escludere che una situazione seria simile all’aggressione della Russia contro l’Ucraina possa verificarsi in futuro nella regione indo-pacifica, in particolare nell’Asia orientale”.

Questo è quanto afferma il documento intitolato Defense of Japan 2024 del governo giapponese reso noto in questi giorni. Gli analisti ritengono che, senza menzionare espressamente la Cina, questo passaggio del Libro bianco sia chiaramente un riferimento ad una possibile guerra intorno alla questione di Taiwan.

La prima parte del documento descrive la situazione di sicurezza che circonda il Giappone, sempre più tesa a causa della prolungata offensiva russa in Ucraina, della crescente pressione militare della Cina sulla citata Taiwan e dell’impiego di armi nucleari tattiche da parte della Corea del Nord.

Il Libro Bianco Defense of Japan 2024 esprime anche “seria preoccupazione” per la posizione estera di Pechino e per le sue crescenti attività militari. La Cina, secondo i giapponesi, presenta “una sfida strategica senza precedenti e la più grande a cui il Giappone dovrebbe rispondere con il suo potere nazionale globale e in cooperazione e collaborazione con i suoi alleati, i paesi che la pensano allo stesso modo e altri”.

“Stabilizzare la situazione attorno a Taiwan è importante non solo per la sicurezza nazionale del Giappone, ma anche per la stabilità della comunità internazionale. Pertanto, è necessario che prestiamo molta attenzione alla situazione con un senso di crisi più che mai”, si legge ancora nel documento. E ancora: Tokyo ha espresso serie preoccupazioni circa l’ulteriore rafforzamento della cooperazione tra Pechino e la Russia, compreso l’intensificazione delle esercitazioni militari congiunte Cina-Russia attorno al Giappone.

Per quanto riguarda la Corea del Nord, il Libro bianco della Difesa giapponese afferma che le attività militari del paese del Nord-Est asiatico continuano a rappresentare “una minaccia ancora più grave e imminente per la sicurezza nazionale del Giappone che mai”, sottolineando i rapidi progressi di Pyongyang nello sviluppo nucleare e missilistico. In particolare, il documento di quest’anno ha sottolineato che Pyongyang si sta concentrando sul miglioramento della qualità delle sue capacità in materia di armi nucleari attraverso nuovi missili a combustibile solido e satelliti spia.

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