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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/12/2024

I soldati del «dittatore Kim» in Russia già dal 2022? C’è da crederci...

«È morto in ospedale l’unico soldato nordcoreano catturato finora dagli ucraini, il fante che doveva servire a dimostrare il coinvolgimento del dittatore Kim al fianco di Putin» (Corriere della Sera, 28 dicembre 2024).

I media ucraini e sudcoreani hanno pubblicato una foto che avrebbe dovuto mostrare il primo prigioniero nordcoreano catturato dalle forze di Kiev nella regione di Kursk.

A dir poco curioso il fatto, testimoniato da Ukraina.ru, per cui la stessa foto fosse già apparsa online nel 2022. Così che si è dovuti ricorrere a un “correttivo” e, a distanza di ventiquattr’ore, l’agenzia sudcoreana Yonhap, citando fonti di intelligence di Seoul, ha assicurato che l’uomo ritratto nella foto era morto per le ferite riportate.

E, ci tiene a specificare il Corriere, è «morto in ospedale», testimonianza concreta dello spirito “umanistico” dei soldati di Kiev, tutt’altro ceppo che non quei selvaggi discendenti di Rjurik, che abbattono direttamente sul posto i prigionieri feriti... par di vederli.

Dunque: niente testimone e non ci sarà più modo di assicurarsi della faccenda di prima mano. Peccato. Peccato soprattutto per le “fonti” sicure del Corriere della Sera; tanto più che nemmeno Kiev ha confermato ufficialmente la cattura o la morte di nessun militare (o civile) nordcoreano.

Non rimane quindi che basarsi sulle assicurazioni di Vladimir Zelenskij, che lo scorso 14 dicembre, scrivendo in lingua inglese sul suo canale Telegram, assicurava il mondo (e il Corriere) che «i russi hanno iniziato a utilizzare i soldati nordcoreani nelle loro offensive: in numero significativo», tanto che «ci sono già perdite notevoli in questa categoria».

Ovviamente, per pietà cristiana, il nazigolpista-capo evitava di pubblicare anche una sola foto dei presunti soldati nordcoreani uccisi; la caritatevole commiserazione ha impedito al “banderista pacifista” (solo nel 2019 e solo per racimolare voti) di mostrare i caduti nordcoreani, coi «volti bruciati per impedirne il riconoscimento» (Corriere). Tant’è.

Il 17 ottobre, Zelenskij aveva persino indicato in diecimila uomini il numero “esatto” di soldati nordcoreani che, a suo dire, dovevano combattere in Ucraina al fianco delle forze russe e, dopo di lui, il Segretario generale della NATO Mark Rutte aveva specificato che i militari del «dittatore Kim» venivano dislocati nella regione di Kursk per aiutare l’esercito russo a liberarne il territorio e che la cosa doveva «cessare immediatamente». Pena: cosa?

Come corollario, a inizio novembre, Kiev e Seoul accusavano Pyongyang di avere, a loro dire, inviato truppe in alcuni poligoni di addestramento nell’Estremo Oriente russo – Vladivostok, Ussurijsk, Khabarovsk e Blagoveshchensk – per poi essere trasferite nella zona di operazioni. Manco a dirlo, nessuna prova veniva presentata a sostegno di quelle affermazioni.

A questo punto, corre l’obbligo di informare il Corriere della Sera, che il capo del Pentagono, Lloyd Austin, non ha trovato soldati nordcoreani né in Estremo Oriente, né nella zona di operazioni militari e ha specificato di non poter confermare le informazioni di Kiev e Seoul.

Più clemente (nei confronti degli italici pennivendoli) il Segretario di stato, Anthony Blinken che, pur non avendo visto nordcoreani, aveva detto di aspettarseli da un momento all’altro.

Più caustico (e, per parte nostra, siamo propensi a prestargli fede) era parso lo scorso 28 ottobre il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, in occasione dei lanci di missili occidentali sulle regioni russe, secondo cui le isterie occidentali sul sostegno della RPDC alla Russia non sono altro che un «tentativo di giustificare retroattivamente» la presenza dei militari occidentali in Ucraina.

Tutto ciò, aveva detto Lavrov «è parte della guerra ibrida di NATO e UE contro il nostro Paese», dal momento che «senza l’aiuto di specialisti occidentali, senza dati di intelligence spaziale, di cui gli ucraini certamente non dispongono, senza specialisti nella programmazione delle missioni di volo, le truppe di Kiev non possono usare alcuna attrezzatura missilistica».

Ora che, a distanza di un paio di mesi, anche alcuni media occidentali, come Le Monde e Times, parlino apertamente di piani franco-britannici e polacchi per l’invio di mercenari (militari ufficialmente messi in congedo) ai confini ucraini, che dovrebbero entrare in campo già nelle prime settimane del 2025, ci permettiamo di avvertire i redattori del Corriere che, se intendono degnamente silenziare il contributo euro-atlantico in uomini alla “causa ucraina”, allora la canea sui «fantaccini» nordcoreani dovrà tornare a farsi più ululante; non due semplici righe, en passant, tra rimbrotti al «vice zar» Dmitrij Medvedev, ammonimenti sul «solito bluff di Putin» e lagnanze all’indirizzo del premier slovacco Robert Fitso per il suo tradimento “europeista”

Se bruciare i volti «per impedirne il riconoscimento» sembra pratica crudele e, per ciò stesso, perfettamente attribuibile, nella visione delle italiche redazioni, a quei semi-barbari che popolano le regioni iperboree a oriente del Tanai e fino ai margini estremo-orientali delle “terre conosciute”, quali sotterfugi si applicheranno ai civilissimi mercenari celti, franchi, burgundi del XXI secolo «per impedirne» l’identificazione, una volta caduti prigionieri dei feroci opricniki al servizio del novello “Zar”?

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01/10/2024

Le reclute ucraine sono poco addestrate e sopravvivono pochi giorni

L’esercito ucraino soffre di un continuo declino delle capacità delle sue unità di prima linea, poiché le perdite tra le unità addestrate ed esperte hanno alimentato una crescente dipendenza dalle unità di leva con capacità operative molto limitate.

Secondo un rapporto del Financial Times di Londra, il 50-70% delle reclute sopravvive solo pochi giorni in prima linea, soffre di scarsa motivazione ed è incline al panico.

Gli standard di addestramento sono stati così scarsi che non tutti sanno impugnare un’arma. Inoltre, l’esaurimento del numero di maschi considerati in età da combattimento fa sì che l’età media delle reclute mobilitate sia ora di 45 anni.

Il rapporto fa seguito alla dichiarazione del Comandante in capo delle Forze armate ucraine Oleksandr Syrskyi, nominato all’inizio di febbraio, secondo cui le reclute hanno costantemente dimostrato di non avere l’addestramento necessario per le operazioni in prima linea.

Lamentando la completa superiorità tecnologica delle forze russe, Syrskyi ha dichiarato che “il personale è stato sottoposto a soli due mesi di addestramento”, anche se altre fonti hanno indicato che il tempo di addestramento è significativamente inferiore.

Le notizie sull’inadeguatezza degli standard di addestramento delle unità di prima linea sono emerse più volte negli ultimi due anni. Il Wall Street Journal aveva riferito a metà del 2023 che l’esercito ucraino reclutava uomini poveri dai villaggi, li forniva di fucili e uniformi dell’era sovietica e dopo appena due notti in una base li inviava in prima linea.

Quando alcuni coscritti cercarono di firmare un rifiuto ufficiale, sulla base del fatto che non avevano un addestramento adeguato, il sergente maggiore ucraino rispose: “Bakhmut vi insegnerà”, un riferimento alla città del fronte al centro dei combattimenti dell’epoca. Uno dei coscritti protestò per non aver mai impugnato un’arma.

Il WSJ aveva aggiunto che Kiev ha inviato in prima linea “soldati mobilitati e unità di difesa territoriale, a volte con addestramento ed equipaggiamento frammentari, nel tentativo di preservare le brigate addestrate ed equipaggiate dall’Occidente per un’offensiva ampiamente pianificata”.

Le perdite massicce di unità addestrate nelle offensive successive, iniziate nel giugno 2023, hanno ulteriormente aumentato il ricorso ai coscritti.

Il 15 settembre 2023 il tenente colonnello Vitaly Berezhnyon, alto ufficiale di leva della regione ucraina di Poltava, ha rivelato che le unità hanno subito perdite estreme, “su 100 persone che si sono unite alle unità lo scorso autunno, ne rimangono 10-20, il resto sono morti, feriti o disabili”. Questo indica un tasso di perdite dell’80-90% nelle unità di leva nell’ultimo anno.

La dichiarazione di Berezhnyon è tutt’altro che isolata: ad aprile l’ambasciatore ucraino nel Regno Unito ed ex ministro degli Esteri Vadim Pristaiko aveva lamentato perdite di personale catastrofiche: “la nostra politica è stata fin dall’inizio quella di non parlare delle nostre perdite. Quando la guerra sarà finita, lo riconosceremo. Penso che sarà un numero orribile”, aveva dichiarato.

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12/01/2024

Lettere da Stalingrado

Sono le ultime lettere di 39 ufficiali, sottufficiali e soldati, scelte fra le migliaia di ultime lettere scritte fra il dicembre del 1942 e il gennaio del 1943 ai loro cari dai combattenti della Wehrmacht, ormai accerchiati a Stalingrado dalle truppe russe, e portate in Germania dall’ultimo aeroplano tedesco partito da lì prima che i russi rioccupassero l’aeroporto.

Le lettere, che in un primo tempo Hitler pensava di poter utilizzare a scopo di propaganda, finirono invece, quando il ‘Führer’ si rese conto che non erano suscettibili di un tale uso, nell’archivio dell’esercito a Postdam, dove vennero ritrovate al termine della guerra per poi vedere la luce anche nel nostro paese nel 1958, opportunamente selezionate e tradotte, con il titolo di “Ultime lettere da Stalingrado”.

Sono sessantaquattro pagine in tutto, da cui emerge una galleria di formidabili ritratti che si accampano nello scenario apocalittico della battaglia decisiva della seconda guerra mondiale.

Viene subito alla mente, come è ovvio, l’altro volume, ben più folto, delle lettere di partigiani condannati a morte. Sennonché qui l’effetto è forse ancora più struggente, perché noi sappiamo che quegli sventurati non fecero più ritorno, e loro stessi, tranne qualche eccezione, si rendevano conto di essere condannati senza appello.

I combattenti tedeschi, infatti, erano ormai discesi nel gorgo della tempesta, ma gli sguardi erano ancora rivolti alla cara vita, alla cara casa, alla donna lontana, ai sogni del futuro.

Da ciò deriva al loro dramma una potenza di ‘pathos’ e una tensione poetica, quali forse si ritrovano, ai giorni nostri, nei messaggi scambiati dai combattenti ucraini o russi con i loro familiari e con gli amici.

Certo, la scelta è stata fatta da un tedesco e si ispira ad un intento apologetico, poiché neppure una di queste confessioni depone a sfavore di chi scrive.

Tuttavia, malgrado quell’intento, in esse l’orrore del male, che scaturisce dalla costrizione militare e che segue la logica inesorabile della dottrina per cui “homo homini lupus”, si mescola con la ‘pietà omicida’ (un ossimoro che solo la guerra è capace di creare) verso il nemico dilaniato, con gli affetti elementari legati alla famiglia lontana e irraggiungibile e con le considerazioni impietose su quell’amalgama di sangue, di carne umana bruciata, di materia organica e di fango, che prende il nome, allora come oggi, di guerra imperialista per l’accaparramento delle materie prime e per la spartizione delle sfere d’influenza.

Troviamo così, sfogliando con il fiato sospeso le epigrafi di questo cimitero di vivi, il rigido ufficiale che manifesta il suo disprezzo verso i compagni: «…Uno eguale all’altro. Cioè tutti vigliacchi. Non possiamo vincere una guerra con gente come questa e tanto meno questa guerra… Ho imparato in questi quattro mesi certamente di più di quanto non avrei potuto imparare in una vita di cent’anni. Mi rincresce soltanto di dover finire i miei giorni in così miserevole compagnia».

Troviamo perfino chi scrive al padre, pastore protestante, con disperato sarcasmo, e la descrizione sembra attagliarsi perfettamente al quotidiano spettacolo dello sterminio, della deportazione e dell’umiliazione, cui il mondo intero assiste, tra impotenza e indifferenza, nella “terra dei profeti”:

«Dio non si è mostrato quando il mio cuore gridava a lui. Le case erano distrutte, i camerati erano tanto eroici e così vigliacchi quanto me, sulla terra c’erano fame ed omicidio e dal cielo cadevano bombe e fuoco. Soltanto Dio non c’era. No, padre, non c’è nessun Dio. Lo scrivo di nuovo e so che è una cosa terribile e per me irreparabile. E se proprio ci deve essere un Dio è solo presso di voi, nei libri dei salmi e nelle preghiere, nelle pie parole dei preti e dei pastori, nel suono delle campane e nel profumo dell’incenso. Ma a Stalingrado, no».

Proseguendo, troviamo chi è tormentato dall’incubo: «Martedì ho fatto fuori con il mio carro due T-34 che la curiosità aveva spinto oltre le nostre linee. Era un quadro meraviglioso e impressionante. Poi passai davanti ai rottami fumanti. Dallo sportello pendeva giù un corpo, la testa all’ingiù; i piedi erano incastrati e bruciavano fino al ginocchio. Il corpo era vivo, la bocca rantolava.

Il dolore deve essere stato spaventoso e non c’era nessuna possibilità di liberarlo. Anche se fosse stato possibile, sarebbe morto lo stesso fra dolori atroci. Gli ho sparato, mentre le lacrime mi colavano giù dalle guance. Ora piango già da tre notti, per quel carrista russo assassinato da me…».

E troviamo anche una dignità, una generosità e una forza d’animo tali da intimidire: «Sentirai molto la mia mancanza, ma non fuggire gli altri per questo. Lascia passare un paio di mesi, non di più. Gertrud e Claus hanno bisogno di un padre. Non dimenticare che devi vivere per i figli… Guarda bene all’uomo che scegli, sta attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa…».

Né si può tralasciare, eccezionale documento della civiltà nella barbarie, quella scena memorabile, descritta in una di queste lettere, in cui un pianista, «in una piccola strada laterale alla Piazza Rossa, su un pianoforte a coda, ha suonato l’“Appassionata”. Il pianoforte era proprio là sulla strada. La casa era stata fatta saltare, ma lo strumento, certo per compassione, l’avevano sistemato sulla strada. […]

Quelle cento reclute sedevano, nei loro mantelli, le coperte tirate fin sulla testa. Si sentiva sparare da tutte le parti ma nessuno si lasciava distrarre, ascoltavano Beethoven a Stalingrado, anche se non lo capivano».

Così, il significato più profondo e universale di queste testimonianze epistolari si riassume in una parola che supera ogni confine, ogni razza, ogni politica e ogni bandiera: una parola che dice che tutti gli uomini sono uguali:

«Non mi si può far credere che i camerati muoiano con sulle labbra le parole “Deutschland!” o “Heil Hitler!”. Si muore, questo sì, non si può negarlo; ma l’ultima parola è per la mamma o per la persona più cara, oppure è solo un grido di aiuto».

Una volta scossa dai venti impetuosi della storia e dagli eventi bellici della politica internazionale la polvere dell’oblio che le ha ricoperte per motivi più o meno confessabili durante i passati decenni, queste lettere costituiscono una straordinaria lezione dall’inferno, perché parlano di cose a cui nessuno al mondo è estraneo.

Gli italiani poi sono stati direttamente implicati, e con una parte di pesante responsabilità, nella terribile vicenda testimoniata da quelle lettere, anche se le generazioni che l’hanno vissuta in prima persona non sono più fra noi e quelle che le hanno seguite hanno beneficiato a lungo dell’oblio di cui si è detto poc’anzi.

Una lezione straordinaria, dunque, che parla non solo di un periodo lontano che risale ad ottant’anni orsono, ma parla a noi dell’oggi e del domani. Perché se gli italiani avessero saputo dire no al momento opportuno, probabilmente una quantità spaventosa di lacrime e di sangue sarebbe stata risparmiata, e quelle lettere – le ultime scritte da Stalingrado – nessuno le avrebbe scritte mai per il semplice motivo che non ve ne sarebbe stato il bisogno.

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31/10/2023

Ucraini stanchi della guerra

In varie città dell’Ucraina, decine di manifestanti si sono uniti per chiedere una pausa per i soldati che sono stati impegnati sul fronte per 18 mesi o più. Questa richiesta mira a una rotazione delle truppe, come previsto dalla legge prima dell’inizio della guerra.

Questi soldati, mandati al fronte a partire da febbraio 2022, raramente hanno avuto l’opportunità di allontanarsi dal campo di battaglia. La petizione in corso ha già raccolto oltre 25.000 firme, sottolineando l’importanza di garantire ai militari un periodo di riposo sia dal punto di vista fisico che psicologico.

In particolare nel centro di Kiev le famiglie dei militari ucraini si sono riunite per chiedere che i loro cari facciano ritorno a casa dopo 18 mesi di servizio militare. In questa situazione, la guerra con la Russia si avvicina al suo secondo anno.

Mogli, madri, figli e parenti hanno gridato “smobilitare i soldati” e hanno chiesto al governo di approvare una legge che dia ai militari la possibilità di decidere se lasciare il servizio dopo un anno e mezzo.

È importante notare che l’Ucraina ha ordinato una mobilitazione generale della popolazione maschile tra i 25 e i 60 anni, con la stragrande maggioranza dei cittadini che si è arruolata nell’esercito come volontari all’inizio dell’operazione militare russa nel febbraio 2022.

Queste richieste da parte delle famiglie dei soldati mettono in evidenza una situazione di forte stress dei soldati ucraini al fronte, che sono costretti a combattere in condizione di inferiorità numerica e per di più impegnati in una controffensiva che ormai appare aver perso slancio e speranza di successo.

Per saperne di più:

Stanchezza fra i soldati ucraini, si raccolgono firme per una pausa

I parenti dei soldati ucraini: “Smobilitateli”

Fonte

10/03/2015

Morti, Invisibili e donne del Sahel

Lo hanno chiamato Ramses che forse era un faraone nero. Faceva il militare di carriera nel suo paese. Uno di quelli che cingono il Sahel come un  manto dorato di sabbia e savana. Non sapeva che lo avrebbero destinato a torturare i dissidenti e i criminali comuni. Non sospettava che la prigione si trovasse nascosta nel palazzo del presidente. Pensava di fare carriera come un comune militare che si riempie di gloria sui campi di battaglia creati dai potenti. Era fiero del suo mestiere e dell’altro che aveva imparato negli anni. Muratore e imbianchino per sopravvivere caso mai arrivi la pace. Lo hanno portato dove non sapeva. Ha visto e imparato come torturare gli uomini. Quindici il primo giorno e dieci il secondo. Con le macchine elettriche e con piastre roventi che fungevano da pressatoio. Ramses ne ha avuto abbastanza perché non si credeva più umano neppure lui. E' fuggito dalla tortura col terrore di essere lui stesso torturato. Nessuno doveva sapere, neppure lui.

Continuano a morire lontano dalla capitale. Lontano dai riflettori dei media. Lontano dai centri di potere. Muoiono uccisi lontano alla frontiera. Si muore sempre alla frontiera di qualcosa o di qualcuno. Uccisi dalla mano armata di Boko Haram. I massacri erano iniziati a Bosso e poi a Diffa. Una bomba di un aereo non ancora identificato ne ha uccisi 39 ad Abadam. Poi ancora 9 e almeno 7 a Karounga sul lago Tchad. Due sono saltati su una bomba e di loro non si sa nulla. Ci si è stancati dei lutti nazionali perché sarebbe come un calendario funebre permanente. Per i poveri non c’è né  tempo né spazio, a parte i cimiteri. L'unica marcia cittadina è costata qualcosa come un miliardo di franchi locali. Bisognava pagare molti perché marciassero e altri perché andassero a morire per la patria. Lontani dagli occhi e dal cuore. I morti di Agadez, Arlit, della prigione civile di Niamey, di Tillabery e di quelli sconosciuti perché lontani. E anche lontani perché sconosciuti.

Mamadou e suo fratello Coulibay erano partiti e tornati assieme. Uno meccanico e l'altro commercialista di merci ancora inesistenti. Entrambi si sono venduti la motocicletta per pagarsi il viaggio fino in Algeria. Tornano con un paio di zaini, frastornati dalla polvere e dalle guardie di confine. Il poco che avevano per viaggiare è finito nelle loro tasche. Mancano i documenti oppure non sono in regola. Oppure sono a posto ma manca il certificato di vaccinazione. In ultimo mancherà sempre qualcosa, un visto di transito, un bollo o un certificato. Altri, per andare altrove si erano venduti la casa, i terreni, gli affetti e il passato. Si giocano tutto per un viaggio senza fine. I bambini stanno nel mezzo e le donne incinte tessono precari migranti da esportazione. Ogni tanto qualcuno è deportato da un'altra parte oltre il confine. E torna al mittente non appena cambia la direzione del vento. C'è poi chi non ha più nulla da vendere e proprio allora comincia a viaggiare.

Il mese di marzo ci sono le donne. Per le ONG è una bella occasione per fare le magliette ricamate di colori. Per quelle sotto il titolo di rifugiate c'è un vestito comune da esibire. Segue un brindisi con un discorso sull'importanza delle donne che quando se ne educa una si educa l’intera nazione. Per un giorno questo lo sanno tutti. Negli altri giorni ci si sposa presto e si comincia ancora prima a fare figli per mantenere alta la media nazionale. Nell'ultimo censimento del Niger le donne sono risultate più della metà della popolazione. La povertà tocca il 48% del paese ed è concentrata soprattutto nelle campagne. Le donne a morire di parto sono 535 su centomila e le ostetriche diplomate sono 879 in tutto. Per le donne la speranza di vita è di 60,5 anni. Uno in più degli uomini che a marzo le sposano dopo la festa.

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