Sono le ultime lettere di 39 ufficiali, sottufficiali e soldati, scelte fra le migliaia di ultime lettere scritte fra il dicembre del 1942 e il gennaio del 1943 ai loro cari dai combattenti della Wehrmacht, ormai accerchiati a Stalingrado dalle truppe russe, e portate in Germania dall’ultimo aeroplano tedesco partito da lì prima che i russi rioccupassero l’aeroporto.
Le lettere, che in un primo tempo Hitler pensava di poter utilizzare a scopo di propaganda, finirono invece, quando il ‘Führer’ si rese conto che non erano suscettibili di un tale uso, nell’archivio dell’esercito a Postdam, dove vennero ritrovate al termine della guerra per poi vedere la luce anche nel nostro paese nel 1958, opportunamente selezionate e tradotte, con il titolo di “Ultime lettere da Stalingrado”.
Sono sessantaquattro pagine in tutto, da cui emerge una galleria di formidabili ritratti che si accampano nello scenario apocalittico della battaglia decisiva della seconda guerra mondiale.
Viene subito alla mente, come è ovvio, l’altro volume, ben più folto, delle lettere di partigiani condannati a morte. Sennonché qui l’effetto è forse ancora più struggente, perché noi sappiamo che quegli sventurati non fecero più ritorno, e loro stessi, tranne qualche eccezione, si rendevano conto di essere condannati senza appello.
I combattenti tedeschi, infatti, erano ormai discesi nel gorgo della tempesta, ma gli sguardi erano ancora rivolti alla cara vita, alla cara casa, alla donna lontana, ai sogni del futuro.
Da ciò deriva al loro dramma una potenza di ‘pathos’ e una tensione poetica, quali forse si ritrovano, ai giorni nostri, nei messaggi scambiati dai combattenti ucraini o russi con i loro familiari e con gli amici.
Certo, la scelta è stata fatta da un tedesco e si ispira ad un intento apologetico, poiché neppure una di queste confessioni depone a sfavore di chi scrive.
Tuttavia, malgrado quell’intento, in esse l’orrore del male, che scaturisce dalla costrizione militare e che segue la logica inesorabile della dottrina per cui “homo homini lupus”, si mescola con la ‘pietà omicida’ (un ossimoro che solo la guerra è capace di creare) verso il nemico dilaniato, con gli affetti elementari legati alla famiglia lontana e irraggiungibile e con le considerazioni impietose su quell’amalgama di sangue, di carne umana bruciata, di materia organica e di fango, che prende il nome, allora come oggi, di guerra imperialista per l’accaparramento delle materie prime e per la spartizione delle sfere d’influenza.
Troviamo così, sfogliando con il fiato sospeso le epigrafi di questo cimitero di vivi, il rigido ufficiale che manifesta il suo disprezzo verso i compagni: «…Uno eguale all’altro. Cioè tutti vigliacchi. Non possiamo vincere una guerra con gente come questa e tanto meno questa guerra… Ho imparato in questi quattro mesi certamente di più di quanto non avrei potuto imparare in una vita di cent’anni. Mi rincresce soltanto di dover finire i miei giorni in così miserevole compagnia».
Troviamo perfino chi scrive al padre, pastore protestante, con disperato sarcasmo, e la descrizione sembra attagliarsi perfettamente al quotidiano spettacolo dello sterminio, della deportazione e dell’umiliazione, cui il mondo intero assiste, tra impotenza e indifferenza, nella “terra dei profeti”:
«Dio non si è mostrato quando il mio cuore gridava a lui. Le case erano distrutte, i camerati erano tanto eroici e così vigliacchi quanto me, sulla terra c’erano fame ed omicidio e dal cielo cadevano bombe e fuoco. Soltanto Dio non c’era. No, padre, non c’è nessun Dio. Lo scrivo di nuovo e so che è una cosa terribile e per me irreparabile. E se proprio ci deve essere un Dio è solo presso di voi, nei libri dei salmi e nelle preghiere, nelle pie parole dei preti e dei pastori, nel suono delle campane e nel profumo dell’incenso. Ma a Stalingrado, no».
Proseguendo, troviamo chi è tormentato dall’incubo: «Martedì ho fatto fuori con il mio carro due T-34 che la curiosità aveva spinto oltre le nostre linee. Era un quadro meraviglioso e impressionante. Poi passai davanti ai rottami fumanti. Dallo sportello pendeva giù un corpo, la testa all’ingiù; i piedi erano incastrati e bruciavano fino al ginocchio. Il corpo era vivo, la bocca rantolava.
Il dolore deve essere stato spaventoso e non c’era nessuna possibilità di liberarlo. Anche se fosse stato possibile, sarebbe morto lo stesso fra dolori atroci. Gli ho sparato, mentre le lacrime mi colavano giù dalle guance. Ora piango già da tre notti, per quel carrista russo assassinato da me…».
E troviamo anche una dignità, una generosità e una forza d’animo tali da intimidire: «Sentirai molto la mia mancanza, ma non fuggire gli altri per questo. Lascia passare un paio di mesi, non di più. Gertrud e Claus hanno bisogno di un padre. Non dimenticare che devi vivere per i figli… Guarda bene all’uomo che scegli, sta attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa…».
Né si può tralasciare, eccezionale documento della civiltà nella barbarie, quella scena memorabile, descritta in una di queste lettere, in cui un pianista, «in una piccola strada laterale alla Piazza Rossa, su un pianoforte a coda, ha suonato l’“Appassionata”. Il pianoforte era proprio là sulla strada. La casa era stata fatta saltare, ma lo strumento, certo per compassione, l’avevano sistemato sulla strada. […]
Quelle cento reclute sedevano, nei loro mantelli, le coperte tirate fin sulla testa. Si sentiva sparare da tutte le parti ma nessuno si lasciava distrarre, ascoltavano Beethoven a Stalingrado, anche se non lo capivano».
Così, il significato più profondo e universale di queste testimonianze epistolari si riassume in una parola che supera ogni confine, ogni razza, ogni politica e ogni bandiera: una parola che dice che tutti gli uomini sono uguali:
«Non mi si può far credere che i camerati muoiano con sulle labbra le parole “Deutschland!” o “Heil Hitler!”. Si muore, questo sì, non si può negarlo; ma l’ultima parola è per la mamma o per la persona più cara, oppure è solo un grido di aiuto».
Una volta scossa dai venti impetuosi della storia e dagli eventi bellici della politica internazionale la polvere dell’oblio che le ha ricoperte per motivi più o meno confessabili durante i passati decenni, queste lettere costituiscono una straordinaria lezione dall’inferno, perché parlano di cose a cui nessuno al mondo è estraneo.
Gli italiani poi sono stati direttamente implicati, e con una parte di pesante responsabilità, nella terribile vicenda testimoniata da quelle lettere, anche se le generazioni che l’hanno vissuta in prima persona non sono più fra noi e quelle che le hanno seguite hanno beneficiato a lungo dell’oblio di cui si è detto poc’anzi.
Una lezione straordinaria, dunque, che parla non solo di un periodo lontano che risale ad ottant’anni orsono, ma parla a noi dell’oggi e del domani. Perché se gli italiani avessero saputo dire no al momento opportuno, probabilmente una quantità spaventosa di lacrime e di sangue sarebbe stata risparmiata, e quelle lettere – le ultime scritte da Stalingrado – nessuno le avrebbe scritte mai per il semplice motivo che non ve ne sarebbe stato il bisogno.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/01/2024
02/02/2023
Stalingrado e la divulgazione liberale della storia
Si avvicina l’80° anniversario della storica vittoria dell’Unione Sovietica a Stalingrado. Ci sembra corretto parlare di vittoria dell’Unione Sovietica, e non soltanto dell’Esercito Rosso, strettamente inteso, sulla Wehrmacht: sin dall’inizio dell’invasione dei tre Gruppi d’armate nazisti, l’intero popolo sovietico, e in particolare quello russo, rispose alla mobilitazione.
Dalle decine di migliaia di russi, ucraini, bielorussi, inquadrati nelle grandi formazioni partigiane operanti nelle regioni occupate dai nazisti; ai milioni di tecnici e operai che, dalle fabbriche evacuate a est sfornavano armamenti, equipaggiamenti, rifornimenti alimentari per il fronte; dai kolkhozniki che dalle Repubbliche centro-asiatiche fornivano il necessario per il funzionamento di quelle fabbriche, mentre accoglievano le centinaia di migliaia di vecchi e bambini sfollati; alla popolazione della Repubblica popolare mongola che, pur non facendo parte dell’URSS e memore dell’aiuto prestato dall’Esercito Rosso contro l’aggressione giapponese nel 1938 e 1939, fornì al fronte molto più di quanto non facessero gli USA con il Lend-Lease: centinaia di migliaia di cavalli, lana, vestiario, cibo e altro materiale.
Molto è già stato ricordato e molto ancora verrà detto, in questi giorni, a proposito della storica vittoria: sia dal punto di vista della ricostruzione storica, che da quello del suo significato politico, con inevitabili rimandi alla situazione attuale.
Qui vorremmo semplicemente soffermarci su alcuni punti che ciclicamente tornano a galla, quando si parla non solo della vittoria sovietica a Stalingrado, ma anche, in generale, dell’intera condotta sovietica della guerra, delle scelte strategiche e tattiche del Comando supremo, del prezzo pagato dai sovietici per una vittoria ottenuta – questo il mantra spicciolo più diffuso – «nonostante Stalin», nonostante «le stragi commesse da Stalin tra i comandanti dell’Armata Rossa», a dispetto di «un regime terribile che molti soldati odiavano», e via dicendo.
Queste considerazioni, divenute da tempo un assioma anche in certa sinistra, sono state così capillarmente instillate nel senso comune, che sembrano non aver bisogno di alcuna prova documentaria a sostegno: è così; è sufficiente ricordarlo; con un regime “totalitario” guidato da un “tiranno” non poteva che essere così; punto.
Queste e altre sentenze ce le hanno reiterate centinaia di volte, gli autori più diversi: devono essere per forza vere! E hanno ricevuto tanta più conferma – ecco un’altra formula mistica – con “l’apertura degli archivi sovietici”, come se ancora non fosse chiaro quali e quanti “documenti storici” siano stati prodotti di sana pianta in Russia negli anni ’90 e incasellati in quegli archivi.
Per quanto ci riguarda, tutte quelle formule le abbiamo udite anche in bocca a storici cosiddetti divulgativi, forse un po’ troppo spesso presi a modello anche a sinistra. Sarà il caso di spenderci qualche parola, anche perché, nonostante il tema centrale sia “Stalingrado”, ogni riflessione parte necessariamente dall’inizio dell’aggressione nazista all’URSS, il 22 giugno 1941.
E, per arrivare a Stalingrado e a quella che qualcuno chiama “calderone”, o più esattamente sacca (in lingua tedesca, Kessel = caldaia, paiolo; ma, in termini militari: sacca, e Kesselschlacht = battaglia di accerchiamento. Anche in lingua russa, kotël = caldaia; ma, ugualmente si intende una sacca, l’accerchiamento di consistenti forze nemiche) in cui finirono un quarto di milione di soldati della Wehrmacht, c’è da passare dalla ritirata fino alle porte di Mosca, poi dalla controffensiva di dicembre e poi ancora attraverso una serie di scontri che, per buona parte del 1942, videro l’Esercito Rosso in grave difficoltà.
Fino, appunto, alla svolta dell’autunno-inverno del ’42 e alla vittoria di Stalingrado del 2 febbraio 1943.
Una vittoria che, più e oltre che sul piano militare, pesò su quello politico e di massa: la Wehrmacht non era più invincibile e quei generali sovietici che avevano ceduto città dopo città, cominciarono a ragionare in termini di vittoria.
Concretamente, la battaglia che avrebbe veramente segnato la svolta definitiva della guerra, dopo alterne vicende nell’area di Khar’kov, si sarebbe combattuta, nel luglio successivo, attorno al “saliente” di Kursk, tanto da provocare l’allarme anglo-americano per una veloce avanzata sovietica, avversa ai loro piani, e convincere gli “alleati” ad affrettare lo sbarco in Sicilia, con la conseguente caduta di Mussolini.
Per la verità, che l’Esercito Rosso non fosse affatto disposto a seguire l’esempio franco-inglese del 1940 e farsi battere in poco più di un mese nella “strana guerra”, lo aveva dimostrato la resistenza attorno a Smolensk, che trattenne per quasi due mesi l’avanzata tedesca.
Questo, tanto per ricordare agli storici “divulgativi” che ci raccontano che «nelle prime settimane di invasione i tedeschi avanzavano a velocità folle» in territorio sovietico, come, di fatto, se le divisioni corazzate tedesche, tra 22 giugno e 10 luglio ’41, coprirono i primi 700 km tra Brest e Smolensk alla velocità di 34 km al giorno (con punte di 70 km: coprirono i 350 km da Brest a Minsk in cinque giorni e i successivi 350 in circa dieci giorni) già in settembre, conclusa la battaglia di Smolensk, coprirono ancora 300 km alla velocità di 3,7 km e i rimanenti 30 km fino alla battaglia di Mosca con un’avanzata di 2 km al giorno.
E si può dire che senza lo spostamento delle frontiere di 300 km verso ovest, dato dall’Accordo di non aggressione sovietico-tedesco, (che aveva permesso di riunire all’URSS le regioni occidentali di Bielorussia e Ucraina, fino al 17 settembre 1939 occupate dalla Polonia) tanto esecrato in campo liberale, la battaglia attorno a Smolensk si sarebbe forse combattuta attorno a Mosca, e non è chiaro come sarebbe finita, non solo per l’URSS, ma anche per le “democrazie occidentali”.
Dai documenti tedeschi sulle perdite umane della Wehrmacht, emerge che nei primi sessanta giorni di guerra sul fronte orientale, l’esercito tedesco perse tanti soldati quanti ne aveva persi nei precedenti 660 giorni su tutti i fronti, cioè durante gli attacchi a Polonia, Francia, Belgio, Olanda, Norvegia, Danimarca, Jugoslavia, Grecia, comprese le battaglie per Dunkerque e in Nord Africa.
Viktor Čečevatov scrive che, il 28 agosto 1941, un rapporto al Capo di stato maggiore delle forze di terra tedesche, generale Franz Halder, recitava: «Unità del 3° Gruppo Panzer: la 7° Divisione Panzer ha il 24% del numero iniziale di carri armati. Il resto delle divisioni di questo gruppo, in media, ha il 45% di carri. Le unità del 1° Gruppo Panzer hanno perso in media il 50% dei loro carri. Le unità del 2° Gruppo Panzer, in media, hanno il 45% dei carri».
In tutta la guerra, l’Esercito Rosso liquidò 607 Divisioni nemiche, mentre USA e Inghilterra soltanto 176 su tutti fronti. È così che «i tedeschi avanzavano a velocità folle».
Ora, non è possibile negare vari errori di valutazione da parte dei comandi sovietici, su dove si dovesse attendere il colpo principale nazista, se attraverso la Lituania, per puntare su Minsk e quindi direttamente su Mosca, oppure contro il Fronte meridionale sovietico, attraverso l’Ucraina e verso sud: dunque, su quale dei fronti dovesse concentrarsi il grosso della difesa sovietica.
Così pure, non è possibile negare una certa sprovvedutezza, ad esempio, nel fatto che, quando ancora non erano state completate le fortificazioni sulla nuova frontiera, si procedeva già a sguarnire le vecchie linee difensive.
In prossimità dell’ultimo periodo prebellico, si procedette alla contemporanea riorganizzazione dei principali generi di truppe nelle Regioni militari frontaliere, col risultato che, al momento dell’aggressione tedesca, si trovarono incompleti unità e reparti di fanteria, corazzati, motorizzati, ecc.
Inoltre, nonostante si tenesse conto dell’esperienza dell’attacco tedesco a ovest, ci si preparava a un inizio di guerra più “diluito” nel tempo, così che nel settore di penetrazione, in cui si concentrò il colpo principale tedesco, la Wehrmacht disponeva di una superiorità di 3-4 a 1.
Nelle considerazioni dello Stato Maggiore sovietico, si diceva che il nemico avrebbe avuto bisogno di almeno 15 giorni per lo spiegamento strategico delle forze principali d’attacco e che le prime azioni belliche avrebbero coinvolto solo parte delle forze, lungo le frontiere; e questo, nonostante le conclusioni teoriche secondo cui la caratteristica distintiva delle operazioni tedesche a ovest, era stata il loro avvio fulmineo, con la totalità delle forze già completamente dispiegate ancor prima dell’inizio dell’attacco.
È accertato che lo Stato Maggiore tedesco conosceva perfettamente la linea messa a punto da Mikhail Tukhachevskij e seguita anche dopo il suo smascheramento, di affrontare le forze nemiche con le truppe di frontiera, senza avere alle spalle le forze principali già dispiegate. E molto altro ancora.
Ma com’è che i comandi militari sovietici commisero quegli errori? La “spiegazione” ce la fornisce un altro assioma caro a quegli stessi storici “divulgativi”: «è colpa di Stalin, è colpa delle stragi commesse da Stalin tra i comandanti dell’Armata Rossa ed è vero. L’Armata Rossa aveva grandi generali, grandi teorici della guerra di movimento. Sono spariti quasi tutti nel 1937-’38». Ed è vero?
Ci permettiamo più di un dubbio, a proposito di una formula largamente smentita dagli studi degli ultimi anni su “quantità e qualità” delle epurazioni tra i ranghi militari. Qui basti ricordare che, quando si parla di 40.000, 50.000 o addirittura 70.000 “epurati”, ci si assicura che il lettore intenda senz’altro “fucilati”.
Ora, il corpo di comando dell’Esercito Rosso era costituito da oltre duecentomila uomini; tra il 1936 e il 1940 ne vennero allontanati circa 37.000, con motivazioni relative a età, stato di salute, condotta, alcolismo, appropriazioni, violazione della disciplina, deviazioni politiche, ecc. Di questi, circa la metà, in seguito alle verifiche, vennero reintegrati e solo circa 9.000 non furono riammessi. I fucilati furono 1.634.
Non va nemmeno dimenticato il livello di preparazione dei comandi. Sulla base di una gran massa di documenti d’archivio del periodo tra il 1925 e il 1940, Andrej Smirnov (Il crollo del 1941 – le repressioni non c’entrano, Moskva 2011) constata che «nel corso delle massicce repressioni del 1937-’38 e anche dopo di quelle, l’addestramento di comandanti e soldati dell’Esercito Rosso non peggiorò affatto, ma rimase al precedente bassissimo livello».
Tant’è che nel dicembre 1940, il Commissario alla difesa Semën Timošenko constatava che la «preparazione operativa del corpo di comando superiore non raggiunge l’altezza richiesta e necessita di ulteriore perfezionamento»; che era più o meno la stessa deficienza rilevata nel dicembre 1935 dal precedente Commissario alla difesa, Kliment Vorošilov.
Il basso livello di formazione del corpo di comando poteva essere conseguenza anche della triplicazione dell’esercito tra il 1939 e il 1941, con forzata riduzione dei tempi di qualificazione.
Si potrebbe continuare per pagine, a parlare del periodo iniziale della guerra, davvero tragico per le armi sovietiche. Ma il tema precipuo è “Stalingrado” e, su questo, veramente, si concentra l’aspetto “divulgativo” della storia, così come proposta dalla rilettura liberal-democratica.
Qui, l’accento quasi esclusivo è sempre sulla malignità e malvagità dei comandi sovietici, anche ai livelli inferiori: se ci fu eroismo da parte dei soldati rossi, ci si racconta, fu un eroismo “imposto”, per non vedersi sparare alle spalle dai reparti di sbarramento.
Se si tenne Stalingrado, fu perché da entrambi i lati del fronte, c’erano “due tiranni” che non volevano mollare; da entrambe le parti agiva «la propaganda di due regimi totalitari», dispotici, crudeli e inumani.
Da entrambe le parti, ma soprattutto da parte sovietica (perché i tedeschi, si dice a volte tra le righe, a volte apertamente, essendo europei, agivano più “accortamente”, con “resilienza”), coi suoi tratti asiatici, si mandavano avanti i reparti senza curarsi delle perdite, come dicono oggi anche “storici” liberali russi.
Stalingrado, raccontano i “divulgatori”, mise a confronto due regimi dagli «evidenti tratti comuni» e, proprio in quei mesi di scontro tra il Volga e il Don, venne allo scoperto «la paranoia dei due dittatori e la follia omicida dei due regimi». Due dittature, due «totalitarismi, per i quali la vita umana conta fino a un certo punto» e dunque la si può mandare al macello senza pensarci. Parola di storici “divulgativi”.
Anzi, parola di storici che si basano su fonti inoppugnabili, in quanto occidentali: «la recente storiografia inglese e americana insiste sul fatto che l’Armata Rossa ha tenuto Stalingrado anche perché viveva in un regime di terrore».
O, se non occidentali, almeno su fonti non più “totalitarie”, di quelle “ravvedutesi”, che avevano “scelto la libertà” in Occidente, si dice citando a braccio Vasilij Grossman con «una battaglia combattuta da uomini e donne prigionieri di un regime tremendo; alcuni convinti che il regime di Stalin fosse altrettanto colpevole di quello di Hitler».
Nulla di strano e nulla di nuovo: in Russia, oggi, anche a livelli di portavoce ufficiali, si sproloquia di «Stalin peggio di Hitler».
Per concludere. La vittoria a Stalingrado, che all’inizio abbiamo definito come vittoria dell’Unione Sovietica, rappresentò la vittoria di un sistema nuovo di rapporti sociali, completamente diverso da tutti i rapporti servili succedutisi nel passato: schiavistico, feudale, capitalistico.
È per questo che quella vittoria, quell’ordinamento sociale da cui la vittoria scaturì, quel nuovo sistema di pianificazione economica, fanno ancora tanta paura. È per questo che si cerca di demonizzarli e di esorcizzarli in ogni occasione, a ogni livello, servendosi anche di certa “divulgazione” che, più che storica, è innanzitutto ideologica, scaturente da “verità” di classe.
Così, ecco che l’Esercito Rosso vinse sì a Stalingrado, vinse sì quella guerra di sterminio che, portata dalle truppe hitleriane e loro alleati (Italia compresa), si prolungò per quattro anni, con l’assassinio di tanta popolazione civile quanti soldati sovietici caduti sul campo.
Ecco che l’Unione Sovietica distrusse sì il nazismo, ma lo fece nonostante il “tiranno Stalin”, nonostante il “regime di terrore sovietico”, nonostante il “totalitarismo pianificatore stalinista”...
Due dittature, due regimi totalitari, con pari responsabilità nella guerra... Ecco la “verità” di classe che, sotto forma di divulgazione storica, porta sugli schermi, in forma romanzata, quanto decretato dal Parlamento europeo il 19 settembre 2019.
Più che racconto “divulgativo” della storia, una “storia” con cui si divulga il verbo liberal-borghese.
Fonte
02/02/2020
Stalingrado - Una battaglia che ha segnato la svolta nella Grande Guerra Patriottica
2 febbraio 1943 – Stalingrado
Dopo che agli inizi di gennaio, su proposta del generale Konstantin Rokossovskij, il Comando generale sovietico aveva proposto la resa alle forze tedesche ormai completamente accerchiate a Stalingrado, resa respinta dal Comando della VI Armata, si era giunti al 31 gennaio 1943.
Il 31 gennaio il generale Friedrich Paulus e il suo Stato maggiore si arrendono. Il 2 febbraio depone le armi e cessa ogni resistenza anche l'11° Corpo (cosiddetto raggruppamento settentrionale) della VI armata tedesca, ormai completamente circondato. Il comandante, tenente generale Karl Strecker, si arrende.
Termina così completamente la battaglia di Stalingrado: una delle molte decisive operazioni strategiche dell'Armata Rossa, ma anche quella che segnò l'inizio di una svolta radicale nel corso dell'intera Grande Guerra Patriottica. Per estensione, durata, tensione e numero di partecipanti, la Battaglia di Stalingrado è considerata una delle più grandi della Seconda guerra mondiale. Si sviluppò su un'area di centomila chilometri quadrati e durò 200 giorni e notti. Oltre 2 milioni di soldati, più di duemila aerei e circa duemila carri armati presero parte agli scontri da entrambe le parti. Stalingrado fu una delle prime città sovietiche ad essere insignita del titolo di “città eroe”.
Fonte
22/09/2019
Stalingrado: la chiave del secolo
Giovedì il Parlamento europeo ha approvato con 535 voti a favore, 66 contro e 52 astenuti la mozione di condanna dell’uso dei simboli del comunismo, chiedendo la rimozione dei monumenti che in molti paesi europei celebrano la liberazione avvenuta ad opera dell’Armata Rossa ed equiparando il comunismo al nazifascismo. A favore della mozione hanno votato le destre, i liberaldemocratici di sinistra e di centro.
In risposta a questo atto che intende cancellare dalla memoria condivisa quello che probabilmente fu il punto di svolta più importante del così detto “secolo breve” e della recente storia europea, riproponiamo un bellissimo articolo di Luigi Pintor pubblicato su Il Manifesto del 10 Dicembre 1999.
Oggi, magari, la redazione attuale di quel giornale storcerebbe il naso…
Ho visto recentemente in televisione un documentario sull’invasione tedesca dell’Unione Sovietica e sulla tragedia del corpo di spedizione italiano sul Don. Belle testimonianze di sopravvissuti, immagine epiche e dolorose. Penso che bisognerebbe raccogliere e proiettare tutto il materiale relativo alla guerra sul fronte orientale, compresi i film di propaganda: lì è andato in scena il più grande spettacolo del mondo e lì sta la chiave della storia del nostro secolo.
Ho pensato, guardando le immagini sconnesse di quel documentario e ascoltando il commento parlato, che soltanto chi ha più di settant’anni conserva una memoria diretta di quel tempo. E’ un’avventura ma un grande privilegio. Tutto quello che io so, per poco che sia, l’ho imparato in quei due o tre anni. E la menzogna in cui oggi siamo immersi e in cui vivono le giovani generazioni suona alle mie orecchie come un insulto a cui è vano opporre la memoria individuale.
Tutto era perduto in quei giorni ed anni, le democrazie europee erano crollate sul campo come carta pesta, le armate corazzate del terzo Reich e le croci uncinate dilagavano sul continente e oltre senza colpo ferire, il fascismo e il terrore non conoscevano più ostacoli.
Meno uno, il solo al di qua dell’Atlantico e dei mari del nord e del sud: uno strano paese che aveva fatto una sua rivoluzione solitaria, che oggi è piombato nella corruzione e nella decadenza ed è in guerra con se stesso, ma allora si alzò in piedi come un gigante che spezza ogni catena. Dirà qualche anno più tardi nell’aula del parlamento italiano un esponente del governo di allora: di certo Stalin è stato un uomo su cui Dio ha impresso la sua impronta.
Metafisica a parte, come saranno usciti dalle acciaierie oltre gli Urali quei cannoni e quei carri pesanti capaci di respingere e di frantumare la macchina da guerra tedesca? Come avranno fatto quei contadini ucraini, quegli operai leningradesi, quegli uomini di marmo di ogni provincia, quei giovani tartari, uzbeki, mongoli, ceceni, a formare un solo grande esercito per salvare la propria terra e la nostra? Come ha potuto quella guerra patriottica, senza i Kutuzov e i Tuchacevsky, saldarsi con l’antifascismo mondiale e l’ideale di libertà di ogni popolo? Come fu possibile trarre questa forza da molte privazioni e sofferenze sotto un regime rozzo e sprezzato dai posteri?
C’era qualcuno, forse, che aveva visto più lontano degli altri. Il comunismo ci ha rimesso, ma noi no e forse dovremmo ringraziare. Prima ringraziare e poi revisionare e anche ribaltare la storia: tanto è lontana mille anni e nessuno può eccepire. Vicino a Mosca commemorano ogni tanto una battaglia dell’età napoleonica mimandola sul terreno, e c’è anche un museo scenografico che la fa rivivere agli spettatori come ne fossero i protagonisti. Ma sulle sponde del placido Don non c’è, che io sappia, nessuna Disneyland che onori la più grande vittoria militare del ventesimo secolo.
Fonte
In risposta a questo atto che intende cancellare dalla memoria condivisa quello che probabilmente fu il punto di svolta più importante del così detto “secolo breve” e della recente storia europea, riproponiamo un bellissimo articolo di Luigi Pintor pubblicato su Il Manifesto del 10 Dicembre 1999.
Oggi, magari, la redazione attuale di quel giornale storcerebbe il naso…
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Ho visto recentemente in televisione un documentario sull’invasione tedesca dell’Unione Sovietica e sulla tragedia del corpo di spedizione italiano sul Don. Belle testimonianze di sopravvissuti, immagine epiche e dolorose. Penso che bisognerebbe raccogliere e proiettare tutto il materiale relativo alla guerra sul fronte orientale, compresi i film di propaganda: lì è andato in scena il più grande spettacolo del mondo e lì sta la chiave della storia del nostro secolo.
Ho pensato, guardando le immagini sconnesse di quel documentario e ascoltando il commento parlato, che soltanto chi ha più di settant’anni conserva una memoria diretta di quel tempo. E’ un’avventura ma un grande privilegio. Tutto quello che io so, per poco che sia, l’ho imparato in quei due o tre anni. E la menzogna in cui oggi siamo immersi e in cui vivono le giovani generazioni suona alle mie orecchie come un insulto a cui è vano opporre la memoria individuale.
Tutto era perduto in quei giorni ed anni, le democrazie europee erano crollate sul campo come carta pesta, le armate corazzate del terzo Reich e le croci uncinate dilagavano sul continente e oltre senza colpo ferire, il fascismo e il terrore non conoscevano più ostacoli.
Meno uno, il solo al di qua dell’Atlantico e dei mari del nord e del sud: uno strano paese che aveva fatto una sua rivoluzione solitaria, che oggi è piombato nella corruzione e nella decadenza ed è in guerra con se stesso, ma allora si alzò in piedi come un gigante che spezza ogni catena. Dirà qualche anno più tardi nell’aula del parlamento italiano un esponente del governo di allora: di certo Stalin è stato un uomo su cui Dio ha impresso la sua impronta.
Metafisica a parte, come saranno usciti dalle acciaierie oltre gli Urali quei cannoni e quei carri pesanti capaci di respingere e di frantumare la macchina da guerra tedesca? Come avranno fatto quei contadini ucraini, quegli operai leningradesi, quegli uomini di marmo di ogni provincia, quei giovani tartari, uzbeki, mongoli, ceceni, a formare un solo grande esercito per salvare la propria terra e la nostra? Come ha potuto quella guerra patriottica, senza i Kutuzov e i Tuchacevsky, saldarsi con l’antifascismo mondiale e l’ideale di libertà di ogni popolo? Come fu possibile trarre questa forza da molte privazioni e sofferenze sotto un regime rozzo e sprezzato dai posteri?
C’era qualcuno, forse, che aveva visto più lontano degli altri. Il comunismo ci ha rimesso, ma noi no e forse dovremmo ringraziare. Prima ringraziare e poi revisionare e anche ribaltare la storia: tanto è lontana mille anni e nessuno può eccepire. Vicino a Mosca commemorano ogni tanto una battaglia dell’età napoleonica mimandola sul terreno, e c’è anche un museo scenografico che la fa rivivere agli spettatori come ne fossero i protagonisti. Ma sulle sponde del placido Don non c’è, che io sappia, nessuna Disneyland che onori la più grande vittoria militare del ventesimo secolo.
Fonte
02/09/2019
Il nemico è alle porte
Ogni tanto serve recensire anche dei libri “classici” per il loro apporto nel dibattito e nella formazione collettiva. Questo è il caso de “Il nemico è alle porte”, libro del cecchino sovietico Vassili Zaitsev che narra della sua esperienza durante la battaglia di Stalingrado.
In realtà, per noi italiani sarebbe fuorviante considerarlo un classico, mentre di sicuro lo è per i lettori dell’URSS, dove fu pubblicato solo nel 1981 divenendo subito popolarissimo. Da noi è per lo più conosciuto grazie al film del 2001, una pessima rivisitazione hollywoodiana (molto opinabile come giudizio nd-ReCarbonized), mentre il libro in italiano è disponibile solo da un anno (ed. Red Star Press).
Nel suo libro Zaitsev riesce ad intrecciare con maestria la narrazione storica, gli aspetti politici e le vicende umane. Ci descrive fedelmente Stalingrado, un vero e proprio Girone dantesco in cui precipitavano schiere di dannati. Ci si immerge nella descrizione di quei giorni fatti d’angoscia, sofferenza e privazioni, ma senza mai scadere in eccessi autocelebrativi o morbosi.
Come noto, quella di Stalingrado è stata la battaglia più dura e più importante della Seconda Guerra Mondiale, dall’esito dipendevano le sorti del conflitto. Il libro ci accompagna nel cambio d’atteggiamento dei tedeschi che da arroganti e spavaldi, certi della vittoria, iniziarono a capire che che le cose sarebbero andate diversamente; inoltre, ci fornisce dettagli interessanti sulla sorte di alcuni dei 77 italiani che finirono a Stalingrado.
Va ricordato che la Germania venne sconfitta prevalentemente grazie allo sforzo dell’URSS che pagò il salatissimo prezzo di 27 milioni di morti. Fu l’Armata Rossa a prendere Berlino.
Il libro ci mostra una pagina di storia fatta di coraggio, determinazione e senso d’abnegazione. Ma anche voglia di sperimentare e di migliorarsi, non come singolo bensì come collettivo, nel migliore spirito sovietico.
Come quasi tutti i sovietici, anche Zaisev provava un odio viscerale per i fascisti, uccise 242 nemici. Non fu il cecchino sovietico con il maggior numero di vittime, Ivan Sidorenko ne fece più di 500, mentre tra le donne il record è di Ludmila Pavlichenko 309 (passò alla storia il suo incontro con la moglie del Presidente americano Roosvelt che gli chiese quanti uomini avesse ucciso e lei rispose: “Non uomini, fascisti. 309”). Zaitsev diede un contributo enorme nel progresso della dottrina militare, formulando teorie sulle tecniche di combattimento. Benché non venisse dall’Accademia, sviluppò in proprio un metodo che successivamente l’Armata Rossa acquisì.
Prima, durante e dopo la guerra Zaitsev diede anche un grosso contributo sul piano politico, era un fervente comunista e morì insieme all’URSS. Era un’attivista e un trascinatore, sua la famosa frase “non c’è terra per noi oltre il Volga”. Venne più volte ferito in combattimento, senza mai pensare a ritirarsi (benché il suo stato di salute gli consentisse il congedo). Non gli mancava un tocco di spavalderia tipica degli slavi, ad esempio quando gli dissero di andare in tredici ad affrontare centinaia di nemici rispose “sono condizioni più che accettabili”. Poi si ritrovò in un letto d’ospedale temporaneamente privo della vista.
Con questo libro si capisce bene come combattano gli slavi, con che determinazione e coraggio (già se ne erano accorti gli antichi romani facendone tesoro), doti che ancor di più hanno le loro avanguardie politiche, i comunisti. A tal riguardo è utile notare che ciò si sta riaffermando anche al giorno d’oggi nel Donbass, dove la Resistenza non si piega nonostante l’inferiorità numerica e d’equipaggiamento.
Questo è un libro consigliato soprattutto ai compagni, per capire meglio lo spirito sovietico e quanto fu dura la lotta contro il nazi-fascismo. Uno stimolo per lottare sempre con maggiore determinazione, per poter essere degni di chi ci ha preceduto. Il libro va anche consigliato a tutti quelli che non conoscano la storia, o a coloro che si siano fatti abbindolare dalla propaganda, finendo a credere che il nazismo sia stato sconfitto dagli anglo-americani. Infine, il libro è consigliato anche ai fascisti, ma solo per ricordagli che per loro non c’è scampo.
Fonte
In realtà, per noi italiani sarebbe fuorviante considerarlo un classico, mentre di sicuro lo è per i lettori dell’URSS, dove fu pubblicato solo nel 1981 divenendo subito popolarissimo. Da noi è per lo più conosciuto grazie al film del 2001, una pessima rivisitazione hollywoodiana (molto opinabile come giudizio nd-ReCarbonized), mentre il libro in italiano è disponibile solo da un anno (ed. Red Star Press).
Nel suo libro Zaitsev riesce ad intrecciare con maestria la narrazione storica, gli aspetti politici e le vicende umane. Ci descrive fedelmente Stalingrado, un vero e proprio Girone dantesco in cui precipitavano schiere di dannati. Ci si immerge nella descrizione di quei giorni fatti d’angoscia, sofferenza e privazioni, ma senza mai scadere in eccessi autocelebrativi o morbosi.
Come noto, quella di Stalingrado è stata la battaglia più dura e più importante della Seconda Guerra Mondiale, dall’esito dipendevano le sorti del conflitto. Il libro ci accompagna nel cambio d’atteggiamento dei tedeschi che da arroganti e spavaldi, certi della vittoria, iniziarono a capire che che le cose sarebbero andate diversamente; inoltre, ci fornisce dettagli interessanti sulla sorte di alcuni dei 77 italiani che finirono a Stalingrado.
Va ricordato che la Germania venne sconfitta prevalentemente grazie allo sforzo dell’URSS che pagò il salatissimo prezzo di 27 milioni di morti. Fu l’Armata Rossa a prendere Berlino.
Il libro ci mostra una pagina di storia fatta di coraggio, determinazione e senso d’abnegazione. Ma anche voglia di sperimentare e di migliorarsi, non come singolo bensì come collettivo, nel migliore spirito sovietico.
Come quasi tutti i sovietici, anche Zaisev provava un odio viscerale per i fascisti, uccise 242 nemici. Non fu il cecchino sovietico con il maggior numero di vittime, Ivan Sidorenko ne fece più di 500, mentre tra le donne il record è di Ludmila Pavlichenko 309 (passò alla storia il suo incontro con la moglie del Presidente americano Roosvelt che gli chiese quanti uomini avesse ucciso e lei rispose: “Non uomini, fascisti. 309”). Zaitsev diede un contributo enorme nel progresso della dottrina militare, formulando teorie sulle tecniche di combattimento. Benché non venisse dall’Accademia, sviluppò in proprio un metodo che successivamente l’Armata Rossa acquisì.
Prima, durante e dopo la guerra Zaitsev diede anche un grosso contributo sul piano politico, era un fervente comunista e morì insieme all’URSS. Era un’attivista e un trascinatore, sua la famosa frase “non c’è terra per noi oltre il Volga”. Venne più volte ferito in combattimento, senza mai pensare a ritirarsi (benché il suo stato di salute gli consentisse il congedo). Non gli mancava un tocco di spavalderia tipica degli slavi, ad esempio quando gli dissero di andare in tredici ad affrontare centinaia di nemici rispose “sono condizioni più che accettabili”. Poi si ritrovò in un letto d’ospedale temporaneamente privo della vista.
Con questo libro si capisce bene come combattano gli slavi, con che determinazione e coraggio (già se ne erano accorti gli antichi romani facendone tesoro), doti che ancor di più hanno le loro avanguardie politiche, i comunisti. A tal riguardo è utile notare che ciò si sta riaffermando anche al giorno d’oggi nel Donbass, dove la Resistenza non si piega nonostante l’inferiorità numerica e d’equipaggiamento.
Questo è un libro consigliato soprattutto ai compagni, per capire meglio lo spirito sovietico e quanto fu dura la lotta contro il nazi-fascismo. Uno stimolo per lottare sempre con maggiore determinazione, per poter essere degni di chi ci ha preceduto. Il libro va anche consigliato a tutti quelli che non conoscano la storia, o a coloro che si siano fatti abbindolare dalla propaganda, finendo a credere che il nazismo sia stato sconfitto dagli anglo-americani. Infine, il libro è consigliato anche ai fascisti, ma solo per ricordagli che per loro non c’è scampo.
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04/06/2019
75° della vittoria sul nazismo: la storia rubata
Sembra aver suscitato solamente un leggero stupore nei media russi il mancato invito a Vladimir Putin alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, il 5 e 6 giugno. A Parigi, la cosa sarebbe stata motivata con l’organizzazione della cerimonia, prevista a livello di Primi ministri. Pare che nemmeno il neoeletto Presidente ucraino, Vladimir Zelenskij sia stato invitato, ma ci sono pochi dubbi sulla presenza di Donald Trump, già ora sul vecchio continente.
Il politologo Mikhail Aleksandrov scrive su Svobodnaja Pressa che lo stesso Cremlino non ardeva dal desiderio di partecipare all’iniziativa: nel 2015, per il 70° della vittoria, a Mosca arrivò solo Angela Merkel, che peraltro non assistette alla parata sulla Piazza Rossa.
Una cosa sembra abbastanza prevedibile: quest’anno assisteremo al definitivo trionfo delle “democrazie occidentali” sul nazismo e sul suo “pari” di colore rosso, sconfitti uno nel 1945 e l’altro nel 1991 (o prima). Oltre al 75° anniversario dell’inizio dell’operazione “Overlord”, da sempre celebrata quale evento fondamentale della Seconda guerra mondiale, che avrebbe deciso, da solo, le sorti di tutto il conflitto, tra pochi mesi si ricorderà l’80° dello scoppio della guerra.
Nel primo caso, si è da sempre trasformato un evento effettivamente rilevante (per la verità, più politicamente che militarmente) in una vera e propria epopea, praticamente lasciando in sott’ordine la vittoria sovietica a Stalingrado e quella, forse ancora più determinante, del luglio 1943, allorché, rintuzzando l’offensiva tedesca nel saliente di Kursk e decidendo, in pratica, le sorti della Wehrmacht,
Mosca aveva con ciò stesso convinto Londra e Washington ad affrettare lo sbarco in Sicilia, per timore di lasciar campo libero all’Armata Rossa verso la Germania. E, soprattutto, si è di fatto taciuto il peso che l’operazione “Bagration” in Bielorussia, Polonia orientale e Paesi baltici – condotta quasi in contemporanea a quella “Overlord” a occidente, annientò l’intero gruppo di armate “Centro” tedesco – ebbe per alleggerire la pressione tedesca sugli Alleati.
Se nel 1944 l’URSS si fosse limitata a liberare il proprio territorio, concludendo poi una pace separata coi nazisti, a ovest la Wehrmacht avrebbe facilmente ributtato a mare gli Alleati.
Nel secondo caso, già da alcuni decenni si tenta di far ricadere le responsabilità per lo scatenamento nazista della guerra sul cosiddetto “protocollo aggiuntivo segreto”, allegato al patto di non aggressione tedesco-sovietico del 23 agosto 1939 che, si dice a ovest, avrebbe “dato il via libera” a Hitler per attaccare la Polonia.
Non c’è bisogno di esser indovini, per immaginarsi come nei prossimi mesi la Germania nazista verrà trasformata in “vittima” delle “mire sovietiche”: lo aveva già anticipato quattro anni fa il golpista ucraino Arsenij Jatsenjuk e non sembra che, all’epoca, qualche capitale occidentale lo abbia sbugiardato.
Il Ministero degli esteri russo ha ora pubblicato la versione in lingua russa sia del protocollo, che della relativa illustrazione, sinora disponibili solo nella versione tedesca: a suo tempo, ci ritorneremo; per ora è sufficiente ricordare come si continui a tacere su patti di non aggressione simili, sottoscritti dalle potenze occidentali con la Germania, sull’accordo tra Varsavia e Berlino per la spartizione di Lituania e Cecoslovacchia, ecc.
Le premesse per tale indirizzo ci sono già tutte. In vista del 75° anniversario della vittoria sul nazismo, che si celebrerà l’anno prossimo, negli Stati Uniti è già stata emessa una speciale moneta commemorativa, su una faccia della quale sono raffigurati due personaggi, somiglianti a Harry Truman e Dwight Eisenhower, mentre sull’altra faccia sono incise le bandiere di USA, Gran Bretagna e Francia, ma non quella dell’Unione Sovietica.
L’URSS non esiste più: dunque, perché ricordarla? Il nazismo è stato sconfitto dagli “Alleati”; senza discussioni. Sicuramente, l’anno prossimo tutti verremo chiamati a onorare le tre potenze “vittoriose”, mentre gli autentici vincitori del Drittes Reich saranno, nel migliore dei casi, passati sotto silenzio; nel peggiore, verranno assimilati al “male assoluto”, peggiori dei nazisti sconfitti.
Cosa significano i 26 milioni di cittadini sovietici caduti, civili e militari, a fronte del milione e mezzo di morti di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna prese insieme? Cosa importa che dal 1941 al 1944, quando l’Armata Rossa riuscì infine a portare il fronte al di là dei confini sovietici, le oltre 230 divisioni – da Germania e paesi satelliti, Italia compresa – schierate sul fronte orientale, avessero condotto una guerra di sterminio, volta ad annientare la popolazione civile, mentre a ovest 60 divisioni tedesche tenevano impegnati gli Alleati quel tanto che bastava per rimandare fino al 1944 l’apertura del secondo fronte?
Cosa importa che i cittadini sovietici di nazionalità ebrea venissero sterminati a milioni; che la popolazione bielorussa si fosse ridotta di un terzo alla fine della guerra; che nella Leningrado assediata per 872 giorni, siano morti dai 650.000 al milione e mezzo di civili; che dei soldati sovietici delle classi d’età dal 1921 al 1924, solo 3 su 100 siano sopravvissuti alla guerra; che le Marzabotto, le Sant’Anna, le Oradour, si siano contate a decine nel territorio sovietico occupato dai nazisti, in cui i villaggi venivano dati alle fiamme insieme agli abitanti: quasi 200 nella sola Bielorussia.
Cosa importa che ad appena qualche settimana dalla fine della guerra, quando ormai l’Armata Rossa era prossima a Berlino, il futuro capo della CIA, Allen Dulles, si incontrasse in Svizzera col generale Karl Wolff, inviato di Heinrich Himmler, per negoziare la pace separata tra Germania nazista e potenze “Alleate”...
L’Unione Sovietica non c’è più e si può tranquillamente riscrivere la storia.
In Russia circola un aneddoto, tra il vero e l’ironico: sembra che alla firma della capitolazione tedesca, l’8 maggio 1945, al quartier generale di Georgij Žukov a Berlino, il comandante in capo del OKW, Wilhelm Keitel, abbia osservato sarcasticamente “e anche loro ci hanno sconfitto?”, intendendo i rappresentanti alleati lì presenti.
Ora, osserva News Front, la storia “non si riscrive: si ruba. E in buona parte noi stessi ne siamo stati responsabili”, trent’anni fa; così, “abbiamo pagato e fatto pentimento. Non c’era nulla di cui pentirsi, ma ci convinsero che fosse necessario. Abbiamo pagato un prezzo enorme; abbiamo pagato, rinunciando alla nostra memoria”.
Questo avveniva, mentre “venivamo sottoposti al lavaggio del cervello” e ci convincevano che tutta la nostra “storia fosse stata un crimine e un errore storico”. Tentavano di convincerci che fosse “nostra la colpa se era iniziata la seconda guerra mondiale, per via del patto Molotov-Ribbentrop; che Stalin fosse peggio di Hitler; che tutta la storia del nostro paese fosse fatta di gulag e battaglioni di punizione. Migliaia di “storici” e propagandisti si sono dati da fare; hanno riscritto i manuali scolastici”.
Ed è così che nei paesi ex-socialisti d’Europa orientale si distruggono a centinaia i monumenti ai soldati sovietici caduti per liberare quelle terre dall’occupazione nazista: seicentomila morti solo in Polonia, per dirne una, quasi tre volte tanti quanti gli stessi soldati polacchi. E’ così che domenica scorsa, a Kharkov, i neonazisti ucraini hanno distrutto il monumento al “Maresciallo della vittoria”, Georgij Žukov.
Ed è difficile dar torto a News Front sul fatto che “in buona parte noi stessi ne siamo stati responsabili”, quando nella stessa Russia si è cominciato a inaugurare monumenti, busti, steli ai più spietati generali bianchi della guerra civile e a canonizzare gli zar responsabili di impiccagioni e fucilazioni: l’ultimo in ordine di tempo, l’aeroporto di una delle 12 “città eroe” dell’URSS, Murmansk, è ora intitolato a Nicola II “il sanguinario”. Che altro?
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31/08/2014
23 agosto 1942: la battaglia di Stalingrado
L'offensiva nazista al Paese comunista più grande del mondo, l'Unione Sovietica, inizia il 22 giugno 1941, quando 5.500.000 soldati, 3.500 carri armati e 2.000 aerei intraprendono l'attacco: i fronti che vengono aperti sono tre, dal nord verso Leningrado, al centro verso Mosca e a sud verso Kiev e, più in là, Stalingrado e il Caucaso.
I primi mesi di guerra costituiscono per l'URSS una vera e propria disfatta: le truppe dell'Armata Rossa sono costrette a retrocedere su ogni fronte, e le perdite sono innumerevoli.
Il governo comunista dell'Unione Sovietica risponde organizzando un'offensiva senza precedenti, che verrà chiamata la "guerra popolare": centinaia di migliaia di civili, tra cui moltissime donne, intraprendono atti di resistenza e di sabotaggio, mettendo sempre più in difficoltà l'invasore tedesco.
Gli abitanti di Leningrado scavano centinaia di chilometri di trincee anticarro, riuscendo eroicamente a difendere la città dall'invasione per più di 900 giorni, mentre a Mosca Stalin organizza una parata militare nell'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, per ricordare al popolo la potenza militare dell'Armata Rossa: l'esercito dalla sfilata marcia direttamente al fronte.
Il fronte del sud è probabilmente il più importante della campagna di Russia tedesca, in quanto è proprio nel Caucaso, superato il Volga, che si trovano i più importanti giacimenti di petrolio, nonché le maggiori coltivazioni agricole di tutta l'URSS.
Per questo, con l'avvicinarsi dell'esercito occupante al fiume Volga, Stalin pubblica, il 27 luglio 1942, il decreto 227, che dice, tra l'altro: "Se non fermiamo la ritirata rimarremo senza pane, senza gasolio, senza metalli, senza materie prime, senza fabbriche né impianti, senza ferrovie. In conclusione: è ora di fermare la ritirata, non un passo indietro! Questa deve essere d'ora in poi la nostra parola d'ordine. Dobbiamo proteggere ogni punto forte, ogni metro di terra sovietica, irriducibilmente, fino all'ultima goccia di sangue. Dobbiamo aggrapparci ad ogni centimetro della nostra patria e difenderlo in qualsiasi modo. La nostra patria vive tempi difficili. Dobbiamo fermare, affrontare e distruggere il nemico, a qualsiasi costo. I tedeschi non sono così forti come dicono coloro che si son fatti prendere dal panico. Le loro forze si sono tese fino al limite. Fermare i loro colpi adesso significa assicurarci la vittoria in futuro."
Il 21 agosto 1942 le truppe tedesche conquistano il Don, e due giorni dopo, il 23 agosto, la sedicesima Panzer Division del generale Hans Hube irrompe improvvisamente sul Volga, bloccando gli accessi alla città di Stalingrado, iniziando l'assedio con un primo massiccio bombardamento a tappeto sulla città. Coloro che rimangono in città si dedicano totalmente al lavoro di difesa, tutte le fabbriche sono convertite alla produzione militare, e i carri armati vanno dalla linea di montaggio direttamente al fronte. Cujkov, generale messo a difesa di Stalingrado da Stalin stesso, comandante della 62° Armata, con i suoi soldati, difende strenuamente la città, facendo come proprio il motto "A Stalingrado il tempo è sangue".
Nei primi giorni di settembre non c'è più un solo edificio in piedi a Stalingrado, ma gli uomini dell'Armata Rossa, formate piccole unità di 6 o 9 effettivi, continuano a combattere strenuamente: l'ordine di Cujkov è di rimanere a non più di 50 metri, o alla distanza di un tiro di una bomba a mano, dal fronte nemico, in qualsiasi momento.
Alla strenua difesa di Stalingrado, così come a tutta la guerra nell'Unione Sovietica, partecipano centinaia di migliaia di donne, e la loro presenza è particolarmente sconcertate per i tedeschi: un ufficiale tedesco, in una lettera alla propria famiglia, scrive "È impossibile descrivere quello che sta succedendo qui. Ogni persona, a Stalingrado, che ha ancora la testa e le mani, uomo o donna, continua a lottare".
La difesa di Stalingrado dà i suoi frutti, l'occupante subisce perdite importanti e, con l'avvicinarsi dell'inverno comincia ad avere problemi di approvvigionamento; il 10 novembre 1942 l'Armata Rossa lancia il contrattacco con l'operazione Urano, una manovra a tenaglia per accerchiare il nemico.
Finalmente, il 2 febbraio 1943, gli ultimi nuclei tedeschi ancora di stanza a Stalingrado si arrendono.
La storica vittoria di Stalingrado, che ha coinvolto non solo le truppe dell'Armata Rossa, ma tutta la popolazione locale in uno strenuo combattimento casa per casa, aprendo la strada alla controffensiva militare, svela al mondo che la tanto osannata invincibilità tedesca non è altro che propaganda, e ridà ai popoli europei oppressi dalle dittature naziste e fasciste, a da una guerra che non avevano voluto, una reale speranza di libertà, pace e riscatto.
Fonte
I primi mesi di guerra costituiscono per l'URSS una vera e propria disfatta: le truppe dell'Armata Rossa sono costrette a retrocedere su ogni fronte, e le perdite sono innumerevoli.
Il governo comunista dell'Unione Sovietica risponde organizzando un'offensiva senza precedenti, che verrà chiamata la "guerra popolare": centinaia di migliaia di civili, tra cui moltissime donne, intraprendono atti di resistenza e di sabotaggio, mettendo sempre più in difficoltà l'invasore tedesco.
Gli abitanti di Leningrado scavano centinaia di chilometri di trincee anticarro, riuscendo eroicamente a difendere la città dall'invasione per più di 900 giorni, mentre a Mosca Stalin organizza una parata militare nell'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, per ricordare al popolo la potenza militare dell'Armata Rossa: l'esercito dalla sfilata marcia direttamente al fronte.
Il fronte del sud è probabilmente il più importante della campagna di Russia tedesca, in quanto è proprio nel Caucaso, superato il Volga, che si trovano i più importanti giacimenti di petrolio, nonché le maggiori coltivazioni agricole di tutta l'URSS.
Per questo, con l'avvicinarsi dell'esercito occupante al fiume Volga, Stalin pubblica, il 27 luglio 1942, il decreto 227, che dice, tra l'altro: "Se non fermiamo la ritirata rimarremo senza pane, senza gasolio, senza metalli, senza materie prime, senza fabbriche né impianti, senza ferrovie. In conclusione: è ora di fermare la ritirata, non un passo indietro! Questa deve essere d'ora in poi la nostra parola d'ordine. Dobbiamo proteggere ogni punto forte, ogni metro di terra sovietica, irriducibilmente, fino all'ultima goccia di sangue. Dobbiamo aggrapparci ad ogni centimetro della nostra patria e difenderlo in qualsiasi modo. La nostra patria vive tempi difficili. Dobbiamo fermare, affrontare e distruggere il nemico, a qualsiasi costo. I tedeschi non sono così forti come dicono coloro che si son fatti prendere dal panico. Le loro forze si sono tese fino al limite. Fermare i loro colpi adesso significa assicurarci la vittoria in futuro."
Il 21 agosto 1942 le truppe tedesche conquistano il Don, e due giorni dopo, il 23 agosto, la sedicesima Panzer Division del generale Hans Hube irrompe improvvisamente sul Volga, bloccando gli accessi alla città di Stalingrado, iniziando l'assedio con un primo massiccio bombardamento a tappeto sulla città. Coloro che rimangono in città si dedicano totalmente al lavoro di difesa, tutte le fabbriche sono convertite alla produzione militare, e i carri armati vanno dalla linea di montaggio direttamente al fronte. Cujkov, generale messo a difesa di Stalingrado da Stalin stesso, comandante della 62° Armata, con i suoi soldati, difende strenuamente la città, facendo come proprio il motto "A Stalingrado il tempo è sangue".
Nei primi giorni di settembre non c'è più un solo edificio in piedi a Stalingrado, ma gli uomini dell'Armata Rossa, formate piccole unità di 6 o 9 effettivi, continuano a combattere strenuamente: l'ordine di Cujkov è di rimanere a non più di 50 metri, o alla distanza di un tiro di una bomba a mano, dal fronte nemico, in qualsiasi momento.
Alla strenua difesa di Stalingrado, così come a tutta la guerra nell'Unione Sovietica, partecipano centinaia di migliaia di donne, e la loro presenza è particolarmente sconcertate per i tedeschi: un ufficiale tedesco, in una lettera alla propria famiglia, scrive "È impossibile descrivere quello che sta succedendo qui. Ogni persona, a Stalingrado, che ha ancora la testa e le mani, uomo o donna, continua a lottare".
La difesa di Stalingrado dà i suoi frutti, l'occupante subisce perdite importanti e, con l'avvicinarsi dell'inverno comincia ad avere problemi di approvvigionamento; il 10 novembre 1942 l'Armata Rossa lancia il contrattacco con l'operazione Urano, una manovra a tenaglia per accerchiare il nemico.
Finalmente, il 2 febbraio 1943, gli ultimi nuclei tedeschi ancora di stanza a Stalingrado si arrendono.
La storica vittoria di Stalingrado, che ha coinvolto non solo le truppe dell'Armata Rossa, ma tutta la popolazione locale in uno strenuo combattimento casa per casa, aprendo la strada alla controffensiva militare, svela al mondo che la tanto osannata invincibilità tedesca non è altro che propaganda, e ridà ai popoli europei oppressi dalle dittature naziste e fasciste, a da una guerra che non avevano voluto, una reale speranza di libertà, pace e riscatto.
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