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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/06/2024

Normandia 1944-2024: fu davvero qui che «cominciò la sconfitta del nazismo»?

Proviamo a lasciare da parte, per un momento, la questione delle armi e, nello specifico, delle armi occidentali fornite alla junta nazigolpista di Kiev per colpire il territorio russo – ma solo nelle vicinanze del confine, «non Mosca o il Cremlino», dice Joe Baiden, che forse dubita della solidità dei bunker della Casa Bianca in caso di risposta russa – quantunque la posta in gioco sia una “cosa da nulla” come il futuro della vita sul pianeta.

Cerchiamo di non parlare di armi fornite «a Kiev per difendersi dall’aggressione russa» (Ansa) e concentriamoci su qualcos’altro.

I lettori hanno certamente tenuto il conto di quante volte e con quale enfasi siano state pronunciate in questi giorni le parole “democrazia”, “tirannia”, “forze oscure”, “dittatori”, “eroi” e, in particolare, «il sostegno costante e a lungo termine» all’Ucraina e la “difesa della democrazia”, imprescindibile binomio lessicale degli ultimi due anni.

L’80° anniversario dell’operazione “Overlord” sulle spiagge della Normandia ha offerto un’occasione ghiotta per accomunare gli «immortali eroi» del giugno 1944 agli ucraini che sì, dice Biden, stanno «subendo grandi perdite, ma non si sono mai tirati indietro».

E come potrebbero? Viene da chiedere, dati gli ordini di Washington di continuare a oltranza la guerra, vista la legge voluta da Vladimir Zelenskij che vieta colloqui di pace con Mosca, e le norme schiavistiche sulla mobilitazione emanate da Kiev?

Ma, lasciamo per un momento da parte anche questo. D’altronde, fu proprio in quel giugno di «ottanta anni fa che l’Europa cominciò a liberarsi dal nazismo» (Ansa): né un mese prima, né un paio d’anni prima, tipo nel febbraio del ‘43 sulle rive del Volga, tanto per dire, o nel luglio di quello stesso ‘43, nelle pianure di Kursk.

E solo nella notte tra il 5 e il 6 giugno l’Europa «voltò pagina, si aprì il fronte che tutti aspettavano», e che qualcuno, a est, alle prese con una guerra di sterminio nazista, sollecitava almeno dal 1941, perché promesso dagli Alleati.

Certo, fu solo nel giugno del ‘44 che «cominciò la sconfitta del nazismo»… Ma solo (molto) dopo che, sul fronte orientale, erano state praticamente annientate oltre 230 divisioni tedesche (ma anche rumene, italiane, finlandesi, ecc.), mentre a ovest si andava avanti con “azioni di commandos”, operazioni risoltesi in smacchi clamorosi contro appena 58 divisioni tedesche; oppure si esaltava come “decisivo” lo scontro con le 15 divisioni hitleriane disposte in Normandia nel giugno 1944, dimenticando che, senza l’operazione “Bagration” di alleggerimento in Bielorussia, gli “alleati” avrebbero rischiato di arenarsi sulle spiagge francesi.

Eroi, senza dubbio, i giovani americani, britannici, canadesi, francesi di “Overlord”. Ma erano davvero gli alleati che allora «difendevano la libertà dell’Europa» e sono davvero i golpisti di Kiev che «difendono la libertà dell’Europa adesso»? Lo scambio di identità non potrebbe essere più violento...

Ma a che pro rivangare oggi le promesse “alleate” del 1941, quando le scene sono calcate da re, cancellieri, presidenti (una ventina sì e no, a ribadire che “abbiamo fatto tutto noi: noi abbiamo vinto e noi celebriamo la vittoria; gli altri, il resto del mondo, non c’entrano nulla”) a ricordare «le lotte del passato per illuminare le lotte del presente» (il manifesto), laddove si dà per sottinteso che le «lotte del presente» siano quelle di chi inneggia a simboli e blasfemie dei Komplizen filonazisti di ottant’anni fa.

Stride un po’, no? Basta far finta di nulla.

Così come il diretto interessato, il presidente golpista in tenuta fascion banderista, assicura che lui ha altro da fare che non mettersi a discutere del suo status illegittimo e delle diatribe costituzionali, dopo che il 20 maggio è scaduto il suo mandato presidenziale: i padrini occidentali lo riconoscono comunque quale presidente e tanto gli basta.

Tanto gli basta per andare il 15 e 16 giugno a Bürgenstock a sentirsi ripetere dai tagliagole dell’Eliseo che «di fronte a coloro che affermano di voler cambiare i confini o riscrivere la storia, dobbiamo essere degni di coloro che l’hanno scritta qui», in Normandia.

Ora, però, se proprio si vuol parlare di «cambiare i confini» in Europa, cominciamo col ricordare quelli della ex Jugoslavia, bombardata e smembrata da USA-NATO-UE: una riscrittura di confini a noi temporalmente e geograficamente più vicina.

E se proprio si vogliono far paralleli come quello di “Overlord”, che avrebbe deciso le sorti della guerra, facciamo qualche altro parallelo. Cominciando, ad esempio – in tema di “conferenze per la pace” – col pensare a quanto abbia contribuito allo scatenamento della guerra la capitolazione franco-britannica a Monaco nel settembre 1938, preceduta nel 1925 dal trattato di Locarno tra Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Belgio.

«Locarno ha liberato lo spirito della guerra», disse quell’anno Stalin, commentando quel “prototipo” del complotto tra Chamberlain, Daladier, Hitler e Mussolini. In entrambe le occasioni, le “democrazie” occidentali avevano pensato bene di assicurare la “pace a ovest”, indirizzando a est le spinte revansciste tedesche.

Se nel 1934 – ricordava nel 1961 l’ex ambasciatore sovietico a Londra, Ivan Majskij – tutte le frazioni dei circoli governativi britannici vedevano in una rinnovata “Intesa” (Inghilterra, Francia, Russia) la via per salvaguardare gli interessi britannici, nel 1935 si dividono in due campi: fautori dell’“interesse di stato”, e fautori dell’odio di classe.

I primi erano per un riavvicinamento Inghilterra-URSS; i secondi ragionavano così: «per l’impero britannico sono pericolosi sia la Germania hitleriana, che la Russia sovietica ed è dunque necessario farle scontrare, rimanendo in disparte; quando entrambe si saranno dissanguate, arriverà il momento di entrare in scena per l’occidente e in particolare per la Gran Bretagna. L’occidente detterà allora una tale pace a URSS e Germania, che quelle non si risolleveranno più, assicurando una sicurezza eterna all’impero».

E prima ancora di Monaco, a proposito di “conferenze” e summit “per la pace”, dalla trascrizione dell’incontro Hitler-Halifax (più tardi, Ministro degli esteri britannico; i verbali vennero trovati a Berlino alla fine della guerra) del novembre 1937 risulta evidente come Halifax proponesse a Hitler una sorta di alleanza sulla base di un “Patto a quattro”, offrendogli mano libero verso l’Europa centrale e orientale.

Dice Halifax: «non si deve escludere alcuna possibilità di mutamento della situazione esistente» e tra «tali questioni vi sono Danzica, Austria, Cecoslovacchia»; e aggiunge che «l’Inghilterra ha solo interesse a che tali mutamenti vengano realizzati per evoluzione pacifica e che sia possibile evitare metodi che possano causare futuri sconvolgimenti, non desiderati né dal Führer, né da altri paesi».

Dunque, come avete detto? «Cambiare i confini»? Eccovi serviti: per mano delle “democrazie” occidentali. E infatti, appena pochi giorni dopo l’investitura ufficiale di Halifax a Ministro degli esteri, il 12 marzo 1938 la Germania invade l’Austria e lo fa, a scorno britannico, proprio nel giorno in cui Neville Chamberlain riceve in tutta solennità a Londra Joachim Ribbentrop e appena un mese prima che, nell’aprile 1938, Chamberlain e Mussolini firmino un accordo di amicizia e collaborazione italo-britannico.

«Le lotte del passato per illuminare le lotte del presente» avete detto?

Quando il 17 marzo 1938, di fronte alla crescente aggressività nazista, il Ministro degli esteri sovietico Maksim Litvinov dichiara alle Izvestija, tra le altre cose, che Mosca è pronta «a partecipare ad azioni collettive, che siano decise insieme ad essa e che abbiano l’obiettivo di arrestare l’ulteriore avanzata dell’aggressione e di eliminare il crescente pericolo di un nuovo macello mondiale», dalla capitale della “più antica democrazia d’Europa” si risponde che il governo britannico «saluterebbe caldamente la convocazione di una conferenza internazionale con la partecipazione di tutte le potenze europee» (cioè di aggressori e non aggressori), ma che è contrario alla convocazione «di una conferenza a cui partecipino soltanto alcune potenze europee e che abbia l’obiettivo... di organizzare un’azione unitaria contro l’aggressione».

A queste parole, così chiosava Majskij: “invece della lotta agli aggressori, inutili chiacchiere con gli aggressori!” Ancora un “comitato di non intervento”, non già per la Spagna, ma per le questioni paneuropee.

Per quelle questioni per cui, quasi novant’anni dopo, si intende organizzare un “comitato di intervento” che scateni dall’Europa un conflitto mondiale.

Sono loro che oggi «difendono la libertà dell’Europa» avete detto a proposito dei banderisti ucraini, eredi proclamati di quelli che nel 1943 facevano stragi della popolazione polacca della Volinja e, per tutta la durata della guerra, massacravano soldati sovietici, civili ebrei, ucraini, bielorussi e partigiani jugoslavi e italiani.

Il 22 marzo 1939 Mosca si dichiara d’accordo per una dichiarazione congiunta Londra-Parigi-Mosca-Varsavia contro l’aggressività nazista; la Polonia dei colonnelli rifiuta e il 23 marzo Chamberlain dichiara in parlamento che Londra è contraria a dar vita in Europa a blocchi contrapposti di potenze.

Quei blocchi invocati oggi dai guerrafondai di USA-NATO-UE, ebbri di affari militar-finanziari, sordi alle richieste di pace dei popoli e cinici tagliagole dell’umanità.

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04/06/2019

75° della vittoria sul nazismo: la storia rubata


Sembra aver suscitato solamente un leggero stupore nei media russi il mancato invito a Vladimir Putin alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, il 5 e 6 giugno. A Parigi, la cosa sarebbe stata motivata con l’organizzazione della cerimonia, prevista a livello di Primi ministri. Pare che nemmeno il neoeletto Presidente ucraino, Vladimir Zelenskij sia stato invitato, ma ci sono pochi dubbi sulla presenza di Donald Trump, già ora sul vecchio continente.

Il politologo Mikhail Aleksandrov scrive su Svobodnaja Pressa che lo stesso Cremlino non ardeva dal desiderio di partecipare all’iniziativa: nel 2015, per il 70° della vittoria, a Mosca arrivò solo Angela Merkel, che peraltro non assistette alla parata sulla Piazza Rossa.

Una cosa sembra abbastanza prevedibile: quest’anno assisteremo al definitivo trionfo delle “democrazie occidentali” sul nazismo e sul suo “pari” di colore rosso, sconfitti uno nel 1945 e l’altro nel 1991 (o prima). Oltre al 75° anniversario dell’inizio dell’operazione “Overlord”, da sempre celebrata quale evento fondamentale della Seconda guerra mondiale, che avrebbe deciso, da solo, le sorti di tutto il conflitto, tra pochi mesi si ricorderà l’80° dello scoppio della guerra.

Nel primo caso, si è da sempre trasformato un evento effettivamente rilevante (per la verità, più politicamente che militarmente) in una vera e propria epopea, praticamente lasciando in sott’ordine la vittoria sovietica a Stalingrado e quella, forse ancora più determinante, del luglio 1943, allorché, rintuzzando l’offensiva tedesca nel saliente di Kursk e decidendo, in pratica, le sorti della Wehrmacht,

Mosca aveva con ciò stesso convinto Londra e Washington ad affrettare lo sbarco in Sicilia, per timore di lasciar campo libero all’Armata Rossa verso la Germania. E, soprattutto, si è di fatto taciuto il peso che l’operazione “Bagration” in Bielorussia, Polonia orientale e Paesi baltici – condotta quasi in contemporanea a quella “Overlord” a occidente, annientò l’intero gruppo di armate “Centro” tedesco – ebbe per alleggerire la pressione tedesca sugli Alleati.

Se nel 1944 l’URSS si fosse limitata a liberare il proprio territorio, concludendo poi una pace separata coi nazisti, a ovest la Wehrmacht avrebbe facilmente ributtato a mare gli Alleati.

Nel secondo caso, già da alcuni decenni si tenta di far ricadere le responsabilità per lo scatenamento nazista della guerra sul cosiddetto “protocollo aggiuntivo segreto”, allegato al patto di non aggressione tedesco-sovietico del 23 agosto 1939 che, si dice a ovest, avrebbe “dato il via libera” a Hitler per attaccare la Polonia.

Non c’è bisogno di esser indovini, per immaginarsi come nei prossimi mesi la Germania nazista verrà trasformata in “vittima” delle “mire sovietiche”: lo aveva già anticipato quattro anni fa il golpista ucraino Arsenij Jatsenjuk e non sembra che, all’epoca, qualche capitale occidentale lo abbia sbugiardato.

Il Ministero degli esteri russo ha ora pubblicato la versione in lingua russa sia del protocollo, che della relativa illustrazione, sinora disponibili solo nella versione tedesca: a suo tempo, ci ritorneremo; per ora è sufficiente ricordare come si continui a tacere su patti di non aggressione simili, sottoscritti dalle potenze occidentali con la Germania, sull’accordo tra Varsavia e Berlino per la spartizione di Lituania e Cecoslovacchia, ecc.

Le premesse per tale indirizzo ci sono già tutte. In vista del 75° anniversario della vittoria sul nazismo, che si celebrerà l’anno prossimo, negli Stati Uniti è già stata emessa una speciale moneta commemorativa, su una faccia della quale sono raffigurati due personaggi, somiglianti a Harry Truman e Dwight Eisenhower, mentre sull’altra faccia sono incise le bandiere di USA, Gran Bretagna e Francia, ma non quella dell’Unione Sovietica.

L’URSS non esiste più: dunque, perché ricordarla? Il nazismo è stato sconfitto dagli “Alleati”; senza discussioni. Sicuramente, l’anno prossimo tutti verremo chiamati a onorare le tre potenze “vittoriose”, mentre gli autentici vincitori del Drittes Reich saranno, nel migliore dei casi, passati sotto silenzio; nel peggiore, verranno assimilati al “male assoluto”, peggiori dei nazisti sconfitti.

Cosa significano i 26 milioni di cittadini sovietici caduti, civili e militari, a fronte del milione e mezzo di morti di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna prese insieme? Cosa importa che dal 1941 al 1944, quando l’Armata Rossa riuscì infine a portare il fronte al di là dei confini sovietici, le oltre 230 divisioni – da Germania e paesi satelliti, Italia compresa – schierate sul fronte orientale, avessero condotto una guerra di sterminio, volta ad annientare la popolazione civile, mentre a ovest 60 divisioni tedesche tenevano impegnati gli Alleati quel tanto che bastava per rimandare fino al 1944 l’apertura del secondo fronte?

Cosa importa che i cittadini sovietici di nazionalità ebrea venissero sterminati a milioni; che la popolazione bielorussa si fosse ridotta di un terzo alla fine della guerra; che nella Leningrado assediata per 872 giorni, siano morti dai 650.000 al milione e mezzo di civili; che dei soldati sovietici delle classi d’età dal 1921 al 1924, solo 3 su 100 siano sopravvissuti alla guerra; che le Marzabotto, le Sant’Anna, le Oradour, si siano contate a decine nel territorio sovietico occupato dai nazisti, in cui i villaggi venivano dati alle fiamme insieme agli abitanti: quasi 200 nella sola Bielorussia.

Cosa importa che ad appena qualche settimana dalla fine della guerra, quando ormai l’Armata Rossa era prossima a Berlino, il futuro capo della CIA, Allen Dulles, si incontrasse in Svizzera col generale Karl Wolff, inviato di Heinrich Himmler, per negoziare la pace separata tra Germania nazista e potenze “Alleate”...

L’Unione Sovietica non c’è più e si può tranquillamente riscrivere la storia.

In Russia circola un aneddoto, tra il vero e l’ironico: sembra che alla firma della capitolazione tedesca, l’8 maggio 1945, al quartier generale di Georgij Žukov a Berlino, il comandante in capo del OKW, Wilhelm Keitel, abbia osservato sarcasticamente “e anche loro ci hanno sconfitto?”, intendendo i rappresentanti alleati lì presenti.

Ora, osserva News Front, la storia “non si riscrive: si ruba. E in buona parte noi stessi ne siamo stati responsabili”, trent’anni fa; così, “abbiamo pagato e fatto pentimento. Non c’era nulla di cui pentirsi, ma ci convinsero che fosse necessario. Abbiamo pagato un prezzo enorme; abbiamo pagato, rinunciando alla nostra memoria”.

Questo avveniva, mentre “venivamo sottoposti al lavaggio del cervello” e ci convincevano che tutta la nostra “storia fosse stata un crimine e un errore storico”. Tentavano di convincerci che fosse “nostra la colpa se era iniziata la seconda guerra mondiale, per via del patto Molotov-Ribbentrop; che Stalin fosse peggio di Hitler; che tutta la storia del nostro paese fosse fatta di gulag e battaglioni di punizione. Migliaia di “storici” e propagandisti si sono dati da fare; hanno riscritto i manuali scolastici”.

Ed è così che nei paesi ex-socialisti d’Europa orientale si distruggono a centinaia i monumenti ai soldati sovietici caduti per liberare quelle terre dall’occupazione nazista: seicentomila morti solo in Polonia, per dirne una, quasi tre volte tanti quanti gli stessi soldati polacchi. E’ così che domenica scorsa, a Kharkov, i neonazisti ucraini hanno distrutto il monumento al “Maresciallo della vittoria”, Georgij Žukov.

Ed è difficile dar torto a News Front sul fatto che “in buona parte noi stessi ne siamo stati responsabili”, quando nella stessa Russia si è cominciato a inaugurare monumenti, busti, steli ai più spietati generali bianchi della guerra civile e a canonizzare gli zar responsabili di impiccagioni e fucilazioni: l’ultimo in ordine di tempo, l’aeroporto di una delle 12 “città eroe” dell’URSS, Murmansk, è ora intitolato a Nicola II “il sanguinario”. Che altro?

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15/06/2014

Si stringe la morsa Usa sull'Europa occidentale: la cortina di ferro di Washington in Ucraina

I leader della NATO in questo momento stanno mettendo in scena in Europa una farsa mirata, diretta a ricostruire una cortina di ferro tra la Russia e l'Occidente.

Con sorprendente unanimità, i leader della NATO fingono sorpresa per eventi pianificati con mesi di anticipo. Gli eventi che essi hanno deliberatamente innescato vengono travisati come un'improvvisa, sorprendente, ingiustificata "aggressione russa". Gli Stati Uniti e l'Unione Europea hanno intrapreso un'aggressiva provocazione in Ucraina che sapevano che avrebbe costretto la Russia, in un modo o in un altro, a reagire in termini difensivi.

Non potevano essere esattamente sicuri su come il presidente russo Vladimir Putin avrebbe reagito quando ha visto che gli Stati Uniti stavano manipolando il conflitto politico in Ucraina per installare un governo filo-occidentale intenzionato ad aderire alla NATO. Questa non era una mera questione di "sfere di influenza" sui "vicini prossimi" della Russia, ma una questione di vita o di morte per la Marina russa, così come una grave minaccia alla sicurezza nazionale sul confine della Russia.

Così facendo era stata tesa una trappola a Putin. Sarebbe stato dannato se avesse agito, e dannato se non avesse agito. Poteva reagire debolmente, e tradire fondamentali interessi nazionali della Russia, consentendo alla NATO di far avanzare le sue forze ostili in una posizione di attacco ideale.

O avrebbe potuto reagire in modo eccessivo, inviando forze armate russe ad invadere l'Ucraina. L'Occidente era preparato a questo, pronto a urlare che Putin è "il nuovo Hitler" e a invadere la povera, indifesa Europa, che poteva essere salvata (di nuovo) solo dai generosi americani.

In realtà, la mossa difensiva russa è stata una via di mezzo molto ragionevole. Grazie al fatto che la stragrande maggioranza degli abitanti della Crimea si sentivano russi, essendo stati cittadini russi fino a quando Krusciov con leggerezza conferì il territorio all'Ucraina nel 1954, è stata trovata una soluzione pacifica e democratica. Gli abitanti della Crimea hanno votato per il loro ritorno alla Russia in un referendum che era perfettamente legale secondo la legge internazionale, anche se in violazione della costituzione ucraina, che era ormai a brandelli essendo stata appena violata dal rovesciamento del presidente regolarmente eletto del paese, Victor Yanukovich, facilitato da milizie violente. Il cambiamento di status della Crimea è stato raggiunto senza spargimenti di sangue, col voto popolare.

Ciò nonostante, le grida di indignazione dell'Occidente sono state altrettanto istericamente ostili come se Putin avesse reagito in modo eccessivo e sottoposto l'Ucraina ad una campagna di bombardamenti in stile Usa, o invaso il paese a titolo definitivo - cosa che essi avrebbero potuto aspettarsi che facesse.

Il Segretario di Stato John Kerry ha capeggiato il coro di ipocrita indignazione, accusando la Russia di quel tipo di cose che il suo governo ha l'abitudine di fare. "Non invadete un altro paese con falsi pretesti per affermare i vostri interessi. Si tratta di un atto di aggressione che è completamente inventato sulla base di pretesti", ha pontificato Kerry. "E' davvero un comportamento del 19esimo secolo nel 21esimo secolo". Invece di ridere di questa ipocrisia, media statunitensi, politici ed esperti hanno zelantemente fatto proprio il tema dell'inaccettabile aggressione espansionistica di Putin. Gli europei hanno fatto seguito con una debole, obbediente eco.

E' stato tutto pianificato a Yalta

Nel settembre 2013, uno dei più ricchi oligarchi ucraini, Viktor Pinchuk, ha pagato per un'elitaria conferenza strategica sul futuro dell'Ucraina che si è tenuta nello stesso palazzo a Yalta, in Crimea, dove Roosevelt, Stalin e Churchill si incontrarono per decidere il futuro dell'Europa nel 1945. L'Economist, uno dei mezzi di comunicazione delle élite riferendo su quello che definiva una "dimostrazione di diplomazia brutale", ha dichiarato che: "Il futuro dell'Ucraina, un paese di 48 milioni di persone, e dell'Europa si stava decidendo in tempo reale". Tra i partecipanti, Bill e Hillary Clinton, l'ex capo della CIA generale David Petraeus, l'ex Segretario del Tesoro Usa Lawrence Summers, l'ex capo della Banca Mondiale Robert Zoellick, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt, Shimon Peres, Tony Blair, Gerhard Schröder, Dominique Strauss-Kahn, Mario Monti, il presidente lituano Dalia Grybauskaite, e l'influente ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski. Erano presenti sia il presidente Viktor Yanukovich, deposto cinque mesi più tardi, che Petro Poroshenko recentemente eletto come suo successore. L'ex segretario all'Energia Usa Bill Richardson era lì per parlare della rivoluzione dello shale-gas che gli Stati Uniti sperano di utilizzare per indebolire la Russia sostituendo le riserve di gas naturale della Russia con i prodotti del fracking [fracking: controversa tecnica di fratturazione idraulica per estrarre gas naturale e petrolio dalle rocce di scisto (shale gas), ndt]. Al centro della discussione c'era il "Deep and Comprehensive Free Trade Agreement" (DCFTA) [Accordo di libero scambio globale e approfondito] tra l'Ucraina e l'Unione Europea, e la prospettiva di integrazione dell'Ucraina nell'Occidente. Il tono generale era euforico riguardo la prospettiva di rompere i legami dell'Ucraina con la Russia a favore dell'Occidente.

Un complotto contro la Russia? Niente affatto. A differenza del Bilderberg, gli atti non erano segreti. Di fronte a una dozzina di vip americani e un vasto campione dell'élite politica europea c'era un consigliere di Putin di nome Sergei Glazyev, che ha reso la posizione della Russia perfettamente chiara.

Glazyev ha iniettato una nota di realismo politico ed economico nella conferenza. Forbes ha a suo tempo riferito della "netta differenza" tra i punti di vista russi e occidentali "non sull'opportunità dell'integrazione dell'Ucraina con l'UE ma sul suo probabile impatto". In contrasto con l'euforia occidentale, il punto di vista russo si basava su "critiche economiche molto specifiche e mirate" circa l'impatto dell'Accordo di scambio sull'economia dell'Ucraina, notando che l'Ucraina aveva un enorme disavanzo dei conti esteri, finanziato con prestiti esteri, e che il conseguente significativo aumento delle importazioni occidentali poteva solo ampliare il disavanzo. L'Ucraina "o farà default per i suoi debiti o richiederà un ragguardevole salvataggio".

Il giornalista di Forbes concludeva che "la posizione russa è molto più vicina alla verità del felice chiacchiericcio proveniente da Bruxelles e Kiev".

Riguardo l'impatto politico, Glazyev ha sottolineato che la minoranza di lingua russa nell'Ucraina orientale potrebbe proporre una divisione del paese in segno di protesta contro il taglio dei legami con la Russia, e che la Russia sarebbe legittimata a sostenerli, secondo il Times di Londra.

In definitiva, mentre pianificavano di incorporare l'Ucraina nella sfera occidentale, i leader occidentali erano perfettamente consapevoli che questa mossa avrebbe comportato seri problemi con gli ucraini di lingua russa, e con la stessa Russia. Piuttosto che cercare di giungere a un compromesso, i leader occidentali hanno deciso di andare avanti e di incolpare la Russia per qualsiasi cosa sarebbe andata storta. Per iniziare è andato storto che Yanukovich si sia spaventato di fronte al collasso economico implicito nell'Accordo di scambio con l'Unione Europea. Ha rinviato la firma, sperando in un accordo migliore. Dal momento che niente di tutto questo è stato spiegato chiaramente al pubblico ucraino, ne sono seguite adirate proteste, che sono state rapidamente sfruttate dagli Stati Uniti... contro la Russia.

L'Ucraina come un ponte... o come il tallone di Achille

L'Ucraina, che significa zona di confine, è un paese senza confini storici chiaramente stabiliti che è stato esteso troppo sia verso est che verso ovest. Responsabile di questo è stata l'Unione Sovietica, ma l'Unione Sovietica non esiste più, e il risultato è un paese senza un'identità unitaria e che emerge come un problema per sé stesso e per i suoi vicini.

E' stata estesa troppo verso est, incorporando un territorio che potrebbe anche essere stato russo, nel quadro di una politica generale per distinguere l'URSS dall'impero zarista, allargando l'Ucraina a scapito della sua componente russa e dimostrando che l'Unione Sovietica era davvero una unione fra repubbliche socialiste uguali. Finché tutta l'Unione Sovietica era gestita dalla leadership comunista, questi confini non erano troppo rilevanti.

E' stato esteso anche troppo verso ovest alla fine della seconda guerra mondiale. La vittoriosa Unione Sovietica ha esteso il confine dell'Ucraina per includere le regioni occidentali, dominate dalla città variamente denominata come Lviv, Lwow, Lemberg o Lvov, a seconda che appartenesse alla Lituania, alla Polonia, all'Impero asburgico o all'URSS, una regione che era un focolaio di sentimenti anti-russi. Questa mossa è stata senza dubbio concepita come difensiva, per neutralizzare gli elementi ostili, ma ha creato la nazione fondamentalmente divisa e dalle acque agitate che è oggi.

Il rapporto Forbes citato prima ha sottolineato che: "Per la maggior parte degli ultimi cinque anni, l'Ucraina ha praticamente fatto un doppio gioco, dicendo all'UE che era interessata a firmare il DCFTA mentre diceva ai russi che era interessata ad entrare nell'unione doganale". O Yanukovich non sapeva decidersi, o stava cercando di cavare la migliore offerta da ambo le parti, o stava cercando il miglior offerente. In ogni caso, non è mai stato "l'uomo di Mosca", e la sua caduta è senza dubbio dovuta in gran parte al suo ruolo nel contrapporre le due parti a suo vantaggio. Il suo era un gioco pericoloso nel mettere in concorrenza le maggiori potenze.

Si può affermare con certezza che ciò di cui c'era bisogno era qualcosa che finora sembra mancare totalmente in Ucraina: una leadership che riconosce la natura divisa del paese e lavora diplomaticamente per trovare una soluzione che soddisfi sia le popolazioni locali e i loro legami storici con l'Occidente cattolico e con la Russia. In definitiva, l'Ucraina potrebbe essere un ponte tra Oriente e Occidente - e questa, per inciso, è stata proprio la posizione russa. La posizione russa non è stata di dividere l'Ucraina, tanto meno di conquistarla, ma di facilitare il ruolo del paese come ponte. Ciò comporterebbe un certo grado di federalismo, di governo locale, che finora è totalmente assente nel paese, con i governatori locali scelti non per elezione, ma dal governo centrale di Kiev. Una Ucraina federale potrebbe sviluppare relazioni sia con l'UE e mantenere i suoi vitali (e redditizi) rapporti economici con la Russia.

Ma questa intesa richiede la buona volontà occidentale a cooperare con la Russia. Gli Stati Uniti hanno chiaramente posto il veto a questa possibilità, preferendo sfruttare la crisi per bollare la Russia come "il nemico".

Piano A e Piano B
La politica Usa, evidente già nella riunione del settembre 2013 a Yalta, è stata condotta sul campo da Victoria Nuland, ex consigliere di Dick Cheney, vice-ambasciatore presso la NATO, portavoce di Hillary Clinton, moglie del teorico neocon Robert Kagan. Il suo ruolo di primo piano nelle vicende ucraine dimostra che l'influenza neo-con nel Dipartimento di Stato, stabilita sotto Bush II, è stata mantenuta da Obama, il cui unico contributo visibile al cambiamento in politica estera è stata la presenza di un uomo di origine africana alla presidenza, calcolato per impressionare il mondo con la virtù multiculturale degli Usa. Come la maggior parte degli altri recenti presidenti, Obama è lì come un temporaneo venditore di politiche realizzate ed eseguite da altri.

Come Victoria Nuland vantava a Washington, dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti hanno speso cinque miliardi di dollari per guadagnare influenza politica in Ucraina (la chiamano "promozione della democrazia"). Questo investimento non è "per il petrolio", o per qualsiasi vantaggio economico immediato. I motivi principali sono geopolitici, perché l'Ucraina è il tallone d'Achille della Russia, il territorio con la maggiore capacità potenziale di causare problemi alla Russia.

Ciò che ha richiamato l'attenzione del pubblico sul ruolo di Victoria Nuland nella crisi ucraina è stato il suo uso di una parolaccia, quando ha detto all'ambasciatore Usa, "che si fotta l'Unione Europea". Ma il polverone sul suo linguaggio scurrile ha fatto velo alle sue cattive intenzioni. La questione verteva su chi dovesse strappare il potere al presidente eletto Viktor Yanukovich. Con il partito del cancelliere tedesco Angela Merkel che promuoveva l'ex pugile Vitaly Klitschko come suo candidato. Lo sgarbato rifiuto della Nuland significava che gli Stati Uniti, non la Germania o l'Unione europea, dovevano scegliere il prossimo leader, e che non era Klitschko, ma "Yats". Ed infatti è stato Yats, Arseniy Yatsenyuk, un tecnocrate di secondo piano sponsorizzato dagli Usa noto per il suo entusiasmo per le politiche di austerità del FMI e l'adesione alla NATO, che ha ottenuto il posto. Questo ha messo in piedi un governo sponsorizzato dagli Usa, spalleggiato nelle strade da una milizia fascista con poco peso elettorale ma un sacco di bestialità armata, nella condizione di gestire le elezioni del 25 maggio, da cui l'occidente russofono era in gran parte escluso.

Il piano A per il colpo di stato di Victoria Nuland era probabilmente di installare, rapidamente, un governo a Kiev che avrebbe aderito alla NATO, preparando così formalmente il terreno agli Stati Uniti per impossessarsi della base navale russa sul Mar Nero di Sebastopoli in Crimea, indispensabile per la Russia. La reintegrazione della Crimea nella Russia era la necessaria mossa difensiva di Putin per evitare ciò.

Ma la mossa Nuland era in realtà uno schema che prevedeva la vittoria in ogni caso. Se la Russia non fosse riuscita a difendersi, rischiava di perdere l'intera sua flotta meridionale - un disastro nazionale totale. Se, d'altra parte, la Russia avesse reagito, come era più probabile, gli Usa avrebbero avuto in tal modo una vittoria politica il che era forse il loro obiettivo principale. La mossa totalmente difensiva di Putin è presentata dai principali mezzi di informazione occidentali, a cui fanno eco i leader politici, come un ingiustificato "espansionismo russo", che la macchina della propaganda paragona a Hitler che invade la Cecoslovacchia e la Polonia.

Così una sfacciata provocazione occidentale, utilizzando la confusione politica ucraina contro una Russia sostanzialmente difensiva, è riuscita sorprendentemente a produrre un cambiamento totale nello Zeitgeist artificiale prodotto dai mass media occidentali. Improvvisamente, ci viene detto che "l'Occidente amante della libertà" si trova di fronte alla minaccia del "aggressivo espansionismo russo". Una quarantina di anni fa, i leader sovietici si illusero che questa loro pacifica rinuncia avrebbe potuto portare ad una collaborazione amichevole con l'Occidente, e in particolare con gli Stati Uniti. Ma quelli negli Stati Uniti che non hanno mai voluto porre fine alla guerra fredda si stanno prendendo la rivincita. Non importa il "comunismo"; se, invece di propugnare la dittatura del proletariato, l'attuale leader della Russia è per certi versi semplicemente vecchio stile, i mezzi d'informazione occidentali possono tirarne fuori un mostro. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un nemico da cui salvare il mondo.

Il ritorno del racket della protezione

Ma prima di tutto, gli Stati Uniti hanno bisogno della Russia come un nemico, allo scopo di "salvare l'Europa", che è un altro modo per dire, continuare a dominare l'Europa. I decisori politici di Washington sembravano preoccupati che lo slancio di Obama verso l'Asia e il disinteresse per l'Europa potesse indebolire il controllo Usa sui suoi alleati della NATO. Il 25 maggio le elezioni al Parlamento europeo hanno rivelato una grande disaffezione verso l'Unione Europea. Questa disaffezione, in particolare in Francia, è legata ad una crescente consapevolezza che l'UE, lungi dall'essere una potenziale alternativa agli Stati Uniti, è in realtà un meccanismo che incatena i paesi europei alla globalizzazione definita dagli Usa, al declino economico e alla politica estera degli Stati Uniti, alle guerre e a tutto il resto.

L'Ucraina non è l'unica entità che è stata sottoposta ad una tensione eccessiva. Così è stato per l'UE. Con 28 membri diversi per lingua, cultura, storia e mentalità, l'UE non è in grado di accordarsi su nessun'altra politica estera che non sia quella imposta da Washington. L'ampliamento dell'UE agli ex satelliti dell'Europa orientale ha completamente infranto qualsiasi profondo consenso che avrebbe potuto esserci tra i paesi della Comunità Economica originale: Francia, Germania, Italia e Benelux. La Polonia e gli Stati baltici vedono l'adesione all'UE come utile, ma i loro cuori sono in America - dove molti dei loro leader più influenti sono stati istruiti e formati. Washington è in grado di sfruttare la nostalgia anti-comunista, anti-russa e persino filo-nazista dell'Europa nord-orientale per agitare il falso grido che "i russi stanno arrivando!" al fine di ostacolare il crescente partenariato economico tra la vecchia UE, in particolare la Germania, e la Russia.

La Russia non è una minaccia. Ma per i rumorosi russofobi negli Stati baltici, nell'Ucraina occidentale e nella Polonia, l'esistenza stessa della Russia è una minaccia. Incoraggiata dagli Stati Uniti e dalla NATO, questa endemica ostilità è la base politica per la nuova "cortina di ferro" intesa a conseguire l'obiettivo enunciato nel 1997 da Zbigniew Brzezinski in La Grande Scacchiera: mantenere il continente eurasiatico diviso per perpetuare l'egemonia mondiale degli Stati Uniti. La vecchia guerra fredda serviva allo scopo, consolidando la presenza militare degli Usa e l'influenza politica nell'Europa occidentale. Una nuova guerra fredda può evitare che l'influenza Usa sia vanificata da buone relazioni tra l'Europa occidentale e la Russia.

Obama è arrivato in Europa ostentatamente promettendo di "proteggere" l'Europa basando più truppe in regioni il più possibile vicine alla Russia, e ordinando al tempo stesso alla Russia di ritirare le proprie truppe, sul proprio territorio, ancora più lontano dalla travagliata Ucraina. Questo sembra pensato per umiliare Putin e privarlo del sostegno politico interno, in un momento in cui stanno crescendo le proteste in Ucraina orientale contro il leader russo perché li abbandona ai killer inviati da Kiev.

Per stringere la morsa Usa sull'Europa, gli Stati Uniti stanno usando la crisi artificiale per esigere che i suoi alleati indebitati spendano di più nella "difesa", in particolare nell'acquisto di sistemi d'arma Usa. Sebbene gli Usa siano ancora ben lontani dall'essere in grado di soddisfare le esigenze energetiche dell'Europa dal nuovo boom del fracking, questa prospettiva viene salutata come un sostituto alla vendita di gas naturale della Russia - stigmatizzato come "un modo di esercitare pressione politica", qualcosa di cui le ipotetiche vendite energetiche Usa si presume siano esenti. Vengono fatte pressioni sulla Bulgaria e anche sulla Serbia per bloccare la costruzione del gasdotto South Stream, che porterebbe il gas russo nei Balcani e nell'Europa meridionale.

Dal D-Day al Dooms Day

Oggi, 6 giugno, il settantesimo anniversario dello sbarco del D-Day viene rappresentata in Normandia come una gigantesca celebrazione della dominazione americana, con Obama alla testa di un cast stellare di leader europei. Gli ultimi anziani soldati e aviatori sopravvissuti sono presenti come i fantasmi di un'epoca più innocente, quando gli Stati Uniti erano solo all'inizio della loro nuova carriera di padroni del mondo. Essi erano reali, ma il resto è una farsa. La televisione francese è inondata dalle lacrime dei giovani abitanti dei villaggi in Normandia a cui è stato insegnato che gli Stati Uniti sono una specie di angelo custode, che ha inviato i suoi ragazzi a morire sulle coste della Normandia per puro amore per la Francia. Questa immagine idealizzata del passato è implicitamente proiettata sul futuro. In settant'anni, la guerra fredda, una narrazione dominante propagandistica e soprattutto Hollywood hanno convinto i francesi, e la maggior parte dell'Occidente, che il D-Day è stato il punto di svolta per la vittoria nella seconda guerra mondiale e che ha salvato l'Europa dalla Germania nazista.

Vladimir Putin è venuto alla celebrazione, ed è stato accuratamente evitato da Obama, auto-nominatosi arbitro della Virtù. I russi stanno rendendo omaggio all'operazione D-Day che liberò la Francia dall'occupazione nazista, ma essi - e gli storici - sanno ciò che la maggior parte dell'Occidente ha dimenticato: che la Wehrmacht fu sconfitta concretamente non dallo sbarco in Normandia, ma dall'Armata Rossa. Se il grosso delle forze tedesche non fosse stato inchiodato a combattere una guerra persa sul fronte orientale, nessuno celebrerebbe il D-Day come lo si celebra oggi.

Putin è ampiamente accreditato come "il miglior giocatore di scacchi", che ha vinto il primo round della crisi ucraina. Egli ha senza dubbio fatto il meglio che ha potuto, di fronte alla crisi impostagli. Ma gli Usa hanno schiere intere di pedine che Putin non ha. E questo non è solo un gioco di scacchi, ma di scacchi combinati con il poker e con la roulette russa. Gli Stati Uniti sono pronti ad assumersi rischi che i più prudenti leader russi preferiscono evitare... il più a lungo possibile.

Forse l'aspetto più straordinario della farsa attuale è il servilismo dei "vecchi" europei. A quanto pare abbandonando tutta la saggezza accumulata dall'Europa, tratta dalle sue guerre e dalle sue tragedie, e persino inconsapevoli dei propri interessi, gli attuali leader europei sembrano pronti a seguire i loro protettori americani verso un altro D-Day... dove D sta per Doom [Doomsday: fine del mondo o, in generale, evento catastrofico, ndt] .

Può la presenza in Normandia di un leader russo in cerca di pace fare la differenza? Basterebbe che i mezzi d'informazione di massa dicessero la verità, e quanto all'Europa che producesse dei leader abbastanza saggi e coraggiosi, perché l'intera macchina da guerra finta perda la sua lucentezza, e perché emerga la verità. Un'Europa pacifica è ancora possibile, ma per quanto tempo?

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08/06/2014

I paradossi di un anniversario

La celebrazione del D-day. Si dimentica che la guerra a Hitler non fu vinta a Dunquerke, ma a Stalingrado, e si coglie l’ennesima occasione per appuntare sul petto degli yankees la medaglia dei salvatori: tutti i servizi giornalistici esordiscono o si concludono con «Le truppe alleate cominciarono il 6 giugno 1944 la liberazione dell’Europa dal nazismo». Finiscono nell’oblio i 20-22 milioni di russi morti in guerra.

E siamo di nuovo alla ricor­renza del “giorno più lungo”, il 6 giu­gno 1944. Fanfare, cor­na­muse, ceri­mo­nie civili e reli­giose, finti sbar­chi sulle coste francesi, finti lanci di para­ca­du­ti­sti, foto ricordo dei vete­rani, le trombe che suo­nano le note del silen­zio nei cimi­teri di guerra, rin­no­vata pro­du­zione di car­to­line ricordo, e tutto il resto. Con il “valore aggiunto” di un para­dos­sale incon­tro del G8 dive­nuto G7, per l’esclusione della Fede­ra­zione Russa. Il convi­tato di pie­tra Vla­di­mir Putin, si aggi­rava ospite sgra­dito, ma inevitabile.

Gli affari con la Rus­sia non pos­sono fer­marsi, anche se Obama lo pretenderebbe. Del resto se ai festeg­gia­menti pren­dono parte ita­liani e ucraini, alleati ai nazi­sti, oltre ai tede­schi, non si capi­rebbe per­ché non dovreb­bero essere invi­tati i russi.

Sic­ché accade che venga rice­vuto in pompa magna, un uomo sul libro paga dei ser­vizi sta­tu­ni­tensi, il miliar­da­rio ucraino cioc­co­la­taio Poro­shenko, vin­ci­tore di ele­zioni farsa, dopo la desti­tu­zione del pre­si­dente Yanu­ko­vic, men­tre Putin deve stare alla porta di ser­vi­zio: l’uomo che rap­pre­senta non solo una delle 8 eco­no­mie più impor­tanti del mondo, il più grande Stato in ter­mini di esten­sione ter­ri­to­riale, uno Stato che, a dispetto di quanti pre­ten­de­reb­bero di espun­gerlo dalla geo­gra­fia e dalla sto­ria d’Europa, è pie­na­mente parte del con­ti­nente, pur con la sua gigan­te­sca “appen­dice” euroasiatica.

In que­sta strana situa­zione, natu­ral­mente, si esalta il ruolo dell’Unione europea come «fat­tore di pace»: e si dimen­tica che dopo l’aggressione alla Fede­ra­zione Jugo­slava del 1999 — la «guerra social­de­mo­cra­tica» di Clin­ton, Blair e D’Alema — la guerra è di nuovo nel cuore del con­ti­nente: l’Unione euro­pea ha tol­le­rato e sup­por­tato l’azione dell’Amministrazione sta­tu­ni­tense volta a rea­liz­zare in Ucraina un colpo di Stato, assi­stendo inerte, da settimane, ai mas­sa­cri com­piuti dal governo gol­pi­sta di Kiev con l’ausilio di truppe mer­ce­na­rie. Come in Siria. Come in molte «rivo­lu­zioni» aran­cioni o medi­ter­ra­nee. Nella guerra dei Bal­cani si usò il para­digma della «guerra giusta», con un inces­sante, fuor­viante e stuc­che­vole rife­ri­mento al Secondo con­flitto mon­diale, e dun­que i per­fidi serbi diven­nero i nazi­sti e i poveri kosovari gli ebrei vit­time di un «geno­ci­dio»: che poi non fosse dimo­strato poco impor­tava. A Milo­se­vic furono fatti cal­zare gli sti­vali di Hitler, ed egli fu additato come il nuovo mostro da far fuori senza tanti com­pli­menti; il che avvenne, e nel modo più tra­gico e infame, dopo che i cac­cia­bom­bar­dieri «alleati» ave­vano spia­nato la Ser­bia. L’importante era col­pire l’immaginazione dell’opinione pub­blica, toc­care le corde della pietà, e natu­ral­mente sven­to­lare la ban­diera della demo­cra­zia: che veniva difesa, nel ’99 come nel ‘39.

La stessa ban­diera, in que­ste ultime ore, è agi­tata da Obama e Came­ron, in rife­ri­mento all’Ucraina: le cele­bra­zioni dello sbarco in Nor­man­dia diven­tano fun­zio­nali all’attacco per ora media­tico e solo par­zial­mente com­mer­ciale, alla Rus­sia. Ma nelle parole sem­pre più roboanti di un Obama rive­la­tosi in politica estera degno del suo pre­de­ces­sore Bush jr., non si esclude il ricorso alle «misure militari».

Insomma, si cele­bra la fine di una guerra, minac­ciando una nuova guerra; e si gioca su un dop­pio piano: la memo­ria corta e l’uso poli­tico della sto­ria. Le elezioni euro­pee sono già alle nostre spalle, nel disin­te­resse gene­rale. E sempre di più, davanti a certi discorsi e alle pra­ti­che poste in essere, dobbiamo chie­derci dove sia finita quella «Europa dei popoli», pero­rata da Spi­nelli (Altiero!), Erne­sto Rossi, Euge­nio Colorni, nel loro sogno di federalismo demo­cra­tico e socialista.

Men­tre si dimen­tica che la guerra ad Hitler non fu vinta a Dun­querke, ma a Sta­lin­grado, e si coglie l’ennesima occa­sione per appun­tare sul petto vigo­roso degli yan­kees la meda­glia dei sal­va­tori: tutti i ser­vizi gior­na­li­stici esor­di­scono o si con­clu­dono con «Le truppe alleate comin­cia­rono il 6 giu­gno 1944 la libera­zione dell’Europa dal nazi­smo». Fini­scono tran­quil­la­mente nell’oblio i 20–22 milioni di russi morti in guerra.

Memo­ria corta, ma, appunto, disin­volto uso poli­tico della sto­ria: solo ieri Obama ha dichia­rato, dopo un grot­te­sco para­gone fra la «gene­ra­zione del 6 giu­gno» con quella «dell’11 set­tem­bre», che allora come oggi gli Stati Uniti sono «il baluardo mon­diale della libertà». E, da ultimo, Lech Walesa, a Roma a pre­sen­tare il film senile di Waida sull’«eroe» di Soli­dar­nosc, dà la sua benedizione a Obama: «È dav­vero un grande». Se lo dice lui.

Angelo D'Orsi per Il Manifesto, 6 - 6 - 2014

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06/06/2014

D-day 70 anni dopo e i vincitori ex amici


Oggi - tanto tempo fa - fummo liberati. Per chi ha superato i 70 anni, quel 6 giugno fu rivoluzione che portava alla fine della guerra e verso l’inizio dei diritti. Per i nati ‘post liberazione’ fu una prospettiva di vita
decisamente migliore anche se spesso tradita dagli eredi di quella battaglia.


Gli anglofoni che da allora comandano sul mondo lo chiamarono “D-day”, che è solo un sigla per indicare il giorno di un attacco qualsiasi e quel D-Day divenne ‘IL D-DAY’. In realtà lo sbarco in Normandia aveva nome e cognome: nome in codice Neptune, operazione Overlord. Fu la più grande invasione via mare della storia compiuta dalle forze alleate per aprire un secondo fronte di terra oltre quello sovietico in Europa e invadere la Germania nazista. Lo sbarco avvenne sulle spiagge della Normandia, nel nord della Francia, alle 6 e 30 del mattino di martedì 6 giugno 1944.


Per numerosi storici quella gigantesca operazione militare fu decisa da americani e inglesi per evitare che a liberare l’Europa dal nazismo fosse l’Armata Rossa. Già i prodromi della guerra fredda che a temperature alterne climatizza il mondo da 70 anni. Oggi in Normandia ci sono tra gli altri anche Barack Obama e Vladimir Putin, a guardarsi in cagnesco come avrebbero fatto mesi dopo i loro predecessori Roosevelt e Stalin. Le circostanze internazionali e soprattutto la crisi ucraina stanno riproponendo in maniera per fortuna ancora dialettica l’immediato dopo vittoria sul nazismo.


Pensate alla commedia imposta ieri sera al padrone di casa Francois Hollande: cena con Obama e dopo-teatro con Vladimir Putin. Situazione da commedia tra moglie e amanti. Impossibile mettere allo stesso tavolo i due leader divisi dalla crisi ucraina, Francois Hollande s’è sottoposto a un doppio pasto. Con i due ospiti a Parigi alla vigilia del trasferimento sulle coste della Normandia. Tra il caricaturale - memoria di vecchi film - e il deprimente. La Storia maiuscola che non trova altri attori per il ‘remake’ all’altezza dei primi protagonisti. Comunque grazie per allora ai 2 nemici da 70 anni.

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