27 gennaio: Giornata della memoria e ottantesimo anniversario della liberazione del lager nazista di Auschwitz da parte dell’Esercito Rosso sovietico, a simboleggiare la liberazione di tutti i campi di concentramento e di sterminio nazisti, attraverso cui erano passate 18 milioni di persone di Unione Sovietica, Jugoslavia, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Romania, Italia e di altri paesi: di esse, 11 milioni non fecero ritorno.
Nel luglio 1944, le truppe sovietiche erano state le prime ad arrivare al più grande lager nazista, Majdanek; nello stesso periodo, liberarono anche i campi di sterminio di Belzec, Sobibor, Treblinka e, successivamente, altri lager nei Paesi baltici e in Polonia. Prima della capitolazione tedesca, i soldati sovietici liberarono anche Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück.
Il 27 gennaio 1945, l’Esercito Rosso aveva aperto le porte del più grande complesso di campi di concentramento: Auschwitz. Ottant’anni dopo, i degni continuatori del fascista Jozef Pilsudski, idolo e modello di Adolf Hitler, mentre accolgono alle commemorazioni autori e complici di nuovi genocidi, ignorano gesuiticamente l’invito ai rappresentanti russi.
E, però, nel ricordare il contributo sovietico alla liberazione dal nazifascismo, pare opportuno soffermarsi ancora su alcune affermazioni contenute nel discorso di Donald Trump, a proposito delle sue simpatie per la «Russia, che ci ha aiutato a vincere la Seconda guerra mondiale, perdendo in quel processo quasi 60.000.000 di vite umane».
Così, ponendoci qualche innocente interrogativo sulle cognizioni e sulla buona fede dei suoi speechwriter, preme precisare alcuni passaggi storici, troppo spesso artatamente passati sotto silenzio, quando non sfacciatamente falsati, non solo dai tanti eredi di quei Komplizen filohitleriani che abbondano oggi nelle assise parlamentari di mezza Europa, ma anche da molte ingenue vittime delle vomitevoli falsità, messe ciclicamente in circolazione da quei “resilienti combattenti” per una «memoria storica».
“Combattenti” delle malebolge infernali che, «contro la disinformazione russa», tornano a indossare le vecchie divise nere o grigioverdi dei Hilfswilligen di 80 anni fa, riversando calunniosamente su altri le accuse per crimini da loro stessi perpetrati, oggi e, prima, dai loro avi, macchiatisi di «guerre di aggressione non provocate, ingiustificate e illegali», «attacchi mirati contro la popolazione civile, le aree residenziali e le infrastrutture civili», il tutto, «ricorrendo anche ad argomentazioni storiche distorte, manipolazione delle informazioni e ingerenze straniere». Esattamente, le loro sporche nefandezze.
Così, senza entrare nei dettagli storici – anche se, per la verità, ce ne sarebbe un gran bisogno, visto il rifiorire di narrazioni che si credeva ormai ferme alle “scoperte” liberal-reazionarie di sessant’anni fa, à la Walther Hofer e simili – pare sufficiente riportare alcune nude cifre, diffuse, è vero dal Ministero degli esteri russo (ah, vi abbiamo colto con le mani nel sacco!, urleranno in coro nuovi socialfascisti e perenni reazionari) ma sulla base delle conclusioni della Commissione internazionale per le riparazioni dalla Germania del febbraio 1945.
Sottolineiamo: Commissione internazionale, composta di rappresentanti di URSS, USA e Gran Bretagna, la cui creazione era stata decisa nel corso della Conferenza di Jalta.
Dunque, secondo i dati di quella Commissione, il numero di “giorni-soldato” costati alla Germania sul fronte sovietico aveva superato di almeno 10 volte lo stesso numero di tutti gli altri fronti alleati presi insieme. Sul fronte sovietico erano stati impegnati 4/5 dei carri armati tedeschi e circa 2/3 degli aerei.
Complessivamente, era ricaduto sulle spalle dell’URSS quasi il 75% dell’intero sforzo bellico della coalizione anti-hitleriana. Nel corso della guerra, l’Esercito Rosso aveva liquidato 626 divisioni della Germania e dei suoi alleati, di cui 508 tedesche, contro le 176 eliminate da USA e Inghilterra sui loro fronti.
Il fronte sovietico-tedesco si era sviluppato lungo enormi spazi di territorio: in lunghezza (circa 4.000 km nel 1941 e oltre 6.000 km nel 1942) era stato di 4 volte superiore alla lunghezza totale dei fronti nordafricano, italiano e occidentale insieme. Su 1.418 giorni di durata del fronte sovietico-tedesco, le effettive operazioni di guerra vi si erano svolte per 1.320 giorni, quando sul fronte italiano erano state di 492 giorni su 663, sul fronte occidentale di 293 su 338 e sul fronte nordafricano di 309 su 973 giorni.
Il 28 aprile 1942, il presidente USA Franklin Roosevelt, nel discorso alla nazione americana, dichiarò: «Le truppe russe hanno liquidato, e continuano a eliminare, più uomini, aerei, carri armati e cannoni del nostro comune nemico, di tutte le altre 25 nazioni della coalizione antihitleriana messe insieme».
Il premier britannico Winston Churchill, in un messaggio a Stalin del 27 settembre 1944, scriveva che «è stato proprio l’esercito russo a sventrare la macchina da guerra tedesca...».
Il contributo decisivo dell’URSS alla vittoria è definito dal fatto che oltre il 73% delle perdite totali delle forze tedesche-fasciste erano state subite in battaglie e scontri con l’esercito sovietico. Qui era stata distrutta anche la maggior parte degli armamenti nemici: circa il 75% delle perdite totali di carri armati e cannoni d’assalto, oltre il 75% di tutte le perdite dell’aviazione, il 74% delle perdite complessive dell’artiglieria.
Le vittorie dell’Esercito Rosso sul fronte sovietico-tedesco furono decisive per l’apertura del Secondo fronte in Europa, iniziato il 6 giugno 1944 con l’operazione “Overlord” in Normandia.
Per quanto riguarda il sostegno sovietico «agli Alleati occidentali, da parte nostra risuonerebbe blasfemo», si afferma nella nota russa, «non riconoscere i fatti della storia che testimoniano in modo inconfutabile come l’Unione Sovietica e le sue Forze Armate, puntualmente e, talvolta, nelle condizioni a esse meno favorevoli, avessero onestamente e pienamente adempiuto ai propri doveri di alleati. L’Unione Sovietica ha adempiuto pienamente ai propri obblighi nei confronti degli Alleati, tendendo sempre una mano d’aiuto».
Fu così, ad esempio, con l’estesa operazione “Bagration” in Bielorussia, Polonia orientale e Paesi baltici, allorché l’Esercito Rosso sostenne lo sbarco anglo-americano in Normandia. Quindi, nel gennaio 1945, con l’operazione “Vistola-Oder”, venendo incontro alle richieste di Churchill di alleggerire la pressione sugli alleati inchiodati nelle Ardenne, Stalin anticiperà l’inizio della prevista offensiva e così gli americani potranno districarsi da una situazione quantomeno per loro complicata.
Tre mesi dopo la vittoria sulla Germania, l’URSS, in piena corrispondenza con gli accordi di Jalta, dichiarò guerra al Giappone. Iniziate le operazioni di combattimento nella penisola coreana, nella notte tra l’8 e il 9 agosto, unità della 25° Armata e della Flotta del Pacifico già il 15 agosto avevano liberato quasi completamente il territorio della Corea fino al 38° parallelo.
«Gli Alleati occidentali si erano resi conto», si legge nella nota del Ministero degli esteri russo, che «senza l’aiuto dell’URSS, non sarebbero stati in grado di porre rapidamente fine alla guerra con il Giappone che, secondo gli USA, avrebbe potuto protrarsi fino al 1947 o al 1950. Il fulmineo smacco inferto in 11 giorni dall’esercito sovietico alle più potenti ed efficienti forze di terra giapponesi rappresentò un risultato senza precedenti non solo nel quadro della Seconda Guerra Mondiale, ma anche nell’intera storia dell’arte militare».
Su quel fronte, le perdite totali dell’URSS ammontarono a circa 4.500 uomini, di cui 1.500 morti. Alla liberazione della Corea non avevano preso parte né truppe americane, né di altri paesi: le prime unità delle forze USA sbarcarono sulla penisola l’8 settembre 1945, dopo che il Giappone aveva firmato l’atto di resa il 2 settembre 1945.
C’è inoltre da dire che un momento particolare nella dichiarazione di Donald Trump è costituito dalla cifra, da lui enunciata, di 60.000.000 di perdite sovietiche. Ora, ricorda Jurij Selivanov su news-front.ru, è il caso di evidenziare come Trump, su questo versante, abbia stabilito un nuovo “record mondiale”, superando anche i più vigorosi attivisti antisovietici della “katastrojka” gorbacëviana che, all’epoca, avevano giocato con le cifre sulle perdite al solo scopo di introdurre nelle coscienze l’idea che in Unione Sovietica non ci fosse e non ci fosse mai stato nulla di positivo e che fosse quindi giunto il momento di liquidarla.
Nello specifico, a proposito delle generazioni precedenti, che si erano battute sui fronti della Guerra patriottica, si insinuava che nessuno avesse «saputo combattere se non ammassando montagne di cadaveri sulle posizioni del nemico».
Da notare che, in queste macabre statistiche, le cifre hanno sempre ricevuto una forte spinta verso l’alto proprio nei momenti in cui i nuovi governanti avevano urgentemente bisogno di infangare il più possibile i predecessori.
Era stato così con il cosiddetto “smascheramento del culto della personalità”, all’epoca di Khrushchëv, quando Stalin veniva accusato di ogni possibile misfatto, senza che nessuno si preoccupasse di avallare scientificamente quelle accuse: fu allora, dice Selivanov, che il numero delle nostre perdite militari passò in un attimo da 7 a 20 milioni.
E quando Gorbacëv, all’inizio degli anni ’90, ebbe bisogno di introdurre nello stesso tema “fatti” ancora più terribili, ecco che apparve la nuova cifra di 27 milioni, ora più che raddoppiata da Donald Trump.
Nella nota del Ministero degli esteri russo, riportata sopra, si parla di perdite complessive della popolazione dell’URSS negli anni della guerra, per circa 26 milioni di persone, di cui 12 milioni di militari; tra questi ultimi: 5,2 milioni uccisi, 5,1 milioni dispersi e fatti prigionieri, 1,7 milioni deceduti negli ospedali in seguito alle ferite e morti in altre circostanze. A questi si aggiungono 13,7 milioni di civili, di cui 7,4 milioni deliberatamente sterminati nei territori occupati e 4,1 milioni morti e periti per le tremende condizioni del regime di occupazione, oltre a 2,2 milioni morti nei lavori forzati in Germania.
In generale, nei paesi europei occupati dai nazisti, le perdite della Polonia ammontarono a 4,1 milioni di persone, 1,7 milioni quelle della Jugoslavia, 450.000 della Grecia, 210.000 dei Paesi Bassi, 88.000 del Belgio. Le perdite umane (morti) nei principali paesi della coalizione anti-hitleriana furono: 400.000 per gli Stati Uniti, 370.000 per la Gran Bretagna, 600.000 per la Francia. Nel corso della lunga pluriennale guerra contro l’occupazione giapponese, la Cina perse 35 milioni di persone.
Questi, e non altri, sono i fatti storici, volutamente taciuti o stravolti dagli odierni maleodoranti continuatori dei Pilsudski, dei legionari lettoni, delle Relvagrenaderide SS-diviis estoni, dei tagliagole ucraini della divisione “Galicina”, degli adoratori del nazista Bandera e del fascista maresciallo Graziani, gli epigoni del Churchill del piano “Unthinkable” e del “Totality” americano di attacco all’URSS a guerra finita.
Quelle sopra riportate, e non altre, sono le testimonianze che provano l’ipocrisia di chi oggi, a Bruxelles, Strasburgo, Varsavia o Kiev, versa lacrime su «i monumenti di Holodomor» e singhiozza su un «imperdonabile ruolo svolto inizialmente dall’Unione sovietica nelle prime fasi della Seconda guerra mondiale», secondo cui – di nuovo à la Walther Hofer – «due regimi totalitari cospirarono per dividere l’Europa in sfere di influenza esclusive».
Ma basta; anche il voltastomaco ha dei limiti. Ricordiamo soltanto, per tutti quei signori dalla memoria intermittente, che esattamente un anno prima della liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1944, l’Esercito Rosso aveva liberato Leningrado, dopo un assedio di 872 giorni che aveva provocato la morte, secondo fonti diverse, di 600.000 o 1,5 milioni di cittadini; una cifra che, secondo il politologo americano Michael Walzer, supera quella dei morti civili di Amburgo, Dresda, Tokyo, Hiroshima e Nagasaki presi insieme.
Non ci stanchiamo di ripeterlo: sozze belve guerrafondaie, eredi dei Quisling, dei Bandera, Himmler e Petain, che invece di giacere nel putridume che loro spetta, omeliano empie falsità dai pulpiti euroatlantisti.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Armata Rossa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Armata Rossa. Mostra tutti i post
27/05/2024
Russia - Corruzione e arresti ai vertici militari. Ma non è un “ritorno al ‘37”
Tutti i maggiori media russi hanno dato notizia degli arresti, eseguiti nell’ultimo mese, di almeno quattro alti ufficiali dell’esercito, tra cui un vice Ministro della difesa: l’accusa per tutti è quella di truffa con grave danno per le casse dello Stato.
Prima di ogni altra considerazione, è bene sottolineare – in particolare a pro di quella “compagneria” che volesse azzardare paragoni antistorici, finendo poi per trovarsi, ovviamente con opposto spirito, in compagnia del mondo liberale russo, sgomento per un fantasioso “ritorno al ‘37” – che, come d’altronde messo in chiaro dal tipo di accuse, l’attuale “epurazione” non ha nulla a che vedere con accadimenti che avevano toccato l’Esercito Rosso sovietico tra il 1937-1938 e, conseguentemente, nulla mette in rapporto l’Unione Sovietica prebellica e la Russia della Operazione speciale in Ucraina.
Questo, nonostante anche da parte di Mosca, nei mesi scorsi, ai fini di una necessaria quanto tardiva “mobilitazione sociale delle coscienze”, si siano tentati parallelismi tra gli obiettivi antihitleriani dei popoli sovietici, ottant’anni fa, e la battaglia contro lo stampo marcatamente neonazista degli odierni golpisti di Kiev, al guinzaglio dell’euroatlantismo guerrafondaio.
L’unica relazione tra il 1937 e il 2024 – se proprio qualcuno la voglia vedere – è l’alto grado militare dei soggetti sotto accusa.
Se novant’anni fa, o giù di lì, pur prendendo la cosa molto superficialmente e da un punto di vista liberal-giuridico, poteva parlarsi di una qualche motivazione “ideale”, oggi il movente non è altro che il volgarissimo, agognatissimo da molti, dannatissimo denaro.
Certo, gli “ideali” dei vari Tukhacevskij, Gamarnik, Jakir, Uborevič, e soci, oltre alle mire bonapartiste e alla collusione con settori determinati del VKP(b), consistevano in pratica in un tentativo di golpe teso a rovesciare il partito e a invertire la rotta del governo sovietico, portando l’URSS ad allearsi con la Germania nazista.
È certo possibile che quelle mire comportassero, nelle menti dei cospiratori, anche lo straccio della tradizione “ascetica” propria degli esponenti bolscevichi, e di Stalin in primo luogo, con il conseguente avvio di buoni affari lucrativi e arricchimento personale. Ma non era sicuramente questo l’aspetto principale del loro complotto.
Oggi, di contro, l’unico “ideale” che pare aver guidato i generali russi arrestati, altro non è che lo sfoggio di ville, auto di lusso, valige piene di denaro contante. Il capitalismo ha dato anche nella Russia attuale i suoi frutti “ideali” e il conflitto in Ucraina, con l’enorme, inevitabile, incremento delle spese militari, sia in armamenti, che in logistica e altre uscite accessorie, ha fornito una ghiotta occasione per lucrare.
Ora, è bene tenere in vista la grossa differenza che corre tra la reazione dei vertici russi alle frodi messe in atto dai propri alti ufficiali, e quella di cui fa sfrontato sfoggio la junta nazigolpista installata a Kiev, insieme alle prebende che si intrufolano nelle tasche anche dei suoi padrini e fornitori di armi occidentali.
L’arricchimento e la corruzione ai vertici, politici e militari, del potere ucraino sono talmente sfacciati che a più riprese, almeno per salvare la faccia di fronte ai contribuenti americani, i padrini yankee della junta si sono sentiti in obbligo di riprendere i propri protégé: e che diamine, sono cose che si fanno normalmente e quotidianamente, ma imparate ad avere un po’ di tatto, e non regalatevi tre ville in Spagna, se ve basta una a Forte dei Marmi!
E dunque, tornando alla Russia, in ordine di tempo, lo scorso 24 aprile viene arrestato il vice Ministro della difesa Timur Ivanov, responsabile di gestione delle proprietà, acquartieramenti e supporto sanitario delle forze armate.
I rapporti che lo legavano all’ex Ministro della difesa Sergej Šojgù risalgono al periodo in cui entrambi erano al di fuori della sfera militare: nei sei mesi in cui, nel 2012, Šojgù era stato governatore della regione di Mosca, Ivanov era suo vice. L’imputazione è quella di aver intascato 1,2 miliardi di rubli per favorire ditte appaltatrici del Ministero della difesa.
Il 13 maggio è la volta del tenente-generale Jurij Kuznetsov, a capo del dipartimento quadri del Ministero della difesa, con un’accusa pressoché identica: mazzette, anche se i fatti imputatigli risalirebbero a precedenti incarichi nello stesso Ministero. Gli sarebbero stati trovati in casa soldi per cento milioni, in rubli e valuta straniera, monete d’oro, orologi da collezione e altri oggetti di lusso. Al pari di Ivanov, anche Kuznetsov si dichiara innocente.
Il 23 maggio tocca al tenente-generale Vadim Šamarin, a capo del Dipartimento comunicazioni e vice capo di Stato Maggiore. Anche nel suo caso, sono coinvolti responsabili e azionisti di una impresa fornitrice delle forze armate: avrebbero “donato” a Šamarin “appena” 36 milioni di rubli perché registrasse un volume di merce superiore a quello realmente fornito.
Lo stesso giorno di Šamarin, preso sotto custodia anche il colonnello Vladimir Verteletskij, capo del Dipartimento per gli ordinativi della difesa, accusato di abuso di potere: nel 2022, avrebbe dato per eseguiti lavori non completati, causando allo stato un danno di oltre 70 milioni di rubli.
Secondo il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov, gli arresti non sarebbero affatto legati a una qualche “campagna” speciale persecutiva contro i militari, ma rientrano nella «lotta quotidiana e permanente alla corruzione a tutti livelli».
Un caso a parte è poi quello del maggior-generale Ivan Popov, ex comandante della 58° Armata, arrestato il 17 maggio, anch’egli con l’accusa di “frode di larghe proporzioni”, con l’aggravante del concorso con altri, per la sottrazione di 1.700 tonnellate di materiali in metallo, destinati dall’amministrazione regionale di Zaporož’e a strutture difensive sulla linea del fronte.
Secondo Kommersant, al posto di Popov sarebbe dovuto figurare un altro generale, poi morto sul campo e decorato post mortem come eroe della Russia. A differenza degli altri quattro, Popov si era distinto nelle operazioni militari, in particolare durante la cosiddetta “controffensiva” ucraina del 2023, dopo di che era però stato rimosso dal comando.
Fatto sta che i più conosciuti corrispondenti di guerra prendono le difese di Popov. «Altra cosa se il furto fosse stato opera di appaltatori e subappaltatori che dovevano costruire le fortificazioni», dice per esempio Aleksandr Kots; mentre ora «il generale viene accusato di non aver controllato. Ma lui aveva altro da fare: stava combattendo, non costruendo. Del resto, era un altro generale a occuparsi di costruzioni», con implicito riferimento a Timur Ivanov.
Il canale “Rybar” ricorda che un anno fa, “dietro le quinte”, a proposito della rimozione di Popov, nessuno parlava di corruzione; al contrario, era indubbia la sua popolarità tra le truppe. Ma il politologo Sergej Markov insinua che i corrispondenti di guerra abbiano dato il via alla campagna “Ivan Popov non è Timur Ivanov”, secondo una linea per cui «L’arresto del generale Popov è stato ordinato da persone realmente corrotte, contro un generale onesto e non corrotto, perché ha impedito loro di rubare».
E allora, quale sarebbe la colpa di Popov? Egli ha sempre affermato di aver riferito onestamente i problemi dell’esercito ai vertici ministeriali: mancanza di postazioni di controbatteria, fortissime perdite di uomini per l’artiglieria nemica, necessità di rotazioni, ecc. Ma, soprattutto, aveva dichiarato che, come confermato da «molti comandanti di reggimento e di divisione, le forze ucraine non sono riuscite a sfondare il fronte e il nostro esercito è stato invece colpito dal nostro comando, decapitandolo a tradimento nel momento più duro». Chiaro che dopo simili parole...
Se si tiene conto che tali uscite di Popov seguivano di appena tre settimane l’ammutinamento di Evgenij Prigožin, nota RIA Novosti, è difficile ipotizzare che una simile fronda potesse essere tollerata: è possibile che quello di Popov sia stato visto «come un ammutinamento, ma in forma attenuata; d‘altra parte, era stata proprio la 58° Armata a dare il meglio di sé durante la marcia di Prigožin su Mosca».
RIA sottolinea anche come tutti gli arresti siano stati eseguiti sì dopo la sostituzione di Sergej Šojgù con Andrej Belousov, ma ciò non significa che si debbano a qualche iniziativa del nuovo Ministro. Tant’è che, stando a Argumenty i Fakty, Šojgù era stato avvisato in anticipo del prossimo arresto del suo vice.
Oltretutto, scrive ancora RIA, negli ultimi anni, centinaia di vicegovernatori, presidenti di parlamenti e governi regionali, funzionari federali o territoriali, hanno onorato della loro presenza i centri di detenzione preventiva e le colonie, sempre, regolarmente, in compagnia di direttori di grandi imprese e società statali e biznessmeny a loro vicini.
E in questi anni non sono mancati gli arresti nemmeno per centinaia di funzionari a ogni livello delle forze dell’ordine, delle dogane, dell’investigazione economica, del servizio penitenziario. Ma tali “retate” non sono mai state la conseguenza di ricambi ai vertici dei relativi ministeri.
D’altronde, come escludere del tutto che la nomina di Sergej Šojgù a segretario del Consiglio di sicurezza (carica più alta, dopo presidente e vice presidente della struttura: rispettivamente Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev), oltre che a normale rotazione dopo dodici anni al vertice della Difesa, sia stata dovuta a una leggera tirata d’orecchie per la “poca attenzione” mostrata verso gli affari dei propri sottoposti? Difficile vedere in tutto ciò un “ritorno al ‘37”: ne mancano i presupposti ideologici e storici.
Fonte
Prima di ogni altra considerazione, è bene sottolineare – in particolare a pro di quella “compagneria” che volesse azzardare paragoni antistorici, finendo poi per trovarsi, ovviamente con opposto spirito, in compagnia del mondo liberale russo, sgomento per un fantasioso “ritorno al ‘37” – che, come d’altronde messo in chiaro dal tipo di accuse, l’attuale “epurazione” non ha nulla a che vedere con accadimenti che avevano toccato l’Esercito Rosso sovietico tra il 1937-1938 e, conseguentemente, nulla mette in rapporto l’Unione Sovietica prebellica e la Russia della Operazione speciale in Ucraina.
Questo, nonostante anche da parte di Mosca, nei mesi scorsi, ai fini di una necessaria quanto tardiva “mobilitazione sociale delle coscienze”, si siano tentati parallelismi tra gli obiettivi antihitleriani dei popoli sovietici, ottant’anni fa, e la battaglia contro lo stampo marcatamente neonazista degli odierni golpisti di Kiev, al guinzaglio dell’euroatlantismo guerrafondaio.
L’unica relazione tra il 1937 e il 2024 – se proprio qualcuno la voglia vedere – è l’alto grado militare dei soggetti sotto accusa.
Se novant’anni fa, o giù di lì, pur prendendo la cosa molto superficialmente e da un punto di vista liberal-giuridico, poteva parlarsi di una qualche motivazione “ideale”, oggi il movente non è altro che il volgarissimo, agognatissimo da molti, dannatissimo denaro.
Certo, gli “ideali” dei vari Tukhacevskij, Gamarnik, Jakir, Uborevič, e soci, oltre alle mire bonapartiste e alla collusione con settori determinati del VKP(b), consistevano in pratica in un tentativo di golpe teso a rovesciare il partito e a invertire la rotta del governo sovietico, portando l’URSS ad allearsi con la Germania nazista.
È certo possibile che quelle mire comportassero, nelle menti dei cospiratori, anche lo straccio della tradizione “ascetica” propria degli esponenti bolscevichi, e di Stalin in primo luogo, con il conseguente avvio di buoni affari lucrativi e arricchimento personale. Ma non era sicuramente questo l’aspetto principale del loro complotto.
Oggi, di contro, l’unico “ideale” che pare aver guidato i generali russi arrestati, altro non è che lo sfoggio di ville, auto di lusso, valige piene di denaro contante. Il capitalismo ha dato anche nella Russia attuale i suoi frutti “ideali” e il conflitto in Ucraina, con l’enorme, inevitabile, incremento delle spese militari, sia in armamenti, che in logistica e altre uscite accessorie, ha fornito una ghiotta occasione per lucrare.
Ora, è bene tenere in vista la grossa differenza che corre tra la reazione dei vertici russi alle frodi messe in atto dai propri alti ufficiali, e quella di cui fa sfrontato sfoggio la junta nazigolpista installata a Kiev, insieme alle prebende che si intrufolano nelle tasche anche dei suoi padrini e fornitori di armi occidentali.
L’arricchimento e la corruzione ai vertici, politici e militari, del potere ucraino sono talmente sfacciati che a più riprese, almeno per salvare la faccia di fronte ai contribuenti americani, i padrini yankee della junta si sono sentiti in obbligo di riprendere i propri protégé: e che diamine, sono cose che si fanno normalmente e quotidianamente, ma imparate ad avere un po’ di tatto, e non regalatevi tre ville in Spagna, se ve basta una a Forte dei Marmi!
E dunque, tornando alla Russia, in ordine di tempo, lo scorso 24 aprile viene arrestato il vice Ministro della difesa Timur Ivanov, responsabile di gestione delle proprietà, acquartieramenti e supporto sanitario delle forze armate.
I rapporti che lo legavano all’ex Ministro della difesa Sergej Šojgù risalgono al periodo in cui entrambi erano al di fuori della sfera militare: nei sei mesi in cui, nel 2012, Šojgù era stato governatore della regione di Mosca, Ivanov era suo vice. L’imputazione è quella di aver intascato 1,2 miliardi di rubli per favorire ditte appaltatrici del Ministero della difesa.
Il 13 maggio è la volta del tenente-generale Jurij Kuznetsov, a capo del dipartimento quadri del Ministero della difesa, con un’accusa pressoché identica: mazzette, anche se i fatti imputatigli risalirebbero a precedenti incarichi nello stesso Ministero. Gli sarebbero stati trovati in casa soldi per cento milioni, in rubli e valuta straniera, monete d’oro, orologi da collezione e altri oggetti di lusso. Al pari di Ivanov, anche Kuznetsov si dichiara innocente.
Il 23 maggio tocca al tenente-generale Vadim Šamarin, a capo del Dipartimento comunicazioni e vice capo di Stato Maggiore. Anche nel suo caso, sono coinvolti responsabili e azionisti di una impresa fornitrice delle forze armate: avrebbero “donato” a Šamarin “appena” 36 milioni di rubli perché registrasse un volume di merce superiore a quello realmente fornito.
Lo stesso giorno di Šamarin, preso sotto custodia anche il colonnello Vladimir Verteletskij, capo del Dipartimento per gli ordinativi della difesa, accusato di abuso di potere: nel 2022, avrebbe dato per eseguiti lavori non completati, causando allo stato un danno di oltre 70 milioni di rubli.
Secondo il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov, gli arresti non sarebbero affatto legati a una qualche “campagna” speciale persecutiva contro i militari, ma rientrano nella «lotta quotidiana e permanente alla corruzione a tutti livelli».
Un caso a parte è poi quello del maggior-generale Ivan Popov, ex comandante della 58° Armata, arrestato il 17 maggio, anch’egli con l’accusa di “frode di larghe proporzioni”, con l’aggravante del concorso con altri, per la sottrazione di 1.700 tonnellate di materiali in metallo, destinati dall’amministrazione regionale di Zaporož’e a strutture difensive sulla linea del fronte.
Secondo Kommersant, al posto di Popov sarebbe dovuto figurare un altro generale, poi morto sul campo e decorato post mortem come eroe della Russia. A differenza degli altri quattro, Popov si era distinto nelle operazioni militari, in particolare durante la cosiddetta “controffensiva” ucraina del 2023, dopo di che era però stato rimosso dal comando.
Fatto sta che i più conosciuti corrispondenti di guerra prendono le difese di Popov. «Altra cosa se il furto fosse stato opera di appaltatori e subappaltatori che dovevano costruire le fortificazioni», dice per esempio Aleksandr Kots; mentre ora «il generale viene accusato di non aver controllato. Ma lui aveva altro da fare: stava combattendo, non costruendo. Del resto, era un altro generale a occuparsi di costruzioni», con implicito riferimento a Timur Ivanov.
Il canale “Rybar” ricorda che un anno fa, “dietro le quinte”, a proposito della rimozione di Popov, nessuno parlava di corruzione; al contrario, era indubbia la sua popolarità tra le truppe. Ma il politologo Sergej Markov insinua che i corrispondenti di guerra abbiano dato il via alla campagna “Ivan Popov non è Timur Ivanov”, secondo una linea per cui «L’arresto del generale Popov è stato ordinato da persone realmente corrotte, contro un generale onesto e non corrotto, perché ha impedito loro di rubare».
E allora, quale sarebbe la colpa di Popov? Egli ha sempre affermato di aver riferito onestamente i problemi dell’esercito ai vertici ministeriali: mancanza di postazioni di controbatteria, fortissime perdite di uomini per l’artiglieria nemica, necessità di rotazioni, ecc. Ma, soprattutto, aveva dichiarato che, come confermato da «molti comandanti di reggimento e di divisione, le forze ucraine non sono riuscite a sfondare il fronte e il nostro esercito è stato invece colpito dal nostro comando, decapitandolo a tradimento nel momento più duro». Chiaro che dopo simili parole...
Se si tiene conto che tali uscite di Popov seguivano di appena tre settimane l’ammutinamento di Evgenij Prigožin, nota RIA Novosti, è difficile ipotizzare che una simile fronda potesse essere tollerata: è possibile che quello di Popov sia stato visto «come un ammutinamento, ma in forma attenuata; d‘altra parte, era stata proprio la 58° Armata a dare il meglio di sé durante la marcia di Prigožin su Mosca».
RIA sottolinea anche come tutti gli arresti siano stati eseguiti sì dopo la sostituzione di Sergej Šojgù con Andrej Belousov, ma ciò non significa che si debbano a qualche iniziativa del nuovo Ministro. Tant’è che, stando a Argumenty i Fakty, Šojgù era stato avvisato in anticipo del prossimo arresto del suo vice.
Oltretutto, scrive ancora RIA, negli ultimi anni, centinaia di vicegovernatori, presidenti di parlamenti e governi regionali, funzionari federali o territoriali, hanno onorato della loro presenza i centri di detenzione preventiva e le colonie, sempre, regolarmente, in compagnia di direttori di grandi imprese e società statali e biznessmeny a loro vicini.
E in questi anni non sono mancati gli arresti nemmeno per centinaia di funzionari a ogni livello delle forze dell’ordine, delle dogane, dell’investigazione economica, del servizio penitenziario. Ma tali “retate” non sono mai state la conseguenza di ricambi ai vertici dei relativi ministeri.
D’altronde, come escludere del tutto che la nomina di Sergej Šojgù a segretario del Consiglio di sicurezza (carica più alta, dopo presidente e vice presidente della struttura: rispettivamente Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev), oltre che a normale rotazione dopo dodici anni al vertice della Difesa, sia stata dovuta a una leggera tirata d’orecchie per la “poca attenzione” mostrata verso gli affari dei propri sottoposti? Difficile vedere in tutto ciò un “ritorno al ‘37”: ne mancano i presupposti ideologici e storici.
Fonte
22/06/2023
Guerra in Ucraina - West Point studia l’operatività russa
Per capire quacosa, bisogna studiare. Cosa che i giornalisti di regime non hanno tempo di fare, obbligati come sono a “stare sul pezzo”, ossia sull’ultimo annuncio propagandistico da sparare.
Leggiamo ogni giorno di presunte o reali “catastrofi” che hanno colpito qualche reparto russo, mai di analoghe sciagure per l’esercito ucraino. Se queste cronache fossero minimamente veritiere, le truppe di Kiev dovrebbero essere alle porte di Mosca.
Ci siamo perciò rivolti agli specialisti, agli studiosi della guerra e della sua evoluzione, e abbiamo appreso qualcosa di più serio, ovviamente.
Il sito specializzato statunitense che si firma collettivamente Simplicius the thinker ha messo a disposizione un’analisi del think tank di West Point (la famosa accademia di guerra che forma il quadro dirigente dell’esercito Usa), che riferisce qualcosa di completamente diverso.
In primo luogo che la “teoria della guerra” russa si è evoluta anche abbastanza rapidamente dallo studio fatto sull’intervento Usa in Iraq. Era una delle tante “guerre asimmetriche” che hanno segnato gli ultimi 30 anni, in cui una parte – semplicemente – non aveva di che opporsi, oltre a gestire un esercito di livello tecnologico enormemente più arretrato.
Da questo studio è derivata un’organizzazione del “fronte” completamente diversa da quella precedente, fondata sulle grandi concentrazioni di uomini e mezzi. La possibilità tecnologica di colpire con grande efficacia, e a grandi distanze, queste concentrazioni ha spinto ad adottare una configurazione più frammentata, ponendo ovviamente grandi problemi di centralizzazione, controllo, coordinamento operativo.
Ma è un modo di fare la guerra in cui la Russia (ma anche l’Ucraina, in parte) si sta rivelando “più avanti” del pur poderoso esercito Usa. Che infatti si è a sua volta messo a studiare, perché 30 anni di “guerre asimmetriche” avevano cancellato la necessità di confrontarsi con un avversario di pari livello. Ossia, sul piano della dottrina, di sviluppare un’idea di guerra simmetrica. Da cui far discendere scelte di riorganizzazione, innovazione tecnologica, metodologie di combattimento.
In secondo luogo, si ammette esplicitamente che questa è una guerra tra Nato e Russia, in cui gli euro-atlantici usano gli ucraini come cavia per “testare” cosa funziona ancora – nella disposizione tattica e strategica del Pentagono – e cosa invece è ormai da buttar via.
Non è una lettura adatta a chi ragiona con le sole categorie “morali” (la guerra imperialista fa schifo, certo, ma va studia e capita, se la si vuole far sparire dalla storia dell’umanità). Meno ancora da chi si accontenta dei bollettini di parte, che recitano ovviamente solo di “vittorie”, “avanzate”, “aumentare il sostegno” e via propagandando.
Buona lettura, invece, a chi usa gli occhi per discernere.
Leggiamo ogni giorno di presunte o reali “catastrofi” che hanno colpito qualche reparto russo, mai di analoghe sciagure per l’esercito ucraino. Se queste cronache fossero minimamente veritiere, le truppe di Kiev dovrebbero essere alle porte di Mosca.
Ci siamo perciò rivolti agli specialisti, agli studiosi della guerra e della sua evoluzione, e abbiamo appreso qualcosa di più serio, ovviamente.
Il sito specializzato statunitense che si firma collettivamente Simplicius the thinker ha messo a disposizione un’analisi del think tank di West Point (la famosa accademia di guerra che forma il quadro dirigente dell’esercito Usa), che riferisce qualcosa di completamente diverso.
In primo luogo che la “teoria della guerra” russa si è evoluta anche abbastanza rapidamente dallo studio fatto sull’intervento Usa in Iraq. Era una delle tante “guerre asimmetriche” che hanno segnato gli ultimi 30 anni, in cui una parte – semplicemente – non aveva di che opporsi, oltre a gestire un esercito di livello tecnologico enormemente più arretrato.
Da questo studio è derivata un’organizzazione del “fronte” completamente diversa da quella precedente, fondata sulle grandi concentrazioni di uomini e mezzi. La possibilità tecnologica di colpire con grande efficacia, e a grandi distanze, queste concentrazioni ha spinto ad adottare una configurazione più frammentata, ponendo ovviamente grandi problemi di centralizzazione, controllo, coordinamento operativo.
Ma è un modo di fare la guerra in cui la Russia (ma anche l’Ucraina, in parte) si sta rivelando “più avanti” del pur poderoso esercito Usa. Che infatti si è a sua volta messo a studiare, perché 30 anni di “guerre asimmetriche” avevano cancellato la necessità di confrontarsi con un avversario di pari livello. Ossia, sul piano della dottrina, di sviluppare un’idea di guerra simmetrica. Da cui far discendere scelte di riorganizzazione, innovazione tecnologica, metodologie di combattimento.
In secondo luogo, si ammette esplicitamente che questa è una guerra tra Nato e Russia, in cui gli euro-atlantici usano gli ucraini come cavia per “testare” cosa funziona ancora – nella disposizione tattica e strategica del Pentagono – e cosa invece è ormai da buttar via.
Non è una lettura adatta a chi ragiona con le sole categorie “morali” (la guerra imperialista fa schifo, certo, ma va studia e capita, se la si vuole far sparire dalla storia dell’umanità). Meno ancora da chi si accontenta dei bollettini di parte, che recitano ovviamente solo di “vittorie”, “avanzate”, “aumentare il sostegno” e via propagandando.
Buona lettura, invece, a chi usa gli occhi per discernere.
*****
Il Modern War Institute di West Point – una sorta di think tank presieduto da Mark Esper e che fa parte del Department of Military Instruction – ha pubblicato un’interessante analisi approfondita delle innovazioni russe sul campo di battaglia, intitolata
Il modo russo di fare la guerra in Ucraina: un approccio militare in corso di realizzazione da nove decenni.È abbastanza affascinante da compiere un’analisi completa, perché gran parte dell’analisi conferma non solo molte cose di cui abbiamo discusso qui per mesi, ma anche che la Russia non solo si sta adattando ed evolvendo, ma probabilmente sta rivoluzionando la guerra moderna. E soprattutto, convalida le affermazioni da tempo sostenute dagli addetti ai lavori, secondo cui le attuali tattiche russe in prima linea, a volte mistificanti, sono scelte esattamente intenzionali, piuttosto che il prodotto disordinato di un comando malriuscito o privo di direzione.
L’articolo inizia con una nota di cautela su come le carenze o gli “errori” percepiti dalla Russia – come la ritirata di Kharkov, eccetera – siano stati eccessivamente semplificati in una falsa narrazione di forze armate deboli o in crisi.
L’autore stabilisce immediatamente che la Russia è in realtà “in anticipo sui tempi” in termini di avanzamento strategico militare concettuale. Prosegue sviluppando la tesi che il campo di battaglia moderno si è trasformato in un campo di battaglia con unità disperse e frammentate, dove le concentrazioni di truppe dense sono estremamente vulnerabili agli attacchi di precisione:
La capacità di individuare e colpire obiettivi a distanze sempre maggiori e con una precisione sempre maggiore aumenta la vulnerabilità delle concentrazioni di truppe dense e limita quindi la capacità di condurre operazioni sequenziali e concentrate su larga scala. Per questo motivo, al fine di migliorare la sopravvivenza, le attuali condizioni del campo di battaglia costringono le unità militari a disperdersi in formazioni più piccole, a trincerarsi o a entrambe le cose, a meno che queste condizioni non vengano contrastate efficacemente.Ma vediamo di analizzare punto per punto le affermazioni che sottolineano la tesi di cui sopra.
Di conseguenza, il campo di battaglia tende a diventare più frammentato, offrendo un’azione più indipendente alle formazioni tattiche inferiori, poiché la profondità del fronte si sta espandendo in misura considerevole.
Il primo punto dell’autore è che gli strateghi militari russi hanno in effetti previsto correttamente i progressi odierni sul campo di battaglia:
Come illustra un’analisi di decenni di storia, la strategia militare russa negli ultimi decenni ha previsto correttamente una serie di implicazioni dei progressi nelle armi e nelle tecnologie dei sensori che attualmente influenzano il carattere della guerra in Ucraina.L’articolo invoca ripetutamente il famoso concetto russo di “arte operativa”, in gran parte sviluppato dalle teorie del comandante e teorico militare russo Georgy Isserson. In breve, l’arte operativa è semplicemente una dottrina che cerca di fondere o collegare gli sviluppi tattici locali agli obiettivi operativi più ampi della “strategia”.
È una sorta di riorganizzazione mentale della battaglia in un quadro simile a quello degli scacchi, in cui i movimenti di ogni pedone rappresentano obiettivi generali più ampi piuttosto che semplici posizionamenti reattivi a livello tattico.
Una delle ragioni di questo tipo di struttura è che, classicamente, la strategia e la tattica sono state insegnate come discipline separate a compartimenti stagni.
I generali concentrano tutto il loro addestramento sullo sviluppo di ampi obiettivi strategici, sul movimento di grandi eserciti contro le forze di altri gruppi di eserciti altrettanto grandi e sulle teorie relative al modo in cui si influenzano a vicenda.
E i comandanti di unità si concentrano solo sulle tattiche locali, su come portare il plotone o la compagnia a un determinato obiettivo o intrappolare un’unità nemica, ignorando completamente gli aspetti strategici o operativi perché non sono di competenza del comandante.
Questo crea una sorta di forze armate disgiunte e compartimentate, in cui ogni tipo di pensiero è delegato al responsabile, ma le due cose non sono mai del tutto “collegate”.
L’arte operativa cerca di colmare il vuoto tra i due livelli, insegnando un metodo di pensiero strategico che impiega simultaneamente “i fini e i mezzi”.
Il livello operativo della guerra si colloca tra la tattica, che consiste nell’organizzazione e nell’impiego delle forze combattenti sul campo di battaglia o in prossimità di esso, e la strategia, che coinvolge gli aspetti delle operazioni di teatro a lungo termine e ad alto livello, e la leadership del governo.Alla luce di quanto detto, un ultimo buon modo di intenderla è racchiuso in questa citazione:
L’Unione Sovietica è stato il primo Paese a distinguere ufficialmente questo terzo livello di pensiero militare, quando è stato introdotto come parte della teoria militare delle operazioni profonde che le sue forze armate hanno sviluppato negli anni ’20 e ’30 e utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale.
L’arte operativa comprende quattro elementi essenziali: tempo, spazio, mezzi e scopo. Ogni elemento si trova in maggiore complessità a livello operativo che a livello tattico o strategico.L’autore continua la sua prefazione con gli esempi di “battaglia profonda” e “operazioni profonde” sovietiche praticate nella Seconda Guerra Mondiale.
In sintesi, queste operazioni utilizzavano una linea del fronte pesantemente stratificata, in cui le forze sovietiche attaccavano attraverso l’intera profondità operativa, al fine di facilitare gli sfondamenti che i secondi livelli potevano poi sfruttare. Come afferma l’autore, “questo richiedeva un’enorme densità di truppe lungo una linea del fronte ininterrotta, a più livelli di profondità, e la struttura delle forze dell’Armata Rossa era organizzata di conseguenza”.
Tuttavia, il primo cambiamento avvenne con l’introduzione delle armi nucleari:
Ciononostante, nel corso del tempo sono stati apportati degli adattamenti a questa strategia. Il primo grande cambiamento avvenne negli anni ’50, in seguito alla consapevolezza che qualsiasi guerra convenzionale su larga scala avrebbe comportato l’impiego di armi nucleari.Per il timore che concentrazioni massicce di truppe potessero essere spazzate via da bombe atomiche tattiche sul campo di battaglia, l’Armata Rossa cercò di trasformare la sua struttura di forze in organizzazioni più sciolte e mobili.
Ciò ebbe un impatto significativo sulla strategia militare sovietica e sulla successiva struttura delle forze militari, poiché aumentò la vulnerabilità della tradizionale concentrazione di forze necessaria per condurre operazioni in profondità. Le unità avrebbero avuto bisogno di una maggiore mobilità per aumentare la propria sopravvivenza.
Le successive riforme di Zhukov miravano quindi a trasformare le più grandi e ingombranti divisioni meccanizzate e di fucilieri della Seconda Guerra Mondiale in divisioni di carri armati e di fucilieri a motore più piccole e più mobili.
L’autore continua notando che negli anni ’70, la minaccia persistente costrinse i sovietici ad “abbandonare gradualmente le forze profondamente inquadrate e densamente ammassate”, “optando invece per distaccamenti tattici più dispiegati in avanti e gruppi di manovra a livello operativo”.
Uno dei cambiamenti chiave creati da questa nuova dottrina è stato quello di modificare la velocità di avanzamento percepita. Il precedente metodo di avanzamento era percepito come un metodo che lasciava le forze vulnerabili al fuoco su larga scala, come le già citate bombe atomiche, quindi la nuova struttura organizzativa “più sciolta e mobile” era volta a raggiungere un tasso di avanzamento più veloce, al fine di mantenere le forze ammassate e di conseguenza vulnerabili per un periodo di tempo più breve:
La necessaria concentrazione di forze per le operazioni offensive non doveva più essere raggiunta da formazioni ammassate, ma piuttosto attraverso un rapido movimento da posizioni disperse e il cambio di fuoco, aumentando l’importanza delle formazioni che operano in modo indipendente. Di conseguenza, secondo la visione sovietica, il campo di battaglia sarebbe diventato sempre più frammentato, offrendo una maggiore indipendenza d’azione ai comandanti delle formazioni di armi combinate.Rileggete l’ultima parte evidenziata, perché non solo ha un ruolo centrale nel tema degli sviluppi della Russia, ma dovrebbe anche ricordarvi l’attuale filosofia operativa della Russia nell’OMU.
Ma ancora più importante è notare la singolare ammissione contenuta nella frase finale. Questo nuovo cambiamento dottrinale dà maggiore indipendenza d’azione ai comandanti russi delle formazioni di armi combinate. Questa è una notizia bomba che ripudia immediatamente tutte le attuali idee della propaganda occidentale sull’etica delle forze armate russe.
Fin dall’inizio della SMO (Operazione militare speciale, ndr) ci è stato detto quotidianamente che la Russia è un “comando dall’alto verso il basso, centralizzato in stile sovietico”, con una struttura di comando rigida e inflessibile e un corpo di sottufficiali che o non esiste affatto o è incapace di operare in modo indipendente.
Sono stato una delle poche voci che si sono opposte con veemenza a questa caratterizzazione del tutto pretestuosa. Ho ripetutamente affermato che tutte le indicazioni sulle SMO, per chiunque le osservi da vicino e non si limiti a prendere le notizie dai titoli della CNN, riferiscono che le unità russe hanno in realtà una maggiore indipendenza operativa, flessibilità e iniziativa autonoma rispetto alle loro controparti occidentali.
Questo pezzo di West Point non fa altro che sottolineare questo fatto, illustrando come l’iniziativa delle piccole unità sia radicata nelle prerogative dottrinali della Russia.
Poi, l’autore invoca i concetti russi di guerra non lineare e di guerra senza contatto, facendoci prima ripercorrere la storia dello sviluppo da parte della NATO della dottrina Air-Land Battle, creata negli anni ’80 per rompere lo “stallo” percepito tra le forze sovietiche in un ipotetico scontro europeo. Per contrastarla, l’URSS sviluppò di conseguenza il famoso Complesso Ricognizione-Colpo e il Complesso Ricognizione-Fuoco (la sua controparte a livello tattico), di cui ho scritto qui:
All Seeing Eye: La Russia può superare l’eccesso di capacità ISR (intelligence, sorveglianza, riconoscimento) dell’Occidente?“Ogni guerra al punto di svolta delle epoche tecnologiche (e noi siamo proprio in uno stato di tale transizione) è gravata dalla mancanza di comprensione dei principi di funzionamento delle nuove armi e delle tattiche del loro uso, nonché della strategia complessiva dell’intero complesso di azioni militari e politiche”.
Per riassumere molto brevemente – e in modo eccessivamente semplificato – la dottrina della battaglia aereo-terrestre privilegiava fortemente le forze aeree della NATO e le capacità di attacco profondo per eliminare le linee secondarie e le “retrovie” del Patto di Varsavia. Si trattava della prima dottrina che ruotava intorno a colpi di precisione in profondità nelle retrovie, contribuendo così a cementare un nuovo paradigma di guerra.
L’autore prosegue affermando che i sovietici “cercarono di mitigare la distruttività di queste nuove capacità occidentali (attacchi in profondità della battaglia aereo-terrestre) disperdendo ulteriormente le forze sovietiche sul campo di battaglia, compresi gli elementi di supporto logistico, per renderle meno vulnerabili”.
In particolare, l’autore afferma una cosa che fa presagire il conflitto odierno:
In questo modo, hanno riconosciuto che mantenere lo slancio e raggiungere la concentrazione necessaria prima della battaglia sarebbe diventato più difficile.Tutto ciò è culminato nella “battaglia non lineare” sovietica, di cui l’autore scrive:
“Nel 1990, il tenente colonnello Lester Grau, dell’Ufficio Studi dell’Esercito Sovietico presso il Combined Arms Center dell’Esercito degli Stati Uniti, scrisse un rapporto sulle previsioni sovietiche della guerra futura, affermando:Questa dottrina prevedeva quindi che battaglioni e reggimenti “tatticamente indipendenti” avrebbero combattuto essendo influenzati dalle formazioni classiche solo in modo ausiliario, e il risultato sarebbe stato deciso da queste piccole unità e dalle loro operazioni indipendenti.
“I sovietici vedono la battaglia non lineare come una battaglia in cui battaglioni e reggimenti/brigate separati “tatticamente indipendenti” combattono battaglie d’incontro e assicurano i loro fianchi per mezzo di ostacoli, fuoco a lungo raggio e tempo...
Le grandi unità, come le divisioni e gli eserciti, possono influenzare la battaglia attraverso l’impiego delle loro riserve e dei sistemi di attacco a lungo raggio, ma l’esito sarà deciso dalle azioni dei battaglioni e dei reggimenti/brigate di armi combinate che combattono separatamente su più assi a sostegno di un piano e di un obiettivo comuni...
Il combattimento tattico sarà ancora più distruttivo che in passato e sarà caratterizzato da combattimenti frammentati [ochagovyy] o non lineari.
La linea del fronte scomparirà e termini come “zone di combattimento” sostituiranno i concetti obsoleti di FEBA, FLOT e FLET. Non esisteranno rifugi sicuri o “retrovie profonde”.
L’altra rivelazione più importante è che la classica linea del fronte di guerra cesserà letteralmente di esistere e sarà invece sostituita da “zone di combattimento”.
Inizia a suonare familiare? Dovrebbe, perché assomiglia sempre di più all’attuale SMO (Operazione militare speciale, ndr), dove piccole unità disparate combattono per il controllo di “zone di combattimento” apparentemente scollegate tra loro, come il corridoio Kupyansk-Svatovo contro i combattimenti nel sud di Donetsk o Zaporozhye, ecc. O anche lungo fronti adiacenti, come le zone occidentali e orientali di Zaporozhye.
Poi, l’autore introduce il concetto di “guerra senza contatto”, premettendo che gli strateghi russi sono stati fortemente influenzati dalla distruzione dell’Iraq e della Jugoslavia da parte della NATO con intense campagne aeree, tanto da riconoscere la minaccia di un “attacco aerospaziale massiccio”.
Secondo il defunto Maggiore Generale Vladimir Slipchenko, probabilmente uno dei più influenti teorici militari russi degli ultimi decenni, l’Operazione Desert Storm fu la prima manifestazione di quella che Ogarkov aveva definito una “rivoluzione negli affari militari” – un riferimento al crescente uso di sistemi di attacco di precisione a lungo raggio nella guerra futura.Il punto di partenza di questi sviluppi è la frase seguente:
Il concetto di guerra di sesta generazione, elaborato dallo stesso Slipchenko, indicava la computerizzazione della guerra e l’aumento dell’uso di armi a distanza. Il suo elemento più importante è stato quindi chiamato guerra senza contatto, in contrapposizione alla tradizionale guerra di contatto di quarta generazione.
“Sottolineò che l’accresciuta capacità di trovare e colpire obiettivi sia a maggiore velocità che a maggiore distanza, oggi definita ‘catena di morte’ dai militari occidentali, avrebbe reso le tradizionali concentrazioni di massa di truppe un’impresa pericolosa”.Inoltre, il teorico militare russo Slipchenko ha sottolineato l’idea precedente secondo cui tutti i concetti classici di un campo di battaglia sarebbero stati gradualmente cancellati a causa della natura imprevedibile e onnicomprensiva dei moderni sistemi di attacco:
Concetti fondamentali come “fronte”, “retro” e “linea avanzata” stanno cambiando... Sono ormai passati di moda e sono stati sostituiti da due sole frasi: “bersaglio” e “non bersaglio” per un attacco a distanza di alta precisione.L’autore continua notando che il concetto di “battaglia in profondità” è stato sostituito da quello di “attacco in profondità” e che invece di schierare sul campo di battaglia formazioni enormi e stratificate per sfondare e distruggere le aree C2 posteriori, come i quartieri generali delle brigate e così via, si utilizzeranno a tale scopo gli attacchi in profondità.
L’importante deduzione è che questo cambiamento non è dovuto semplicemente alla “convenienza” dei moderni sistemi di attacco in profondità, ma piuttosto al fatto che anche la creazione di concentrazioni locali di truppe sufficientemente grandi per ottenere i classici sfondamenti da “battaglia in profondità” non è più fattibile a causa della capacità dei moderni sistemi ISR (e delle relative dottrine in stile “recon-fire-complex” da entrambe le parti) di spazzare via catastroficamente tali concentrazioni.
L’autore prosegue sottolineando che una serie di moderni teorici militari russi, come S.S. Bogdanov, il colonnello S.G. Chekinov, il colonnello generale Kartapolov e il generale Gerasimov, hanno successivamente sottolineato e sviluppato queste teorie in concetti come “guerra di nuova generazione”. È interessante notare che di due dei teorici citati, Chekinov e Bogdanov, esiste un documento collegato intitolato The Nature and Content of a New-Generation War.
Nel documento scrivono:
Nella Guerra del Golfo, scoppiata all’inizio degli anni ’90, l’esercito iracheno impiegò la sua obsoleta e inflessibile strategia di stallo posizionale, che non poteva competere con le nuove forme e i nuovi metodi di guerra utilizzati dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Questa strategia contribuì alla disastrosa sconfitta degli iracheni.La prima guerra della nuova era high-tech è stata diversa da tutte le guerre che l’hanno preceduta per molti aspetti critici:
La Guerra del Golfo è stata una dimostrazione pratica della verità che la superiorità tecnologica nelle armi può annullare il vantaggio numerico del nemico equipaggiato con armi ormai obsolete.
È stata la prima volta nella storia delle guerre che formidabili forze di terra, forti di mezzo milione di uomini, non hanno combattuto nel tentativo di vincere. Sono state dispiegate completamente solo negli ultimi giorni della guerra, quando l’esercito iracheno era ormai finito a causa di attacchi aerei e missilistici che si sono protratti per settimane.
non c’erano chiare linee di demarcazione tra le forze avversarie;Prestate attenzione in particolare alla parte evidenziata qui sopra. Ciò che i teorici stanno dicendo è che la guerra del Golfo, ai loro occhi, non ha impiegato alcuna “formazione classica” simile a come immaginiamo che le guerre siano tipicamente combattute. Per usare un esempio esagerato, non si è trattato di una guerra dell’era napoleonica, in cui c’erano linee chiaramente definite tra i due eserciti, differenziazioni precise tra unità destinate a difendere i fianchi e unità d’avanguardia all’assalto che si scontravano su una linea di contatto delineata.
i fianchi dei belligeranti erano esposti;
i loro ordini di battaglia operativi presentavano ampi spazi non difesi, i loro elementi di combattimento erano separati da una distanza considerevole l’uno dall’altro;
l’attaccante aveva una superiorità schiacciante ottenuta con armi ad alta tecnologia;
le armi a lungo raggio e ad alta precisione sono state utilizzate su scala massiccia, in particolare in un momento in cui le forze della Coalizione stavano prendendo l’iniziativa strategica e conquistando l’assoluta superiorità aerea;
le forze della Coalizione colpivano regolarmente e selettivamente gli obiettivi chiave delle forze nemiche, le strutture economiche vitali di importanza militare e i centri di controllo civili e militari, distruggendo i sistemi di supporto vitale in qualsiasi punto del territorio nemico per costringere il difensore a deporre le armi.
Un’altra peculiarità della campagna contro l’Iraq è stata l’integrazione, per la prima volta in assoluto, di forze di ricognizione, fuoco, elettronica e guerra d’informazione di diverse branche e armi del servizio in un sistema condiviso di ricognizione e attacco spazialmente distribuito, che ha fatto ampio uso di moderne tecnologie informatiche e di sistemi automatizzati di controllo delle truppe e delle armi”.
Invece, grazie all’avvento delle moderne integrazioni e dei sistemi di controllo network-centrici, le forze nemiche sono state distrutte in modi che non richiedevano nemmeno il dispiegamento di tali formazioni classiche.
Si potrebbe pensare che la Russia abbia fatto lo stesso contro l’Afghanistan, per esempio, ma si trattava di una guerra completamente diversa, contro un’insurrezione di guerriglieri e non contro un Paese con un vero e proprio “esercito permanente” classico. Dopo tutto, la guerra in Afghanistan non è stata combattuta contro l’Afghanistan stesso, la Russia era al fianco del governo afghano e si trovava lì su sua richiesta. Stavano combattendo i mujaheddin insorti.
Nella Guerra del Golfo, invece, la coalizione si è scontrata con le formazioni delle forze armate classiche di un potere statale legittimo.
Il documento militare russo contiene altre interessanti informazioni, come la seguente:
Una guerra di nuova generazione sarà dominata dall’informazione e dalla guerra psicologica, che cercherà di ottenere una superiorità nel controllo delle truppe e delle armi e di deprimere moralmente e psicologicamente il personale delle forze armate e la popolazione dell’avversario.Così come:
Nella rivoluzione in corso nelle tecnologie dell’informazione, la guerra informativa e psicologica getterà in gran parte le basi per la vittoria.
Si prevede anche che le forme non tradizionali di lotta armata saranno utilizzate per provocare terremoti, tifoni e forti piogge di durata sufficiente a danneggiare l’economia e ad aggravare il clima socio-psicologico dei Paesi in guerra.Torniamo al rapporto West Point.
L’autore osserva quanto segue:
Invece di combattere lungo migliaia di chilometri di linea del fronte ininterrotta, i pensatori militari russi immaginavano una guerra futura in cui la guerra di contatto lineare si sarebbe verificata solo in luoghi specifici e il combattimento non lineare lungo la maggior parte del fronte, con effetti che sostituivano le concentrazioni di truppe al fine di stabilire uno sforzo principale.La parola chiave è l’uso dell’oscuro termine “effetti” per indicare qualsiasi tipo di “attacco” cinetico, elettronico o persino non letale.
Insieme alla prospettiva di piccole guerre più comuni lungo la periferia della Russia, questi punti di vista hanno fortemente influenzato gli sforzi di riorganizzazione e modernizzazione russi, intrapresi sulla base della crescente necessità di formazioni tattiche più piccole, ad alta prontezza, capaci di azioni indipendenti e di guerra senza contatto.
Il punto è che la nuova dottrina russa elimina lo stile lineare di combattimento continuo della fanteria su un’ampia linea del fronte, ma lo sostituisce con forze di manovra più piccole che operano in luoghi chiave specificamente isolati, mentre il “combattimento” lungo il resto della linea del fronte è sostituito da vari tipi di capacità di “guerra senza contatto” come i colpi d’artiglieria, la guerra EW, gli effetti psicologici, ecc.
In breve, ciò significa che la linea del fronte può essere ampia in senso definitorio, ma solo i settori chiave vedrebbero l’attenzione operativa di gruppi con capacità di manovra che cercano di ottenere guadagni.
L’autore osserva inoltre che il conflitto ucraino è in realtà un “conflitto tra pari”, in quanto l’Occidente ha armato l’Ucraina con tutti i suoi sistemi più avanzati e con il C4ISR/ISTAR in tempo reale. Questa constatazione conduce l'autore al punto più critico dell’intero articolo, che io stesso ho già evidenziato molte volte:
Di conseguenza, questa è la prima guerra della storia in cui entrambe le parti sono in grado di colpire l’intera profondità tattica e operativa dell’avversario con un alto livello di precisione.Rileggete e comprendete le implicazioni. Questa è la prima guerra nella storia in cui due moderne potenze di pari livello stanno effettivamente utilizzando sistemi moderni in grado di colpire l’una contro l’altra in tutta la profondità operativa.
L’ovvia implicazione è che gli Stati Uniti non hanno mai combattuto una guerra del genere, né la NATO. Ricordiamo che a dirlo è il prestigioso istituto di West Point, non un “troll del Cremlino“.
Ciò significa che la Russia sta combattendo la guerra più complessa e difficile dell’era moderna. In effetti, questa guerra è il culmine, la collisione culminante delle due dottrine a lungo sostenute della NATO, la battaglia aereo-terrestre, e della Russia, il complesso ricognizione-attacco.
Sono stati spesi decenni a teorizzare quale di questi sistemi contrapposti avrebbe vinto in un potenziale scontro tra giganti, e lo stiamo vedendo proprio qui e ora. L’unica differenza, ovviamente, è che la NATO non è (ancora) in grado di utilizzare i suoi strumenti più importanti, come l’intera flotta di caccia stealth, le armi stand-off e così via, ma ci sta lentamente arrivando con l’inclusione di elementi come gli Storm Shadows, gli HIMARS e i potenzialmente prossimi ATACM, GLSDB, F-16 e così via.
L’autore prosegue con un altro punto importante, non solo elogiando le capacità di attacco della Russia, ma delineando in modo perspicace come il conseguente cambiamento delle tattiche ucraine stia plasmando l’attuale campo di battaglia:
Dopo il fallimento dell’invasione iniziale, il periodo successivo dei combattimenti nel Donbass è stato inizialmente caratterizzato dal dominio russo nel fuoco. Oltre alle munizioni di precisione, l’impiego di UAV per il rilevamento dei bersagli ha migliorato notevolmente l’efficacia dei numerosi sistemi di artiglieria russi.Ciò è più che mai pertinente in questo momento, poiché durante le recenti sortite di Zaporozhye, si dice che le forze ucraine abbiano attaccato in forze sempre più atomizzate ad ogni ondata successiva. Mentre la prima ondata li ha visti operare in gruppi a livello di compagnie e battaglioni, la seconda li ha visti ridursi in incursioni sempre più piccole con manovre solo a livello di plotone e compagnia.
Le batterie di artiglieria russe che impiegavano gli UAV per il rilevamento dei bersagli si sono dimostrate generalmente in grado di impegnare le posizioni ucraine entro pochi minuti dal rilevamento.
Di conseguenza, le compagnie di fanteria ucraine sono state costrette a disperdersi e spesso hanno occupato linee del fronte larghe fino a tre chilometri. Di conseguenza, i battaglioni hanno coperto fronti che tradizionalmente sono di competenza delle brigate.
La superiorità dell’artiglieria russa e la densità dei sensori hanno persino impedito agli ucraini di concentrarsi in unità di dimensioni superiori alla compagnia, perché qualsiasi cosa più grande sarebbe stata rilevata prematuramente e presa di mira efficacemente da lontano.
Un altro punto importante è che la sicurezza sul campo di battaglia si trova ora solo nella mobilità. Ricordiamo che questo si ricollega all’idea iniziale delle “Riforme di Zhukov”, in cui la dottrina sovietica si è spostata verso organizzazioni più piccole e mobili, al fine di creare avanzamenti tattici più “rapidi”, in modo da limitare la quantità di tempo trascorso in posizioni di vulnerabilità al fuoco a lungo raggio e agli attacchi operativi di profondità.
Esempio qui, paracadutisti russi del VDV che assaltano le posizioni dell’AFU a Kremennaya, sfruttando la mobilità fulminea dei BTR-D per portare una compagnia di uomini in copertura per l’assalto.E questo è vero: abbiamo diversi dati, tra cui recenti interviste a truppe dell’AFU, che sottolineano come i Leopard fossero dei bersagli facili e che, ironicamente, trovassero maggiore sicurezza nei MRAP che si muovevano velocemente e che potevano portarli attraverso i campi al successivo punto di copertura molto più rapidamente.
Ogni volta che si conduce una manovra offensiva o difensiva, la sicurezza si trova nella mobilità, con periodi di concentrazione il più possibile brevi. Ciò è stato dimostrato durante l’offensiva ucraina di Kharkiv, dove le truppe ucraine si sono affidate alla velocità e alla sorpresa, utilizzando unità di ricognizione poco armate e in rapido movimento, mentre la densità delle truppe russe era relativamente bassa.
Quando grandi formazioni rimangono statiche e concentrate, diventano facilmente un bersaglio. Questo è stato dimostrato durante il fallito attraversamento russo del Siverskyi Donets l’11 maggio 2022, quando elementi significativi di una brigata russa di fucilieri motorizzati sono stati individuati e distrutti grazie alla ricognizione aerea e all’artiglieria.
È ormai assodato da tempo, fin dai tempi dell’offensiva di Kharkov, che la tattica dell’Ucraina è la seguente: trascorre diverse settimane, o addirittura mesi, per far precipitare lentamente le truppe in un’area di sosta, facendole entrare molto gradualmente, in uniformi e veicoli civili, e solo con la copertura dell’oscurità. Ogni notte ci possono essere mezzi civili con poche decine di soldati che entrano in un posto come Mala Tokmachka.
Lo stesso vale per l’armamento, che viene mantenuto molto distribuito in una vasta gamma di villaggi nella regione generale, portato di notte sotto i teloni un pezzo alla volta e accumulato per un lungo periodo di tempo.
Poi, man mano che si avvicina il momento dell’offensiva, le truppe ricevono gli ordini di battaglia mentre vivono e operano ancora come “civili” in quest’area posteriore, protetti da una prima linea di altre forze a 20-40 km di distanza.
Quando mancano pochi giorni o una settimana all’offensiva, le truppe cominciano a ricevere le uniformi e l’armamento si consolida. Lo sappiamo dalle fughe di notizie e dalle comunicazioni intercettate, per esempio dalla recente offensiva di Zaporozhye, dove le intercettazioni hanno mostrato che le principali brigate d’avanguardia come la 47ª, la 33ª, ecc. venivano dotate di uniformi e documenti solo alcuni giorni prima dell’assalto.
E solo al momento dell’attacco i comandanti di brigata danno il via libera finale al consolidamento completo in compagnie che possono muoversi al calar delle tenebre.
Questo è il tipo di operazioni clandestine, distribuite e non lineari che sono diventate la caratteristica del campo di battaglia moderno. Ho già detto molte volte che il dottor Philip Karber, sempre a West Point, ha riconosciuto che gli Stati Uniti si troverebbero in una posizione molto sfavorevole in un campo di battaglia di questo tipo, dato che queste tattiche di “distribuzione” e occultamento non funzionerebbero per le unità dell’esercito americano, il cui “inquinamento del segnale” è di molti ordini di grandezza superiore a quello di qualsiasi altro Paese del mondo.
Ciò significa che tutti i posti di comando posteriori, le aree C2, ecc. si illuminerebbero come alberi di Natale sui sensori SIGINT/ELINT. I droni russi stanno tracciando gli ucraini grazie ai deboli segnali delle loro schede telefoniche, immaginate un quartier generale di un battaglione statunitense con una propria rete di router wifi 5G.
Per continuare, l’autore nota anche che le forze russe si sono notevolmente adattate a questo campo di battaglia moderno, con le forze di artiglieria in particolare che sono diventate “altamente reattive... e meno vulnerabili al fuoco di controbatteria”.
Si fa riferimento a come anche gli attacchi HIMARS siano stati in gran parte neutralizzati dall’EW russa, mentre l’infrastruttura C2 è diventata più resistente a tali attacchi in generale grazie a una migliore distribuzione, Opsec, ecc.
Le forze russe, inoltre, impiegano raramente i blindati e la fanteria in assalti concentrati e nella difesa occupano posizioni disperse, mentre ricorrono sempre più spesso all’artiglieria per smussare gli attacchi ucraini.L’autore chiude l'analisi concludendo che l’attuale disposizione del campo di battaglia è il culmine di decenni di sviluppi russi e di comprensione del fatto che le grandi concentrazioni di truppe sono estremamente vulnerabili nell’era moderna. L'autore sostiene che ci sono solo due modi possibili per contrastare queste vulnerabilità e uscire dallo stallo intrinseco:
Il primo è migliorare l’efficacia dei propri complessi di ricognizione-incendio e ricognizione-attacco, al fine di degradare le capacità di attacco in profondità dell’avversario. Il secondo consiste nel disperdere le formazioni sul campo di battaglia per aumentarne la sopravvivenza.Quindi, sia la Russia che l’Ucraina stanno facendo quanto sopra. Entrambe stanno migliorando il loro fuoco di ricognizione in molti modi, nel caso dell’Ucraina si tratta della fornitura aggiuntiva di sistemi ISR occidentali come la costellazione finlandese di satelliti SAR ICEYE, annunciata di recente e fornita all’Ucraina. E chiaramente, entrambi stanno disperdendo le proprie formazioni.
Anzi, per certi versi si può azzardare che l’Ucraina lo stia facendo ancora di più, o meglio, della Russia, semplicemente per necessità. Ma l’autore ci lascia con un ultimo punto molto importante:
Tuttavia, le attuali condizioni del campo di battaglia aggiungono la difficoltà di raggiungere la concentrazione di forze necessaria per stabilire gli sforzi principali durante le operazioni offensive. Questo riduce gli impegni su larga scala e quindi richiede una concentrazione e una sincronizzazione degli effetti, piuttosto che un tradizionale ammassamento fisico delle truppe.Per i non addetti ai lavori potrebbe sembrare un’insalata di parole, ma permettetemi di analizzarla perché converge con un punto conclusivo che io stesso ho esposto qualche tempo fa su come sia possibile superare il temuto stallo moderno.
A sua volta, questo comporta un onere aggiuntivo per il comando e il controllo, soprattutto se contestato dalla guerra elettronica.
Solo interrompendo la catena di morte dell’avversario, le formazioni più grandi possono riacquistare la capacità di concentrarsi e di impegnarsi in una guerra di manovra.
Durante la guerra in Ucraina, la superiorità nell’efficacia della catena di morte è diventata uno degli obiettivi principali per entrambe le parti. In questa guerra e in qualsiasi altra caratterizzata dalle stesse dinamiche, questa superiorità diventa una condizione essenziale per la vittoria.
In primo luogo, l'autore ribadisce un’ultima volta l’ovvio: raggiungere la concentrazione di forze necessaria per fare breccia è quasi impossibile, perché grandi gruppi di unità sono troppo vulnerabili all’annientamento istantaneo da parte di inarrestabili sistemi di precisione a lungo raggio. Proprio la settimana scorsa è circolata la voce che un comandante ceceno, che aveva tenuto un “discorso entusiasmante” a un folto gruppo di truppe, sia stato visitato dalla fata HIMARS nel giro di pochi istanti [ma successivamente il “successo” dell’operazione è stato smentito dal diretto interessato, ndr].
Il fatto è che i piccoli droni moderni sono quasi invisibili ai radar. Lo ha ammesso lo stesso Putin nei colloqui della scorsa settimana, quando gli è stato chiesto di parlare degli attacchi dei droni al Cremlino e di come poterli fermare. Ha detto che la Russia sta facendo degli aggiustamenti al riguardo, ma che è difficile perché i piccoli droni moderni, in particolare quelli fatti di legno e altri materiali economici/sottili, sono praticamente “trasparenti” per quanto riguarda le onde radar.
Avete mai notato che la parte anteriore del cono nasale di un caccia è fatta di un materiale diverso dal metallo più duro del resto dell’aereo?
Questo perché le onde radar passano attraverso l’ogiva come se questa non ci fosse, perché i materiali più leggeri sono piuttosto porosi per le onde radar. Il punto è che non c’è modo di aggirare il fatto che piccoli droni vi ronzeranno e vi osserveranno in ogni momento, a prescindere da quanto grande sia la vostra “superpotenza”, e qualsiasi concentrazione di truppe che esponete stupidamente sul campo sarà rapidamente bombardata da un nemico competente.
Ma il punto chiave è la frase successiva, che incollo di nuovo:
Questo riduce gli impegni su larga scala e quindi richiede una concentrazione e una sincronizzazione degli effetti, piuttosto che un tradizionale ammassamento fisico di truppe. A sua volta, questo comporta un onere aggiuntivo per il comando e il controllo, soprattutto se contestato dalla guerra elettronica.Questo è il punto cruciale: per aggirare questa situazione di stallo, l’unico modo è creare un comando e controllo altamente efficiente, fluido e ben addestrato, in grado di coordinare con grande competenza le varie unità e i vari “effetti” (EW, fuoco, psicologici/ibridi, ecc.) in modo potentemente sincronizzato, in modo da consentire alle unità di terra che avanzano di perforare e sfondare le linee del nemico grazie agli altri sistemi coordinati che identificano e sopprimono le strutture difensive chiave, le batterie, ecc.
In breve, è necessaria una capacità di armi combinate a spettro completo in cui l’aviazione, l’artiglieria divisionale, le truppe di segnalazione/guida e il comando inferiore operino tutti in una sincronizzazione fluida per avanzare insieme.
Se ricordate, questo è stato esattamente il punto principale su cui mi sono soffermato per spiegare perché la prima grande incursione dei Leopard/Bradley dell’AFU è fallita nei campi minati, e come non siano stati in grado di sincronizzare tutti gli elementi necessari per sopprimere le difese russe (artiglieria, ATGM, riporti di mine, ecc.), il che ha causato un’avanzata a singhiozzo che a volte ha visto i convogli di corazzati dell’AFU doversi “fermare e aspettare” sul posto per lunghi periodi di tempo mentre i loro esploratori avanzati o le squadre ISR dei droni trasmettevano lentamente le coordinate ai gruppi di fuoco nel tentativo di sopprimere le difese abbastanza da permettere al gruppo di corazzati di avanzare senza essere distrutto all’istante.
Il problema è che la Russia ha ancora problemi con questo tipo di integrazione. Può essere migliore di quella dell’Ucraina, e sta migliorando di giorno in giorno, con alcuni settori e accoppiamenti di unità/comandi di teatro che vanno meglio di altri.
Ma ci sono stati casi in passato, in particolare durante l’offensiva di Kharkov dell’anno scorso, in cui abbondavano le storie dell’orrore sulla mancanza di comunicazione/coordinamento tra i gruppi aerei russi e le forze di terra, ad esempio con i piloti dei Su-25 che cercavano disperatamente di chiamare le truppe a terra con i loro cellulari per capire chi bombardare.
Ci si potrebbe chiedere come sia possibile, quando l’intero scopo di questo articolo è quello di trasmettere i decenni di genialità militare della Russia nel teorizzare queste stesse soluzioni. Il problema sta nel fatto che una cosa è teorizzare tutto questo, e una cosa completamente diversa è introdurlo senza problemi nelle strutture di comando e, soprattutto, addestrarlo e inculcarlo in ogni truppa e unità.
Quindi, mentre questi sistemi sono stati sviluppati sulla carta, la loro effettiva implementazione rimane frammentaria, ma è in continuo miglioramento.
Una delle altre ragioni della disomogeneità ha a che fare con l’equipaggiamento tecnico in sé – o con la sua mancanza – piuttosto che con l’addestramento del personale. Uno dei limiti principali delle forze armate russe sono i sistemi di comunicazione. Alcuni di essi sono obsoleti e non sono all’altezza dei moderni standard di collegamento digitale. Abbiamo tutti sentito parlare del famigerato scandalo della radio cinese Baofeng da 20 dollari. Ma ricordate: la parola chiave è “alcuni”.
Ciò causa ovvi problemi nel coordinamento di operazioni su larga scala. Ancora una volta: si tratta di una scala mobile, non binaria. La Russia ha alcuni problemi in questa categoria, ma è ancora una delle forze armate più potenti al mondo da questo punto di vista.
La maggior parte dei Paesi della NATO ha problemi ancora peggiori, come la storia recentemente raccontata delle unità di carri armati tedeschi che non riuscivano nemmeno a comunicare, con i comandanti costretti ad aprire i portelloni e a gridare indicazioni ai carri armati adiacenti perché le loro apparecchiature di comunicazione erano così scarse.
È semplicemente qualcosa su cui la Russia deve ancora lavorare, come ha riconosciuto lo stesso Putin durante la recente tavola rotonda in cui ha elencato i “sistemi di comunicazione” tra i droni e le munizioni guidate tra le cose trovate “carenti” durante la SMO.
Ma come ho illustrato in dettaglio nel precedente articolo sull’ISR, la Russia sta rapidamente migliorando anche in questo senso, poiché sta introducendo una grande varietà di sistemi di integrazione del campo di battaglia incentrati sulla rete, come lo Strelets-M, l’Andromeda-D, il Planshet-M e molti altri, che danno ai comandanti la possibilità di trasmettere istantaneamente le coordinate dei bersagli nemici a qualsiasi tipo di unità sul campo di battaglia, che si tratti di una batteria di artiglieria o persino di un bombardiere come un Su-34 con un sistema corrispondente.
Questi sono esattamente i tipi di sistemi richiesti per ottenere il coordinamento necessario a superare l’impasse insito nella guerra moderna basata sull’ISR. Se ogni singola unità sul campo di battaglia fosse completamente integrata con le altre, dove un solo clic di un dito può promuovere gli obiettivi sugli schermi di ogni altra unità nel teatro, allora l’avanzamento e la svolta sarebbero semplici.
Tenete presente che anche l’Ucraina dispone di una serie di sistemi di questo tipo (di cui ho parlato a lungo nel mio articolo sull’ISR), come GIS Art, Nettle, Delta e molti altri. Ma il problema è che sono per lo più incentrati sull’artiglieria e non sono del tutto diffusi, per non parlare del fatto che l’Ucraina non ha una vera e propria forza aerea su cui contare, che è una componente critica di ciò di cui stiamo parlando.
In generale, l’esercito russo rimane “disomogeneo”, ma lo sono anche quelli di tutti tutti gli altri paesi del mondo, la maggior parte dei quali lo è ancora più dell'esercito russo. Ci sono unità specializzate e più d’élite all’interno dell’esercito russo che sono le più avanzate al mondo nel loro determinato MOS, persino di gran lunga superiori ai loro equivalenti americani (in particolare nel reparto EW, per esempio, dove anche gli Stati Uniti ammettono che la Russia è in vantaggio, come ho riassunto una volta dal loro rapporto interno di Fort Benning).
Ma poi, dall’altra parte del teatro, la Russia avrà altre unità dello stesso tipo che utilizzano equipaggiamenti degli anni ’70 semplicemente perché gli ammodernamenti non hanno ancora fatto il loro corso in tutte le forze armate.
La ragione di ciò, tra l’altro, è dovuta al fatto che questa guerra è il più grande impegno su scala per la Russia dalla Seconda Guerra Mondiale, il che significa che sta usando unità che non sono mai state pensate per essere risorse di prima linea, e quantità di truppe che non ha usato in 70 anni, il che richiede di attingere alle vecchie scorte per armare queste grandi quantità di truppe impreviste.
Lo si può vedere ovunque: ci sono unità di artiglieria con i più recenti 2S19M2 completamente automatizzati e computerizzati e poi ci sono ancora unità che si aggirano con i Gvozdika o addirittura con i cannoni D-20 dell’epoca della Seconda Guerra Mondiale.
In tempo di pace, queste unità con equipaggiamenti vecchi sarebbero state tenute nelle retrovie solo a scopo di addestramento, mentre i distretti militari più pronti e in prima linea, come l’Ovest e il Sud, avrebbero avuto tutte le attrezzature più recenti.
Ciò significa che su alcuni fronti limitati, la Russia è in grado di eseguire la piena misura delle evoluzioni teoriche delineate in questo articolo, mentre in altre aree subirà un relativo rallentamento e le unità presenti saranno probabilmente buone solo per mantenere una difesa statica.
Ma con la grande industrializzazione avviata dalla SMO (Operazione militare speciale, ndr), la Russia si sta modernizzando a un ritmo più veloce che mai. Lo si può vedere chiaramente anche guardando i video recenti dei soldati stessi: le loro uniformi e l’equipaggiamento generale sono molto migliorati rispetto all’inizio dell’SMO, dove si vedevano ancora molti reparti con elmetti/armature/camicie malridotte.
Quando la modernizzazione raggiungerà il punto critico di saturazione dei necessari sistemi di rete ad alta tecnologia, è chiaro che la Russia avrà voltato pagina e vedremo un esercito russo come nessun altro. I decenni di teorizzazione e di evoluzione delle dottrine convergeranno con il progresso tecnologico necessario per implementare con successo queste stesse dottrine nella pratica.
A quel punto, nessun altro esercito al mondo avrà sia la base dottrinale istituzionalizzata sia la tecnologia, l’equipaggiamento e l’esperienza per superare il grande enigma del campo di battaglia moderno.
Fonte
09/05/2022
9 maggio: la sconfitta del nazismo e non solo
Tra ieri e oggi manifestazioni in molte città del mondo ricordano la sconfitta del nazifascismo nella Seconda Guerra Mondiale. In un contesto di guerra, dove i nazisti vengono sdoganati e l’Europa vive la peggiore crisi dal dopoguerra, questa giornata ha assunto un valore estremamente significativo.
“Mai più” dicono alcuni, “Potremmo rifarlo” annunciano altri. Restano i fatti della storia e guai a chi sta cercando di rovesciarla.
Qui di seguito il reportage di Patrizia Cortellessa sulla manifestazione in piazza San Giovanni a Roma ha ricordato il “Reggimento Immortale”. E il video della manifestazione.
Qui sotto la foto che nessun revisionista, liberale o nazifascista che sia, riuscirà mai a cancellare.
Fonte e foto
“Mai più” dicono alcuni, “Potremmo rifarlo” annunciano altri. Restano i fatti della storia e guai a chi sta cercando di rovesciarla.
Qui di seguito il reportage di Patrizia Cortellessa sulla manifestazione in piazza San Giovanni a Roma ha ricordato il “Reggimento Immortale”. E il video della manifestazione.
Qui sotto la foto che nessun revisionista, liberale o nazifascista che sia, riuscirà mai a cancellare.
Fonte e foto
26/06/2021
Germania - Steinmeier: l’Armata Rossa liberò il mondo dalla barbarie nazista
Hanno destato un’eco molto forte le parole con cui il presidente della Repubblica tedesca, Franz Walter Steinmeier ha inaugurato, a Berlino-Karlhorst, la mostra Dimensioni di un crimine: Prigionieri di guerra sovietici nella seconda guerra mondiale.
La mostra, organizzata in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’inizio dell’invasione tedesca dell’URSS, detta operazione Barbarossa, si tiene simbolicamente proprio nell’ex quartiere generale delle truppe sovietiche in Germania, dove fu firmata, nel 1945, la resa tedesca.
Le fotografie esposte documentano le condizioni disumane in cui furono detenuti in Germania i prigionieri sovietici, che non erano affatto trattati come prigionieri di guerra, quindi, per esempio, erano costretti a lavorare per il nemico.
I prigionieri erano denutriti, maltrattati, cadevano vittime del tifo e di malattie che, se non li portavano direttamente a morire, li debilitavano e per chi non poteva più lavorare c’era l’eliminazione fisica.
Le condizioni di detenzione esprimevano il disprezzo razziale e l’odio politico, tipici dell’ideologia nazista, per gli untermensch (essere inferiore, subumano) che potevano essere eliminati senza alcuno scrupolo.
Il discorso di Steinmeier, che è il primo presidente tedesco a prendere la parola nel quartiere generale di Karlhorst, è importante perché si pone in controtendenza a quella che è la vulgata storica, purtroppo diffusa negli ultimi anni anche in sedi istituzionali come il parlamento europeo, della lotta tra due “totalitarismi”: nazifascismo e comunismo.
Steinmeier ha reso omaggio ai 27 milioni di morti sovietici causati dalla “barbarie nazista” e ha elogiato il coraggio e l’azione dei soldati dell’Armata Rossa che consentirono di sconfiggere “il peggior regime che abbia mai devastato il pianeta”.
Il presidente tedesco ha così offerto l’onore istituzionale agli uomini e donne vittime dell’invasione nazista, nel nome della riconciliazione russo-tedesca, dicendo che il loro ricordo deve essere impresso nella memoria collettiva anche in Germania.
Una giusta visione di “riconciliazione” che, per essere realmente tale, deve passare attraverso la chiara attribuzione e assunzione delle responsabilità, poiché altrimenti è solo un insulto alle vittime e alla storia.
La scelta dell’ex quartiere generale sovietico come sede della mostra e le parole stesse di Steinmeier hanno suscitato le ire dell’ambasciatore ucraino, che ha sostenuto che tutto ciò non dà giustizia ai paesi dell’URSS che avrebbero subito l’occupazione russa.
Indignazione, quella dell’ambasciatore del regime filonazista ucraino, che è stata respinta dal presidente tedesco che l’ha definita una strumentalizzazione della storia contro “i propri vicini”, nociva anche all’amicizia con la Germania.
Le parole di Steinmeier segnano l’ammissione, da parte della massima autorità dello Stato tedesco, che l’operazione Barbarossa fu un’aggressione militare condotta oltretutto con metodi criminali e di sterminio e che il merito dell’Armata Rossa fu quello di difendere il proprio paese dall’invasione ma anche di liberare il mondo dal nazismo. È la Storia.
Tuttavia, si tratta di parole non scontate in un paese che vide, nell’immediato dopoguerra, una continuità pericolosa nel passaggio tra Terzo Reich e nuovo Stato tedesco e anche in un momento in cui sempre più si diffondono presunte ricostruzioni storiche fasulle e bugiarde che fantasticano di presunte responsabilità del “totalitarismo” sovietico.
La continuità, rispettivamente tra nazismo e fascismo e nuove repubbliche tedesca occidentale e italiana fu dettata dalla nuova collocazione nell’orbita americana dei due paesi e dalla conseguente volontà degli USA di contrastare i paesi e le forze comuniste, utilizzando anche i rottami delle vecchie strutture e parte del loro personale umano.
Tuttavia, il discorso di Steinmeier è anche una lezione severa per i politici e i rappresentanti istituzionali italiani.
Infatti l’invasione dell’URSS non fu condotta dalla sola Wehrmacht ma anche dall’esercito italiano e dalle camicie nere che ne erano fedeli alleati.
Subito dopo la guerra l’URSS presentò una lista di criminali di guerra italiani responsabili di stragi e violenze contro la popolazione civile, i soldati e i partigiani. Tali criminali non subirono alcuna conseguenza, come non le subì realmente quasi nessuno dei responsabili delle azioni criminali in Africa, nei Balcani e nelle zone del confine orientale.
Al contrario, è stata costruita una narrazione assolutoria, in base alla quale le truppe d’occupazione italiane sarebbero state più “umane” delle altre, nonostante, per esempio, che in Jugoslavia si fossero meritate l’appellativo di “brucia villaggi”, poiché dedite ad azioni di rappresaglia antipartigiana del tutto simili a quelle attuate dai tedeschi in Italia.
Ciò senza considerare le falsificazioni e i deliri nazionalisti che ogni anno accompagnano la giornata del 10 febbraio, in occasione della quale, per esempio, nel 2019, l’allora presidente del parlamento europeo Tajani inneggiò sconsideratamente a “Istria italiana e Croazia italiana”.
In tale contesto, anche l’invasione dell’URSS è stata narrata, in Italia, in una chiave che considera solo la tragedia della ritirata, che vide morire migliaia di nostri militari, ignorando che essi erano stati inviati, in realtà, per condurre una guerra di invasione e di sterminio.
Anche nelle scuole, mentre sono lettura corrente brani dei libri, pure importanti, che raccontano la ritirata di Russia e l’impreparazione delle truppe italiane, si transige volentieri sul fatto che tale disastro fece seguito a un’aggressione militare e a una barbara occupazione e si tende ad addossare ai soli tedeschi le responsabilità dei gesti disumani compiuti anche dalle nostre truppe.
Ancora una volta la Storia va raccontata tutta e non solo per ciò che conviene.
Fonte
La mostra, organizzata in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’inizio dell’invasione tedesca dell’URSS, detta operazione Barbarossa, si tiene simbolicamente proprio nell’ex quartiere generale delle truppe sovietiche in Germania, dove fu firmata, nel 1945, la resa tedesca.
Le fotografie esposte documentano le condizioni disumane in cui furono detenuti in Germania i prigionieri sovietici, che non erano affatto trattati come prigionieri di guerra, quindi, per esempio, erano costretti a lavorare per il nemico.
I prigionieri erano denutriti, maltrattati, cadevano vittime del tifo e di malattie che, se non li portavano direttamente a morire, li debilitavano e per chi non poteva più lavorare c’era l’eliminazione fisica.
Le condizioni di detenzione esprimevano il disprezzo razziale e l’odio politico, tipici dell’ideologia nazista, per gli untermensch (essere inferiore, subumano) che potevano essere eliminati senza alcuno scrupolo.
Il discorso di Steinmeier, che è il primo presidente tedesco a prendere la parola nel quartiere generale di Karlhorst, è importante perché si pone in controtendenza a quella che è la vulgata storica, purtroppo diffusa negli ultimi anni anche in sedi istituzionali come il parlamento europeo, della lotta tra due “totalitarismi”: nazifascismo e comunismo.
Steinmeier ha reso omaggio ai 27 milioni di morti sovietici causati dalla “barbarie nazista” e ha elogiato il coraggio e l’azione dei soldati dell’Armata Rossa che consentirono di sconfiggere “il peggior regime che abbia mai devastato il pianeta”.
Il presidente tedesco ha così offerto l’onore istituzionale agli uomini e donne vittime dell’invasione nazista, nel nome della riconciliazione russo-tedesca, dicendo che il loro ricordo deve essere impresso nella memoria collettiva anche in Germania.
Una giusta visione di “riconciliazione” che, per essere realmente tale, deve passare attraverso la chiara attribuzione e assunzione delle responsabilità, poiché altrimenti è solo un insulto alle vittime e alla storia.
La scelta dell’ex quartiere generale sovietico come sede della mostra e le parole stesse di Steinmeier hanno suscitato le ire dell’ambasciatore ucraino, che ha sostenuto che tutto ciò non dà giustizia ai paesi dell’URSS che avrebbero subito l’occupazione russa.
Indignazione, quella dell’ambasciatore del regime filonazista ucraino, che è stata respinta dal presidente tedesco che l’ha definita una strumentalizzazione della storia contro “i propri vicini”, nociva anche all’amicizia con la Germania.
Le parole di Steinmeier segnano l’ammissione, da parte della massima autorità dello Stato tedesco, che l’operazione Barbarossa fu un’aggressione militare condotta oltretutto con metodi criminali e di sterminio e che il merito dell’Armata Rossa fu quello di difendere il proprio paese dall’invasione ma anche di liberare il mondo dal nazismo. È la Storia.
Tuttavia, si tratta di parole non scontate in un paese che vide, nell’immediato dopoguerra, una continuità pericolosa nel passaggio tra Terzo Reich e nuovo Stato tedesco e anche in un momento in cui sempre più si diffondono presunte ricostruzioni storiche fasulle e bugiarde che fantasticano di presunte responsabilità del “totalitarismo” sovietico.
La continuità, rispettivamente tra nazismo e fascismo e nuove repubbliche tedesca occidentale e italiana fu dettata dalla nuova collocazione nell’orbita americana dei due paesi e dalla conseguente volontà degli USA di contrastare i paesi e le forze comuniste, utilizzando anche i rottami delle vecchie strutture e parte del loro personale umano.
Tuttavia, il discorso di Steinmeier è anche una lezione severa per i politici e i rappresentanti istituzionali italiani.
Infatti l’invasione dell’URSS non fu condotta dalla sola Wehrmacht ma anche dall’esercito italiano e dalle camicie nere che ne erano fedeli alleati.
Subito dopo la guerra l’URSS presentò una lista di criminali di guerra italiani responsabili di stragi e violenze contro la popolazione civile, i soldati e i partigiani. Tali criminali non subirono alcuna conseguenza, come non le subì realmente quasi nessuno dei responsabili delle azioni criminali in Africa, nei Balcani e nelle zone del confine orientale.
Al contrario, è stata costruita una narrazione assolutoria, in base alla quale le truppe d’occupazione italiane sarebbero state più “umane” delle altre, nonostante, per esempio, che in Jugoslavia si fossero meritate l’appellativo di “brucia villaggi”, poiché dedite ad azioni di rappresaglia antipartigiana del tutto simili a quelle attuate dai tedeschi in Italia.
Ciò senza considerare le falsificazioni e i deliri nazionalisti che ogni anno accompagnano la giornata del 10 febbraio, in occasione della quale, per esempio, nel 2019, l’allora presidente del parlamento europeo Tajani inneggiò sconsideratamente a “Istria italiana e Croazia italiana”.
In tale contesto, anche l’invasione dell’URSS è stata narrata, in Italia, in una chiave che considera solo la tragedia della ritirata, che vide morire migliaia di nostri militari, ignorando che essi erano stati inviati, in realtà, per condurre una guerra di invasione e di sterminio.
Anche nelle scuole, mentre sono lettura corrente brani dei libri, pure importanti, che raccontano la ritirata di Russia e l’impreparazione delle truppe italiane, si transige volentieri sul fatto che tale disastro fece seguito a un’aggressione militare e a una barbara occupazione e si tende ad addossare ai soli tedeschi le responsabilità dei gesti disumani compiuti anche dalle nostre truppe.
Ancora una volta la Storia va raccontata tutta e non solo per ciò che conviene.
Fonte
27/01/2021
Il giorno della memoria, non dei falsi
Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa dell’Unione Sovietica liberava il campo di sterminio di Auschwitz. Per questo oggi è il giorno nel quale ricordiamo lo sterminio degli ebrei, ma anche dei rom e di tutti i popoli e le persone che il nazismo considerava proprie nemiche o semplicemente inutili al suo progetto di dominio sull’umanità.
Oggi è il Giorno della Memoria e ricordare significa prima di tutto chiedersi come sia stato possibile che un progetto criminale, mostruoso fin dai suoi primi intenti, come quello nazista, abbia potuto conquistare il cuore dell’Europa e espandersi fino ai suoi confini.
Bisogna ricordare l’infame imbroglio di chi si presentò come voce del popolo e deformando e stravolgendo parole che sembravano giuste, come ci ricordava Brecht, negò la vita a milioni di persone e con esse negò ogni principio di giustizia e solidarietà umana.
Non genericamente l’odio, ma un progetto politico razzista reazionario sostenuto dai grandi padroni, che voleva riprodurre in Germania il fascismo che già schiacciava l’Italia, questo bisogno ricordare del nazismo.
E ricordare significa ringraziare l’Armata Rossa e l’Unione Sovietica per aver dato il contributo determinante alla sconfitta del nazifascismo in Europa. “Non basteranno il tempo e le persone per ringraziare l’Armata Rossa“, scrisse Hemingway.
Se non ci fosse stata la resistenza al prezzo di venti milioni di morti del popolo sovietico, Hitler avrebbe probabilmente vinto la guerra e in ogni caso dominato l’Europa per un tempo tale che l’orrore di Auschwitz sarebbe stato infinitamente più vasto.
Quando le SS rastrellavano una popolazione la prima cosa che intimavano era: fuori gli ebrei ed i comunisti, che poi venivano assieme trucidati. Furono i comunisti le prime vittime politiche, ma anche gli indomabili avversari del nazifascismo. Il voto del Parlamento Europeo che equipara comunismo e nazismo, vittime e carnefici, è un insulto alla memoria e alla verità ed una miserabile operazione negazionista.
Thomas Mann scrisse che chi equipara comunismo e nazifascismo “puό presentarsi come democratico ma, in verità e nel profondo del cuore, egli è già fascista e di sicuro combatterà il fascismo in apparenza ed ipocritamente, ma con tutto l’odio soltanto per il comunismo”.
Il rigurgito di fascismo e razzismo oggi in Europa è anche figlio dell’anticomunismo che da decenni si diffonde e afferma, proprio nel continente che ottenne la sua liberazione grazie anche all’Armata Rossa e alle lotte partigiane.
Ecco perché oggi Giorno della Memoria bisogna ricordare e combattere i falsi che hanno hanno cancellato la verità e ridato forza ai mostri del passato.
Fonte
11/06/2020
02/02/2020
Stalingrado - Una battaglia che ha segnato la svolta nella Grande Guerra Patriottica
2 febbraio 1943 – Stalingrado
Dopo che agli inizi di gennaio, su proposta del generale Konstantin Rokossovskij, il Comando generale sovietico aveva proposto la resa alle forze tedesche ormai completamente accerchiate a Stalingrado, resa respinta dal Comando della VI Armata, si era giunti al 31 gennaio 1943.
Il 31 gennaio il generale Friedrich Paulus e il suo Stato maggiore si arrendono. Il 2 febbraio depone le armi e cessa ogni resistenza anche l'11° Corpo (cosiddetto raggruppamento settentrionale) della VI armata tedesca, ormai completamente circondato. Il comandante, tenente generale Karl Strecker, si arrende.
Termina così completamente la battaglia di Stalingrado: una delle molte decisive operazioni strategiche dell'Armata Rossa, ma anche quella che segnò l'inizio di una svolta radicale nel corso dell'intera Grande Guerra Patriottica. Per estensione, durata, tensione e numero di partecipanti, la Battaglia di Stalingrado è considerata una delle più grandi della Seconda guerra mondiale. Si sviluppò su un'area di centomila chilometri quadrati e durò 200 giorni e notti. Oltre 2 milioni di soldati, più di duemila aerei e circa duemila carri armati presero parte agli scontri da entrambe le parti. Stalingrado fu una delle prime città sovietiche ad essere insignita del titolo di “città eroe”.
Fonte
27/01/2020
Fu l’Esercito Rosso Operaio-Contadino a liberare Auschwitz, 75 anni fa
Il mondo ricorda oggi il 75° anniversario della liberazione di Auschwitz. Il campo di sterminio venne liberato dai soldati del 472° reggimento della 100° divisione della 60° Armata del 1° Fronte Ucraino, nel corso dell’operazione “Vistola-Oder”, iniziata nell’autunno 1944. Dopo la sosta forzata a dicembre, necessaria alle truppe sovietiche per riorganizzare le linee ormai troppo allungate, la ripresa delle operazioni era fissata per fine gennaio.
Ancora una volta, però – era già successo nell’estate ’44, allorché a ovest gli anglo-americani rischiavano di esser ributtati in mare e Mosca aveva lanciato l’offensiva “Bagration” su Bielorussia, Polonia orientale e Paesi baltici – viste le preghiere di Churchill di alleggerire la pressione sugli alleati inchiodati nelle Ardenne, Stalin anticipò l’inizio dell’offensiva al 12 gennaio.
Già il 17 gennaio fu liberata Varsavia; il 24-25 gennaio venne liberato il campo di lavoro di Monowitz (Auschwitz III), il 26-27 gennaio la cittadina di Oświęcim (in tedesco Auschwitz) e il 26 la cittadina di Brzezinka, o Birkenau (Auschwitz II) e infine, il 27 gennaio, fu la volta di Auschwitz I.
Dal 2005, con risoluzione ONU, la Giornata della memoria del 27 gennaio è chiamata a ricordare le vittime dell’Olocausto. Auschwitz-Birkenau è il simbolo della bestialità nazista; il simbolo dello sterminio pianificato di tutti i “nemici del Reich”: ebrei, comunisti, rom, oppositori del nazismo.
Nel 1942, abbandonata l’idea hitleriana, cara alla leadership polacca di allora, di deportare tutti gli ebrei europei in Palestina, per non inimicarsi il Mufti di Gerusalemme, o in Madagascar, perché praticamente non più accessibile, nel corso della riunione a Wannsee (vi parteciparono una quindicina di gerarchi nazisti di RSHA, RuSHA, SD, Gestapo: da Heydrich a Eichmann, Freisler, Müller e altri) furono programmati metodi, mezzi, modi e tempi della eliminazione totale degli 11 milioni di ebrei europei, 5 milioni dei quali nella sola Unione Sovietica.
Sembra abbastanza palese il nesso tra moderne alleanze geopolitiche, la riscrittura della Storia e la scelta di celebrare la liberazione proprio di Auschwitz, facendone il lager simbolo della Shoah – e quindi dell’Olocausto del popolo ebraico, anche se nei suoi crematori finirono persone delle più diverse nazionalità, ideologie politiche, religioni.
Così come è manifesto che le urla odierne più sguaiate, volte a coprire la voce di chi ricorda il colore delle bandiere che liberarono quei lager, provengano proprio dalle regioni che più diedero man forte ai nazisti nello sterminio non solo degli ebrei, ma anche della popolazione civile residente in aree multietniche, quando questa era di nazionalità diversa da quella degli aguzzini.
Troppo spesso si dimentica, o si passa volutamente sotto silenzio, che la popolazione di religione ebraica finita nei lager proveniva non solo da Paesi oggi autodefinitisi “modello di democrazia liberale”, ma in grandissima maggioranza da Stati in cui Wehrmacht, SS tedesche, volontari SS da quasi tutti i Paesi europei-occidentali, polizei reclutati tra i nazisti locali, divisioni SS ucraine e baltiche, condussero non una drôle de guerre, non una “strana guerra”, bensì una guerra di sterminio totale, volta a liberare a est il famigerato Lebensraum per la razza superiore, lasciando in vita solo quel minimo di Untermenschen necessari al lavoro schiavistico.
Troppo spesso si dimentica che, ad esempio un terzo della popolazione bielorussa morì o fu sterminato durante l’occupazione nazista; che milioni di cittadini sovietici (le sole vittime civili sovietiche sono stimate tra i 12 e i 15 milioni) non arrivarono nemmeno ai campi di sterminio, ma furono uccisi direttamente nei villaggi: spesso radunati a centinaia e rinchiusi nei granai o nelle stalle date alle fiamme.
Troppo spesso si tace che le truppe hitleriane avessero l’ordine di eliminare, non appena fatti prigionieri, non solo i militari sovietici di religione ebraica, ma in primo luogo i commissari politici e chiunque nelle cui tasche venisse trovata la tessera del partito comunista dell’Urss – VKP(b).
In generale, quel che da anni si tende a tacere e a far dimenticare, è ovviamente il ruolo dell’Armata Rossa nella liberazione, in primo luogo proprio di Auschwitz, ma anche dei tanti altri campi di concentramento e di sterminio allestiti dai nazisti non solo in Polonia, ma anche nei Paesi baltici e nella stessa Germania.
Maksim Maksimov ricordava nei giorni scorsi come molti dei Paesi che oggi celebrano la Giornata della memoria, avessero a suo tempo respinto gli ebrei in fuga dalla Germania nazista; ricordava come nel 1940, dopo l’uscita nelle sale americane de Il grande dittatore, Charlie Chaplin fosse stato messo sotto stretto controllo dal Comitato per le attività anti-americane.
Si ha l’impressione, scriveva Maksimov, che fino al Processo di Norimberga, nel 1946, “l’Occidente non sapesse nulla della tragedia degli ebrei europei. Nessuno sapeva nulla di Babi jar, della Conferenza di Wannsee, della ‘decisione finale’. Ma nemmeno nel 1943”, dopo la Conferenza delle Bermuda, i paesi coinvolti, USA in testa, non aumentarono le quote di immigrazione per i rifugiati”.
D’altra parte, nelle camere a gas di Auschwitz e Birkenau, i nazisti usavano il “Zyklon B”, della Degussa, filiale della IG Farben, del trust IG Chemical, di proprietà di General Motors e della banca J.P.Morgan. Ma, oggi come 80 anni fa, nelle questioni di soldi, “non c’è ebreo che tenga”.
Aleksandr Djukov, della Fondazione russa “Memoria storica”, ricorda su rubaltic.ru come proprio Polonia e Lettonia, che strepitano per esser “compensate” per la presunta “occupazione sovietica”, non abbiano sino a oggi risolto, se non in minima parte, la questione della restituzione dei beni, individuali e collettivi, agli ebrei; in Lituania, dove la questione è stata risolta, in compenso si glorificano i polizei che presero parte al loro sterminio e si programma l’approvazione di una legge, simile a quella già esistente in Polonia, per punire chiunque accusi cittadini lituani di aver preso parte a pogròm anti-ebrei.
In prima fila, come sempre, la Polonia, primo Paese europeo, il 26 gennaio 1934, a concludere un Patto di non aggressione (e quasi sicuramente un accordo militare segreto) con il Terzo Reich. In un’intervista alla tedesca Bild, il leader del partito governativo “Diritto e Giustizia”, Jaroslav Kaczynski, pretende che “Mosca ammetta la responsabilità” per lo scoppio della Seconda guerra mondiale e “paghi le riparazioni” a Varsavia. Kaczynski parla anche del massacro di Katyn e, quasi istruito dalla lezione del “Giorno del ricordo”, che ogni anno moltiplica per decine di migliaia gli “infoibati sol perché itagliani”, addossa ovviamente al NKVD l’uccisione di “centinaia di migliaia di ufficiali polacchi”. Dunque, dato che la “Polonia è stata una vittima” e “i russi dei criminali”, non solo Berlino, ma anche Mosca devono secondo lui pagare le riparazioni sia per la Prima, che per la Seconda guerra mondiale.
Gli ha risposto indirettamente il Presidente della Commissione informazione del Senato russo, Aleksej Puškov: “Quali riparazioni e per quali danni?! Ammesso che qualcuno debba pagare, è semmai la Polonia, al nostro paese: per la liberazione da Hitler, che ci è costata 600.000 vite. E per il ripristino dell’economia polacca, distrutta dai tedeschi“.
Senza contare, si potrebbe aggiungere, per le decine di vittime nelle retrovie sovietiche, i feriti negli ospedali da campo dell’Armata Rossa, caduti sotto i colpi dell’Armia Krajowa dopo la liberazione della Polonia, anche nel 1945 e 1946.
Per inciso, nel 75° anniversario della liberazione di Auschwitz, sembra il caso di rendere il dovuto merito alle uscite cabarettistiche dell’Ucraina golpista e dei suoi difensori (quando non si accoltellano su questioni storico-territoriali) polacchi, secondo cui l’URSS non avrebbe avuto parte alcuna nella liberazione della Polonia e in particolare di Auschwitz, dato che, dicono loro, i soldati che aprirono i cancelli del lager facevano parte del 1° Fronte ucraino: dunque, erano ucraini!
Ora, non solo nei manuali di storia, ma persino nella pubblicistica più elementare, è spiegato che i “Fronti”, nella guerra anti-nazista condotta dall’Unione Sovietica, rappresentavano raggruppamenti strategici organizzati in una o più aree operative. Ad esempio, quello che nel 1943 diverrà il 1° Fronte ucraino, era fino ad allora denominato Fronte di Voronež; ma ogni bambino delle elementari sorriderebbe a dirgli che quel fronte era composto da abitanti di Voronež. Così, per tutti gli altri vari Fronti, costituiti, riorganizzati, trasformati, ridenominati nel corso della guerra: i Fronti di Leningrado, Stalingrado, Kalinin, Sud, Ovest, del Caucaso, della Steppa, ecc.
Tra l’altro, come ricorda addirittura la stessa Wikipedia, dal punto di vista delle truppe, un Fronte non ebbe mai una composizione permanente per un periodo più o meno lungo, a differenza dei comandi. Se all’inizio della guerra, i 5 Fronti furono sostanzialmente costituiti sulla forza dei distretti militari, i successivi 13 e poi fino a più di 40 Fronti (nuove riaggregazioni e ridenominazioni) vennero formati in base ai teatri operativi, con le truppe ritirate e trasferite dall’uno all’altro fronte o inviate alla riserva, ecc.
In ogni caso, nello specifico del 1° Fronte ucraino, di cui faceva parte, per dire, anche la 2° Armia Wojska Polskiego, i comandi a vari livelli, da marescialli – dopo l’uccisione di Nikolaj Vatutin da parte dei banderisti ucraini, il comando passò per pochi mesi a Georgij Žukhov e poi a Ivan Konev – a generali, colonnelli ecc., non vide mai una preminenza di ufficiali di origine ucraina; così, anche per le truppe.
Non un fantomatico “esercito ucraino”, dunque: fu l’Esercito Rosso che liberò il campo della morte di Auschwitz; liberò dall’occupazione nazista Cecoslovacchia, Balcani, Austria; liberò Berlino, Praga, e liberò persino Ucraina, Polonia, Paesi Baltici, per quanto molti di essi oggi se ne dolgano.
Esattamente un anno prima della liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1944, l’Esercito Rosso era riuscito a rompere completamente l’assedio portato a Leningrado dalle truppe tedesche, italiane e finlandesi che, per 872 giorni, aveva causato tante vittime quante quelle di Amburgo, Dresda, Tokyo, Hiroshima e Nagasaki prese insieme: gli storici valutano tra 650.000 e 1,3 milioni di morti, il 90% dei quali per fame e freddo. Il 27 gennaio è dunque celebrato in Russia quale Giornata della gloria militare.
Gloria di quell’Esercito Rosso – Raboče-krestjanskaja Krasnaja Armija – di cui facevano parte anche le armate del 1° Fronte ucraino: ed esso era composto da soldati e ufficiali sovietici. Il resto è cabaret.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)


