Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/08/2026
Gli economisti ortodossi non ne azzeccano mezza
Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie.
E il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre l’occasione per porre la domanda che l'economia ufficiale evita con cura: perché le sue previsioni falliscono con tanta regolarità? Non parliamo di errori marginali, ma di cantonate epocali.
Il Fondo monetario internazionale – il tempio dell’ortodossia – non vide arrivare il crollo del 2008. Annunciò per un ventennio l’imminente “atterraggio duro” della Cina, che nel frattempo diventava la prima manifattura del Pianeta. Nel 2022 previde il collasso dell’economia russa sotto le sanzioni: meno 8,5 per cento. La Russia perse poco più di un punto e l’anno dopo cresceva più dell’Europa.
E fu lo stesso capo economista del Fondo, Olivier Blanchard, a firmare nel 2013 la confessione più clamorosa: i moltiplicatori fiscali usati per imporre l’austerità alla Grecia erano sbagliati. E conta poco, a questo punto, chiedersi quanto fosse casuale lo sbaglio.
Perché non si tratta in realtà di un problema di calcoli. È un problema di mappa. Questi economisti misurano con precisione decrescente un centro che non è più il centro. Leggono il mondo con categorie occidentaliste – i rendimenti dei Treasury come “punto di riferimento della finanza globale”, i verbali della Fed come oracoli planetari – e non si accorgono che il baricentro dell’economia mondiale si è spostato nell’Estremo Oriente, nell’Asia profonda, ha cambiato natura.
Non è più finanziario. È tornato reale. Fabbriche, infrastrutture, energia, tecnologia. L’Asia produce ormai quasi metà del Prodotto lordo mondiale; la sola Cina vale circa un terzo della manifattura del Pianeta, più di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme. E il commercio interno dell’Asia orientale supera quello con l’intero Occidente. I Brics allargati pesano ormai, a parità di potere d’acquisto, più del G7.
Sono numeri noti a chiunque, eppure il commento economico dominante continua a ragionare come se fossimo nel 1995: quando sale il rendimento dei titoli americani sale il costo del capitale “ovunque”.
Ovunque dove? Nell’Occidente indebitato, certamente. Non nel continente che finanzia la propria crescita col proprio risparmio.
La Cina è la dimostrazione vivente che un‘altra architettura è già all’opera: la più grande manifattura mondiale sostenuta da una Banca centrale che decide in base ai piani di crescita dell’economia reale, non secondo i frizzi della Borsa di Shanghai o di Wall Street.
Mentre la Fed, tra il 2022 e il 2023, portava i tassi ai massimi da vent’anni,la Banca del Popolo li tagliava, serenamente, perché così richiedeva l’economia domestica. Un’eresia inconcepibile per chi crede che il Pianeta intero debba muoversi al ritmo di Washington.
Conto capitale presidiato, debito finanziato dal risparmio interno, credito orientato dalla pianificazione: tutto ciò che i manuali della fede neoliberale bollano come “repressione finanziaria” si è rivelato, alla prova dei fatti, il più formidabile scudo contro i cicli speculativi altrui.
E l’Asia profonda ha buona memoria. Ricorda lo scherzo inflitto da Wall Street nel luglio 1997, quando l’attacco speculativo al baht thailandese travolse in pochi mesi Indonesia, Corea e Malaysia. Da quelle parti non la chiamano “crisi asiatica”: la chiamano “crisi Imf”, perché fu la cura del Fondo – la solita austerità feroce, tassi al 30 percento, svendita degli asset nazionali ai creditori occidentali – ad affondare economie fondamentalmente sane. La Malaysia di Mahathir, che disobbedi all’ortodossia imponendo controlli sui capitali, ne usci prima e meglio di tutti.
La lezione fu appresa una volta per sempre. L’Asia ha accumulato riserve oceaniche, ha costruito con l’iniziativa di Chiang Mai la propria rete di protezione monetaria, ha moltiplicato gli scambi regolati nelle proprie valute. E ha adottato una regola non scritta ma ferrea; mai più a Washington col cappello in mano. Non a caso, da un quarto di secolo, il Fondo presta quasi soltanto a chi non ha potuto emanciparsene.
Il mio maestro Giovanni Arrighi lo aveva spiegato con largo anticipo: ogni egemonia al tramonto attraversa una fase di espansione finanziaria in cui la finanza del centro brilla della sua luce più intensa proprio mentre l’economia reale migra altrove. Accadde a Genova, ad Amsterdam, a Londra. Accade oggi a New York.
I rendimenti dei Treasury non sono il termometro del mondo: sono il canto del cigno di un‘egemonia che scambia la propria febbre per il polso del Pianeta.
Gli economisti ortodossi continueranno a sbagliare le previsioni perché non sbagliano i decimali: sbagliano l’oggetto. Prevedono il futuro di un mondo che sta uscendo di scena, con strumenti costruiti per misurarlo. Finché guarderanno l’economia mondiale da Wall Street, vedranno soltanto Wall Street. Il mondo, nel frattempo, si è trasferito altrove.
E non ha lasciato l’indirizzo al Fondo monetario.
Fonte
26/08/2026
La volontà belligerante cinese non va sottovalutata
Di seguito proponiamo una interessante analisi che sollecita a prendere atto – da una posizione marcatamente occidentale cui ovviamente va fatta la tara – del cambio di passo di Pechino circa la propria assertività militare.
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Quando si tratta di analizzare il potenziale militare e di predire la postura della Repubblica Popolare Cinese (RPC), spesso e volentieri si tende a raggiungere conclusioni estreme e opposte: o Pechino non è una minaccia e mai lo sarà, oppure siamo sull’orlo di un conflitto aperto. Si tende cioè a sottovalutare, o per contrario a sopravvalutare, il potenziale bellico cinese ma soprattutto la volontà della RPC di dare inizio a un conflitto. Con ogni probabilità, grazie a osservazioni e raccolte di dati durate lustri, ci troviamo in una situazione molto diversa, ma comunque per niente foriera di pace e stabilità nel corto/medio termine.
Dal punto di vista strettamente militare, la RPC ha ormai da decenni intrapreso una costruzione di forze in grado, in un futuro relativamente prossimo (orizzonte 2040), di farla diventare una potenza globale capace di affrontare – e sconfiggere – gli Stati Uniti. Si tratta di uno sforzo generale di ampia portata che non riguarda solo il numero di assetti presenti nelle diverse branche delle forze armate, ma anche il loro livello qualitativo, il cambiamento delle dottrine di impiego che ne consegue, e soprattutto afferisce a un profondo miglioramento e potenziamento delle infrastrutture militari in generale.
Un interessante articolo apparso su War on the rocks sottolinea in modo semplice ed esaustivo questo processo, mettendo in guardia sulla fallacia e pericolosità di farne un’analisi sottovalutante.
Nell’articolo, si afferma infatti che Pechino ha trascorso anni a modificare traghetti civili per la messa a mare di veicoli blindati anfibi, a sviluppare attrezzature specializzate per lo sbarco di forze senza la necessità di infrastrutture portuali convenzionali, a rafforzare decine di basi aeree e ad espandere rapidamente le forze missilistiche che potrebbero essere utilizzate per scoraggiare o sconfiggere un intervento statunitense. Eppure, allo stesso tempo, una linea di analisi ricorrente sostiene che le preoccupazioni sulle capacità militari della RPC siano esagerate e che un’invasione di Taiwan rimanga al di fuori della portata dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA – People’s Liberation Army). Queste analisi, secondo l’autore, differiscono per aspetti importanti: alcune sottolineano il carattere politico dell’esercito cinese, la mancanza di esperienza in combattimento e le carenze istituzionali; altre evidenziano gli straordinari ostacoli militari, economici, geografici e politici che un’invasione dovrebbe affrontare, oppure le purghe e altri segnali di disfunzione all’interno delle forze armate cinesi.
La realtà però, se considerata nel suo insieme temporale e avendo come punto di riferimento la nuova politica di Xi Jinping dal suo avvento sino a oggi, ci racconta una storia diversa. Certamente non siamo davanti a mistificazioni – nella stragrande maggioranza dei casi – e certe argomentazioni restano valide, ma l’incertezza sul successo della RPC in un conflitto aperto (per Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale) non equivale alla certezza della sua incapacità. Le prove disponibili non supportano un giudizio categorico secondo cui Pechino non possieda – e continuerà a non possedere – la capacità militare necessaria per conquistare e mantenere Taiwan o affrontare militarmente le sue rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale. La RPC potrebbe già disporre di una strada credibile per il successo, sebbene tale successo – soprattutto di fronte a un intervento statunitense – sia tutt’altro che garantito.
L’obiezione che l’autore fa alle analisi meno allarmistiche sono le stesse che abbiamo condiviso da anni: la carenza di unità per la guerra anfibia non significa – nel caso cinese – essere incapaci di compiere un’operazione anfibia su vasta scala considerando che il PLA da almeno 3 lustri si esercita e utilizza navi civili riadattate per le operazioni militari di sbarco. Sul tema della proiezione di potenza marittima, supportata da una marina militare in ampliamento numerico e qualitativo che è già la più numerosa al mondo, non si tiene quasi mai conto della Guardia Costiera, della milizia marittima, delle forze missilistiche antinave a lungo raggio basate a terra e del trasporto marittimo civile, tutti elementi che sono rilevanti per la proiezione di potenza marittima e che sono cruciali per le operazioni in acque limitrofe, come appunto un attacco a Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale, o in quello Orientale (leggasi isole Senkaku).
Più ancora, la force building navale – perdonateci la terminologia anglosassone – è indicativa della volontà di portare il proprio potenziale bellico oltre la Prima Catena di Isole, con la prospettiva – più che chiara – di arrivare a ottenere la capacità di controllare nel medio periodo il Pacifico Occidentale sino e oltre la Seconda Catena di Isole. Lo stesso ragionamento potremmo farlo per le forze missilistiche, che annoverano un numero elevato di vettori balistici di raggio medio e intermedio in grado di colpire quasi ovunque nel medesimo teatro, oppure per le forze aeree, che si sono dotate di velivoli di quinta generazione con una vocazione da superiorità aerea in profondità, fattore che dovrebbe far pensare a un loro utilizzo non per scopi strettamente difensivi ma per avere capacità di air dominance a grande distanza.
Quello che forse è ancora più sottovalutato, e oggetto a volte di mistificazioni, è la volontà cinese di poter usare la forza militare. Anche in questo caso, le anime più “pacifiste” ci ripetono il desiderio di Pechino di cooperare a livello internazionale per ottenere “pace e stabilità” attraverso la costruzione di reti commerciali sinocentriche, oppure alcune arrivano a mistificare la storia cinese affermando che la RPC non ha mai partecipato a una guerra nella sua pluridecennale storia, dimenticando l’intervento diretto nel conflitto coreano negli anni Cinquanta, l’attacco all’India nel 1962 e i due brevi conflitti col Vietnam a cavallo tra anni Settanta e Ottanta.
La realtà, in questo caso, è notevolmente diversa e possiamo affermarlo dai segnali che leggiamo e che ci arrivano da diversi quadranti geografici e dallo stesso Politburo. Le esercitazioni militari cinesi, ad esempio, sono attagliate principalmente su un conflitto per Taiwan: non solo si simula – con tanto di modelli in grandezza naturale – la presa manu militari di Taipei, ma dal 2024 a oggi le esercitazioni aeronavali e anfibie hanno simulato diversi scenari tra cui il blocco navale dell’isola e un vero e proprio sbarco anfibio che è stato messo in scena in una porzione geografica estesa esattamente quanto l’isola di Taiwan. Esercitazioni, queste ultime, che – guarda caso – hanno utilizzato unità navali civili come i traghetti Ro-Ro (Roll On Roll Off). Cambiando scenario, nel Mar Cinese Meridionale la postura cinese si è fatta sempre più aggressiva verso le Filippine e Pechino sta utilizzando per la prima volta le sue forze armate in dimostrazioni di forza a ridosso dell’arcipelago di Manila, invece di impiegare esclusivamente la Guardia Costiera e le flottiglia paramilitare da pesca come ha fatto negli anni precedenti in azioni coercitive e aggressive.
Lo stesso presidente Xi Jinping, in occasione del vertice a Pechino col suo omologo statunitense Donald Trump, ha tenuto a ribadire – oltre alla “trappola di Tucidide” ormai nota – che la rivendicazione di Pechino sull’isola di Taiwan rimane “la questione più importante” nelle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti e che se gestita male – ovvero qualora Washington dovesse intromettersi a difesa dell’isola – i due Paesi “si scontreranno o addirittura entreranno in conflitto, spingendo l’intera relazione sino-americana in una situazione molto pericolosa”. La RPC sta quindi dimostrando non solo di avere forze militari che stanno diventando uno strumento sempre più moderno ed efficace – nonostante le perplessità più volte evidenziate – ma anche di avere la volontà di utilizzare lo strumento militare per ottenere i propri obiettivi strategici.
23/08/2026
Trump sempre più ‘estroso’ cerca Kim che risponde coi missili
Kim non perde tempo
La notizia sembra quasi di routine, visto il copione della storia, i personaggi e gli interpreti: la Corea del Nord ieri ha sparato una salva di 10 missili balistici, partiti da un’area non molto lontana da Pyongyang. I vettori, che secondo gli specialisti di Seul appartengono al tipo “KN-25”, hanno una gittata che, nel caso specifico, è stata di 300 km. I missili, che possono essere armati con testate nucleari tattiche, sono caduti in mare, a est della penisola coreana e, come ha precisato il Ministero della Difesa di Tokio, “al di fuori della Zona economica esclusiva giapponese”. Sul minaccioso atto dimostrativo di Kim, l’altra Corea a Sud, oltre la ‘condanna’: “ha ordinato alle sue forze armate di mantenere la massima prontezza durante le esercitazioni congiunte in corso con gli Stati Uniti. Il lancio – prosegue il comunicato dell’agenzia – è avvenuto dopo che Kim Yi-Jong, sorella del leader Kim Jong-Un, ha condannato mercoledì le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, nonostante l’ordine del Presidente americano Donald Trump di ridurre sostanzialmente la partecipazione statunitense alle esercitazioni”. Ed è proprio questo il nocciolo di tutta la questione, che poi si è sviluppata, passando dalle minacce verbali alle vie di fatto, ancorché solo dimostrative. C’è un nesso che lega, abbastanza a sorpresa, un vistoso cambiamento di strategia politica da parte di Trump alle manovre militari congiunte tra Usa e Corea del Sud. Il Presidente degli Stati Uniti ha frenato bruscamente, per quanto riguarda la sua solidarietà totale a Seul. Di più: ha addirittura ordinato la fine anticipata delle manovre militari, lanciando segnali di dialogo verso Pyongyang. E Kim, da scafato biscazziere, ha colto al volo l’opportunità. Ed è partito al contrattacco, per creare le premesse di un eventuale meeting da una posizione di forza.
Realpolitik trumpiana
Trump è ormai una specie di re Mida al rovescio: il mitico sovrano trasformava in oro tutto ciò che toccava. Lui, invece, ha il disgraziato potere di far diventare maleodorante sostanza galleggiante qualsiasi cosa tratti in politica internazionale. L’ultima riguarda proprio il rigurgito di “considerazione”, (in verità trattasi di “realpolitik” tanto al chilo) nei confronti di Kim Jong-Un, padre-padrone della Corea del Nord. L’argomento è stravecchio e ha ormai fatto la muffa, per come è trattato in tutti i think-tank che lavorano per il Dipartimento di Stato. Parliamo del “rischio atomico” rappresentato da Pyongyang che, se dovessimo stilare una scala della pericolosità, è probabilmente al primo posto nel pianeta. Per tutta una serie di motivi. La beffa della storia è che l’America si è imbarcata (e ci ha in qualche modo coinvolti) in una serie di conflitti, dall’Iraq all’Iran, con la scusa di eliminare armi di distruzione di massa sostanzialmente inesistenti. Mentre, invece, chi gioca davvero al “piccolo chimico” sulle spalle dell’umanità (come Kim) viene temuto e trattato con circospezione. Quasi col “rispetto” che nella malavita americana si porta verso i capibastone. That’s all right, boys? Secondo quello che riporta la Reuters, “il Ministro della Difesa sudcoreano Ahn Gyu-back ha dichiarato in Parlamento che si ritiene che i missili balistici a corto raggio siano lanciarazzi multipli, aggiungendo che Seul li sta monitorando perché potrebbero essere potenzialmente schierati vicino al confine con il Sud. Lo stesso Ahn aveva affermato che la Corea del Nord possiede tra le 80 e le 120 testate nucleari. Le esercitazioni militari congiunte tra Corea del Sud e Stati Uniti – conclude la Reuters – sono state interrotte bruscamente venerdì, dopo che il Presidente Donald Trump ha ordinato una sostanziale riduzione della partecipazione statunitense e ha dichiarato di voler rilanciare il dialogo diplomatico con il leader nordcoreano Kim Jong-Un”.
Foreign policy rischiosa
La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato si prendono troppi rischi a condurre una politica estera così “creativa” (si fa per dire) in Estremo oriente, specie con un personaggio assolutamente incontrollabile come Kim Jong-Un. È l’autorevole parere del New York Times, che dedica una lunga analisi all’ennesimo salto della quaglia fatto (assai inopinatamente) da Trump, nel bel mezzo delle esercitazioni con gli alleati sudcoreani. Ma, a parte i modi (the Donald non ha mai brillato per “esprit de finesse”), la sostanza dice che la decisione arriva in un momento in cui l’universo degli alleati americani si interroga sulla reale affidabilità del “Big Bro” a stelle e strisce. E tra dazi doganali, imposti con furia iconoclasta, ritirate militari più o meno strategiche (per questioni di borsellino) e improvvisi rovesciamenti di alleanze (sempre per la foia del “business is business”), l’appeal degli Usa per molti equivale, ormai, a quello di un grizzly che non mangia da tre giorni. Aggressivi e voraci, oltre che prepotenti. Aggiungeteci anche l’inaffidabilità e abbiamo chiuso il cerchio. Dunque, scrive il Times, “la decisione del Presidente Trump di ridurre le esercitazioni militari è giunta in un momento in cui gli alleati mettono in discussione l’impegno degli Stati Uniti nei confronti delle alleanze di lunga data. Per anni, gli eserciti degli Stati Uniti e della Corea del Sud hanno partecipato a una delle più grandi esercitazioni militari al mondo, con migliaia di soldati di entrambi i Paesi che si preparano a una possibile aggressione da parte della Corea del Nord. Su ordine del Presidente, il Pentagono ha ridotto le esercitazioni di quest’anno e ridimensionato alcune componenti a fuoco vivo dell’esercitazione, che erano già in corso. Secondo funzionari militari, sia in servizio che in pensione, questa mossa rischia di compromettere la prontezza operativa delle forze armate statunitensi nella regione, in un momento in cui gli alleati mettono in discussione l’impegno dell’Amministrazione Trump nei confronti delle partnership di lunga data e del contrasto alla Cina”.
La Cina “coglie l’attimo”
“Grand strategy” nel senso più vero del termine, in questi frangenti, in tutto l’Estremo oriente. Con un effetto-domino della diplomazia, mentre Trump entrava in rotta di collisione con il governo della Corea del Sud, Wang Yi, il potente Ministro degli Esteri di Pechino, era in visita ufficiale a Seul. Come riporta il South China Morning Post di Hong Kong, il braccio destro di Xi Jinping “ha esortato i sudcoreani a esercitare una vera autonomia strategica e ha anche invitato Seul a sviluppare parallelamente i rapporti con Pechino e Washington, anziché schierarsi nelle rivalità tra le grandi potenze. Secondo una dichiarazione del Ministero degli Esteri cinese, Wang avrebbe detto al consigliere per la sicurezza nazionale sudcoreano Wi Sung-lac che Pechino auspicava che Seul raggiungesse l’autonomia strategica, si astenesse dal confronto con altri blocchi o dal prendere posizione e sviluppasse relazioni con le grandi potenze, come la Cina e gli Stati Uniti, senza esclusione reciproca”. Vecchia saggezza cinese: Se non puoi vincere, cerca almeno di non perdere.
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