Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/04/2026

La prima guerra mondiale asimmetrica

Ogni guerra richiede calcoli, e ogni calcolo rifiuta sia la retorica che l’ideologia. Tra quel che si dice e quel che si fa, insomma, passa una differenza abissale. Per capire cosa accade e chi può vincere si deve risolvere un’equazione che tiene insieme le armi esistenti, le loro qualità, la dotazione immagazzinata, il ritmo di consumo, il ritmo e le possibilità di produzione, i costi.

È l’equazione che consente ad una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc.).

Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.

Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito ed implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.

I concetti teorici sono pochi ma chiari:
a) questa è una guerra asimmetrica tanto quanto quelle degli ultimi 40 anni, ma è una guerra mondiale, non locale. L’Iran è strategicamente connesso con Cina, Russia e Corea del Nord, in combinazione semi-amichevole con Pakistan e India. La guerra contro Teheran è uno stadio della guerra contro Russia e Cina, per gli Stati Uniti. Lo sanno tutti e ognuno reagisce come sa e può, in base ai calcoli e non all’enfasi guerrafondaia. In fondo, la guerra nucleare totale non conviene a nessuno, neanche ai sionisti fuori di cranio che comandano a Tel Aviv; 
b) con alle spalle 40 anni di guerre asimmetriche contro avversari quasi inesistenti, l’Occidente è bloccato in una logica di guerra breve, con un dispositivo progettato per l’intensità – non per la durata. L’Iran, al contrario, ha sintetizzato le esperienze di questi ultimi 40 anni in una strategia industriale-militare fatta per durare molto di più nel tempo, pur essendo nell’immediatezza dello scontro chiaramente più debole.

Questione di costi per unità di prodotto, tecnologie correnti in produzione di massa o avanguardistiche producibili in pochi esemplari per volta, strutture industriali disegnate per realizzare un obbiettivo politico-statuale oppure per massimizzare il profitto delle imprese costruttrici private.

Ce ne sono ovviamente diversi altri, ma già questi portano alla conclusione inevitabile anche un ex Commissario europeo: l’Iran (e quindi Russia e Cina, con buona pace dei geopolitici da tastiera) ha molte più possibilità di uscire vincente da questo scontro. Che ovviamente non significa «senza danni», anzi... ma se qualcuno di potente mette in discussione la tua stessa esistenza e indipendenza, sopravvivere limitando i danni è già certamente un grande risultato.

Recuperare terreno sarà per l’Occidente il problema da impostare e risolvere nel medio futuro, se riuscirà a far fronte alla crisi di credibilità della principale arma esibita negli ultimi decenni: la deterrenza militare. Già la fuga dall’Afghanistan, oltretutto in quelle modalità “vietnamite”, l’aveva grandemente ridimensionata.

Ma per ora neanche la «strategia della decapitazione» dei vertici iraniani (e dei cosiddetti proxy) può cambiare di molto l’equazione, ossia il confronto tra le grandezze in gioco ora.

Buona lettura. E calcolo...

*****

L’architettura militare e strategica della guerra aperta dal 28 febbraio 2026 conferma un’asimmetria fondamentale: l’Iran ha strutturato i suoi mezzi per una guerra lunga, duratura, frammentata e asimmetrica, mentre gli Stati Uniti e Israele hanno concepito i loro dispositivi – scorte, dottrine, tempo – per guerre brevi o medie, ad altissima intensità ma di durata limitata.

È in questo prisma temporale, nel cuore di un nuovo scenario in cui si afferma l’asse Cina-Russia-Iran-Corea del Nord e in cui India e Pakistan giocano le loro ambiguità, che vanno lette le evoluzioni future in Medio Oriente, inclusa la futura riapertura dello Stretto di Hormuz e l’escalation agli estremi del confronto sino-americano.

Nella “guerra delle scorte”, l’Iran incassa il lungo termine

I missili e i droni di Teheran: una base industriale pensata per durare

Prima della guerra, l’arsenale balistico iraniano era stimato tra 1.700 e 2.900 missili balistici. Alcune valutazioni parlavano fino a circa 2.500 missili specificamente balistici.

Nonostante la distruzione di circa la metà delle sue scorte durante la “guerra dei dodici giorni” del 2025 e la neutralizzazione di 1.500 missili aggiuntivi in produzione, l’Iran ha ricostituito in pochi mesi quasi 900 missili balistici a medio raggio (MRBM), passando da circa 1.800 a 2.720 missili, il che implica un tasso di produzione di 150-200 missili al mese in questo periodo.

Stime tecniche indipendenti confermano che l’architettura industriale iraniana – “città dei missili”, fosse di colata di propellenti (carburante), linee di produzione – consente una capacità fisica da 136 a 217 missili a propellente solido al mese, ovvero fino a 2.600 missili all’anno in regime massimo.

In pratica, i vincoli legati ai precursori chimici e ai componenti elettronici suggeriscono piuttosto una capacità sostenibile di almeno 100 missili balistici al mese per diversi mesi, che rimane molto al di sopra del ritmo di produzione occidentale di intercettori.

Sui droni, l’Iran dispone inoltre di una capacità quasi industriale: i recenti attacchi mostrano che può lanciare diverse migliaia di droni in poche settimane, continuando al contempo a produrne durante il conflitto, in particolare Shahed e derivati, dalla produzione molto economica, spesso assemblati a partire da componenti importati e, contrariamente ai missili, in siti produttivi facilmente spostabili – rendendo più difficile la loro distruzione da parte del nemico.

La logica di produzione industriale iraniana, attraverso queste scelte, non è più quella di una “scorta” fissa ma di un flusso continuo, alimentato da filiere globalizzate di elettronica e motori.

I lanciatori: chiave di volta della resilienza iraniana

Il cuore della resilienza iraniana risiede meno nel numero di missili prodotti in valore assoluto che nella combinazione tra scorte, cadenza di produzione e capacità di preservare o rigenerare i suoi sistemi di lancio.

Prima del 28 febbraio 2026, i servizi israeliani e diverse valutazioni aperte stimavano che l’Iran disponesse di circa 400-550 lanciatori balistici – veicoli TEL e piattaforme fisse interrate – con un valore di riferimento frequentemente citato intorno ai 470 sistemi. Spesso dispersi in “città missilistiche” sotterranee, in tunnel e su telai civili modificati, questi lanciatori costituiscono l’interfaccia critica tra le scorte di missili – Shahab‑1 (gittata di circa 300 km), Shahab‑2 (~500 km), Qiam‑1 (700-800 km), Fateh‑110 (200-300 km), Fateh‑313 (~500 km), Zolfaghar (~700 km) e Dezful (~1.000 km) per gli SRBM; Shahab‑3 (~1.300 km), Ghadr‑1 (~1.600-1.950 km), Emad (~1.700 km), Sejjil (~2.000 km), Khorramshahr/Kheibar (~2.000-3.000 km), Haj Qassem (~1.400 km), Kheibar Shekan (~1.450 km) e i nuovi Fattah‑1/2 (~1.400-1.500 km, il cui stato operativo è ancora discusso) per gli MRBM – e la capacità reale di proiettare il fuoco in profondità.

Le prime settimane di guerra hanno visto un massiccio sforzo di controforza: secondo l’esercito israeliano, più del 60% dei lanciatori iraniani è stato neutralizzato già il 5 marzo, circa 300 TEL e piattaforme distrutti o gravemente danneggiati, cifra che sale al 75% pochi giorni dopo, con 300-415 sistemi fuori combattimento.

Le fonti aperte concordano comunque nel dire che al 25 marzo l’Iran conserverebbe ancora circa 100-200 lanciatori, di cui 100-120 pienamente operativi, in grado di mettere in batteria Shahab‑3, Ghadr‑1, Sejjil, Khorramshahr o Kheibar Shekan per colpire Israele o le basi americane fino a 2.000-3.000 km, e Qiam‑1, Fateh‑110/313, Zolfaghar o Dezful per saturare gli obiettivi del Golfo su distanze di 200-1.000 km.

Soprattutto, i precedenti post-guerra dei dodici giorni mostrano che in assenza di bombardamento continuo, Teheran è in grado di recuperare circa 100-200 lanciatori in meno di dodici mesi – ovvero 50-100 lanciatori all’anno, 4-8 al mese – riparando i TEL danneggiati e convertendo nuovi telai pesanti civili, anche se i tempi di ripristino variano da poche settimane per danni lievi a diversi mesi per strutture e tunnel colpiti in profondità.

In altre parole, se gli attacchi israelo-statunitensi hanno ben compresso la capacità di salva iraniana – come mostra il crollo di quasi il 90% del ritmo di lanci balistici osservato successivamente – non hanno tuttavia eliminato la facoltà di Teheran di conservare un nucleo di lanciatori dispersi, protetti, rendendolo capace di impiegare l’intero suo spettro balistico – dal Fateh‑110 a 200 km al Sejjil e al Khorramshahr a 2.000-3.000 km – e, soprattutto, di rigenerare progressivamente questa capacità di lancio nel lungo periodo – che è precisamente la logica di guerra asimmetrica prolungata che il regime ha ricercato.

La carenza di intercettori: perché l’Occidente è bloccato in una logica di guerra breve

Un dispositivo progettato per l’intensità  non per la durata

Dal lato statunitense e israeliano, il contrasto è netto.

Gli Stati Uniti dispongono di scorte importanti di intercettori Patriot e THAAD, ma questi non sono dimensionati per sostenere mesi di saturazione al ritmo attuale:
- schieravano circa tra 530 e 630 intercettori THAAD a fine 2025, con una produzione annua dell’ordine di 35-45 intercettori – ovvero 3 o 4 al mese.
- analogamente per i Patriot PAC‑3 MSE, disponevano di diverse migliaia di esemplari prodotti all’inizio del 2026, con una produzione di circa 500 nel 2024 e 600 nel 2025, cioè tra 40 e 50 al mese.

Al contrario, il consumo osservato dal 28 febbraio è di tutt’altro ordine: più di 800 intercettori Patriot sono stati lanciati in 5 giorni, poi probabilmente 1.000 o 1.200 nelle prime due settimane – ovvero tra uno e due anni di produzione mondiale del sistema – per contrastare circa 2.000 droni e 500 missili iraniani.

I THAAD, risorsa più rara e molto più costosa, sono impiegati in decine di esemplari aggiuntivi, dopo già 100-150 missili lanciati durante la guerra del giugno 2025.

La conclusione del Center for Strategic and International Studies (CSIS) è chiara: se il Pentagono non affronta un crollo immediato dei suoi inventari, ogni salva accelera la riduzione di una scorta che impiegherà anni per essere ricostituita al ritmo di produzione attuale – specialmente in un contesto multi-teatro (Iran, Ucraina, Pacifico).

Le diverse fonti aperte parlano esplicitamente di “guerra delle scorte” e sottolineano che questa guerra è una corsa contro il tempo, che diventa sempre più problematica per i paesi occidentali: il loro modello presuppone una guerra breve o media, non un conflitto ad alta intensità prolungato.

La dipendenza dalle munizioni intelligenti: la nostra vulnerabilità strategica

Questa logica non si limita agli intercettori. Si estende in realtà all’insieme delle munizioni guidate (missili da crociera, JDAM, JASSM, SM‑3/6, Aster, ecc.).

Le forze occidentali si basano su sistemi molto sofisticati, ma costosi e lunghi da produrre. Secondo il CSIS, i primi dodici giorni di guerra sarebbero costati 16,5 miliardi di dollari, con un costo giornaliero ampiamente trainato dal consumo di munizioni.

I margini di manovra nella produzione sono limitati: MBDA per l’Europa, Lockheed Martin per i Patriot e i JASSM, Raytheon per lo SM‑3, operano già a piena capacità e non possono moltiplicare per tre o quattro i loro ritmi senza investimenti massicci e diversi anni di tempo.

In altre parole, il sistema occidentale sa colpire duro, ma non necessariamente a lungo – o almeno non al ritmo attuale – mentre l’Iran, con vettori meno costosi e una dottrina di saturazione, può mantenere una pressione sostenibile per diversi mesi.

La lunga guerra asimmetrica dell’Iran

Una dottrina di saturazione dispersa e incrementale

I rapporti del Jewish Institute for National Security of America (JINSA) e di altri think tank descrivono una dottrina iraniana incentrata su:
- l’uso massiccio di missili balistici a corto raggio (SRBM), missili da crociera e droni contro obiettivi vicini (basi americane, infrastrutture del Golfo);
- la preservazione degli MRBM rimanenti per attacchi puntuali ad alto valore (Israele, installazioni critiche) ed effetti di dissuasione;
- una capacità di adattamento tattico: aggiustamento delle salve, multi-vettore (droni, missili balistici e missili da crociera), attacchi simultanei da più direzioni.

Questa architettura è adatta a una guerra lunga e asimmetrica. Contrariamente a quanto sostiene la propaganda del regime, la Repubblica Islamica non si è preparata a condurre la battaglia decisiva: ha sviluppato una strategia che cerca di saturare le difese sul lungo termine, di consumare le scorte nemiche e di mantenere il costo del conflitto al di là di ciò che le opinioni pubbliche e le industrie occidentali possono assorbire.

Il fatto che la maggior parte degli attacchi iraniani sia ora realizzata da droni prodotti in flusso continuo è coerente con questa logica: il drone è oggi la munizione di logoramento per eccellenza.

Un’organizzazione industriale resiliente ed esternalizzata

L’altro pilastro di questa strategia è la resilienza industriale: l’Iran ha disperso e interrato le sue capacità produttive, basandosi massicciamente su catene di approvvigionamento esterne per l’elettronica e i precursori chimici.

L’analisi dei detriti dei droni Shahed mostra una forte dipendenza da componenti occidentali e asiatici, accumulati via hub come gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia, l’India o i paesi dell’Asia centrale.

La Cina, in particolare, è diventata un fornitore chiave di perclorati (ammonio, sodio), essenziali per la produzione di propellenti solidi, nonché di microelettronica e moduli GNSS BeiDou – un sistema cinese di GPS.

Questa architettura a rete – industriale, logistica, tecnologica – fa sì che distruggere le scorte non basta: finché questi flussi esistono, l’Iran può rigenerare una parte delle sue capacità, anche sotto bombardamento, e mantenere una postura di negazione e molestia regionale.

La nuova ecologia strategica della guerra

I “CRINK+”: un’architettura strategica strutturata dalla Cina

Al di là dello scontro immediato, la guerra iraniana rivela il consolidamento di un’architettura strategica allargata, in cui Cina, Russia, Iran e Corea del Nord – che si possono raggruppare sotto la sigla “CRINK” – formano un nucleo duro attorno al quale gravitano Pakistan, India, Iraq, Siria e, in modo ambivalente, la Turchia.

Pechino vi occupa un ruolo di architetto implicito: fornitore di input critici nella chimica, nell’elettronica o nell’energia, partner finanziario e diplomatico, guardiano dell'“amicizia senza limiti” con Mosca e di relazioni speciali con Islamabad e Pyongyang, e garante di corridoi eurasiatici attraverso le Nuove vie della seta, che danno profondità strategica a Teheran.

Mosca ricicla verso l’Iran la sua esperienza di guerra di logoramento e le sue interdipendenze energetiche, mentre la Corea del Nord e il Pakistan contribuiscono all’ecosistema balistico-nucleare e alla diffusione di vettori e know-how.

Attorno a questo nucleo, l’Iraq e la Siria offrono profondità logistiche e terreni di proiezione per le milizie e i proxy, mentre la Turchia “ potenza cerniera tra la NATO e l’Asia “ cerca di trarre vantaggio dal vuoto relativo lasciato dagli Stati Uniti di Donald Trump per ricomporre a suo favore gli equilibri in Siria, Iraq, Mar Nero e Caucaso.

Sia lassa che strutturante, questa architettura a rete non si traduce in un’alleanza formale ma in una convergenza di interessi negativi “ indebolire la centralità strategica americana, testare la resilienza delle scorte e delle opinioni occidentali, assicurarsi i corridoi energetici e commerciali eurasiatici “ che fa della Cina il perno silenzioso di questa prima guerra mondiale asimmetrica, in cui il retro fronte decisivo si trova ora in Asia più che in Europa.

L’India, il Pakistan e le altre potenze regionali

Sebbene India e Pakistan non facciano formalmente parte della rete dei CRINK, occupano per molti versi una posizione strutturante:
- l’India cerca di preservare le sue relazioni con la Russia, di contenere la Cina e di assicurarsi i suoi approvvigionamenti energetici avvicinandosi agli Stati Uniti;
- il Pakistan mantiene legami politico-militari stretti con la Cina e ha intrattenuto in passato cooperazioni sensibili con l’Iran e l’Arabia Saudita.

Entrambi i paesi hanno interesse che lo Stretto di Hormuz finisca per riaprire, ma non necessariamente che una vittoria netta americana smantelli gli equilibri regionali da cui traggono parte della loro leva.

Questa ambiguità rafforza l’idea che l’ambiente strategico si stia frammentando attorno a un centro di gravità asiatico, dove la guerra in Iran è uno dei molteplici fronti del confronto in gestazione tra Washington e Pechino.

Hormuz: lo stress test della Seconda guerra fredda

Lo Stretto riaprirà, ma a quali condizioni?

Gli analisti dell’energia concordano nel ritenere che lo Stretto di Hormuz sia troppo centrale per rimanere chiuso a lungo.

Tuttavia, il modo in cui riaprirà – accordo fragile, accordo tacito, presenza accresciuta di marine asiatiche – dipenderà molto dal rapporto di forza percepito all’esito di questa fase della guerra:
- se gli Stati Uniti impongono una forma di status quo avendo intaccato le loro scorte di munizioni, l’Iran potrà rivendicare una vittoria politica: essere sopravvissuto a un’offensiva di vasta portata;
- se l’Iran riesce a mantenere una capacità di disturbo residua (missili SRBM, droni) nonostante gli attacchi, la riapertura di Hormuz avverrà sotto la minaccia persistente di chiusure temporanee, il che strutturerà il premio al rischio sui mercati energetici.

In entrambi i casi, la conclusione per Pechino, Mosca, Pyongyang e altri sarà la stessa: il modello occidentale di guerra breve basata su scorte limitate di munizioni intelligenti è vulnerabile al logoramento.

Un’attenzione clinica: l’Iran come preludio allo scontro contro Pechino

I rapporti occidentali lo sottolineano già: la guerra in Iran è osservata con un’attenzione clinica da Pechino per trarne lezioni in vista di un passaggio all’azione intorno a Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale.

Washington e i suoi alleati devono ripensare la profondità delle loro scorte, la diversificazione dei loro mezzi – armi meno costose, effector mix, droni – e la capacità della loro base industriale di sostenere una guerra di logoramento lunga.

L’asse CRINK, al contrario, vede ora nella strategia iraniana una prova che è possibile, con mezzi inferiori, tenere testa alla superiorità tecnologica occidentale giocando sui volumi, la dispersione e la durata.

In questa prospettiva, la guerra in Iran non deve essere letta come un episodio isolato o una parentesi – ma come il primo stress test in piena scala di un Mondo in cui il confronto sino-americano si svolgerà tanto in guerre di logoramento condotte per procura quanto in scontri diretti.

Bibliografia

1) Carl Parkin, “Always Be Casting: An Estimate of Iranian Solid Rocket Motor Production”, Arms Control Wonk, 29 settembre 2025.

2) Mark F. Cancian e Chris H. Park, “Assessing the Air Campaign After Three Weeks: Iran War By the Numbers”, CSIS, 25 marzo 2026.

3)Mark F. Cancian e Chris H. Park, “Iran War Cost Estimate Update: $11.3 Billion at Day 6, $16.5 Billion at Day 12”, CSIS, 13 marzo 2026.

4) Si veda ad esempio il più recente di Ari Cicurel, “The Eroding Shield: Air Defenses Against Iran”, JINSA’s Gemunder Center for Defense and Strategy, marzo 2026.

Fonte

26/12/2025

Gli USA sanzionano Breton, ex Commissario UE. Si allarga la frattura tra le sponde dell’Atlantico

Se la UE ha raggiunto il proprio punto di non ritorno, riguardo alla trasformazione in una democratura in cui vige la legge della guerra, l’amministrazione Trump ha fatto un passo avanti con le ultime sanzioni da “caccia alle streghe” nella transizione verso una fase nuova della competizione globale, in cui lo scontro è ormai esplicito tra aree macroeconomiche con interessi contrastanti.

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a cinque personalità europee. Non si tratta di provvedimenti economici, né di sanzioni ad personam devastanti come quelle decise dalla UE contro chi considera “amico di Putin”, ma del divieto di ingresso sul territorio statunitense. Tutti i colpiti sono in un qualche modo legati al campo della cosiddetta “lotta alla disinformazione” e/o alla regolazione delle attività dei giganti del web. Ma il caso assume un peso particolare, poiché tra i sanzionati c’è l’ex Commissario UE Thierry Breton.

Responsabile per il Mercato interno e i Servizi del primo mandato von der Leyen, Breton è considerato l’architetto del Digital Services Act (DSA), che ha definito il quadro entro cui operano le Big Tech del digitale. Il politico francese è stato anche protagonista delle indagini su X, Meta e TikTok, per la presunta diffusione di “notizie false” e “discorsi di odio”.

Per Marco Rubio si è invece trattato di una serie di operazioni progettate per danneggiare gli States. Il Segretario di Stato USA ha scritto su X: “per troppo tempo, gli ideologi europei hanno condotto azioni concertate per costringere le piattaforme americane a sanzionare le opinioni americane alle quali si oppongono”.

La sanzione appare in maniera evidente una ritorsione immediata alla multa da 120 milioni di euro comminata proprio a X, che è anche la prima decisione di non conformità adottata sotto il DSA. Sempre a X anche Breton ha affidato la sua risposta: dopo aver ricordato che il 90% del Parlamento Europeo ha votato quella normativa, si è chiesto se fosse “tornata la caccia alle streghe di McCarthy”. Dimenticando che quella era una “caccia ai comunisti”, mentre questo scontro è tra banditi ex complici...

Von der Leyen e un portavoce di Londra hanno difeso la “libertà di parola”, mentre Macron ha parlato “di intimidazione e coercizione nei confronti della sovranità digitale europea”. Ma altri commenti sono il sintomo dell’estrema difficoltà con cui le capitali europee stanno affrontando questa accelerazione delle tensioni internazionali, anche nel fu campo euroatlantico.

Il ministro degli Esteri tedesco ha scritto su X che l’obiettivo deve essere “chiarire le divergenze di opinione con gli USA nel quadro del dialogo transatlantico, al fine di rafforzare la nostra partnership”, mentre il suo omologo spagnolo ha parlato del provvedimento contro Breton come di una “misura inaccettabile tra partner e alleati”.

Alcuni vertici europei continuano a invocare una parità con gli USA che Washington non intende affatto permettere neanche a parole, come la seconda amministrazione Trump ha chiarito esplicitamente, ma che nei fatti era già evidente, ad esempio sulla questione ucraina, sul Nord Stream, e così via, anche ai tempi di Biden. O si è vassalli piegati in due, o si è avversari. In un mondo multipolare, non c’è interesse ad avere un alleato che rappresenta solo una spesa, e che tenta persino di diventare un competitor alla pari in alcuni settori.

Difatti, la preoccupazione per la “libera informazione” non è davvero nell’agenda né di Washington né di Bruxelles, come dimostra anche la recente stretta sulla libertà di parola che è stata osservata in Europa sia ai livelli nazionali sia a quello comunitario. È pura e semplice propaganda per legittimare la specificità del modello europeo nella sua aspirazione a diventare un impero retoricamente “al servizio di buoni propositi”, come ebbe a dire un altro ex ministro francese, Bruno Le Maire.

È da anni che la UE tenta di limitare lo strapotere delle Big Tech statunitensi, non per bontà di privacy e libertà di pensiero, ma perché è uno di quei settori su cui davvero non c’è nessuno che possa competere. La burocrazia e l’estrema inflazione di regolamentazione tipica della UE è stata quindi usata come arma per limitare in qualche misura le operazioni delle grandi piattaforme nel Vecchio Continente.

La negazione del visto a Breton, per quanto non possa avere risvolti politici immediati su questo quadro regolatorio, è un segnale molto duro rispetto al fatto che i vassalli europei hanno raggiunto il limite, anche in questo ambito. Il messaggio è “fatela finita”, in vista del Digital Omnibus e del pacchetto Cloud, AI and Development Act, che è previsto in arrivo nel 2026. Altrimenti, le ritorsioni potrebbero essere peggiori.

L’insegnamento che però va tratto da queste sanzioni è uno soltanto: siamo in una fase storica completamente nuova, in cui l’illusione euroatlantica è finita. UE e USA hanno interessi contrastanti, ed esprimono linee strategiche che fanno sempre più fatica a procedere in maniera complementare. Nel multipolarismo, sarà una corsa in cui non verrà risparmiato nessun colpo per affermare la propria egemonia. La UE, però, è ancora un vaso di coccio tra vasi di ferro.

Fonte

16/09/2024

Si dimette Thierry Breton, la “von der Leyen 2” torna in alto mare

L’Unione Europea non sta più tanto bene. E la nuova Commissione (il “governo”), la cui presentazione ufficiale era già slittata di una settimana, difficilmente vedrà la luce domani, come era stato promesso.

Il nuovo stop non dipenderà però dal motivo che già aveva provocato il primo intoppo, rappresentato dal ruolo da attribuire a Raffaele Fitto, proposto dal governo Meloni e per il quale si pretendeva anche una “vicepresidenza operativa” oltre ad un portafoglio estremamente ricco ed importante (la gestione degli affari economici).

In quel caso il problema era stato sollevato da diversi governi che fanno parte della “maggioranza Ursula” (socialdemocratici, verdi, liberali, popolari) e trovavano (trovano ancora) troppo “premiante” un ruolo così importante per un paese che ha votato contro la nomina di von der Leyen a capo della Commissione.

Per fare un paragone, sia pure un po’ stiracchiato, con la situazione italiana è come se al posto di Giorgetti al Mef venisse indicato qualcuno del Pd o dei Cinque Stelle.

Ma la novità di oggi viene dalla Francia, paese ancora più “pesante” nell’architettura europea. Thierry Breton, indicato dal governo Macron per un secondo mandato, si è dimesso da Commissario europeo ancor prima di entrare in carica ufficialmente.

Ma la notizia bomba, si fa per dire, è che accusa apertamente la stessa von der Leyen di essere sostanzialmente una vipera incapace di mettere al centro della sua azione “l’interesse comune europeo”.

Scrive infatti su X: «Negli ultimi cinque anni mi sono impegnato senza sosta per sostenere e promuovere il bene comune europeo, al di sopra degli interessi nazionali e di partito. È stato un onore. Tuttavia, alla luce di questi ultimi sviluppi, ulteriore testimonianza di una governance discutibile, devo concludere che non posso più esercitare i miei doveri nel Collegio».

Poi, rivolgendosi direttamente a von der Leyen, «il 24 luglio, avete scritto agli Stati membri chiedendo loro di nominare candidati per il Collegio dei Commissari 2024-2029, specificando che gli Stati membri che intendono suggerire il membro in carica della Commissione non sono tenuti a suggerire due candidati. Il 25 luglio, il presidente Emmanuel Macron mi ha designato come candidato ufficiale della Francia per un secondo mandato nel Collegio dei Commissari, come aveva già annunciato pubblicamente a margine del Consiglio europeo del 28 giugno».

Fin qui tutto normale, ma... «Pochi giorni fa, nella fase finale dei negoziati sulla composizione del futuro Collegio, avete chiesto alla Francia di ritirare il mio nome per motivi personali, di cui non avete mai discusso direttamente con me, e avete offerto, come compromesso politico, un portafoglio presumibilmente più influente per la Francia nel futuro Collegio. Ora vi verrà proposto un candidato diverso. Pertanto, mi dimetto dalla mia posizione di Commissario europeo, con effetto immediato».

Sarebbe però fuorviante credere che a questo livello si rischi di mandare all’aria molto soltanto per “questioni personali” o di etichetta. Sembra chiaro che la quadratura del cerchio a livello continentale – dovendo tener conto del diverso colore politico di quasi tutti i governi nazionali, pur in gran parte costretti dentro la camicia di forza dei trattati europei, di chi è dentro la maggioranza e chi è fuori, della rappresentanza di genere, ecc. – si sta rivelando più complicata che mai per ragioni decisamente più serie.

Ci sono due guerre alle porte d’Europa, una crisi sottotraccia che in Germania si sta mostrando anche come “recessione tecnica” (sei mesi di crescita negativa del Pil), una necessità di “riforme” – vedi il “rapporto Draghi” – che comunque verranno declinate romperanno molti equilibri, rapporti di forza, posizioni privilegiate (a livello di “sistemi paese”).

I Commissari da nominare dovranno essere comunque i driver di un processo complicato e “doloroso”. E la ex cavallerizza “scesa in politica” dopo i 40 anni in virtù della sua posizione aristocratica e altolocata non sembra proprio la “stratega” più adeguata alla bisogna.

Il che apre uno scenario ancora più complesso e potenzialmente negativo per quello che veniva descritto come un “pilota automatico” in grado di attraversare qualsiasi tempesta.

Fonte

10/12/2023

UE - Accordo sul regolamento sull’IA

Dopo più di due anni di gestazione, un record di 36 ore di negoziazioni estenuanti, una conferenza stampa annunciata e saltata a data da destinarsi, per poi finire in corner a mezzanotte, e un interesse da evento sportivo mai visto prima per regolamentazioni tech, è stato infine raggiunto un accordo politico in Europa per l’AI Act, il regolamento Ue sull’intelligenza artificiale.

L’accordo uscito dal ‘trilogo’ (negoziazioni tra Parlamento, Consiglio e Commissione) in questo momento manca ancora di un testo definitivo a disposizione del pubblico, e molto si giocherà sui dettagli.

Per questo motivo anche chi sosteneva la regolamentazione, specie la bozza più attenta alla difesa dei diritti uscita dal Parlamento a giugno, in questo momento sta sospendendo il giudizio in attesa di capire quanto i dettagli daranno margine di manovra agli Stati, alle eccezioni previste, e quanto alla difesa di quei diritti. Senza contare che molti aspetti tecnici saranno messi a terra nelle prossime settimane.

Ma intanto possiamo dire che già il fatto di aver trovato un accordo politico e aver chiuso l’AI Act è di per sé un successo, considerata la quantità di soggetti e interessi che remavano contro e quanti scommettevano, anche nelle ultime ore di trattative, sul fallimento delle stesse.

Addirittura un euforico e poco diplomatico Thierry Breton, commissario al Mercato interno e gran cerimoniere delle negoziazioni e della conferenza stampa, è arrivato a dire che c’è stato molto lobbying contro e molti Stati “hanno cercato di fermarci” (notevole anche il suo tweet con il grafico dei continenti che hanno una legge sull’AI e quelli che non ce l’hanno).

Ad ogni modo, il tema è complesso, e mancano molte tessere del puzzle ancora, per cui da qui in avanti cercherò di fare una mia estrema sintesi basata sui documenti pubblici usciti, sulla conferenza stampa, e su altri resoconti pubblici (fonti linkate alla fine).

Le proibizioni

Proibite le seguenti applicazioni di IA:

– sistemi di categorizzazione biometrica che utilizzano caratteristiche sensibili (ad esempio, convinzioni politiche, religiose, filosofiche, orientamento sessuale, razza);

– lo scraping non mirato di immagini di visi da Internet o da filmati di telecamere a circuito chiuso per creare database di riconoscimento facciale (alla Clearview per intenderci);

– riconoscimento delle emozioni sul posto di lavoro e nelle istituzioni scolastiche (ma alcune eccezioni in nome della sicurezza, ad esempio per rilevare se un guidatore si sta addormentando);

– la classificazione sociale basata sul comportamento sociale o sulle caratteristiche personali (si tratta del cosiddetto social scoring);

– sistemi di IA che manipolano il comportamento umano per eludere la libera volontà delle persone;

– IA utilizzata per sfruttare le vulnerabilità delle persone (a causa della loro età, disabilità, situazione sociale ecc.).

Malgrado non sia nella lista del comunicato, anche il predictive policing (polizia predittiva) sarebbe stato proibito, quanto meno nella forma in cui si valuta il rischio che un certo individuo possa commettere reati futuri sulla base di tratti personali (qui cito Luca Bertuzzi, giornalista di Euractiv che ha fatto un gran lavoro nel seguire le negoziazioni).

Tuttavia non è chiaro quale sia la formulazione precisa finale e quali siano i confini tecnici di questo ban.

Il corelatore dell’AI Act Dragos Tudorache (Renew, Romania) ha detto che sarebbe consentito in alcune circostanze.

Di fronte a una domanda al riguardo, l’altro co-relatore Brando Benifei (Socialisti e Democratici, Italia) ha detto (in inglese, traduco io dalla conferenza stampa) invece che c’è un “ban su tutte le attività di polizia predittiva, ma abbiamo concesso la possibilità di utilizzare applicazioni di analisi del crimine che non si applicano a singoli individui, bensì a tendenze anonime, ed escludiamo che possano prevedere o suggerire che qualcuno possa commettere un crimine. Abbiamo combattuto una buona battaglia e siamo convinti di essere dalla parte giusta”.

A quel punto Tudorache ha riconosciuto che, sì, sono state vietate tutte le tecnologie che potrebbero predeterminare chi potrebbe commettere un crimine.

Il nodo del riconoscimento facciale in spazi aperti al pubblico

A causa delle pressioni dei governi sul Parlamento, non c’è un ban totale sui sistemi di identificazione biometrica da remoto (Remote Biometric Identification o RBI) in spazi accessibili al pubblico, nel senso che ci sono eccezioni a fini di applicazione della legge, previa autorizzazione giudiziaria e “per liste di reati rigorosamente definite”.

L’RBI da remoto ex-post (cioè non in tempo reale) verrebbe utilizzato esclusivamente per la ricerca mirata di una persona condannata o sospettata di aver commesso un reato grave (recita il comunicato).

L’RBI “in tempo reale” dovrebbe seguire condizioni rigorose e il suo uso sarebbe limitato nel tempo e nel luogo, ai fini di:

– ricerche mirate di vittime (rapimento, traffico, sfruttamento sessuale);

– prevenzione di una minaccia terroristica specifica e attuale;

– localizzazione o identificazione di una persona sospettata di aver commesso uno dei reati specifici menzionati nel regolamento (ad esempio, terrorismo, traffico di esseri umani, sfruttamento sessuale, omicidio, rapimento, stupro, rapina a mano armata, partecipazione a un’organizzazione criminale, reati ambientali).

IA generativa e modelli di base

È stato concordato che i sistemi di IA per uso generale (GPAI), che possono svolgere compiti vari, dovranno aderire ai requisiti di trasparenza inizialmente proposti dal Parlamento. Questi includono la stesura di documentazione tecnica, il rispetto della legge sul copyright dell’Ue e la diffusione di sintesi dettagliate sui contenuti utilizzati per l’addestramento, recita il comunicato.

Per i modelli GPAI ad alto impatto con rischio sistemico, i negoziatori del Parlamento sono riusciti a ottenere obblighi più stringenti. Se questi modelli soddisfano determinati criteri (notate che questi criteri in parte sono ancora da definirsi e potranno essere aggiornati), dovranno condurre valutazioni del modello, dei rischi sistemici, test di sicurezza e riferire alla Commissione su incidenti gravi.

Secondo le valutazioni di alcuni esperti, al momento solo GPT4 (e forse Gemini) ricadrebbero in questo livello di GPAI ad alto impatto. Mentre i prodotti di Mistral AI (la società francese di cui abbiamo scritto su Guerre di Rete) anche qualora vengano commercializzati, ricadranno nel livello più basso, non quello ad alto impatto (è stato detto in conferenza stampa in risposta a domanda).

Ci sono eccezioni per i modelli open source e per la ricerca, è stato detto in conferenza stampa. E ci sono ambienti regolatori (sandbox) ad hoc per le piccole e medie imprese per poter innovare più agevolmente.

Tempistiche e sanzioni

Sei mesi per le proibizioni. 12 mesi per i requisiti di trasparenza e governance. 24 mesi per il resto. Nel mentre prevista anche una fase di transizione chiamata AI Pact di volontaria adesione delle aziende. “Il mancato rispetto delle norme può portare a multe che vanno da 35 milioni di euro o il 7% del fatturato globale a 7,5 milioni o l’1,5% del fatturato, a seconda della violazione e delle dimensioni dell’azienda” (comunicato).

Per dirla con uno scoppiettante Breton: “No penalties, no regulation”.

Fonte

14/06/2023

Il complesso militare-industriale che guadagnerà dal riarmo europeo

In questi ultimi giorni, seguiti all’approvazione del regolamento UE Act in Support of Ammunition Production (ASAP), è andato scemando l’acceso dibattito su questa scelta guerrafondaia, che potrà coinvolgere anche i fondi PNRR. Del resto, quando il PD, principale forza di opposizione, vota come il governo, non c’è interesse ad alzare un polverone.

Eppure, è importante mantenere alta l’attenzione su questo programma che il commissario al Mercato Unico Breton ha presentato a inizio maggio. Ma è anche necessario ampliare un po’ lo sguardo per avere idea del peso del complesso militare-industriale nelle scelte della UE.

Perché la realtà è che ormai apertamente questa costruzione continentale è esplicitamente instradata su una politica militarista e di potenza. Al solito, per rendersene propriamente conto, bisogna guardare l’azione di lobbying e le «porte girevoli» tra le aziende belliche e la politica.

Nel cuore della UE, accanto ai palazzi della Commissione a Bruxelles, si trova la sede dell’Aerospace and Defence Industries Association of Europe (ASD). È l’associazione di categoria che riunisce 3 mila imprese del settore di 17 diversi paesi, e indirizza le decisioni di tutta la UE.

Dell’ASD fanno parte anche sigle nazionali, tra cui l’italiana AIAD, la federazione del comparto militare appartenente a Confindustria e di cui era a capo Guido Crosetto prima della nomina a ministro della Difesa. Alla guida dell’ASD c’è invece Alessandro Profumo, fino al mese scorso Amministratore Delegato di Leonardo.

È proprio il colosso italiano, insieme ad altre 15 società tra cui Airbus (di cui il CEO è vice di Profumo nell’ASD), Thales, Indra, Saab, che fino al 2021 ricevevano il 51% dei fondi dei programmi bellici che hanno preceduto lo European Defence Fund (EDF). Questa voce di bilancio, prevista per il periodo 2021-2027, ammonta a 7,95 miliardi di euro.

A questa va aggiunta lo European Facility for Peace, l’orwelliano finanziamento europeo per la pace usato per acquistare armi per l’Ucraina, i cui stanziamenti sono già arrivati a 7 miliardi e potrebbero aumentare ancora. Ma nel settore militare, al solito, il ritorno della ricerca civile in cui le imprese possono essere coinvolte è fondamentale.

Il programma UE Digital Europe 2021-2027 ha un budget che sfora i 9 miliardi e nel suo quadro si inserisce la Dichiarazione EuroQCI, per lo sviluppo di un’infrastruttura di comunicazione quantistica che copra l’intera UE. Il progetto Quantum Italy Deployment (QUID) punta ad ampliare a tutto il nord-est i vettori già esistenti in Italia.

Il consorzio che si occuperà di questi lavori vede al centro proprio Leonardo e la francese Thales. Nel circuito sono poi coinvolti anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche e sei università statali italiane, nell’ormai evidente e compiuto asservimento della ricerca pubblica al profitto, e in particolare agli scopi militari e alla competizione strategica.

Negli ultimi cinque anni Leonardo ha speso in collaborazioni universitarie, in particolare con le private Luiss Guido Carli e Bocconi Business School, circa 1 milione e 700 mila euro. L’anno scorso ha speso inoltre 2,3 milioni in sponsorizzazioni e 3,7 milioni in pubblicità.

La Direzione generale Industria della difesa e dello spazio (DEFIS) è sotto le competenze del commissario al Mercato Unico, ovvero proprio Breton. I suoi uffici hanno incontrato 7 volte esponenti della Leonardo, 5 quelli di Thales e ben 19 volte quelli di Airbus.

Per chiudere questo riassunto in bellezza pur scostandosi per un momento dal mondo della guerra, Breton e i suoi collaboratori hanno ricevuto 4 volte anche la visita di Atos, una società di diritto europeo del settore dell’informazione. Il commissario ne è stato presidente fino alla sua nomina a Bruxelles.

È evidente come il complesso militare-industriale europeo stia assumendo un ruolo sempre più centrale nell’architettura UE. Questo perché, in maniera accelerata, questa costruzione imperialistica sta cercando di adattarsi al livello dello scontro internazionale, ormai apertosi definitivamente anche su di un piano direttamente bellico.

Essere sabbia negli ingranaggi di questo meccanismo di guerra, a partire dall’opposizione al nostro governo con la manifestazione nazionale del prossimo 24 giugno, è il compito di chi vuole evitare il disastro irrimediabile per tutta l’umanità.

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