Ogni guerra richiede calcoli, e ogni calcolo rifiuta sia la retorica che l’ideologia. Tra quel che si dice e quel che si fa, insomma, passa una differenza abissale. Per capire cosa accade e chi può vincere si deve risolvere un’equazione che tiene insieme le armi esistenti, le loro qualità, la dotazione immagazzinata, il ritmo di consumo, il ritmo e le possibilità di produzione, i costi.
È l’equazione che consente ad una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc.).
Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.
Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito ed implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.
I concetti teorici sono pochi ma chiari:
a) questa è una guerra asimmetrica tanto quanto quelle degli ultimi 40 anni, ma è una guerra mondiale, non locale. L’Iran è strategicamente connesso con Cina, Russia e Corea del Nord, in combinazione semi-amichevole con Pakistan e India. La guerra contro Teheran è uno stadio della guerra contro Russia e Cina, per gli Stati Uniti. Lo sanno tutti e ognuno reagisce come sa e può, in base ai calcoli e non all’enfasi guerrafondaia. In fondo, la guerra nucleare totale non conviene a nessuno, neanche ai sionisti fuori di cranio che comandano a Tel Aviv;
b) con alle spalle 40 anni di guerre asimmetriche contro avversari quasi inesistenti, l’Occidente è bloccato in una logica di guerra breve, con un dispositivo progettato per l’intensità – non per la durata. L’Iran, al contrario, ha sintetizzato le esperienze di questi ultimi 40 anni in una strategia industriale-militare fatta per durare molto di più nel tempo, pur essendo nell’immediatezza dello scontro chiaramente più debole.
Questione di costi per unità di prodotto, tecnologie correnti in produzione di massa o avanguardistiche producibili in pochi esemplari per volta, strutture industriali disegnate per realizzare un obbiettivo politico-statuale oppure per massimizzare il profitto delle imprese costruttrici private.
Ce ne sono ovviamente diversi altri, ma già questi portano alla conclusione inevitabile anche un ex Commissario europeo: l’Iran (e quindi Russia e Cina, con buona pace dei geopolitici da tastiera) ha molte più possibilità di uscire vincente da questo scontro. Che ovviamente non significa «senza danni», anzi... ma se qualcuno di potente mette in discussione la tua stessa esistenza e indipendenza, sopravvivere limitando i danni è già certamente un grande risultato.
Recuperare terreno sarà per l’Occidente il problema da impostare e risolvere nel medio futuro, se riuscirà a far fronte alla crisi di credibilità della principale arma esibita negli ultimi decenni: la deterrenza militare. Già la fuga dall’Afghanistan, oltretutto in quelle modalità “vietnamite”, l’aveva grandemente ridimensionata.
Ma per ora neanche la «strategia della decapitazione» dei vertici iraniani (e dei cosiddetti proxy) può cambiare di molto l’equazione, ossia il confronto tra le grandezze in gioco ora.
Buona lettura. E calcolo...
È l’equazione che consente ad una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc.).
Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.
Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito ed implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.
I concetti teorici sono pochi ma chiari:
a) questa è una guerra asimmetrica tanto quanto quelle degli ultimi 40 anni, ma è una guerra mondiale, non locale. L’Iran è strategicamente connesso con Cina, Russia e Corea del Nord, in combinazione semi-amichevole con Pakistan e India. La guerra contro Teheran è uno stadio della guerra contro Russia e Cina, per gli Stati Uniti. Lo sanno tutti e ognuno reagisce come sa e può, in base ai calcoli e non all’enfasi guerrafondaia. In fondo, la guerra nucleare totale non conviene a nessuno, neanche ai sionisti fuori di cranio che comandano a Tel Aviv;
b) con alle spalle 40 anni di guerre asimmetriche contro avversari quasi inesistenti, l’Occidente è bloccato in una logica di guerra breve, con un dispositivo progettato per l’intensità – non per la durata. L’Iran, al contrario, ha sintetizzato le esperienze di questi ultimi 40 anni in una strategia industriale-militare fatta per durare molto di più nel tempo, pur essendo nell’immediatezza dello scontro chiaramente più debole.
Questione di costi per unità di prodotto, tecnologie correnti in produzione di massa o avanguardistiche producibili in pochi esemplari per volta, strutture industriali disegnate per realizzare un obbiettivo politico-statuale oppure per massimizzare il profitto delle imprese costruttrici private.
Ce ne sono ovviamente diversi altri, ma già questi portano alla conclusione inevitabile anche un ex Commissario europeo: l’Iran (e quindi Russia e Cina, con buona pace dei geopolitici da tastiera) ha molte più possibilità di uscire vincente da questo scontro. Che ovviamente non significa «senza danni», anzi... ma se qualcuno di potente mette in discussione la tua stessa esistenza e indipendenza, sopravvivere limitando i danni è già certamente un grande risultato.
Recuperare terreno sarà per l’Occidente il problema da impostare e risolvere nel medio futuro, se riuscirà a far fronte alla crisi di credibilità della principale arma esibita negli ultimi decenni: la deterrenza militare. Già la fuga dall’Afghanistan, oltretutto in quelle modalità “vietnamite”, l’aveva grandemente ridimensionata.
Ma per ora neanche la «strategia della decapitazione» dei vertici iraniani (e dei cosiddetti proxy) può cambiare di molto l’equazione, ossia il confronto tra le grandezze in gioco ora.
Buona lettura. E calcolo...
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L’architettura militare e strategica della guerra aperta dal 28 febbraio 2026 conferma un’asimmetria fondamentale: l’Iran ha strutturato i suoi mezzi per una guerra lunga, duratura, frammentata e asimmetrica, mentre gli Stati Uniti e Israele hanno concepito i loro dispositivi – scorte, dottrine, tempo – per guerre brevi o medie, ad altissima intensità ma di durata limitata.
È in questo prisma temporale, nel cuore di un nuovo scenario in cui si afferma l’asse Cina-Russia-Iran-Corea del Nord e in cui India e Pakistan giocano le loro ambiguità, che vanno lette le evoluzioni future in Medio Oriente, inclusa la futura riapertura dello Stretto di Hormuz e l’escalation agli estremi del confronto sino-americano.
Nella “guerra delle scorte”, l’Iran incassa il lungo termine
I missili e i droni di Teheran: una base industriale pensata per durare
Prima della guerra, l’arsenale balistico iraniano era stimato tra 1.700 e 2.900 missili balistici. Alcune valutazioni parlavano fino a circa 2.500 missili specificamente balistici.
Nonostante la distruzione di circa la metà delle sue scorte durante la “guerra dei dodici giorni” del 2025 e la neutralizzazione di 1.500 missili aggiuntivi in produzione, l’Iran ha ricostituito in pochi mesi quasi 900 missili balistici a medio raggio (MRBM), passando da circa 1.800 a 2.720 missili, il che implica un tasso di produzione di 150-200 missili al mese in questo periodo.
Stime tecniche indipendenti confermano che l’architettura industriale iraniana – “città dei missili”, fosse di colata di propellenti (carburante), linee di produzione – consente una capacità fisica da 136 a 217 missili a propellente solido al mese, ovvero fino a 2.600 missili all’anno in regime massimo.
In pratica, i vincoli legati ai precursori chimici e ai componenti elettronici suggeriscono piuttosto una capacità sostenibile di almeno 100 missili balistici al mese per diversi mesi, che rimane molto al di sopra del ritmo di produzione occidentale di intercettori.
Sui droni, l’Iran dispone inoltre di una capacità quasi industriale: i recenti attacchi mostrano che può lanciare diverse migliaia di droni in poche settimane, continuando al contempo a produrne durante il conflitto, in particolare Shahed e derivati, dalla produzione molto economica, spesso assemblati a partire da componenti importati e, contrariamente ai missili, in siti produttivi facilmente spostabili – rendendo più difficile la loro distruzione da parte del nemico.
La logica di produzione industriale iraniana, attraverso queste scelte, non è più quella di una “scorta” fissa ma di un flusso continuo, alimentato da filiere globalizzate di elettronica e motori.
I lanciatori: chiave di volta della resilienza iraniana
Il cuore della resilienza iraniana risiede meno nel numero di missili prodotti in valore assoluto che nella combinazione tra scorte, cadenza di produzione e capacità di preservare o rigenerare i suoi sistemi di lancio.
Prima del 28 febbraio 2026, i servizi israeliani e diverse valutazioni aperte stimavano che l’Iran disponesse di circa 400-550 lanciatori balistici – veicoli TEL e piattaforme fisse interrate – con un valore di riferimento frequentemente citato intorno ai 470 sistemi. Spesso dispersi in “città missilistiche” sotterranee, in tunnel e su telai civili modificati, questi lanciatori costituiscono l’interfaccia critica tra le scorte di missili – Shahab‑1 (gittata di circa 300 km), Shahab‑2 (~500 km), Qiam‑1 (700-800 km), Fateh‑110 (200-300 km), Fateh‑313 (~500 km), Zolfaghar (~700 km) e Dezful (~1.000 km) per gli SRBM; Shahab‑3 (~1.300 km), Ghadr‑1 (~1.600-1.950 km), Emad (~1.700 km), Sejjil (~2.000 km), Khorramshahr/Kheibar (~2.000-3.000 km), Haj Qassem (~1.400 km), Kheibar Shekan (~1.450 km) e i nuovi Fattah‑1/2 (~1.400-1.500 km, il cui stato operativo è ancora discusso) per gli MRBM – e la capacità reale di proiettare il fuoco in profondità.
Le prime settimane di guerra hanno visto un massiccio sforzo di controforza: secondo l’esercito israeliano, più del 60% dei lanciatori iraniani è stato neutralizzato già il 5 marzo, circa 300 TEL e piattaforme distrutti o gravemente danneggiati, cifra che sale al 75% pochi giorni dopo, con 300-415 sistemi fuori combattimento.
Le fonti aperte concordano comunque nel dire che al 25 marzo l’Iran conserverebbe ancora circa 100-200 lanciatori, di cui 100-120 pienamente operativi, in grado di mettere in batteria Shahab‑3, Ghadr‑1, Sejjil, Khorramshahr o Kheibar Shekan per colpire Israele o le basi americane fino a 2.000-3.000 km, e Qiam‑1, Fateh‑110/313, Zolfaghar o Dezful per saturare gli obiettivi del Golfo su distanze di 200-1.000 km.
Soprattutto, i precedenti post-guerra dei dodici giorni mostrano che in assenza di bombardamento continuo, Teheran è in grado di recuperare circa 100-200 lanciatori in meno di dodici mesi – ovvero 50-100 lanciatori all’anno, 4-8 al mese – riparando i TEL danneggiati e convertendo nuovi telai pesanti civili, anche se i tempi di ripristino variano da poche settimane per danni lievi a diversi mesi per strutture e tunnel colpiti in profondità.
In altre parole, se gli attacchi israelo-statunitensi hanno ben compresso la capacità di salva iraniana – come mostra il crollo di quasi il 90% del ritmo di lanci balistici osservato successivamente – non hanno tuttavia eliminato la facoltà di Teheran di conservare un nucleo di lanciatori dispersi, protetti, rendendolo capace di impiegare l’intero suo spettro balistico – dal Fateh‑110 a 200 km al Sejjil e al Khorramshahr a 2.000-3.000 km – e, soprattutto, di rigenerare progressivamente questa capacità di lancio nel lungo periodo – che è precisamente la logica di guerra asimmetrica prolungata che il regime ha ricercato.
La carenza di intercettori: perché l’Occidente è bloccato in una logica di guerra breve
Un dispositivo progettato per l’intensità – non per la durata
Dal lato statunitense e israeliano, il contrasto è netto.
Gli Stati Uniti dispongono di scorte importanti di intercettori Patriot e THAAD, ma questi non sono dimensionati per sostenere mesi di saturazione al ritmo attuale:
- schieravano circa tra 530 e 630 intercettori THAAD a fine 2025, con una produzione annua dell’ordine di 35-45 intercettori – ovvero 3 o 4 al mese.
- analogamente per i Patriot PAC‑3 MSE, disponevano di diverse migliaia di esemplari prodotti all’inizio del 2026, con una produzione di circa 500 nel 2024 e 600 nel 2025, cioè tra 40 e 50 al mese.
Al contrario, il consumo osservato dal 28 febbraio è di tutt’altro ordine: più di 800 intercettori Patriot sono stati lanciati in 5 giorni, poi probabilmente 1.000 o 1.200 nelle prime due settimane – ovvero tra uno e due anni di produzione mondiale del sistema – per contrastare circa 2.000 droni e 500 missili iraniani.
I THAAD, risorsa più rara e molto più costosa, sono impiegati in decine di esemplari aggiuntivi, dopo già 100-150 missili lanciati durante la guerra del giugno 2025.
La conclusione del Center for Strategic and International Studies (CSIS) è chiara: se il Pentagono non affronta un crollo immediato dei suoi inventari, ogni salva accelera la riduzione di una scorta che impiegherà anni per essere ricostituita al ritmo di produzione attuale – specialmente in un contesto multi-teatro (Iran, Ucraina, Pacifico).
Le diverse fonti aperte parlano esplicitamente di “guerra delle scorte” e sottolineano che questa guerra è una corsa contro il tempo, che diventa sempre più problematica per i paesi occidentali: il loro modello presuppone una guerra breve o media, non un conflitto ad alta intensità prolungato.
La dipendenza dalle munizioni intelligenti: la nostra vulnerabilità strategica
Questa logica non si limita agli intercettori. Si estende in realtà all’insieme delle munizioni guidate (missili da crociera, JDAM, JASSM, SM‑3/6, Aster, ecc.).
Le forze occidentali si basano su sistemi molto sofisticati, ma costosi e lunghi da produrre. Secondo il CSIS, i primi dodici giorni di guerra sarebbero costati 16,5 miliardi di dollari, con un costo giornaliero ampiamente trainato dal consumo di munizioni.
I margini di manovra nella produzione sono limitati: MBDA per l’Europa, Lockheed Martin per i Patriot e i JASSM, Raytheon per lo SM‑3, operano già a piena capacità e non possono moltiplicare per tre o quattro i loro ritmi senza investimenti massicci e diversi anni di tempo.
In altre parole, il sistema occidentale sa colpire duro, ma non necessariamente a lungo – o almeno non al ritmo attuale – mentre l’Iran, con vettori meno costosi e una dottrina di saturazione, può mantenere una pressione sostenibile per diversi mesi.
La lunga guerra asimmetrica dell’Iran
Una dottrina di saturazione dispersa e incrementale
I rapporti del Jewish Institute for National Security of America (JINSA) e di altri think tank descrivono una dottrina iraniana incentrata su:
- l’uso massiccio di missili balistici a corto raggio (SRBM), missili da crociera e droni contro obiettivi vicini (basi americane, infrastrutture del Golfo);
- la preservazione degli MRBM rimanenti per attacchi puntuali ad alto valore (Israele, installazioni critiche) ed effetti di dissuasione;
- una capacità di adattamento tattico: aggiustamento delle salve, multi-vettore (droni, missili balistici e missili da crociera), attacchi simultanei da più direzioni.
Questa architettura è adatta a una guerra lunga e asimmetrica. Contrariamente a quanto sostiene la propaganda del regime, la Repubblica Islamica non si è preparata a condurre la battaglia decisiva: ha sviluppato una strategia che cerca di saturare le difese sul lungo termine, di consumare le scorte nemiche e di mantenere il costo del conflitto al di là di ciò che le opinioni pubbliche e le industrie occidentali possono assorbire.
Il fatto che la maggior parte degli attacchi iraniani sia ora realizzata da droni prodotti in flusso continuo è coerente con questa logica: il drone è oggi la munizione di logoramento per eccellenza.
Un’organizzazione industriale resiliente ed esternalizzata
L’altro pilastro di questa strategia è la resilienza industriale: l’Iran ha disperso e interrato le sue capacità produttive, basandosi massicciamente su catene di approvvigionamento esterne per l’elettronica e i precursori chimici.
L’analisi dei detriti dei droni Shahed mostra una forte dipendenza da componenti occidentali e asiatici, accumulati via hub come gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia, l’India o i paesi dell’Asia centrale.
La Cina, in particolare, è diventata un fornitore chiave di perclorati (ammonio, sodio), essenziali per la produzione di propellenti solidi, nonché di microelettronica e moduli GNSS BeiDou – un sistema cinese di GPS.
Questa architettura a rete – industriale, logistica, tecnologica – fa sì che distruggere le scorte non basta: finché questi flussi esistono, l’Iran può rigenerare una parte delle sue capacità, anche sotto bombardamento, e mantenere una postura di negazione e molestia regionale.
La nuova ecologia strategica della guerra
I “CRINK+”: un’architettura strategica strutturata dalla Cina
Al di là dello scontro immediato, la guerra iraniana rivela il consolidamento di un’architettura strategica allargata, in cui Cina, Russia, Iran e Corea del Nord – che si possono raggruppare sotto la sigla “CRINK” – formano un nucleo duro attorno al quale gravitano Pakistan, India, Iraq, Siria e, in modo ambivalente, la Turchia.
Pechino vi occupa un ruolo di architetto implicito: fornitore di input critici nella chimica, nell’elettronica o nell’energia, partner finanziario e diplomatico, guardiano dell'“amicizia senza limiti” con Mosca e di relazioni speciali con Islamabad e Pyongyang, e garante di corridoi eurasiatici attraverso le Nuove vie della seta, che danno profondità strategica a Teheran.
Mosca ricicla verso l’Iran la sua esperienza di guerra di logoramento e le sue interdipendenze energetiche, mentre la Corea del Nord e il Pakistan contribuiscono all’ecosistema balistico-nucleare e alla diffusione di vettori e know-how.
Attorno a questo nucleo, l’Iraq e la Siria offrono profondità logistiche e terreni di proiezione per le milizie e i proxy, mentre la Turchia “ potenza cerniera tra la NATO e l’Asia “ cerca di trarre vantaggio dal vuoto relativo lasciato dagli Stati Uniti di Donald Trump per ricomporre a suo favore gli equilibri in Siria, Iraq, Mar Nero e Caucaso.
Sia lassa che strutturante, questa architettura a rete non si traduce in un’alleanza formale ma in una convergenza di interessi negativi “ indebolire la centralità strategica americana, testare la resilienza delle scorte e delle opinioni occidentali, assicurarsi i corridoi energetici e commerciali eurasiatici “ che fa della Cina il perno silenzioso di questa prima guerra mondiale asimmetrica, in cui il retro fronte decisivo si trova ora in Asia più che in Europa.
L’India, il Pakistan e le altre potenze regionali
Sebbene India e Pakistan non facciano formalmente parte della rete dei CRINK, occupano per molti versi una posizione strutturante:
- l’India cerca di preservare le sue relazioni con la Russia, di contenere la Cina e di assicurarsi i suoi approvvigionamenti energetici avvicinandosi agli Stati Uniti;
- il Pakistan mantiene legami politico-militari stretti con la Cina e ha intrattenuto in passato cooperazioni sensibili con l’Iran e l’Arabia Saudita.
Entrambi i paesi hanno interesse che lo Stretto di Hormuz finisca per riaprire, ma non necessariamente che una vittoria netta americana smantelli gli equilibri regionali da cui traggono parte della loro leva.
Questa ambiguità rafforza l’idea che l’ambiente strategico si stia frammentando attorno a un centro di gravità asiatico, dove la guerra in Iran è uno dei molteplici fronti del confronto in gestazione tra Washington e Pechino.
Hormuz: lo stress test della Seconda guerra fredda
Lo Stretto riaprirà, ma a quali condizioni?
Gli analisti dell’energia concordano nel ritenere che lo Stretto di Hormuz sia troppo centrale per rimanere chiuso a lungo.
Tuttavia, il modo in cui riaprirà – accordo fragile, accordo tacito, presenza accresciuta di marine asiatiche – dipenderà molto dal rapporto di forza percepito all’esito di questa fase della guerra:
- se gli Stati Uniti impongono una forma di status quo avendo intaccato le loro scorte di munizioni, l’Iran potrà rivendicare una vittoria politica: essere sopravvissuto a un’offensiva di vasta portata;
- se l’Iran riesce a mantenere una capacità di disturbo residua (missili SRBM, droni) nonostante gli attacchi, la riapertura di Hormuz avverrà sotto la minaccia persistente di chiusure temporanee, il che strutturerà il premio al rischio sui mercati energetici.
In entrambi i casi, la conclusione per Pechino, Mosca, Pyongyang e altri sarà la stessa: il modello occidentale di guerra breve basata su scorte limitate di munizioni intelligenti è vulnerabile al logoramento.
Un’attenzione clinica: l’Iran come preludio allo scontro contro Pechino
I rapporti occidentali lo sottolineano già: la guerra in Iran è osservata con un’attenzione clinica da Pechino per trarne lezioni in vista di un passaggio all’azione intorno a Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale.
Washington e i suoi alleati devono ripensare la profondità delle loro scorte, la diversificazione dei loro mezzi – armi meno costose, effector mix, droni – e la capacità della loro base industriale di sostenere una guerra di logoramento lunga.
L’asse CRINK, al contrario, vede ora nella strategia iraniana una prova che è possibile, con mezzi inferiori, tenere testa alla superiorità tecnologica occidentale giocando sui volumi, la dispersione e la durata.
In questa prospettiva, la guerra in Iran non deve essere letta come un episodio isolato o una parentesi – ma come il primo stress test in piena scala di un Mondo in cui il confronto sino-americano si svolgerà tanto in guerre di logoramento condotte per procura quanto in scontri diretti.
Bibliografia
1) Carl Parkin, “Always Be Casting: An Estimate of Iranian Solid Rocket Motor Production”, Arms Control Wonk, 29 settembre 2025.
2) Mark F. Cancian e Chris H. Park, “Assessing the Air Campaign After Three Weeks: Iran War By the Numbers”, CSIS, 25 marzo 2026.
3)Mark F. Cancian e Chris H. Park, “Iran War Cost Estimate Update: $11.3 Billion at Day 6, $16.5 Billion at Day 12”, CSIS, 13 marzo 2026.
4) Si veda ad esempio il più recente di Ari Cicurel, “The Eroding Shield: Air Defenses Against Iran”, JINSA’s Gemunder Center for Defense and Strategy, marzo 2026.
Fonte
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