Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/12/2025
La Turchia sospesa tra Russia e Usa
Il presidente Recep Tayyip Erdogan avrebbe affrontato la questione direttamente con Vladimir Putin durante un incontro in Turkmenistan, dopo una serie di contatti tra funzionari. Il Cremlino ha smentito l’esistenza di una richiesta formale, ma il solo fatto che l’ipotesi circoli indica un ripensamento della postura strategica turca. Gli S-400, simbolo della frattura con l’Occidente, diventano ora il nodo da sciogliere per ricucire i rapporti con gli Stati Uniti e con la NATO.
La ferita aperta del 2019
L’acquisto dei sistemi russi avvenne in una fase di forte tensione tra Ankara e gli alleati atlantici. Da allora, la posizione della NATO è rimasta immutata: gli S-400 sono incompatibili con le architetture dell’Alleanza e rischiano di compromettere la sicurezza dei velivoli occidentali. La conseguenza fu l’uscita della Turchia dal programma F-35, un colpo duro per l’aeronautica turca e per l’industria della difesa nazionale.
Oggi Erdogan sembra voler chiudere quel capitolo, non per abiura ideologica ma per calcolo. La restituzione degli S-400 aprirebbe un negoziato complesso, che potrebbe includere compensazioni economiche e il rientro graduale nel circuito occidentale dei sistemi d’arma avanzati.
Energia e rimborsi: la leva nascosta
Secondo alcuni analisti, Ankara potrebbe utilizzare il dossier S-400 anche per rinegoziare i rapporti economici con Mosca, in particolare sul fronte energetico. Un eventuale rimborso potrebbe passare da aggiustamenti nelle fatture per petrolio e gas russi, proprio mentre la Turchia lavora per ridurre drasticamente la propria dipendenza da Mosca. Entro il 2028, oltre metà del fabbisogno energetico turco dovrebbe essere coperto da produzione interna e da maggiori importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Un cambiamento che toglierebbe alla Russia uno degli ultimi grandi sbocchi energetici nell’area europea.
Il Mar Nero come fattore di pressione
A rendere più urgente la scelta contribuisce il deterioramento della sicurezza nel Mar Nero. Incidenti con droni, attacchi alle navi e colpi incrociati legati alla guerra in Ucraina hanno aumentato l’esposizione turca. Con la costa più lunga dell’area, Ankara vede crescere i rischi per la navigazione, l’ambiente e il commercio. Gli attacchi contro petroliere della cosiddetta flotta ombra russa e le ritorsioni di Mosca hanno riportato la guerra a ridosso delle acque turche, trasformando la neutralità in un esercizio sempre più difficile.
Una scelta di equilibrio, non di campo
La possibile restituzione degli S-400 non significa un allineamento automatico e totale con Washington, né una rottura con Mosca. È piuttosto il tentativo di riequilibrare una politica di oscillazione che negli ultimi anni ha prodotto più costi che benefici. Erdogan cerca di recuperare spazio negoziale, riaffermando il ruolo della Turchia come potenza ponte, ma con un baricentro leggermente spostato verso l’Occidente.
In questo senso, gli S-400 non sono più un sistema d’arma, ma una moneta geopolitica. Il modo in cui Ankara deciderà di spenderla dirà molto sul futuro dei rapporti tra Turchia, Stati Uniti, Russia e NATO in un contesto internazionale sempre più polarizzato.
Fonte
28/06/2024
Guerra in Ucraina - Mosca minaccia Washington dopo la strage di Sebastopoli
di Francesco Dall’Aglio
Nella mattinata di domenica 23 giugno un missile ATACMS con munizionamento a grappolo lanciato dall’Ucraina ha colpito una spiaggia molto frequentata della Crimea, Uchkuevka, tra la baia di Sebastopoli e l’aeroporto di Belbek.
Il missile faceva parte di una salva intercettata dall’antiaerea russa e non è chiaro dove fosse diretto, se il suo obiettivo fosse davvero la spiaggia o se sia stato deviato con contromisure elettroniche o colpito dalle difese russe. Il numero di vittime e di feriti è molto più basso di quello che ci si poteva aspettare perché, come si può vedere dai filmati di alcune telecamere di sicurezza poste sulla spiaggia, gran parte delle sfere di metallo che costituiscono il carico di quel tipo di munizioni sono finite in acqua. I successivi eventi del Dagestan, sempre domenica, hanno aggiunto ulteriore tensione e a peggiorare le cose ci si è messa una serie di commenti a dir poco improvvidi da parte delle autorità ucraine, dell’Unione Europea e degli USA che certamente non hanno rasserenato le autorità russe. Mychajlo Podoljak ha twittato che la Crimea, oltre ad essere territorio occupato, è una base militare e i civili russi che vi si trovano sono ‟occupanti civili”[1]; Peter Stano, portavoce dell’Unione Europea per gli affari esteri, in risposta alla richiesta di un commento da parte della TASS ha dichiarato che i rapporti russi ‟hanno credibilità prossima allo zero”[2], mentre il generale Pat Ryder, portavoce del Dipartimento della Difesa statunitense, in una conferenza stampa a dichiarato di non avere ‟alcuna informazione che indicasse se dei civili erano o non erano stati uccisi”, ma che ne avrebbero discusso con gli ucraini [3]. Il ciclo di dichiarazioni ufficiali è stato chiuso dal portavoce della Dipartimento di Stato, Matthew Miller, che pur rammaricandosi per la perdita di vite umane ha detto che le armi statunitensi servono all’Ucraina per difendere il proprio territorio di cui la Crimea fa parte, e che la Russia potrebbe chiudere il conflitto e le sofferenze che porta ritirandosi dal territorio ucraino [4]. Proprio questa, come vedremo, è la dichiarazione che ha maggiormente messo in allarme Mosca.
La reazione ufficiale russa è stata molto dura e si è diretta più che contro l’Ucraina contro gli Stati Uniti, accusati senza mezzi termini di essere i principali responsabili di un attacco terroristico perpetrato contro civili inermi poiché i lanci dei missili ATACMS sono programmati, secondo i russi, da specialisti statunitensi in base ai dati forniti dall’intelligence USA. L’ambasciatrice statunitense a Mosca, Lynne Tracy, è stata convocata al Ministero degli Esteri e sono state annunciate ‟misure di rappresaglia” non specificate[5]. Al di là delle vittime civili, la rabbiosa reazione russa deriva principalmente da due motivi: l’impiego nell’attacco di armi a lungo raggio fornite dagli USA e soprattutto il fatto che siano state adoperate in Crimea. La questione dell’autorizzazione statunitense a impiegare armi a lungo raggio sul territorio russo, e non solo nella zona di combattimento o nei territori occupati, ha tenuto banco per settimane raggiungendo a volte effetti ridicoli. Alla fine era stato trovato un compromesso che garantisse un vantaggio militare all’Ucraina ma allo stesso tempo non fosse considerato dalla Russia come una escalation troppo grave: le forze armate ucraine hanno ottenuto il permesso di colpire oltreconfine entro un raggio di 100 chilometri nel settore di Kharkiv e in generale contro bersagli, aerei o terrestri, che stessero preparandosi a colpire il territorio ucraino dalla Russia.[6] Dalla Crimea però, a parte il fatto che le vittime sono civili, non stava partendo nessun attacco e la distanza è ben superiore a 100 chilometri qualunque sia stato il punto di partenza dei missili. La cosa più inquietante per i russi, però, è stato l’elemento retorico del ‟territorio ucraino occupato” dal quale devono essere allontanati e il fatto che evidentemente questo territorio continui a includere la Crimea, cosa che per la Russia non è negoziabile e non lo era mai stata, nemmeno durante i colloqui del marzo-aprile 2022.
La rappresaglia minacciata dalla Russia va dunque intesa come diretta
contro gli Stati Uniti, non contro l’Ucraina. E secondo le regole della
proporzionalità, verosimilmente contro i sistemi di intelligence,
ovvero i droni di osservazione General Atomics MQ-9 Reaper o i ben più
grandi e costosi Northrop Grumman RQ-4B Global Hawk che stazionano quasi
in permanenza sul Mar Nero. Sebbene non dirigano il tiro delle
artiglierie ucraine, come spesso erroneamente si dice, forniscono però
intelligence fondamentale prima e dopo gli attacchi, tenendo sotto
osservazione i bersagli e quantificando i danni. È proprio
l’intelligence il contributo più importante che la NATO sta dando
all’Ucraina, al di là delle forniture di armi e munizioni, ed è la cosa
che i russi soffrono di più. Sono note già due azioni ostili contro
questi sistemi di sorveglianza, ufficialmente fatte passare come
malintesi o, appunto ‟azioni non professionali”: il 29 settembre 2022 un
Su-27 aveva lanciato un missile ‟nelle vicinanze” di un Boeing RC-135
Rivet Joint della RAF,[7]
ma l’incidente più spettacolare, anche perché ripreso dalle camere di
bordo, era avvenuto il 14 marzo 2023 quando un altro Su-27 aveva prima
irrorato di carburante un MQ-9 Reaper statunitense e poi ne aveva
intenzionalmente speronato l’elica di coda, facendolo precipitare nel
Mar Nero.[8]
In molti dunque si aspettavano una ripetizione di queste situazioni o
un magari atto dimostrativamente ancora più esplicito.
Nella tarda
serata del 24 giugno un canale telegram russo piuttosto noto e molto
bene informato sulle vicende dell’aviazione russa, Fighterbomber, che
gode di un certo credito anche perché non si fa problemi nel riportare
le perdite russe quando si verificano, ha pubblicato un post abbastanza
criptico congratulandosi ‟con tutti quelli coinvolti”, citando ‟azioni
non professionali” e ‟una turbolenza sul Mar Nero”, e chiedendosi se la
cosa sarebbe continuata o si sarebbe trattato invece di un singolo
evento[9]. Lo stile di Fighterbomber è sempre criptico, dato che spesso rivela
dati non di pubblico dominio e non sempre può riferirli esplicitamente,
ma ‟azione non professionale” è la frase con cui i bollettini ufficiali
descrivono le azioni di disturbo o le provocazioni effettuate da aerei
ostili: tutto lasciava dunque pensare che un drone statunitense fosse
stato abbattuto o danneggiato. Il candidato principale era l’RQ-4B
Global Hawk ‟FORTE10”, in volo da tempo sul Mar Nero e che aveva fatto
precipitosamente ritorno alla base di Sigonella proprio quando
Fighterbomber pubblicava il suo messaggio. Il giorno dopo sempre
Fighterbomber pubblicava un video di sei minuti, nel quale spiegava la
dinamica dell’azione: un Mig-31 aveva raggiunto ‟assolutamente per caso”
FORTE10 ad altissima velocità alla sua altitudine operativa di 20.000
metri, generando una turbolenza che lo aveva mandato fuori rotta e
costretto ad abbandonare la missione e fare ritorno alla base[10]. Fighterbomber non ha fornito prove fotografiche o video dell’incidente,
ma alcuni eventi contribuiscono a farci credere che è probabile che si
sia verificato davvero. In primo luogo, nessun drone da osservazione
statunitense ha più volato sul Mar Nero dalla notte del 24; solo nel
primo pomeriggio del 27 giugno è comparso in zona un RC-135W britannico
(come quello protagonista suo malgrado dell’incidente del 29 settembre
2022) decollato dalla Gran Bretagna, accompagnato da due caccia Typhoon
partiti invece dalla Romania.
Come mostra il tracciato del volo, l’aereo si è però tenuto lontano
dalla Crimea e poco dopo ha invertito la rotta tornando nello spazio
aereo NATO, dove ha continuato a volare per un paio d’ore prima di fare
rotta verso la base di partenza, mentre i due caccia lo hanno lasciato e
sono tornati alla base romena dove sono dislocati. Non ci è dato sapere
se la missione consisteva in questo o se sono stati dissuasi dal
completarla da qualcosa incontrato lungo la strada, né se, come
affermano alcune fonti, ci fosse un’altra coppia di caccia inglesi
che volavano con il transponder spento. Un altro dettaglio interessante:
il giorno dopo il presunto incidente, il 25 giugno, il Segretario della
Difesa statunitense Lloyd Austin ha telefonato al Ministro della Difesa
russo Andrej Belousov. L’ultima volta che Austin aveva parlato con il
suo omologo russo, che all’epoca era ancora Shoigu, era stato il 15
marzo 2023 in occasione dell’abbattimento dell’MQ-9 Reaper, che secondo
la trascrizione ufficiale della telefonata era stato l’unico argomento
di discussione tra i due [11]. Questa volta da parte statunitense non sono stati rivelati dettagli
sulla telefonata, solo che Austin ‟ha enfatizzato l’importanza di
mantenere aperti i canali di comunicazione”, canali che si erano appunto
chiusi il 15 marzo dell’anno scorso, e nient’altro [12]. Anche il comunicato del Ministero della Difesa russo è piuttosto
laconico, anche se aggiunge qualche dettaglio in più: si è discusso
della situazione in Ucraina, del pericolo di escalation causato dalle
forniture militari statunitensi, e ‟di altre cose” [13].
Pare anche che gli statunitensi si siano innervositi e abbiano provato a
restituire il favore ai russi in Siria. Secondo il generale Yury
Popopv, il 27 giugno un MQ-9 Reaper è passato pericolosamente vicino a
un Su-35 russo nella regione di Homs, a un’altezza compresa tra i 7 e
gli 8000 metri [14], mentre in due occasioni aerei statunitensi avrebbero ‟illuminato”
caccia russi. Va però detto che in Siria queste provocazioni reciproche
non sono rare e nemmeno troppo mal viste, al di là delle proteste
ufficiali, perché consentono alle rispettive areonautiche di testare i
limiti dei propri apparecchi in competizione con gli omologhi avversari,
escludendo naturalmente di entrare in combattimento.
Per concludere, il
canale telegram ufficiale del Ministero della Difesa russo ha
pubblicato come prima notizia del 28 giugno un post nel quale si
comunica che Belousov ha incaricato lo Stato Maggiore russo di
‟presentare proposte di misure” per rispondere alle ‟provocazioni” dei
droni-spia sul Mar Nero, che oltre a designare i bersagli per le armi
fornite dalla NATO all’Ucraina costituiscono un pericolo per gli aerei
russi. Questo, scrive sempre il Mistero, aumenta il rischio di uno
scontro diretto tra NATO e Federazione Russa, e se ciò dovesse accadere i
paesi NATO ne saranno ritenuti responsabili [15]. Nessun accenno, ovviamente, a ‟incidenti” già avvenuti o a ‟misure” già
prese, ma la dichiarazione abbastanza esplicita che da parte russa ci
si riserva la possibilità di agire in futuro.
Insomma, di ciò che sarebbe successo nella notte del 24 giugno
abbiamo solo prove indiziarie. Fighterbomber, nel suo stile criptico,
promette foto e filmati ma chissà se ne vedremo. Ufficialmente nessuna
delle due parti ha riconosciuto che qualcosa di strano sia successo sul
Mar Nero ma qualcosa, nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, pare si
stia muovendo davvero e la telefonata di Austin a Belousov ne è il
segnale più evidente. Intanto a New York è arrivato, il 26, anche il
Ministro degli Interni russo Vladimir Kolokolt’cev. L’occasione della
visita non annunciata è la riunione dei capi della polizia dei paesi
dell’ONU, cosa che gli dà il diritto di muoversi sul territorio
statunitense nonostante le sanzioni che lo hanno colpito ma che non gli
impediscono di recarsi ai meeting delle Nazioni Unite che però non
frequentava dal 2018: anche lui, si direbbe, è stato colpito
all’improvviso da una irrefrenabile volontà di comunicare.
C’è
sicuramente grande confusione sotto il cielo, ma la cosa una volta tanto
potrebbe avere risvolti positivi.
Note
[1] https://x.com/Podolyak_M/status/1805171253755412849.
[2] https://tass.com/world/1807635.
[3] https://www.defense.gov/News/Transcripts/Transcript/Article/3815559/major-general-pat-ryder-pentagon-press-secretary-holds-an-off-camera-press-brie/
[4] https://www.state.gov/briefings/department-press-briefing-june-24-2024/
[5] https://www.reuters.com/world/europe/kremlin-blames-us-barbaric-atacms-missile-attack-crimea-2024-06-24/
[6] https://www.washingtonpost.com/world/2024/06/21/ukraine-firing-range-us-weapons-russia/
[7] https://www.bbc.com/news/uk-63327999
[8] https://www.theguardian.com/us-news/2023/mar/16/us-releases-footage-russian-jet-crashing-into-american-drone-over-black-sea
[9] https://t.me/fighter_bomber/17145
[10] https://t.me/fighter_bomber/17156
[11] https://www.defense.gov/News/Releases/Release/Article/3330335/readout-of-secretary-of-defense-lloyd-j-austin-iiis-phone-call-with-russian-min/
[12] https://www.defense.gov/News/Releases/Release/Article/3817099/readout-of-secretary-of-defense-lloyd-j-austin-iiis-phone-call-with-russian-min/
[13] https://eng.mil.ru/en/news_page/country/more.htm?id=12517991@egNews (allego il link in inglese, la versione in russo, che comunque non riporta altri dettagli, è più difficilmente accessibile dall’Italia).
[14] https://tass.com/defense/1809669
[15] https://t.me/mod_russia/40386.
26/06/2024
Guerra in Ucraina - È giallo su drone Usa partito da Sigonella e abbattuto dai russi
Per ammissione dello stesso giornale si tratta, nel primo caso, di uno dei canali telegram russi più informati su ciò che avviene nello spazio aereo e nell’aviazione russa. L’articolo cita così quanto riporta il canale : “Un caccia russo MiG-31 ha abbattuto un drone da ricognizione dell’aeronautica americana sul Mar Nero. Presumibilmente si tratta di un drone da ricognizione ad alta quota RQ-4B Global Hawk”. Poco dopo, il canale pubblica un aggiornamento: “Sì, l’incidente è stato ora confermato”.
Pochi minuti prima la stessa notizia era stata riportata dal canale Telegram “Fighterbomber”, ritenuto vicino al comando dell’aeronautica russa: “Congratulazioni a tutti i soggetti coinvolti. Bravi ragazzi! Stiamo aspettando ora l’ok degli Stati Uniti circa le “azioni non professionali. Ora c’è una maggiore turbolenza nel Mar Nero. Vediamo se è una cosa continuativa o se si è trattato di un evento irripetibile”.
Secondo l’articolo de La Stampa, in passato piuttosto raramente questi due canali hanno scritto cose men che informate.
Da fonti statunitensi ufficiali non c’è nessuna conferma dell’abbattimento. L’unica fonte che ne ha parlato, è il corrispondente di Reuters Idris Ali, che segue il Pentagono, citando un rappresentante anonimo del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Idris Ali ha scritto su X che “non si sono verificati incidenti sul Mar Nero” (ma poco dopo, il link che aveva postato risulta cancellato).
La questione è seria per almeno due motivi.
Domenica scorsa le schegge di un missile Atacms fornito dagli Usa, lanciato dagli ucraini sulla Crimea e intercettato dai russi, sono finite sulla spiaggia di Sebastopoli, uccidendo quattro bagnanti – tra cui tre bambini – e ferendone circa 150. Come noto le coordinate di tiro dei missili vengono "aggiunstate" nel corso dell'attacco propri dai droni in volo.
Mosca ha esplicitamente accusato per questo attacco gli Stati Uniti ed ha convocato l’ambasciatore statunitense avvisando che l’evento non sarebbe rimasto senza conseguenze. “Secondo il ministero della Difesa – riporta un comunicato ufficiale della Russia – sono stati usati missili americani Atacms, armati con bombe a grappolo per aumentare la loro letalità. Tutti i dati di volo sono stati inseriti da specialisti Usa sulla base dei loro dati di ricognizione satellitare e un drone da ricognizione americano Global Hawk era in volo nei cieli vicino alla Crimea”.
L’abbattimento diretto del drone – se verrà confermato – segna un salto di qualità, perché nei mesi scorsi l’aviazione russa si era limitata ad accecare un drone Usa con il lancio di carburante. Il drone era stato poi fatto precipitare dai comandi Usa nel Mar Nero per impedirne la cattura.
Il secondo motivo è il coinvolgimento dell’Italia. È infatti risaputo che questo tipo di droni vengono fatti decollare spesso dalla base italiana di Sigonella. Stando ai dati di Flightradar, negli ultimi due giorni solo un drone americano Global Hawk ha sorvolato il Mar Nero. Intorno alle 9 (ora di Mosca) di domenica 23 giugno – il giorno dell’attacco missilistico sulla Crimea – il drone è apparso sul radar nell’area dell’aeroporto militare di Sigonella, ma alle 6 del 24 giugno (ossia la mattina presto di lunedì) è regolarmente rientrato alla base.
Anche il settimanale statunitense Newsweek scrive che gli osservatori della guerra in Ucraina, tra cui l’analista di intelligence Oliver Alexander, hanno sottolineato su X che, nonostante le affermazioni del canale Telegram russo, i dati del radar di volo mostrano che l’ultimo volo visibile del drone spia “si è concluso con un atterraggio sicuro a Sigonella lunedì mattina”.
Rimane il fatto che il ruolo della base militare di Sigonella nell’uso dei droni statunitensi nel conflitto in Ucraina espone il territorio italiano alle possibili ritorsioni della Russia per gli attacchi missilistici sul proprio territorio. Ma i comandi degli Stati Uniti continuano ad utilizzare le loro basi in Italia per le proprie operazioni senza porsi alcun problema.
Il problema andrebbe posto, e seriamente, dall’Italia ma con un governo servile verso Washington come quello in carica appare difficile prevedere note di proteste o misure di protezione del territorio che infastidiscano l’operatività delle forze aeree statunitensi.
Fonte
25/03/2024
Nuovi dettagli sull'attentato a Mosca e nuovo attacco ucraino alla Crimea
Il canale vicino all'innominabile organizzazione terroristica (l'ISIS -ndR) continua a diffondere materiale a rate, ogni volta alzando il tiro. Prima una schermata, poi una foto, poco fa un filmato piuttosto orribile, nel quale compaiono alcune modalità tipiche del terrorismo jihadista. E se questo, da un lato, allontana i sospetti dall'Ucraina, dall'altro va a smentire la versione data dalle stesse autorità ucraine, che non hanno mai parlato di terrorismo jihadista ma di atto terroristico organizzato dalla stessa Russia. E resta sempre il nodo della destinazione dei suddetti terroristi dopo l'attacco, che si è tentato di far passare (come riportava anche Repubblica, ne avevo scritto nel post precedente) per la Bielorussia nonostante la località in cui sono stati intercettati è sulla strada che porta al confine ucraino e non a quello bielorusso – addirittura Meduza si è impegnata a geolocalizzare la località dell'arresto e ha dovuto concludere che in effetti la direzione pareva quella verso l'Ucraina e non la Bielorussia.
Intanto, questa sera massiccio attacco di Storm Shadows su Sebastopoli, dove un edificio è stato sicuramente colpito: non sembra militare ma potrebbe trattarsi di un edificio amministrativo. L'attacco è stato assistito come al solito da un drone USA Global Hawk in volo a sud della Crimea, e stavolta è un nuovo amico: FORTE-15, non il solito FORTE-10 che forse ha bisogno di un po' di riposo. Ha volato parecchio, del resto è stata lanciata almeno una decina di Storm Shadow e bisognava dirigerli bene.
Domani si valuteranno i danni, e non solo quelli di Sebastopoli, perché mentre scrivo si sono levati in volo i bombardieri russi. Al momento (00:36) sono 12.
Infine, la "distrazione" moscovita ha fatto passare sotto silenzio la definitiva presa di Ivanivske, a sud-est di Bahmut, che sarebbe stata certamente la notizia di cui avremmo discusso ieri e soprattutto oggi, ma abbiamo avuto altro a cui pensare.
PS – non posso fare a meno di riflettere sul fatto che pure dei morti di Mosca, come di quelli ucraini, alla fine non importa niente a nessuno. Importa solo del contorno.
Fonte
03/03/2024
Guerra in Ucraina - Tre possibili scenari per l'interventismo francesce
Escludiamo subito l'idea che vadano impiegate in combattimento, non solo perché la cosa equivarrebbe a una guerra aperta tra Russia e NATO (o almeno tra Russia e i paesi NATO che invieranno truppe), ma soprattutto perché sarebbero inutili. A essere generosi la Francia potrebbe schierare 30.000 soldati, per di più senza alcun tipo di appoggio aereo (se gli aerei francesi operassero da aeroporti ucraini verrebbero attaccati lì, se operassero da aeroporti polacchi o romeni trascinerebbero nel conflitto anche i paesi in cui si trovano le basi che li ospitano, senza contare che non è detto che verrebbero autorizzati) o navale, perché la Convenzione di Montreux ne vieterebbe il passaggio attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. E 30.000 uomini al fronte, da soli, non servirebbero a nulla. Quindi è chiaro che lo scopo non è quello.
Potrebbe trattarsi semplicemente di istruttori e specialisti, magari in numero maggiore di quelli che sono già presenti in Ucraina (perché che ci siano, e non solo francesi, lo sappiamo da un pezzo, e ora lo ammette ufficialmente anche Le Monde). La vedo difficile, perché Macron ha parlato esplicitamente di truppe, non di tecnici. Quindi, se non vanno a combattere e non vanno a istruire, che ci vanno a fare? L'ipotesi più razionale è che vadano a mettersi in mezzo, ovvero a stabilirsi in regioni dove non si combatte con lo scopo di impedire ai russi, in caso ne avessero l'intenzione, di attaccarle. La scusa si trova senza problemi – proteggere la popolazione civile o roba del genere – e, non essendo impiegate direttamente nei combattimenti, non si potrebbe parlare di operazione ostile alla Russia, che si troverebbe di fronte a un dilemma: considerarle un bersaglio, e quindi procedere a una serissima escalation (anche se l'escalation sarebbe stata messa in atto dalla Francia) o non attaccarle e quindi rinunciare all'idea, in caso l'avessero, di occupare le regioni dove si stanzierebbero. Che sia questa la direzione in cui Macron e chi lo sostiene (i paesi baltici, ovviamente, e verosimilmente la Gran Bretagna) è l'ipotesi più probabile, come riporta anche il Financial Times che, citando un anonimo "senior European defence official" afferma che lo scopo è "creare deterrenza e ambiguità nei confronti della Russia" impiegando le truppe "in missioni limitate come sminamento, manutenzione o riparazione dei sistemi d'arma, oppure assistenza nel tenere sicure le frontiere di altri paesi minacciati dalla Russia, come la Moldavia".
Quindi mi sono divertito a immaginare quali sono le aree in cui queste truppe "in missioni limitate" potrebbero essere schierate, e ne ho ipotizzate tre: tutte comportano un problema strategico per la Russia, e conseguentemente un problema di sopravvivenza per le truppe occidentali impiegate. Ho escluso uno schieramento al confine tra Russia e Ucraina per la questione degli attori razionali, perché finirebbe malissimo immediatamente. Ovviamente nulla vieta di combinare le aree (ad esempio 1 e 2), dipende da quanti uomini verrebbero spediti; così come più paesi (i baltici da una parte, Francia e Gran Bretagna dall'altra ad esempio) potrebbero schierarsi in aree diverse combinandole tutte.
La prima area che ho identificato è quella al confine occidentale dell'Ucraina, con base a Lvov. Mi pare anche la soluzione più razionale: minimizza il rischio di operazioni aeree russe, esclude qualunque ipotesi di scontro di terra con l'esercito russo, protegge le linee di rifornimento che vanno dalla Polonia al fronte, e libera un certo numero di soldati ucraini che fanno la guardia al confine – non molti, però, perché quello è un confine amico e sostanzialmente ci sono quasi solo unità di polizia e delle guardie di frontiera. Ragionando da complottari, questa soluzione potrebbe essere addirittura concordata con Mosca: i russi a Lvov non hanno nessuna intenzione di andare, quindi si potrebbe dire che non ci sono andati grazie all'intervento risolutore della NATO che ha frustrato le ambizioni imperiali del tiranno, quindi alla fine abbiamo vinto noi. Ma questa, appunto, è fantapolitica. Possibilità che le cose vadano malissimo con questo schieramento, direi 25%.
La seconda area è più rischiosa: il confine nord dell'Ucraina, quello con la Bielorussia. Questo libererebbe un gran numero di unità militari ucraine al momento stazionate a nord, a far la guardia in caso di attacco russo dalla Bielorussia. Quanti siano non è chiarissimo ma sono almeno 120.000, il che sarebbe un bel problema per i russi che se li ritroverebbero sugli altri fronti nel giro di pochi giorni. Questo potrebbe avere due grosse controindicazioni. La prima, un attacco preventivo russo dalla Bielorussia prima che le truppe NATO si schierino; la seconda, un attacco russo dalla Bielorussia a truppe NATO schierate, con tutte le conseguenze del caso. Possibilità che le cose vadano malissimo, 50-75%.
La terza area è la più rischiosa di tutte: intorno alla Moldavia e alla Romania, ovvero chiudendo la Transnistria e schierandosi nei porti ucraini del Mar Nero e del Danubio, dai quali partono non solo i mercantili ma anche i droni armati contro la flotta russa e la Crimea. Uno schieramento del genere sarebbe inaccettabile per la Russia, che non fa mistero di voler prendere il controllo anche di quella zona se non si arrivasse a una soluzione diplomatica che la soddisfi. Direi che la possibilità che le cose vadano malissimo in questo caso è del 75-99%. Diciamo pure 99,99%.
Fonte
15/02/2024
Guerra in Ucraina - Una nave non fa primavera, ma serve alla propaganda
C’è grande entusiasmo sui canali ucraini dopo l’attacco con droni, e il probabile affondamento (vedi foto), della nave da sbarco “Tsezar Kunikov” (varata nel 1986...) all’alba di ieri mattina. A rigor di logica l’entusiasmo dovrebbe essere statunitense: è vero che i droni usati sono di fabbricazione ucraina (potrebbero anche essere inglesi, in realtà), ma l’intelligence grazie alla quale la nave è stata colpita è – come sempre – statunitense.
Anzi stavolta il Global Hawk RQ-4B non si è limitato a indirizzare l’attacco per poi allontanarsi, ma è rimasto in zona (a debita distanza, ovviamente) fino all’impatto, evidentemente per essere sicuro che il colpo andasse a segno.
Questo, probabilmente, perché si è reso necessario rispondere molto velocemente all’occupazione quasi totale dello spazio mediatico da parte russa, prima con l’intervista a Putin e poi con le notizie che arrivano da Avdiivka (e non solo da Avdiivka) sulle quali torneremo in seguito.
Il senso dell’attacco è sempre lo stesso: occupare i media e i social colpendo bersagli di poco conto ma di grande impatto mediatico (una nave è pur sempre una nave e nell’immaginario popolare ogni nave è una corazzata, anche se non esistono più e anche se in questo caso si tratta sostanzialmente di un traghetto, visto che come le altre navi di classe Ropucha era utilizzata per trasportare rifornimenti e carburante) dare l’impressione che si vince, anzi si trionfa, si “umilia” la Russia (c’è sempre questa questione dell’umiliazione che ritorna in modo ossessivo.
Io non mi permetto mai di fare kink shaming, ma non sempre ci interessa conoscere le altrui parafilie), giustificare le ulteriori richieste di soldi e mezzi (ci date così poco e otteniamo questi risultati, figuratevi se ci deste molto, come dovreste – e infatti il ministro della difesa britannico ha subito twittato che l’affondamento della Kunikov deve ricordarci che i nostri finanziamenti servono a far vincere l’Ucraina) e, appunto, generare entusiasmo nel campo un po’ azzoppato del fronte filo-ucraino (basta vedere in che modo e con che numeri erano accolte notizie simili prima di quest’estate).
Il problema è che ogni volta che si manifestano motivi per rinnovare l’entusiasmo (una nave, una raffineria, un’incursione) aumenta il prezzo finale che l’Ucraina pagherà, sia in prolungamento del confitto che in distruzione che, soprattutto, in perdite territoriali, perché ogni azione del genere rende sempre più evidente che la sicurezza strategica della Russia passa per l’assorbimento dell’intero litorale ucraino, Odessa inclusa.
Del resto, le aperture diplomatiche di Putin sono state respinte, come hanno riportato ieri fonti statunitensi e come Lavrov ha confermato oggi. per cui si continua a oltranza.
Dicevamo dell'”entusiasmo”, e in effetti, viste le notizie dei giorni scorsi, pare logico che ci fosse bisogno di qualcosa per risollevarlo.
L’abitato di Avdiivka è tagliato in due e la strada più comoda (non l’unica) per rifornire la parte meridionale è stata interrotta; il previsto contrattacco ucraino (che forse potrebbe avere come unico scopo quello di consentire alle unità a sud di sfilarsi con maggiore tranquillità) avrebbe inoltre subito una battuta d’arresto molto seria tra ieri e stanotte, quando una serie di attacchi missilistici e di bombe a grappolo hanno colpito un concentramento di truppe ucraine (si dice la terza brigata d’assalto, ovvero il battaglione Azov redivivo, ma la notizia non è confermata) a Selidovo e Tsukurino, con conseguenze apparentemente molto serie (anche se il numero di vittime riportato da certi canali, anch’essi entusiasti ma per altri motivi, è del tutto irrealistico).
A Salidovo, tra l’altro, stanotte è stato centrato l’ospedale, conferma indiretta che l’attacco di ieri aveva causato davvero un alto numero di perdite.
Avdiivka non è l’unico settore pericolante: nel settore di Lysyčans’k le truppe russe sono avanzate fin dentro Belogorovka. A nord-ovest di Donetsk hanno raggiunto il centro di Pervomajskoye. Continuano ad avanzare a ovest di Marinka.
Soprattutto, ed è forse la notizia peggiore per l’Ucraina (e un po’ mi stupisce che se ne parli poco e tutti siano concentrati solo su Avdiivka), i russi stanno avanzando da Bahmut in direzione di Chasiv Yar, lo snodo logistico molto importante che l’esausta Wagner non riuscì ad attaccare dopo aver completato la conquista della città l’anno scorso.
Sempre nello stesso settore ieri hanno messo piede a Ivanovskoye, e da qualche giorno si sono attestati immediatamente all’esterno di Bohdanovka (e io penso che, prima di impegnare Chasiv Yar, dovranno prendere il controllo di questi due paesi).
Non solo i guadagni territoriali ottenuti dalle FFAA ucraine durante la controffensiva di quest’estate sono stati recuperati, ma anche in quel settore è ripresa l’avanzata russa. Come ha detto Syrsky ieri, ‟la situazione è complicata”.
Hai voglia ad affondare navi degli anni ’80.
P. S. – Forse c’è un altro motivo per cui il Kunikov è stato attaccato stamattina. Oggi è il 14 febbraio. Il maggiore Tsezar Kunikov (nella foto a fianco), dal quale ha preso nome la nave affondata oggi, еrое della battaglia di Malaya Zemlja per la quale è stato insignito del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, è morto il 14 febbraio 1943 combattendo contro i “lettori di Kant”.
Potrebbe essere solo una coincidenza, ma mi riservo il diritto di credere che non lo sia.
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07/10/2023
Mosca avrà una base navale in Abkhazia
La Federazione Russa vuole realizzare in tempi brevi una base navale permanente sulla costa del Mar Nero nell’ex repubblica autonoma georgiana dell’Abkhazia.
L’Abkhazia è una delle due regioni separatiste della Georgia – l’altra è l’Ossezia del Sud – che Mosca ha riconosciuto come stati indipendenti nel 2008, a seguito di una breve guerra durante la quale le forze locali, sostenute dall’esercito russo, hanno sbaragliato le truppe georgiane che avevano attaccato Sukhumi dopo uno scontro tra i due schieramenti. Ma pur rimanendo ferma nel suo impegno come alleato della Russia, l’Abkhazia ha finora rifiutato l’idea di poter essere annessa alla Russia e insiste sul mantenimento della sua sovranità.
L’Abkhazia e la Russia hanno comunque già firmato un accordo e la nuova base militare russa sorgerà nel distretto di Ochamchira, ha detto Aslan Bzhania, presidente del territorio resosi indipendente da Tbilisi agli inizi degli anni ’90, in un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano russo Izvestiya. L’annuncio è giunto dopo che nella giornata di ieri Bzhania ha incontrato il leader russo Vladimir Putin.
«Tutto ciò mira ad aumentare il livello di capacità di difesa sia della Russia che dell’Abkhazia, e questo tipo di cooperazione continuerà» ha affermato Bzhania.
La notizia sulla nuova base navale arriva dopo che il Wall Street Journal ha riferito che il Cremlino ha ritirato una parte importante della sua flotta militare del Mar Nero dalla sua base principale in Crimea. Citando funzionari occidentali e immagini satellitari, il giornale ha scritto che la Russia ha spostato due sottomarini e tre fregate da Sebastopoli – presa pesantemente di mira dall’Ucraina con missili britannici che riescono a bucare le difese aeree russe nella penisola – verso altri porti che «offrono una migliore protezione».
Recenti attacchi ucraini hanno colpito il quartier generale della flotta del Mar Nero a Sebastopoli e distrutto una nave anfibia e un sottomarino.
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06/08/2023
Guerra in Ucraina - Dalla controffensiva alla guerra di droni
di Francesco Dall'Aglio
Marinetraffic segnala come ultima posizione della petroliera russa Sig il braccio di mare dove è stata colpita ieri sera, perché ha poi smesso di navigare autonomamente; altrettanto correttamente, nella scheda della nave sempre Marinetraffic la colloca nel porto di Kavkaz, quello più vicino, dove è stata rimorchiata. Non si segnalano vittime o feriti tra i membri dell'equipaggio, solo danni allo scafo, in particolare determinanti l'allagamento della sala macchine.
Può essere una coincidenza (raramente lo è, in queste circostanze) ma non è la prima volta che la Sig è sotto attacco dei droni marini ucraini: martedì 1 agosto era stato segnalato un attacco senza successo a due navi da guerra, i pattugliatori "Vasily Bykov" e "Sergey Kotov", provenienti dalla Siria. Assieme a loro c'era appunto la Sig, che martedì nessuno aveva considerato come il bersaglio dell'attacco ma che, a questo punto, dobbiamo credere lo fosse. Si tratta ad ogni modo di una nave civile, anche se trasportava carburante per il contingente militare russo in Siria, il che, stiracchiando un po' la definizione di "dual use", potrebbe con molta generosità farla considerare un bersaglio militare.
Alcune considerazioni.
La prima, immediata: finora la Russia non ha colpito navi civili che trasportavano merci o carburante in Ucraina, né nel Mar Nero né, ovviamente, altrove, né ucraine né, ovviamente, di paesi terzi. È chiaro che l'attacco alla Sig è un ulteriore tentativo, da parte ucraina, di allargare il conflitto, sperando che finalmente passi la "linea-Medvedev" (urla belluine, missili sparati a caso) e la Russia affondi qualche nave che trasporta Bradley per l'Ucraina, magari statunitense e in mezzo all'Atlantico. Ovviamente nulla di tutto questo accadrà.
La seconda: bisogna vedere se ci saranno altri attacchi a navi mercantili. Perché se passa il principio che le navi mercantili si possono colpire impunemente fintanto che sono russe, qualche ritorsione ci sarà, e abbiamo già verificato come la capacità russa di fare danni all'Ucraina è parecchio superiore a quella ucraina di farne alla Russia.
La terza: non credo sia un caso che sia stata colpita la Sig, credo che abbia invece molta importanza il fatto che fosse utilizzata per rifornire il contingente russo in Siria. È probabile che o l'Ucraina abbia agito da proxy occidentale per danneggiare la logistica russa in quel teatro, o che sempre nell'ottica di provare ad allargare il conflitto speri in qualche ritorsione russa in quella zona, dove la situazione è abbastanza tesa tra il contingente russo e quello statunitense. Ma siccome, appunto, allargare il conflitto conviene all'Ucraina ma non alla Russia, nemmeno questa cosa succederà anche se mi aspetto a breve che qualche drone USA non ritorni alla base, in Siria o sul Mar Nero. Ma abbiamo già visto che questo non è sufficiente a fare entrare gli Stati Uniti nel conflitto, ovviamente.
La quarta: nell'arco di 24 ore sono state colpite due navi dallo stesso modello di drone, ed entrambe non sono affondate. Se non fossero state rimorchiate è probabile che lo avrebbero fatto, ma ad ogni modo il carico bellico dei barchini ucraini, che pare essere 400-450 chili di esplosivo, non sembra sufficiente ad affondare una nave, che sia da guerra o civile, sebbene le petroliere siano bestie belle grosse e non è facilissimo tirarle a fondo (per fortuna). Anche per i droni vale dunque la regola del "due su tre" che si applica ai carri armati: non è possibile che le tre caratteristiche più importanti siano tutte e tre presenti in massimo grado. Per i carri sono velocità, corazzatura e armamento, per i droni, navali e aerei, autonomia, dimensioni e carico esplosivo. Se li vuoi piccoli, per evitare che vengano scoperti, e in grado di colpire a lunga distanza, non puoi ovviamente metterci su una tonnellata di esplosivo. È vero che così rischi di fare pochi danni, ma abbiamo anche già detto che lo scopo principale di queste operazioni è quello di occupare lo spazio mediatico, operazione anche oggi perfettamente riuscita.
Infine, siccome la pubblicità è l'anima del commercio, credo vada segnalato come tre giorni prima dell'attacco del 2 agosto la CNN abbia diffuso un servizio in esclusiva sui droni navali ucraini.
PS – siccome mi è capitato di sentire anche questa, no, "Sig" non ha niente a che vedere col nefasto motto, che tra l'altro si scrive "Sieg". Сиг in russo significa lavarello (è un pesce).
Fonte
05/08/2023
Guera in Ucraina - Lo stallo della controffensiva di Kiev si riverbera sugli attacchi assimmetrici coi droni
Dal punto di vista di chi sceglie di combatterle, le guerre asimmetriche sono sempre vantaggiose perché le aspettative sono molto basse e ogni colpo messo a segno, di qualsiasi rilevanza, acquista grande significato e con poca spesa (un IED, un camion bomba o, come in questo caso, droni aerei o acquatici) è possibile creare problemi, sia mediatici che pratici, a un avversario meglio piazzato. Il rovescio della medaglia, naturalmente, è proprio questo: le guerre asimmetriche vengono combattute da chi non ha la possibilità di impensierire realmente il proprio avversario con metodi convenzionali, cioè con scontri militari sul campo.
Non è un caso che l'aumento di questo tipo di attacchi, da parte ucraina, avviene dopo che la controffensiva sul fronte non è riuscita a raggiungere gli obiettivi prefissati. Certo, nulla impedisce di utilizzare queste tattiche insieme alla controffensiva, per provocare ulteriori problemi alla Russia, e probabilmente il piano originario era questo: ma al momento la controffensiva latita e si fa ricorso dunque solo a queste azioni che hanno grandissima risonanza dal punto di vista mediatico, anche se la loro efficacia pratica è limitata.
Qualche finestra rotta a Mosca e una nave danneggiata a Novorossijsk (dopo l'attacco, la Olenegorsky Gornyak è stata appoggiata a un rimorchiatore per evitare che si sbilanci a sinistra, dove è stata colpita) non compensano la mancanza di una breccia nelle linee difensive russe, ma aiutano a "vendere" l'idea che la Russia sia impreparata e indifesa, e che i droni ucraini possano colpire a piacimento qualsiasi obiettivo. Questo è parzialmente vero – non qualsiasi obiettivo ma parecchi, e anche a lunga distanza. Mosca è raggiungibile, così come i porti russi sulla costa orientale del Mar Nero, almeno quelli più vicini alla Crimea; così come è raggiungibile, e si è visto da poco, il ponte di Crimea e la Crimea stessa.
Del resto, che i droni siano un problema molto grosso per qualsiasi difesa non lo scopriamo ora: se mi è consentita una battuta, si chiamano infatti difese "antiaeree", "antinave" e "antisommergibile", non "antidroni". L'architettura di difesa va ripensata e va ripensata soprattutto la distanza alla quale ci si può ritenere sicuri. Questo, naturalmente, vale per tutti i contendenti (abbiamo visto che anche i droni russi tendono ad essere piuttosto efficaci) e vale anche per chi contendente non è: mi chiedo l'Italia che tipo di difese antidrone abbia predisposto o stia predisponendo. Credo che il numero sia zero.
Dal punto di vista pratico la Russia prenderà le sue contromisure, che poi sono molto low-tech: reti di metallo a protezione degli ingressi dei porti, più marinai di vedetta e l'aggiunta di qualche mitragliera alle navi, anche a quelle come la Olenegorsky Gornyak, appunto quella colpita stamattina, che sono sì appartenenti alla flotta militare ma sono navi da trasporto e da sbarco e sono pochissimo armate (2 cannoncini binati da 57 mm, uno a poppa e uno a prua, 4 lanciamissili Strela da 8 missili e 2 lanciarazzi A-215 Grad-M da 22 razzi, tutte armi inadatte a fronteggiare minacce provenienti dal mare. "A finale", come dicono dalle parti mie, è un traghetto SNAV corazzato che trasporta 450 tonnellate di materiale).
Tutto questo non sarà però sufficiente, soprattutto se, come appare molto probabile, il ricorso a questi metodi di attacco si intensificherà da parte ucraina. Credo che molti nello stato maggiore russo stiano ponendosi seriamente il problema della sicurezza strategica, visto che la Russia ha iniziato questa guerra proprio per questo motivo, a parte le amenità sulla "denazificazione" e sulla protezione degli abitanti del Donbass. Finché all'Ucraina rimane costa, nessuna nave russa è al sicuro e non è al sicuro la Crimea e le sue linee di trasporto. Il che pone il comando russo di fronte a un problema complicato: accettare le perdite – che finora, come abbiamo visto, non sono elevate – e continuare con la propria strategia di erosione dell'esercito e dell'economia ucraina finché non perderà la sua capacità di difesa, o intraprendere una campagna complicata e costosa, sia in uomini che in materiale? Il comando e la leadership russa sono molto contrari alle perdite, lo abbiamo detto tante volte, per motivi pratici e di politica interna (difficoltà a rimpiazzare i caduti senza mobilitare altri soldati, cosa che avrebbe ricadute pesanti sull'economia e, forse, sul morale della popolazione). Ma anche queste sono perdite. Se gli attacchi di questo tipo dovessero continuare e magari ottenere risultati migliori, la linea dell'azione di forza potrebbe passare.
Chiudo con Repubblica, ovviamente. Mentre TUTTE le testate mondiali, anche quelle ucraine e le altre italiane tipo Corriere e La Stampa, segnalano che la Olenegorsky Gornyak è stata danneggiata e rimorchiata in porto, Repubblica titola: "Affondata la nave d’assalto Olenegorskij Gornjak". Se si va a leggere l'articolo, però, ci si trova di fronte al capolavoro: l'attacco ha provocato "l’affondamento della nave d'assalto anfibia “Olenegorskij Gornjak”, che si sarebbe appoggiata su un fianco e sarebbe stata poi trainata in secca prima che colasse a picco". Quindi non è affondata. È come titolare "X morto di infarto" e poi scrivere nell'articolo "è stato poi ricoverato prima che morisse". Pezzo firmato, eh. Dall'inviato Paolo Brera, che sostiene di essere a Izmail e che, evidentemente, non ha letto il capitolo 9 del Περί ἑρμηνείας di Aristotele, appunto a proposito di battaglie navali.
PS – possibilissimo che i danni subiti siano tanto gravi da far decidere in futuro per la rottamazione della nave. Il senso del discorso non cambia.
Fonte
03/08/2023
Guerra in Ucraina - Continua la distruzione della logistica portuale ucraina
Ieri nel NAFOverso si era diffuso grande entusiasmo: sei navi mercantili avevano "forzato il blocco russo" ed erano entrate nel Mar Nero, in direzione dei porti ucraini (qui la versione trionfalista dell'ANSA).
È stato subito un gran parlare, come sempre, di "schiaffi", "umiliazioni" e "punizioni" a Putin, perché come ho già detto ci tengono molto a farci sapere quali sono le loro parafilie.
In realtà, altrettanto come sempre, le cose stanno un po' diversamente. Non c'è nessun blocco navale russo del Mar Nero: le navi, mercantili e militari, entrano ed escono come più le aggrada e nessuno può dire o fare nulla, nemmeno la Turchia, figuriamoci quindi la Russia. Il "blocco" riguarda i porti ucraini, non la navigazione nel Mar nero. E infatti le sei navi che Markus Jonsson, un "investigatore dell'Open Source Intelligence", addirittura, ha "scoperto" NON sono entrate nelle acque territoriali ucraine ma si sono fermate nel gruppone di navi che da giorni ormai staziona al largo del Delta del Danubio, davanti al porto romeno (e non ucraino, come scrive l'ANSA) di Sulina (lo potete vedere qui).
Sono, per la precisione, la Sahin 2 (Vanuatu), la Yilmaz Kaptan (Vanuatu), la Afer (Panama), la Sealock (Tanzania), la Bosphorus Queen (Panama), e la AMS 1 (Sierra Leone). Teniamo presente soprattutto quest'ultima.
Per quanto riguarda le destinazioni, tre di queste navi dobbiamo toglierle dall'elenco delle forzatrici del blocco: la Bosphorus Queen e la Afer hanno destinazione Sulina, appunto in Romania, e la Yilmaz Kaptan va a Galati, sempre in Romania. La Sahin 2 non ha specificato una destinazione, mentre la Sealock e la AMS 1 hanno destinazione Izmail, porto ucraino nel Mar Nero. La Sealock però è anch'essa ferma davanti Sulina. Solo la sesta nave, la AMS 1 (Sierra Leone), si trova nel Danubio invece che nel Mar Nero.
Solo che non ha dove andare perché la notte scorsa c'è stato un altro attacco missilistico russo sul porto di Izmail, che ha distrutto quello che c'era ancora da distruggere: la stazione marittima di Izmail, l'edificio amministrativo della compagnia di navigazione del Danubio, un deposito di petrolio e un granaio (nella foto). Non è escluso che gli attacchi della notte scorsa siano stati provocati proprio dal piano di navigazione della AMS 1 e della Sealock, che non potevano essere ispezionate dalle navi russe perché navigavano nelle acque territoriali rumene. Il blocco è "facile" per i porti marittimi ucraini, ma per quelli fluviali sul Danubio c'era il rischio di farsi scappare un bel po' di naviglio: quindi si è deciso, molto pragmaticamente, di distruggere i porti fluviali, che tra l'altro sono molto più piccoli di quelli di Odessa o Yuzhni. Quindi, ricapitolando: nessun "blocco del Mar Nero", ma effettivamente dal 19 nessuna nave è attraccata nei porti ucraini, marittimi o fluviali che siano.
Questo stato di cose durerà, come ha chiarito la conversazione telefonica tra Putin ed Erdoğan di oggi, finché non verranno accolte le richieste russe, come abbiamo già detto giorni fa.
PS - se però andiamo a guardare in dettaglio i porti marittimi ucraini, vediamo che ci sono due navi, la Cengiz Bay (Barbados) e la Polarstar (Panama) che sembrerebbero avere attraccato rispettivamente a Mykolaiv il 26 luglio e a Odessa il 31 luglio, in "violazione del blocco". Se però andiamo nel dettaglio degli ultimi spostamenti, e per questo non ci serve più marinetraffic.com ma vesselfinder.com, notiamo che sono ferme in porto rispettivamente dal 12 luglio e dal 5 luglio, ma ogni tanto aggiornano la posizione e sembra dunque siano in movimento.
PS2 - delle otto navi ho indicato solo la bandiera che battono, non a quale compagnia di navigazione appartengono. La maggior parte appartiene a compagnie navali turche.
Fonte
23/07/2023
Guerra in Ucraina - Gli USA armano il "secondo tempo" della confroffensiva ucraina
Dopo un paio di settimane in cui la stampa inglese e statunitense pareva piuttosto scoraggiata e ipotizzava scenari foschi per il futuro, nuovo cambio di registro: Zelensky prima e Blinken poi hanno assicurato che la seconda fase dell'offensiva ucraina è sul punto di partire e che stavolta i risultati ci saranno. Particolarmente chiacchierone Blinken, che ha parlato ancora dei reparti addestrati in Occidente e degli equipaggiamenti forniti loro da "noi e circa 50 stati" che quando si metteranno in movimento faranno la differenza e "porteranno a cambiamenti", immagino della linea del fronte. Staremo a vedere, considerando che le esigenze ucraine di ottenere qualcosa sono sempre più forti, dopo ormai 50 giorni di controffensiva (la prima fase, evidentemente) e il mezzo fiasco del vertice di Vilnius.
Per ora l'Ucraina deve accontentarsi di successi d'immagine, come sempre: stamattina due Storm Shadow hanno colpito un deposito di munizioni e un deposito di carburante a Oktobrysky, in Crimea. I danni ovviamente ci sono e meglio sarebbe per i russi che non ci fossero, ma paragonati al trattamento riservato a Odessa nelle ultime notti si tratta di poca cosa.
La questione è sempre la stessa: le possibilità di escalation sono sempre a favore della Russia. Ora si discute se mandare gli MGM-140 ATACMS, missili balistici tattici con una gittata di 300 km che possono essere lanciati dagli HIMARS e dagli MLRS e sono disponibili sia con munizionamento a grappolo che con testata a frammentazione. Ne hanno parlato Biden e Zelensky e la Casa Bianca, tramite Sullivan, ha fatto sapere che la decisione spetta a Biden e che gli USA "sono disposti a correre dei rischi" per ciò che riguarda i futuri invii di materiale bellico in Ucraina, ma che terranno anche conto delle reazioni russe.
Se sulla stampa è riportato che se ne discute, significa molto probabilmente che la spedizione è già stata approvata: basteranno gli ATACMS per cambiare il corso del conflitto? Domanda retorica, risposta scontata.
Riguardo Odessa, visto che ne abbiamo accennato. Le quattro notti di attacchi missilistici al porto (alle quali dobbiamo aggiungere anche questa notte, visto che proprio mentre scrivo si segnalano lanci di missili ed esplosioni - almeno 12 finora) e alle infrastrutture non sono la rappresaglia per l'attacco ucraino al ponte di Crimea. Lo ha detto in televisione Evgeny Bužinsky, generale in pensione e tecnico piuttosto competente, ma non c'era bisogno del suo parere, per quanto autorevole.
Una campagna missilistica di quattro notti su una trentina di bersagli non si improvvisa in poche ore ed è chiaro che era stata preparata in anticipo e programmata per il giorno successivo alla scadenza degli accordi sul grano, così come l'attacco ucraino al ponte di Crimea era stato anch'esso programmato per quella data. Se la Russia si deciderà a una rappresaglia non è questa.
Al momento la minaccia di considerare ogni nave che entri nel Mar Nero diretta verso un porto ucraino come un potenziale bersaglio sta dando i suoi frutti: i siti che seguono la navigazione in tempo reale mostrano come, in quel quadrante, non si muova nulla e le poche navi presenti nei porti siano ferme - allego una schermata da marinetraffic presa proprio adesso.
C'è invece il solito traffico nel resto del Mar Nero, con in più una concentrazione di navi nella zona del delta del Danubio, davanti al porto romeno di Sulina. Alcune delle navi sono dirette in Ucraina, ma risultano ferme da giorni (per la cronaca: i puntini rosa che si vedono vicino alle coste ucraine non sono navi, sono segnalazioni di ostacoli, scogli, secche, boe eccetera). In risposta, anche l'Ucraina ha dichiarato che considererà tutte le navi che si muovono verso i porti russi come potenziali bersagli, ma è piuttosto improbabile che darà seguito alla minaccia e per ora non si segnala nessun problema.
Sulla questione del grano: secondo Erdoğan la Russia sarebbe disposta a rinnovare gli accordi se l'Occidente prendesse in considerazione le sue richieste, che sono sempre le stesse e sono state ripetute il 21 alle Nazioni Unite dal rappresentante permanente russo Dmitry Polyansky: rimozione delle sanzioni sui prodotti agricoli e sui fertilizzanti russi, ritorno di alcune banche russe nello SWIFT, possibilità di acquistare pezzi di ricambio e componenti meccanici per le macchine agricole e l'industria dei fertilizzanti, risoluzione dei problemi assicurativi per le navi russe, rimessa in funzione della condotta che trasporta nitrato d'ammonio. Rispettate queste condizioni, dice Polyansky, la Russia estenderà immediatamente gli accordi sul grano, ma stavolta non si accontenterà di promesse come un anno fa e vuole vedere passi concreti prima di impegnarsi.
Sempre a proposito di navi: esercitazioni navali congiunte tra Cina e Russia, con la partecipazione di 10 navi e 30 aerei. Lo scopo delle esercitazioni è principalmente quello di testare il sistema di comando congiunto tra le due flotte. Intanto, gli USA inviano nello stretto di Hormuz due nuovi gruppi navali, quello della USS Bataan e della USS Carter Hall, entrambe navi da assalto anfibio. Secondo il Telegraph, "La marina USA si prepara per la guerra nel Golfo persico". La colpa, ovviamente, è degli iraniani "che proprio non imparano mai". Un tempo almeno gli inglesi mandavano le loro cannoniere in giro per il mondo, ora si accontentano di tifare per quelle statunitensi.
Fonte
21/07/2023
L’accordo sul grano e la fame nei paesi poveri
La decisione, è detto, è legata alla fine del cosiddetto “Accordo sul grano” e la relativa riduzione del corridoio umanitario marittimo. Mosca aggiunge che i paesi la cui bandiera è issata su dette navi, verranno considerati implicati nel conflitto dalla parte del regime di Kiev.
Alcune zone nei bacini nordoccidentale e sudorientale delle acque internazionali del mar Nero sono state dichiarate temporaneamente pericolose per la navigazione: sono stati diramati i relativi avvisi informativi previsti dalla procedura sulla revoca delle garanzie di sicurezza ai natanti.
Questo, per quanto riguarda l’aspetto strettamente militare della questione sul ritiro russo dalla Black Sea Grain Initiative.
Sul piano “alimentare”, Jeune Afrique lamenta il pericolo di un balzo dei prezzi alimentari nei paesi africani, in larga parte dipendenti da cereali ucraini e russi.
Secondo l’ONU, scrive Maher Hajbi, la decisione di Mosca avrà conseguenze di vasta portata per «centinaia di milioni di persone bisognose», soprattutto in Africa. Infatti, le importazioni africane di grano rappresentano quasi il 90% del commercio con la Russia e circa il 50% con l’Ucraina.
Secondo la FAO, alcuni paesi africani hanno una dipendenza “pericolosa” dalle esportazioni cerealicole russo-ucraine; tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 miliardi dall’Ucraina.
In base a dati UNCTAD, tra il 2018 e il 2020, Benin e Somalia sono dipesi totalmente dal grano russo e ucraino, che ha rappresentato il 100% del loro approvvigionamento.
Primo importatore mondiale e primo consumatore africano di cereali, l’Egitto acquista l’81% del fabbisogno da Mosca (61%) e Kiev (20%); altri 15 paesi africani dipendono per oltre il 55% dei propri approvvigionamenti da Ucraina e Russia: in particolare Sudan (75%), RDC (68%), Senegal (65%), Congo 61%.
Altra questione: avere una precisa rappresentazione di quali siano i diretti fornitori, ad esempio, della produzione agricola ucraina, dal momento che, come ribadito da Mosca, vari “intermediari” europei, acquistano grano ucraino a prezzi di dumping, lo trasformano e lo rivendono «come prodotto finito ad alto valore aggiunto.
Gli occidentali guadagnano due volte, sia sulla vendita che sulla lavorazione del grano. Inoltre, USA e UE stanno speculando sui prezzi, creando una carenza artificiale di merci, e stanno spingendo i prodotti agricoli russi fuori dai mercati mondiali attraverso l’imposizione di sanzioni unilaterali illegali».
Ragion per cui il ritiro di Mosca dall’Accordo non significa che la Russia interrompa le proprie forniture di cereali, in particolare a vari paesi africani, come la vulgata agitata anche dai fascisti di governo, secondo cui il ritiro russo dall’accordo mostrerebbe i veri amici e nemici dei Paesi poveri.
Quanto il mercato dipenda in larga parte dagli “intermediari” euro-atlantici, lo dimostrerebbero d’altronde anche le cifre riportate dall’economista algerino Mahfoud Kaoubi, che parla di un rialzo sui mercati internazionali del prezzo del grano del 3% e del mais per il 2%. Kaoubi teme anche il pericolo che l’India, secondo produttore di grano al mondo, possa in qualsiasi momento giocare la carta del divieto di esportazione, aggravando così il rischio di penuria di scorte nei paesi africani, alcuni dei quali, già dall’inizio del conflitto in Ucraina, cercano di affidarsi alle risorse locali.
In Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, per esempio, si ricorre a manioca e patate dolci per fare il pane; il Togo si è posto l’obiettivo di produrre 10.000 tonnellate di fonio entro il 2028. Un’alternativa ai cereali ucraini e russi sono sorgo e miglio.
Da parte sua, la Russia cerca di non allentare i propri legami africani, anche seguendo la strada del sostegno alle produzioni locali, attraverso i fertilizzanti, che sono uno degli elementi contestati da Mosca, il cui mancato rispetto da parte occidentale ha contribuito a provocare la decisione sul ritiro dall’Accordo.
La questione dei fertilizzanti, nota Estelle Maussion ancora su Jeune Afrique, è a tal punto importante che il programma del secondo vertice Russia-Africa (si terrà a Piter il 27 e 28 luglio) prevede una tavola rotonda specifica sul tema: “La stabilità del mercato dei fertilizzanti come garanzia per lo sradicamento della fame nei Paesi africani”.
A Piter si parlerà anche in particolare del “Partenariato Russia-Africa a favore della sovranità alimentare”, sottolineando che i fertilizzanti sono fondamentali per molte produzioni africane tra cui cotone, cacao e cereali.
La Russia è tra l’altro uno dei maggiori produttori mondiali di fertilizzanti naturali e, stando alla presentazione della suddetta tavola rotonda, Mosca, dopo aver distribuito a titolo gratuito fertilizzanti a vari paesi africani, intende ora «trasferire tecnologie agricole avanzate in Africa».
«Partnership strategiche a lungo termine con i fornitori russi, consentiranno ai Paesi di aumentare la produttività agricola, formare personale industriale qualificato, creare nuovi posti di lavoro e fornire generi alimentari di base alla popolazione», è detto nella nota di presentazione del summit, uno dei cui curatori di punta è il consorzio Uralkhim-Uralkalij, che nel 2022 ha condotto una trentina di corsi di formazione, con alcune migliaia di partecipanti africani.
Tra l’altro, oltre Uralkhim-Uralkalij, la Russia vanta altri tre colossi mondiali nel settore dei fertilizzanti: Akron, EvroKhim e FosAgro, la cui crescita esponenziale di esportazione in Africa è fuori discussione, in particolare con centinaia di migliaia di tonnellate di NPK (Azoto-Fosforo-Potassio), principale fertilizzante fosfatico utilizzato in Africa.
Secondo uno studio condotto da FAO-WFP, realizzato su iniziativa dell’organizzazione dell’Africa occidentale, nel 2021 i flussi complessivi di fertilizzanti russi hanno rappresentato il 50% del fabbisogno del Togo, il 40% del Ghana, il 35% del Burkina Faso e del Senegal, circa il 30% della Costa d’Avorio e oltre il 20% di Mali e Guinea.
Mosca si è mossa anche sul piano dell’immagine: su proposta di Vladimir Putin, Uralkhim-Uralkalij ha messo gratuitamente a disposizione 300.000 tonnellate di prodotti bloccati nei porti europei a causa delle sanzioni UE.
Dopo una prima spedizione a fine 2022 (23.000 tonnellate di NPK) in Burkina Faso, ne sono seguite altre due nel 2023, in Malawi (20.000 tonnellate di NPK) e Kenya (24.000 tonnellate di potassa, urea e NPK), per un totale di 77.000 tonnellate.
Annunciata una quarta spedizione, in Nigeria per lo stesso volume e la stessa tripla composizione del Kenya, ma non ancora effettuata, che avrebbe portato il volume totale a 110.000 tonnellate.
Di fatto, ha precisato il Ministero degli esteri russo, delle 262.000 tonnellate di previste forniture gratuite di fertilizzanti russi ai paesi più poveri, sotto egida ONU, ma bloccate in Lettonia, Estonia, Belgio e Paesi Bassi, nel 2023 sono state effettuate solo due spedizioni: 20.000 tonnellate in Malawi e 34.000 tonnellate in Kenya.
«In linea con le pratiche e le abitudini coloniali, la UE ha bloccato la nostra iniziativa. Ci sono voluti sei mesi per portare la spedizione in Malawi e solo di recente è stato possibile effettuare un’altra consegna in Kenya», ha dichiarato Sergej Lavrov lo scorso maggio, durante una visita in Kenya e Burundi.
Sul versante commerciale, non è da meno anche l’altro grosso produttore russo, FosAgro, che nel 2022 ha venduto circa 11 milioni di tonnellate di fertilizzanti, in crescita del 6,4% su base annuale: le vendite africane verso 21 Paesi, tra cui Sudafrica, Benin, Kenya, Costa d’Avorio, Mali e Camerun, hanno rappresentato il 6% della sua attività complessiva nel 2021.
Nel 2022, FosAgro è stata il primo esportatore russo in Africa con circa 500.000 tonnellate: più 25% in un anno.
Per chiudere, sul piano militare, con la decisione russa del 20 luglio sul blocco dei porti ucraini sul mar Nero, il livello di contrapposizione si fa ancora più elevato: l’Ucraina, osserva il politologo Dmitrij Soin, ha un «disperato bisogno di quei porti; non può sussistere senza la costa del mar Nero: è un duro colpo per la sua economia e le capacità di difesa».
Il blocco dei porti, però, può comportare non solo perdite da parte ucraina, ma anche cambiamenti nelle posizioni dei paesi occidentali: i soggetti «dell’accordo sul grano dovranno prendere una posizione chiara sul conflitto».
Soin ritiene che Mosca debba prepararsi a possibili provocazioni in mare: «ciò potrebbe portare a un nuovo ciclo di isteria globale anti-russa e alla giustificazione del sostegno all’Ucraina. Unica opzione, è quella di creare una situazione per cui quelle navi non abbiano dove attraccare».
Vale a dire, Mosca dovrebbe portare colpi precisi alle infrastrutture costiere: senza banchine, né hangar, né gru, i porti saranno completamente inutili.
E Mosca ha già cominciato.
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27/05/2023
Guerra in Ucraina - Bombardamenti di primavera
Si era appena placato, e nemmeno del tutto, il clamore per l'incursione oltre frontiera delle unità "di liberazione", che subito la nave da ricognizione e intelligence "Ivan Khurs" è stata attaccata da alcuni droni navali mentre si trovava a circa 140 chilometri a nord-est del Bosforo, nella zona economica esclusiva della Turchia, intenta a pattugliare (secondo quanto riferiscono le autorità russe) i gasdotti Blue Stream e Turkish Stream. Il primo filmato diffuso ieri mostrava tre doni che si avvicinavano rapidamente alla nave e venivano colpiti dalle artiglierie di bordo, mentre un altro filmato diffuso oggi ne mostra un altro che si dirige verso la fiancata destra della nave. Il filmato si interrompe immediatamente prima dell'impatto e non è possibile sapere cosa sia successo, ma se anche la nave è stata colpita non deve aver riportato danni, visto che non sono stati lanciati SOS e non si segnala attività di soccorso in zona.
Non è chiaro, e sarebbe interessante scoprirlo, da dove sono partiti i droni navali in questione. Che siano venuti fin da Odessa sembra piuttosto improbabile, ma non impossibile - ma se l'hanno fatto hanno utilizzato il "corridoio verde" che serve al trasporto del grano, cosa che avrebbe una serie di conseguenze poco piacevoli per il prosieguo dell'accordo. Potrebbero anche essere stati messi in mare più vicino, da una nave militare (di certo non ucraina, visto che non ne hanno più) o da un finto mercantile, ossia un mercantile vero ma utilizzato dalla marina per attività belliche. A questo si aggiunge, come ho scritto sopra, che l'attacco è avvenuto nella zona economica esclusiva della Turchia, che non sono le acque territoriali ma è comunque roba loro, e se la nave fosse affondata sarebbe stato un problema diplomatico non indifferente (e non è escluso che tra gli scopi dell'attacco ci fosse anche questo, col ballottaggio delle presidenziali il 28 maggio).
Come al solito, prima e durante l'attacco c'era un gran traffico di aerei spia NATO: l'onnipresente RQ-4B Global Hawk FORTE-10 (che parte da casa nostra) come al solito al centro del Mar Nero, un U2-S in volo su Bulgaria e Romania, un Breguet Br.1150 Atlantique 2 francese in volo sulla costa rumena, un Boeing RC-135W britannico tra Romania e Crimea, e poco più a nord del luogo dell'attacco un RQ-4D Phoenix NATO. Possiamo certamente pensare che la loro presenza sia del tutto casuale, se così ci conforta, ma tendo a non crederci.
Sempre a proposito di navi: il Ministero della Difesa britannico, che monitora con attenzione il Mar Nero, si è accorto di essere stato trollato dai russi che dal 14 maggio hanno modificato gli AIS delle loro navi per dare l'impressione che formassero una grande Z tra Eupatoria e Sebastopoli (tra l'altro inviando il segnale alla velocità di 102 nodi, 188 kmh, cosa che li ha un po' insospettiti). Ci sono rimasti male, anche perché ci hanno messo 11 giorni per rendersene conto. Allego la foto della Z presa dalla loro pagina Twitter, e il loro thread passivo-aggressivo come solo gli inglesi sanno essere.
Intanto, ucraini e russi continuano a tirarsi addosso di tutto. Oggi l'aviazione russa ha distrutto la diga di Karlivka sulla quale passa l'autostrada E50, una delle principali arterie logistiche del Donbas ancora in mano ucraina; proprio mentre scrivo i russi lanciano droni Geran un po' su tutto il fronte e gli ucraini rispondono con lanci di missili su Berdyansk, Tokmak e Vasilievka. E siccome prima delle offensive è buona norma bombardare, già impazzano le voci secondo le quali comincerà stanotte. Mi sembrano un po' pochi, ma che ne possiamo sapere.
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26/05/2023
Un drone USA partito da Sigonella sorvola la Crimea
Da tempo la Nato effettua voli di ricognizione impiegando aerei-radar e droni, oltre che i satelliti, per monitorare la guerra in Ucraina e fornire informazioni utili alle forze armate di Kiev. Ma molti di questi voli di ricognizione con i droni, sin da febbraio 2022, partono proprio dalla base di Sigonella, in Italia, rendendola così uno stato co-belligerante.
Il drone viene infatti utilizzato come piattaforma Hale (High Altitude Long Endurance) per la raccolta di informazioni a supporto di operazioni militari in tutto il mondo. In combattimento, le sue capacità di sorveglianza consentono un più preciso puntamento delle armi.
Il Global Hawk, è prodotto dalla statunitense Northrop Grumman, può sorvegliare in un periodo di 24 ore fino a 100 mila chilometri quadrati di territorio. Il suo costo è di 222 milioni di dollari.
Il 14 marzo scorso un caccia russo Su-27 aveva intercettato e volato intenzionalmente vicino ad un drone USA del tipo Reaper scaricando carburante davanti al drone senza pilota accecandone gli strumenti di visione. Uno dei jet russi aveva poi danneggiato l’elica posteriore del Reaper che a quel punto era stato abbattuto sul Mar Nero dagli stessi statunitensi.
A ottobre dello scorso anno un drone statunitense partito dalla base militare di Sigonella, in Sicilia, stava vigilando l’attacco compiuto con droni dall’esercito ucraino sul porto della città di Sebastopoli, in Crimea. Secondo i dati del portale Flightradar24, un drone da ricognizione strategica statunitense RQ-4B-40 Global Hawk, era decollato dalla base aerea della NATO a Sigonella, vicino a Catania e si trovava nei pressi del confine con la penisola russa della Crimea durante l’attacco compiuto dall’esercito ucraino sul porto della città di Sebastopoli.
A febbraio le missioni di volo dei droni militari Global Hawk sono state diverse, la rotta di volo è appunto con partenza dalla base Nato di Sigonella per poi sorvolare Grecia, Bulgaria, Romania fino all’Ucraina, dove vengono svolte operazioni a tappeto di monitoraggio del territorio ucraino. Le missioni di volo dei droni militari RQ-4 Global Hawk hanno una durata di ben 14 ore, comandati ovviamente da remoto, tramite satellite e base a terra.
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15/03/2023
Drone statunitense precipitato nel Mar Nero. Scambio di accuse tra Usa e Russia
Secondo l’alto ufficiale USA, il drone è stato intercettato da due caccia Su-27 russi, come già accaduto in più occasioni sul Mar Nero nei mesi scorsi. Ieri, però, uno dei caccia avrebbe scaricato carburante contro il drone e ne avrebbe urtato l’elica, causandone lo schianto. “Il nostro velivolo MQ-9 stava effettuando operazioni di routine nello spazio aereo internazionale, quando è stato intercettato e urtato da un aereo russo, che ha causato lo schianto e la perdita completa dell’MQ-9”, ha dichiarato Hecker, aggiungendo che “questa manovra pericolosa e non professionale da parte dei russi ha anzi quasi causato lo schianto di entrambi i velivoli”.
A quel punto gli Stati Uniti, pilotandolo in remoto, hanno deciso di farlo precipitare in acque internazionali.
Il Pentagono ha promesso di pubblicare un video dell’incidente tra il Su-27 russo e l’MQ-9 Reaper americano. Lo ha annunciato in un briefing il portavoce del Pentagono Patrick Ryder. Secondo il portavoce, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti sta lavorando alla declassificazione delle immagini relative alla collisione tra il caccia russo e l'UAV americano nel cielo del Mar Nero.
Quanto accaduto rappresenta il primo contatto fisico diretto tra velivoli militari statunitensi e russi dall’inizio del conflitto in Ucraina.
Risulta ancora ignoto lo scalo aereo da cui è decollato il drone precipitato. Un osservatore attento come Antonio Mazzeo ricorda che i “Reaper” della US Air Force operano da anni dalla base siciliana di Sigonella e anche dall’aeroporto militare di Larissa (Grecia). Dal gennaio 2021 uno di questi droni USA è stato trasferito anche nella base aerea di Câmpia Turzii, Romania.
Gli Stati Uniti hanno convocato l’ambasciatore russo a Washington dopo il fatto.
L’ambasciatore russo Anatoly Antonov ha definito però inaccettabili le attività militari statunitensi nelle immediate vicinanze dei confini russi. “L’attività inaccettabile delle forze armate statunitensi nelle immediate vicinanze dei nostri confini è fonte di preoccupazione. Siamo ben consapevoli dello scopo per cui vengono utilizzati tali veicoli da ricognizione e attacco senza equipaggio”, ha dichiarato il capo della missione diplomatica russa.
I droni americani, ha sottolineato l’ambasciatore, raccolgono informazioni di intelligence, che poi Kiev utilizza per colpire la Russia. Secondo Antonov, Mosca si aspetta che gli Stati Uniti “interrompano i voli vicino ai confini russi”.
Secondo il ministero della Difesa russo, nella mattinata del 14 marzo, un drone MQ-9 con transponder spenti ha violato i confini dell’area del regime temporaneo per l’uso dello spazio aereo sul Mar Nero. L’UAV si stava muovendo verso il confine russo e gli aerei da combattimento sono decollati per identificare l’intruso.
A seguito dell’incidente, che ha provocato lo schianto del drone, l’ambasciatore statunitense a Mosca ha consegnato un “messaggio molto forte” al ministero degli Esteri russo, e le autorità Usa hanno aggiornato la Nato sulla situazione.
Nel frattempo Washington sta cercando di impedire che il drone statunitense schiantatosi sul Mar Nero “cada nelle mani sbagliate”, ha detto alla CNN il coordinatore delle comunicazioni strategiche della Casa Bianca John Kirby. “Gli Stati Uniti hanno adottato misure per proteggere la nostra proprietà in relazione a questo particolare drone. Ovviamente non vogliamo che lo prenda nessuno tranne noi”, ha detto il funzionario.
L’MQ-9 Reaper è un drone pilotato in remoto, con un raggio d’azione di 1800 chilometri. Costa 56 milioni di dollari. È dotato di un motore turboelica e può sviluppare una velocità di 480 chilometri all’ora. La durata massima del volo è di 28 ore. Il drone è in grado di trasportare missili aria-superficie, aria-aria e bombe a guida laser.
Una volta finito in mare, il drone Usa non è stato recuperato. Il Pentagono ha confermato in serata che i resti del velivolo sono ancora in mare ma aveva escluso che li avessero potuti prendere i russi. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in visita in California, è stato subito informato ma non ha risposto alle domande dei giornalisti sulla vicenda. Sul luogo della caduta del drone statunitense, la Flotta russa del Mar Nero ha organizzato la ricerca e il recupero dei frammenti. Anche un elicottero della Flotta del Mar Nero della Federazione Russa è stato coinvolto nella ricerca del relitto.
Secondo alcuni osservatori la sensazione delle prime ore, dopo che è stato reso noto lo scontro tra i velivoli, è che né gli Stati Uniti né la Russia intendano fare dell’accaduto un pretesto per una reciproca escalation.
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05/03/2023
30/10/2022
Guerra in Ucrainba - Attaccata la base russa di Sebastopoli
Secondo l’agenzia russa Tass le navi della flotta del Mar Nero che sono state attaccate sono state coinvolte nella sicurezza del corridoio del grano utilizzato per esportare prodotti agricoli dai porti ucraini.
“Le navi della flotta del Mar Nero che sono state l’obiettivo dell’attacco terroristico sono coinvolte nel garantire la sicurezza del corridoio del grano nell’ambito dell’iniziativa internazionale per esportare prodotti agricoli dai porti ucraini“, ha affermato il ministero della Difesa russo.
Da Mosca sono partite accuse pesanti e specifiche alla Gran Bretagna per gli attacchi alla flotta del Mar Nero.
“Il ministero degli Esteri russo, insieme alle agenzie specializzate russe, sta valutando misure pratiche per quanto riguarda il coinvolgimento degli specialisti britannici nei preparativi per l’attacco terroristico nel Mar Nero del 29 ottobre e l’addestramento dell’esercito ucraino, come affermato dal ministero della Difesa russo“, ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakarova.
Le accuse di Mosca, secondo quanto riferisce la Tass, si estendono al sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nel quale secondo la Russia sono stati coinvolti anche esperti della Royal Navy britannica, che stava preparando il personale militare del 73° Centro per le operazioni speciali marittime dell’Ucraina per il recente attacco terroristico a Sebastopoli.
Secondo il ministero, esperti britannici hanno anche preparato l’esercito ucraino per l’attacco terroristico a Sebastopoli. “La preparazione di questo atto terroristico e l’addestramento del personale militare del 73° Centro operativo speciale marittimo ucraino sono stati effettuati sotto la guida di specialisti britannici situati nella città di Ochakov, nella regione di Nikolaev“, ha affermato il dipartimento.
“Secondo le informazioni a nostra disposizione, i rappresentanti della Marina britannica hanno partecipato alla pianificazione, al supporto e all’esecuzione dell’atto terroristico nel Mar Baltico il 26 settembre al fine di interrompere i gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2“, affermano le autorità russe.
La Gran Bretagna ha respinto la dichiarazione di Mosca. “Per distogliere l’attenzione dalla loro disastrosa gestione dell’invasione illegale dell’Ucraina, il ministero della Difesa russo sta ricorrendo alla diffusione di false affermazioni su scala epica“, ha dichiarato il ministero della Difesa britannico.
La Russia ha deciso di sospendere la sua partecipazione all’accordo sul grano dopo l’attacco alle navi ancorate a Sebastopoli e alle navi commerciali impiegate per la sicurezza del corridoio del grano, ha affermato il ministero della Difesa russo in una nota.
Mosca ha ufficialmente notificato al segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres la sospensione della partecipazione all’iniziativa sui cereali nel Mar Nero, si legge in una lettera che RIA Novosti ha potuto leggere.
“Tenendo conto dell’atto di terrorismo commesso dal regime di Kiev con la partecipazione di specialisti britannici il 29 ottobre 2022 contro le navi della Flotta del Mar Nero e le navi civili impiegate per salvaguardare la sicurezza del corridoio del grano, la Russia sospende la sua partecipazione all’attuazione degli accordi sulle esportazioni di prodotti agricoli dai porti ucraini“, si legge nella nota.
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01/07/2022
Partita da Berdyansk una seconda “nave del grano”, destinazione Africa
A renderlo noto è stato il governatore dell’amministrazione militare-civile filorussa della regione di Zaporizhzhia, Yevhen Balitsky, sul proprio canale Telegram. “Dopo diversi mesi di inattività, la prima nave mercantile ha lasciato il porto commerciale di Berdyansk. 7 mila tonnellate di grano sono partite verso i Paesi amici.
La sicurezza della nave da carico secco sarà assicurata dalle navi russe della base navale di Novorossijsk della flotta del Mar Nero. La baia di Berdyansk e il porto stesso sono completamente sicuri e i lavoratori e le attrezzature portuali sono pronti per effettuare il trasbordo di merci”, ha scritto Balitsky.
Le forze armate russe hanno anche annunciato di voler ritirare le truppe dall’Isola dei Serpenti, “per non ostacolare gli sforzi dell’Onu per liberare le esportazioni alimentari ucraine”. Lo riferisce la Tass.
Tuttavia, a Kiev non sarà consentito di usare l’isola come base per le sue esportazioni. “Il 30 giugno, in segno di buona volontà, le forze armate russe hanno completato i loro compiti sull’Isola dei Serpenti e hanno ritirato una guarnigione di stanza lì”, ha affermato il ministero della Difesa in una nota.
Nelle scorse ore è arrivata a destinazione anche la nave mercantile turca che il 22 giugno scorso aveva lasciato il porto ucraino di Mariupol. Un “via libera” dopo i colloqui tra le delegazioni turca e russa a Mosca sul grano bloccato in Ucraina.
La Russia già ai primi di giugno avrebbe concordato con Ucraina e Turchia uno schema preliminare per l’uscita dal porto di Odessa delle navi con il grano.
“Sarà possibile esportare i cereali in uscita dai porti sotto il controllo dell’Ucraina, a cominciare da quelli sul Mar Nero, come Odessa e i siti vicini” avevano dichiarato nelle settimane scorse le autorità russe. “Non siamo stati noi a minare gli scali, sono stati gli ucraini. Se si bonificano questi luoghi dalle mine le navi cariche di grano potranno salpare. Da parte nostra garantiremo il loro passaggio sicuro e senza problemi“.
Gli Stati Uniti hanno ammonito 14 Paesi, in gran parte africani, sul fatto che navi russe potrebbero essere dirette verso di loro ma che si tratta di “grano rubato” e quindi non dovrebbero acquistarlo.
Il Dipartimento di Stato Usa ha posto così molti paesi africani di fronte al dilemma: beneficiare di grano a buon mercato frutto dell’intervento militare russo in Ucraina ma mettendosi contro l’Occidente, o rifiutare un affare per poi dover acquistare il grano a prezzi di mercato, mentre le quotazioni si impennano e centinaia di migliaia di africani sono affamati?
Molti osservatori prevedono che i paesi africani sceglieranno la prima opzione nonostante le minacce statunitensi.
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