Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/05/2026

Una guerra in cui (quasi) tutti perdono

di Sergio Ferrari

A meno di tre mesi dall’inizio dell'aggressione di Israele e Stati Uniti contro Iran e Libano, si chiarisce l’effetto di questa: migliaia di vittime dirette e indirette e impatti negativi immediati e collaterali. Gli attacchi di Israele in Libano a partire dal 28 febbraio hanno già causato almeno 2.800 morti e 8.700 feriti, numero che continua a crescere nonostante il cessate il fuoco concordato in aprile. Verso la fine di quel mese, la Fondazione dei Martiri dell’Iran riconosceva quasi 3.500 morti come risultato dei bombardamenti nel loro paese. Da parte sua, un recente analisi della catena informativa tedesca Deutsche Welle calcola che, fino a questo momento, il conflitto ha generato spese militari vicine ai 30 miliardi di dollari e un fardello di infrastrutture distrutte, senza dubbio somme colossali per una eventuale futura ricostruzione.

Cereali tra le nuvole

L’aumento del costo dei combustibili a livello internazionale, conseguenza del controllo militarizzato dello Stretto di Hormuz, da dove circola un quinto del petrolio e del gas mondiale, si ripercuote direttamente sulle economie di numerose nazioni. Lo dimostra l’indice dei prezzi degli alimenti di base che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) pubblica mensilmente.

Quello di aprile conferma una tendenza al rialzo rispetto a marzo, in particolare per quanto riguarda gli oli vegetali, la carne e i cereali: circa l’1,6%. Sebbene non si tratti di un incremento isolato, ma del terzo consecutivo, il costo degli alimenti ad aprile è aumentato del 2,0% rispetto allo stesso mese del 2025, anche se è inferiore a quello di marzo 2022, quando è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina.

L’aumento del prezzo dei cereali (eccetto il sorgo e l’orzo) è preoccupante. Nel caso del grano, un 0,8%, conseguenza della pressione al rialzo dovuta alla siccità subita in alcune zone degli Stati Uniti e a una maggiore probabilità che le precipitazioni in Australia si situino al di sotto della media annuale. Ma i fattori meteorologici non spiegano tutto, come sottolinea bene la FAO. Questi incrementi sono dovuti anche alle “previsioni di una riduzione delle semine di grano nel 2026 [perché] gli agricoltori stanno optando per colture che richiedono meno fertilizzanti”, che i maggiori costi energetici e le perturbazioni legate alla chiusura effettiva dello stretto di Hormuz hanno notevolmente aumentato. Da parte sua, il mais è aumentato dello 0,7%, e come il grano, non solo a causa delle condizioni climatiche avverse in Brasile e negli Stati Uniti, ma anche per la forte domanda di etanolo “in un contesto di aumento dei costi” dei combustibili grezzi. Per quanto riguarda il riso in tutte le sue varietà, l’incremento è stato dell’1,9%.

Gli oli vegetali sono aumentati del 5,9% rispetto a marzo, il livello più alto dal luglio 2022, a causa dell’aumento dei prezzi della palma, della soia, del girasole e della colza. E la carne, 1,2%, ma il 6,4% in più rispetto ad aprile 2025.

Il prezzo dei prodotti lattiero-caseari e dello zucchero, gli altri due settori di riferimento, è diminuito ad aprile. Principalmente, a causa della diminuzione delle quotazioni internazionali del burro e del formaggio, anche se il prezzo del latte intero in polvere è rimasto stabile. D’altra parte, il calo del prezzo dello zucchero è stato principalmente dovuto alle aspettative di abbondanti forniture nel Mondo, rafforzate dal miglioramento delle prospettive di produzione, in particolare in Cina e Thailandia. In modo complementare, l’inizio della nuova raccolta in condizioni meteorologiche favorevoli nel sud del Brasile ha contribuito ulteriormente alla diminuzione generale dei prezzi internazionali di questo prodotto.

In sintesi, i consumatori di tutto il Mondo si confrontano con aumenti considerevoli dei prodotti essenziali come corollario diretto della guerra scatenata in Medio Oriente.

I pochi che guadagnano molto

Nonostante la tendenza perdente della maggior parte della popolazione mondiale, esistono aziende e settori economici che stanno ottenendo enormi profitti grazie a questa congiuntura così conflittuale.

Il su e giù incontrollato del mercato energetico da quando è stato imposto il doppio tappo allo Stretto di Hormuz beneficia, in primo luogo e fondamentalmente, diverse delle più grandi aziende di idrocarburi del mondo. Tra queste, come segnala un recente analisi della catena britannica BBC, le multinazionali europee con divisioni specializzate nell’acquisto e nella vendita fisica del petrolio, così come nelle operazioni di borsa. Grazie a queste attività, tra le altre, hanno potuto approfittare dei brutali movimenti del mercato durante il primo trimestre dell’anno per incrementare astronomicamente i loro guadagni.

È il caso della britannica British Petroleum (BP), che ha più che raddoppiato i suoi introiti in quel periodo, con guadagni di 3,2 miliardi di dollari. La Shell, della stessa bandiera, ha anche superato le aspettative degli analisti quando ha riportato un aumento dei suoi ricavi dell’ordine di 6,920 miliardi di dollari. Da parte sua, quelli della multinazionale francese TotalEnergies sono aumentati di quasi un terzo, con guadagni di 5,4 miliardi di dollari.

Il sito Web indipendente Democracy Now riprende un recente analisi del quotidiano britannico The Guardian che sostiene che le 100 principali aziende di petrolio e gas del mondo – tra cui Saudi Aramco, Gazprom ed ExxonMobil – hanno ottenuto più di 30 milioni di dollari all’ora in concetto di guadagni straordinari durante il primo mese della guerra contro l’Iran. Se il prezzo del barile di petrolio continua a mantenersi attorno ai 100 dollari, alla fine dell’anno queste aziende potrebbero guadagnare, insieme, 234 miliardi di dollari. Nel frattempo, “decine di paesi affrontano deficit di bilancio dopo aver ridotto le tasse sui combustibili per alleviare la situazione dei consumatori”.

L’articolo della BBC menziona altri tre settori che hanno beneficiato durante lo stesso periodo grazie alla guerra in Medio Oriente: quello bancario, quello dell’industria bellica e quello delle energie rinnovabili. Ad esempio, la divisione di borsa di JP Morgan ha registrato entrate record di 11,6 miliardi di dollari. Solo un'altra volta aveva guadagnato tanto in un solo trimestre. E le sei banche più potenti degli Stati Uniti, conosciute come “Le Sei Grandi” (Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, oltre a JP Morgan), hanno anch'esse aumentato sostanzialmente i loro ricavi. Il settore bancario nel suo complesso ha generato guadagni dell’ordine di 47,7 miliardi di dollari in questo breve periodo.

Previsioni allarmanti

Proiezioni economiche molto varie e di fonti diverse prevedono che nel 2026 i prezzi delle materie prime continueranno ad aumentare a passi da gigante, il che spingerà l’inflazione e il rallentamento della crescita economica. Tale è la tesi principale, ad esempio, di Commodity Markets Outlook (Prospettive dei mercati delle materie prime), del Gruppo Banca Mondiale. Nel suo ultimo rapporto prevede che quest’anno i prezzi dell’energia aumenteranno del 24%, raggiungendo così il loro livello più alto dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina, a causa del fatto che “la guerra in Medio Oriente sta provocando una grave perturbazione nei mercati mondiali delle materie prime”. E che i prezzi delle materie prime aumenteranno del 16%, spinti dal “vertiginoso incremento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, e dai massimi storici raggiunti dai prezzi di vari metalli chiave”.

Per quanto riguarda la crisi del petrolio, Commodity Markets Outlook segnala che gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni del trasporto marittimo nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 35% del commercio mondiale di questo prodotto, “hanno scatenato la maggiore crisi di approvvigionamento fino ad oggi, con una riduzione iniziale di circa 10 milioni di barili al giorno”. E precisa che, a metà aprile, i prezzi del petrolio Brent si trovavano già al 50% sopra i livelli registrati all’inizio dell’anno. Infine, prevede che nel 2026 raggiungerà una media di 86 dollari al barile, un notevole aumento rispetto ai 69 dollari nel 2025. Sempre che, avverte, “le perturbazioni più acute finiscano a maggio” e il trasporto marittimo attraverso lo stretto di Hormuz ritorni “gradualmente ai livelli precedenti alla guerra”.

Questa nuova guerra, al di là del suo risultato finale, conta già miliardi di perdenti e pochi vincitori. Perdono i più deboli, a causa dei bombardamenti indiscriminati e vedendo svanire più rapidamente i loro redditi in tutto il Mondo a causa degli aumenti incontrollabili del paniere, proprio come il dolore altrui.

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15/04/2026

Usa: «Emergenza mondiale dopo 12 settimane di guerra»

Gli americani sapevano tutto e sono andati avanti lo stesso. Ora stiamo danzando sul cratere di un vulcano, che potrebbe esplodere da un momento all’altro. La sciagurata gestione della guerra iraniana, sta facendo precipitare il Pianeta in quella che potrebbe diventare la più spaventosa crisi energetica che si sia mai vista. E mentre si moltiplicano gli allarmi dei mercati, politici narcisisti e presunti statisti senza personalità dimostrano tutta la loro inadeguatezza.

Se ne sono accorti solo adesso?

Scott Bessent, il Ministro del Tesoro degli Stati Uniti, aveva avvisato Trump dei danni che l’attacco all’Iran, quasi sicuramente, avrebbe provocato. Ma la cosa che fa più rabbia (e che indigna) è che Trump sia andato avanti lo stesso, specie dopo che Bessent gli aveva assicurato che, a pagare il prezzo più salato dell’azzardo Usa, sarebbero state Europa ed Asia. Ieri, la ‘Bibbia’ finanziaria americana, il Wall Street Journal, voce autorevole di chi, alla fine dei giochi, comanda veramente il Paese, è sceso in campo con un articolo (d’apertura) dal titolo assai sintomatico: «Iran, l’economia statunitense subirebbe un duro colpo in caso di guerra prolungata?».

Interrogativo non militare

«Un grande interrogativo non militare ha aleggiato sugli attacchi del Presidente Trump e ora sul cessate il fuoco nel Golfo Persico». La riflessione viene posta sotto forma di domanda, anche se a leggere i contenuti del quotidiano, in questi giorni, le risposte che vengono date sono univoche e ribadiscono la crescente preoccupazione, anzi, lo scoperto nervosismo per il peggioramento di molti indicatori economici. Tra l’altro, in modo molto ‘americano’, cioè analizzando i contraccolpi della crisi con un filtro autoreferenziale, nel report del WSJ si parla poco dell’effetto-domino sul resto del Pianeta. Una per tutte? La crescita a razzo del tasso d’inflazione metterà sicuramente la Federal Reserve con le spalle al muro: niente taglio dei tassi e addio stimolo all’economia. Poco male per gli Usa, che già crescono, ma l’Europa? Si, perché, inutile ribadirlo, la ‘Fed’ è la ‘madre’ di tutte le Banche centrali e le altre (a cominciare dalla BCE) si adeguano sempre. Senza, dunque, voler fare gli uccelli del malaugurio, all’orizzonte per il Vecchio continente si profila un periodo di prezzi alti e crescita stagnante. Tecnicamente, ‘stagflazione’. Un altro ‘dono’ della pensata avuta dal binomio Trump-Netanyahu.

Storia di una sciagura

Ci pensavano da un bel pezzo, Stati Uniti e Israele, a fare la festa allo stato maggiore della teocrazia persiana, Alì Khamenei in testa. Solo che Trump, almeno fino al giugno scorso, si era decisamente opposto, soppesando i pro e i contro di un simile azzardo. Anche per le sue eventuali ricadute nel campo della politica interna. Intendiamoci: gli ‘adviser’ gli avevano prospettato diversi scenari e lui, il cui obiettivo politico immediato erano le elezioni di ‘Mid term’, sembrava essersi convinto a frenare. Poi è successo qualcosa. Qualcosa di assolutamente illogico e imponderabile: perché, tutto ciò che Trump sta facendo, va non solo contro l’America, ma soprattutto contro i suoi stessi interessi, politici e personali. Un mistero. Da allora, nello Studio Ovale, si sono succedute riunioni su riunioni, per organizzare l’attacco valutando la portata degli effetti collaterali. Una situazione efficacemente descritta dal Wall Street Journal.

I danni? Per Asia ed Europa

«Dall’inizio dell’anno – scrive il giornale – il Presidente e i suoi consiglieri hanno ascoltato in privato membri del gabinetto, alleati politici e leader aziendali riguardo alle possibili conseguenze che una guerra di questo tipo potrebbe avere su Wall Street e sull’economia reale se non si concludesse entro un lasso di tempo ristretto. Molti hanno messo in guardia contro un conflitto più prolungato, o hanno ipotizzato scenari a sfavore di una guerra di questo tipo. Secondo fonti vicine alla vicenda, il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha parlato con Trump della reazione del mercato e dell’andamento dell’economia statunitense in relazione alla durata della guerra. Bessent e il Presidente hanno discusso delle varie misure che il Tesoro potrebbe adottare se la guerra si protraesse per otto-dodici settimane e di come gli Stati Uniti potrebbero essere vulnerabili a un potenziale aumento dei prezzi della benzina. Bessent ha affermato al Presidente di ritenere che l’Asia e l’Europa sarebbero le aree più vulnerabili all’aumento dei prezzi dell’energia derivante dalla guerra».

‘Colpa degli Adviser’

In un’intervista a Fox News, Trump ha cercato di giustificarsi, attribuendo sostanzialmente alla sua squadra di ‘advisers’ economici la responsabilità di avere sostenuto l’attacco. «Ho detto ai miei consiglieri economici ‘mi dispiace, ragazzi, siamo in ottima forma. Dobbiamo fare un piccolo viaggio in Iran e dobbiamo impedire loro di dotarsi di un’arma nucleare’. E tutti hanno risposto che erano d’accordo». Il report del WSJ fa venire a galla un altro aspetto da non sottovalutare: c’è una diversa percezione della crisi, non solo tra la sfera politica e quella imprenditoriale e finanziaria, ma anche all’interno degli stessi operatori economici.

I petrolieri la vedono nera

«L’amministratore delegato di JP Morgan Chase, Jamie Dimon, ha dichiarato che, se la guerra dovesse continuare, si verificherebbero ‘significativi e continui shock dei prezzi del petrolio e delle materie prime – avverte WSJ – insieme a una riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globali, che potrebbero portare a un’inflazione più persistente e, in ultima analisi, a tassi di interesse più elevati’. Inoltre, gli amministratori delegati delle tre maggiori compagnie petrolifere statunitensi hanno messo in guardia i funzionari dell’Amministrazione Trump, tra cui il Segretario all’Energia Chris Wright e il Segretario degli Interni Doug Burgum. I dirigenti hanno affermato che una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per il 20% delle forniture giornaliere mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, potrebbe mettere a dura prova le catene di approvvigionamento globali di carburante e che la crisi energetica potrebbe aggravarsi». I mercati finanziari non hanno compreso appieno la gravità delle limitazioni al flusso fisico di petrolio, ha dichiarato l’amministratore delegato di Chevron, Mike Wirth. Alla conferenza, Wright e Burgum hanno assicurato ai dirigenti del settore petrolifero che il blocco del traffico nello Stretto si sarebbe risolto entro poche settimane, anziché mesi.

Agricoltori in rivolta

«Brooke Rollins, Segretaria all’Agricoltura di Trump, avrebbe recentemente comunicato ai lobbisti del settore agricolo che le loro preoccupazioni riguardo all’aumento dei prezzi dei fertilizzanti legato alla chiusura dello Stretto di Hormuz sarebbero state portate direttamente all’attenzione del Presidente. ‘Il punto è che questa è una sorta di emergenza per i nostri agricoltori e abbiamo bisogno che l’approvvigionamento venga ripristinato’, ha dichiarato Ragland in un’intervista. Ha aggiunto che il messaggio degli agricoltori a Rollins e agli altri funzionari dell’Amministrazione era simile a quello di altri che sostenevano la tesi relativa all’economia: la guerra non deve essere prolungata. Secondo l’American Farm Bureau Federation – conclude il Wall Street Journal – circa metà della fornitura globale di urea, un fertilizzante a base di azoto, e quasi un terzo della fornitura di ammoniaca transitano solitamente attraverso lo Stretto».

Questo ci porta, naturalmente, a un settore dell’economia come l’agricoltura, sul quale l’impatto della Guerra del Golfo crescerà in modo esponenziale, proprio per il rincaro dei fertilizzanti. In ogni caso, il problema vero è che data la volatilità del mercato e l’estrema ambiguità delle decisioni politiche, nessuno è in grado di fare previsioni di qualsiasi tipo sui prezzi, che potrebbero muoversi fuori controllo.

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29/07/2023

Forum Russia-Africa: affari e politica

Sono stati 49 i paesi africani i cui leader si sono recati a Mosca il 27 e 28 luglio per il forum Russia-Africa. 49 su 54 paesi del Continente, a testimonianza di quanto “successo” abbia avuto il “pieno isolamento diplomatico” (di cui solo Rampini & co. sembrano essere convinti) decretato da Washington e Bruxelles nei confronti di Mosca, dopo il 24 febbraio 2022.

Il punto che più balza agli occhi, dando uno sguardo ai resoconti delle due giornate, è il rimando abbastanza frequente ai passati legami di Mosca con l’Africa: ovviamente i legami della Mosca capitale dell’Unione Sovietica.

Anche in varie dichiarazioni di Vladimir Putin – nella prima giornata, il presidente russo si è soffermato principalmente sulla questione del Black Sea Grain Initiative – si avverte una discreta dose di “appropriazione” del passato sovietico, da lui in molte altre occasioni apertamente disprezzato, a proposito dell’epoca in cui – davvero – l’URSS sosteneva con aiuti, quadri e armi le lotte di liberazione anti-coloniale di molti paesi africani.

Oggi, ciò che accomuna e Mosca e molte capitale africane è la tensione verso un mondo multipolare, per «una architettura più giusta dell’ordine mondiale» e la difesa costante della sovranità nazionale, ha detto Putin.

Mosca, ha continuato Vladimir Vladimirovic, sostiene l’idea di dare all’Unione Africana un posto nel G20; è a favore dell’estensione delle strutture africane alle Nazioni Unite, e in particolare per la riforma del Consiglio di sicurezza, che ne veda l’allargamento alle nuove realtà nazionali in espansione.

Putin ha annunciato la riapertura dell’ambasciata in Burkina Faso (chiusa nel 1992, ufficialmente per problemi economici) e Guinea Equatoriale, e l’aumento di personale in altre rappresentanze diplomatiche in Africa.

A proposito dei cereali, Putin ha ricordato che Mosca, nei primi 6 mesi del 2023, ha esportato 10 milioni di tonnellate di grano, contro i sei milioni dello stesso periodo del 2022. Per la questione del debito ha detto che, a oggi, la Russia ha cancellato 23 miliardi di dollari e, in base alle ultime richieste dei paesi africani, verranno stanziati oltre 90 milioni da destinare ai paesi africani più bisognosi.

Ma, in sostanza, “come mai la Russia ha bisogno dell’amicizia con l’Africa?“, si chiede Natal’ja Varsegova su Komsomol’skaja Pravda.

Dopo il lungo intervallo susseguente la fine dell’URSS e, poi, con l’intensificarsi delle sanzioni occidentali, Mosca si è orientata non solo verso l’Asia, ma anche a sudovest, e l’Africa offre prospettive molto promettenti, con il 17% di popolazione mondiale che va crescendo (si parla di un balzo da 1,4 miliardi di persone a 2,5 entro il 2050) e un PIL complessivo del continente che nel 2021 è cresciuto di circa il 7%.

La “TopTen” dei maggiori partner africani di Mosca include Marocco, Algeria, Tunisia, Senegal, Egitto, Ghana, Etiopia, Nigeria, Rep. Sudafricana, Kenya.

Per quanto riguarda gli scambi, gli ultimi tempi hanno registrato solo un 3% di export russo verso l’Africa (14,7 miliardi di dollari nel 2021) e 1% di import; ma tutto lascia prevedere un discreto sviluppo a tempi brevi.

Le due principali voci di scambi Russia-Africa, dice l’economista Georgij Ostapkovic, sono tradizionalmente date da prodotti alimentari, diretti principalmente verso paesi sub-sahariani, e derivati petroliferi.

Rispetto alle due voci più tradizionali, afferma l’analista Dmitrij Prokhorenko, cresce oggi la richiesta per attrezzature industriali, energetiche e prodotti metallurgici. Nel 2022 sono aumentate le consegne al continente di prodotti prima indirizzati verso altri mercati: acciaio e tubi, rame e filo di rame.

Ma il momento caratteristico del “periodo delle sanzioni” è il fatto che, se prima prodotti africani come caffè, tè, cacao, fiori, arance, limoni, minerali, tabacco arrivavano in Russia tramite società europee, oggi gli importatori russi operano direttamente con le aziende africane.

E anche per le transazioni, dicono gli economisti russi, si procede come da tradizione: voi fornite «merci a credito ai paesi poveri e quelli, “in segno di gratitudine”, concludono grossi contratti con aziende del tuo paese. È così che sta lavorando oggi la Cina: costruisce aeroporti, fabbriche, strade e molto altro in Africa.

La Russia cerca di non rimanere indietro: LUKOJL, Rosneft, VTB Bank, Fosagro, Jandeks, Kasperskij e altre nostre aziende leader operano con successo in Africa da molto tempo. I paesi africani aspettano il nostro aiuto per energia, sviluppo dei porti, costruzione di strade e ferrovie».

Al dunque, Mosca ha bisogno dell’Africa «per gli investimenti. Perché? Oltre alla missione umanitaria (risolvere i problemi della fame e della povertà), l’Africa è un mercato in crescita. È necessario crearvi impianti agricoli e industriali: con quelli, verranno i posti di lavoro; e allora comincerà a funzionare anche il mercato delle nostre esportazioni», dice senza mezzi termini l’analista finanziario Mikhail Beljaev.

Ma non sempre i paesi africani sono in grado di restituire i crediti, che vanno dunque cancellati: «una quindicina di anni fa abbiamo loro “condonato” 15 miliardi di dollari», dice Ostapkovic; «per il nostro paese, con un PIL di quasi 2 trilioni di $ annui, si tratta di una somma modesta. Ma è grazie a tale “beneficienza” che riusciamo a sviluppare la nostra influenza politica: in occasione di voti alle Nazioni Unite, su varie questioni, sono molti i paesi africani che prendono posizione con la Russia».

Il business per la politica; e viceversa.

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28/07/2023

Russia - La guerra in Ucraina rilancia il multilateralismo di Mosca in Africa

Sembra che l'offensiva ucraina sia decisamente entrata in una nuova fase (lo dice anche il New York Times, quindi è certamente vero...) il cui primo risultato sembrerebbe essere l'abbandono di Staromajors'ke da parte dei russi, nel settore di Velika Novosylka (per intenderci, a 6 chilometri da Staromlynivka che è a sua volta a qualche chilometro dalla prima linea di difesa strutturata), ma di questo parlerei stasera, con qualche notizia più certa.

Oggi invece è cominciato il summit Russia-Africa, aperto da un lungo discorso di Putin e dedicato in larga misura, come tutti si aspettavano, alla questione del grano, e più in generale degli approvvigionamenti alimentari per il continente africano.

Riassumendo i punti fondamentali:
- la Russia è uscita dagli accordi del grano perché le sue richieste, delle quali abbiamo parlato varie volte, non sono state accolte e perché la stragrande maggioranza dei prodotti agricoli è andata ai paesi ricchi, non a quelli bisognosi;
- nei primi sei mesi dell'anno la Russia ha esportato quasi 10 milioni di tonnellate di grano in Africa, cioè molto più di quanto non ne sia arrivato durante tutto l'anno in cui l'accordo sul grano ha funzionato, ovvero 1 milione di tonnellate;
- le sanzioni occidentali bloccano o ostacolano i rifornimenti russi di prodotti agricoli e fertilizzanti;
- delle 260.000 tonnellate di fertilizzanti russi bloccati nei porti europei, la Russia è riuscita a fare arrivare solo due carichi al Malawi e al Kenya;
- la Russia è disposta ad assistere i paesi africani dal punto di vista tecnico, finanziario, infrastrutturale ed energetico (incluso il nucleare), per consentirle non solo di raggiungere l'autosufficienza alimentare ma anche di esportare i propri prodotti;
- c'è un progetto per aprire una zona industriale vicino al canale di Suez, da dove i prodotti potranno raggiungere tutte le nazioni africane;
- infine, la Russia è disposta a mandare nei prossimi mesi 25-50.000 tonnellate di grano a ciascuno dei paesi più bisognosi, ovvero Eritrea, Burkina Faso, Zimbabwe, Mali, Somalia e Repubblica Centrafricana, gratis incluso il trasporto. Ha poi annunciato la cancellazione di 691 milioni di dollari di debito somalo.

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21/07/2023

L’accordo sul grano e la fame nei paesi poveri

Il Ministero della difesa russo ha annunciato ufficialmente che, a partire dal 20 luglio, ogni vascello in rotta verso porti ucraini sul mar Nero verrà considerato un potenziale trasporto di armi.

La decisione, è detto, è legata alla fine del cosiddetto “Accordo sul grano” e la relativa riduzione del corridoio umanitario marittimo. Mosca aggiunge che i paesi la cui bandiera è issata su dette navi, verranno considerati implicati nel conflitto dalla parte del regime di Kiev.

Alcune zone nei bacini nordoccidentale e sudorientale delle acque internazionali del mar Nero sono state dichiarate temporaneamente pericolose per la navigazione: sono stati diramati i relativi avvisi informativi previsti dalla procedura sulla revoca delle garanzie di sicurezza ai natanti.

Questo, per quanto riguarda l’aspetto strettamente militare della questione sul ritiro russo dalla Black Sea Grain Initiative.

Sul piano “alimentare”, Jeune Afrique lamenta il pericolo di un balzo dei prezzi alimentari nei paesi africani, in larga parte dipendenti da cereali ucraini e russi.

Secondo l’ONU, scrive Maher Hajbi, la decisione di Mosca avrà conseguenze di vasta portata per «centinaia di milioni di persone bisognose», soprattutto in Africa. Infatti, le importazioni africane di grano rappresentano quasi il 90% del commercio con la Russia e circa il 50% con l’Ucraina.

Secondo la FAO, alcuni paesi africani hanno una dipendenza “pericolosa” dalle esportazioni cerealicole russo-ucraine; tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 miliardi dall’Ucraina.

In base a dati UNCTAD, tra il 2018 e il 2020, Benin e Somalia sono dipesi totalmente dal grano russo e ucraino, che ha rappresentato il 100% del loro approvvigionamento.

Primo importatore mondiale e primo consumatore africano di cereali, l’Egitto acquista l’81% del fabbisogno da Mosca (61%) e Kiev (20%); altri 15 paesi africani dipendono per oltre il 55% dei propri approvvigionamenti da Ucraina e Russia: in particolare Sudan (75%), RDC (68%), Senegal (65%), Congo 61%.

Altra questione: avere una precisa rappresentazione di quali siano i diretti fornitori, ad esempio, della produzione agricola ucraina, dal momento che, come ribadito da Mosca, vari “intermediari” europei, acquistano grano ucraino a prezzi di dumping, lo trasformano e lo rivendono «come prodotto finito ad alto valore aggiunto.

Gli occidentali guadagnano due volte, sia sulla vendita che sulla lavorazione del grano. Inoltre, USA e UE stanno speculando sui prezzi, creando una carenza artificiale di merci, e stanno spingendo i prodotti agricoli russi fuori dai mercati mondiali attraverso l’imposizione di sanzioni unilaterali illegali».

Ragion per cui il ritiro di Mosca dall’Accordo non significa che la Russia interrompa le proprie forniture di cereali, in particolare a vari paesi africani, come la vulgata agitata anche dai fascisti di governo, secondo cui il ritiro russo dall’accordo mostrerebbe i veri amici e nemici dei Paesi poveri.

Quanto il mercato dipenda in larga parte dagli “intermediari” euro-atlantici, lo dimostrerebbero d’altronde anche le cifre riportate dall’economista algerino Mahfoud Kaoubi, che parla di un rialzo sui mercati internazionali del prezzo del grano del 3% e del mais per il 2%. Kaoubi teme anche il pericolo che l’India, secondo produttore di grano al mondo, possa in qualsiasi momento giocare la carta del divieto di esportazione, aggravando così il rischio di penuria di scorte nei paesi africani, alcuni dei quali, già dall’inizio del conflitto in Ucraina, cercano di affidarsi alle risorse locali.

In Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, per esempio, si ricorre a manioca e patate dolci per fare il pane; il Togo si è posto l’obiettivo di produrre 10.000 tonnellate di fonio entro il 2028. Un’alternativa ai cereali ucraini e russi sono sorgo e miglio.

Da parte sua, la Russia cerca di non allentare i propri legami africani, anche seguendo la strada del sostegno alle produzioni locali, attraverso i fertilizzanti, che sono uno degli elementi contestati da Mosca, il cui mancato rispetto da parte occidentale ha contribuito a provocare la decisione sul ritiro dall’Accordo.

La questione dei fertilizzanti, nota Estelle Maussion ancora su Jeune Afrique, è a tal punto importante che il programma del secondo vertice Russia-Africa (si terrà a Piter il 27 e 28 luglio) prevede una tavola rotonda specifica sul tema: “La stabilità del mercato dei fertilizzanti come garanzia per lo sradicamento della fame nei Paesi africani”.

A Piter si parlerà anche in particolare del “Partenariato Russia-Africa a favore della sovranità alimentare”, sottolineando che i fertilizzanti sono fondamentali per molte produzioni africane tra cui cotone, cacao e cereali.

La Russia è tra l’altro uno dei maggiori produttori mondiali di fertilizzanti naturali e, stando alla presentazione della suddetta tavola rotonda, Mosca, dopo aver distribuito a titolo gratuito fertilizzanti a vari paesi africani, intende ora «trasferire tecnologie agricole avanzate in Africa».

«Partnership strategiche a lungo termine con i fornitori russi, consentiranno ai Paesi di aumentare la produttività agricola, formare personale industriale qualificato, creare nuovi posti di lavoro e fornire generi alimentari di base alla popolazione», è detto nella nota di presentazione del summit, uno dei cui curatori di punta è il consorzio Uralkhim-Uralkalij, che nel 2022 ha condotto una trentina di corsi di formazione, con alcune migliaia di partecipanti africani.

Tra l’altro, oltre Uralkhim-Uralkalij, la Russia vanta altri tre colossi mondiali nel settore dei fertilizzanti: Akron, EvroKhim e FosAgro, la cui crescita esponenziale di esportazione in Africa è fuori discussione, in particolare con centinaia di migliaia di tonnellate di NPK (Azoto-Fosforo-Potassio), principale fertilizzante fosfatico utilizzato in Africa.

Secondo uno studio condotto da FAO-WFP, realizzato su iniziativa dell’organizzazione dell’Africa occidentale, nel 2021 i flussi complessivi di fertilizzanti russi hanno rappresentato il 50% del fabbisogno del Togo, il 40% del Ghana, il 35% del Burkina Faso e del Senegal, circa il 30% della Costa d’Avorio e oltre il 20% di Mali e Guinea.

Mosca si è mossa anche sul piano dell’immagine: su proposta di Vladimir Putin, Uralkhim-Uralkalij ha messo gratuitamente a disposizione 300.000 tonnellate di prodotti bloccati nei porti europei a causa delle sanzioni UE.

Dopo una prima spedizione a fine 2022 (23.000 tonnellate di NPK) in Burkina Faso, ne sono seguite altre due nel 2023, in Malawi (20.000 tonnellate di NPK) e Kenya (24.000 tonnellate di potassa, urea e NPK), per un totale di 77.000 tonnellate.

Annunciata una quarta spedizione, in Nigeria per lo stesso volume e la stessa tripla composizione del Kenya, ma non ancora effettuata, che avrebbe portato il volume totale a 110.000 tonnellate.

Di fatto, ha precisato il Ministero degli esteri russo, delle 262.000 tonnellate di previste forniture gratuite di fertilizzanti russi ai paesi più poveri, sotto egida ONU, ma bloccate in Lettonia, Estonia, Belgio e Paesi Bassi, nel 2023 sono state effettuate solo due spedizioni: 20.000 tonnellate in Malawi e 34.000 tonnellate in Kenya.

«In linea con le pratiche e le abitudini coloniali, la UE ha bloccato la nostra iniziativa. Ci sono voluti sei mesi per portare la spedizione in Malawi e solo di recente è stato possibile effettuare un’altra consegna in Kenya», ha dichiarato Sergej Lavrov lo scorso maggio, durante una visita in Kenya e Burundi.

Sul versante commerciale, non è da meno anche l’altro grosso produttore russo, FosAgro, che nel 2022 ha venduto circa 11 milioni di tonnellate di fertilizzanti, in crescita del 6,4% su base annuale: le vendite africane verso 21 Paesi, tra cui Sudafrica, Benin, Kenya, Costa d’Avorio, Mali e Camerun, hanno rappresentato il 6% della sua attività complessiva nel 2021.

Nel 2022, FosAgro è stata il primo esportatore russo in Africa con circa 500.000 tonnellate: più 25% in un anno.

Per chiudere, sul piano militare, con la decisione russa del 20 luglio sul blocco dei porti ucraini sul mar Nero, il livello di contrapposizione si fa ancora più elevato: l’Ucraina, osserva il politologo Dmitrij Soin, ha un «disperato bisogno di quei porti; non può sussistere senza la costa del mar Nero: è un duro colpo per la sua economia e le capacità di difesa».

Il blocco dei porti, però, può comportare non solo perdite da parte ucraina, ma anche cambiamenti nelle posizioni dei paesi occidentali: i soggetti «dell’accordo sul grano dovranno prendere una posizione chiara sul conflitto».

Soin ritiene che Mosca debba prepararsi a possibili provocazioni in mare: «ciò potrebbe portare a un nuovo ciclo di isteria globale anti-russa e alla giustificazione del sostegno all’Ucraina. Unica opzione, è quella di creare una situazione per cui quelle navi non abbiano dove attraccare».

Vale a dire, Mosca dovrebbe portare colpi precisi alle infrastrutture costiere: senza banchine, né hangar, né gru, i porti saranno completamente inutili.

E Mosca ha già cominciato.

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19/07/2023

“La Black Sea Grain Initiative è ormai storia”

Il 18 luglio la Russia si è definitivamente ritirata dal cosiddetto “Accordo sul grano”, la Black Sea Grain Initiative. Mosca ammoniva da tempo che, dopo le tre proroghe accordate, non avrebbe rinnovato l’accordo per l’esportazione di grano, mais e girasole ucraino, dal momento che, praticamente sin dal suo avvio, un anno fa, non sono state rispettate le altre clausole annesse.

Il Cremlino ha informato anche l’Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni Unite sul ritiro russo dalle garanzie per la sicurezza della navigazione nel mar Nero. Il presidente turco Recep Erdogan ha detto lapidario che «La Black Sea Grain Initiative è storia».

In una nota dettagliata, il Ministero degli esteri (MID) russo ricorda che il 22 luglio 2022 erano stati firmati a Istanbul due accordi interconnessi: la “Black Sea Initiative” sull’esportazione di prodotti agricoli ucraini e dell’ammoniaca russa e il Memorandum Russia-ONU sulla normalizzazione delle esportazioni russe di prodotti agricoli e fertilizzanti.

L’obiettivo dichiarato dall’ONU era quello di garantire la sicurezza alimentare globale, ridurre la minaccia della fame e aiutare i paesi bisognosi in Asia, Africa e America Latina. Allo scopo, era stato individuato un corridoio marittimo umanitario, e il Centro di coordinamento congiunto (JCC) a Istanbul operava registrando e ispezionando le navi destinate all’esportazione dei prodotti agricoli.

Il fatto è che nell’anno di operatività dell’Accordo, ai paesi considerati bisognosi – Etiopia, Yemen, Afghanistan, Sudan Somalia – non è andato che il 3% (meno di un milione di tonnellate) sugli oltre 32 milioni totali di prodotti esportati: oltre il 70% (26,3 milioni di tonnellate) ha preso la via di paesi con livelli di reddito medio-alto, UE compresa.

Altre stime parlano di 8% ai paesi poveri e 53% ai paesi occidentali.

Come che sia, nulla di strano, se si ricorda che oltre 17 milioni di ettari di fertilissime ‘terre nere’ ucraine sono oggi di proprietà di colossi quali Cargill, DuPont, Monsanto, che se le erano assicurate quando, con l’ex presidente golpista Petro Porošenko, nel 2016 Kiev aveva revocato, su dettame del FMI, la moratoria di 20 anni sulla loro vendita.

Da parte europea, nota il MID, si acquista grano ucraino a prezzi di dumping, lo si trasforma e lo si rivende «come prodotto finito ad alto valore aggiunto. Gli occidentali guadagnano due volte, sia sulla vendita che sulla lavorazione del grano. Inoltre, USA e UE stanno speculando sui prezzi, creando una carenza artificiale di merci, e stanno spingendo i prodotti agricoli russi fuori dai mercati mondiali attraverso l’imposizione di sanzioni unilaterali illegali».

Per quanto riguarda il Memorandum Russia-ONU, esso in realtà non è mai entrato in vigore: da luglio 2022 la sola UE ha emesso cinque nuovi pacchetti di sanzioni, così che i pagamenti bancari russi, le assicurazioni e la logistica dei trasporti, le forniture di pezzi di ricambio e le attività estere sono completamente bloccate.

Nessuno dei cinque obiettivi previsti dal Memorandum è stato assolto, a cominciare dal previsto riavvio del collegamento di Rosselkhozbank al SWIFT.

Un esempio illuminante di come l’Accordo abbia “operato” è quello delle previste forniture gratuite di fertilizzanti minerali russi ai paesi più poveri, sotto egida ONU. Delle 262.000 tonnellate di prodotti bloccati in Lettonia, Estonia, Belgio e Paesi Bassi, sono state effettuate solo due spedizioni: 20.000 tonnellate in Malawi e 34.000 tonnellate in Kenya.

Altro punto non rispettato è quello dell’importazione in Russia di pezzi di ricambio e attrezzature per produzione agricola e fertilizzanti: vietata perché, si dice, si tratta di beni “a duplice uso”. «L’intero territorio del nostro Paese è stato dichiarato zona a rischio di guerra con tassi assicurativi esorbitanti fino a livelli proibitivi, e i porti esteri sono chiusi alle nostre navi e ai nostri carichi. I conti esteri delle aziende agricole nazionali sono congelati».

Non rispettata nemmeno la riattivazione del condotto Togliatti-Odessa per l’ammoniaca, prevista da entrambi gli accordi di Istanbul: semplicemente, lo scorso 5 giugno, il regime golpista ha fatto saltare in aria il condotto.

Per parte sua, durante l’anno di attuazione dell’accordo, l’Ucraina ha guadagnato 9,2 miliardi di dollari dall’esportazione di circa 33 milioni di tonnellate di cereali via mare. Però, nota il politologo ed ex capo del governo della LNR, Marat Baširov, Kiev non ha ricevuto tale somma in soldi: sono andati tutti nel pagamento delle armi occidentali: da qui l’isteria dei golpisti ucraini.

In Russia, al contrario, i produttori agricoli parlano di perdite di circa un miliardo di rubli, a causa degli sconti sul grano ucraino, senza contare le perdite delle aziende produttrici di fertilizzanti.

Il FMI stima in 800 milioni di dollari al mese le potenziali perdite ucraine per il mancato rinnovo dell’Accordo e nel caso la UE proroghi i divieti alle esportazioni di grano ucraino.

Sono proprio i cinque paesi confinanti con l’Ucraina – Ungheria, Bulgaria, Polonia, Romania e Slovacchia – i cui produttori agricoli stanno subendo le conseguenze del dumping ucraino, a chiedere alla Commissione europea di prorogare il divieto di importazione di prodotti agricoli ucraini anche dopo il 15 settembre.

Dalla Casa Bianca, il portavoce John Kirby “suggerisce” a Kiev di orientarsi all’esportazione «via terra, su rotaia, su camion. Pur se è più difficile e meno efficace»; anche perché tale opzione è da molto tempo contestata dagli agricoltori polacchi, moldavi, rumeni, per non parlare dell’onere aggiuntivo per le infrastrutture di trasporto.

Si fa notare che Kiev potrebbe – lo ha annunciato Vladimir Zelenskij – far partire comunque navi, rischiando scientemente di provocare la reazione russa: se Mosca attaccasse una nave ucraina carica di cereali, in Occidente si griderebbe alla “pirateria russa”; se ciò dovesse accadere con vascelli battenti bandiera straniera, la crisi sarebbe molto più rischiosa.

Così che, qualcuno, a Mosca, nel caso Kiev azzardi un tale passo, suggerisce di colpire le strutture portuali di Odessa, come d’altronde è accaduto nella notte del 18 luglio, allorché le forze russe hanno attaccato con lanci missilistici da nave un cantiere navale del porto di Odessa, in cui si allestiscono droni marittimi per attacchi terroristici.

Colpiti anche, a Nikolaev e Odessa, impianti di stoccaggio del carburante per le forze ucraine. Ma, in questo caso, Mosca ha parlato di ritorsione per l’attacco terroristico ucraino al ponte di Crimea nella notte del 17 luglio.

Per quanto riguarda invece la stessa Russia, all’Unione russa del frumento fanno notare che, tra luglio 2022 e giugno 2023, la Russia ha esportato la cifra record di 60 milioni di tonnellate di cereali, di cui 47 milioni di frumento, mentre nella campagna agricola 2021-2022 ne aveva esportato solo 38 milioni, con ricavi nel 2022 – a detta del Ministero dell’Agricoltura – pari a 41 miliardi di dollari.

«Gli acquirenti continueranno a ricevere il nostro grano, come prima, anche dopo la fine dell’accordo. Tutti gli obblighi contrattuali saranno rispettati», dicono all’Unione degli esportatori di cereali.

L’accordo del grano, tra le altre cose, aveva fatto crollare i prezzi mondiali dei prodotti alimentari. «Anche un’analisi superficiale suggerisce che lo scoppio delle ostilità in Ucraina aveva provocato un significativo aumento dei prezzi alimentari sul mercato mondiale», afferma Maksim Maksimov, dell’Università “Plekhanov” di Mosca.

A marzo 2022 «l’indice composito dei prezzi FAO era salito a 160 punti; per cereali e oli vegetali era stato stimato rispettivamente in circa 170 e 210 punti. Poi, dopo l’avvio dell’accordo, il livello dei prezzi ha iniziato a diminuire e nel giugno 2023 il valore medio dell’indice FAO dei prezzi dei cereali era di 126,6 punti».

L’esportazione di fertilizzanti minerali è diminuita di circa il 15% a causa delle sanzioni; ma, nel 2023, la Russia sta gradualmente ripristinando l’export di fertilizzanti e già quest’anno può raggiungere livelli di offerta paragonabili ai record del 2021, quasi 38 milioni di tonnellate.

Ancora Marat Baširov sostiene che, nell’anno trascorso, non si è trattato di «alcun “accordo del grano”. C’è stata la Black Sea Grain Initiative. Un accordo è quando tutte le parti che lo stipulano ottengono un vantaggio. Per un anno abbiamo offerto l’opportunità di esportare grano da tre porti ucraini.

Ci è stato promesso il collegamento ai sistemi SWIFT per effettuare pagamenti per i nostri prodotti agricoli, l’esportazione dei nostri fertilizzanti, anche attraverso il condotto dell’ammoniaca fino a Odessa, e l’opportunità di esportare grano russo con l’assicurazione per le navi». Ma nulla di tutto questo è stato fatto.

Sembra che troppo spesso, a Ovest, le richieste russe di accordo reciprocamente vantaggioso e gli ammonimenti di Mosca, vengano platealmente e provocatoriamente ignorati. Nel caso in questione, sarà curioso vedere come Washington e Bruxelles si arricchiranno di contrabbando, accusando Mosca di “affamare i paesi poveri”.

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