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05/09/2023

Russia-Turchia, partner oltre il grano

Il faccia a faccia di Sochi dopo quasi un anno tra Putin ed Erdogan non ha, come previsto, risuscitato l’accordo del Mar Nero sul grano né, tantomeno, ha dato un qualche impulso al processo diplomatico per la sospensione delle ostilità in Ucraina. Queste aspettative appartenevano tuttavia soprattutto a governi e commentatori occidentali, mentre il senso del vertice di lunedì andava ricercato con ogni probabilità altrove. L’interesse principale risiedeva piuttosto nella verifica dello stato dei rapporti tra i due leader e i rispettivi paesi dopo le elezioni in Turchia del maggio scorso e il presunto riallineamento strategico di Erdogan verso occidente.

L’accordo sull’esportazione di grano ucraino attraverso la rotta del Mar Nero non aveva alcuna possibilità di essere ristabilito vista l’assenza di segnali positivi nei confronti di Mosca da parte di Europa e Stati Uniti. Putin non ha potuto così che ribadire le condizioni necessarie alla reintroduzione della “Iniziativa del Mar Nero”, com’è ufficialmente chiamato l’accordo sul grano. Il Cremlino aveva deciso l’uscita unilaterale dall’accordo nel luglio scorso perché non erano stati soddisfatti i termini concordati a favore della Russia, vale a dire la cancellazione delle sanzioni che bloccano l’esportazione dei propri prodotti agricoli e la riammissione della Banca Agricola russa nel sistema internazionale di transazioni finanziarie SWIFT.

Erdogan ha cercato di dare una nota di ottimismo al fallimento dei colloqui con Putin in questo ambito, parlando di una nuova proposta in fase di studio in sede ONU. Il segretario generale Guterres si sarebbe infatti mosso per risolvere l’esclusione della banca russa dal circuito SWIFT, ma qualsiasi eventuale progresso potrà avvenire solo se cesseranno tutte le restrizioni all’export agricolo russo. È d’altra parte l’Ucraina ad avere più bisogno dell’accordo della Russia, la quale continua a esportare grano e fertilizzanti.

Dopo l’uscita dall’accordo, infatti, Mosca aveva annunciato di considerare come potenziale obiettivo militare tutte le imbarcazioni non autorizzate in transito nel Mar Nero. Il blocco rappresenta un ostacolo enorme per il regime di Kiev, che si è visto chiudere la rotta per le esportazioni di grano, oltretutto con crescenti difficoltà di stoccaggio. Un ulteriore schiaffo all’Ucraina è stato poi l’accordo presentato a Sochi tra Russia, Turchia e Qatar, secondo il quale Mosca donerà un milione di tonnellate di grano ad alcuni paesi africani, dove arriverà dopo essere stato processato in territorio turco e grazie al finanziamento dell’emirato mediorientale.

Lo stesso Erdogan ha sostanzialmente sposato la versione russa sull’accordo, quando ha auspicato che venga posto rimedio alle “carenze” dell’iniziativa. Kiev, inoltre, secondo il presidente turco dovrà avere un approccio più ragionevole alla questione. I commenti dei media occidentali seguiti all’incontro tra Erdogan e Putin hanno invece evidenziato l’atteggiamento rigido e i presunti diktat di quest’ultimo, tralasciando anche di ricordare due altri aspetti dell’accordo. Il primo è che solo una minima parte del grano ucraino esportato fino alla metà di luglio era stato destinato a paesi poveri; la gran parte se l’era assicurata invece l’Europa. Il secondo è che il regime di Zelensky aveva approfittato del corridoio istituito nel Mar Nero per movimentare armi ed equipaggiamenti militari.

Altri temi di maggiore peso per Russia e Turchia hanno ad ogni modo tenuto banco a Sochi. Il più caldo è senza dubbio la creazione in Turchia di un “hub” regionale attraverso il quale il gas russo verrebbe venduto in Europa. Il progetto è allo studio da tempo e viene considerato della massima importanza da Ankara. Ironicamente, un nuovo sistema con al centro la Turchia è visto con interesse anche da quei paesi europei, a cominciare dalla Germania, che stanno subendo le conseguenze più gravi del venir meno o del ridimensionamento degli approvvigionamenti di gas russo attraverso l’Europa orientale.

L’altro ambito dal maggiore peso strategico della partnership russo-turca è quello dell’energia nucleare. Nei mesi scorsi, Erdogan e Putin avevano inaugurato la prima centrale turca, costruita con tecnologia russa, nella località di Akkuyu. A Sochi i due presidenti hanno ora discusso la possibile costruzione di una seconda centrale nucleare, probabilmente nella città di Sinop, sul Mar Nero.

Sul piano della cooperazione regionale, Erdogan e Putin hanno fatto infine il punto della situazione nelle aree di crisi dove gli interessi di Russia e Turchia si sovrappongono o si scontrano più o meno apertamente. Dalla Siria alla Libia fino al Caucaso meridionale, i motivi di scontro e, allo stesso tempo, di collaborazione sono molteplici, ma ciò che è emerso dal vertice è la volontà di continuare a discutere e mantenere aperti canali di comunicazione.

C’erano insomma parecchie perplessità sulle scelte fatte da Erdogan dopo il successo elettorale di maggio. Il cambiamento di rotta e il riavvicinamento agli Stati Uniti e agli alleati NATO sembrava essere stato confermato anche dal successivo cordiale incontro con Zelensky a Istanbul, dove, con un gesto simbolico mal digerito da Mosca, Erdogan aveva rilasciato alcuni comandanti del battaglione neo-nazista Azov sotto custodia turca e che il governo di Ankara si era impegnato a non liberare prima delle fine della guerra.

Il comportamento del presidente turco a Sochi ha invece preso molti di sorpresa in Occidente. Poco dopo lo storico vertice dei BRICS in Sudafrica, Erdogan ha ribadito in particolare l’intenzione di continuare a giocare sul tavolo del multipolarismo. Un’attitudine che ha evidenziato nel corso del vertice di lunedì quando ha ad esempio sottolineato la necessità di utilizzare, al posto del dollaro, le valute di Russia e Turchia negli scambi commerciali bilaterali. In generale, Ankara non intende ridimensionare i rapporti con Mosca, tanto che è stato lo stesso Erdogan a celebrare la crescente diversificazione dei commerci e a fissare, in questo ambito, l’obiettivo del raggiungimento nel prossimo futuro della soglia dei 100 miliardi di dollari annui.

L’amicizia con Putin o la volontà di assecondare il presidente russo sono in definitiva fattori che non incidono, oppure incidono in minima parte, sulla natura dei rapporti tra Russia e Turchia. Le scelte turche sfuggono in larga misura alla comprensione occidentale precisamente perché sono improntate a una politica estera indipendente modellata sugli interessi nazionali, cosa ormai di fatto sparita dai processi decisionali, soprattutto europei. In questa prospettiva, è perfettamente normale che Erdogan continui a trovare in Putin un interlocutore con cui discutere temi controversi, ma anche fare affari e costruire le basi per il consolidamento di una partnership strategica.

Una condotta, quella di Erdogan, che, sia pure con tutti gli errori e i limiti mostrati in due decenni al potere, andrebbe considerata con estrema attenzione in un’Europa paralizzata dal servilismo verso Washington e incapace di individuare una via d’uscita percorribile alla disastrosa avventura della guerra in Ucraina.

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04/09/2023

Guerra in Ucraina - Zelenski silura il ministro della Difesa

Le purghe avviate da Zelenski contro i comandi militari e territoriali hanno fatto un’altra vittima eccellente con il licenziamento del ministro della Difesa Oleksiy Reznikov.

La decisione, già anticipata dalla stampa ucraina nei giorni scorsi, è stata giustificata dal presidente citando l’esigenza di “nuovi approcci” al conflitto contro la Russia, che si protrae ormai da 19 mesi. “Ho deciso di sostituire il ministro della Difesa dell’Ucraina. Oleksiy Reznikov ha affrontato più di 550 giorni di guerra aperta”, ha annunciato Zelensky, che ha anche confermato di volerlo sostituire con l’imprenditore e investitore Rustem Umerov, già vicecapo della delegazione permanente presso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e direttore del Fondo per le proprietà statali.

“Il signor Umerov non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Mi aspetto che il parlamento sostenga questo candidato”, ha detto Zelensky. L’annuncio della sostituzione di Reznikov giunge sull’onda di una serie di scandali sulla corruzione nei vertici ucraini che hanno coinvolto il ministero della Difesa, e che hanno già portato al licenziamento di diversi funzionari di alto livello, alle dimissioni del viceministro, e alla decisione del presidente di rimuovere tutti gli ufficiali a capo dei centri regionali di reclutamento militare. Sul fronte bellico, l’Ucraina deve fare i conti con le difficoltà dell’offensiva intrapresa in primavera nei territori meridionali del Paese contro le linee difensive russe.

Vertice a Sochi sull’accordo per il grano

Il presidente turco, Erdogan, sarà oggi in Russia per discutere con Putin la ripresa dell’accordo sulle esportazioni di grano ucraino attraverso il Mar Nero in tempo per il raccolto autunnale. I colloqui si svolgeranno a Sochi, nella Russia sudoccidentale. Il presidente turco auspica che i colloqui sul trasporto dei cereali possano diventare un trampolino di lancio per negoziati di pace più ampi tra Kiev e Mosca.

La Russia a luglio, non ha rinnovato l’accordo che consentiva il trasporto marittimo del grano ucraino, alla luce del fatto che l’invio sul mercato internazionale dei propri prodotti agricoli e fertilizzanti viene ostacolato dalle sanzioni occidentali. Da allora la Russia ha minacciato di attaccare le navi che partono dai porti ucraini nel Mar Nero ed ha intensificato i bombardamenti sulle infrastrutture portuali ucraine sia sul Mar Nero che sul Danubio.

Il Dipartimento di Stato USA ha chiesto alla Russia di smettere di bombardare i porti della regione di Odessa. Lo ha affermato il vice capo del servizio stampa del Dipartimento di Stato americano Vedant Patel . Secondo lui, “l’escalation dimostra che (Vladimir) Putin semplicemente non si preoccupa della sicurezza alimentare globale”. Tali azioni del Cremlino hanno un impatto negativo sugli agricoltori ucraini e sulle persone di tutto il mondo, ha detto il funzionario statunitense.

Secondo il canale Telegram “Typical Odessa”, il personale del porto di Odessa è stato mandato a casa in anticipo. È stato anche notato che due volte nelle ultime due settimane alcune persone, inclusi americani, sono arrivate al porto “e tutti i lavoratori portuali sono stati mandati a casa in anticipo in modo che nessuno potesse vedere cosa stavano facendo lì”.

La soluzione al trasporto di cereali nel Mar Nero “dipende dai Paesi occidentali che devono mantenere le loro promesse”, ha affermato all’inizio di agosto Erdogan, alludendo alle richieste di Mosca.

Il fronte militare

Sul fronte militare il quotidiano russo Pravda riferisce che al nord le forze armate russe sono già arrivate in vista di Kupiansk e che a Karkhiv gli ucraini hanno avviato la mobilitazione generale.

Dal lato dell’offensiva delle truppe di Kiev a sud, l’agenzia Interfax ucraina riferisce che la situazione nella direzione di Bakhmut si sta sviluppando molto attivamente, i combattimenti continuano, soprattutto nell’area degli insediamenti di Kurdiumivka, Klischiivka e Andriivka, i soldati ucraini stanno facendo progressi, ha detto la viceministra della difesa ucraina Hanna Maliar.

Secondo il bollettino quotidiano dell’intelligence britannica, le forze russe probabilmente stanno cercando di distrarre l’Ucraina dalla sua controffensiva, costringendola così a dividere le sue forze tra Orikhiv (regione di Zaporizhia) e Kupiansk (regione di Kharkiv). “Le forze ucraine continuano a intraprendere un’azione offensiva sull’asse Orikhiv nell’Ucraina meridionale, con unità che raggiungono la prima linea difensiva principale russa. Le forze russe, composte principalmente dalla 58ª Armata di armi combinate e da elementi delle forze aviotrasportate, cercano di fermare la controffensiva ucraina mantenendo la propria offensiva sull’asse settentrionale attorno a Kupiansk”, si legge nel rapporto britannico.

Questa notte l’aviazione militare russa afferma di aver distrutto quattro imbarcazioni ucraine con militari a bordo nel Mar Nero vicino a capo Tarkhankut sulla costa della Crimea. Poco prima Mosca aveva dichiarato di aver abbattuto un drone di Kiev al largo della Crimea e un secondo velivolo senza pilota nella regione russa di Kursk, al confine con l’Ucraina.

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28/07/2023

Russia - La guerra in Ucraina rilancia il multilateralismo di Mosca in Africa

Sembra che l'offensiva ucraina sia decisamente entrata in una nuova fase (lo dice anche il New York Times, quindi è certamente vero...) il cui primo risultato sembrerebbe essere l'abbandono di Staromajors'ke da parte dei russi, nel settore di Velika Novosylka (per intenderci, a 6 chilometri da Staromlynivka che è a sua volta a qualche chilometro dalla prima linea di difesa strutturata), ma di questo parlerei stasera, con qualche notizia più certa.

Oggi invece è cominciato il summit Russia-Africa, aperto da un lungo discorso di Putin e dedicato in larga misura, come tutti si aspettavano, alla questione del grano, e più in generale degli approvvigionamenti alimentari per il continente africano.

Riassumendo i punti fondamentali:
- la Russia è uscita dagli accordi del grano perché le sue richieste, delle quali abbiamo parlato varie volte, non sono state accolte e perché la stragrande maggioranza dei prodotti agricoli è andata ai paesi ricchi, non a quelli bisognosi;
- nei primi sei mesi dell'anno la Russia ha esportato quasi 10 milioni di tonnellate di grano in Africa, cioè molto più di quanto non ne sia arrivato durante tutto l'anno in cui l'accordo sul grano ha funzionato, ovvero 1 milione di tonnellate;
- le sanzioni occidentali bloccano o ostacolano i rifornimenti russi di prodotti agricoli e fertilizzanti;
- delle 260.000 tonnellate di fertilizzanti russi bloccati nei porti europei, la Russia è riuscita a fare arrivare solo due carichi al Malawi e al Kenya;
- la Russia è disposta ad assistere i paesi africani dal punto di vista tecnico, finanziario, infrastrutturale ed energetico (incluso il nucleare), per consentirle non solo di raggiungere l'autosufficienza alimentare ma anche di esportare i propri prodotti;
- c'è un progetto per aprire una zona industriale vicino al canale di Suez, da dove i prodotti potranno raggiungere tutte le nazioni africane;
- infine, la Russia è disposta a mandare nei prossimi mesi 25-50.000 tonnellate di grano a ciascuno dei paesi più bisognosi, ovvero Eritrea, Burkina Faso, Zimbabwe, Mali, Somalia e Repubblica Centrafricana, gratis incluso il trasporto. Ha poi annunciato la cancellazione di 691 milioni di dollari di debito somalo.

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23/07/2023

Guerra in Ucraina - Gli USA armano il "secondo tempo" della confroffensiva ucraina

di Francesco Dall'Aglio

Dopo un paio di settimane in cui la stampa inglese e statunitense pareva piuttosto scoraggiata e ipotizzava scenari foschi per il futuro, nuovo cambio di registro: Zelensky prima e Blinken poi hanno assicurato che la seconda fase dell'offensiva ucraina è sul punto di partire e che stavolta i risultati ci saranno. Particolarmente chiacchierone Blinken, che ha parlato ancora dei reparti addestrati in Occidente e degli equipaggiamenti forniti loro da "noi e circa 50 stati" che quando si metteranno in movimento faranno la differenza e "porteranno a cambiamenti", immagino della linea del fronte. Staremo a vedere, considerando che le esigenze ucraine di ottenere qualcosa sono sempre più forti, dopo ormai 50 giorni di controffensiva (la prima fase, evidentemente) e il mezzo fiasco del vertice di Vilnius.

Per ora l'Ucraina deve accontentarsi di successi d'immagine, come sempre: stamattina due Storm Shadow hanno colpito un deposito di munizioni e un deposito di carburante a Oktobrysky, in Crimea. I danni ovviamente ci sono e meglio sarebbe per i russi che non ci fossero, ma paragonati al trattamento riservato a Odessa nelle ultime notti si tratta di poca cosa.

La questione è sempre la stessa: le possibilità di escalation sono sempre a favore della Russia. Ora si discute se mandare gli MGM-140 ATACMS, missili balistici tattici con una gittata di 300 km che possono essere lanciati dagli HIMARS e dagli MLRS e sono disponibili sia con munizionamento a grappolo che con testata a frammentazione. Ne hanno parlato Biden e Zelensky e la Casa Bianca, tramite Sullivan, ha fatto sapere che la decisione spetta a Biden e che gli USA "sono disposti a correre dei rischi" per ciò che riguarda i futuri invii di materiale bellico in Ucraina, ma che terranno anche conto delle reazioni russe.

Se sulla stampa è riportato che se ne discute, significa molto probabilmente che la spedizione è già stata approvata: basteranno gli ATACMS per cambiare il corso del conflitto? Domanda retorica, risposta scontata.

Riguardo Odessa, visto che ne abbiamo accennato. Le quattro notti di attacchi missilistici al porto (alle quali dobbiamo aggiungere anche questa notte, visto che proprio mentre scrivo si segnalano lanci di missili ed esplosioni - almeno 12 finora) e alle infrastrutture non sono la rappresaglia per l'attacco ucraino al ponte di Crimea. Lo ha detto in televisione Evgeny Bužinsky, generale in pensione e tecnico piuttosto competente, ma non c'era bisogno del suo parere, per quanto autorevole.

Una campagna missilistica di quattro notti su una trentina di bersagli non si improvvisa in poche ore ed è chiaro che era stata preparata in anticipo e programmata per il giorno successivo alla scadenza degli accordi sul grano, così come l'attacco ucraino al ponte di Crimea era stato anch'esso programmato per quella data. Se la Russia si deciderà a una rappresaglia non è questa.

Al momento la minaccia di considerare ogni nave che entri nel Mar Nero diretta verso un porto ucraino come un potenziale bersaglio sta dando i suoi frutti: i siti che seguono la navigazione in tempo reale mostrano come, in quel quadrante, non si muova nulla e le poche navi presenti nei porti siano ferme - allego una schermata da marinetraffic presa proprio adesso.


C'è invece il solito traffico nel resto del Mar Nero, con in più una concentrazione di navi nella zona del delta del Danubio, davanti al porto romeno di Sulina. Alcune delle navi sono dirette in Ucraina, ma risultano ferme da giorni (per la cronaca: i puntini rosa che si vedono vicino alle coste ucraine non sono navi, sono segnalazioni di ostacoli, scogli, secche, boe eccetera). In risposta, anche l'Ucraina ha dichiarato che considererà tutte le navi che si muovono verso i porti russi come potenziali bersagli, ma è piuttosto improbabile che darà seguito alla minaccia e per ora non si segnala nessun problema.

Sulla questione del grano: secondo Erdoğan la Russia sarebbe disposta a rinnovare gli accordi se l'Occidente prendesse in considerazione le sue richieste, che sono sempre le stesse e sono state ripetute il 21 alle Nazioni Unite dal rappresentante permanente russo Dmitry Polyansky: rimozione delle sanzioni sui prodotti agricoli e sui fertilizzanti russi, ritorno di alcune banche russe nello SWIFT, possibilità di acquistare pezzi di ricambio e componenti meccanici per le macchine agricole e l'industria dei fertilizzanti, risoluzione dei problemi assicurativi per le navi russe, rimessa in funzione della condotta che trasporta nitrato d'ammonio. Rispettate queste condizioni, dice Polyansky, la Russia estenderà immediatamente gli accordi sul grano, ma stavolta non si accontenterà di promesse come un anno fa e vuole vedere passi concreti prima di impegnarsi.

Sempre a proposito di navi: esercitazioni navali congiunte tra Cina e Russia, con la partecipazione di 10 navi e 30 aerei. Lo scopo delle esercitazioni è principalmente quello di testare il sistema di comando congiunto tra le due flotte. Intanto, gli USA inviano nello stretto di Hormuz due nuovi gruppi navali, quello della USS Bataan e della USS Carter Hall, entrambe navi da assalto anfibio. Secondo il Telegraph, "La marina USA si prepara per la guerra nel Golfo persico". La colpa, ovviamente, è degli iraniani "che proprio non imparano mai". Un tempo almeno gli inglesi mandavano le loro cannoniere in giro per il mondo, ora si accontentano di tifare per quelle statunitensi.

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21/07/2023

L’accordo sul grano e la fame nei paesi poveri

Il Ministero della difesa russo ha annunciato ufficialmente che, a partire dal 20 luglio, ogni vascello in rotta verso porti ucraini sul mar Nero verrà considerato un potenziale trasporto di armi.

La decisione, è detto, è legata alla fine del cosiddetto “Accordo sul grano” e la relativa riduzione del corridoio umanitario marittimo. Mosca aggiunge che i paesi la cui bandiera è issata su dette navi, verranno considerati implicati nel conflitto dalla parte del regime di Kiev.

Alcune zone nei bacini nordoccidentale e sudorientale delle acque internazionali del mar Nero sono state dichiarate temporaneamente pericolose per la navigazione: sono stati diramati i relativi avvisi informativi previsti dalla procedura sulla revoca delle garanzie di sicurezza ai natanti.

Questo, per quanto riguarda l’aspetto strettamente militare della questione sul ritiro russo dalla Black Sea Grain Initiative.

Sul piano “alimentare”, Jeune Afrique lamenta il pericolo di un balzo dei prezzi alimentari nei paesi africani, in larga parte dipendenti da cereali ucraini e russi.

Secondo l’ONU, scrive Maher Hajbi, la decisione di Mosca avrà conseguenze di vasta portata per «centinaia di milioni di persone bisognose», soprattutto in Africa. Infatti, le importazioni africane di grano rappresentano quasi il 90% del commercio con la Russia e circa il 50% con l’Ucraina.

Secondo la FAO, alcuni paesi africani hanno una dipendenza “pericolosa” dalle esportazioni cerealicole russo-ucraine; tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 miliardi dall’Ucraina.

In base a dati UNCTAD, tra il 2018 e il 2020, Benin e Somalia sono dipesi totalmente dal grano russo e ucraino, che ha rappresentato il 100% del loro approvvigionamento.

Primo importatore mondiale e primo consumatore africano di cereali, l’Egitto acquista l’81% del fabbisogno da Mosca (61%) e Kiev (20%); altri 15 paesi africani dipendono per oltre il 55% dei propri approvvigionamenti da Ucraina e Russia: in particolare Sudan (75%), RDC (68%), Senegal (65%), Congo 61%.

Altra questione: avere una precisa rappresentazione di quali siano i diretti fornitori, ad esempio, della produzione agricola ucraina, dal momento che, come ribadito da Mosca, vari “intermediari” europei, acquistano grano ucraino a prezzi di dumping, lo trasformano e lo rivendono «come prodotto finito ad alto valore aggiunto.

Gli occidentali guadagnano due volte, sia sulla vendita che sulla lavorazione del grano. Inoltre, USA e UE stanno speculando sui prezzi, creando una carenza artificiale di merci, e stanno spingendo i prodotti agricoli russi fuori dai mercati mondiali attraverso l’imposizione di sanzioni unilaterali illegali».

Ragion per cui il ritiro di Mosca dall’Accordo non significa che la Russia interrompa le proprie forniture di cereali, in particolare a vari paesi africani, come la vulgata agitata anche dai fascisti di governo, secondo cui il ritiro russo dall’accordo mostrerebbe i veri amici e nemici dei Paesi poveri.

Quanto il mercato dipenda in larga parte dagli “intermediari” euro-atlantici, lo dimostrerebbero d’altronde anche le cifre riportate dall’economista algerino Mahfoud Kaoubi, che parla di un rialzo sui mercati internazionali del prezzo del grano del 3% e del mais per il 2%. Kaoubi teme anche il pericolo che l’India, secondo produttore di grano al mondo, possa in qualsiasi momento giocare la carta del divieto di esportazione, aggravando così il rischio di penuria di scorte nei paesi africani, alcuni dei quali, già dall’inizio del conflitto in Ucraina, cercano di affidarsi alle risorse locali.

In Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, per esempio, si ricorre a manioca e patate dolci per fare il pane; il Togo si è posto l’obiettivo di produrre 10.000 tonnellate di fonio entro il 2028. Un’alternativa ai cereali ucraini e russi sono sorgo e miglio.

Da parte sua, la Russia cerca di non allentare i propri legami africani, anche seguendo la strada del sostegno alle produzioni locali, attraverso i fertilizzanti, che sono uno degli elementi contestati da Mosca, il cui mancato rispetto da parte occidentale ha contribuito a provocare la decisione sul ritiro dall’Accordo.

La questione dei fertilizzanti, nota Estelle Maussion ancora su Jeune Afrique, è a tal punto importante che il programma del secondo vertice Russia-Africa (si terrà a Piter il 27 e 28 luglio) prevede una tavola rotonda specifica sul tema: “La stabilità del mercato dei fertilizzanti come garanzia per lo sradicamento della fame nei Paesi africani”.

A Piter si parlerà anche in particolare del “Partenariato Russia-Africa a favore della sovranità alimentare”, sottolineando che i fertilizzanti sono fondamentali per molte produzioni africane tra cui cotone, cacao e cereali.

La Russia è tra l’altro uno dei maggiori produttori mondiali di fertilizzanti naturali e, stando alla presentazione della suddetta tavola rotonda, Mosca, dopo aver distribuito a titolo gratuito fertilizzanti a vari paesi africani, intende ora «trasferire tecnologie agricole avanzate in Africa».

«Partnership strategiche a lungo termine con i fornitori russi, consentiranno ai Paesi di aumentare la produttività agricola, formare personale industriale qualificato, creare nuovi posti di lavoro e fornire generi alimentari di base alla popolazione», è detto nella nota di presentazione del summit, uno dei cui curatori di punta è il consorzio Uralkhim-Uralkalij, che nel 2022 ha condotto una trentina di corsi di formazione, con alcune migliaia di partecipanti africani.

Tra l’altro, oltre Uralkhim-Uralkalij, la Russia vanta altri tre colossi mondiali nel settore dei fertilizzanti: Akron, EvroKhim e FosAgro, la cui crescita esponenziale di esportazione in Africa è fuori discussione, in particolare con centinaia di migliaia di tonnellate di NPK (Azoto-Fosforo-Potassio), principale fertilizzante fosfatico utilizzato in Africa.

Secondo uno studio condotto da FAO-WFP, realizzato su iniziativa dell’organizzazione dell’Africa occidentale, nel 2021 i flussi complessivi di fertilizzanti russi hanno rappresentato il 50% del fabbisogno del Togo, il 40% del Ghana, il 35% del Burkina Faso e del Senegal, circa il 30% della Costa d’Avorio e oltre il 20% di Mali e Guinea.

Mosca si è mossa anche sul piano dell’immagine: su proposta di Vladimir Putin, Uralkhim-Uralkalij ha messo gratuitamente a disposizione 300.000 tonnellate di prodotti bloccati nei porti europei a causa delle sanzioni UE.

Dopo una prima spedizione a fine 2022 (23.000 tonnellate di NPK) in Burkina Faso, ne sono seguite altre due nel 2023, in Malawi (20.000 tonnellate di NPK) e Kenya (24.000 tonnellate di potassa, urea e NPK), per un totale di 77.000 tonnellate.

Annunciata una quarta spedizione, in Nigeria per lo stesso volume e la stessa tripla composizione del Kenya, ma non ancora effettuata, che avrebbe portato il volume totale a 110.000 tonnellate.

Di fatto, ha precisato il Ministero degli esteri russo, delle 262.000 tonnellate di previste forniture gratuite di fertilizzanti russi ai paesi più poveri, sotto egida ONU, ma bloccate in Lettonia, Estonia, Belgio e Paesi Bassi, nel 2023 sono state effettuate solo due spedizioni: 20.000 tonnellate in Malawi e 34.000 tonnellate in Kenya.

«In linea con le pratiche e le abitudini coloniali, la UE ha bloccato la nostra iniziativa. Ci sono voluti sei mesi per portare la spedizione in Malawi e solo di recente è stato possibile effettuare un’altra consegna in Kenya», ha dichiarato Sergej Lavrov lo scorso maggio, durante una visita in Kenya e Burundi.

Sul versante commerciale, non è da meno anche l’altro grosso produttore russo, FosAgro, che nel 2022 ha venduto circa 11 milioni di tonnellate di fertilizzanti, in crescita del 6,4% su base annuale: le vendite africane verso 21 Paesi, tra cui Sudafrica, Benin, Kenya, Costa d’Avorio, Mali e Camerun, hanno rappresentato il 6% della sua attività complessiva nel 2021.

Nel 2022, FosAgro è stata il primo esportatore russo in Africa con circa 500.000 tonnellate: più 25% in un anno.

Per chiudere, sul piano militare, con la decisione russa del 20 luglio sul blocco dei porti ucraini sul mar Nero, il livello di contrapposizione si fa ancora più elevato: l’Ucraina, osserva il politologo Dmitrij Soin, ha un «disperato bisogno di quei porti; non può sussistere senza la costa del mar Nero: è un duro colpo per la sua economia e le capacità di difesa».

Il blocco dei porti, però, può comportare non solo perdite da parte ucraina, ma anche cambiamenti nelle posizioni dei paesi occidentali: i soggetti «dell’accordo sul grano dovranno prendere una posizione chiara sul conflitto».

Soin ritiene che Mosca debba prepararsi a possibili provocazioni in mare: «ciò potrebbe portare a un nuovo ciclo di isteria globale anti-russa e alla giustificazione del sostegno all’Ucraina. Unica opzione, è quella di creare una situazione per cui quelle navi non abbiano dove attraccare».

Vale a dire, Mosca dovrebbe portare colpi precisi alle infrastrutture costiere: senza banchine, né hangar, né gru, i porti saranno completamente inutili.

E Mosca ha già cominciato.

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20/07/2023

Cose Turche, ma soprattutto Bizantine

di Guido Salerno Aletta

Da anni, la Turchia stupisce le diplomazie di tutto il mondo per la capacità manovriera che dimostra nell'occupare sempre nuovi spazi sullo scacchiere internazionale, per la straordinaria fertilità delle iniziative che mette in campo e per la capacità di legare ogni soluzione che propone alla creazione di nuovi problemi.

Una strategia neo-Ottomana, che si richiama al comportamento dell'Impero di Bisanzio: era troppo piccolo e circondato da popolazioni ostili per poter adottare le politiche di potenza di Roma, e quindi doveva creare condizioni di continua incertezza che rendessero le alleanze sempre molto complesse da gestire ed i rapporti con i nemici sempre in grado di prefigurare possibili terreni di intesa.

Ogni colpo di scena prelude ad un'altra mossa a sorpresa, ma soprattutto è calcolato per provocare le reazioni degli interlocutori.

In questi giorni, la prima notizia ad aver suscitato clamore è stata la consegna da parte della Turchia al Governo ucraino di alcuni militari del Battaglione Azov che si erano arresi alle truppe russe dopo una complessa trattativa diplomatica, che prevedeva che sarebbero stati trattenuti in Turchia fino alla fine delle ostilità: era indubbiamente uno sgarbo fatto a Mosca ed un favore reso a Kiev, di cui non si comprendeva bene il motivo.

Nel frattempo, il tempo stringeva su quattro questioni di grande rilievo: l'adesione della Svezia alla Nato, non ancora perfezionatasi per la solitaria contrarietà espressa da Ankara che si era lamentata della protezione offerta da Stoccolma a presunti terroristi turchi; la scadenza dell'Accordo umanitario che permette l'esportazione del grano ucraino e su cui vigila la Turchia per evitare che ci sia un traffico di armi sulle navi che arrivano nei porti ucraini per imbarcare i cereali; la questione degli armamenti americani forniti alla Turchia, dagli F-35 agli F-16, bloccati da una decisione congressuale a Washington per ritorsione nei confronti dell'acquisto di armamenti russi da parte di Ankara; la presenza di truppe turche nel nord della Siria a protezione dei confini meridionali della Turchia, per evitare la formazione di un vero e proprio Kurdistan che leghi insieme le popolazioni curde che risiedono nel nord dell'Iraq a quelle che vivono nel nord della Siria. La questione siriana è particolarmente spinosa per gli Usa, che hanno subìto lo smacco di una Russia schierata da anni a difesa del regime di Assad, che pure era stato accusato di atti di violenza inaccettabile nei confronti delle proteste della popolazione inerme, facendo uso di gas letali.

Tutto si intreccia. Mosca da tempo teme per la sicurezza del lunghissimo ponte di Kerch che consente il collegamento diretto tra la Russia e la Crimea, già danneggiato pesantemente l'8 ottobre del 2022 per l'esplosione di un vagone ferroviario che trasportava combustibili: sospetta che droni o robot marini possano essere nascosti da navi mercantili che si trovino al largo nel nord del Mar Nero. E così è stato: appena poche ore prima che scadesse il termine dell'Accordo sul grano, che consente alle navi mercantili di avvicinarsi alle coste, nella notte del 17 luglio scorso due piloni del ponte sono stati colpiti.

Il danno materiale al ponte di Kerch non sembra ingente, ma le conseguenze politiche lo sono: l'Accordo sul grano ucraino non sarà rinnovato per il diniego della Russia. Il danno maggiore che ne deriverà, oltre che per le popolazioni africane cui verrà meno la fornitura, sarà per i produttori ucraini e per le multinazionali che sono interessate al gigantesco business che si muove dietro i cereali. Venendo meno queste forniture, saranno i cereali russi a rimpiazzarli, con un aumento dei prezzi.

Se Ankara ci rimette da questo blocco commerciale, visto che incassava i diritti di passaggio sulle navi, di certo aveva fatto una gran bella figura con tutto l'Occidente consegnando a Kiev i militari del Battaglione Azov. Ma al Vertice della Nato tenutosi a Vilnius, cui ha partecipato anche il Presidente americano Joe Biden per sottolinearne il rilievo, mentre tutti si attendevano finalmente la dichiarazione di assenso della Turchia all'ingresso della Svezia, non solo è stato annunciato un rinvio della decisione a dopo l'estate, ma è stata rimessa sul tappeto la questione della adesione della Turchia alla Unione europea: uno scambio di favori, "this for that" come si dice in gergo diplomatico.

Ma il favore più grande, intanto, Ankara lo ha fatto a Mosca: ha dato scacco alla strategia che punta al suo accerchiamento completo a Nord. Ed, in più, ha fatto capire che se la Nato si vuole allargare alla Svezia, e così pure l'Unione Europea alla Ucraina, la Turchia non può stare solo a guardare.

La questione non finisce qui. Ci sono gli interessi in Siria, dove pur tra ruvidezze gli interventi militari di Turchia e Russia si sono coordinati, dividendosi le aree di intervento: ma è qui che, a quanto pare, gli Usa vogliono prendersi una rivincita sul campo, per rendere più pesante dal punto di vista economico e sanguinoso sotto il profilo militare la presenza russa. Il problema è serio: per procedere ad un intervento diretto da parte americana, che sarebbe pericolosissimo per le implicazioni che creerebbe, "serve" comunque un casus belli, un massacro di civili che renda plausibile se non indispensabile il ricorso al Dovere di Proteggere le popolazioni siriane. Inoltre, si rischia di distogliere l'attenzione dall'Ucraina ed il consenso fin qui raggiunto nel conflitto politico dell'Occidente contro la Russia. Ma soprattutto l'Iran, dove è recentemente fallita anche la "rivoluzione dei capelli al vento" che sfruttava il desiderio femminile di libertà dalle costrizioni religiose, si muoverebbe.

Le pesanti pressioni politiche esercitate in passato verso la Turchia hanno sortito effetti opposti, inducendola ad aprire rapporti ed a negoziare con i cosiddetti nemici dell'Occidente: non tanto con la Russia di Putin, quanto con i Talebani in Afganistan passando per i Fratelli Musulmani sostenuti dal Qatar.

Sono queste le alchimie millenarie del potere, che Ankara ha ereditato dall'Impero d'Oriente.

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19/07/2023

“La Black Sea Grain Initiative è ormai storia”

Il 18 luglio la Russia si è definitivamente ritirata dal cosiddetto “Accordo sul grano”, la Black Sea Grain Initiative. Mosca ammoniva da tempo che, dopo le tre proroghe accordate, non avrebbe rinnovato l’accordo per l’esportazione di grano, mais e girasole ucraino, dal momento che, praticamente sin dal suo avvio, un anno fa, non sono state rispettate le altre clausole annesse.

Il Cremlino ha informato anche l’Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni Unite sul ritiro russo dalle garanzie per la sicurezza della navigazione nel mar Nero. Il presidente turco Recep Erdogan ha detto lapidario che «La Black Sea Grain Initiative è storia».

In una nota dettagliata, il Ministero degli esteri (MID) russo ricorda che il 22 luglio 2022 erano stati firmati a Istanbul due accordi interconnessi: la “Black Sea Initiative” sull’esportazione di prodotti agricoli ucraini e dell’ammoniaca russa e il Memorandum Russia-ONU sulla normalizzazione delle esportazioni russe di prodotti agricoli e fertilizzanti.

L’obiettivo dichiarato dall’ONU era quello di garantire la sicurezza alimentare globale, ridurre la minaccia della fame e aiutare i paesi bisognosi in Asia, Africa e America Latina. Allo scopo, era stato individuato un corridoio marittimo umanitario, e il Centro di coordinamento congiunto (JCC) a Istanbul operava registrando e ispezionando le navi destinate all’esportazione dei prodotti agricoli.

Il fatto è che nell’anno di operatività dell’Accordo, ai paesi considerati bisognosi – Etiopia, Yemen, Afghanistan, Sudan Somalia – non è andato che il 3% (meno di un milione di tonnellate) sugli oltre 32 milioni totali di prodotti esportati: oltre il 70% (26,3 milioni di tonnellate) ha preso la via di paesi con livelli di reddito medio-alto, UE compresa.

Altre stime parlano di 8% ai paesi poveri e 53% ai paesi occidentali.

Come che sia, nulla di strano, se si ricorda che oltre 17 milioni di ettari di fertilissime ‘terre nere’ ucraine sono oggi di proprietà di colossi quali Cargill, DuPont, Monsanto, che se le erano assicurate quando, con l’ex presidente golpista Petro Porošenko, nel 2016 Kiev aveva revocato, su dettame del FMI, la moratoria di 20 anni sulla loro vendita.

Da parte europea, nota il MID, si acquista grano ucraino a prezzi di dumping, lo si trasforma e lo si rivende «come prodotto finito ad alto valore aggiunto. Gli occidentali guadagnano due volte, sia sulla vendita che sulla lavorazione del grano. Inoltre, USA e UE stanno speculando sui prezzi, creando una carenza artificiale di merci, e stanno spingendo i prodotti agricoli russi fuori dai mercati mondiali attraverso l’imposizione di sanzioni unilaterali illegali».

Per quanto riguarda il Memorandum Russia-ONU, esso in realtà non è mai entrato in vigore: da luglio 2022 la sola UE ha emesso cinque nuovi pacchetti di sanzioni, così che i pagamenti bancari russi, le assicurazioni e la logistica dei trasporti, le forniture di pezzi di ricambio e le attività estere sono completamente bloccate.

Nessuno dei cinque obiettivi previsti dal Memorandum è stato assolto, a cominciare dal previsto riavvio del collegamento di Rosselkhozbank al SWIFT.

Un esempio illuminante di come l’Accordo abbia “operato” è quello delle previste forniture gratuite di fertilizzanti minerali russi ai paesi più poveri, sotto egida ONU. Delle 262.000 tonnellate di prodotti bloccati in Lettonia, Estonia, Belgio e Paesi Bassi, sono state effettuate solo due spedizioni: 20.000 tonnellate in Malawi e 34.000 tonnellate in Kenya.

Altro punto non rispettato è quello dell’importazione in Russia di pezzi di ricambio e attrezzature per produzione agricola e fertilizzanti: vietata perché, si dice, si tratta di beni “a duplice uso”. «L’intero territorio del nostro Paese è stato dichiarato zona a rischio di guerra con tassi assicurativi esorbitanti fino a livelli proibitivi, e i porti esteri sono chiusi alle nostre navi e ai nostri carichi. I conti esteri delle aziende agricole nazionali sono congelati».

Non rispettata nemmeno la riattivazione del condotto Togliatti-Odessa per l’ammoniaca, prevista da entrambi gli accordi di Istanbul: semplicemente, lo scorso 5 giugno, il regime golpista ha fatto saltare in aria il condotto.

Per parte sua, durante l’anno di attuazione dell’accordo, l’Ucraina ha guadagnato 9,2 miliardi di dollari dall’esportazione di circa 33 milioni di tonnellate di cereali via mare. Però, nota il politologo ed ex capo del governo della LNR, Marat Baširov, Kiev non ha ricevuto tale somma in soldi: sono andati tutti nel pagamento delle armi occidentali: da qui l’isteria dei golpisti ucraini.

In Russia, al contrario, i produttori agricoli parlano di perdite di circa un miliardo di rubli, a causa degli sconti sul grano ucraino, senza contare le perdite delle aziende produttrici di fertilizzanti.

Il FMI stima in 800 milioni di dollari al mese le potenziali perdite ucraine per il mancato rinnovo dell’Accordo e nel caso la UE proroghi i divieti alle esportazioni di grano ucraino.

Sono proprio i cinque paesi confinanti con l’Ucraina – Ungheria, Bulgaria, Polonia, Romania e Slovacchia – i cui produttori agricoli stanno subendo le conseguenze del dumping ucraino, a chiedere alla Commissione europea di prorogare il divieto di importazione di prodotti agricoli ucraini anche dopo il 15 settembre.

Dalla Casa Bianca, il portavoce John Kirby “suggerisce” a Kiev di orientarsi all’esportazione «via terra, su rotaia, su camion. Pur se è più difficile e meno efficace»; anche perché tale opzione è da molto tempo contestata dagli agricoltori polacchi, moldavi, rumeni, per non parlare dell’onere aggiuntivo per le infrastrutture di trasporto.

Si fa notare che Kiev potrebbe – lo ha annunciato Vladimir Zelenskij – far partire comunque navi, rischiando scientemente di provocare la reazione russa: se Mosca attaccasse una nave ucraina carica di cereali, in Occidente si griderebbe alla “pirateria russa”; se ciò dovesse accadere con vascelli battenti bandiera straniera, la crisi sarebbe molto più rischiosa.

Così che, qualcuno, a Mosca, nel caso Kiev azzardi un tale passo, suggerisce di colpire le strutture portuali di Odessa, come d’altronde è accaduto nella notte del 18 luglio, allorché le forze russe hanno attaccato con lanci missilistici da nave un cantiere navale del porto di Odessa, in cui si allestiscono droni marittimi per attacchi terroristici.

Colpiti anche, a Nikolaev e Odessa, impianti di stoccaggio del carburante per le forze ucraine. Ma, in questo caso, Mosca ha parlato di ritorsione per l’attacco terroristico ucraino al ponte di Crimea nella notte del 17 luglio.

Per quanto riguarda invece la stessa Russia, all’Unione russa del frumento fanno notare che, tra luglio 2022 e giugno 2023, la Russia ha esportato la cifra record di 60 milioni di tonnellate di cereali, di cui 47 milioni di frumento, mentre nella campagna agricola 2021-2022 ne aveva esportato solo 38 milioni, con ricavi nel 2022 – a detta del Ministero dell’Agricoltura – pari a 41 miliardi di dollari.

«Gli acquirenti continueranno a ricevere il nostro grano, come prima, anche dopo la fine dell’accordo. Tutti gli obblighi contrattuali saranno rispettati», dicono all’Unione degli esportatori di cereali.

L’accordo del grano, tra le altre cose, aveva fatto crollare i prezzi mondiali dei prodotti alimentari. «Anche un’analisi superficiale suggerisce che lo scoppio delle ostilità in Ucraina aveva provocato un significativo aumento dei prezzi alimentari sul mercato mondiale», afferma Maksim Maksimov, dell’Università “Plekhanov” di Mosca.

A marzo 2022 «l’indice composito dei prezzi FAO era salito a 160 punti; per cereali e oli vegetali era stato stimato rispettivamente in circa 170 e 210 punti. Poi, dopo l’avvio dell’accordo, il livello dei prezzi ha iniziato a diminuire e nel giugno 2023 il valore medio dell’indice FAO dei prezzi dei cereali era di 126,6 punti».

L’esportazione di fertilizzanti minerali è diminuita di circa il 15% a causa delle sanzioni; ma, nel 2023, la Russia sta gradualmente ripristinando l’export di fertilizzanti e già quest’anno può raggiungere livelli di offerta paragonabili ai record del 2021, quasi 38 milioni di tonnellate.

Ancora Marat Baširov sostiene che, nell’anno trascorso, non si è trattato di «alcun “accordo del grano”. C’è stata la Black Sea Grain Initiative. Un accordo è quando tutte le parti che lo stipulano ottengono un vantaggio. Per un anno abbiamo offerto l’opportunità di esportare grano da tre porti ucraini.

Ci è stato promesso il collegamento ai sistemi SWIFT per effettuare pagamenti per i nostri prodotti agricoli, l’esportazione dei nostri fertilizzanti, anche attraverso il condotto dell’ammoniaca fino a Odessa, e l’opportunità di esportare grano russo con l’assicurazione per le navi». Ma nulla di tutto questo è stato fatto.

Sembra che troppo spesso, a Ovest, le richieste russe di accordo reciprocamente vantaggioso e gli ammonimenti di Mosca, vengano platealmente e provocatoriamente ignorati. Nel caso in questione, sarà curioso vedere come Washington e Bruxelles si arricchiranno di contrabbando, accusando Mosca di “affamare i paesi poveri”.

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18/07/2023

Guerra in Ucraina - Tra ponti sul mare e ponti aerei

di Francesco Dall'Aglio

Nella prima foto, in apertura, i danni al ponte di Crimea ripresi da un satellite russo. Come si può vedere, la linea ferroviaria (a destra nella foto) sulla quale passa quasi tutto il traffico militare e un po’ di quello civile, è intatta e infatti funziona.

Diverso il discorso per l’autostrada, utilizzata principalmente dai civili: la campata di sinistra si è spostata di un’ottantina di centimetri e va rimessa in asse (secondo il vice Primo Ministro Marat Chusnullin i lavori dovrebbero finire il 15 settembre), mentre la campata di destra va smantellata e ricostruita (qui ci vorrà più tempo: la fine dei lavori è prevista per il 1 novembre.

Ci sono problemi tecnici e probabilmente si dovrà costruire un ponte temporaneo di 250 metri per montarci sopra i macchinari che smantelleranno e ricostruiranno la sezione danneggiata).

Intanto il traffico civile è deviato sull’autostrada M14, che attraversa le regioni annesse dalla Russia. Per la gente ancora bloccata in macchina sono allestiti posti di ristoro e alloggi temporanei, in attesa che li si possa far defluire.

Insomma, risultati militari non eccezionali ma vacanze in Crimea rovinate a un bel po’ di gente, oltre ovviamente al solito incasso mediatico.

Che l’accordo sul grano saltasse era già chiaro, e non è stato l’attacco al ponte a farlo definitivamente naufragare. L’Ucraina ha detto che per loro si può procedere lo stesso, ma la Russia ha ritirato le garanzie di sicurezza per le navi e i porti e ha cancellato il “corridoio umanitario” nel Mar Nero nordoccidentale.

Ora ovviamente la marina russa non si metterà ad affondare mercantili stranieri, ma le compagnie assicurative potrebbero tirarsi fuori e i porti venire bombardati.

Gli USA si sono affrettati a comunicare che per quanto li riguarda non hanno intenzione di mandare navi loro nel Mar Nero. Nemmeno Erdoğan ha perso le speranze: dopo aver detto che l’accordo sul grano verrà ricordato nella storia, ha detto di voler parlare a breve con Putin e provare a farlo ripartire. Non sono molto ottimista sulla cosa.

Tornando alla situazione militare, un paio di aggiornamenti. Sul fronte nord, le truppe russe sono passate all’offensiva, avanzano in alcuni punti e sono riuscite a stabilire una piccola testa di ponte oltre il fiume Zherebets.

Non sono né grandi avanzate né grandi movimenti di truppe, ma su parecchi canali ucraini, anche ufficiali, si sostiene che abbiano ammassato forze imponenti: 100.000 uomini, 900 carri, più di 500 pezzi d’artiglieria e 370 lanciamissili.

Onestamente non pare ci sia traccia di una simile concentrazione di truppe e tutto potrebbe essere una psyop per potere affermare tra qualche giorno che questa avanzata condotta con forze soverchianti è stata bloccata e intestarsi un’altra vittoria. Vedremo, certo quella zona del fronte è abbastanza calda.

Il secondo aggiornamento è ancora più congetturale. Ieri c’è stato un attacco piuttosto serio su Kharkiv e due missili russi hanno colpito il dormitorio della facoltà di legge, da tempo usato per alloggiarvi soldati e, si dice, anche personale occidentale, mercenari o istruttori che siano.

Ci sono state vittime (non sappiamo quante), ma la cosa strana è che nell’aeroporto polacco di Rzeszów, il principale hub logistico degli equipaggiamenti NATO che vengono trasferiti in Ucraina, c’è stato un gran traffico di aerei senza transponder per tutta la notte – cosa non inusuale – finché alle 13 non è atterrato OO-MED, un Learjet 45 della ASL Fly Med (foto 2), compagnia specializzata nel soccorso aereo, attrezzato per trasportare pazienti in condizioni critiche.

Un pezzo grosso che deve restare anonimo avrà avuto un incidente. A Kharkiv?

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16/07/2023

Guerra in Ucraina - In forse il rinnovo dell'accordo sui cereali

di Francesco Dall'Aglio

A mezzanotte scadono i termini del cosiddetto accordo sul grano, ovvero il trasporto sicuro di prodotti agricoli (in ordine di quantità mais, grano, farina di estrazione di girasole, olio di girasole, "altro", ossia colza, soia eccetera) da tre porti ucraini (Odessa, Černomorsk e Yuzhny/Pivdennyi, quest'ultimo al momento escluso dall'accordo). Al momento, e sottolineo al momento, non sembrano esserci margini per una estensione dell'accordo, nonostante le trionfali dichiarazioni di Erdoğan subito smentite da Peskov. Ma si sa, la politica è il dominio del compromesso, quindi chissà.

I motivi per cui la Russia non intende rinnovare l'accordo sono numerosi. I principali sono: la condotta che trasporta nitrato d'ammonio da Togliatti a Pivdenny, il cui transito è interrotto dall'inizio del conflitto; le navi russe cariche di fertilizzanti bloccate in vari porti; l'esclusione della Rosselkhozbank, la banca agricola russa, dallo SWIFT, cosa che non le consente di esportare prodotti agricoli in Occidente, Corea e Giappone perché non può ricevere pagamenti; il problema delle assicurazioni internazionali delle navi mercantili russe. Se all'atto della firma degli accordi era stato promesso di risolvere le questioni, nulla è stato fatto in proposito (il 5 giugno la condotta Togliatti-Pivdenny è stata anche bombardata).

Stando a quanto ha scritto la Reuters qualche giorno fa il Segretario Generale dell'ONU Gutierres ha proposto di agganciare allo SWIFT una sussidiaria della Rosselkhozbank, solo per ciò che riguarda prodotti agricoli e nitrato d'ammonio, ma non ci sono dichiarazioni ufficiali di nessuna delle parti. Stando così le cose, il governo russo ha deciso di uscire da un accordo che in pratica porta vantaggi solo all'Ucraina. In realtà, si dice, l'accordo è vantaggioso per tutto il mondo, in particolare per i paesi in via di sviluppo che possono rifornirsi di cereali in abbondanza a prezzi bassi. Ma le cose non stanno esattamente così, al di là del fatto che i prezzi sono di mercato.

La Black Sea Grain Initiative gode di un bellissimo e aggiornatissimo sito web. Se si va ad analizzare il movimento delle navi e i porti di destinazione, però, si nota immediatamente che la gran parte dei prodotti agricoli non sono destinati ai paesi in via di sviluppo ma a paesi non minacciati di insicurezza alimentare. Su 32.856.252 tonnellate di merce, infatti, 8 milioni sono sbarcate in Cina, 6 in Spagna, 3.200.000 in Turchia, 2.100.000 in Italia, 2 in Olanda. Il 38% è andato a paesi dell'Unione Europea, quasi un quarto del totale alla Cina, e solo il 2,3% ai paesi più poveri del mondo. Ad esempio, nonostante la nave che campeggia in cima alla pagina che ho appena citato abbia trasportato grano diretto all'Afghanistan, l'Afghanistan ha ricevuto solo 130.900 tonnellate di prodotti agricoli, l'Etiopia 282.800, il Sudan appena 95.300; e le due navi partite oggi da Odessa, probabilmente le ultime a meno appunto di improvvisi e imprevisti sviluppi, sono dirette in Olanda. Ancora più chiaro è il documento che riporta le destinazioni LDC/Non LDC (LDC = Least Developed Countries, Paesi meno sviluppati): i paesi LCD, cioè quelli per i quali teoricamente l'accordo sul grano è stato creato, hanno ricevuto solo il 5,8% del totale delle esportazioni agricole (il documento è qui) - un'avvertenza per gli altri grafici, la Cina è qualificata "developing", per questo i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto il 57,4%.

Questo non è un mistero, ovviamente, e anch'io ne ho già parlato più di una volta (per quello che vale). Però, appunto, l'accordo serve solo all'Ucraina, e le promesse fatte alla Russia non sono state (per ora?) mantenute. In più, come abbiamo visto, i rapporti con la Turchia si stanno un po' guastando, e la Turchia era ed è uno degli sponsor principali dell'accordo (tanto che ci si è spinti a ritenere che l'ultimo rinnovo dell'accordo sia stato un "favore" fatto da Putin a Erdoğan per non mettere in difficoltà quest'ultimo prima delle elezioni). Sul rinnovo, dunque, non sono molto ottimista, al di là del fatto che mancano poche ore alla scadenza, tutto è sempre possibile e sarebbe il caso che fosse rinnovato, se non altro per non provocare un aumento dei prezzi di grano e mais. Probabilmente non sono molto ottimisti nemmeno gli ucraini, che stanotte hanno lanciato un attacco di droni contro la Crimea e all'alba di stamattina due droni navali contro il porto di Sebastopoli. Entrambi gli attacchi sono stati sventati dalle difese russe.

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19/04/2023

La fame nel mondo e i giochi europeisti attorno al grano ucraino

Mentre la “fraterna” Polonia “senza frontiere” con l’Ucraina introduce il divieto su importazione e transito di prodotti agricoli ucraini fino al 30 giugno, è prorogata fino a maggio l’esportazione in Africa di cereali da Ucraina e Russia, la cosiddetta Black Sea Grain Initiative che, approvata da Russia, Ucraina, Turchia e ONU, dovrebbe garantire la sicurezza di navigazione per cereali, derrate alimentari e fertilizzanti spediti da porti ucraini, attraverso corridoi marittimi sul Mar Nero.

Dal giugno 2022, allorché fu firmato l’accordo, prorogato ogni quattro mesi, sono state trasportate quasi 25 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate verso 45 paesi. Prima della guerra, Russia e Ucraina erano tra i primi dieci produttori mondiali di grano e tra i cinque maggiori esportatori di grano e fertilizzanti verso Europa, Asia e Africa. Tra parentesi, la Russia lo è tuttora.

Il 25% circa dei carichi, scrive Pius Adeleye su Jeune Afrique, va a paesi con grossi deficit alimentari, in particolare nel Corno d’Africa; ma i principali beneficiari dell’accordo sono Cina, Spagna, Turchia e Italia. Secondo la FAO, almeno sedici paesi africani importano la maggior parte del grano da Russia e Ucraina; nel complesso, tra il 2018 e il 2020, l’Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 miliardi dall’Ucraina.

Sull’edizione russa di Forbes, Aleks Budris scrive però che Mosca minaccia di non approvare la quarta proroga dell’accordo: lo scorso 7 aprile, il Ministro degli esteri Sergej Lavròv ha detto che «Se non ci saranno progressi nella rimozione degli ostacoli all’esportazione di fertilizzanti e cereali russi, valuteremo quanto l’accordo sia necessario». L’Occidente dovrà allora servirsi delle rotte terrestri e dei porti sul Danubio, specialmente in Romania, già così inflazionati.

Le condizioni russe per la proroga dell’accordo sono: il reinserimento della Rossel’khozbank nello Swift (sistema di pagamenti internazionali, ndr), la ripresa delle forniture alla Russia di macchinari agricoli, la rimozione delle limitazioni per l’accesso di navi russe a porti stranieri, la ripresa del funzionamento del condotto “Togliatti-Odessa”, attraverso cui l’ammoniaca russa viene pompata verso l’Ucraina per l’export.

Condizioni che, a detta di osservatori russi, difficilmente saranno accolte, cosa che rende quindi verosimile il ritiro russo dal Black Sea Grain, anche se molto dipende dai risultati delle prossime presidenziali e parlamentari in Turchia, garante dell’accordo.

Secondo dati ufficiali russi, diffusi lo scorso marzo, nel quadro di quell’accordo, dal 1 agosto 2022 sono state trasportate 23 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate alimentari, di cui il «47% verso paesi ad alto reddito, soprattutto UE, e il 34% verso paesi a reddito medio-alto. La quota di consegne a paesi bisognosi è in costante calo ed è ferma al 2,6%».

Stando a Bruxelles, invece, 456.000 tonnellate sono partire da porti ucraini dirette verso Etiopia, Yemen, Gibuti, Somalia e Afghanistan, col 65% del grano esportato verso paesi in via di sviluppo.

Altri dati ancora sono quelli del Centro di coordinamento congiunto del Black Sea Initiative: dall’inizio dell’accordo fino al 9 aprile 2023, sarebbero state esportate 27,4 milioni di tonnellate di prodotti agricoli: 13,7 mln di mais, 7,5 mln di grano. Principale destinatario sarebbe la Cina, con 6,2 milioni di tonnellate (22,6% del totale), seguita da Spagna (4,7 mln), Turchia (3 mln), Italia (1,9 milioni di tonnellate: 6,9% del totale) e Paesi Bassi (1,7 mln).

Tra i paesi bisognosi, destinatari del grano ucraino, ci sarebbero Bangladesh (822.093 t), Yemen (235.618 t), Etiopia (232.759 t), Afghanistan (130.869 t), Sudan (65.340 t), Somalia (53.500 t) e Gibuti (541 t), equivalenti al 20,5% di tutto il grano spedito dai porti ucraini: più o meno la stessa percentuale indicata dalla famigerata USAID, secondo cui tra agosto e novembre 2022, circa 435 navi sarebbero partite da porti ucraini, dirette in 39 paesi, ma solo meno del 20% delle derrate sarebbe andato (direttamente) a paesi vulnerabili quali Kenya, Somalia, Etiopia.

Sembra anzi che le statistiche siano peggiorate durante il secondo periodo dell’accordo (novembre 2022 – marzo 2023): nel solo mese di febbraio 2023, il volume di cereali spediti in Cina, principale beneficiaria del Black Sea Grain Iinitiative, è stato di circa quattro volte più grande di quello esportato in Africa. Secondo le cifre della Direzione doganale cinese, nel 2021 il volume di grano importato aveva superato 164 milioni di tonnellate, contro i quasi 135 del 2020; nei primi cinque mesi del 2022 sarebbe stato di 66,5 mln di tonnellate.

Importazione ed esportazione

Ma l’esportazione ucraina passa anche per i cosiddetti “corridoi di solidarietà”, creati dalla UE e da cui transitano 23 milioni di tonnellate di prodotti agricoli e oltre 21 milioni di tonnellate di altre merci. Allo scopo, sono stati temporaneamente aboliti dazi e quote (più avanti, vedremo le reazione degli agricoltori polacchi, romeni, bulgari, slovacchi) per i prodotti ucraini.

Questo per ora; perché, con la guerra in corso, ci sono previsioni di un calo del raccolto di grano ucraino per l’anno agricolo 2023-2024 dagli attuali 19,3 mln di tonnellate a 15,2, con un conseguente calo delle esportazioni da 13-16 mln a 10-12 mln di tonnellate.

Tra l’altro, a proposito di “aiuti europei all’Ucraina”, non va dimenticato che ormai da diversi anni (dal 2016, poi, anche col beneplacito parlamentare ucraino), colossi quali Cargill, Monsanto, Dupont, AgroGeneration, ecc., controllano milioni di fertilissime terre nere dell’Ucraina occidentale e meridionale.

La russa Vedomosti scrive che, secondo dati ONU e di Marinetraffic.com, il 57% (1,18 mln di tonnellate su 2,08) del frumento ucraino trasportato via mare nel mese di agosto 2022 era andato a paesi occidentali o membri NATO, (23% in più rispetto al 2021), di cui il 37% a paesi UE, contro il 17% diretto verso paesi africani. Risultava drasticamente calata la quota cinese, passata dal 31% dell’import nel 2021, al 8%.

Oggi, i primi cinque paesi che vantano il 65% dell’export mondiale di frumento, sono Russia (39 milioni di tonnellate), Canada (27,7), USA (26,7), Australia (19,7) e Ucraina (16,8). La geografia dell’export di frumento russo vede ai primi posti Medio Oriente, col 39% del volume esportato, Asia (31%), Africa (20%), UE (7%). Nel 2020-2021, i maggiori cinque importatori sono stati Egitto (13 milioni di tonnellate), Indonesia (10,5), Cina (10,5), Turchia (8,2), Filippine (6,8).

Fonti generali russe dicono che, nel 2021, le quote di export di cereali dall’Ucraina erano del 34% verso paesi occidentali e NATO, del 31% verso la Cina; seguivano Egitto, Indonesia e Turchia col 9% rispettivamente; Olanda 6%, altri 36%; Africa 18%.

Secondo le Izvestija, la Russia è leader mondiale nelle esportazioni di grano ormai da sei anni. Ogni anno vengono raccolti più di 120 milioni di tonnellate di grano, due terzi dei quali sono frumento. Si è parlato di un nuovo record di 150 milioni di tonnellate nel 2022, con esportazioni verso Iran, Egitto, Turchia, Bangladesh, Arabia Saudita, ma anche Kazakhstan e Azerbajdžan.

Nell’autunno 2022, Vladimir Putin aveva parlato di 30 milioni di tonnellate di cereali esportate in Asia, Africa e America Latina, con la prospettiva, secondo cui «siamo disposti ad aumentare il volume di forniture ai Paesi che più ne hanno bisogno fino a 50 milioni di tonnellate e oltre».

E questo significa anche grossi affari: tra le maggiori cinque proprietà terriere russe, continua a primeggiare “Agrocomplex N. I. Tkacev”, della famiglia dell’ex Ministro dell’agricoltura dal 2015 al 2018 Aleksandr Tkacev, con 660.000 ha di terre in Krasnodarskij e Stavropol’skij kraj, Adigeja, regione di Rostov, il cui valore supera i 152 miliardi di rubli. L’impresa controlla 63 ditte, che si occupano di produzione agricola e mangimi, allevamenti da carne e latticini, orticoltura, trasformazione.

L’export ucraino

Oggi, il Ministro degli esteri della junta golpista di Kiev, Dmitrij Kuleba, incurante del ridicolo (e degli ossimori) sproloquia di voler «trasformare il Mar Nero in quello che è diventato il Mar Baltico: un mare della NATO ... Chiediamo la smilitarizzazione del Mar Nero, così che i paesi pacifici e rispettosi della legge possano usarlo per il commercio e i viaggi».

Ma già per diversi mesi prima dell’accordo Black Sea Grain, la Russia era stata accusata dalle “democrazie” occidentali di aver provocato un aumento della carestia in Africa e Medio Oriente, a causa del blocco del frumento ucraino nei porti.

«I paesi ricchi, dietro gli slogan sulla lotta alla fame nel mondo, risolvono i propri problemi, acquistando colture foraggere, principalmente mais... invece di grano alimentare... Nessuno si aspettava che la UE sarebbe stata uno dei maggiori beneficiari del “corridoio del grano”, mettendo in secondo piano i paesi che hanno davvero bisogno di cibo», nota su Vedomosti Eduard Zernin, dell’Unione export cereali. E Dmitrij Ryl’ko: «L’Ucraina ha sempre esportato soprattutto cereali da foraggio. Anche ora lo portano verso paesi NATO».

Due mesi dopo l’accordo, Ivan Nečaev, del Ministero degli esteri russo, diceva che «La quota di grano, del cui deficit parlavano i politici occidentali, rappresenta meno del 19% del frumento spedito. Ne sono stati sinora esportati 0,39 milioni di tonnellate, su 20 navi, 9 delle quali salpate per la Turchia e 4 per paesi UE. Ciò solleva dubbi sul fatto che la sicurezza alimentare globale dipenda dall’accordo per lo sblocco dei porti ucraini».

Sembra che, dopo la firma dell’accordo del 2022, la prima nave diretta verso paesi con gravi problemi alimentari, sia salpata solo il 21 agosto per Gibuti, con 23.300 t. di grano per l’Etiopia.

A causa del tipico meccanismo di mercato, dell’equilibrio tra domanda e offerta, dice ancora su Vedomosti l’analista Andrej Sizov, le navi non si dirigono verso paesi alla fame: «Le argomentazioni dei politici occidentali, secondo cui i prodotti dovevano essere destinati ai paesi affamati dell’Africa, sono assolutamente infondate: come sempre, vengono inviati dove viene offerto il miglior prezzo».

Finora (Vedomosti scrive a settembre 2022) solo cinque navi con 0,17 milioni di tonnellate di grano (il 44% di tutto il grano e l’8% di tutti i cereali esportati dall’Ucraina in agosto) sono state inviate in paesi in cui oltre il 10% della popolazione soffre di gravi problemi alimentari: Gibuti, Libano, Somalia, Yemen, Sudan.

In molti paesi africani la situazione è davvero catastrofica. In Congo, su 96 milioni di abitanti, 36 milioni sono denutriti; ma ci sono anche Etiopia, Tanzania, Kenya Somalia (il 60% della popolazione soffre la fame), Repubblica Centrafricana, Madagascar, Congo. Secondo la FAO, al 2021, 828 milioni di persone in tutto il mondo pativano la fame: 46 milioni in più del 2020; e le cifre continuano a crescere.

A qualcuno dovrà pur sorgere il dubbio che, dietro la fame di un miliardo di persone, non ci sia semplicemente l’export russo e ucraino, ma ci sia un sistema che da secoli depreda intere regioni del mondo per i profitti del capitale.

Comunque, lo scorso gennaio, Jeune Afrique scriveva che la guerra «in Ucraina ha permesso alla Francia di segnare punti contro la Russia nella battaglia per la fornitura di grano a Marocco, Algeria e Egitto»; e notava che, secondo la governativa FranceAgriMer, le esportazioni francesi di grano tenero avevano raggiunto, all’inizio dell’anno, «1,7 milioni di tonnellate verso il Marocco, 1,5 milioni verso l’Algeria e 900.000 tonnellate verso l’Egitto, vale a dire il triplo» rispetto all’anno precedente.

Negli ultimi anni, nota Jeune Afrique, l’approvvigionamento di cereali al Maghreb, e in particolare di grano tenero, è stato oggetto di competizione tra Francia e Russia. Storico fornitore dell’area, Parigi ha visto la concorrenza di Mosca che, ormai primo esportatore mondiale di grano tenero, le ha sottratto quote di mercato, in particolare in Egitto e Marocco.

Ma, come detto all’inizio, non tutto procede liscio con i “benefit” accordati alla junta nazi-golpista di Kiev. Anzi, sono proprio gli immediati vicini dell’Ucraina a sollevare le maggiori proteste.

Le reazioni degli “amici” dell’Ucraina

A dispetto dei discorsi d’occasione fatti a Varsavia tra Vladimir Zelenskij e Andrzej Duda, sulla “scomparsa delle frontiere” tra Polonia e Ucraina, ai valichi confinari sono apparsi nuovi “cordoni”, fatti di trattori e cortei degli agricoltori polacchi.

Significativo che, proprio nel giorno in cui Duda e Zelenskij si abbracciavano, si sia dimesso il Ministro dell’agricoltura polacco, Henryk Kowalczyk, per protesta contro il rifiuto della Commissione europea di ristabilire i dazi sui prodotti agricoli ucraini – grano, mais, girasole, pollame – rimossi all’inizio del conflitto.

«La Bulgaria è solidale con l’Ucraina e i produttori ucraini. Insieme alla UE, ha sostenuto i corridoi di solidarietà per combattere la fame nel mondo. Ma questi corridoi sono un canale per importazioni verso la UE esenti da dazi senza precedenti», ha detto il vice Ministro dell’agricoltura bulgaro Georgi Sybev.

E il suo omologo ungherese, István Nagy, ha promesso controlli più severi sulle importazioni di grano dall’Ucraina, «per assicurarci che il grano raggiunga la sua destinazione originale». Secondo Nagy, cereali, semi oleosi, carne di pollame, uova e miele ucraini creano problemi ai produttori ungheresi, il che «fa pressione sui prodotti ungheresi e abbassa i prezzi di vendita al di sotto dei costi di produzione».

Non per nulla, a fine 2022 era cresciuta del 70% l’importazione di mais ucraino nella UE, di 10 volte il grano e 70 volte i girasoli. A differenza della Polonia, comunque, che ha vietato importazione e transito di prodotti agricoli ucraini fino al 30 giugno, l’Ungheria non ne ha per ora proibito il transito.

Anche gli agricoltori rumeni, scrive Euractiv, non riescono a vendere il grano, che non può competere con il grano ucraino più economico; e anche il trasporto di grano verso il mercato estero è praticamente impossibile, dato che tutte le capacità logistiche rumene, compreso il principale porto del paese, Costanza, sono occupate da merci ucraine.

«Di questo passo, il settore agroalimentare rumeno andrà in fallimento», ha dichiarato il consigliere del Ministero dell’agricoltura Cesar Gheorghe, aggiungendo che se l’accordo del Black Sea Initiative non verrà rinnovato, tutto il transito su rotaia o su strada ricadrà sulla Romania. Così che, dopo le recenti proteste degli agricoltori polacchi, anche quelli rumeni sono scesi in piazza. Con gli slogan “Non uccidere i nostri affari!” e “Stop ai cereali geneticamente modificati dall’Ucraina!”, minacciano lo sciopero nazionale a oltranza dal 7 giugno, se non cesserà l’importazione di grano dall’Ucraina.

Così, sembra che la Commissione europea stanzierà 56 milioni di euro fino al 30 settembre, per compensare le perdite degli agricoltori colpiti: 29,5 milioni andranno alla Polonia, 16,7 alla Bulgaria e 10 alla Romania. Ma Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia hanno chiesto congiuntamente a Ursula von der Leyen di aumentare gli stanziamenti, o di reintrodurre tariffe e quote per l’importazione di prodotti ucraini.

Hanno anche proposto alla Commissione europea l’acquisto di grano in eccedenza dagli agricoltori europei e, insieme alla FAO, anche di grano ucraino, indirizzandolo a bisogni umanitari.

Oltre alla caduta del prezzo della produzione locale, da 370 a 240 euro la tonnellata, gli agricoltori rumeni protestano anche per i pericoli per la salute rappresentati dai prodotti ucraini. «Gli agricoltori ucraini producono merci con insetticidi e pesticidi, proibiti in Romania», scrive la rumena Economedia, aggiungendo che si sono registrati anche casi di merci con una componente di organismi geneticamente modificati, vietati nella UE.

Secondo Radio Romania, i cereali ucraini che hanno invaso il mercato locale sono spesso venduti a un prezzo inferiore del 70% rispetto a quelli rumeni. Se nel 2018-2020 la Romania non aveva importato grano dall’Ucraina, solo lo scorso anno ne ha importato 570.000 tonnellate (la Polonia 1,6 milioni).

«Metà delle esportazioni di cereali ucraini passa per la Romania, lungo il Danubio. Quindi anche i porti sul Danubio sono intasati, le autostrade sono piene di camion con targa ucraina». La TASS ricorda però che lo scorso anno era stata Bucarest stessa a semplificare l’importazione di prodotti agricoli ucraini: esenzione da dazi doganali e dall’obbligo di presentare certificazioni sanitarie e veterinarie.

In Slovacchia, il Ministero dell’agricoltura ha vietato lavorazione e vendita di grano dall’Ucraina e anche della farina già da esso ottenuta: test di laboratorio avrebbero confermato alti contenuti di residui di pesticidi in lotti di grano ucraino.

In generale, se formalmente Polonia, Ungheria, Slovacchia hanno deciso il blocco temporaneo dell’importazione di prodotti agricoli ucraini a causa della scoperta in essi di pesticidi vietati nella UE, il motivo più probabile è piuttosto che l’importazione di prodotti agricoli più economici ha provocato un calo dei prezzi della produzione interna, così che Varsavia e altre capitali europee si sono viste costrette a ricorrere a misure di protezione del proprio mercato.

Tanto più che la Polonia è il più importante fornitore di prodotti agricoli per i mercati europei e, con l’attuale proibizione, si tenta apertamente di eliminare un pericoloso concorrente per via “legislativa”.

In sostanza, osservano analisti russi, è improbabile che tali misure abbiano un serio impatto sull’economia ucraina, praticamente finanziata in toto dall’Occidente. Secondo dati di Bruxelles, la “temporanea” abolizione – dapprima fino al luglio 2023, poi 2024 – dei dazi sul grano ucraino, ne ha decuplicato l’importazione nella UE, dalle 287.000 tonnellate del 2021, ai 2,85 milioni del 2022.

Come che sia, un’ulteriore riprova del valore della commedia polacco-ucraina secondo cui «tra i nostri popoli non esisteranno più alcune frontiere: né politiche, né economiche»; ci saranno solo le frontiere dell’impero polacco della rinata “Rzeczpospolita”.

Così che valgono i versi del Teseida boccacciano: «Ciascun si guardi adunque di cadere e del non presto potersi levare, se non gli è forse caro di sapere chi gli è amico o amico pare».

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