Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/01/2026

53 ONG avvertono: le misure di registrazione di Israele ostacolano l’azione umanitaria

Le organizzazioni umanitarie internazionali operanti nel Territorio Palestinese Occupato avvertono che le recenti misure di registrazione introdotte da Israele rischiano di fermare le operazioni delle ONG internazionali proprio mentre i civili affrontano bisogni umanitari acuti e diffusi, nonostante il cessate il fuoco a Gaza.

Il 30 dicembre, 37 ONG internazionali hanno ricevuto una notifica ufficiale secondo cui le loro registrazioni sarebbero scadute il 31 dicembre 2025. A partire da questa data inizia un periodo di 60 giorni, al termine del quale le ONG sarebbero obbligate a cessare le operazioni a Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.

Le ONG internazionali sono parte integrante della risposta umanitaria, operando in partenariato con le Nazioni Unite e con le organizzazioni della società civile palestinese per fornire assistenza salvavita su larga scala. Le Nazioni Unite, l’Humanitarian Country Team e i governi donatori hanno ripetutamente affermato che le ONG internazionali sono indispensabili per le operazioni umanitarie e di sviluppo e hanno esortato Israele a cambiare rotta.

Nonostante il cessate il fuoco, i bisogni umanitari restano estremi. A Gaza, una famiglia su quattro sopravvive con un solo pasto al giorno. Le tempeste e il forte maltempo invernale hanno causato lo sfollamento di decine di migliaia di persone, lasciandone 1,3 milioni in urgente bisogno di riparo. Le ONG internazionali forniscono più della metà di tutta l’assistenza alimentare a Gaza, gestiscono o supportano il 60% degli ospedali da campo, realizzano quasi i tre quarti delle attività relative ai mezzi di ricovero e beni non alimentari e forniscono l’intero trattamento per i bambini affetti da malnutrizione acuta grave. La loro rimozione comporterebbe la chiusura delle strutture sanitarie, l’interruzione delle distribuzioni alimentari, il crollo delle catene di fornitura per le strutture di rifugio e la cessazione dell’assistenza salvavita.

In Cisgiordania, continue incursioni militari e violenze dei coloni continuano a provocare sfollamenti. Ulteriori restrizioni alle ONG internazionali ridurrebbero drasticamente la portata e la continuità dell’assistenza in un momento critico.

I recenti tentativi di valutare l’impatto della cancellazione della registrazione delle ONG attraverso metriche selettive non riflettono la realtà pratica della fornitura di aiuti umanitari. L’accesso umanitario deve essere misurato in base alla capacità di garantire che i civili ricevano l’assistenza giusta, nel posto giusto, al momento giusto.

Le ONG internazionali operano secondo rigorosi quadri di conformità imposti dai donatori, tra cui audit, controlli sul finanziamento del terrorismo e requisiti di due diligence che rispettano gli standard internazionali. Oltre 500 operatori umanitari sono stati uccisi dal 7 ottobre 2023. Le ONG non possono trasferire dati personali sensibili a una parte in causa del conflitto, poiché ciò violerebbe i principi umanitari, l’obbligo di protezione e le normative sulla protezione dei dati. La narrazione false sull’operato e il ruolo delle ONG a Gaza delegittima le organizzazioni umanitarie, mette in pericolo il personale e compromette la fornitura degli aiuti.

Questa non è una questione tecnica o amministrativa, bensì una scelta politica deliberata con conseguenze prevedibili. Se le registrazioni saranno lasciate scadere, il governo israeliano ostacolerà l’assistenza umanitaria su vasta scala. L’accesso umanitario non è opzionale, né condizionale o politico: è un obbligo legale sancito dal diritto internazionale umanitario. Questa decisione creerebbe, inoltre, un pericoloso precedente, estendendo l’autorità israeliana sulle operazioni umanitarie nei Territori Palestinesi Occupati, in contrasto con il quadro giuridico internazionale riconosciuto che regola il territorio e il ruolo dell’Autorità Palestinese.

Chiediamo al Governo di Israele di interrompere immediatamente le procedure di cancellazione della registrazione e di revocare le misure che ostacolano l’assistenza umanitaria. Esortiamo i governi donatori a utilizzare tutta la loro influenza per garantire la sospensione e l’annullamento di queste azioni. Le operazioni umanitarie indipendenti e basate sui principi devono essere protette affinché i civili possano ricevere l’assistenza urgente di cui hanno bisogno.

Fonte

25/11/2025

A Gaza il cessate il fuoco non esiste

Quando il 10 ottobre è stato dichiarato un “cessate il fuoco” a Gaza, molti palestinesi hanno tirato un sospiro di sollievo. Avevano appena subito due anni di bombardamenti costanti, stimati in circa sei volte la potenza esplosiva della bomba atomica sganciata su Hiroshima nel 1945, concentrati su un’area con meno della metà delle dimensioni della città giapponese.

La devastazione era totale. Tutti gli ospedali e le università erano stati bombardati, la maggior parte delle case e delle scuole distrutte e infrastrutture vitali, come il sistema fognario e le linee elettriche, erano state danneggiate irreparabilmente. Si stima che 50 milioni di tonnellate di macerie fossero sparse lungo la Striscia e sotto di esse giacessero almeno 10.000 corpi di palestinesi uccisi nei bombardamenti, ancora da recuperare.

Eppure, la tregua che la popolazione di Gaza si aspettava non si è mai materializzata. Quasi subito dopo l’annuncio del “cessate il fuoco”, il Regime israeliano ha ripreso a bombardare la Striscia. Da allora non si è più fermato.

Secondo l’Ufficio Stampa governativo di Gaza, Israele ha violato il “cessate il fuoco” quasi 500 volte in 44 giorni, uccidendo 342 civili. Il giorno più sanguinoso è stato il 29 ottobre, quando le Forze di Occupazione Israeliane hanno ucciso 109 palestinesi, tra cui 52 bambini. Più recentemente, giovedì, 32 palestinesi sono stati uccisi, tra cui un’intera famiglia nel quartiere di Zeitoun a Gaza, quando una bomba è stata sganciata su un edificio in cui si erano rifugiati.

Ma non è solo il bombardamento a non essersi fermato. Nemmeno la fame si è fermata.

In base all’accordo di “cessate il fuoco”, 600 camion di aiuti avrebbero dovuto essere autorizzati a entrare ogni giorno, ma Israele non ha rispettato l’accordo. Come ha riferito da Gaza il corrispondente di Al Jazeera Hind al-Khoudary, le Forze di Occupazione Israeliane consentono l’ingresso nella Striscia solo a 150 camion al giorno. Impediscono inoltre l’ingresso di alimenti nutrienti, tra cui carne, latticini e verdure, nonché di medicinali, tende e altri materiali di prima necessità per i rifugi.

Una coalizione di agenzie umanitarie palestinesi ha stimato che gli aiuti che entrano ora non coprono nemmeno un quarto dei bisogni primari della popolazione.

L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA), che afferma di avere nei suoi magazzini cibo a sufficienza per sfamare tutti a Gaza per mesi, non è ancora autorizzata a importarne. Ciò è in aperta violazione di un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia di ottobre, secondo cui il Regime israeliano ha il dovere di non ostacolare la fornitura di aiuti da parte delle agenzie delle Nazioni Unite, inclusa l’UNRWA.

La Corte ha inoltre respinto le accuse israeliane secondo cui l’agenzia manca di neutralità e ha affermato che è un attore indispensabile nel panorama umanitario. Ciononostante, il Regime israeliano ha respinto il parere consultivo e continua a limitare le attività dell’UNRWA impedendo la distribuzione degli aiuti e negando i visti al suo personale internazionale.

Il Regime israeliano non sta inoltre rispettando le misure provvisorie stabilite in una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del gennaio 2024, che ha stabilito che a Gaza venivano commessi plausibili atti di Genocidio. Queste misure includevano la prevenzione degli atti di Genocidio, la prevenzione e la punizione dell’incitamento al Genocidio e il permesso di accedere agli aiuti umanitari a Gaza. Da allora, la Corte ha ribadito più volte le sue misure provvisorie. Il Regime israeliano continua a ignorarle.

E questo perché, a livello internazionale, continua a godere di una copertura diplomatica, finanziaria e militare senza precedenti. L’ultima iterazione di ciò è avvenuta il 17 novembre, quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 2803, approvando il piano in 20 punti del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza.

Tra le sue disposizioni figura la creazione di due organismi che assumerebbero il controllo di Gaza: il Consiglio per la Pace, presieduto dallo stesso Trump, e la Forza Internazionale di Stabilizzazione, incaricata di mantenere la sicurezza e di imporre il disarmo dei gruppi palestinesi. La struttura di governo di entrambi gli organismi rimane poco chiara, ma opererebbero in coordinamento con il Regime israeliano, instaurando di fatto un ulteriore livello di controllo straniero sul popolo palestinese.

La Risoluzione consente inoltre di aggirare le strutture locali e internazionali esistenti nella distribuzione degli aiuti. Non fa alcun riferimento al Genocidio e non propone alcun meccanismo di responsabilità per i Crimini di Guerra. In sostanza, la Risoluzione viola il Diritto Internazionale e conferisce agli Stati Uniti, Complici del Genocidio, il controllo su Gaza.

Tutto ciò chiarisce il fatto che il “cessate il fuoco” non è affatto un cessate il fuoco. Il Regime israeliano continua ad attaccare Gaza, a far morire di fame la popolazione palestinese e a negarle l’accesso a un alloggio adeguato e all’assistenza sanitaria.

Definire questo accordo un cessate il fuoco consente a Stati terzi di rivendicare progressi nella risoluzione del conflitto e persino nella pace, quando la realtà fondamentale del Genocidio palestinese sul campo rimane sostanzialmente immutata. Il “cessate il fuoco” è una farsa diplomatica, una copertura per il continuo Sterminio, Sfollamento e Cancellazione del popolo palestinese a Gaza e una distrazione per l’opinione pubblica internazionale e i media.

Fonte

17/11/2025

A Gaza tregua all’Israeliana: violata 282 volte e 242 palestinesi uccisi

Cronaca stretta

«Non si arrestano le violenze in Cisgiordania, dove gli squadristi israeliani attaccano impunemente i civili che cercano di raccogliere le olive. Ieri, per la prima volta, gli Stati Uniti hanno rotto il silenzio sulle violenze dei coloni: il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio ha dichiarato che potrebbero mettere in discussione il cessate il fuoco.
Una querula, quanto tragicamente tardiva, protesta pigolata, che in Israele è stata accolta con l’ovvia indifferenza del caso, come altrettanta indifferenza gli States dimostrano per le violazioni della tregua a Gaza, sulle quali non hanno finora detto nulla», denuncia Piccolenote.

Faccia di Trump e rapporti con Stati arabi

A Tel Aviv tutto è permesso purché il cosiddetto cessate il fuoco non sia messo in discussione seriamente, ne va dell’immagine di Trump e dei rapporti tra Stati Uniti e Paesi arabi. E, a quanto pare, i diuturni bombardamenti su Gaza e le incursioni in Cisgiordania non hanno raggiunto questo livello critico.

Ciò solo e soltanto perché Hamas, nonostante tutto, continua a ottemperare agli accordi senza reagire, che è quello che vorrebbe Tel Aviv per riprendere le ostilità in grande stile, come chiedono i messianici al governo e come vorrebbe Netanyahu, che morde il freno.

Insomma, il calcolo statunitense è tutto fondato sulla capacità di sopportazione di Hamas e, soprattutto, del popolo palestinese, mentre le pressioni su Israele, che pure sono esercitate, si limitano a un indulgente consiglio a non esagerare (cioè a non tornare ai ritmi precedenti la cosiddetta tregua, che hanno visto in media cento morti al giorno).

Tutto ciò mentre ai gazawi continuano a essere negati beni essenziali per la sopravvivenza, con la fame che ancora attanaglia la Striscia, ma anche l’indispensabile acqua, ormai avvelenata da scorie e liquami.

Ingegneria della fame a Gaza

Proprio sulla fame che ha imperversato e imperversa a Gaza, un documentato studio pubblicato su Springer Nature, una casa editrice accademica anglo-tedesca, dal titolo ‘l’ingegneria della fame a Gaza’. E lo studio «dimostra che la fame a Gaza non è una conseguenza indesiderata della guerra, ma un risultato deliberatamente progettato, reso possibile da tecnologie avanzate e una pianificazione sistematica».

Come? Lo studio rileva che «sistemi di puntamento assistiti dall’intelligenza artificiale, attacchi di droni di precisione e sorveglianza sono stati impiegati per smantellare le infrastrutture alimentari a ogni livello, dai terreni agricoli alla pesca fino a panifici, mulini e magazzini, paralizzando l’intera filiera alimentare di Gaza».

«Gli aiuti umanitari sono ostacolati dalla sorveglianza biometrica, dal targeting dei convogli e dai ripetuti attacchi contro organizzazioni affidabili come l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), mentre controverse fondazioni allineate allo Stato [israeliano] vengono scientemente rafforzate».

Sopravvivenza vietata e promesse false

«La distruzione di acqua, energia e altre risorse vitali ha innescato il collasso del nesso cibo-acqua-energia di Gaza, paralizzando tutti i meccanismi di sopravvivenza. Ancora più critico, il deliberato attacco e l’esecuzione di civili mentre facevano la fila per il pane o si appressavano alla distribuzione degli aiuti rivela una strategia calcolata per trasformare la fame in un’arma, trasformando la ricerca degli alimenti in un rischio letale».

Fin qui il catalogo degli orrori, anche se parziale, che tanto ci sarebbe da aggiungere. Resta da riferire sugli sviluppi del cosiddetto cessate il fuoco a Gaza, che tale non è, che gli Usa vorrebbero stabilizzare.

A tale scopo hanno presentato un prospetto al Consiglio di Sicurezza Onu nel quale si dettagliano gli sviluppi proposti: lo stanziamento di una forza di stabilizzazione internazionale arabo-islamica, l’instaurazione di una governance tecnocratica palestinese supervisionata da un bizzarro Board of peace (composto da più o meno eminenti figure internazionali, ma a trazione Usa), oltre a prevedere il ritiro delle forze israeliane dall’area di Gaza attualmente occupata, il disarmo di Hamas e un nebuloso orizzonte per un possibile, quanto aleatorio, Stato palestinese.

Paesi arabi per l’accordo, Russia e Cina smaliziati

La bozza ha il favore di alcuni Paesi arabi, ma ha trovato ostacoli in Russia [che ora presentato un proprio piano, completamente diverso, da discutere in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ndr] e Cina che hanno obiettato su diversi punti, tra i quali anzitutto la tempistica non ben specificata del ritiro israeliano, la necessità di coinvolgere da subito l’Autorità nazionale palestinese nell’amministrazione della Striscia che prefiguri la nascita dello Stato palestinese.

Infine, si chiede di abolire il cosiddetto ‘Board of peace’, organismo peraltro davvero bizzarro il cui ruolo precipuo sembra essere solo quello di garantire affari alle imprese occidentali, arabe e israeliane che intendono investire su Gaza. Cina e Russia possono opporre il veto alla risoluzione Usa, ma a quel punto gli States potrebbero rivolgersi alla solita ‘coalizione di volenterosi’, sempre pronta all’occorrenza, per metterlo in pratica al fuori dei vincoli e del controllo dell’Onu, come riferisce Times of Israel che dettaglia la querelle. Possibile, ma difficile date le resistenze israeliane, un compromesso.

Amiconi

Da InsideOver. La richiesta della grazia per Netanyahu da parte di Trump tiene banco più delle sofferenze dei palestinesi. La richiesta di grazia di Trump è del tutto fuori registro e quanti si oppongono a Netanyahu in Israele sono irritati dell’ingerenza. E scandalo ha suscitato in tanto mondo occidentale perché allevierebbe la pressione sul criminale di guerra che governa Israele, come tale è perseguito dal Tribunale penale internazionale, e altro. Tutto vero, ma... Quel “ma” lo spiega Carolina Landsmann su Haaretz.

Trump sta cercando un accordo storico che porti il ​​suo nome, una versione aggiornata dell’Accordo del Secolo. Non sta cantando Imagine. È piuttosto un megalomane geopolitico che vuole essere più popolare di Gesù e dei Beatles. Per questo ha bisogno di un partner che possa soddisfare ‘il popolo’. Trump è consapevole che la presa di Netanyahu sulla destra è forte in caso di guerra, ma insufficiente in caso di pace. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sono alleati in tempo di guerra, ma non in tempo di pace.

Ecco perché Trump ha fatto così tanti complimenti a Yair Lapid nel suo discorso alla Knesset. In tempo di guerra, non c’è bisogno di Lapid. In tempo di pace, cosa te ne importa, Bibi, di essere un po’ gentile con lui? ‘Guarda come arrossisce il ragazzo. Netanyahu ha persino riso’. Trump sta lanciando un messaggio a entrambi: sarete insieme nella mia squadra per la pace. Capisce che Lapid e il resto della leadership ‘chiunque tranne Bibi’ [l’opposizione ndr.] non possono convincere i propri elettori a un’alleanza con Netanyahu.

E arriviamo alla grazia. Trump non sta cercando di aiutare un amico in difficoltà. Sta tentando di progettare una riconciliazione funzionale tra i Bibi-isti e i ‘non-Bibi-isti’ – non basata su emozioni o ideologie – per formare un governo senza l’estrema destra che potrebbe promuovere la pace con i palestinesi. “Così come ha capito che gli ostaggi non erano più una risorsa per Hamas, ma piuttosto una scusa per Israele per continuare la guerra, ha capito che il processo a Netanyahu non è più solo una risorsa politica dell’opposizione israeliana, ma un peso per l’intero sistema”.

Trump sta offrendo il suo appoggio presidenziale e il suo patrocinio internazionale, mediando con l’opposizione e fornendo uno spunto narrativo per un ‘cambio di direzione’, per aiutare Netanyahu a rompere la sua dipendenza dagli estremisti di destra. La grazia non è un favore personale a Netanyahu, ma il prezzo da pagare per un cambio di rotta diplomatica”.

Fin qui la Landsmann. In un mondo ideale sarebbe auspicabile altro: che i responsabili del genocidio vadano in galera, che nasca la Palestina etc. Nel mondo reale, le opzioni per uscire da questa follia sanguinaria, almeno nel breve, sono poche. Secondo la cronista, l’opzione Trump va in questa direzione, nonostante le tante criticità. Resta che l’orizzonte della cronista rimane nel circolo ristretto Israele-Usa. Il mondo, per fortuna, è più grande e opzioni alternative sono sul tavolo, anche se con meno possibilità di successo.

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09/08/2025

A 80 anni da Hiroshima e Nagasaki, con gli occhi puntati sul genocidio a Gaza

Anni fa tenni diversi corsi sulla composizione di reportage creativi e approfonditi. Un testo obbligatorio era Hiroshima di John Hersey. Sullo stesso tema assegnavo anche En Hiroshima, a un millón de grados centígrados, un reportage di Gabriel García Márquez incluso in una nota antologia dei suoi testi giornalistici pubblicati negli anni ’50.

Il 6 e 9 agosto si commemorano gli 80 anni di questa tragedia che costò la vita a oltre 100mila persone in pochi giorni, lasciando centinaia di migliaia di feriti o mutilati a vita.

La sorte di sei sopravvissuti serve a Hersey per costruire un racconto il cui contenuto ci sconvolge per gli innumerevoli dettagli che descrivono la vita di queste persone al momento stesso dell’esplosione. Vi troviamo esseri umani nella loro semplice quotidianità: un caffè o un tè in mano, in cammino verso l’ufficio o il lavoro, qualche faccenda domestica... e pochi secondi dopo i loro corpi vengono scagliati con violenza contro il muro o il pavimento, dopo un’esplosione mostruosa, fino ad allora sconosciuta e indecifrabile per il Mondo.

Queste sei persone sopravvissero miracolosamente e poterono condividere la loro testimonianza con Hersey, dando così vita, a partire dalla pubblicazione sul New Yorker del 1946, a una squisita tradizione giornalistica che combina creatività e rigore.

Il testo di García Márquez, invece, propone uno sguardo globale sull’esperienza e sugli eventi immediati. Il segreto del suo stile giornalistico risiede nella libertà che si concede nell’identificare dettagli, angolazioni, chiavi di lettura che compongono, nel loro insieme, un testo interessante ed evocativo. Il suo potere di attrazione non riposa necessariamente nei fatti, nella “storia”, ma in come la racconta.

Una citazione diretta di Padre Arrupe, incontrato una decina di anni dopo la tragedia nucleare, sarà sufficiente per addentrarci nell’universo complesso del giorno in cui fu sganciata la bomba e delle sue conseguenze. Vale la pena citare il primo paragrafo (quelle prime righe che in pochi secondi conquistano o perdono i lettori):
“Un testimone oculare della devastazione di Hiroshima causata dalla bomba atomica si trova da ieri a Bogotà: il sacerdote gesuita Pedro Arrupe, che il 6 agosto 1945 – primo giorno dell’era atomica – ricopriva il ruolo di rettore del noviziato della Compagnia di Gesù a Hiroshima. Essendo spagnolo e la Spagna un paese neutrale, Padre Arrupe rimase in territorio giapponese anche dopo che il governo del Mikado aveva espulso tutti gli stranieri originari di paesi belligeranti. A Hiroshima non c’era guerra. Curiosamente, in una delle principali città giapponesi, con 400.000 abitanti, di cui 30.000 militari, non si erano visti i danni di una guerra internazionale di sei anni: una sola bomba era stata sganciata sulla città, e i suoi abitanti avevano motivo di pensare che si trattasse di un bombardamento accidentale, senza alcuna conseguenza”.
Questo reportage è un buon modello del giornalismo contemporaneo latinoamericano, poiché non fa concessioni alla facile svolta informativa o alle frasi fatte. Il giornalismo quotidiano si è a lungo consumato nel raccontare l’ovvio; il reportage, a partire da García Márquez, Wolfe e Capote, ha convocato una libertà di stili che ha salvato il mestiere dalla noia. Senza trascurare nulla dei dettagli demografici, cronologici, militari, scientifici o tecnici, il testo di García Márquez si muove con una cadenza e una fluidità simili al montaggio cinematografico.

A seguito delle terribili conseguenze umane e materiali, si susseguirono diversi eventi importanti: l’architetto della bomba si pentì di ciò che aveva fatto, scienziati che avevano contribuito con formule e ingegneria si ritrattarono; nacque uno sforzo mondiale per la coesistenza pacifica, fu fondata l’Organizzazione delle Nazioni Unite e fu approvata la Dichiarazione dei Diritti Umani. Tutto questo nel giro di pochi anni.

E, non dimentichiamolo, nel 1949 Albert Einstein sottoscrisse un importante saggio non solo per la Pace, ma anche a favore del Socialismo.

A 80 anni dalle bombe atomiche e di fronte alla sorte oggi della Palestina, alle ondate di fame che si vivono in diverse regioni del Mondo e alla mancanza di diplomazia e buon senso nella politica internazionale degli Stati Uniti, sembrerebbe che siamo tornati a guardare al futuro in punta di piedi, sul bordo dell’abisso, sgomenti di fronte a tanto orrore e tanta disumanizzazione.

Davanti a tutto ciò, si moltiplicano gli appelli alla società civile, ai cittadini del mondo di ogni estrazione, perché riprendano l’iniziativa e reinseriscano nel cuore delle nostre illusioni e azioni la cultura della Pace... Sì, a 80 anni dalle bombe atomiche.

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07/08/2025

La fame non è uguale per tutti, pare...

La diffusione del video dell’ostaggio israeliano Evyatar David da parte di Hamas ha prodotto l’effetto previsto: indignazione mirata, rilanciata dai media occidentali con linguaggio emotivo e selettivo. Il corpo visibilmente debilitato dell’uomo, ripreso in un ambiente sotterraneo accanto a un calendario di pasti scarni, è diventato materiale simbolico, trattato come prova evidente di brutalità.

Ma fuori dal quadro, resta una realtà ben più ampia: quella di un’intera popolazione nelle stesse condizioni, o peggiori.

Un ostaggio visibilmente denutrito in una Gaza assediata non è un’eccezione. È l’immagine coerente di un contesto interamente privato dei mezzi di sopravvivenza. Quando due milioni di persone vivono senza accesso stabile a cibo, acqua, medicinali ed energia, chiedersi perché un prigioniero sia magro significa ignorare il funzionamento dell’assedio.

In una realtà in cui anche la popolazione civile fatica a sopravvivere, il deterioramento fisico di un detenuto è una conseguenza prevedibile. Il suo stato non è un’anomalia: è il riflesso della condizione generale in cui versa chiunque viva sotto blocco. Non è la conseguenza di un trattamento punitivo, ma il risultato di una realtà collettiva devastata, in cui nemmeno chi lo detiene ha accesso a risorse sufficienti per vivere normalmente.

La debilitazione di quel prigioniero non è il risultato di una scelta interna, ma della realtà esterna imposta dall’assedio. A Gaza, oggi, non esiste la possibilità concreta di garantire un’alimentazione adeguata a nessuno: né ai civili, né ai malati, né ai detenuti. La privazione è generalizzata. Se il cibo non entra, non può essere distribuito. La condizione dell’ostaggio è dunque coerente con quella del contesto in cui è trattenuto.

Eppure, il racconto che circola non prende in esame il contesto. L’ostaggio riceve attenzione mediatica internazionale; i corpi palestinesi, stremati o senza vita, restano fuori campo. Non si tratta di una svista, ma di una precisa selezione narrativa. Si decide chi è una vittima spendibile nel discorso pubblico e chi può essere escluso senza effetti collaterali.

In questa costruzione, il deterioramento fisico non è più un fatto, ma una leva. Quando è individuale, viene amplificato. Quando è collettivo, viene ignorato. La questione non è più solo umanitaria: è politica. Privare una popolazione delle condizioni minime di vita non è un effetto secondario, ma una tecnica deliberata di dominio. Non si colpiscono solo obiettivi militari. Si rende impossibile la sopravvivenza.

L’informazione occidentale ha un ruolo attivo in questo processo. Non si limita a documentare: organizza la visibilità secondo una gerarchia funzionale. Trasforma il singolo corpo israeliano in elemento drammatico, mentre rimuove la quotidianità del danno sistemico inflitto a un’intera comunità. È così che l’informazione smette di essere osservazione e diventa partecipazione.

Basta negare tutto ciò che rende la vita possibile: cibo, cure, riparo, dignità. Basta farlo mentre il mondo guarda altrove, o finge di guardare solo un volto alla volta.

Fonte

27/07/2025

Israele cede alla pressione internazionale: il cibo entra a Gaza

L’esercito israeliano ha annunciato quella che ha chiamato una “pausa umanitaria” in tre aree di Gaza.

Tutti i giorni, per un periodo di tempo indeterminato, Tel Aviv fermerà i suoi attacchi sulla tendopoli per sfollati di al-Mawasi, a Deir al-Balah e a Gaza City. Dalle 10.00 alle 20.00 i convogli umanitari entreranno nella Striscia, con il coordinamento delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali. Cibo, medicine, carburante. Israele ha annunciato che ripristinerà l’elettricità per l’impianto di desalinizzazione nel sud di Gaza, che può garantire acqua pulita a circa un milione di palestinesi.

Il blocco dell’infrastruttura, insieme agli attacchi agli altri impianti idrici, ha causato una gravissima crisi di sete per la popolazione palestinese. E decine di persone sono state uccise mentre erano in fila per la distribuzione di taniche di acqua.

L’esercito israeliano ha lanciato dagli aerei su Gaza sette pallet di cibo (fornito dalle organizzazioni umanitarie), causando il ferimento di undici palestinesi. Secondo Tel Aviv l’operazione avrebbe avuto l’obiettivo di “migliorare la risposta umanitaria a Gaza e confutare la falsa affermazione di fame deliberata”. Ma è chiaro che i tentativi (messi in campo soprattutto nelle ultime settimane) di negare la situazione umanitaria disperata che vivono i palestinesi di Gaza, siano falliti. Il blocco di aiuti va avanti da cinque mesi ormai e la popolazione è allo stremo. Lo denunciano le Nazioni Unite e tutte le più importanti organizzazioni internazionali, la stampa mondiale, la maggior parte dei Paesi.

Il governo Netanyahu da un lato nega la fame e dall’altro ha proseguito, imperterrito, la sua politica di assedio con l’obiettivo dichiarato di mettere pressione ad Hamas con la scarsità di cibo e di beni essenziali per la sopravvivenza. Sabato un’inchiesta del New York Times ha riportato dichiarazioni in cui funzionari israeliani ammettono di non avere prove che Hamas abbia rubato aiuti umanitari. Anche gli Stati Uniti, attraverso l’agenzia USAID, non hanno trovato alcuna conferma alle accuse lanciate da Tel Aviv. Anzi, secondo le fonti il sistema di distribuzione gestito dalle Nazioni Unite era funzionante ed efficace.

Decine di camion si stanno muovendo oggi dall’Egitto verso il valico di Kerem Shalom per entrare a Gaza. Le organizzazioni internazionali dovrebbero poter distribuire cibo, medicine e carburante lungo alcune “rotte sicure” garantite dalle 6.00 alle 23.00.

Il ministero della salute di Gaza ha fatto sapere che sabato altre cinque persone sono morte per denutrizione, portando il totale a 127, tra cui 85 bambini. L’ingresso di oggi non servirà a fermare i decessi. Molte persone (soprattutto bambini e anziani) che sono in condizioni mediche disperate a causa di settimane di stenti e mancanza di medicine, non potranno essere salvate. Ci vorranno mesi di flussi umanitari ampi e costanti per prevenire decessi in futuro. E anche se l’assedio dovesse finire qui (cosa per nulla scontata) i palestinesi continuerebbero a pagarne il prezzo per generazioni.

Fonte

04/06/2025

Gaza muore di fame

Si ferma anche la distribuzione dei miseri aiuti umanitari gestiti dalla fondazione israelo-statunitense chiamata Gaza Humanitarian Foundation (Ghf). Ventidue camion appena sono stati scaricati martedì. Prima della guerra ne entravano 600 al giorno. E non c’era la necessità, come oggi, di recuperare tre mesi di blocco totale di cibo, medicine, carburante, macchinari.

La creatura nata dalle menti e dagli interessi (economici, politici e militari) di Washington e Tel Aviv, ha manifestato tutta la sua incompetenza e una inadeguatezza che era facile prevedere. Lo avevano detto le Nazioni Unite. Non si può improvvisare il lavoro umanitario costruendo in pochi mesi una società nata per volere del governo il cui presidente è ricercato internazionalmente per crimini di guerra. Non lo si può fare neanche se posizioni ai vertici membri dell’esercito statunitense e imprenditori dai guadagni milionari. A quanto pare, una delle maggiori certezze del presidente Usa Donald Trump è stata smentita dai fatti: non bastano i soldi per sostituire esperienze e professionalità.

Dopo tre giorni di terribili stragi (che solo l’esercito israeliano e la Ghf continuano a negare), la fondazione ha chiuso i cancelli. Le strade di accesso ai siti sono diventate “zone di combattimento”, hanno dichiarato i militari, nel tentativo di evitare l’afflusso di disperati e, insieme, di giustificare eventuali altre morti. 27 palestinesi ammazzati martedì, almeno 3 lunedì e 35 domenica. Le autorità di Gaza denunciano che più di 100 persone sono state uccise in una settimana e circa 500 ferite, da quando la fondazione ha cominciato le sue operazioni. Tagliando fuori le Nazioni Unite, le organizzazioni umanitarie, le associazioni locali che per i lunghi mesi della guerra sono rimaste spesso l’unica speranza di sopravvivenza per migliaia di persone.

Appena giunti gli aiuti, l’Onu riforniva innanzitutto le cucine di comunità e i punti di smistamento posizionati in centinaia di zone diverse di Gaza. Questo garantiva una distribuzione automatica e più sicura per la popolazione e, allo stesso tempo, la messa a disposizione in tempo reale del cibo cucinato e preparato dalle mense. Le persone sapevano che il meccanismo di distribuzione funzionava ed erano disposte ad attendere lo scarico dei camion. Oggi, come ha dichiarato il Programma alimentare mondiale, “le comunità muoiono di fame e non sono più disposte a sopportare che il cibo gli passi davanti”. Perché non sanno quanto ne entra e fino a quando. Non sono certi che domani ci sarà ancora. Per recuperare questa fiducia, l’agenzia delle Nazioni Unite ha dichiarato che è necessario aprire i valichi, far entrare enormi e continue quantità di cibo, garantire rotte sicure (quelle obbligate dall’esercito non lo sono) e utilizzare tutti e 400 i punti di distribuzione. Che diventano migliaia se si contano anche quelli gestiti da associazioni internazionali e locali.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il meccanismo messo in piedi dalla fondazione israelo-americana. Prima dell’inizio delle operazioni, l’esercito ha preparato tre aree di smistamento. Sono enormi distese vuote circondate da cumuli di terra che avrebbero dovuto evitare, nei piani, l’attraversamento incontrollato della popolazione affamata. A guardia delle operazioni ci sono società private appaltatrici, sempre americane, che hanno assunto centinaia di ex militari, agenti di sicurezza, combattenti mercenari. Questi ultimi, insieme all’esercito israeliano, hanno lo scopo di controllare e gestire l’arrivo delle persone. I palestinesi dovrebbero essere incanalati in stretti percorsi delimitati da reti e filo spinato. Migliaia e migliaia di persone disperate ad attendere in fila il proprio turno, nonostante tutti sappiano che le scatole sono poche e che solo chi arriva per primo riuscirà a mangiare e a far mangiare la sua famiglia. I centri gestiti dalla Ghf, infatti, chiudono entro un paio d’ore dall’apertura. È il tempo entro cui terminano i miseri aiuti previsti per la giornata. Di solito aprono alle 6 di mattina e quindi accade che già prima dell’alba centinaia di persone provano a raggiungere i cancelli per accedervi prima che tutto finisca. I militari non possono gestire migliaia di persone che si accalcano prima dell’ora X, e aprono il fuoco. “Individui sospetti” che escono dai “percorsi stabiliti”, così li chiamano. Hanno dichiarato di aver sparato colpi di avvertimento e, per ogni strage, l’esercito ha detto che avrebbe investigato. Lo avrà ripetuto centinaia di volte dall’inizio dell’attacco a Gaza. Ma l’esercito non indaga se stesso. Lo fa formalmente, con un meccanismo appositamente inventato per evitare le inchieste internazionali indipendenti. Proprio quelle che il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto a gran voce. In ogni caso, i vertici militari si sono già auto-assolti, liquidando le centinaia di testimonianze e i resoconti medici come “bugie di Hamas”. Dall’ospedale da campo della Croce Rossa Internazionale a Rafah hanno fatto sapere di aver curato centinaia di persone negli ultimi giorni, tutte con ferite di arma da fuoco e tutte raccontavano di essere stati colpiti dai militari mentre cercavano di arrivare al centro americano. Nei filmati si sente chiaramente il suono degli spari, di quelli dei fucili e dei carri armati.

Ciò che è certo è che anche oggi a Gaza non si mangia. Anche i tre punti della Ghf sono chiusi. Formalmente per consentire “lavoro di ristrutturazione, riorganizzazione e miglioramento dell’efficienza”. La realtà è che la fondazione si trova in profonda crisi. È di martedì la notizia che la Boston Consulting Group (Bcg), una delle principali società di consulenza degli Stati Uniti, ha interrotto la sua collaborazione con la Ghf. Secondo il Washington Post la Bcg ha lavorato fin dall’inizio gomito a gomito con le autorità di Tel Aviv per plasmare la fondazione secondo le necessità del governo e dell’esercito. E intanto i tentativi di mascherare la direzione israelo-americana dell’ente, utilizzando nomi non direttamente legati allo stato ebraico, sono tutti falliti. Così, la maschera è caduta. Sempre martedì è stato nominato nuovo capo dell’ente il reverendo Johnnie Moore, un leader evangelico collaboratore del presidente Donald Trump. Moore, che sostituisce il dimissionario Jake Wood, ha espresso parole di apprezzamento per il piano di pulizia etnica che il tycoon ha chiamato la “riviera di Gaza” e ha accusato l’Onu di diffondere le bugie del “terrorismo” per aver denunciato la strage di palestinesi in fila per il cibo.

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28/05/2025

Gaza - La popolazione assalta i centri di distribuzione, i contractors scappano, i soldati israeliani sparano

La società statunitense che opera in coordinamento con l’esercito israeliano ha perso il controllo di un centro di distribuzione di aiuti a Rafah, nel sud di Gaza, martedì, dopo che grandi folle di palestinesi si sono precipitate sul sito. Le forze israeliane hanno aperto il fuoco quando la situazione è degenerata, ferendo diverse persone.

Secondo Israel Hayom, i soldati israeliani hanno sparato in aria e hanno chiamato gli elicotteri per evacuare il personale della compagnia americana.

Una breccia nella recinzione del centro ha permesso ai palestinesi di riversarsi e alcune attrezzature sono state sequestrate, ha riferito la Israeli Broadcasting Corporation. Yedioth Ahronoth ha anche notato che le guardie armate della compagnia sono fuggite dalla scena a causa della folla schiacciante.

Il canale israeliano Channel 13 ha confermato che l’esercito ha estratto il personale della compagnia dal sito, mentre il Canale 12 ha descritto una scena di “grave sovraffollamento”, durante la quale le persone hanno sequestrato forniture di aiuto, mobili e qualsiasi oggetto disponibile.

Ismail Thawabta, direttore generale dell’ufficio stampa del governo a Gaza, ha condannato la risposta israeliana e ha ritenuto l’occupazione pienamente responsabile dell’incidente. Lo ha descritto come un “disastroso fallimento”, affermando che le forze israeliane hanno aperto il fuoco sui civili, ferendone diversi.

Thawabta ha detto che il tentativo di distribuire aiuti nelle cosiddette “zone cuscinetto” è fallito, definendolo uno sforzo deliberato da parte dell’occupazione per gestire – e peggiorare – la crisi umanitaria che ha creato attraverso l’assedio, la fame e i bombardamenti. Ha sottolineato che civili disperati e affamati – privati di cibo e medicine per quasi 90 giorni – hanno preso d’assalto il centro di aiuto in scene di “tragedia e disperazione”.

L’Ufficio stampa del governo ha ribadito il suo rifiuto delle “zone cuscinetto” e dei “corridoi umanitari” sotto la supervisione di Israele, affermando che questi meccanismi vengono utilizzati come strumenti di ricatto politico.

Thawabta ha condannato l’uso degli aiuti umanitari come arma e ha criticato il continuo impedimento da parte di Israele di consegnare aiuti ufficiali alle Nazioni Unite e alle ONG attraverso i valichi stabiliti.

Gli eventi si sono svolti poche ore dopo che la società americana, denominata Gaza Humanitarian Foundation, ha iniziato a distribuire aiuti come parte di un piano congiunto israelo-americano.

Questa iniziativa è stata respinta dalle Nazioni Unite e da numerose organizzazioni umanitarie, che sostengono che sfolla i civili, mette a rischio vite umane e politicizza la consegna degli aiuti.

Axios ha citato la società dicendo che “un numero molto elevato” di palestinesi è venuto a ricevere aiuti, spingendo la loro squadra a ritirarsi dall’area a causa del caos.

Il Raduno Nazionale delle Tribù, dei Clan e delle Famiglie Palestinesi a Gaza ha rilasciato una dichiarazione avvertendo che le scene caotiche hanno confermato il vero intento del meccanismo israeliano: usare gli aiuti come strumento militare e politico.

Il gruppo ha affermato che anche l’arresto di un palestinese sul posto dimostra che il meccanismo di aiuto è progettato per ingannare, manipolare e militarizzare gli sforzi umanitari.

Ramy Abdu, direttore dell’Osservatorio euro-mediterraneo dei diritti umani, ha rivelato che gli aiuti distribuiti a Rafah erano originariamente appartenuti alla Rahma International Foundation. Secondo Abdu, l’azienda americana e l’esercito israeliano hanno ingannato l’organizzazione e confiscato i suoi camion per utilizzarli nel loro programma di aiuti politicamente motivato.

L’ufficio stampa del governo ha fatto eco a questa accusa, affermando che la società americana – sostenuta dalle forze israeliane – si era impossessata di diversi camion di aiuti da una ONG internazionale con falsi pretesti.

Questi camion sono stati successivamente trasferiti al centro gestito dagli americani nella zona cuscinetto, dove gli aiuti sono stati distribuiti sotto la supervisione militare ai civili indeboliti dalla carestia e dall’assedio.

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27/05/2025

Gaza - Cominciata la distribuzione militarizzata del cibo

La fondazione americana che ha estromesso ONU e organizzazioni internazionali dalla distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza, ha comunicato ufficialmente di aver cominciato le sue operazioni. Nonostante lunedì 26 maggio il direttore esecutivo dell’organizzazione abbia rassegnato le proprie dimissioni, il giorno successivo i contractor americani delle altre due società che si occupano di sicurezza e rifornimenti alimentari, hanno dato il via a un’operazione fortemente criticata dal mondo intero. Non solo perché realizza di fatto la militarizzazione della distribuzione di cibo a Gaza. Anche per collegamenti poco trasparenti tra le società di sicurezza e il governo israeliano. E tra la stessa fondazione e Tel Aviv.

Una settimana prima di dimettersi, Jake Wood aveva dichiarato alla CNN che non avrebbe mai partecipato a un piano umanitario che avesse come scopo ultimo lo spostamento forzato della popolazione e la pulizia etnica. Le Nazioni unite avevano infatti denunciato l’intero meccanismo come uno strumento a servizio dei fini militari israeliani. La fame, già ampiamente utilizzata da Tel Aviv come arma di guerra, diventa ora un piano per guidare più facilmente lo spostamento della popolazione, fino a giungere alla sua espulsione da Gaza. Lo ha più volte dichiarato candidamente il premier Netanyahu: l’ultimo passo dell’attuale operazione militare nella Striscia sarà l’esecuzione del cosiddetto “Piano Trump”: la “riviera” di Gaza senza i palestinesi.

La fondazione distribuirà cibo da quattro o forse cinque punti. Tutti solo al centro e al sud di Gaza. La popolazione del nord, sotto ordini di evacuazione da parte dei militari, dovrebbe dunque dirigersi al centro per poi, con ogni probabilità, non aver più la possibilità di farvi ritorno. Wood dichiarò che questo pericolo non esisteva, che aveva chiesto a Israele di istituire aree di smistamento anche nel nord. E che le organizzazioni umanitarie e le Nazioni unite avrebbero dovuto abbandonare i propri dubbi per prendere parte all’operazione. Nel giro di una settimana, evidentemente, tutto deve essere cambiato. Oppure, più probabile, Wood si sarà reso conto che le obiezioni internazionali erano tutt’altro che infondate. È impossibile portare avanti il piano “rispettando i principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza”, ha infatti infine ammesso.

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26/05/2025

I sanitari facciano sentire la loro indignazione per Gaza

Il testo della lettera destinata ai medici e al personale sanitario iscritto agli ordini professionali:
“Noi operatori sanitari (medici, infermieri, farmacisti, psicologi, tecnici delle professioni sanitarie, medici veterinari, ostetrici, biologi, fisioterapisti, chimici e fisici) scriviamo con preoccupazione questa lettera per descrivere il livello di distruzione causato da Israele al sistema sanitario di Gaza e per denunciare l’utilizzo della fame come un’arma a Gaza, in ennesima palese violazione del diritto internazionale.

Dal 2 marzo 2025 a Gaza è stato imposto un totale blocco in termini di entrata degli aiuti umanitari. Questo, seguito dalla ripresa dei bombardamenti e degli attacchi israeliani, ha causato e causerà un numero inimmaginabile di vittime, distruzione di infrastrutture civili ed evacuazioni forzate di massa.

Non si contano più i report che descrivono attacchi alle case, alle tende, alle scuole, e – ancora una volta – agli ospedali.

Nell’elenco – ormai interminabile – degli attacchi agli ospedali, spicca la data del 13 maggio, quando l’esercito israeliano ha attaccato sia il Nasser Hospital che lo European Gaza Hospital, i due principali ospedali di Khan Younis. Per aggiungere orrore, tra le mura del Nasser Hospital è stato ucciso un giornalista, Hassan Eslaih, che si trovava nella struttura come paziente, in cura per le ustioni derivanti da un pregresso attacco contro una tenda della stampa.

Tra il 7 ottobre 2023 e il 7 maggio 2025, l’OMS ha documentato 686 attacchi contro strutture sanitarie: molti di questi attacchi sono stati scagliati dopo che Israele ha violato il cessate il fuoco, il 18 marzo 2025. È stato distrutto il Turkish-Palestinian Friendship Hospital, il dipartimento chirurgico del Nasser Hospital è stato danneggiano, come la Terapia Intensiva e i pannelli solari dell’Al-Durrah Hospital, o come il dipartimento di emergenza dell’Al-Ahli Hospital.

Oltre alla distruzione delle strutture e dei dipartimenti, a Gaza i colleghi devono affrontare una sempre crescente carenza di farmaci e dispositivi medici di base. Il 43% dei farmaci fondamentali sono fuori produzione, e il 64% dei consumabili sono stati utilizzati. Questo ovviamente ha un peso su tutti i reparti, ma in particolare sui dipartimenti di emergenza, chirurgici e di terapia intensiva – già messi a dura prova dal sempre maggior numero di pazienti da trattare.

I dati di Medici Senza Frontiere citano un numero di ustionati trattati negli ospedali superiore a 100 al giorno: il 70% delle vittime di ustioni sono bambini, e la gran parte muore per la mancanza di trattamento adeguato.

Anche i pazienti con patologie croniche e gravi (insufficienza renale, neoplasie, patologie ematologiche, cardiopatie) sono drammaticamente a rischio in questa situazione.

Negli ospedali mancano anche macchinari, come sistemi di acquisizione per RX, materiale per anestesia e strumentazione chirurgica – ma anche letti dove accogliere i pazienti, lenzuola, telini sterili... Naturalmente, le misure di controllo delle infezioni sono ridotte al minimo, anche per la mancanza di disinfettanti.

Anche il personale sanitario continua ad essere oggetto di attacchi, spesso con l’uccisione o il ferimento anche dei membri delle famiglie. Dal 7 ottobre 2023, almeno 1400 operatori sanitari sono stati uccisi da Israele: è un numero che dovrebbe portarci a reagire.

Va sottolineata anche l’instancabilità dei colleghi, che lavorano senza veri e propri turni di lavoro, pur essendo anche loro soggetti a malnutrizione, trauma fisico e psicologico, e condizioni di lavoro inimmaginabili per noi.

Una nuova emergenza riguarda la fame. Secondo la scala IPC, che classifica la gravità dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione, il 12 maggio i 2,1 milioni di persone a Gaza affronteranno livelli gravi di insicurezza alimentare tra l’11 maggio e il settembre 2025, con circa mezzo milione di persone (una su cinque!) a rischio di morire di fame. Circa 71.000 bambini tra i 6 e i 59 mesi e quasi 17.000 donne in gravidanza o in allattamento avranno bisogno (secondo le proiezioni) di trattamenti urgenti per malnutrizione acuta tra aprile 2025 e marzo 2026.

La situazione nutrizionale dei bambini a Gaza è particolarmente grave e in rapido peggioramento. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) sottolinea come l’80% dei bambini a Gaza soffra di malnutrizione, con un 92% nella fascia di età tra i 6 mesi e i due anni senza apporto nutrizionale minimo. Inoltre, il 65% della popolazione di Gaza non ha accesso a acqua pulita da bere.

La ripresa delle operazioni militari, le evacuazioni forzate, il collasso del sistema alimentare (e il blocco) e del sistema sanitario hanno portato a questa drammatica situazione, che richiede una presa di posizione immediata. La IPC Global Initiative, a conclusione del report, richiede una immediata e permanente cessazione degli attacchi, l’entrata senza ostacoli di aiuti umanitari, la protezione incondizionata di civili, operatori umanitari e infrastrutture, e l’espletamento di interventi multisettoriali nel campo della nutrizione, della salute, della sicurezza delle acque e dei sistemi di produzione del cibo.

Anche la FAO ha sollecitato l’accesso immediato alla striscia per salvare la produzione di cibo e di mezzi di sostentamento: in un comunicato, ha richiesto immediato accesso di aiuti umanitari e commerciali. Non solo: nel loro comunicato si sottolinea la ridotta sicurezza alimentare in termini di salute pubblica, per l’assenza di mangimi e di cure veterinarie – che non solo ridurrebbe ulteriormente le fonti di cibo, ma potrebbe porre le basi per la diffusione di zoonosi.

Nuovamente, di fronte a questa situazione, ci troviamo a esprimere una ferma condanna contro la condotta genocida israeliana.

Non possiamo restare a guardare mentre degli esseri umani vengono ammazzati, con proiettili, bombe o con armi più subdole – la fame, la devastazione delle strutture sanitarie.

Abbiamo giurato di proteggere la vita umana, e non lo stiamo facendo.

Chiediamo a tutte le Istituzioni di schierarsi, fare pressione per richiedere un immediato cessate il fuoco e l’ingresso urgente di aiuti umanitari e di cibo a Gaza.

Come già in passato, auspichiamo che i primi a farsi carico di questa richiesta siano proprio gli Ordini Professionali che rappresentano le categorie di noi operatori sanitari. Siamo certi che, leggendo questo breve riassunto della situazione, sarete fermi con noi nella condanna di quanto sta succedendo a Gaza, e sarete quindi al nostro fianco nel richiedere alle Istituzioni politiche di prendere una posizione netta.”

22 maggio 2025
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02/05/2025

Gaza: 60 giorni senza cibo né acqua, per l’ONU è “catastrofe umanitaria”

Mercoledì 30 aprile, è scattato il sessantesimo giorno consecutivo di blocco totale dell’entrata degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, imposto da Israele. L’UNRWA continua a rimarcare la drammatica situazione alimentare in cui versa la Striscia, sottolineando che alcune famiglie mangiano quello che riescono a trovare, anche quando non è più sicuro.

Le scorte di base si esauriscono, i bisogni aumentano, i servizi hanno cessato di funzionare e, negli ultimi giorni, 52 persone – tra cui 50 bambini – sono morte di fame. Intanto, la protezione civile ha annunciato di aver terminato il carburante per alimentare i propri veicoli, mentre negli ospedali mancano i materiali di consumo e i farmaci necessari a centinaia di migliaia di pazienti. Il tutto arriva sullo sfondo di un’intensificazione degli attacchi, che non risparmiano nemmeno il personale umanitario internazionale: dal 7 ottobre, sono stati uccisi almeno 295 operatori delle Nazioni Unite.

La situazione umanitaria a Gaza è più critica che mai. Per quanto riguarda l’emergenza alimentare, il Programma Alimentare Mondiale, dopo aver annunciato la chiusura di tutti i propri panifici, ha dichiarato di aver ormai terminato le scorte di cibo per le famiglie. Il 25 aprile, il PAM ha consegnato le ultime scorte alimentari rimanenti alle cucine della Striscia di Gaza, mentre la maggior parte degli altri magazzini nella Striscia sono già chiusi da tempo.

Nel frattempo, il prezzo dei beni alimentari è aumentato a dismisura, con la farina che ha raggiunto i 72,60 dollari al chilo (contro i 6,70 dollari al chilo di ottobre 2023) e l’olio i 12,60 dollari al litro (prima di ottobre 2023 il prezzo era di 1,90 dollari al litro). Secondo l’ultimo aggiornamento dell’ONU, negli ultimi cinque giorni, 10 cucine comunitarie sono state costrette a chiudere o a diminuire il contenuto dei pasti erogati.

Le cucine riescono a fornire un solo pasto caldo al giorno, che tuttavia non copre appieno il fabbisogno nutrizionale dei cittadini e riesce a raggiungere solo la metà delle persone in bisogno. Se le cucine comunitarie sono costrette a bruciare pallet di legno per compensare la mancanza di carburante, i cittadini che provano a cucinare per sé stanno facendo ricorso alla combustione dei rifiuti e dei resti di cibo deteriorati, aumentando il rischio di problemi sanitari.

Proprio la mancanza di carburante è uno dei tanti problemi che stanno vivendo gli ospedali, le strutture sanitarie e la protezione civile di Gaza. A essa si aggiunge quella di medicinali, apparecchiatura medica e pezzi di ricambio per ambulanze e generatori. In totale, si stima che oltre 150.000 persone abbiano bisogno di dispositivi di assistenza, che risultano completamente assenti nella Striscia.

L’Ufficio umanitario delle Nazioni Unite ha dichiarato che l’87% dei materiali medici di consumo necessari per gli interventi chirurgici ortopedici e il 99% dei medicinali utilizzati per la cateterizzazione cardiaca sono attualmente esauriti. Il vaccino a rotazione per i bambini è totalmente esaurito, la quarta dose di vaccino per la poliomielite, che sarebbe dovuta essere garantita ai bambini di Gaza proprio in questo mese, è stata sospesa, mentre «una grave carenza di attrezzature mediche continua a ostacolare il supporto all’assistenza materna e neonatale».

A tutti questi problemi si sommano quelli igienico-sanitari, idrici, educativi, logistici, delle infrastrutture elettriche, dei rifugi, delle telecomunicazioni, e gli innumerevoli maltrattamenti giornalieri. In occasione dell’apertura dei cinque giorni di udienze consultive relative agli obblighi di Israele nella Striscia, tenutasi il 28 aprile presso la Corte Internazionale di Giustizia, Elinor Hammarskjöld, consulente legale dell’ONU, ha sottolineato che dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi almeno 295 membri del personale umanitario delle Nazioni Unite.

In totale, secondo l’ultimo bollettino dell’Ufficio umanitario, sono stati uccisi 418 operatori umanitari e 110 lavoratori della protezione civile. Diversi, invece, sono stati arrestati. Solo il personale UNRWA prelevato da Gaza e trattenuto nelle carceri conta oltre 50 operatori che hanno riferito al direttore dell’agenzia, Philippe Lazzarini, di aver subito «minacce» (a loro e alla loro famiglia), «umiliazioni» e «maltrattamenti», e di essere stati «picchiati», «usati come scudi umani», «sottoposti a privazione del sonno», «attaccati dai cani» e «costretti a confessare» cose di cui erano accusati».

Nel frattempo continuano anche i bombardamenti. Solo oggi, Israele ha ucciso 21 persone, di cui 8 in un bombardamento su un edificio effettuato presso il campo di Nuseirat. Israele ha distrutto o danneggiato il 92% delle case (l’ultimo aggiornamento risale a prima del cessate il fuoco del 19 gennaio), l’82% delle terre coltivabili (i dati più recenti sono di ottobre 2024), l’88,5% delle scuole (dato del 25 febbraio 2025) e, in generale, il 69% di tutte le strutture della Striscia (1 dicembre 2024).

Il 59% del territorio della Striscia risulta sotto ordine di evacuazione o interdetto ai civili. In totale, dall’escalation del 7 ottobre a oggi, l’esercito israeliano ha inoltre ucciso direttamente almeno 52.365 persone, anche se il numero totale dei morti potrebbe superare le centinaia di migliaia, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet e da una lettera di medici volontari nella Striscia.

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19/01/2025

Gaza - È cominciata la tregua, ma gli ultimi raid aerei hanno ucciso altri 13 palestinesi

Con un ritardo di circa due ore rispetto all’orario previsto (7:30 italiane) è entrato in vigore a Gaza il cessate il fuoco tra Israele e Hamas concordato a Doha nei giorni scorsi. Nelle prossime ore saranno liberati tre ostaggi israeliani e successivamente 95 prigionieri politici palestinesi.

In questo momento i palestinesi di Gaza, colpiti duramente da 15 mesi di pesanti bombardamenti israeliani, sono in strada a festeggiare la fine dei raid. Ma Gaza è stata quasi interamente distrutta e ha pagato l’offensiva israeliana, scattata dopo l’attacco di Hamas nel 7 ottobre 2023, con 48 mila morti accertati e altre migliaia di vittime sotto le macerie degli edifici distrutti.

Questa mattina Israele, in reazione alla mancata consegna nei tempi previsti dei nomi degli ostaggi che verranno liberati, ha continuato i bombardamenti aerei uccidendo, secondo fonti palestinesi, altre 13 persone.

La felicità della gente di Gaza è incontenibile. Migliaia di sfollati stanno tornano alle loro case. Viaggiano su camion, auto e carretti o vanno a piedi tra le macerie in particolare nella parte settentrionale della Striscia.

L’Unrwa (Onu) comunica che 4mila camion carichi di aiuti umanitari sono pronti a entrare a Gaza, la metà trasporta cibo e farina.

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18/08/2024

Argentina - Un milione di bambini vanno a dormire senza cena

La sezione argentina dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha messo in guardia sulle situazioni che vivono i bambini nel Paese, dove 1,5 milioni di bambini saltano i pasti durante il giorno perché i loro genitori non hanno soldi per comprare il cibo.

I pericoli dell’insicurezza alimentare e la possibilità di invertire la povertà

Uno studio realizzato dall’organizzazione internazionale Unicef ha rivelato che la situazione economica e sociale in Argentina è così grave che 1 milione di bambini vanno a dormire senza cena. Allo stesso tempo, l’indagine che tiene conto del contesto in cui vivono le famiglie a basso reddito ha indicato anche che 1,5 milioni di bambini saltano i pasti durante il giorno perché i loro genitori non hanno soldi per comprare cibo.

I dati sono stati pubblicati nel quadro della campagna “La fame non ha lieto fine” lanciata dalla sezione argentina dell’organizzazione delle Nazioni Unite che opera a livello internazionale per informare e collaborare con i bambini, in particolare quelli provenienti dai settori più deprivati.

Il rapporto conferma che la situazione è molto grave. Già l’ultimo studio dell’Osservatorio argentino del debito sociale dell’Università Cattolica (UCA), aveva affermato che il 54,9% della popolazione è povera e il 20,3% indigente. Ma secondo l’Unicef la situazione della povertà infantile è salita a livelli molto elevati. Secondo i loro dati, nel 2024, il 70% dei bambini vive in povertà e il 30% in povertà estrema.

Come la crisi colpisce i bambini

Il peggioramento della qualità della vita si riflette anche in altri numeri. “Una famiglia su quattro ha smesso di acquistare medicinali per i propri figli e figlie e ha ridotto i controlli medici e dentistici, ha affermato Sebastián Waisgrais, membro dell’area Inclusione e Monitoraggio Sociale dell’Unicef, in dialogo con Página/12.

Altri numeri mostrano come i bambini stiano soffrendo a causa della crisi. Secondo lo stesso rapporto, “il 9% delle famiglie ha deciso di annullare i piani prepagati”. Quindi non è necessario parlare di come sarà la situazione per coloro che non hanno benefici di previdenza sociale. Ma nonostante queste cifre, la questione dell’impatto della crisi sulla vita quotidiana dei bambini “non finisce di occupare l’agenda pubblica”, ha lamentato lo specialista.

Secondo Waisgrais, il fatto che 1 milione di ragazzi e ragazze vadano a letto senza mangiare riflette “uno dei problemi più delicati di oggi: l’insicurezza alimentare”. Cioè l’incapacità di una famiglia di garantire qualcosa da mangiare ogni giorno.

Il problema di andare a letto senza cena illustra la realtà quotidiana che attraversa l’infanzia. Ma dietro ogni ragazzo o ragazza i cui bisogni primari vengono rimandati c’è un padre o una madre vittima di politiche di aggiustamento, mancanza di lavoro, salari bassi, tassi in aumento, aumenti crescenti dovuti all’inflazione e alla svalutazione della moneta nazionale.

Adulti che non mangiano affinché i loro figli possano mangiare

A causa di questa crisi diffusa, il numero di adulti che saltano i pasti durante la giornata è di 4,5 milioni, aggiunge il rapporto. Questi sono padri e madri che non mangiano affinché i loro figli possano mangiare (quello che Diego Maradona ha detto che Doña Tota ha fatto quando c’era poco da mangiare).

Ciò ha una spiegazione che è stata analizzata anche dall’Unicef. “Quello che osserviamo è che le restrizioni al reddito familiare sono legate a un contesto più ampio: finora, nel 2024, il 15% (alcuni capofamiglia) delle famiglie ha perso il lavoro, e il 65% di loro si trova nei settori più vulnerabili”, disse Waisgrais.

Anche chi mantiene il posto di lavoro ha il problema: il 14% delle famiglie con iniziative di lavoro autonomo ha perso clienti. Cioè, hanno diminuito il loro reddito e limitato l’acquisto di libri, le escursioni o semplici gite familiari, ha aggiunto lo specialista in Inclusione e Monitoraggio Sociale.

Per alleviare la crisi, quest’anno il numero delle famiglie che hanno iniziato a chiedere prestiti o depositi alle imprese è cresciuto del 23% .

“La povertà si eredita, come la ricchezza”

Un altro dato raccolto dai ricercatori dell’Unicef mostra il deterioramento nutrizionale della dieta familiare, prodotto del costante aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Almeno 10 milioni di ragazzi e ragazze mangiano meno carne e latticini perché i soldi non bastano.

Ciò ha un impatto sulla crescita fisica e intellettuale di ragazzi e ragazze. Il motivo per cui la campagna dell’Unicef ​​si chiama “La fame non ha un lieto fine” ha a che fare con questo. “Le prove sono conclusive, quando ci sono problemi di insicurezza alimentare, ci sono anche difficoltà di attenzione, difficoltà di apprendimento, problemi cognitivi e situazioni di stigmatizzazione”, ha analizzato Waisgrais.

“La prima infanzia deve risolvere questi problemi dal momento zero perché, altrimenti, quando vorremo fare qualcosa sarà già troppo tardi. In altre parole: se la ricchezza si eredita, lo è anche la povertà, ma in modo molto più perverso e con forme più gravi e difficilmente reversibili”.

Lo specialista ha sottolineato che “in questo contesto molto difficile di aggiustamento fiscale, il governo ha dato priorità all’assegno universale per figli (AUH)”, che ha registrato un aumento del 48% su base annua. “Ma basta questo? No. Ecco perché la proposta dell’Unicef è che i programmi sociali siano valutati al di sopra della soglia di indigenza”.

“Se il beneficio alimentare fosse combinato con l’AUH, il costo sarebbe pari allo 0,03% del PIL e il reddito sarebbe superiore all’indigenza. Ciò significa che la povertà in Argentina è sradicabile”, ha affermato.

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17/06/2024

Oxfam: meno del 3% della spesa militare del G7 per eliminare la fame nel mondo

Mentre il G7 ha trovato l’accordo politico per fornire ulteriori 50 miliardi allo sforzo bellico dell’Ucraina, Oxfam ha diffuso, alla vigilia del vertice appena concluso, una nuova analisi. In essa si afferma che basterebbe appena il 2,9% delle spese militari dei sette paesi per combattere la fame nel mondo.

Verrebbero infatti liberati appena 35,7 miliardi sui 1.200 spesi annualmente (meno di ciò che a Bari si è deciso di dare a Kiev). La maggior parte di essi sarebbero sufficienti a contribuire in maniera sostanziale a eliminare la fame nel mondo, in tutte le sue forme.

Nel mondo vi sono oltre 280 milioni di persone che soffrono di malnutrizione acuta, molto spesso perché vivono in paesi vittime di gravi crisi, anche militari. Oxfam ha chiesto al G7 di “non rendersi complice” della situazione nella Striscia di Gaza, “stretta tra una carestia imminente e il rischio di genocidio“.

Dei 35,7 miliardi, 4 aiuterebbero a ridurre considerevolmente i debiti del Sud del mondo, che dalle potenze occidentali e dagli istituti multilaterali che esse comandano (FMI e Banca Mondiale) sono legati a politiche neoliberiste. I paesi del G7 ricevono 291 milioni di dollari al giorno in rimborsi del debito e interessi.

I paesi a basso e medio reddito spendono circa un terzo dei loro bilanci per ripagare i debiti. Si tratta di un ammontare pari a tutto quello che investono in istruzione, sanità e protezione sociale.

Con quei 4 miliardi si potrebbero dunque rendere disponibili ingenti risorse che i paesi più in difficoltà potrebbero usare per le spese sociali. È stato calcolato che almeno 20 Paesi in via di sviluppo versano più interessi sul debito di quanto non spendano in istruzione, e 45 più di quello che spendono in sanità.

Sempre da Oxfam fanno sapere che un segnale positivo è “che i ministri delle Finanze del G7 abbiano concordato meno di un mese fa di lavorare in maniera costruttiva con la presidenza brasiliana del G20 [...] verso una tassazione progressiva ed equa“. L’organizzazione sostiene l’ipotesi di una tassa sui super-ricchi, che potrebbero generare oltre 1.000 miliari l’anno.

Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, ha affermato: “se si tratta di aumentare gli stanziamenti che alimentano le guerre, i Governi del G7 trovano sempre le risorse necessarie, ma quando si tratta di reperire risorse per contribuire ad azzerare la fame nel mondo improvvisamente sono al verde“.

Da una distribuzione più equa della ricchezza si potrebbero trovare i fondi necessari, anche se il G7 non si è mosso in questa direzione. Gli interessi degli speculatori e delle imprese delle armi pesano ancora troppo negli indirizzi politici, almeno finché non ci sarà una reale opposizione in grado di combatterli.

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08/06/2024

Argentina - Il cinismo come politica di Stato

La mattina del 20 dicembre 2023 – il giorno della prima marcia contro il governo di Javier Milei indetta dai movimenti sociali argentini – gli altoparlanti dei treni che collegano la regione metropolitana con la città di Buenos Aires hanno minacciato a gran voce: “chi taglia, non viene pagato”, chi protesta non riceve il pagamento. La voce indicava un numero di telefono per denunciare i leader e i partecipanti alla manifestazione. Poche ore prima, Milei aveva annunciato il suo Decreto di Necessità e Urgenza (DNU), e la prima misura del Ministero della Sicurezza, guidato dalla Ministra Patricia Bullrich, era il suo “piano anti-picchettaggio”.
La DNU non solo prevedeva un piano economico di impoverimento, resa e saccheggio delle risorse naturali, ma chiariva anche la sua intenzione di reprimere fortemente i movimenti popolari. Se quella realtà sembrava uno scenario distopico, la realtà dei mesi successivi ha superato qualsiasi idea di come sarebbe stato il governo di Javier Milei.

La guerra ai poveri

A poco più di cinque mesi dall’inizio del suo mandato, il nuovo presidente si è affermato come il principale punto di riferimento dell’estrema destra in America Latina e, nonostante gli ostacoli, continua a riaffermare un progetto di rifondazione della società argentina basato su un libertarismo conservatore, concentrato sul reddito e pieno di odio. Egli si presenta come il Messia e, invocando le forze divine, caratterizza la sua politica macroeconomica come un compito messianico di purificazione.

In pratica, Milei proponeva di consegnare la sovranità e le risorse del paese a capitali privati con un’enorme vocazione coloniale e di abrogare qualsiasi legge o politica pubblica che conferisse una certa dignità e diritti ai settori popolari e alle classi medie.

Da quando è entrato in carica negli ultimi giorni del 2023, la povertà è passata dal 12% al 51%, con il peso argentino che si è svalutato del 118%. L’inflazione ha raggiunto il 68% in soli tre mesi.

Il cinismo dell’amministrazione non sta solo nelle cifre che mostrano la precarietà della vita, ma anche nel fatto che il nuovo governo attacca soprattutto le popolazioni più vulnerabili, andando direttamente a ciò che sostiene la vita: il cibo e la salute. Non appena è entrato in carica, Milei ha interrotto i programmi pubblici di consegna di cibo e ha sospeso la consegna di medicinali ai malati di cancro che non possono permetterseli.

Per imporre questo progetto di distruzione, il governo ha bisogno di smantellare le capacità di resistenza della società e, quindi, cerca di criminalizzare e indebolire i movimenti popolari. Con la lunga storia di organizzazione popolare dell’Argentina, il nemico pubblico di questo governo sono le organizzazioni che hanno creato cooperative per generare posti di lavoro, che hanno sostenuto più di 40.000 mense per i poveri in tutto il paese, che hanno costruito miglioramenti nei quartieri, che hanno organizzato spazi per prendersi cura della vita. E il governo sta agendo intensamente per disarmarli.

Nell’ambito dello stesso processo, il Ministero del Capitale Umano, guidato da Sandra Pettovello, ha sostituito il Lavoro Potenziato con programmi di tipo assistenziale – le imprese produttive che le organizzazioni avevano sviluppato rischiano di scomparire – e ha tolto i fondi al Programma per l’Urbanizzazione dei Quartieri Popolari che generava lavoro nelle favelas. Questi cambiamenti sono stati accompagnati da un’offensiva discorsiva, che cerca di installare l’idea che i movimenti siano mafie, guidate da leader che “fanno soldi con i poveri”.

Ma, per distruggere i movimenti sociali, è necessario eliminare tutte le politiche pubbliche popolari. Questa strategia a volte include meccanismi di guerra giudiziaria: false argomentazioni nei media, false accuse, ma nessuna indagine. Una volta che questa idea viene trasmessa dai media, questi chiudono o ritirano i finanziamenti da una politica pubblica, con la giustificazione che deve essere “verificata”.

Questo modus operandi ha raggiunto il suo estremo con l’affermazione dell’idea che “le cucine comunitarie non esistono”. Un pretesto per affamare deliberatamente il popolo, attuando un aggiustamento che porterà solo a una maggiore povertà, e che sarà possibile sostenere solo distruggendo le reti comunitarie e le organizzazioni sociali che per decenni hanno sostenuto processi territoriali di organizzazione popolare.

“Cucine popolari Non esistono”, ripetono, mentre diventano virali le immagini oscene di magazzini governativi con cinque tonnellate di cibo. Questo cinismo arriva al punto di lasciare marcire cinque tonnellate di cibo – acquistato dalla precedente amministrazione – prima di consegnarlo a chi sta morendo di fame.

E non c’è bisogno di guardare lontano per vedere la fame. Basta passeggiare per il sud di Buenos Aires, vicinissimo al Palazzo del Governo, per vedere le cucine improvvisate sui marciapiedi, come nel quartiere di Constitución, l’iniziativa dell’Unione dei Lavoratori dell’Economia Popolare (UTEP) che serve cibo a 3.500 persone. E questa è solo una delle migliaia che possono ancora essere mantenute.

Durante tutto questo tempo, i movimenti sociali hanno resistito, denunciato, portato avanti campagne di solidarietà, sono stati sottoposti a verifiche e hanno chiesto sistematicamente di essere assistiti dalle autorità. Hanno formalmente sporto denuncia penale contro il ministro Sandra Petovello per abbandono di persona. Da febbraio si sono mobilitati settimanalmente, organizzando giornate di sensibilizzazione sul problema.

Se prima organizzavano cooperative operaie, costruivano quartieri, sindacalizzavano i lavoratori nell’economia popolare, ora devono lottare soprattutto per il loro pane quotidiano. Pochi giorni fa, un giudice ha ordinato al governo di elaborare un piano per distribuire il cibo, cosa che deve ancora accadere.

Cinismo senza limiti

Pensavamo di non poterci aspettare niente di più, ma dopo lo spettacolo musicale al Luna Park, alla vigilia della Giornata della Patria, il 25 maggio, Milei ha dichiarato: “Se le persone non avessero il denaro per pagare i conti staremmo morendo nelle strade. Il giornalista che lo ha intervistato ha sostenuto: “Ma non ho i soldi per pagare le bollette”. La risposta del presidente è stata breve: “Allora dovresti essere morto, e non lo sei”.

Forse il governo non vede che la domanda di cibo nelle mense dei poveri è agli stessi livelli della pandemia, o che sta iniziando a esserci violenza nelle code alle mense dei poveri perché non c’è abbastanza cibo. E sì, forse non lo sta vedendo. Milei non ha mai messo piede in un quartiere popolare e non ha lasciato Buenos Aires per visitare un’altra provincia del paese per più di due ore. E, sì, forse è davvero un governo che fa del cinismo e della farsa una politica di Stato come mai prima d’ora.

La sensazione quotidiana oggi in Argentina è che questo esperimento abbia una forza distruttiva irreversibile. Solo l’unità popolare e la forza dell’organizzazione comunitaria, che è senza dubbio nel DNA della memoria storica del popolo argentino, potranno lottare contro questo esperimento: la rivolta nella provincia di Misiones, che dura da più di tre settimane, o le migliaia di pagnotte che con cui l’autogestione e la solidarietà continuano a sfamare il popolo che il governo sta facendo morire di fame, lo stanno dimostrando.

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03/03/2024

Gaza - Parlano i sopravvissuti al “massacro della farina”

Il Palestine Chronicle ha parlato con tre sopravvissuti a quello che è stato definito il “massacro della farina”, che ha portato all’uccisione e al ferimento di quasi 1.000 palestinesi in attesa di aiuti umanitari.

“Siamo stati sorpresi dagli spari delle forze di occupazione e dall’uccisione di decine di persone mentre aspettavamo gli aiuti alimentari”. È quanto ha dichiarato Jihad Rajab, un sopravvissuto al “massacro della farina”, al Palestine Chronicle.

Almeno 112 palestinesi sono stati uccisi e più di 750 feriti giovedì 29 febbraio, dopo che le truppe israeliane hanno aperto il fuoco contro centinaia di persone in attesa di aiuti alimentari alla rotonda di Nabulsi, nel quartiere di Sheikh Ajleen, a sud-ovest di Gaza City, mentre aspettavamo i camion. Rajab, insieme a suo cugino, si è recato alla rotonda per aspettare i camion umanitari, con la speranza di poter finalmente ottenere un po’ di farina.

“Per oltre due mesi la mia famiglia non ha assaggiato il pane”, ci ha detto Rajab, “per questo abbiamo deciso di andare”.

“I camion sarebbero dovuti arrivare mercoledì. Tuttavia, abbiamo aspettato per tutto il giorno e non è arrivato nulla. Abbiamo deciso di dormire lì e aspettare i camion”, ha continuato.

“Eravamo seduti sulla spiaggia e faceva molto freddo. Ma la fame era più forte di qualsiasi altra cosa e migliaia di persone si sono riunite lì per procurarsi del cibo. A Gaza City non c’è niente da mangiare e viviamo in condizioni difficili”. “Non appena i camion sono entrati nell’area, le forze israeliane hanno iniziato a sparare pesantemente, causando l’uccisione e il ferimento di decine di persone”, ha detto Rajab.

“L’occupante non ci ha risparmiato e ha sparato deliberatamente contro di noi mentre aspettavamo il convoglio di aiuti”, ha aggiunto. “Nonostante la mia età avanzata, ero in fila dopo una notte molto fredda, come tutti i residenti di Gaza City”, ha dichiarato Hajj Mahmoud Daghmash al Palestine Chronicle.

“Stavamo aspettando da ore quando finalmente abbiamo avvistato i camion. In quel momento, l’occupante israeliano ha aperto il fuoco contro di noi con spari e bombardamenti di artiglieria”, ha continuato Daghmash.

“La paura ha riempito tutti i nostri cuori e la gente ha iniziato a correre ovunque. Non sapevamo dove nasconderci. Le urla dei feriti, delle donne e dei bambini si sentivano ovunque”.

“L’occupazione ci ha ucciso due volte”, ha spiegato Daghmas: “Una volta quando ha bombardato le nostre case, e poi di nuovo facendoci morire di fame”.

“Io posso sopportare la fame, ma i miei figli e la mia famiglia no, ed è estremamente doloroso non poter provvedere ai miei figli e alla mia famiglia”. Tutte le persone in fila speravano solo di tornare dalle loro famiglie con un sacco di farina. Invece, oltre 100 persone sono tornate come martiri e più di 800 sono tornate come feriti”.

Daghmas ha spiegato che dopo oltre un mese l’occupazione ha permesso ai camion di entrare e ha classificato l’area di Sheikh Ajleen come unico corridoio per gli aiuti.

“Questo è un nuovo crimine di guerra commesso dall’occupazione contro civili innocenti nella Striscia di Gaza”, ha concluso.

Anche Yahya Salamia era tra i palestinesi in attesa dei camion umanitari a Gaza City. È rimasto particolarmente indignato quando si è reso conto di come Israele abbia cercato di distorcere i fatti e di sostenere che i palestinesi rappresentavano una minaccia per i veicoli militari.

“Eravamo tutti civili, disarmati. Volevamo solo tornare dalle nostre famiglie con un sacco di farina e un po’ di cibo”, ci ha detto. “Ben Gvir si è vantato del massacro e ha ringraziato i soldati. Questa è la prova più grande che l’occupazione continua a commettere un genocidio contro la popolazione di Gaza”, ha continuato Salamia.

“L’occupazione cerca di negare l’accusa di genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia, ma ogni giorno commette decine di crimini e lavora con tutte le sue forze per sterminare la popolazione di Gaza e sfollarla dalle sue terre”.

Salamia ha anche detto che le telecamere hanno documentato parte del massacro e che i filmati hanno confermato che Israele ha deliberatamente ucciso i civili mentre cercavano di ottenere farina dai camion.

“Sì, sono tornato dalla mia famiglia sano e salvo e sono scampato alla morte, ma non sono riuscito a fornire loro del cibo”, ha detto. “Il mio cuore soffre per tutti coloro che sono stati martirizzati e feriti nel massacro, e sono profondamente rattristato perché non sono riuscito a fornire cibo alla mia famiglia”.

Salamia ha chiesto al mondo di intervenire per fermare i crimini israeliani e portare cibo alla popolazione di Gaza, soprattutto nel nord.

“Stiamo morendo di fame ogni momento, e la morte per fame è più dolorosa della morte per bombardamento. Il pianto dei bambini per la fame non si ferma, e non abbiamo nulla per sfamarli. Salvate i nostri bambini e fermate i crimini dell’occupazione contro di noi”.

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26/02/2024

A Gaza si muore anche di fame

La fame a Gaza ora ha una voce e un’immagine, bambini e adulti che corrono con ciò che resta delle loro energie esauste dietro i camion, bambini che spostano i loro asini, quando nemmeno gli asinelli possono correre, e gli sguardi dei bambini che paralizzano lo spettatore, con un dolore che penetra gli schermi, facendo tremare tutti tranne il governo di occupazione israeliano e la maggioranza degli israeliani che sostengono la morte per fame dei Gazawi.

Il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, ribadisce la sua ferma posizione contraria all’ingresso di qualsiasi aiuto umanitario da parte di Israele nella Striscia di Gaza e, sebbene Ben Gvir sembri il più importante sostenitore di questo approccio, non è l’unico. Ben Gvir ha ripetutamente respinto l’intervento della polizia di occupazione che disperdeva i manifestanti contro l’ingresso degli aiuti a Gaza.

Il ministro della Sicurezza interna ha ribadito questa posizione anche mercoledì 21 febbraio, in un’intervista alla Radio Ebraica Nord, sottolineando che non dovrebbero esserci trattative con Hamas e che non dovrebbero essere apportati aiuti. Ha detto al presentatore del programma: “Se me lo chiedete, risponderò che non dovremmo negoziare con loro, ma piuttosto dovremmo ucciderli, fermare il carburante e non dovrebbero esserci corridoi per gli aiuti umanitari”.

Un sondaggio d’opinione condotto dall’Israel Democracy Institute, i cui risultati sono stati pubblicati martedì 20 febbraio, ha evidenziato che il 68% degli israeliani non è favorevole all’ingresso di aiuti umanitari a Gaza, anche attraverso organizzazioni internazionali che non hanno alcun legame con al movimento Hamas o all’Agenzia delle Nazioni Unite, (UNRWA). Ciò indica una condanna a morte per tutti a Gaza, da parte della potenza occupante sostenuto da una larga maggioranza della propria popolazione che si rifiuta di portare cibo agli affamati.

A Gaza è in atto una mattanza di essere umani, un genocidio perpetrato dall’occupazione israeliana e dei suoi alleati, per liquidare il popolo palestinese e la sua giusta causa di Resistere per Esistere come popolo libero.

Il terzo veto statunitense al Consiglio di Sicurezza dell’Onu significa che gli Usa sono al comando dell’aggressione israeliana; un rovesciamento degli obbiettivi dei principi dell’ONU; la complicità nella guerra di genocidio e pulizia etnica nei confronti del popolo palestinese. La comunità internazionale è tenuta a respingere la distorsione della propria volontà e a contrastare l’egemonia americana praticata con l’uso del Veto e non solo.

La modifica della Carta delle Nazioni Unite è una necessità per la sicurezza e la pace internazionali.

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05/09/2023

Stiamo andando incontro a una fame di massa?

L'esistenza stessa della fame e, ancor più, di sacche di fame vera e propria, ha talvolta incoraggiato l'idea che stiamo assistendo al dispiegarsi di una vasta tragedia malthusiana. Inesorabilmente, si suggerisce, questa arriverà a inghiottire una fetta consistente dell'umanità. Le tensioni inconciliabili tra chi ha e chi non ha faranno sprofondare la società in uno stato di barbarie senza fine.

Naturalmente, se questo fosse davvero il caso, ci sarebbero indubbiamente forti motivi per pensare che un'alternativa post-capitalista al capitalismo sarebbe completamente preclusa. Quei “verdi profondi” di ispirazione malthusiana che ci presentano abitualmente questo scenario desolante, troppo spesso accompagnato da dichiarazioni sorprendenti sulla falsariga del memorabile commento dell'agente Smith in Matrix, secondo cui «gli esseri umani sono una malattia, un cancro di questo pianeta», farebbero bene a considerare le implicazioni di ciò che dicono. Se non c'è speranza per il futuro, allora dovremo convivere con il sistema stesso che ci ha portato a questa triste impasse. La concorrenza brutale e senza vincoli sarebbe l'unico gioco ammesso. E saremmo prossimi ad esprimere sentimenti così insensatamente misantropici da concepire l'abbattimento calcolato dei nostri concittadini. Potremmo anche metterci a costruire i nostri bunker, fortificare le nostre comunità recintate e attendere fatalisticamente l'apocalisse imminente come in una scena di The Walking Dead.

Decisamente fuori strada

Negli anni '60 e '70 apparve una serie di libri dal tono uniformemente allarmistico. Nel 1967 William e Paul Paddock parlarono di questa presunta catastrofe globale incombente e raccomandarono vivamente di applicare il principio medico del “triage” (praticato nella Prima Guerra Mondiale per decidere quali soldati feriti dovessero essere curati e quali lasciati morire), dando aiuti alimentari solo a quei paesi che potevano essere salvati, lasciando morire gli altri. (William Paddock & Paul Paddock, Famine 1975! America’s decision: who will survive?, 1967). Paul Ehrlich rafforzò questo messaggio di sventura imminente nel suo best seller The Population Bomb (1968), dichiarando che «La battaglia per sfamare tutta l'umanità è finita. Negli anni '70 il mondo sarà colpito da carestie: centinaia di milioni di persone moriranno di fame». E il rapporto del Club di Roma del 1972, I limiti dello sviluppo, [1] prevedeva con apprensione che il mondo stesse rapidamente esaurendo le risorse chiave a fronte di una crescita demografica inarrestabile.

In realtà, tutte queste terribili previsioni di un disastro imminente si sono rivelate errate. Come ha sottolineato il sostenitore [2] del libero mercato Julian Simon in The Ultimate Resource (1981), gli aumenti dei prezzi alimentari a breve termine dei primi anni '70, causati da fattori quali la siccità, la decisione dei russi di importare mangimi per incrementare il consumo di carne e i tentativi concertati di ridurre le enormi scorte alimentari dei decenni precedenti, non potevano dirci molto, se non nulla, sulle tendenze a lungo termine del prezzo (e quindi della disponibilità) degli alimenti. In effetti, i cattivi raccolti dei primi anni Settanta hanno poi lasciato il posto alle scorte, con un crollo dei prezzi dei cereali che ha suscitato la costernazione degli agricoltori statunitensi in particolare.

Lo stesso vale per gli eventi più recenti. Nei pochi anni fino al 2008, i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati costantemente, ma poi sono diminuiti in modo drammatico, anche se non proprio ai livelli precedenti. Successivamente, a partire dal giugno 2010, il prezzo di alcuni prodotti alimentari, come il grano, è nuovamente aumentato – in questo caso di quasi il 50% in due mesi – in seguito alla decisione della Russia di congelare le esportazioni di grano dopo un'altra grave siccità (Global wheat crisis recalls Moscow's “great grain robbery”, Observer, 8 agosto 2010).

Fluttuazioni a breve termine di questa natura nel prezzo dei prodotti alimentari sono prevedibili e spesso guidate da speculazioni. Tuttavia, sostiene Simon, la tendenza storica è quella di una graduale riduzione dei costi dei prodotti alimentari man mano che l'agricoltura diventa più produttiva ed efficiente. Ciò è di buon auspicio per affrontare il problema della povertà globale.

La domanda di cibo, dopo tutto, è relativamente non elastica, cioè non varia molto in base alle variazioni dei prezzi dei prodotti alimentari. Poiché il cibo rappresenta una componente significativa del costo della vita dei poveri del mondo (che in genere spendono almeno metà del loro reddito in cibo), i benefici di una riduzione dei prezzi a lungo termine sarebbero di vasta portata. Significherebbe che avrebbero più soldi da spendere per cose come l'istruzione e l'assistenza sanitaria. Ne deriverebbe un circolo virtuoso di auto-miglioramento. Una popolazione più istruita e più sana sarà anche più produttiva e l'aumento della produttività genererà a sua volta ulteriori benefici. Tuttavia, è vero anche il contrario. La non elasticità del cibo come priorità umana significa che qualsiasi aumento dei prezzi obbligherà le persone a tagliare proprio su queste altre cose che potrebbero essere utili nel lungo periodo.

Per quanto riguarda l'ossessione malthusiana per la crescita della popolazione, sostiene Simon, lungi dal costituire una minaccia per gli standard di vita, è vero l'esatto contrario. Anzi, contribuisce a innalzare questi standard aumentando la produttività dell'agricoltura stessa – ad esempio, rendendo economicamente più fattibile lo sviluppo di buone reti stradali che rendono più facile e meno costoso il trasporto dei prodotti e degli input agricoli. Alcune delle zone più ricche del mondo, del resto, sono anche quelle più densamente popolate. Così come esistono economie di scala nella produzione, esistono anche economie di scala nelle dimensioni della popolazione.

Ottimismo del libero mercato

L'ottimismo tecnologico di Simon, di stampo panglossiano, e la sua fiducia incondizionata nel fatto che l'economia di mercato fornisca i prodotti a tempo debito, sono giustificati per alcuni aspetti, ma non per altri. Per cominciare, i prezzi dei prodotti alimentari, nel complesso, non sembrano seguire la tendenza generale da lui prevista. Tendono a essere volatili – più che per altri beni – e mentre molti prodotti alimentari sono diventati più accessibili per lunghi periodi di tempo (se si confronta il guadagno settimanale mediano con il prezzo medio di alcuni prodotti alimentari), di recente i prezzi dei prodotti alimentari sembrano essere aumentati per varie ragioni e, soprattutto, hanno stabilito nuovi record. È francamente difficile far quadrare questo dato con l'idea di una tendenza al ribasso a lungo termine. Quest'ultima sembra più un articolo di fede che una deduzione basata su una rigorosa indagine scientifica.

Come ha osservato Otaviano Canuto:
«L'indice mondiale dei prezzi alimentari registrato negli ultimi sessant’anni dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO) ha toccato il suo record più alto a marzo, per poi diminuire leggermente ad aprile. Pandemia, guerra e morte in Ucraina e siccità negli ultimi due anni... Una tale combinazione sembra apocalittica. Ora si aggiunge il rischio di una fame globale, a causa della crisi dei prezzi alimentari» (Otaviano Canuto, The Global Food Price Shock, Policy Center for the New South, 18 maggio 2022).
Altri fattori, come sottolinea l'articolo, come le interruzioni della catena di approvvigionamento che hanno innescato l'accumulo di scorte alimentari e il divieto di esportazione, nonché le restrizioni alla mobilità della manodopera agricola migrante che hanno avuto un impatto negativo sui raccolti in molte parti del mondo, hanno contribuito a far salire i prezzi a questi livelli record. Alla base di questi diversi fattori c'è la divisione del capitalismo moderno in stati nazionali e gigantesche corporations in competizione tra loro.

Una manciata di queste ultime controlla la maggior parte del commercio globale di cereali e queste società, in particolare dopo l'inizio della guerra in Ucraina (l'Ucraina è un importante esportatore di cereali), hanno accresciuto in modo significativo i loro margini di profitto aumentando i prezzi (anche se a spese dei margini di profitto in altri settori dell'economia). Un quadro simile di oligopolio aziendale si ha nel caso dei fornitori di input agricoli come sementi e fertilizzanti, con solo tre multinazionali – Bayer-Monsanto, Dupont-Dow e Chem-China Syngenta – che controllano il 60% del commercio. E tra i dettaglianti, solo 10 aziende di generi alimentari rappresentano la metà di tutte le vendite di prodotti alimentari nell'UE (Fiona Harvey, Food price rises around the world are result of ‘broken’ system, say experts, The Guardian, 24 agosto 2022).

Questa situazione oligopolistica è ben lontana dalla visione rosea del capitalismo dei piccoli negozi all'angolo promossa dai devoti del libero mercato, come Simon. In effetti, se tale visione dovesse magicamente materializzarsi, si può tranquillamente supporre che ci riporterebbe ineluttabilmente, prima o poi, alla stessa situazione in cui ci troviamo ora. La concorrenza stessa, dopo tutto, tende a generare monopoli o oligopoli. I forti tendono a scacciare i deboli. In ogni caso, il risultato che abbiamo ora è un sistema alimentare che, secondo molti commentatori, è irrimediabilmente compromesso. Non lavora solo contro gli interessi dei consumatori che devono pagare per questi prezzi alimentari più alti, ma anche di numerosi piccoli agricoltori, che lottano per sopravvivere di fronte ai costi crescenti.

Abbastanza per dieci miliardi...

Eppure, nonostante tutto, questo stesso sistema alimentare ha anche dimostrato di avere un potenziale per garantire abbondanza, anche se non riesce a mantenere la promessa. Secondo una fonte spesso citata, anche se un po' datata, il mondo, guarda caso, già coltiva abbastanza cibo per sostenere dieci miliardi di persone, a fronte di una popolazione globale di otto miliardi (Holt-Giménez, Eric & Shattuck, Annie & Altieri, Miguel & Herren, Hans & Gliessman, Steve, We Already Grow Enough Food for 10 Billion People ... and Still Can't End Hunger, «Journal of Sustainable Agriculture», 36 (6), Luglio 2012, pp. 595-8).

Inoltre, contrariamente alle terribili previsioni malthusiane di una popolazione in crescita esponenziale, la crescita della popolazione ha raggiunto il suo picco negli anni '60 e da allora sta rallentando. Nel 1950, il tasso medio di natalità era di circa 5 figli per donna; nel 2021 era sceso a 2,3, secondo la United Nations Population Division, con un mondo sempre più urbanizzato (World Population Prospects: Summary of Results, UN Report 2022). In parte questo è dovuto al fatto che, vivendo in città, non si ha bisogno di altri bambini per badare al gregge di capre o per curare i raccolti. Inoltre, vivere in città significa avere un migliore accesso alle medicine che hanno ridotto significativamente i tassi di mortalità infantile. Se in passato le persone avevano famiglie più numerose era proprio perché molti dei loro figli morivano giovani.

Il calo delle nascite ha fatto sì che un numero crescente di paesi stia sperimentando una crescita inferiore, o negativa, rispetto al livello di sostituzione tanto che, sorprendentemente, si esprime sempre più preoccupazione per la prospettiva di uno spopolamento e di un invecchiamento costante della popolazione, piuttosto che della sovrappopolazione. Alcuni paesi, preoccupati per l'indebolimento della loro influenza sulla scena internazionale, hanno iniziato ad adottare politiche a favore della natalità al fine di invertire il loro relativo declino demografico. Per loro il legame tra potere e popolazione è evidente: in un'economia globale competitiva è meglio essere grandi.

...allora perché la fame?

Tuttavia, nonostante il suddetto potenziale produttivo per nutrire adeguatamente il mondo, la fame, in modo apparentemente sconcertante, continua a segnare la vita di centinaia di milioni di persone:
«Le Nazioni Unite stimano che più di 820 milioni di persone siano sottonutrite, con un aumento di 60 milioni in cinque anni. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, quasi un quarto dei bambini al di sotto dei cinque anni è denutrito e 1,9 miliardi di adulti sono in sovrappeso» (John Vidal, The Guardian, 4 marzo 2021).
Come è possibile? Se la produzione agricola è già più che sufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione mondiale, perché così tanti soffrono la fame? Perché la maggior parte del cibo prodotto oggi viene prodotto per essere venduto sul mercato e quindi l'accesso ad esso dipende dal potere d'acquisto. Se non si hanno i mezzi per acquistare il cibo, in un'economia di mercato lo si vede negato. Questo spiega essenzialmente perché oggi le persone soffrono la fame. Non sono in grado di esprimere una “domanda di mercato” sufficiente a soddisfare i loro bisogni. È così semplice.

Chi non guadagna molto si trova di fronte a un problema serio. Se il prezzo del cibo aumenta, il problema si aggrava ulteriormente. Ecco perché l'aumento dei prezzi degli alimenti si traduce in un numero sempre maggiore di persone che soffrono la fame. Queste persone possono scegliere di destinare una parte crescente del loro piccolo budget all'acquisto di cibo e una parte minore ad altre cose, ma arriverà un momento in cui questo non sarà più fattibile. Qualcosa dovrà pur cedere. Quando ciò accade, spesso si verifica un'esplosione di rivolte per il cibo e di violenza nelle strade che può, e ha già fatto, rovesciare i governi.

Note

[1] Giorgio Nebbia, nel suo volume Le merci e i valori: per una critica ecologica del capitalismo, Jaca Book, Milano, 2002, sostiene che il titolo del documento del Club di Roma del 1972 avrebbe dovuto essere più opportunamente I limiti della crescita, in quanto parla appunto del rapporto fra aumento della popolazione mondiale e limite delle risorse alimentari.

[2] L’autore dell’articolo gli affibbia l’epiteto «cornucopiano», attribuendogli metaforicamente l’idea di un libero mercato capace di fornire illimitatamente ogni bene e risorsa.

Fonte